MASTODON

Once More 'Round the Sun

2014 - Reprise

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
16/08/2014
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Recensione

A tre anni dalla loro ultima fatica (The Hunter, 2011), i Mastodon - che sappiamo essere non particolarmente fecondi (hanno infatti pubblicato 6 album in 14 anni di carriera) - se ne escono con il loro nuovissimo Once More 'Round the Sun, pubblicato per conto della Reprise Records, etichetta che ormai li accudisce sin dal lontano 2006, quando pubblicarono Blood Mountain. Il discorso concettuale portato avanti da Remission (2002) fino a Crack the Skye (2009) è noto che è ormai acqua passata, giacché i Nostri hanno deciso di virare verso un sound meno elaborato ma più diretto. Ed i fatti danno loro ragione. Once More 'Round the Sun è il loro secondo album ad inserirsi nel contesto della top 10 della Billboard 200 chart, la classifica degli album più venduti negli States. Dopo The Hunter (piazzatosi al numero 10 nel 2011), il nuovo album è riuscito a fare ancora meglio, scalando altre posizioni ed assestandosi al sesto posto assoluto: un risultato indubbiamente ottimo per una metal band, per di più se si guardano i tempi che corrono. D'accordo, ci sarebbe da urlare al miracolo se tale cosa fosse avvenuta in Italia, dove sappiamo essere il mercato un tantino diverso da quello americano, ma tuttavia i tempi non sono più quelli degli Eighties e quando una band - ostica, per certi versi - si colloca così in alto in una classifica nazionale, per un loro fan non può che essere una lieta sorpresa. La scelta di virare verso un sound differente, dunque, ha pagato eccome. Personalmente sento la mancanza dei vecchi Mastodon, quelli che regalarono all'audience un album terribilmente grandioso come Crack the Skye, senza nemmeno scordarci altre perle come Leviathan. Fino a The Hunter escluso, i Mastodon avevano coltivato l'ambizioso progetto dei concept album, nei confronti del quale il disco del 2011 significò emblematicamente una netta cesura col passato. Dopo aver affrontato il tema degli elementi classici, la band decise infatti di abbandonare tali ricercatezze, optando per una maggiore - consentitemelo - commercialità nel suono. The Hunter fu per certi versi la svolta della band, quella che li staccò da quel passato fatto di psichedelia, tecnica sopraffina ed allucinazioni musicali. Capisco che la decisione possa essere contestata dai fan di più vecchia data, eppure noi tutti sappiamo che la band non è mai scesa a compromessi con nessuno, nemmeno con le potenti etichette: scrivono quello che sentono e suonano quello che scrivono, senza edulcorazioni o scremature. Come ho già sottolineato di essere un nostalgico dei bei tempi andati, The Hunter fu un disco che non mi colpì più di tanto, o meglio non mi colpì nella stessa maniera dei precedenti lavori. I brani si facevano comunque apprezzare, sebbene caratterizzati da una minore dose di "progressività" e tecnica. Il discorso che scaturì nel 2011 viene ora ritrovato in un album che, almeno dalla copertina (ad opera dell'artista Skinner), presenta ancora un notevole tasso di psichedelia. La faccia del mostro sembra quasi una di quelle enormi maschere cinesi a forma di drago che vengono utilizzate per le feste popolari, ma tuttavia mi viene da pensare che sotto questa figura si possa celare un volto umano, soggetto ad una deformazione quasi espressivista, soprattutto per via dell'alterazione cromatica innaturale. Dico ciò perché colui che vede questo "mostro" potrebbe essere sotto l'effetto di chissà quale droga, e sappiamo come il mondo degli allucinogeni si sia sempre confatto all'universo musicale dei Mastodon. Tale maledetta sostanza porterebbe così l'uomo a vedere la realtà come qualcosa di bizzarro e spaventoso, non più con persone, cielo azzurro e piante verdi, bensì con mostri, cieli infuocati e vegetazione multicolore. Lo spazio stellare che si vede nello squarcio del cielo (un crack in the sky?) stona dal contesto rossastro quasi come se fosse un nemmeno tanto velato rimando al passato, alle peregrinazioni siderali di Crack the Skye. Ma a pensarci bene, forse, sono solo io che voglio intravederci questo, segno dell'affezione che mi lega al loro vecchio percorso ed alle antiche sonorità? Chissà quanti fan condividono questo mio pensiero?

