MASTODON

Remission

2002 - Relapse

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
28/04/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

A soli 14 anni dalla loro fondazione, i Mastodon sono considerati a tutti gli effetti una delle metal band più importanti dell'ultimo decennio. Questa rilevanza è a loro ascritta, in primo luogo, per l'audace genere musicale proposto: partendo da matrici sludge, tipiche delle zone di provenienza dei quattro musicisti, i Mastodon hanno elaborato il loro sound rendendolo assolutamente progressive, ma questa definizione non è da considerare nella sua più moderna accezione: non è infatti un prog metal freddo e ipertecnico, ma è da intendere nella sua variante più psichedelica ed allucinata. Di per sé, dunque, la commistione sludge/progressive sarebbe già bastata per distinguersi dal panorama metal di quegli anni. Eppure, in secondo luogo ma strettamente connesso al primo punto, i Mastodon hanno saputo non solo differenziarsi, ma anche abilmente svettare da tutta quell'ondata definibile New Wave of American Heavy Metal, che anni prima aveva incominciato a dare nuova linfa al metal ottantiano che andava esaurendosi. L'evidenza di questa loro abilità risiede nel fatto che, quando ancora oggi ascolti i Mastodon, capisci subito che sono loro, un po' come accade quando si guarda un logo famoso ed immediatamente lo si identifica con il brand relativo. Nel nostro caso, il loro sound è addirittura identificabile anche da un primo rapido ascolto, fatto che certamente contribuisce - e non poco - alla notorietà di un gruppo. La band, che ha mantenuto la stessa line-up fino ad oggi (Troy Sanders al basso e voce, Brent Hinds alla chitarra solista e voce, Bill Kelliher alla chitarra ritmica, Brann Dailor alla batteria) ha dovuto tuttavia lavorare di lima e scalpello perché, partendo dalla particolare miscela di cui sopra, si sono letteralmente evoluti ad uno stadio musicale successivo, assolutamente innovativo e personale. Si aggiunga che, oltretutto, i ragazzi partivano da radici simili, ma non identiche: c'era chi proveniva da realtà estreme in senso death (Dailor e Kelliher suonavano assieme nella technical death metal band Lethargy, oltre che nell'ensemble noisecore Today Is the Day), chi in senso sludge o addirittura grindcore (Sanders e Hinds facevano parte dei Four Hour Fogger, mentre il bassista già mandava avanti il progetto, tutt'ora attivo, dei Social Infestation). Chi apprezza i Mastodon per i loro ultimi lavori, con Remission, il loro debut del 2002, conoscerà il loro lato più grezzo e propriamente metallico, perché il disco è ancora molto ruvido rispetto alle perle psichedeliche che ci saranno, ad esempio, in Crack the Skye. Diciamo che questo disco rappresenta la parte di carriera maggiormente influenzata dalla matrice sludge/hardcore, e ciò lo notiamo chiaramente dalla produzione (molto distorte le chitarre, basso quasi sempre in overdrive, sound di batteria scarno e volutamente retrò). Allo stesso modo le vocals sono affidate allo screaming molto peculiare di Sanders, sempre molto corrosivo. Col passare degli anni e dei dischi, mentre alcune caratteristiche verranno mantenute (la batteria di Dailor rimarrà sempre la stessa), altre scompariranno (il basso alternerà parti pulite ad altre distorte, la voce abbandonerà in maniera netta le parti in screaming a favore di una doppia timbrica, al contempo armonica ma anche dissonante). Questi tratti hanno contribuito così a definire quel sound che, come dicevamo prima, ha contraddistinto fin da subito la band. Non tutti sanno che però fu il destino a volere questo Remission: infatti fu proprio grazie ad una coincidenza - leggasi concerto degli High On Fire - che i nostri s'incontrarono ad Atlanta. Sia Kelliher che Dailor si erano entrambi appena trasferiti nella capitale della Georgia, ma fu sicuramente al batterista che questo spostamento giovò maggiormente. Il venticinquenne musicista, infatti, non era ancora uscito dal trauma della perdita della sorella Skye, suicidatasi circa dieci anni prima. Raggiunta una fase d'indipendenza, il giovane batterista optò per un trasferimento, quasi un tentativo di fuggire da quel tragico gesto che, ancora oggi, definisce come il momento più sconvolgente della sua vita. Noi che altro non siamo se semplici ascoltatori di metal, non possiamo che ringraziare Atlanta per aver in qualche modo appacificato il dolore di Dailor, permettendogli di dedicarsi anima e corpo al progetto Mastodon. L'artwork di questo primo loro lavoro, ad opera di Paul Romano, ben esprime la forte tensione emotiva che questi ragazzi serbavano dentro: la copertina reca infatti uno straziante cavallo che sta bruciando vivo, arso dalle fiamme di un olocausto nucleare. L'oscurità del contesto, i colori violacei ed oppressivi, il realismo delle carni e dei muscoli divorati dalle lingue di fuoco sono tutti fattori che sottolineano il mesto umore che aleggia sulla composizione. L'idea di questo impressionante soggetto è nata da un sogno di Dailor in cui, manco a dirlo, compariva la tanto cara sorella Skye. 

