MASTODON

The Hunter

2011 - Reprise/Roadrunner

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
22/10/2015
TEMPO DI LETTURA:
7.5

Introduzione Recensione

Con Crack the Skye i Mastodon avevano concluso il discorso musicale e concettuale inaugurato quattro album prima, e cioè con Remission, nell'ormai lontano 2002. Siccome ad ogni loro album era stato associato un elemento classico (il fuoco a Remission, l'acqua a Leviathan, la terra a Blood Mountain, l'aria a Crack the Skye), ora si trattava proprio di dare una poderosa sterzata alla loro carriera. Per forza di cose (altri elementi d'altronde non ce n'erano), la band avrebbe dovuto re-inventarsi per non cadere nella ripetizione o, più semplicemente, non incappare nella fastidiosa sensazione della "minestra riscaldata". Purtroppo, dal momento dell'uscita di The Hunter - l'album oggi in questione - le cose per i Nostri cambiarono radicalmente. Spiego perché ho detto "purtroppo". Attorno al Duemila, il metal ha subìto una spinta evolutiva che l'ha portato a contaminarsi con altri generi, talvolta anche molto lontani dal mondo del rock. Quella che i Mastodon hanno apportato alla corrente musicale che noi tanto amiamo è stata un'evoluzione in senso fortemente alternativo, più che mai lontana dai più classici stilemi dell'heavy metal ottantiano. Anche solo per l'immagine che i Nostri propongono, i Mastodon non sono certo definibili metallari a tutto tondo; non hanno nulla di distintivo (se non i capelli lunghi, almeno alcuni) che, a prima vista, possano farli passare per "metallari doc" piuttosto che per gente semplicemente alternativa. Anche sul piano musicale, il loro sound è sempre stato difficilmente etichettabile. La loro genialità - abbozzata con Remission e consacrata con Leviathan - è stata infatti quella di miscelare due componenti musicali in maniera eccellente per ottenere alla fine un combustibile formidabile. Prendendo qualcosa che di per sé era stato già canonizzato nell'ambito metal (il progressive), i Mastodon aggiunsero poi quel tocco di sludge in più, che, invece, proveniva da ambienti più o meno distanti dal metal "duro e puro". Le influenze di cui si compone lo sludge metal (assieme alla matrice doom è possibile rinvenire del grunge, dell'hardcore punk e del southern rock) sono tuttavia reperibili in quel calderone estremamente variegato e disomogeneo che oggigiorno è possibile definire "post-qualcosa". Di esempi ce ne sono a bizzeffe: post-metal, post-hardcore, post-thrash, post-grunge e così via. Di conseguenza, il termine "post" indica dunque un avanzamento stilistico rispetto al sound originale, evoluzione che ha fatto sì che il nuovo genere risultante fosse abbastanza diverso per garantirsi una nuova definizione, ma nemmeno poi tanto differente da meritarsene una del tutto propria (come fu invece per l'heavy metal rispetto all'hard rock settantiano). In questo laboratorio d'avanguardia, dal calderone della sperimentazione, i Mastodon attinsero a piene mani ricreando un suono che, volere o volare, è risultato assolutamente distinguibile da qualsiasi altra band che suonava all'epoca. La corrente alternative di quegli anni sapeva infatti offrire band tutte molto differenti tra loro, ma comunque sia - sembrerà un paradosso - accomunabili per la loro eterogeneità. Se l'etichetta "post" ti permetteva dunque una notevole libertà musicale, va pur ricordato che mai i Mastodon furono definiti post-metal, ma piuttosto affini ad un genere che nei loro confronti era solamente collaterale. L'ambito in cui i Nostri s'insediarono (progressive/sludge) fu invece molto meno libertario, e quindi convenne loro sviluppare un sound che non navigasse troppo lontano dalla madrepatria metallica. Se la matrice alternativa appariva in maniera prominente nel debut del 2002, fu la decisione d'introdurre la sperimentalità del progressive metal a far guadagnare loro consensi da ogni dove. Il loro secondo disco, Leviathan, aveva sì consolidato un suono terroso, impastato, graffiante (sludge, in sostanza), ma aveva d'altro canto dato alla luce ad intricate tessiture d'origine progressive, trame sonore che verranno sempre più raffinate e messe in risalto, fino ad un punto in cui la loro prominenza avrebbe sorpassato addirittura la stessa componente sludge. Se pensiamo al rapporto sludge/progressive come ad uno inversamente proporzionale, all'inizio, con Remission, era certamente la prima componente a prevalere in modo più netto sull'altra. Via via, però, la sensazione fu quella che le parti s'invertissero sempre più, fino ad arrivare ad un Crack the Skye in cui, senza mezzi termini, di "terrosità" non ne avvertivamo quasi più, ma anzi regnava ovunque l'"essere etereo" intrinseco del progressive metal. Per ricollegarmi all'inizio del mio discorso, quando dicevo "purtroppo", ecco che con The Hunter tutto ciò che di mirabile era stato fatto coi sublimi Blood Mountain e Crack the Skye venne spazzato inesorabilmente via. Il disco che oggi mi accingo a recensire ebbe infatti come effetto quello di normalizzare una proposta che invece era risultata fino a quel punto estremamente innovativa e vitale. Non che sia un disco brutto, per carità, ma fu proprio a causa di The Hunter che oggi conosciamo una band profondamente diversa da quella che era stata fino all'album precedente. I Mastodon che diedero alla luce quest'album erano né più né meno che una band che faceva dell'onesta musica, per certi versi sempre più vicina allo stoner. Tanti forse storceranno il naso a leggere questa definizione accanto a Mastodon, ma la realtà dei fatti è questa. Cavalcando l'onda del successo che lo stoner stava ormai vivendo da qualche bell'annetto, i Mastodon agirono da ruffiani, avvicinandosi ad un sottogenere musicale che godeva già di un discreto seguito di fans, i quali andavano solamente avvicinati e non, invece, stregati. In sostanza, la standardizzazione di una band che di standard non aveva assolutamente nulla, diede il via ad un processo - se vogliamo - d'involuzione sonora che affligge ancora oggi i Nostri. Non si tratta tuttavia di una vera e propria regressione, ma semplicemente i Mastodon del 2011 davano l'idea di essere "arrivati", trasmettendo l'immagine di una band che ormai ci aveva già detto tutto. Insomma, il meglio era passato. Ponendo in questa maniera fine alla mia critica, passiamo ora a parlare più propriamente dell'album in sé. The Hunter uscì in Inghilterra il 27 settembre 2011, pubblicato dalla Roadrunner Records, ed il giorno dopo toccò alla Reprise lanciarlo sul mercato statunitense. In tempi brevi raggiunse la posizione 19 dell'UK Albums Chart, mentre nella Billboard 200 s'arroccò alla posizione numero 10. Scegliere come produttore Mike Elizondo (Eminem, Alanis Morissette, Avenged Sevenfold, Maroon 5) si rivelò una decisione d'importanza nevralgica, che permise alla band di lasciarsi per sempre alle spalle l'etichetta di band di nicchia, preferendovi piuttosto il definitivo sdoganamento nei confronti del mainstream. Per stessa ammissione di alcuni dei componenti della band, l'album, già in fase di scrittura e produzione, risultava differente da quanto realizzato fino a quel momento nella loro discografia. Il batterista Brann Dailor, parlando al portale americano di settore Noisecreep, rivelò che il nuovo disco non avrebbe più goduto di ardite soluzioni in chiave progressive, ma sarebbe piuttosto risultato maggiormente simile a Leviathan (un salto indietro di sette anni, verrebbe da dire?). Se il paragone - sempre uscito dalla bocca del drummer - con dei "Led Zeppelin super-pesanti" può sembrare azzardato e non cogliere nel segno, certo è che The Hunter risulta il disco più decisamente hard rock che la band ha mai partorito. Certo, un hard rock degli anni Dieci del Duemila, ma pur sempre tale. Anche il fatto che non fosse più un concept album la diceva lunga sulle intenzioni della band. Ciò che forse si discostava di meno dai lavori passati era invece la copertina, che come ogni altro artwork della band coglie piacevolmente di sorpresa. Il soggetto - uno spaventoso cervo a più fauci - è la raffigurazione di una scultura in legno di AJ Fosik, intitolata Il giuramento del demone triste. Per di più la figura dell'animale selvatico è pienamente attinente col titolo (hunter significa "cacciatore"), dal momento che appartengono allo stesso ambito tematico. Per quanto riguarda la genesi del titolo, questa dovette essere abbastanza inaspettata, poiché avvenne tutto all'improvviso. Non ci è dato sapere se la band avesse già ipotizzato un nome per l'album che da lì a poco sarebbe uscito, ma quel che è certo è che all'arrivo della notizia della morte del fratello di Brent Hinds (ucciso durante una battuta di caccia), ai Nostri venne quasi immediato scegliere The Hunter come titolo. Eppure anche nell'artwork si palesa la voglia di distaccarsi da quanto realizzato finora. L'avvento di AJ Fosik - responsabile, tra l'altro, anche dei fondali utilizzati dalla band durante i live - ha segnato l'abbandono dello storico disegnatore delle copertine della band, Paul Romano, grande artista che ci ha regalato raffigurazioni degne del più visionario William Blake. Ma ora bando alle ciance e passiamo all'analisi track by track.

