MASTODON

Leviathan

2004 - Relapse

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
28/07/2014
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Recensione

Avevamo lasciato i Mastodon nel 2002, quando debuttarono con fragore sulle scene con il loro primissimo lavoro ufficiale, Remission, un disco ancora sì molto grezzo e ruvido, e per certi versi pure immaturo, se volete. Ma è altrettanto innegabile che i Nostri avevano già posto delle saldissime fondamenta ogniqualvolta scrissero un riff o un pattern ritmico di quell'album. Per questo motivo, a prescindere dal fatto che ti possano piacere o meno, i Mastodon nel 2002 suonavano già come nessun altro. Remission non era il metalcore che cominciava a spopolare proprio in quegli anni, ma non era nemmeno thrash perché i riff derivavano da tutt'un altro sistema. Scartando l'heavy classico quasi a priori, che cos'era allora Remission? Detto schietto schietto, Remission era un innovativo miscuglio di sonorità progressive e sludge metal, combinazione che sarà poi raffinata costantemente nel corso della carriera della band. Per quanto riguarda il primo genere, scordatevi completamente l'equazione "progressive metal=tecnicismo" perché non è affatto vera: è la cosa più fuorviante al mondo pensare che il progressive sia solo esercizio accademico di livello superiore fine a sé stesso. Il progressive rock delle origini rappresentava la "progressione" (intesa come superamento) delle radici più prettamente blues del rock stesso, in dichiarata evoluzione verso suoni più raffinati, meno commerciali, a volte sì più complessi, ma non per questo tassativamente più tecnici. Se negli anni Sessanta era poi nato quel sottogenere del rock detto psichedelia, il progressive rock a maggior ragione potrebbe rappresentarne lo step successivo: il passaggio dalla "acida" pazzia musicale della psichedelia alla maestosa - e pretenziosa - visionarietà del progressive stesso. Per quanto riguarda invece lo sludge metal, esso è già contenitore di diversi altri sottogeneri: si tratta principalmente di doom e stoner impastati assieme, ma di vitale importanza sono anche gli influssi southern rock ed hardcore punk. Ora dunque avete davanti agli occhi gli ingredienti della ricetta: immaginate cosa può saltare fuori se mescoliamo assieme tutti i generi sopra citati? Un aborto? O una cosa pazzesca? Personalmente propendo per la seconda, in quanto i Mastodon sono effettivamente riusciti, sin dall'inizio, nell'intento di personalizzare al massimo il loro sound: ascoltavi una volta Remission ed immediatamente cominciavi associarlo al combo d'Atlanta. Ma tuttavia fu proprio con il superbo Leviathan (2004) che la band consacrò sé stessa, fregandosene del fatto che, solitamente, è il terzo disco a celebrare una band che ha definitivamente spiccato il volo. Leviathan è un album presuntuoso, visionario: Leviathan non poteva che essere un disco scritto dai Mastodon. I Nostri, alla loro seconda esperienza in studio, buttarono già sul tavolo un'idea pesante: fare un concept sull'elemento dell'acqua. Molto probabilmente, non paghi di questa sfida, avevano già in mente di scrivere i seguenti tre dischi come altrettanti concept sui restanti elementi classici. Anche da queste cose si nota la caratura di una band superiore: non importa se sei giovane ed all'inizio, se hai tutte le carte in regola sei obbligato a sfondare! Ecco che in questo modo Leviathan si presentò sugli scaffali dei negozi di dischi di tutto il mondo il 31 agosto 2004, venendo riposto tra i suoi simili non come un banale disco, ma piuttosto come un vero e proprio libro. Ma cerchiamo di capire il perché di questa affermazione. L'artwork di copertina, scaturito dalle matite di Paul Romano, è la solita, grandissima opera d'arte che mette in risalto il grande connubio che si è venuto a creare tra l'artista e la band. Poche righe fa avevamo detto di come Leviathan