Senza tanti sentimentalisti sul passato, clicchiamo play ed inoltriamoci in questo Once More 'Round the Sun. L'opener del disco è "Tread Lightly" (Camminare leggermente), introdotta da una chitarra acustica effettata su cui si innesta una melodia un po' sorniona. Al primo stacco con tutto il pieno d'orchestra notiamo la considerevole durezza del sound della band, caratteristica immutata sin dagli esordi. Il suono è adesso leggermente ovattato, con un bel basso in primo piano e chitarre raddoppiate per ottenere un maggior riempimento delle trame sonore. Le vocals sono affidate a Troy Sanders, bassista e cantante, mentre le melodie si fanno apprezzare per ben bene, così come la sezione ritmica rimane uno dei punti di forza della band. Il riffing è meno caotico che in passato, più lineare e sicuramente di più facile assimilazione. Anche la struttura della canzone risulta essere più semplificata e questa decisione è figlia di quel cambio stilistico di cui la band è convinta assertrice sin dal 2011. Dal punto di vista testuale le liriche sono profetiche, al 100% in linea col songwriting della band. Così come nei secoli l'uomo, stanco ed acciecato, affrontò l'ignoto, ora anche per il protagonista della song è giunto il momento di confrontarsi con l'oblio. Sebbene si senta paralizzato, con notevoli difficoltà nel respirare - quasi come se avesse delle spine nei suoi polmoni -, il protagonista deve superare delle tentazioni mistiche, con il Diavolo che lo fissa continuamente e che lo tenta in ogni occasione. La fortuna vuole però che alla fine di questo viaggio ascetico si profili la possibilità di una nuova rinascita, di una nuova opportunità: così come recitano gli ultimi versetti "Apri i tuoi occhi/Prendi un respiro profondo/e ritorna alla vita/svegliati e combatti/combatti per l'amore e per la luce che brucia"), occorre reagire (come se fosse la cosa più naturale al mondo!). Una volta vivi bisognerà subito alzarsi e lottare sia "per l'amore che per la luce che brucia", con quest'ultima immagine intesa come simbolo della vita stessa, che brucia come una candela finché non si spegnerà del tutto. A 2:40 si apre una sezione centrale, dove i ritmi paiono aumentare leggermente. Alle lead vocals di Sanders s'affiancano quelle del drummer Brann Dailor, segnale dell'incredibile poliedricità dei componenti della band. L'incedere delle liriche è sempre lento e strascicato, fino a che a 3:23 uno stacco di chitarra non ci trasporta nella terza sezione della canzone, caratterizzata da ottime partiture chitarristiche. C'è ancora tempo per qualche versetto cantato e poi la chitarra solista di Brent Hinds ci regala un validissimo assolo. La canzone d'esordio di questo disco si presenta a mo' di biglietto da visita della nuova vita del combo atlantino, facendo risultare dettagliatamente tutti gli elementi introdotti nel nuovo corso. Una canzone molto carina e d'impatto, non a caso sfruttato come singolo apripista dell'album. Secondo brano in scaletta è "The Motherload". Sin dall'inizio il brano sembra avere tutti i crismi del "pezzone". Tanto per cominciare, il riff iniziale suona all'Iron Maiden per tonalità e ritmica, mostrando quindi un grande occhio di riguardo per una musicalità che colpisce generalmente tutti. Tuttavia il vero fattore X di questa canzone è la voce fantastica di Dailor, il batterista. Cimentatosi dietro al microfono diverse volte in passato, il "mago delle pelli" è qui davvero sugli scudi in quanto a voce: sua è infatti la partitura principale grazie alla quale riesce a fare breccia nei cuori degli ascoltatori attraverso la sua voce particolarmente melodica, certamente la più aggraziata fra quelle della band. Questo espediente potrebbe essere visto come un atto di ruffianeria commerciale-musicale, però