Il disco comincia con "Crusher Destroyer" (Pressa distruttrice), o meglio si apre con il famoso ruggito del Tyrannosaurus rex del film Jurassic Park, sotto il cui fragore sentiamo appena la voce di Lex, la giovane protagonista che chiama terrorizzata il fratellino Timmy. Dopo questa fugace introduzione, un riff di chitarra schizza impazzito tra un marasma caotico di velocissimi fraseggi di batteria. Dailor, il drummer, rivela fin dall'inizio le sue forti influenze jazz, mentre le chitarre di Hinds e Kelliher si dilettano in riff pesanti che non danno possibilità di prender fiato. Crusher Destroyer è una canzone abbastanza corta e dunque è giusto che giochi le sue carte basandosi esclusivamente sul notevole impatto che la band ci offre. Un discorso particolare va fatto per il testo di questa canzone, così come per le restanti opere della band di Atlanta. Il combo statunitense è infatti autore di testi assai ermetici di difficile decifrazione: le interpretazioni delle canzoni possono dunque essere differenti, tant'è che ogni ascoltatore può vederci dentro determinate particolarità. Nel caso di Crusher Destroyer, le liriche sembrerebbe stessero parlando dell'istinto animale, incontrollabile e selvaggio, che ben ricalca il tema distruttivo che già ci comunica il titolo molto esplicito. Le vocals sono affidate a Sanders, quello tra i due singer che possiede il timbro più sporco. Musicalmente il brano è molto diretto, anche se strutturato in maniera non estremamente complessa; intricate sono invece le partiture musicali. Con un breve assolo che a stento emerge dal riffing chitarristico, il pezzo si chiude dopo due minuti esatti e lascia spazio ad una delle hit di quest'album. Il secondo brano è "March of the Fire Ants" (Marcia delle formiche di fuoco), bellissima canzone quasi del tutto strumentale, data l'esiguità del testo. Dopo una serie di stacchi granitici che aprono la traccia, è una distortissima chitarra a tracciare una malata melodia, scandita dal rullante del funambolo dietro le pelli, che darà in questa canzone davvero il meglio di sé. Le tematiche qua virano su lidi meno trasparenti, lasciandoci una descrizione ambientale quasi surreale, dove i cuori sanguinano e le acque del mare divengono gialle. Il ritornello è estremamente complicato da esplicitare: ossa e lapidi funeree si susseguono in una non meglio precisata sequela, fatto che - implicitamente - sembra voler conferire maggior risalto alla struttura musicale piuttosto che enfatizzare il testo. Dopo una identica doppia sequenza di verso e ritornello, ecco che la canzone entra nella sua fenomenale parte centrale, dove le chitarre si esibiscono sì in una bellissima parte melodica ed armonica, ma è la batteria a rubar loro la scena. Qui Dailor si supera ancora una volta di più, con delle sequenze mai del tutto identiche, che esaltano la sua precisione nel tocco. La classe non è acqua, signori, e qui potrete constatarla con le vostre orecchie. In questa sezione, molto pesante nelle sue venature estremamente metalliche, sono emblematici i cambi di tempo: assolutamente memorabile è il passaggio al minuto 3:56, dove il fantasioso drummer stupisce l'ascoltatore e stravolge la normale andatura del brano. March of the Fire Ants è una delle canzoni davvero imperdibili di questo full-lenght. Chitarre acuminate e piatto ride di batteria introducono la terza traccia, "Where Strides the Behemoth" (Dove passa il Behemoth). Il successivo riffing è furioso ed arrembante mentre, quando entra il cantato, la voce è accompagnata dalla chitarra solista, che per così dire le "fa il verso". La prima stanza della strofa è separata dalla seconda da un breve break dove risaltano dei cori violenti. A metà canzone (1:34) viene ripresa l'intro, questa volta però con l'aggiunta di tutta la batteria a supporto del ritmo. Senza il minimo passaggio, a 1:45 un