fosse un concept album sull'acqua, l'elemento disgregatore per eccellenza, quello della Natura che forse più spaventa l'uomo a causa dell'immane forza con cui sa scatenarsi, temendo nessun ostacolo. L'acqua può essere liscia e calma tanto da incresparsi con una sola goccia, ma sa essere anche spaventosamente minacciosa, con onde in grado di abbattere dei palazzi. Se l'acqua è dunque l'elemento portante del disco, Romano ha saputo piazzare in copertina la migliore personificazione di questo elemento che la letteratura abbia saputo partorire: Moby-Dick, il capodoglio bianco dell'omonimo romanzo di Herman Melville, datato 1851. La vicenda narrata non è però soltanto incentrata sulla celebre caccia alla balena, c'è molta più carne al fuoco: la corsa dietro alla "grande balena bianca" è infatti l'allegoria della vita di Achab, il capitano della baleniera Pequod. Oltretutto la vicenda è cosparsa di notevoli digressioni religioso-filosofiche, con molti rimandi ad episodi biblici o misterici. Il riferimento al romanzo si delinea come quanto di più azzeccato per i Mastodon, la cui musica non è solo la sola furia cieca della balena che lotta per la vita, ma spesso e sovente è anche evoluzione verso l'infinito musicale, come quando il capitano scruta l'orizzonte, in trepidante attesa di vedere la balena sfiatare, pensando come in un attimo potesse realizzarsi una vita fatta di vendetta e risentimento. Rimanendo più sul disco, sulla copertina possiamo notare l'enorme testa del cetaceo emergere dai flutti, con i suoi occhi vitrei paurosamente minacciosi. Sulla sommità della sua testa, inusuali lembi di pelle in stile belle époque sembrano sostituire le più comuni incrostazioni dei denti di cane. Nelle immediate vicinanze di Moby-Dick, tra le alte onde, pare esserci la scialuppa della ciurma che ha cercato di avvicinarla per attaccarla (trovando invece solo la morte), mentre sullo sfondo svetta tra i marosi il Pequod, il cui fianco sembra essere dilaniato da un'esplosione. Proprio da questa deflagrazione si origina un densissimo fumo rossastro che invade parte del cielo, in netto contrasto con l'azzurro glaciale del mare. La lotta tra Achab e Moby-Dick è anche una guerra cromatica, rosso contro azzurro, ma tanto si sa già cosa prevarrà alla fine: mai si è visto vincere il fuoco contro l'acqua. Moby-Dick, icona dell'acqua e della Natura, ancora una volta ha vinto contro l'ostinatezza insensata dell'uomo, che partiva già sconfitto in partenza. Ma si sa che a noi uomini piacciono molto le sfide contro cosa ci è superiore.

Passando all'analisi track-by-track, il disco si apre con la schitarrata di "Blood and Thunder" (Sangue e tuono), con la quale si sprigiona tutta la furia ritmica di Brann Dailor, il batterista. Si nota fin da subito che la produzione è migliorata rispetto al precedente lavoro, pur non snaturando l'aggressività del suono, che era di per sé già particolare per via di quella distorsione graffiante che possedevano basso e chitarra. L'amalgama che ne deriva è notevole per impatto sonoro e per carica espressiva, constatando felicemente un groove mozzafiato. La canzone è una sorta di biglietto da visita del capitano Achab: la sua ossessiva volontà di catturare Moby-Dick è diventata una malattia della mente, una fissazione che lo sta conducendo alla pazzia. Questo chiodo fisso è altresì la sua unica ragione di vita: la sua è una battaglia contro il cetaceo, ma anche contro la morte stessa, data la pericolosità di questa missione. Il ritornello, costruito su di un crescendo musicale molto empatico, come se stesse a rimarcare la crescente fissa di Achab, paragona icasticamente la balena al Santo Graal, fatto che comincia a far dubitare a noi, seduti nella Locanda dello Sfiatatoio ad ascoltare le gesta del capitano, dell'esistenza stessa del cetaceo. Chiunque sa che, nel corso dei millenni, i più impavidi esploratori hanno tentato di