certamente imprime alla canzone un flavour mai sperimentato finora in qualsiasi disco della band. Le vocals parlano di un uomo che riesce a vedere tutto, ma soprattutto riesce a capire che cosa sia accaduto al suo interlocutore. Nonostante il peso che il mondo ha riversato nelle sue mani, nonostante ciò che gli ha offerto la vita, il protagonista sostiene che, se uno vuole, "le cose possono andare meglio, questa volta". La struttura del ritornello che ripete "Questa volta, questa volta/le cose andranno meglio" è quanto di più melodico e commerciale abbia mai scritto la band, ma rende comunque al massimo. Nella seconda parte di canzone, il protagonista sostiene di capire quello che gli spiriti dicono al suo interlocutore, asserendo di riuscire a levargli di dosso questo "peso" che lo opprime, di liberarlo dalle volpi (forse demoni?) che assillano la sua vita. L'enigmaticità rimane di casa in quel di Atlanta, anche se tale è rimasta prevalentemente per i testi. Musicalmente, quindi, il brano strizza l'occhio alle melodie più facili, così come pure la sezione ritmica non è particolarmente audace. Il crash del batterista tiene quasi sempre il tempo nelle parti più agitate, mentre il ripetersi del riff iniziale standardizza la canzone non poco. Ad ogni modo le chitarre effettuano un egregio lavoro, con la ritmica di Bill Kelliher a tessere intricati fraseggi molto apprezzabili. Dopo il secondo chorus ed il bridge, la canzone entra in una parte, questa volta, davvero Mastodon. Il ride del batterista scandisce un arpeggio che sembra essere uscito fuori da Leviathan, con la chitarra solista che danza dall'orecchio sinistro a quello destro grazie ad un effetto di panning. Una parte solistica simile ad un assolo davvero molto ibrido prelude ad un assolo vero e proprio, sempre molto metallico. Si capisce chiaramente che la parte vincente di questa canzone è il ritornello e dunque c'è ancora spazio per ripeterlo una volta, prima che la canzoni termini in cinque minuti esatti. Sicuramente il brano più azzeccato dell'album, dalla cui posizione sarà difficile cacciarlo via. La melodia viene subito spazzata via dai chitarroni di "High Road" (La strada migliore). L'incedere è prettamente sludge, così come le abrasive vocals di Sanders ritornano ad essere quelle più indicate. La ritmica delle chitarre scandisce il brano, tratteggiato da un andamento pesante e metallico. Il chorus invece è l'esatto contrario, quindi maggiormente arioso, anche se pure qui i ritmi rimangono bassi. Nel ritornello ritorna la voce pulita di Dailor che, assieme a quella di Sanders, enfatizza il testo. Questo parla di una competizione mortale tra il protagonista ed un altro interlocutore. Il personaggio principale è un cacciatore che, dopo una serie di misteriose visioni iniziali, lancia il guanto della sfida al suo rivale, tratteggiato addirittura come "la piaga che è stata portata qui dai ratti". Questa tensione tra i due dovrebbe sfociare poi in una lotta all'ultimo sangue, ma non ci è lasciato sapere come vada a finire. Sullo sfondo della vicenda, ci sta la high road, la strada maestra, quasi come se la sfida si consumasse lungo una polverosa strada del Far West americano. La struttura della canzone è di nuovo lineare, prima che l'ennesima parte centrale stravolga un andamento - a tratti - forzatamente più commerciale rispetto all'operato di un tempo. A 2:31 comincia una sezione fatta del solito ride tintinnante e di chitarre davvero pastose, che riempiono incredibilmente il suono e danno vita ad una breve parte solistica che si rivela essere come lo spunto in più della canzone. Un buon brano, ma non aggiunge niente in più rispetto alle due tracce precedenti. Segnalo che per il brano è stato girato un videoclip divertente, ma soprattutto demenziale, che