Black Tongue

Il disco si apre con una delle sue tracce più conosciute e rappresentative, "Black Tongue" (Lingua nera). Un potente muro del suono si staglia subito in primo piano, nel mentre che la batteria si diverte a rullare sui tom. Il riffing è di quelli sanguigni, estremamente corposi e dinamici. Il tutto si acquieta un pochino in concomitanza del verso, dove Troy Sanders, bassista e cantante, comincia con le liriche. La sua voce è migliorata album dopo album, fino a raggiungere una timbrica profonda e quasi alienante. Il main riff viene utilizzato anche per strutturare il ritornello, abbastanza rapido da esaurirsi in una ventina di secondi. proprio grazie alla velocità con cui scorre via, sembra che tutta la canzone sia un blocco unico, decisamente molto solido. Il primo cambio rilevante arriva a 1:31, quando un arpeggio di chitarra pulita s'innesta nel poderoso wall of sound. Da questo momento il brano acquista ancora maggior vivacità: a 1:50 un giro assolutamente fantastico obbliga il brano a premere sull'acceleratore. Subito dopo tocca a Bill Kelliher - solitamente il chitarrista ritmico della band - a ricamare il primo, strano, assolo del disco. La sua sezione possiede un non so che di spaziale, di misterioso, ma risulta comunque essere ben strutturata, complice anche una sezione ritmica assolutamente valida. Occorre tuttavia sottolineare che, pur essendo l'opener, e dunque una canzone che funge da biglietto da visita, Black Tongue non è caratterizzata da quei innumerevoli cambi di tempo che incorrevano in ogni vecchio disco della band. La canzone si presenta decisamente più lineare, un continuum unico da inizio a fondo. Nel suo voler evitare strade contorte, la canzone ne guadagna ovviamente anche in semplicità, favorendo un sound più diretto dove, al cui interno, le derive progressive paiono essere un lontano ricordo. Non che manchi la melodia, quello no, perché la band si è sempre avvalsa di due chitarristi con uno spiccato senso per essa; manca piuttosto quella ispiratissima vena creativa che li portava ad ardire a strutture intricatissime montate su di tempi di batteria realmente impossibili. pure il fenomenale Dailor, infatti, pare nettamente ridimensionato su questo The Hunter. Ciò che invece rimane piuttosto in linea coi vecchi lavori sono i testi. In effetti, anche Black Tongue presenta delle liriche oscure e misteriose - come da tradizione per i Mastodon, verrebbe da dire. Tutto il brano pare configurarsi come il racconto di un tale che ha assistito a qualcosa di orrendo e che ora deve tenerlo per sé. "Ho bruciato i miei occhi/ho tagliato la mia lingua" chiariscono bene il concetto, quasi a voler sottolineare il peccato dell'uomo. Se pensiamo alla bruciatura come a qualcosa che ha scottato l'anima del tizio, il tagliarsi la lingua sicuramente si riferisce al fatto che ha preferito rifugiarsi nell'omertà piuttosto che dichiarare il tutto. In questa maniera è costretto quindi a tenersi stretto il segreto, forse perché aiutato da qualche tangente ("ho bruciato i miei occhi/ho tagliato la mia lingua/li ho sigillati con tutto l'argento/e ora non ho niente", riferendosi alla dignità). Pian piano si viene a sapere che il tale ha assistito ad un caso di omicidio, probabilmente a seguito di un furto ("hai ucciso la vita/hai preso il diamante"). A questo punto, l'unica cosa che può fare questo corrotto spettatore è lanciare una maledizione, diretta proprio all'assassino: per quanto possa "correre verso il mare", per quanto possa "correre verso la foresta", non potrà nascondersi in eterno. "A corto di bugie" e "a corto di tempo" per il malfattore le cose si mettono decisamente male: il suo destino è segnato. Così come la vicenda pare esaurirsi troppo in fretta, pure la canzone decide d'abbandonarci all'improvviso con degli stacchi che ci danno realmente un senso d'incompiutezza. Primo singolo estratto dall'album, Black Tongue è sicuramente uno dei brani più memorabili del disco, che si distingue grazie all'incisività di cui è dotato. È un brano che bada poco ai fronzoli: l'intento di questo nuovo corso della band è quello di colpire più per l'immediatezza che per le evoluzioni sonore. Segnalo, infine, la presenza di un videoclip per questa canzone, che ritrae lo scultore AJ Fosik mentre realizza la scultura lignea che avrebbe ispirato la copertina.