break di basso pesantemente distorto ha il compito di portare la canzone sulla terza ed ultima strofa, in cui si conclude quella che sembrerebbe una confessione di vita del protagonista, attanagliato da un passato che non ne vuole sapere di andarsene via (inquietanti dettagli - come il prete a fianco del letto - lasciano presupporre che il protagonista sia disteso e morente). Dopo la confusione generale dell'ultima parte del terzo verso, la canzone stempera un po' i toni e riprende un potente riff, atto a concludere la composizione. "Workhorse" (Cavallo da lavoro) è la quarta traccia e fin dalla sua roboante intro ci si aspetta un brano di estrema violenza. Tuttavia i nostri ci dimostrano di saper stupire, riproponendoci la medesima linea musicale dell'intro ma in chiave più melodica, con la batteria che mantiene un ritmo tranquillo, sebbene sia sempre estremamente variegato: in questo modo viene evitato completamente quello che l'ascoltatore si aspettava. Il cantato, affidato questa volta a Hinds, si distanzia da quanto sperimentato finora, avvicinandosi piuttosto ad una forma prossima all'hardcore, con la voce che appare leggermente filtrata. I testi fanno cenno agli sforzi fatti in vita ed a quel preciso momento in cui ti giri indietro per vedere quanto hai davvero fatto, tracciandone un bilancio. Il titolo in sé fa riferimento al cavallo da lavoro, che dall'alba dei tempi ha sempre aiutato l'uomo a lavorare la terra, spesso sostituendolo in compiti sfiancanti. La parte canora è estremamente furente: così come i cavalli schiumano sotto sforzo, vien persino da figurarsi il singer con la bava alla bocca, talmente trasuda rabbia dalle sue linee vocali. Le strofe cantate sono ripartite prevalentemente nella prima porzione della canzone, mentre la seconda è invece occupata da derive strumentali. A 2:01 inizia una sezione più terremotante, in cui le chitarre sono più marcate e meno elaborate nelle partiture. Il finale vede ripetersi ossessivamente la stessa nenia chitarristica, prima che una parte cantata indirizzi la canzone ad una fugace intro reprise, che conclude la canzone. La quinta traccia porta il titolo di "Ol'e Nessie", brano piuttosto lungo rispetto alla media del disco. L'ol'e del titolo un'abbreviazione di old e, a sua volta abbreviamento di Old English, antico liquore di malto. Le sue liriche sono tra quelle di più difficile interpretazione dell'intero disco: tra "consensi dei maestri" ed un "dolce amore perduto", la decifrazione si fa davvero difficile. Esemplari sono i versetti "il tempo di salpare/mi tiene a terra", che presentano un notevole ossimoro. A cosa vorrebbero alludere? La canzone è aperta da un lungo arpeggio, che all'inizio sembra imitare suoni spaziali e digitali. Ben presto però entra anche la sezione ritmica, dilatando quasi all'infinito la soluzione chitarristica, i cui unici cambi sono quelli di tonalità. L'arpeggio varia definitivamente a 1:33, dando l'impressione che il brano possa essere una ballata decisamente alternativa. L'impressione viene però smentita esattamente un minuto dopo, quando irrompe un potentissimo - e distortissimo - muro del suono, con il solito Sanders a sgolarsi in liriche che sanno tanto di disperata indecisione sul partire o meno. I ritmi sono assolutamente più rallentati rispetto le precedenti composizioni, però anche qui i Mastodon dimostrano tutta la loro caparbietà: belle melodie - anche se dissonanti - sono scandite con estrema precisione dal batterista, così come il sound stravolto degli strumenti d'accompagnamento inspessisce il groove della canzone. Un break melodico centrale sembra far respirare per un attimo l'ascoltatore, che rischia sennò di morire soffocato sotto le coltri di oppressione sonora scaturite da questo album. Una seconda strofa - identica alla prima - trasporta il brano verso la sua conclusione, dove è