vi consiglio di vedere per testare il grado di "nerdaggine" dei suoi attori. Continuando con l'analisi, la title-track s'innesta al quarto posto di quest'album che finora si è rivelato apprezzabile, ma non con degli apici sensazionali, escluso il secondo brano. "Once More 'Round the Sun" (Ancora una volta attorno al Sole) si presenta come la canzone più corta dell'intero lotto, essendo lunga meno di tre minuti. Un fraseggio di chitarra tipico dei Mastodon apre la canzone prima che la familiare e "cantilenosa" voce di Brent Hinds ci si pari davanti. Per la prima volta nell'album, tocca al rosso-crinito chitarrista il ruolo di microfono principale e dobbiamo dire che ci sa ancora fare. Il brano, non essendo particolarmente lungo, è molto diretto, ma non pensate che possa aggredirvi esageratamente: sareste fuori strada. Once More 'Round the Sun è una gradevole canzone che fa dell'immediatezza il suo punto forte. La struttura ritmica accompagna adeguatamente il cantato, senza mai però sovrastarlo. Le vocals di Hinds possono così recitare versi decisamente frivoli, che incitano a godersi la vita, ad essere schietti. Il cantante sostiene che la vita possa essere come una corsa d'auto - un'enorme, allegorica giostra - e quindi sarebbe un peccato non fare un giro e godere del tempo che ci rimane. Il ritornello è molto allusivo ed accenna a fare ancora una volta un "giro attorno al sole" (da qui il nome della canzone e dell'album), ma questi sono versi impermeabili alla decifrazione: cosa vogliano dire in realtà mai nessuno lo saprà. Seppure abbastanza corto, il chorus è recitato sia da Hinds che Sanders, che a turno si spartiscono le incombenze. Dopo un breve bridge, il brano riprende verso e ritornello, risultando un tutt'uno per quanto riguarda la struttura. A 1:46 una sezione con delle chitarre stridule e dissonanti sembra catapultarci per qualche secondo nel mezzo delle derive che avevano caratterizzato gli album precedenti, ma ancora una volta ritorna prepotentemente il ritornello ed il main riff, che chiudono di fatto la canzone. Da notare che il brano contiene alcuni estratti della traccia dei Thin Lizzy "Cowboy Song", estratta dal famosissimo album Jailbreak (1976). "Chimes at Midnight" (Campane a mezzanotte), quinta canzone, è il secondo singolo dell'album. Intitolato in maniera molto evocativa, il brano si caratterizza per un sofferto ed angosciante riff iniziale, il quale s'insinua abilmente nella testa fin da subito, grazie anche al solito arpeggio d'accompagnamento. La musica però cambia subito e con un vigoroso riffing di chitarra il brano acquista decisamente più brio; l'incedere è invece ondeggiante a causa dei legati/tapping delle partiture chitarristiche. Le vocals tornano ad essere di pertinenza di Sanders, il più adatto per raccontare una vera e propria apocalisse: dinnanzi a montagne che si sbriciolano, colossi in fiamme (che siano palazzi?) e gli oceani che si asciugano, l'uomo può solo essere un inerme spettatore. Il protagonista si prefigge così uno scopo ben preciso: di portare "la luce, così come fu il cielo ad alterare le menti che [invece] lo criticavano": religiosità e folli allucinazioni paiono così mischiarsi per l'ennesima volta nella mente della band. Il brano procede in maniera sostenuta, complice un'ottima vena compositiva da cui ne scaturisce un altrettanto valido riffing. Il mondo del protagonista, esterno ma anche interno, si sta sgretolando passo dopo passo: dei suoi modelli ed eroi non rimane più niente, se non la sua parte più intima dell'anima. In un contesto così drammatico ci si interroga su chi potrebbe portare una remota speranza di salvezza, sebbene la cosa paia molto ardua. Nel chorus compaiono le campane del titolo, che in verità sembrano essere solo foriere di cattivi