trovare il calice di Cristo, ma sempre invano. Riuscirà invece Achab nel suo intento? Le vocals sono affidate al bassista Troy Sanders ed al suo cantato urlato, di chiara matrice hardcore. Come ospite alla voce troviamo invece Neil Fallon della alternative metal band Clutch. Man mano che la canzone prosegue, s'intuisce che lo stesso capitano possa avere fatto un patto col "Nero imperatore" (il Diavolo), affinché gli conceda dei mezzi superiori per coronare il sogno della sua vita. Con l'anima immersa nell'oscurità più tenebrosa, che nemmeno il sole che risplende sull'oceano può rischiarare, Achab è un'anima in pena con un unico obiettivo: Moby-Dick. A 1:34 un magnifico intreccio delle asce di Bill Kelliher e Brent Hinds imprime una svolta molto melodica al brano, dando pure il la alla prima vera sezione prog dell'album. Grazie all'ottimo lavoro ritmico di Dailor, il brano vira come il vascello Pequod quando avvista un cetaceo, giungendo a strofe d'eccessiva e realistica durezza: per voler soggiogare una forza della natura come la balena, devi saper sacrificare qualunque cosa o chiunque, pure i tuoi rematori, come recita la strofa "Smembra i tuoi polmoni con sangue e tuono/quando vedi la balena bianca/Spezza le schiene e sfinisci i tuoi rematori/se desideri prevalere". Come aumentano schiuma e flutti quando ci si avvicina ad una balena che fugge, pure il muro del suono aumenta notevolmente d'intensità. Il motivo che spinge il capitano a tanta veemenza nei confronti della creatura marina è sicuramente la posticcia gamba d'avorio, vecchio regalo che Moby-Dick gli fece ad uno dei loro primi "appuntamenti". Ma l'uomo si sa, è restio a cedere, e così Achab sfida la balena guardandola diritto negli occhi, quando è abbastanza vicino per poterlo fare, non certo una situazione piacevole. Dopo un doppio ritornello il brano riprende l'intro per poi avviarsi alla sua conclusione. Per la prima volta abbiamo ascoltato un brano dei Mastodon il cui testo era perfettamente capibile, grazie appunto al riferimento letterario nei confronti dell'opera di Melville, che può dunque servirci come interessante chiave di lettura per sviscerare i più reconditi significati che risiedono solitamente nelle canzoni della band di Atlanta. Ottimo esordio. Il secondo brano è nuovamente dedicato al capitano e s'intitola "I Am Ahab" (Io sono Achab) (Achab è infatti la traslitterazione italiana del nome originale). Il brano salpa in mare sùbito con un ottimo riffing, sempre molto compatto ma pure prog. Le trame che vengono ordite per sostenere la canzone sono d'indubbia qualità superiore e così Sanders può divertirsi a rivelare di come esista una magia tale da attrarre uomini da ogni dove: si tratta del ciclo delle maree. Il procedere del cantato è assolutamente irregolare - a tratti pare sforzato - ma non fa che conferire maggior carica al testo. Da 1:08 in avanti è la solita follia mastodontica: ritmiche impossibili di batteria si uniscono a chitarre che schizzano riff che difficilmente un uomo nel pieno delle sue facoltà mentali potrebbe arrivare a scrivere. A 1:28 un breve cambio, talmente è bello, brilla come la gamba finta di Achab sotto al sole, ma data la sua brevità, è un baluginio e nulla più. Nella seconda parte della canzone, il testo smentisce completamente quanto affermato in precedenza, a conclusione della prima traccia, ritornando su lidi più oscuri. L'egoistica persona che è Achab, prevedendo un futuro fatto di successo, avanza lungo la sua rotta senza badare a nulla. Sulle ultime parole delle seconda strofa, un ritmo tambureggiante costituisce la base per un arpeggio di chitarra pulita, che però rischia di perdersi tra lunghe dissolvenze distorte. In questo modo si arriva alla terza strofa, che presenta un cantato ancora più irregolare. Questa recita che, circa 13 anni fa, un pianeta rosso (che sia Marte? Ma in questo caso non sarebbe accettabile la