ancora una volta un arpeggio a chiudere l'atto. La sesta canzone, "Burning Man" (Uomo che brucia), è dotata di un testo molto angoscioso, che narra appunto di un uomo che sta bruciando. Questa strana figura, forse purificatrice grazie all'elemento che la connota, fa da contraltare al protagonista, che emerge precisamente nel versetto "purificando la mia vergogna". Che sia dalla ignominia che ci si deve depurare? Una schitarrata di hardcoriana memoria introduce un brano sparatissimo, con il drummer che sta giusto in bilico tra un tupa-tupa ultrasonico ed i blast-beat più estremi. La chitarra solista accompagna il groove con semplici melodie, ma questo è un brano incentrato sulla potenza, quindi occorrono anche potenti vocals, affidate ancora al ruggito di Sanders, che opta in favore di un tono più roco e meno urlato. Le linee di batteria, che nei versi hanno già rallentato, si fanno nuovamente complicatissime, così come intricati appaiono i giri della chitarra solista. A 2:23 un buonissimo riffing di chitarra, vagamente thrasheggiante, fa pigiare Dailor sull'acceleratore, improntando la chiusura con maggiore - se possibile - furia metallica. Burning Man è un brano davvero corto (2:47), ma altrettanto esplosivo, incastonato tra due brani decisamente più lunghi. La successiva traccia è "Trainwreck" (Rottame di treno), altro brano di maggior durata rispetto alla media. Rumori ambientali di una stazione ferroviaria anticipano un oscuro arpeggio in clean. Una stridula chitarra solista entra in sordina, e con lei anche tutta la sezione ritmica. Il beat di Dailor è calmo e ragionevole, anche se sempre molto dispari. A 2:11 si conclude questa lunga introduzione e, dopo un tocco sul charleston, i suoni diventano più pesanti, più distorti e più soffocanti. Il mood che si respira non è certo dei più distesi, grazie anche a delle vocals maggiormente sgraziate e sofferenti. Il brano è ampiamente condizionato dalla matrice sludge, con un corposo armamentario di riff accompagnato da una batteria sempre molto chirurgica. Le liriche sembrano meno distaccate dal contesto reale, anche se non meno ermetiche. Antitesi e suggestive immagini ci presentano una stanca figura, immersa in una landa tenebrosa ed inospitale, della quale riesce comunque ad apprezzarne il valore. A 4:33 un break chitarristico spezza lo strascicato ritmo ed al contempo le vocals fanno trasparire maggior cattiveria. Con un basso che ruggisce, il brano s'addentra verso il suo finale, non prima però di essere passato per una sezione strumentale molto pestata. A 5:53 i ritmi si sveltiscono quel tanto che basta per sterzare impetuosamente, avviando il brano verso una conclusione briosa, dove Dailor sferza addirittura con effimeri blast-beat. La chiusura propriamente detta è invece affidata ad un ultimo gorgo elettrico, che trangugia tutto fino al silenzio più assoluto. Ottava traccia è "Trampled Under Hoof" (Calpestato sotto lo zoccolo), introdotta da un riffing arzigogolato ma abbastanza musicale. Il verso cantato è invece assolutamente dispari ed è davvero dura seguire il filo del discorso. Il lavoro di drumming è - ancora una volta - impressionante per irregolarità, oltre che per precisione e velocità esecutiva. Mi sembra di stare a ripetere le stesse cose, ma è la pura verità! A parti più scriteriate s'alternato riff più chiari, dove tuttavia Sanders rimane feroce nel cantato: le sue liriche misteriche con cenni ad insolite visioni tengono banco in tutta la traccia. Singoli vocaboli costituiscono interi versetti. A volte, infatti, la forza evocativa di un singolo termine vale più di mille giri di parole: ecco che "nascita" - seguita da "piano originale" - assume un significato quasi biblico, non certo scevro di un orfico esoterismo. Un melodico break centrale lascia coinvolgere maggiormente l'ascoltatore, prima che venga nuovamente sconvolto