presagi. Persino il protagonista, colto dallo smarrimento, sembra essere dubbioso sull'esito della sua missione, tant'è che si chiede se potrà mai rivedere la faccia della persona con cui sta parlando, oppure se scorderà tutto quello che conosce ("Vedro di nuovo la tua faccia/o il vuoto sarà tutto quello che potrò conoscere"). Il ritornello è maggiormente melodico, con le vocals affidate alla mielosa voce di Hinds, il tutto finalmente contornato da dei grandi intrecci "mastodontici". Il brano cresce sempre più fino a che non subentra un'altra strofa cantata. Sul finire del brano, a 4:25, la canzone vira verso la classica sezione strumentale, ma questa volta tocca all'ennesima strofa il compito di avviarci verso il finale. In chiusura invece troviamo la stessa partitura dell'intro, che lentamente sbiadisce con un lungo fade-out, soluzione decisamente azzeccata. "Asleep in the Deep" (Addormentato nel profondo) ricorda molto per tematica La casa stregata, racconto di H. P. Lovecraft pubblicato nel 1937, dove il protagonista cercava di stare per una notte intera all'interno di una casa maledetta, nel tentativo di indagare sui misteriosi fenomeni - apparentemente paranormali - che lì si verificavano. Nella canzone in esame, il protagonista dichiara di come l'arrivo di un suo nemico abbia esorcizzato la camera in cui si trovano, finora abitata da demoni spaventosi. Eppure le forze del male non sono andate del tutto via, ma sono solo assopite, forse forzatamente a causa dell'influsso benigno dell'amico. Poco dopo viene tentato un rito apotropaico come lo spargere del sale negli angoli della camera, quasi a voler ricreare un perimetro invalicabile per le forze del male, al cui interno ci si può invece rinfrancare lo spirito. Così come il protagonista del racconto lovercraftiano, il suo pari della canzone cerca di indagare sulla decomposizione che giunge da sotto il pavimento, cercando pure di sbarrare la via d'entrata (o uscita) a qualsiasi cosa si celi all'interno di questa magione infernale. Ospiti sulla traccia sono Valient Himself (cantante della stoner band Valient Thorr) e Ikey Owens (tastierista che ha collaborato con Jack White degli White Stripes e con i Mars Volta). Il brano si caratterizza fin da subito per un ritmo andante, grazie al rullante isterico di Dailor, che si guadagna nuovamente le lead vocals. Arpeggi oscuri e melodie sinistre ben si confanno al contesto horrorifico della canzone, dove anche i cambi di passo e tonalità sembrano incupire la situazione. Il chorus si costituisce di più voci: oltre a Dailor entra Sanders, cui si aggiungono i cori di Valient. Nel contempo il basso riempie il suono in maniera interessante, con dei bei fills. Come se stessimo girando dispersi all'interno di un labirinto, all'improvviso torna a fare capolino il main riff dell'intro, capace di mantenere la tensione emotiva alta. Nell'immediato dopo-ritornello, i Mastodon inseriscono una partitura vocale decisamente alterata, quasi spaziale verrebbe da dire, accentuata quando a 4:44 irrompono i synth di Owens. Successivamente tocca ad Hinds l'onore dell'assolo, il tutto mentre la canzone lentamente s'avvia verso il finale. Asleep in the Deep è sicuramente un ottimo brano, che risolleva non poco le sorti dell'album. "Feast Your Eyes" (Banchetta per i tuoi occhi) è il settimo brano e si caratterizza per un riff di chitarra stranamente allegro e leggero. L'effetto sortito dura comunque poco, dato che entrano subito delle chitarre ritmiche abbastanza lanciate e la solita voce dura di Sanders. Il testo è nuovamente molto misterioso, con riferimenti a presunti reietti della società, che sono qui definiti "mulini della vita". Cosa avranno voluto dire i Mastodon con questa frase? I versetti sono molto corti e difficilmente