Curl of the Burl

Seconda traccia dell'album è "Curl of the Burl" (la traduzione del titolo ve la rimando a tra poco). Sin dai primi istanti, lo strascicare delle chitarre rimanda a qualche doomiana memoria veramente lontana nel tempo, quasi a rievocare dei maestri indiscussi come i Cathedral. All'impatto stordente dell'opener si fa strada un mid-tempo decisamente meno aggressivo, piuttosto incentrato sulla potenza del guitar work dei due chitarristi. Altra novità è certamente la presenza di Brent Hinds dietro al microfono, ma prima che possa iniziare a cantare, l'ascoltatore può godersi un mini-assolo piazzato subito all'inizio, in posizione strategica. Il titolo merita particolare attenzione. Il suo significato è "ricciolo del nodo" del legno. Avete presente quelle escrescenze che fuoriescono dalle cortecce dagli alberi, che rassomigliano a "bubboni" legnosi? Bene, quelli non sono altro che i nodi della pianta, ovvero delle piccole deformazioni. Al loro interno, come in ogni pianta, sono presenti i caratteristici anelli, grazie ai quali è possibile risalire all'età dell'albero. Gli anelli di questi nodi, tuttavia, sono estremamente irregolari e per questo motivo rendono il legno davvero caratteristico - un pezzo unico, verrebbe da dire. Troy Sanders, a tal proposito, rilasciò un interessante parere. In un'intervista al sito Banana1015, il bassista spiegò che nella zona settentrionale della West Coast esiste un vero e proprio business attorno a questi nodi degli alberi. Dovete sapere che esistono certe persone, un po' isolate dal resto del mondo, che passano gran parte del loro tempo negli immensi boschi di quelle zone, andando proprio alla ricerca dei nodi. Una volta trovati li asportano dall'albero, andando poi a rivenderli in città. Per gli scultori del legno, infatti, ogni nodo rappresenta davvero un esemplare unico, la cui lavorazione richiederà sì bravura, ma il prodotto finale potrà considerarsi sul serio un prezioso oggetto inimitabile. Chi invece va alla ricerca dei nodi, riceve in cambio del denaro, grazie al quale - sostiene Sanders - può comprarsi la sua dose quotidiana di meth, una potente droga parente delle anfetamine. È così che si alimenta questo "cerchio di follia", come conclude lo stesso Sanders. Grazie a questa lettura, il testo della canzone può configurarsi come un resoconto della vita di uno di questi "eremiti dei boschi". La loro è un'esistenza solo marginalmente civilizzata, giacché il loro vero ambiente è la foresta. Qui vige la legge del più forte; chi meglio resiste porta a casa la pellaccia. Il testo inizia in maniera forte, diretta: un "ho ucciso un uomo/perché ha ucciso la mia capra". Per un simile affronto, il protagonista non ha dunque lesinato compassione: messe le sue "mani attorno alla gola", ha stretto più che poteva, col malcapitato che provava "a ragionare/con le nuvole e il cielo", ma peccato che questi "non potevano udirlo". Il pre-chorus è decisamente abbordabile, "facilone" nella capacità che ha di conquistarti grazie al coro, effettuato da Dailor. Sulle medesime coordinate si mantiene pure il ritornello, in cui si ripete più volte il titolo ("è solo il ricciolo del nodo/è in questo modo che va il mondo"). In questa maniera, lineare ma movimentata, si va avanti, passando anche per un'intro reprise fino a che non s'incontra un cambio netto della rotta (1:54). Questo break è uno di quelli cui ci aveva abituato la band, in cui leggeri arpeggi fluttuanti si mescolando a pesanti e terrose distorsioni. Una chitarra urlante rimane nascosta nel sottofondo, immersa nel mare di chitarre e sotto ai colpi del ride del batterista. A 2:15 Hinds ha l'occasione si sfogare tutta la sua potenza grazie un lamentoso assolo. Il tutto si estingue però in pochi frangenti, con la canzone che si instrada nuovamente grazie al ritornello, prima che sulle note dell'onnipresente coro "oh oh, oh oh" si assista all'ennesimo cambio. In questa sezione, Hinds si produce in un altro assolo (2:58), che ricalca la partitura del coro di Dailor. Per concludere, è giusto supporre il perché la band - assieme ad Elizondo - abbia deciso di puntare su Curl of the Burl come secondo singolo dell'album. Se Black Tongue aveva il compito di presentare una band ancora "crisalide", né bruco né farfalla (e cioè una band a metà strada tra vecchio e nuovo percorso), a Curl of the Burl toccava invece rendere manifeste le nuove intenzioni dei Mastodon. Non cambiano i suoni - sempre molto potenti ed impastati -, cambia piuttosto il modo in cui vengono utilizzati. Le melodie si fanno più orecchiabili e facili da ascoltare; i virtuosismi progressive (potenzialmente indigesti) vengono accantonati. Quel che alla fine ne risulta è comunque un brano piacevole, godibile nei suoi circa quattro minuti, arco di tempo in cui si presenta una band rimessa a nuovo, ma comunque lontana parente di quella dei fasti di Crack the Skye.

Blasteroid

"Blasteroid", terza canzone in scaletta, è la prima di diverse canzoni che si apriranno con degli stacchi di batteria. Sul frizzante riffing delle sei-corde s'innesta fin da subito la voce stranamente spensierata di Sanders. A tratti - prendete questo paragone con le pinzette - Blasteroid riporta alla mente un qualcosa di giovanile, di sereno, di allegro. Sia per il ritmo di batteria, sia per le facili linee di chitarra, il brano, in alcuni dei suoi frangenti, sembra rifare il verso a quanto di più commerciale l'America abbia dato alla luce sul finire degli anni Novanta col pop punk. Se questa, almeno all'inizio, è la sensazione dominante, dobbiamo ricrederci da lì a poco, quando a 0:37 il riffing si fa più elaborato e ricercato. L'alternanza delle voci di Sanders e Hinds ricalca bene anche questa scelta musicale, in quanto il primo assume la responsabilità d'alleggerire il brano, mentre il secondo lo riporta su terreni decisamente più metallici. Partito quasi in maniera innocua, il brano mostra un'inaspettata potenza proprio quando il rosso-crinito chitarrista/cantante della band prende il microfono: da questo momento le liriche si fanno sempre più raschiate, isteriche e corrosive. Questo parallelismo, d'altronde, è anche presente a livello testuale. Infatti, le parti che Sanders si trova a recitare sembrano mascherare - nemmeno tanto velatamente, per la forte carica ironica - una critica verso tutte quelle ragazze d'oggi che non son contente finché non si sono truccate tutte come dei puttanoni da zona porto. E così, tra quintali di fard e rossetti à gogo, queste ragazze abusano non solo di ogni prodotto per il trucco, ma anche di se stesse, finendo per stravolgere i loro lineamenti ("cambia i tuoi capelli/cambia i tuoi vestiti/io riaggiusterò la tua faccia per te"). In questa maniera risulteranno forse più sicure di se stesse, ma al momento della verità verrà inevitabilmente fuori che quelle non sono le loro vere sembianze. Quando invece subentra Hinds, beh, le cose cambiano. I versetti "ho voglia di bere un po' di cazzo di sangue/ho voglia di rompere un po' di cazzo di vetri/ti voglio spremere fuori finché non sarai completamente alla rovescia" penso che non abbiano bisogno di spiegazioni. Alla rassicurante assistenza del personaggio interpretato da Sanders sopraggiunge invece questo pazzo squilibrato, che dal canto suo non ha remora alcuna anche ad ammazzare una giovincella. Il brano è il più corto dell'intero lotto e quindi non lascia molto altro da dire di sé. Infatti, dopo una doppia sezione verso-ritornello-cambio, a 1:56 si riprende il motivo dell'introduzione, grazie al quale si mette la parola fine alla canzone. 