distanza fornita di 60.000 anni luce) si allineò con la Terra, generando un incanto paragonabile a quello di una montagna che si erge sul mare, "Eretta per straziare e soggiogare ogni cosa/che abbia zanne da bestia". È chiaro che ci ritroviamo all'interno di versetti alquanto enigmatici, ma poi, quasi dal nulla, il brano termina con un'ultima mirabolante peripezia sonora, chiudendo dopo nemmeno tre minuti, e risultando come il brano più corte del platter. Bisogna dire che dal titolo ci si sarebbe aspettati più una descrizione della persona del capitano, ma questi, signori, sono i Mastodon e nulla è prevedibile. Si arriva così alla terza canzone in scaletta, la stupenda "Seabeast" (Bestia del mare). Dopo aver dedicato due canzoni alla pseudo-eroica figura di Achab, la band immortala niente meno che la Bestia del Mare: Moby-Dick. Possenti slide di basso strisciano al di sotto di arpeggi assolati che rimandano alle rigide assi del ponte del Pequod, da dove la ciurma può vedere questa mostruosa creatura. Una melodia di chitarra pare violare il contesto armonico, ma ben presto notiamo che i ritmi salgono fino a deflagrare in un groove che, per ora, non ha rivali. Achab sta sulla nave ed osserva gli altri affogare in una "pozza grigia", che è chiaramente il mare sotto cui si staglia il capodoglio, inscurendone le onde. Dopo il verso il brano ritorna all'intro, alternando in questa maniera parti più caotiche e piene ad altre più melodiche e limpide. Nella seconda strofa è presentata la figura di Queequeg (o Quiqueg), personaggio nativo di un'isola del Pacifico, tra i primi ad essere incontrato da Ismaele, protagonista e narratore del romanzo. Quiqueg è il principale ramponiere del vascello ed autore di gesta eroiche, come il salvataggio del collega Tashtego. Il testo è strutturato come se fosse un discorso tra Achab e Quiqueg, con il primo che esorta il secondo a seguire balena, che lentamente li sta attirando al largo verso Est, nell'Atlantico medio-settentrionale (la nave ha infatti salpato da Nantucket, nella Massachusetts). Se è vero che la balena sta lanciando una sfida alla ciurma del vascello, beh, che gli uomini mostrino le palle e tirino fuori tutto il loro coraggio. Il ritornello è molto urlato, quasi sbraitato, e riprende l'esoterismo della precedente canzone, alludendo ad una cenere nera delimitata da radici che crescono in direzione di Colui che le ha donate (forse Dio?). Senza perdere un colpo, finito il chorus riprende immediatamente la terza ed ultima strofa, nella quale troviamo Achab che sostiene che "C'è una ferita aperta posta sul mio cuore [colmo] d'ira e di rabbia". Il capitano continua dicendo che se si potesse, per assurdo, "aprire" uno spirito, esse sanguinerebbe alla stregua di un essere umano fatto di carne: ritorna così l'immagine di Achab simile ad uno spirito che vaga per la pena, senza trovare l'agognata pace che gli potrebbe derivare solo dalla vittoria sulla balena bianca. In questa assurda caccia, la vera forza motrice del Pequod non sono i rematori o i venti che gonfiano le vele, bensì l'ossessione per la vendetta di Achab, l'unico sentimento che saprà lenire il dolore si essere stato storpiato per sempre. Un breve assolo di chitarra (3:11) - a dire il vero molto dissonante - anticipa l'ultima sezione della canzone, che è completamente strumentale e rappresenta per certi versi il piatto forte del brano stesso. Senza nulla togliere alle parti cantate, il riffing molto stoner della parte conclusiva è estremamente catchy, ti si inchioda in testa e da lì non se ne esce più. Ha un che di atavico, di forza della natura, di potenza allo stato puro. Sembra che mi stia ripetendo, ma gli autori di questo azzeccatissimo giro sono gli stessi che sanno anche sperimentare psichedelici vortici musicali, ma che a volte non rinunciano a riff di assoluta robustezza metallica. Un brano imperdibile! Quarta canzone è "Ísland" (Islanda), forse il pezzo che più si avvicina a quel caos sonico che era Remission. Il brano parte subito deciso, con un vivace riffing e con i musicisti ben integrati nel solito e precisissimo groove. La traccia si caratterizza sia per una bella botta, ma sicuramente anche per la giusta dose d'ispirazione psichedelica. Il titolo della canzone, con quell'accento sulla "I", indica appunto l'Islanda (ed è così che si scrive in islandese), l'isola di fuoco immersa in un mare di ghiaccio. Come tutti sanno, in Islanda ancora oggigiorno c'è un vivacissima attività geotermica e vulcanica: in questo modo l'isola della canzone viene descritta come una terra mitica, purificata dalla lava che qui scorre come i nostri fiumi, mentre tutt'attorno vive una gente orgogliosa e forte: essi sono i Vichinghi, i figli di Odino, gloriosi conquistatori del Nord. Questa zona incontaminata, ma altrettanto pericolosa, sembra evocare un che di ancestrale che risale fino all'alba dei tempi, dato che una terra così ancora modellata dal fuoco e dell'acqua sembrerebbe addirittura un paesaggio primitivo, abitato da dinosauri. A parte la breve - e distorta - schitarrata iniziale, tutto il brano è in continuo divenire, sempre in evoluzione verso parti più complicate. Il cantato di Sanders è spesso sgraziato, ma comunque efficace in questo contesto. Tra i versi cantati si alternano parti di batteria sincopate su cui crescono riff assolutamente controtempo. Più il testo avanza, meno diventa comprensibile, giungendo a dei versetti costituiti addirittura da una sola parola, che possono essere capiti soltanto da chi ne conosce l'autentico significato. A 2:08 un turbinio chitarristico detona con tutta la potenza possibile, prima che il brano viri verso una breve sezione strumentale, su cui s'innestano gli ultimi versetti. Poi così, come all'improvviso, la canzone termina di colpo. La rullata di Dailor introduce "Black Tusk" (Zanna nera), altro potente brano carico di ferale cattiveria. Dato il significato del titolo, il testo potrebbe alludere al tragico incontro che Achab fece con Moby-Dick, quando la balena gli tranciò via la gamba. Tutto l'andamento della canzone è piuttosto concitato, con parti di doppio pedale continuo, quasi a simboleggiare il momento in cui s'ingaggia la lotta contro la balena. La foga e la schiuma che bagnano la faccia si possono quasi percepire grazie al forte marasma che anima l'intera composizione. Armonici artificiali inaspriscono il tessuto ritmico-melodico, prima che a 1:14 una pastosa distorsione inondi tutto, come il sangue nero che schizza quando la balena ha inferto il suo colpo. L'animale, dal corpo e dalla coda enormi, è un Physeter catodon, un capodoglio (o fisetere), comunemente associato al leviatano della Bibbia proprio a causa dell'opera di Melville. A 1:30 una bellissima parte melodica di chitarre incrociate disegna suoni melliflui ed ondeggianti, quasi come se la battaglia fosse già terminata. Ma è solo questioni di secondi, giacché ritorna tutto l'impeto della batteria e dei riff più taglienti ascoltati finora. È tempo di smorzare i toni e così i Mastodon inseriscono al sesto posto della scaletta la traccia "Megalodon" (Megalodonte). Il megalodonte era uno gigantesco squalo della preistoria, il più grande mai esistito, potendo raggiungere delle spaventose dimensioni: pensate che poteva arrivare a misurare fino 20 metri!! Un angosciante arpeggio introduce la canzone mentre il ride tintinna in sottofondo, prima che l'atmosfera si faccia più elettrica non appena entra la chitarra solista (0:26). C'è tempo già subito per un bell'assolo iniziale, prima che Sanders ci racconti - un po' come si faceva sulle navi per ingannare le lunghe attese - della leggenda del megalodonte. Di questo essere vivente non si sa bene se sia mito o realtà, dato che con lui sono spesso citate altre creature mitiche come il kraken oppure le ninfe