si legano tra di loro, quindi ogni tentativo di capire il filone concettuale del brano risulta molto ostico. Nella seconda strofa, però, il protagonista è testimone di un'allucinante visione, che riesce addirittura a "masticare coi denti". Di che esperienza extrasensoriale si tratterà? Verso la parte finale subentra addirittura un'oscura bestia viziosa, portatrice di un arcano mistero. Dal momento che tutto si rivela molto difficile da interpretare, passiamo quindi al lato prettamente musicale. Il ritmo della strofa è andante ed allo stesso modo si presenta il ritornello, costituito da quattro brevi versetti, eseguiti molto più lentamente degli altri. A 1:28 un cambio imprime una svolta al brano, con Dailor che si diverte con passaggi sui tom, ma anche questo inframezzo serve a collegare due strofe della canzone. La vera svolta musicale arriva a 2:22, quando un bel basso pieno di toni aperti macina note su note, sulle quali Hinds ricama un convincente assolo. Dopo di che la canzone impiega pochissimo a terminare, non lasciandoci nessun particolare spunto di riflessione. L'unica cosa che mi viene da notare è che su sette canzoni finora ascoltate, ben tre possono essere considerate come pezzi "normali", poco incisivi, a tratti riempitivi. Il disco non può così convincere a fondo. All'ottava posizione della tracklist troviamo "Aunt Lisa" (Zia Lisa), canzone che vanta nuovi ospiti: l'alternative rock band The Coathangers e Gary Lindsey degli Assjack. Un divertente riff pseudo-blues apre il brano con una certa carica positiva, mentre il basso gli fa il verso in prossimità degli stacchi di batteria. Dailor è di nuovo dietro al microfono ed impersona il protagonista di una vicenda che lo riguarda da vicino: la zia Lisa del titolo è infatti la zia di Dailor, da poco venuta a mancare a causa della leucemia. Come dichiarato in sede d'intervista, della canzone Dailor ha scritto i testi e Hinds le musiche. Quello che ne è risultato non è però la verve stilistica dei compositori, bensì la gioia di vivere della zia stessa, persona energica, conosciuta e ben voluta da tutti coloro che le vivevano attorno. Riprendendo sempre le parole di Dailor, gli ultimi dodici mesi sono stati davvero da incubo per la sua vita personale, ma tuttavia si sentiva in dovere di dedicare una canzone ad una persona così cara: Aunt Lisa viene così considerata la canzone più pazza dell'intero album e noi ascoltatori dobbiamo dargli ragione! Tolta la sezione iniziale, il ritornello è da delirio puro e, seppure reciti un solo versetto ("Vivi rumorosamente"), la pesante distorsione della voce rende la sezione davvero inusuale. La seconda parte della canzone annovera invece la voce di Hinds, che ritorna dietro il microfono all'interno di un album che lo ha visto poche volte protagonista in questo ruolo. A 2:53 si apre una sezione al cui interno delle vocals lamentose paiono recitare delle cantilene. A 3:27 compaiono invece dei cori femminili che incitano al rock 'n' roll più sfrenato, e per un attimo ci si chiede se siamo ancora su un album dei Mastodon. Con i versetti "Hey oh, andiamo, cazzo!/Hey oh, alziamoci e facciamo rock n' roll") si chiude così questa strana canzone, che comunque lascia di sé un ricordo molto buono. La carica viene suonata dalla successiva "Ember City" (Città della brace), aperta in maniera davvero potente, ma anche melodica. Al buon riff iniziale fa seguito un groove - che sottostà al verso - davvero efficace. Per l'occasione la voce di Sanders si è resa particolarmente melodica, affrontando comunque tematiche di morte: una misteriosa figura sta camminando con molta grazia e nel mentre pensa ai sbiaditi ricordi del passato, che pian piano scompaiono come bruciati dal fuoco. Forse sovrappensiero, la figura si è così smarrita dal