dalle dure vocals. Successivamente, solo per le melodie, le chitarre si sdoppiano armonicamente, con un effetto riempitivo che rischia però di perdersi nel rumoroso fondale. Con "Trilobite" (Trilobite), nona traccia, ci si addentra nel trittico finale di Remission. Un lunghissimo primo arpeggio, che tanto ricorda il desert sound, sembra catapultare i quattro georgians dall'altra parte degli States, direttamente a Palm Desert, California. Un alone inquietante sembra però aggiungersi all'arido flavour di cui sopra. Come già molte altre volte in quest'album, l'arpeggio introduttivo lascia ben presto spazio ad un groove elettrico decisamente fitto ed imponente (0:44). Lo strascicato incedere delle strofe si inceppa ancor di più quando entra il cantato, sillabato con forti accenti a scandire il ritmo dei versi. Terminata questa prima strofa (il cui testo argomenta di anime e di dimensioni eteree), un nuovo e suggestivo arpeggio addolcisce la composizione, lasciando tuttavia un sentore agrodolce. La punta amara è tratteggiata infatti da questa atmosfera secca e brulla, ed in questo contesto "desertico" ci sta bene il nome del fossile del titolo. La trilobite era infatti un artropode marino che abitava i mari dell'era paleozoica: paradossalmente, però, oggi le si ritrovano anche in zone desertiche, che anticamente erano occupate invece dagli oceani. Il suono "polveroso" ben trasfigura il pulviscolo rossastro che ricopre il nostro fossile appena riportato alla luce dopo milioni di anni. Una seconda sezione (identica alla prima) strùttura la canzone sino alla fascia centrale (da intenditori il gustoso controtempo di batteria a 3:09), occupata di nuovo dagli arpeggi. Il medesimo pattern viene poi trasposto in chiave distorta (4:04), quando il singer sembra urlare minacciosamente ad una ben precisa persona di ricordarsi "di quando erano sedicenni" (anche se l'interpretazione rimane ancora estremamente indecifrabile). A 4:41 la canzone varia ancora una volta, dimostrando di essere ben strutturata e collegata. Ora tocca alle chitarre tracciare melodie desolate, che si riscaldano sotto il sole cocente del deserto. Un ultimo arpeggio confeziona infine questa lunga traccia. "Mother Puncher" (Madre picchiatrice) è la decima canzone in scaletta. Fin dall'inizio si nota che i ritmi sono decisamente cambiati. A tratti sembra di essere ritornati alla prima parte dell'album, quella più decisa, con meno spazi lasciati alla psichedelia. Oltre al solito egregio lavoro ritmico, le chitarre si divertono a tracciare bizzarre linee melodiche. Il riffing dispari è parecchio curato ed elaborato, mentre quando entrano le vocals tutto sembra rallentare, con una strizzata d'occhio verso tinte più groove. Il basso procede sempre in overdrive, sottostando a delle chitarre che sembrano concedersi anche qualche parte solistica. Mother Puncher è un brano in continuo divenire: le strutture infatti non vengono mai ripetute più di una volta, ma anzi ne seguono sempre di nuove. Per quanto riguarda il testo, le liriche ricalcano per l'ennesima volta la falsariga delle altre, questa volta affrontando però tematiche d'odio. Il protagonista accusa il suo interlocutore di mostrarsi indisponente per un cambiamento. Allo spassionato consiglio di "saggiare il destino", ne segue un secondo molto più brutale: "dare la caccia" ed "impiccare" chiunque gli si ponga contro per metterlo in difficoltà. Eccoci giunti alla conclusiva "Elephant Man" (Uomo-elefante), unica traccia strumentale del disco. L'origine del titolo si rifà al (dispregiativo) soprannome che era stato affibbiato a Joseph Carey Merrick (1862-1890), divenuto tristemente famoso nell'Inghilterra vittoriana a causa della sua brutale deformità. Per le sue tristissime vicende personali rimandiamo alla pagina di Wikipedia, qui basti sapere che era affetto dalla sindrome di Proteo (il dio greco che mutava forma a piacimento) e, probabilmente, anche da neurofibromatosi. Queste due gravi malattie l'avevano completamente deformato (tranne che il braccio sinistro ed i genitali), ingigantendogli specialmente la testa, non permettendogli nemmeno di dormire disteso. Forse è stato proprio questo gesto - nel disperato tentativo di imitare le movenze delle persone normali - che lo portò a morire per soffocamento a soli 27 anni. A Merrick i Mastodon han dedicato ben tre brani, con gli altri due contenuti nei successivi album Leviathan e Blood Mountain. Tornando al brano, la canzone inizia con un forte soffio di vento, attraverso il quale si fanno sempre più distinte le note di un arpeggio di chitarra. Tocca poi alla sezione ritmica entrare dolcemente a canzone già iniziata. L'atmosfera è rilassata ma non del tutto tranquilla, quasi come se ci si aspettasse un improvviso e brutale stravolgimento. A 2:28 subentra un assolo di chitarra, che ben presto sbiadisce tra i suoni puliti dell'accompagnamento. A 3:21 tutto si fa più distorto e pesante, con annesso un assolo molto appassionante e visibilmente blues. Sulle sue note la canzone avanza imperterrita verso il finale, dove tocca al vento ingoiare tutta la musica. A 5:37 scompare ogni corrente d'aria, lasciando proseguire la traccia nel silenzio più totale, ma a 6:40 un improvviso rumore ci coglie di sorpresa, cessando poi di colpo al minuto 8:02, quando si conclude effettivamente la canzone. 

Tirando le somme, l'album appena ascoltato risulta ancora un po' acerbo, soprattutto dal punto di vista del songwriting. Ma badate bene: la band non dimostra affatto di avere le idee confuse, ma a volte si ha comunque l'impressione della ripetitività di alcune soluzioni. Remission possiede poco o nulla delle idee che saranno poi alla base dei successivi masterpiece della band. Qui, infatti, la vena musicale preponderante è quella della pura violenza sonora: sotto questo profilo risultano ancora acerbe le derive progressive che invece costituiranno il marchio di fabbrica nei successivi lavori. Sotto un altro aspetto, è anche del resto vero che Remission rappresentò l'entrata in scena di una band nuova, portatrice di un sound inedito, e di questo bisogna darne atto: se la cosa è già possibile intuirla con questo album, figuratevi con la successiva sfilza di capolavori. In conclusione, quello che pare chiaro agli occhi di tutti è che Remission sia decisamente un album sui generis rispetto al percorso che intraprenderanno i Mastodon da lì a poco. Al pari delle loro ultime due fatiche, The Hunter (2011) e Once More 'Round the Sun (2014), Remission è l'unico disco a non rappresentare un concept album. Presumibilmente, con il loro secondo album (Leviathan, 2004), i Nostri vollero intraprendere un discorso maggiormente sofisticato e lungimirante, che altrettanto probabilmente si è concluso in maniera definitiva con l'ultimo dei concept pubblicati, Crack the Skye (2009). Remission servì, per così dire, a gettare le basi, a testare quanto sarebbe stato sperimentato più tardi. Remission fu la "creta da modellare" da cui poi si sarebbero originate opere assolute come il già citato Crack the Skye e Blood Mountain. Ad ogni modo, qui non aspettatevi eccessive sperimentazioni: i tempi nel 2002 non erano ancora maturi. Ma se cercate potenza metallica, vocals furiose, ritmi straordinariamente intricati e rabbia - tanta rabbia - beh, Remission è l'album che fa per voi. I quattro ragazzi di Atlanta sapranno certamente mandarvi in sollucchero con la loro nuova, sconvolgente visione della musica metal.

1) Crusher Destroyer
2) March of the Fire Ants
3) Where Strides the Behemoth
4) Workhorse
5) Ol'e Nessie
6) Burning Man
7) Trainwreck
8) Trampled Under Hoof
9) Trilobite
10) Mother Puncher
11) Elephant Man

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