Stargasm

Si procede quindi con "Stargasm" (Orgasmo stellare), ambiguo titolo che mischia la tematica sessuale (-gasm rimanda ad orgasm, "orgasmo") con l'ambito fantascientifico (star, ovviamente, sta per "stella"). L'intro è di quelle soft, dove una distorsione fortemente saturata si mischia a suoni spaziali e sintetici, ad opera del guest musician Rich Morris. L'arpeggio è nuovamente velato da un alone misterioso, di matrice vagamente doom. Dopo le lunghe rullate sui tom, Dailor intraprende un drumming fortemente ispirato, davvero piacevole specie per il tintinnante utilizzo del ride. L'incedere è lento ma marcato. Alla mente ritornano graditi elementi del passato più recente, ma, in occasione del verso, tutto vira nuovamente verso i lidi che, in questo momento, paiono più consoni alla band. Ai versi delle strofe s'accostano inserti elettronici che rendono il tutto maggiormente in sintonia con la tematica fantascientifica. Se l'ambientazione pare quasi onirica, surreale ("il tempio di corpi/un edificio con le anime"), la descrizione dell'atto sessuale si manifesta chiaramente sul finire della seconda strofa. Qui, in una cornice fantastica ("trattenuti in una danza/intorno alla luna/tutto ciò lontano dalle nuvole"), l'"amplesso stellare fluisce", nel senso che si consuma. Tra chi non ci è però lecito saperlo. Liricamente parlando, il testo s'arricchisce di quei contenuti oscuri tipici dei due precedenti dischi, dove all'energia musicale faceva da contraltare un qual certa enigmaticità testuale. Siderali melodie (2:07) anticipano un'intro reprise davvero emozionante ed evocativa: sembra quasi di raggiungere le stelle (d'altro canto, la sensazione dell'orgasmo è proprio questa: toccare il cielo con un dito). Il culmine dell'amplesso viene raggiunto in prossimità della strofa modificata presente a metà canzone (2:26), quando l'allucinante cantato (prodotto dalla combinazione vocale di Dailor e Hinds) ripete più volte "sei in fiamme", giusto un attimo dopo che le "gambe" della donna si sono scontrate con "le stelle". Dopo di ciò, tutto pare terminare: "la carne riposa sull'altare" (quasi a simboleggiare due corpi su di un letto, che pian piano si riprendono dagli spasmi dell'aver consumato l'atto). E poi, ancora: "i bicchieri sono vuoti", come se qualcuno avesse bevuto dal calice della passione carnale; lo stesso "gufo", incontrato qualche strofa prima, vola ora via. In questa sede non mi è possibile prendere in esame tutto ciò cui rimanda la figura del gufo, unanimemente associato all'oscurità fisica ed alle tenebre più imperscrutabili dell'animo umano, ma certo è che, in quanto animale notturno, è proprio per questa sua caratteristica che viene qui citato, poiché l'atto sessuale rimanda inevitabilmente alla notte, al buio dell'alcova dei nostri due "amanti delle stelle", i cui corpi bianchi sono ora rischiarati solo dalla baluginante luce dei lontani astri celesti. 

Octopus Has No Friends

 Eccoci giunti alla quinta traccia, "Octopus Has No Friends", bizzarro titolo che significa "il polpo non ha amici". Dopo aver visitato il Georgia Aquarium di Atlanta, Dailor aveva notato che il polpo era l'unico animale ad essere tenuto da solo nella propria vasca. Sì, d'accordo, c'era anche una stella marina, ma tra i due animali non c'era una qualche particolare sintonia (d'altronde come fai ad essere amico di una stella marina: non si capisce nemmeno se sia viva?). Al batterista venne così in mente una particolare domanda: il polpo ha anch'esso degli amici, oppure preferisce realmente starsene da solo? Non sappiamo di che sostanza abbia potuto abusare per giungere a tale questione di filosofica importanza, ma quel che è certo è che anche da tematiche scherzose e bislacche possono nascere delle canzoni. Lo psichedelico riff iniziale, innestato su pesanti stacchi di batteria, è quanto di più vicino alle derive ipnotiche di Blood Mountain. Per la sua particolare difficoltà esecutiva, c'è chi pensa che Hinds stesso debba essere un polpo, dal momento che servono davvero otto tentacoli per eseguire questo riff. Dal punto di vista testuale, ovviamente, la tematica trattata si distacca in maniera totale dal titolo. Se già quest'ultimo era davvero improbabile, assolutamente impossibile era che i Nostri scrivessero un brano sulle vicissitudini relazionali di una piovra. Proseguendo, notiamo che il cantato, affidato nelle strofe a Dailor e nei chorus a Sanders, risulta piuttosto variegato per via di due voci sensibilmente differenti. Le liriche affrontano la tematica - piuttosto utilizzata dai Nostri - della ricerca della verità. Afferrando una fantomatica "mano", la quale ci "guida per la strada", molto "lontano" troveremo "la verità". L'ermeticità di tali versi è tanta, ma comunque si riesce a cogliere il senso di queste parole: seguendo una precisa via, troveremo sempre le risposte che andiamo cercando, anche se la strada da fare è molta. Mentre Sanders canta, Kelliher accompagna il virtuoso guitar work di Hinds, dando solidità alle peripezie del rosso axeman. Dei bei fills di basso - caratteristica del Sanders bassista - saldano le singole note di ogni arpeggio della canzone, fornendole di quel senso d'unità e compattezza che giova poi alla melodia globale. Nella nebbia dell'incertezza ("vedo il tuo volto tra il fumo"), se arduo è reagire ed uscirne fuori ("è difficile urlare"), è molto più semplice commettere errori ("è piacevole soffocare"). A 1:54 un primo cambio varia la proposta, finora incentrata prevalentemente sull'alternanza delle due voci. Segue poi una sezione in cui primeggia l'arpeggio di cui prima. Sul finire della canzone, la band dispensa una certa qual saggezza. Sebbene la "caverna" (paragonabile al buio che regna nei meandri della nostra coscienza) possa sembrare un ambiente protettivo - perché nel buio è più facile nascondersi -, Sanders ci ricorda pur sempre di "tenere il cuore" nelle nostre mani, quasi a suggerirci di dar ragione all'istinto in quelle situazioni in cui il raziocinio non ci viene in aiuto. Solo così facendo potremo far ritorno alla realtà ("sono sulla via di casa"). 