suo cammino ed ora cerca di reinserirsi per tornare a percorrere il sentiero. Il chorus - affidato a Dailor - è molto aperto, musicale e melodico, specie per le vocals. Il main riff ritorna prepotentemente a farsi sentire, mentre le chitarre si sdoppiano per rendere maggiormente armonico il suono. Come abbiamo sperimentato in quasi tutte le canzoni dell'album, il brano ripropone a questo punto di nuovo una sezione strofa-ritornello, ma a 2:30 un assolo di chitarra diverte l'ascoltatore per le sue notevoli peripezie. Il brano da questo momento sembra strutturarsi in maniera più progressive, come nei tempi che furono, tant'è che c'è ancora spazio per una nuova sezione solistica, nuovamente abbastanza lunga. La voce di Dailor ritorna nuovamente nel chorus finale, prima che venga ripresa la sezione strumentale di metà canzone. I ritmi si alzano, così come il pathos aumenta in un crescendo vorticoso, fino a quando la canzone si spegne di colpo. Ember City è un altro episodio positivo di un disco che, progressivamente, sta sempre più convincendo. In penultima posizione troviamo "Halloween", che fin dal titolo sembra essere il tributo alla famosa festività anglosassone. La chitarra recita una strana melodia che in effetti presagisce qualcosa di mostruoso, ma al contempo simpatico. Quando la voce di Hinds entra in gioco, si nota anche il bel basso di Sanders, che dimostra di essere un validissimo musicista, denotando una tecnica certamente incisiva. Alla vista del colore nero ed arancione, il protagonista ritorna indietro con la mente a quando festeggiava Halloween in giovinezza. Al pari della benzina che scorre nelle vene, l'uomo sente dentro di sé un'incredibile forza energizzante, che difficilmente potrebbe essere domata. In questo modo mette in guardia chiunque si avvicini a lui in maniera pericolosa: non basterà "una manciata di carne" per "domare la bestia". Chiunque farebbe meglio ad evitarlo ed a non importunarlo. Dopo le prime due strofe, Dailor ritorna al microfono per cantare nel ritornello (che davvero si stampa in testa). Nel momento in cui entra la sua voce cristallina, pure i suoni paiono aprirsi e distendersi con ariosi accordi. Un buon break riporta il brano alle coordinate di partenza (1:44), concedendogli maggior cattiveria. Hinds è il solito ottimo cantante, capace di ipnotizzare con la sua voce magnetica. Le chitarre si sovrappongo con grande maestria ma a 2:43 comincia una sezione strumentale in cui si percepisce alla grande il piatto stoppato di Dailor. È però in seguito che il batterista dà il meglio, giocando in maniera incredibile col ride e creando un drumming perfetto per il bell'assolo di Hinds. La tonalità d'accompagnamento cambia più volte, creando una sezione strumentale più che valida. Un secondo assolo, meno in primo piano, sembra quasi un rumore dissonante che si mischia col muro del suono sprigionato da tutta la band. Dopo diversi stop n' go che tolgono il fiato, Halloween si conclude con uno sgraziato finale, che rende però speciale l'intera canzone. In ultima posizione troviamo "Diamond in the Witch House" (Diamante nella casa della strega), che alla voce annovera Scott Kelly (Neurosis), ospite per l'ennesima volta su un disco del combo di Atlanta. L'intricata chitarra acustica di Kelliher è autrice di ingarbugliati arpeggi. La potente voce di Sanders è effettata e risuona angosciosamente al di sopra di potenti pattern ritmici. Le chitarre s'assottigliano sempre più fino a giungere quasi fastidiose alle orecchie. Il brano (il più lungo del lotto) possiede un incedere lento e marcato, quasi sofferente, con le guest vocals di Kelly ad aggravare la resa sonora finale. A tratti sembra che il brano sia sbucato fuori da Remission, a causa della poca melodia e della compattezza del