marine. L'incedere del drumming è fortemente controtempo sul rullante, ma l'attenzione volge tutta al bellissimo intermezzo ad 1:21 che, se non fosse per la distorsione, potrebbe addirittura sembrare un'intro per un pezzo rock'n'roll! Subito dopo però la canzone acquista una botta di cattiveria, con un riffing più forsennato e con un sostenuto tappeto di doppio pedale, non molto lontano dagli stilemi speed/thrash di metà anni Ottanta. Sull'onda di questo formidabile pattern musicale si struttura poi la terza strofa, dedicata alla potenza distruttiva del morso del megalodonte. Se la precedente strofa era incentrata sulla misteriosa presenza delle sirene, che come nell'Odissea attirano gli incauti naviganti verso le scogliere, nella terza stanza pare che venga rivelato che le sirene delle Fiji abbiano una sorta di controllo sulla ferale creatura marina, dal momento che lasciano che sia lo squalo a potersi saziare liberamente. A 3:04 la canzone varia ulteriormente la melodia, fintantoché pure il basso la segue liberamente, privo di ogni limitazione d'origine ritmica. Il cantato è sempre più agitato, come a sottolineare l'inevitabilità di finire nello stomaco del megalodonte, a patto che esso ti abbia puntato come preda. Un altro buon brano che, come tutti gli altri, del resto, tiene molto alto il livello compositivo dell'album. Un'intro che richiama gli AC/DC inaugura "Naked Burn" (Bruciatura pura), settima traccia dell'album. Con il cantato di Hinds che entra subito, la canzone pare richiamare da vicino il terzo brano, Seabeast, ed in pochi frangenti si arriva al chorus più piacione dell'intero lavoro. La voce di Hinds, rispetto a quella di Sanders, è assolutamente più "cantilenosa" e dolciastra, anche se meno rabbiosa, ma riveste a perfezione l'estrema musicalità del chorus, davvero vincente per alternare scale crescenti a ritmiche abbastanza dure. A 1:17 un bridge di scuola maideniana spacca la composizione, anche se per pochi secondi, quando poi ritorna l'intro. Naked Burn è un brano decisamente anomalo, più melodico della media delle canzoni finora ascoltate, ma ugualmente coinvolgente. Il testo parla fondamentalmente di distruzione e di morte, con il fuoco che sta divorando tutto e tutti. Scene apocalittiche con angeli danzanti e nefilim (popolo nato dall'incrocio dei figli di Dio con le figlie degli uomini) che vagano nelle foreste sono solo di contorno a questa gigantesca tragedia, che pare stia affliggendo l'intero mondo. Il ritornello recita versi che implorano l'ascoltatore ad andare via, a fuggire, a salvarsi almeno lui. Chi parla purtroppo ha i "piedi cuciti" a terra ed è quindi impossibilitato a fuggire. Anche uno dei simboli per eccellenza della religione cristiana, la chiesa, sta miseramente cadendo a pezzi e bruciando da dentro e fuori. Il narratore di questa mesta vicenda annuncia poi l'arrivo di misteriose navi che permetteranno loro di "navigare nel tempo", forse riuscendo a salvare qualche essere, che potrà così redimersi da qualunque peccato abbia mai commesso. Sul finale la canzone s'incattivisce acquistando vigore, per poi chiudere con numerose peripezie tecniche dei musicisti. "Aqua Dementia" (Acqua della demenza) è l'ottava traccia ed è eseguita con l'ausilio di Scott Kelly (Neurosis), guest-vocalist per la canzone e già ospite su Remission. Un elettrizzante riff iniziale viene interrotto da stacchi di cassa e basso, ma l'effetto dura poco, giacché si parte subito con un drumming perforante a coadiuvare il lavoro melodico delle asce. A 0:37 la canzone varia per la prima volta, aumentando di ritmo. Lo screaming stridente di Kelly acuisce la cattiveria della canzone, con l'ugola del singer che raschia contro le distorsioni terrose degli strumenti. Sanders è abile ad intervallarsi con Kelly, entrambi protagonisti di un bel gioco di squadra. Il testo fa riferimenti alla chiaroveggenza, a percorsi segnati da pietre