All the Heavy Lifting

Sesta tappa è "All the Heavy Lifting" (Tutto il lavoro pesante), ennesima canzone dotata di stacchi iniziali. Interamente cantata da Sanders, la canzone possiede una distorsione nelle chitarre quasi fastidiosa talmente è ronzante e penetrante. La voce abrasiva del bassista riempie le nostre orecchie per quel che può, quasi del tutto sovrastata dall'imponente muro del suono. Il riffing del verso è vigoroso, con i due chitarristi che macinano note su note in sequenza molto veloce. Se la strofa si presenta in questa maniera, il ritornello risulta molto più aperto e arieggiato, abbracciando melodie decisamente più facili: in questa modo l'ascoltatore può riprendere fiato dopo l'assalto della selvaggia strofa. Dal punto di vista dell'interpretazione, i commenti riguardanti il brano sono piuttosto discordi, nel senso che ognuno di noi ci può vedere quel che vuole. Le liriche, infatti, lasciano aperti numerosi spiragli interpretativi, ma la lettura che mi sembra cogliere meglio il segno è quella che si richiama ad una natura bistrattata dall'umanità. Esortando l'interlocutore ad alzarsi ("sollevati di nuovo"), il protagonista propone la via della riconciliazione con la natura ("datti agli alberi"), poiché normalmente essa ci offre spontaneamente tutto quello di cui abbiamo bisogno, regalandoci amenità d'ogni sorta ("sono tutti suoni e visioni"): l'importante è saper interpretare il suo richiamo ("ciò che chiede a me", sottintesa la Natura). Dopo un passaggio in cui viene illustrato il bello del vivere più a contatto con l'ambiente ("corriamo veloce attraverso i campi/sopra le vette/nuotiamo nell'acqua dell'oceano"), nel ritornello si giunge ad una netta presa di posizione. Il protagonista pretenderebbe infatti che il mondo "funzionasse" un po' meglio, senza che l'uomo andasse sempre a rovinare tutto. Noi esseri umani, o almeno, noi occidentali, abbiamo sempre concepito il nostro pianeta come un enorme serbatoio da cui estrarre tutto ciò che potenzialmente ci potesse servire, piegando sovente il corso naturale delle cose. Certo, non è assolutamente facile eradicare dalle nostre menti questa "cultura", ma almeno ci dovremmo anche solo provare. Il protagonista ci consiglia così di chiudere gli occhi e provare ad immaginare un futuro migliore ("chiudi solo gli occhi/e pretendi che tutto vada bene"): non ci alletta questa prospettiva? Ingolosito dalla deliziosa visione, l'ascoltatore corre avanti, seguendo la canzone. Strutturalmente, questa è molto semplice, essendo costituita da una schematica successione di strofe e ritornelli, con un'intro all'inizio ed una reprise a metà (soluzione abbastanza sfruttata in questo disco, devo dire). A 2:12 inizia poi una delle sezioni più prog dell'intero album, caratterizzata da un vorticare di chitarre davvero molto ispirato. Il basso, distorto, riempie i buchi lasciati dal riffing incrociato del duo Hinds-Kelliher, mentre Dailor rimane piuttosto quieto, giochicchiando sulla ritmica del charleston. In seguito, un pattern di doppio-pedale continuo potenzia una canzone finora non particolarmente terremotante. Durante questo cambio di marcia, anche il testo subisce un'impennata emotiva. Il protagonista dice infatti "non abbiamo fatto tutta questa strada/solo per girarci indietro/ non abbiamo fatto tutta questa strada/solo per scappare", ovvero che non hanno faticato così tanto solo per poi ricadere nell'errore. No. Ora, che sono quasi al termine del loro percorso, possono già cogliere i frutti dei loro sforzi, sentire l'odore di un domani migliore ("poco più avanti/sentiremo un suono/il suono che ci donerà/un giorno nuovo di zecca"). Con questo bell'auspicio posatoci nel cuore, la band si accommiata con un ultimo ritornello, anch'esso irrobustito dal doppio-pedale del drummer, cui segue infine l'ennesima ripresa dell'intro. La title-track si piazza alla settima posizione, esattamente a metà scaletta. Fin da subito l'arpeggio di chitarra - leggermente in overdrive -, accompagnato da un'altra chitarra acustica pulita, ci traghetta indietro nel tempo, almeno fino al 2004, ovvero ai fasti di Leviathan, vuoi per la resa sonora, vuoi per il sound complessivo.

The Hunter

Come già detto ad inizio recensione, questa "The Hunter" (Il cacciatore) è dedicata al fratello di Hinds, morto per un incidente durante una battuta di caccia. E per una volta, le liriche non lasciano spazio a suggestioni di nessun tipo, talmente sono chiare ed esplicite. Il verso, cantato da Hinds, è quanto di più toccante ed emotivo ci sia mai capitato d'ascoltare dalla band georgiana: il rosso chitarrista della band non ha freno alcuno, e si lascia andare in un compianto cui tutta la band pare unirsi. La prima strofa è dolcemente commovente e voglio riportarvela per intero: "tutto l'amore che ho mostrato/dato a quelli che ho conosciuto/tutto l'amore che do/è pari all'amore che prendo/tutta la vita che ho conosciuto/data alla vita che ho mostrato/lungo il cammino". A parte le scaramucce che ci possono essere durante la prima infanzia, quello tra fratelli è un legame davvero forte: in questo caso si potrebbe infatti dire più che mai che si è dello stesso sangue. L'inconfondibile timbrica di Hinds, sempre un po' cantilenante e lamentosa, conferisce un senso d'estremo dolore al testo cantato, che induce a pensare al classico nodo che si forma in gola quando parli di qualcuno di caro che è appena dipartito. E così, immaginandoci un Hinds che deve riprendere fiato per il magone che lo assale, ecco che subentra Sanders, anch'egli in tono solenne e compartecipe del dolore del compagno. Da buon amico, è al bassista che tocca il compito di raccontare l'ultimo viaggio del defunto, ormai "libero da tutto". Nella sua "oscura caduta" verso l'aldilà, tutti lo vogliono ricordare, piangendo ma anche rammentando momenti felici, "attraverso gli occhi di un fratello", quelli piccoli e azzurri di Hinds. E così, unanime s'alza il canto "attraverso il fuoco brillano le braci [?] lasciarsi andare, il tuo spirito vola". A questo punto della canzone ci si aspetterebbe dunque un cambio, ma ecco che invece la band ci sorprende, continuando ininterrottamente questo flusso emotivo continuo. In verità il cambiamento tarda solo ad arrivare, in quanto a 2:47 Hinds si lascia finalmente andare in un assolo, melodico ma anche molto malinconico. Partendo da note mediamente non troppo alte, la chitarra simula il lamento interiore del chitarrista, ma quando raggiunge invece le vette più acute, ecco che il pianto scoppia in tutto il suo fragore, lasciando sfogare Hinds da tutto il suo dolore. Nel frattempo Sanders recita dei sognanti versetti che tratteggiano un'ambientazione onirica e vagamente spettrale ("nella luce del mattino/lo sparviero vola/quando la luna ci divora/i pianeti muoiono"), quasi a metter fine a quella che sembra essere diventata una mistica veglia funebre (i suoni di tastiera in sottofondo sono affidati ad un altro guestWill Raines). Il tutto sembra poi ritornare alla compostezza delle battute iniziali, ma un secondo assolo decreta un aumento complessivo di potenza, con lo stesso Dailor - finora abbastanza in disparte - che imprime molta più forza sulle sue pelli. Il pathos aumenta così in maniera esponenziale, irrobustendo per una ventina di secondi questa struggente "ballata del dolore e della morte", che sulle note della partitura di Sanders s'avvia infine verso un lungo epilogo, quasi alla stregua di una processione funebre che s'allontana sempre più, di cui ora possiamo soltanto udire l'ossessiva litania che si spegne gradatamente, non appena il corteo ha girato dietro l'angolo. 