groove. Fino a questo momento la band ci aveva abituato alla melodia, ma con Diamond in the Witch House la musica cambia e ritornano prepotentemente i vecchi Mastodon. La melodia riesce a ritagliarsi poco spazio, in favore di una sezione ritmica lenta ma pesantissima. Allo stesso modo il testo è sofferto e greve: il protagonista è dinnanzi ad una figura ignota, con un solo, unico occhio. Mai è riuscito a capire chi fosse costui, ma altri dubbi lo assalgono: un ragazzino se ne sta immobile al caos che regna nel mondo. L'angoscia sale quando l'uomo s'interroga se mai le acque del mare potranno lavarlo dai suoi peccati, portandolo alla salvezza e purezza. Verso il minuto 3:44 inizia una sezione a più voci, delle quali una ripete sempre lo stesso verso ("Con il solo ed unico occhio"), mentre l'altra recita con un parlato basso e rallentato - quasi doom verrebbe da dire - una nera cantilena. Dopo una lunga rullata, tutta l'apprensione culmina a 4:05, nel momento in cui inizia una nuova, tormentata sezione. Le chitarre sembra urlare come anime in pena, mentre il groove non fa che salire la temperatura della composizione, quasi ci trovassimo in un girone infernale. Nemmeno la splendida sezione strumentale di 5:09 riesce a riportare luce sulla composizione più oscura e sofferta che i Nostri abbiano probabilmente mai scritto. I tom risuonano cupi, il sound sembra disfarsi sempre più ad ogni nota, le voci sono quelle di condannati a morte che si lamentano. Un album "solare" - tanto per rifarsi al titolo del disco - termine paradossalmente in una landa buia, o se preferite in una casa stregata, dove le possibilità di salvezza sembrano essere tanto remote quanto impercorribili. In questo modo, dopo quasi otto minuti di sofferta performance, il brano si dilegua in un crogiolo di feedback dissonanti, che suggellano l'intera opera e mettono fine al platter.

L'album, per quanto possa essere differente dai dischi storici della band, non suona più come una novità assoluta. The Hunter aveva iniziato questo percorso e ora Once More 'Round the Sun lo sviluppa ulteriormente, approfondendo le parti più dirette ed incisive (basti pensare all'immediatezza di un brano hard rock come Motherload) e concedendo minor spazio alle evoluzioni musicali più progressive (Ember City su tutte). Ciò non significa che il disco vada scartato a priori, anche se siete come me fan accaniti dei vecchi lavori: Once More 'Round the Sun è comunque in grado di regalare quasi 55 minuti di sano progressive/sludge metal, anche se questa volta la componente grezza e diretta - stoner se vogliamo così chiamarla - la fa da padrona. La band, dopo quasi quindici anni di carriera, ha saputo insomma reinventarsi in una veste quasi del tutto nuova. Parlando dei Mastodon, è ormai assodato che si tratta di una delle più grandi metal band del mondo, e solo i big come loro riescono infatti a stupire - nel bene e nel male - le più grandi platee di fans. Se siete rimasti sorpresi positivamente o negativamente non è certo merito degli "influssi" questa recensione, ma anzi lascio a voi il privilegio di scoprirlo da soli. In ogni caso sfido chiunque - anche se non ha apprezzato particolarmente Once More 'Round the Sun - a non giudicare questo disco come un'opera che abbia effettivamente saputo gettare nuova carne al fuoco, introducendo di fatto nuove soluzioni, che magari ora non sembreranno mature, ma in un domani, col loro prossimo disco, potrebbero risultare a posteriori le scelte più azzeccate della loro carriera. 

1) Tread Lightly
2) The Motherload
3) High Road
4) Once More 'Round the Sun
5) Chimes at Midnight
6) Asleep in the Deep
7) Feast Your Eyes
8) Aunt Lisa
9) Ember City
10) Halloween
11) Diamond in the Witch House

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