Dry Bone Valley

Continuando, gli echi iniziali di "Dry Bone Valley" (Valle delle ossa aride) ci riportano piacevolmente a Damage Inc. dei 'Tallica, ma ben presto scopriamo (ovviamente) che la canzone s'evolve in maniera assai diversa da quella del combo losangelino. Per ciò che concerne il titolo, esso sembrerebbe riprendere il passo biblico della visione di Ezechiele, deposto da Dio in una pianura costellata di ossa aride. Dopo l'introduzione soft, il brano inizia propriamente con una lunga rullata - quasi marziale - di Dailor. Le chitarre costruiscono architetture che iniettano nell'ascoltatore un senso d'angoscia e di timore. Effettivamente, testo alla mano, tutta la canzone pare essere incentrata sulla paura e sui rischi, specie quelli derivanti dalla velocità incondizionata. A tal proposito i versetti iniziali non lasciano dubbi: "correndo via a testa bassa dalla bestia/la velocità a rotta di collo mi toglie il fiato". Se dunque il protagonista si trova immischiato in una situazione dalla quale farebbe meglio a svignarsela al più presto, le liriche successive confermano quanto detto ("sono venuto da te e sto correndo via da te/sento il tuo fiato sul mio collo"): ancora una volta si ripetono dunque vocaboli che rimandano - nemmeno tanto velatamente - alla velocità, alla fretta, alla foga. Il cantato è qui affidato a Dailor, anche se in questo frangente la sua voce non sembra colpire particolarmente, forse per la sua eccessiva monotonia. Se la fuga pare essere reale, nella seconda strofa assume anche i contorni di un'evasione mentale. E se la "bestia" di cui prima fosse un demone che affligge la mente del protagonista? Una linea in particolare dà adito a questa tesi. Se "né mani, né denti" (come dire "con nessun mezzo") ci si riesce a salvare da questa ossessione, ecco che i primi squilibri mentali vengono prepotentemente a galla: rumori di "ossa" che scricchiolano cominciano a sentirsi nella sua testa. A questo punto egli non se è "vivo o morto". All'interno della canzone a Sanders sono questa volta dedicati davvero pochi versetti, dandogli modo di concentrarsi maggiormente sul basso e sul groove del pezzo. Un gutturale assolo di chitarra decolla verso 2:51, ma dura davvero poco perché se ne parli di più. Dopo di questo, l'ennesima intro reprise all'interno del disco ci avvia verso il finale di un brano che lascia in ricordo davvero poco di sé, essendo così motivatamente etichettabile come autentico filler

Thickening

L'incedere claudicante di "Thickening" (Addensante) introduce una canzone abbastanza particolare, almeno stando al testo. Il brano è infatti un'ode alla figura materna, nostra procreatrice e protettrice fin dall'inizio. Leggendo le liriche è infatti difficile non carpire il senso alla base della canzone, tanto i versetti sono comprensibili e limpidi. Per calarci maggiormente nel brano è inoltre opportuno metterci dalla parte del protagonista, ovvero il lattante nella culla. Dal nostro comodo lettino a dondolo, in un ambiente "con le luci soffuse", vediamo i "lunghi capelli" di nostra madre penzolare dall'alto, quasi ad avvolgerci affettuosamente la nostra faccina. Purtroppo (ma anche ovviamente), la canzone pare però configurarsi come un lontano ricordo, non come un momento reale ("dritto dal nulla/sepolto nel profondo del mio passato"). E così, con nostalgia, ci si ricorda piacevolmente dell'"abbraccio caloroso" che ci teneva stretti e che non ci lasciava andare. Ma ci sono anche ricordi più intimi, come il "capezzolo rosa e freddo/riempito di latte materno". È sicuramente un testo molto sui generis ma, in fondo, anche per noi metallari la mamma è sempre la mamma! Musicalmente parlando, altrettanto particolare è l'introduzione in 12/8, dove alla ripetitiva chitarra fa eco il basso guizzante di Sanders. Se a Kelliher tocca sempre un accompagnamento decisamente in chiave psichedelica e visionaria, a Hinds compete per analoghi motivi la sezione solistica. La sua chitarra riprende allora il feeling dei soli più ispirati del disco, come quello della precedente "The Hunter". Alla variazione ritmica di 1:10 segue il cantato di Hinds, che incomincia un pelo dopo la svolta elettrica della canzone. Il pattern di batteria è tambureggiante, incentrato sull'utilizzo a iosa dei tom. Il ritornello, come di consueto, passa ad un'altra voce (nell'occasione a Sanders). Le sezioni solistiche si sprecano, ma quella a 2:59 è davvero quella più particolare, almeno per quanto riguarda la sonorità ricercata. Dopo ben quattro assoli in quattro minuti e mezzo di durata totale, il brano si chiude si chiude con la ripetizione della prima strofa e, ovviamente, con un ultimissimo ritornello.

Creature Lives

La decima "Creature Lives" (La creatura vive) è la prima canzone della band ad essere cantata dal solo Dailor. Sin dall'introduzione elettronica ad opera di Dave Palmer, con rumori sintetici di fondo e risate malsane, l'atmosfera si carica di uno strano mood, che riconduce agli episodi più sperimentali di band come gli Ayreon (mi riferisco in particolare al loro brano Nature's Dance). Dopo oltre un minuto di pura elettronica, Sanders attacca con un bellissimo arpeggio sul basso. Il suo strumento appare definito come non mai, producendo un suono netto, metallico e preciso. Un lieve sottofondo sostiene la partitura bassistica, mentre Dailor prova ad alzare i ritmi con dei passaggi sui tom. La canzone è tuttavia molto particolare, con un testo visionario ed insolito. Il protagonista parla infatti di una misteriosa "palude" e delle creature che lì ci vivono. La palude, notoriamente un luogo salmastro e insalubre, pare rappresentare allegoricamente l'ignoranza in cui ristagnano le persone comuni, spesso e sovente bloccate da una qual certa chiusura mentale. Esistono tuttavia altri individui che, spinti dalla voglia di sperimentare cose nuove e di fare esperienza, cercano in qualche modo d'allontanarsi dalla palude, di spostarsi cioè lontano dall'inciviltà dilagante del mondo odierno. Eppure coloro che decidono d'agire seguendo la loro coscienza non sono affatto ben visti: il "sistema" preferisce coltivare una massa amorfa d'individui standardizzati. E così, ovviamente, coloro che stanno bene nella "palude" sono del resto proprio gli ignoranti, incapaci di decidere con la loro testa e che preferiscono piuttosto farsi pilotare da (pochi) altri. Proprio per questo motivo, essi sono i primi a deridere chi invece vuole distinguersi dal coro. Su di questo scenario, il protagonista della canzone assiste alla cacciata di un essere dalla suddetta palude, allontanato da quelli che possiamo chiamare i "suoi simili" (anche se di simile, effettivamente, hanno ben poco). Colui che parla è presente quando la moltitudine denigra il "diverso" ("li ho sentiti ridere e dire/che a loro non era mai piaciuto"): questo è un comportamento tipico di quelli che ti stanno attorno, ma che in realtà non nutrono reale interesse nei tuoi confronti, e così, alla prima manifestazione della tua "diversità", cominciano a gettarti addosso infamia e discredito. Questi "piccoli esseri" (in senso dispregiativo) non hanno orecchio alcuno per star a sentire eventuali lamentele, nemmeno quando il protagonista accorre in aiuto del reietto ("ho provato a parlare con loro/ad aiutarti a stare sulle tue gambe/loro mi hanno riso in faccia e detto/che il mio posto dovrebbe essere la palude"). E allora che fare? Non bisogna arrendersi, proprio no. Bisogna anzi continuare sui propri passi, più forti di tutto e di tutti, e cercare in questa landa desolata - il mondo imbarbarito d'oggi - gli altri nostri simili. Solo così potremmo realmente vivere in maniera autentica, e non limitarci a sopravvivere. Dal punto di vista lirico, il cantato di Dailor - che subentra solo verso il secondo minuto - è estremamente anthemico e solenne. Il suo sembra essere un canto alla purezza della vera vita ed al rifiuto della facile ignoranza. Con questo incedere quasi liturgico - in cui effettivamente sono presenti dei simil-cori di giubilo -, a 2:33 s'inserisce la potenza melodica dell'intera band, con le chitarre a tratteggiare una melodia dolce, a tratti infantile, ma che spiazza per efficacia e bellezza. È un brano estremamente particolare, ma anche altrettanto ispirato e a suo modo galvanizzante. Non sono presenti grandi orpelli tecnici - pure l'assolo è estremamente semplice -, ma tuttavia la canzone si presenta congegnata ottimamente e meravigliosamente performata. Uno dei più bei ricordi dell'album.

Spectrelight

Con la successiva "Spectrelight" (Luce spettrale) ritorna l'ospite fisso di ogni disco dei Mastodon: Scott Kelly dei Neurosis. Il guest affianca infatti Sanders nel cantato di una canzone che sembra rimandarci nuovamente alla potenza esplosiva di Leviathan. Nel corso del nostro ascolto, nonostante un buonissimo avvio, notiamo che il disco ha poi patito di un momento di stanca nella sua parte centrale, dove si sono alternati brani più memorabili ad altri effettivamente insipidi. Per fortuna con la precedente canzone si è potuti assistere ad una nuova impennata qualitativa, ed ora grazie a Spectrelight possiamo anche dire che è ritornata la pura potenza sonora. La canzone non bada a fronzoli: non s'avvale infatti d'introduzioni più o meno lunghe, o di altri espedienti di vario tipo. No. A Dailor bastano i canonici tocchi sul charleston per dare il via ad un macello sonoro, in cui le chitarre sono impastate come non mai. Le loro distorsioni sono potenti ed affilate, così come le due asce sono esclusivamente dedite alla vigorosità. La robustezza del riffing e del groove è il dettaglio che più salta alla vista. La stessa voce di Kelly, molto raschiata ed abrasiva, corrode le nostre orecchie con il suo cantato da bava alla bocca. A Sanders spetta invece il compito d'"aprire" il chorus, dilatando la melodia vocale finora intrapresa dal suo collega ed amico. Grazie a questo espediente il ritornello si presenta quindi meno spigoloso e certamente più fruibile da un punto di vista meramente melodico. Il tiro della canzone è sempre elevato, non ci sono momenti di pausa. Quando il brano sembra chiamare un cambio, ecco che i Nostri pigiano a fondo sull'acceleratore, regalandoci un trip di pura arditezza sonora (specie se osserviamo il pattern del batterista che comincia da 1:15). La canzone è un continuo divenire, e si può dire certamente che poggia bene sulle basi della più fertile ispirazione. Lo stesso riffing si evolve in maniera continua, senza mai subire un qualche tipo di forzatura. Non manca proprio niente: doppie voci, songwriting che trasuda ferocia, imprevedibilità della ritmica, stacchi. L'unica cosa che in effetti manca è un assolo, ma dinnanzi a tanta bellezza non stiamo qui a fare i pignoli. Dal punto di vista testuale, la canzone presenta invece un apparato lirico non di primissimo ordine, andando a ripescare tra le tematiche fantasy. Questa impressione sembra trovare conferma sin dalla prima strofa, ovvero quando Kelly affresca un quadro spettrale, descrivendo un'ambientazione tanto oscura quanto occulta ("uccelli di fuoco volano/bruciano le tue interiora"). Richiami ad un oscuro "percorso" (chi sa verso quale mistero?) si palesano dinnanzi ai nostri occhi spaventati, rischiarati solamente da una "luce spettrale", proprio quella che caratterizza l'"aldilà". Il verso "proviene dall'oceano/un dono del mare" sembra rievocare lontani rimandi a H.P. Lovecraft, scrittore quanto mai sfruttato (se non addirittura abusato) in ambito metal. Tutto il resto delle liriche rimanda poi a figure oscure e maledette, spaziando dagli "occhi vuoti" che ci spiano alle spalle, fino ad arrivare alla "morte della divinità" tra mille "anime dei caduti". Per concludere, è doveroso tanto soffermarsi sulla bellezza prettamente musicale della canzone, quanto sull'enigmaticità del testo, che presenta sovente passaggi di difficile comprensione ed interpretazione. 

Bedazzled Fingernails

Con l'inizio della successiva canzone, "Bedazzled Fingernails" (Unghie accecate), un eclettico riff di chitarra comincia a ripetersi in maniera ossessiva nella nostra mente. Il suo essere catchy è probabilmente dovuto alla sensazione di come esso sia in qualche maniera "monco", o meglio mancante di completezza, oltre che incredibilmente dispari. Sanders ritorna ad essere l'unico vocalist, ma non è questa la canzone più adatta per gettare fuori tutta la sua rabbia. Il brano pare infatti concentrarsi maggiormente sulla sperimentalità, e i synth del redivivo Rich Morris confermano quanto detto (1:06). Questi suoni sinistri e malvagi, degni realmente di un b-movie, arricchiscono la verve del riffing, specie in quei momenti dove ci appare più scalmanato. Il brano è comunque un ibrido, motivo per cui compie voli pindarici da una sezione all'altra, apparentemente senza alcuna connessione logica. Similmente alla traccia precedente, anche qui non è presente alcuna sezione solistica di chitarra, e pure il testo che accompagna la musica non è poi così chiaro. Se il titolo è dunque traducibile con qualcosa come "unghie accecate", le liriche non sono in effetti molto d'aiuto a coglierne il senso. Il concetto soggiacente alle parole maschera infatti un senso di velata violenza ("prendendo una vita/la vedo lampeggiare davanti ai miei occhi") oltre che di potenza ("dato e preso/siamo pieni d'orgoglio/tutto è dimostrato nel tempo"). Quello che potrebbe essere paragonabile ad un chorus è di fatto la sezione più melodica della canzone, quella più facilmente assimilabile (0:30). In questo frangente si manifesta l'intenzione del protagonista nel pretendere d'essere lasciato stare ("lasciatemi a terra/rimango dove sono"), anche se non si riesce a capire il motivo della decisione. Con un testo che si compone di poche strofe - molte delle quali ripetute -, la canzone si protrae per circa tre minuti senza colpire particolarmente, ma nemmeno passando del tutto inosservata. Se non si tratta di filler, però, poco ci manca.

The Sparrow

Eccoci giunti all'ultima canzone, la finale "The Sparrow" (Lo sparviero) già incontrato nella title-track. La canzone conclusiva di quest'album, coi suoi 5:31, è anche la più lunga dell'intero pacchetto, pur senza raggiungere tuttavia le inarrivabili vette di alcuni brani degli album precedenti (come The Last Baron oppure Hearts Alive). Sempre sulla scia del brano che dà il nome a questo disco, The Sparrow nasce da un delicato arpeggio di chitarra acustica, su cui s'installa l'altra chitarra elettrica. Pure il basso sembra recitare un ruolo di prim'ordine sul registro melodico, con alcuni licks davvero ispirati. Dopo un minuto di distesa introduzione, accarezzata dai suoni ipnotici di Will Raines, la voce (ottenuta da una miscela di tutti componenti della band) recita un unico versetto lungo tutta la canzone, fatto che la rende quasi uno strumentale. Eppure le parole in questione sono dense di significato emotivo: la canzone è infatti dedicata alla moglie del contabile della band, venuta da poco a mancare per un cancro allo stomaco. Stando a quanto ci è lecito sapere, le uniche parole della canzone - "raggiungi la felicità con diligenza" - erano quelle che formavano il motto della donna, fornendoci pure uno spaccato della sua morigeratezza e sobrietà. E così la band, come tributo, non fa che ripetere questa frase. Nel farlo, non lo fa però con ossessione. Tutt'altro. Il versetto è ripetuto solo sei volte, in maniera rilassata e conciliante, quasi a convincere l'ascoltatore della intrinseca bontà di quelle parole. Dopo una prima parte di canzone piuttosto calma, il brano sterza imperiosamente a 2:22, quando s'aggiungono diverse saturazioni nell'aria incensata che stiamo respirando. A scomparire è la sola chitarra acustica di Kelliher, che così ha modo di riprendere in mano la sua Gibson ed aumentare la carica patetica della canzone. Dal nulla - a 2:53 - fa capolino l'ultimo assolo della canzone, sempre ad opera di Hinds. Il suono della chitarra è sì distorto, ma addirittura quasi elettronico, risultando molto plastico e surreale. Il groove sottostante, sebbene non sia forsennato, è in linea coi vecchi principî della band, ovvero quando la melodia si piegava ai dettami della audacia compositiva. L'assolo si protrae per circa quaranta secondi, prima che ritornino i cori a dilatare lo spazio-tempo attorno a noi. Il brano assume allora i contorni di una nave alla deriva, nel mare dell'oblio. I sinistri echi di Raines donano una preziosità in più a questa sensazionale composizione, anche se è tutta la band ad esprimersi davvero a livelli davvero alti. Sul finale, per terminare il discorso, degli stacchi sembrano presagirci che il momento conclusivo di questo The Hunter si sta avvicinando sempre più, coi synth di Raines che pulsano in maniera incontrollabile dentro le nostre tempie. Alla fine saranno solo i piatti e i lunghi strascichi delle chitarre a porre realmente la parola "fine" alla composizione. Eppure, quando tutto sembrava definitivamente concluso, i Mastodon ci regalano un ultimo, estatico coro: "raggiungi la felicità con diligenza". E così sia.

Conclusioni

Eccoci arrivati al momento di tirare le somme. Dei miei ipotetici detrattori potrebbero dire che ho seguito un percorso alquanto incongruente nell'analizzare il disco. Partendo da un'introduzione in cui - è vero - non ho risparmiato critiche alla band, con l'ascolto dei brani si è venuta a consolidare un'impressione decisamente positiva del disco. A tal proposito io mi ero comunque premurato di mettervi in guardia rispetto a questo The Hunter. Avevo detto che sì, c'erano motivi per cui andare delusi, ma anche che comunque non si trattava di un brutto lavoro. Ed un'analisi il più quanto possibile obiettiva ha dato ragione a questa mia tesi. Dati alla mano, The Hunter è infatti un disco che inevitabilmente segna una svolta importante nella carriera dei Nostri. Sebbene non cancelli il passato (quello no, non potrebbe mai scomparire), questo disco ha il dovere di rinfrescare la proposta di una band attiva ormai da dieci anni. Ci può in effetti stare che, dopo tre masterpiece indiscussi del genere, i Mastodon nel 2011 fossero a corto d'idee, e quindi perché non tentare qualcosa di diverso, anche se di più abbordabile? D'altronde a loro non possiamo recriminare proprio nulla: a loro favore gioca infatti l'aver saputo inventare da zero una proposta musicale, la quale ha conseguentemente dato poi molto ai Nostri, rendendoli una di quelle rare band distinguibili in pochi secondi. Per quanto riguarda i pareri del settore critico, il disco ha comunque riscosso generalmente ottimi consensi. Colui che forse ha colto meglio nel segno pare essere stato il critico Jordan Munson, che scrive per il sito Under the Gun Review. Con poche, efficaci parole ha affrescato uno spaccato della band nel 2011: una band che ha "messo a segno un altro grande colpo", ma soprattutto - mi piace sottolinearlo - una band che "ancora una volta ha fatto un passo oltre qualsiasi ostacolo loro percepissero". Se vogliamo, i Mastodon versione-The Hunter sono quanto di più vicino all'ascoltatore. Se da una parte i loro dischi precedenti - per quanto belli - vivono a se stanti, irraggiungibili nella loro perfezione, dall'altra The Hunter è un album più impulsivo, se volete inaspettato, ma comunque molto più "umano" dei precedenti. Però, d'altro canto, anche AllMusic non si esime dal sottolineare la svolta più commerciale della band. Nel farlo, il recensore James Christopher Monger colpisce al cuore del segreto di questo album. Queste le sue parole: "il suono sempre più accessibile dei Mastodon potrebbe comunque non portar loro a piazzare subito una hit, ma brani come Black Tongue, Curl of the Burl e Blasteroid [?] mostrano la volontà di scrivere entro i parametri del lato oscuro della pop music del ventunesimo secolo". Parole a mio modo azzeccatissime. Giusto prima di concludere, voglio ancora ricordarvi che The Hunter, oltre ad essere stato eletto "album dell'anno" da numerose riviste musicali e non (anche dal Times), presenta una versione deluxe arricchita di altri due brani, The Ruiners e Deathbound. Quest'ultima, in particolare, è un'altra rarità all'interno della discografia della band, dal momento che le sue liriche sono affidate esclusivamente al chitarrista ritmico Bill Kelliher. Per concludere questa nostra recensione, voglio invitarvi ad ascoltare questo The Hunter. Innanzitutto perché non è un album difficile da digerire, anche se una/due canzoni avrebbero potuto tagliarle tranquillamente. È un disco che sicuramente, a livello di liriche, saprà emozionarvi; a livello musicale, invece, come ogni altro lavoro della band, vi gaserà non poco. Non partite prevenuti e nemmeno aspettatevi il medesimo sound del passato: questi sono i nuovi Mastodon e dobbiamo farceli andare così come sono, coi loro pregi (tanti) e coi loro difetti (pochi). Dico che "dobbiamo farceli andare" perché, in fin dei conti, noi, il pubblico, siamo le cosiddette "prede" del mercato discografico, mentre l'enorme mastodonte è il nostro Cacciatore. Riusciremo a salvarci dalle sue fauci?

1) Black Tongue
2) Curl of the Burl
3) Blasteroid
4) Stargasm
5) Octopus Has No Friends
6) All the Heavy Lifting
7) The Hunter
8) Dry Bone Valley
9) Thickening
10) Creature Lives
11) Spectrelight
12) Bedazzled Fingernails
13) The Sparrow
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