miliari, da un vento antico che soffia imperterrito e da una domanda rivolta al domani: l'enigmaticità dei Mastodon ritorna a galla con tutta la sua prepotenza in questa Aqua Dementia. A 1:34 le cose cambiano radicalmente, ma per pochi secondi, in cui si alternano veloci versetti cantati a pattern ritmici molto densi. A 2:13 un apertura melodica segna una svolta tematica nel testo, con un Dio furioso che assiste alla caduta del Sole, il quale, schiantandosi a terra, purifica questa landa peccaminosa da ogni impurità e da ogni creatura (chiara l'allusione al male grazie all'immagine dell'idra strisciante). In questo momento di assoluta lustrazione, Dio guarda dall'alto dei cieli senza pena per chi arde vivo, consapevole che periodicamente c'è bisogno di un'estrema espiazione. Nel frattempo i suoni si sono fatti più soffocanti, destando un senso di inevitabilità all'interno dell'ascoltatore, che pian piano si sta convincendo del male che alberga la nostra terra. Tutto il groove lentamente decade, sino a che un lungo fade-out chiude la canzone in maniera progressiva. "Hearts Alive" (Cuori vivi) è la suite del disco, con i suoi 13:40 globali. Terminate le ultime note di Aqua Dementia, un rumore marino collega le due canzoni, con il lungo brano che incomincia grazie ad un sinistro arpeggio di chitarra, le cui variazioni servono ad innalzare il pathos. Una lunga sezione iniziale è costituita così da una partitura calma ma inquietante, col basso che riempie il tessuto con ottime partiture. Una lunga rullata prelude ad un netto cambiamento, segnato in maniera distintiva dall'entrata della chitarra distorta, che con il suo riff detta il cambio di marcia. Il riffing si fa più complesso, sanguinante per via anche del cantato di Sanders, questa volta davvero molto sofferto. Dopo una prima sezione urlata, il bassista-cantante si concede una parte molto più calma, dove la sua voce sfiora lidi assai più pacati. Il testo è ambientato inizialmente nelle profondità marine, quelle più oscure ed inospitali. È uno di quei posti in cui tempo e spazio sembrano dissolversi vicendevolmente in un'unica entità. L'intensità aumenta man mano che i versetti scorrono via, arrivando ad un chorus urlato, con il protagonista che non riesce più a respirare, non riuscendo a resistere un solo istante in più in questo posto opprimente. Alla furia distorta di alcune ripartizioni, s'alternano arpeggi metallici che sembrano dare una boccata d'aria all'ascoltatore, prima che però gli rivenga rimessa la testa sott'acqua. La seconda strofa ripropone Sanders con le sue tipiche clean vocals timbricamente basse, che recitano versi dove l'acqua comincia a ribollire. Nel frattempo un tale - non meglio specificato - nuota a pelo d'acqua, con le fiamme che gli escono dalla bocca, respirando solo del fumo. Un nuovo arpeggio (6:03) prende il posto al ritornello, ponendo le basi per un notevole bridge (7:04), dopo il quale sembra terminare la canzone. Invece i Nostri colgono l'occasione per far ruggire il basso distorto di Sanders, strumento ritmico in una sezione in cui le chitarre s'incrociano addirittura con gli arpeggi. A 8:36 il verso cambia completamente, dimostrando ancora una volta l'estrema perizia tecnica - e visionarietà - della band, in una porzione della canzone davvero da infarto, con stacchi, melodie incrociate e controtempi tutti combinati assieme. Un saggio della loro bravura, insomma. Delle scale a salire (con tocchi in controtempo di Dailor) avviano il brano verso una sezione più trascinata, sostenuta dai colpi sui tom. Affidato all'ascia di Hinds, l'assolo di Hearts Alive è davvero molto lungo e ben articolato, caratteristica abbastanza inusuale su questo disco. La successiva parte è invece da headbanging puro, con le ritmiche più che mai adatte a scuotere la testa. Il brano prosegue seguendo questa strada e si avvia alla conclusione ripetendo più e più volte lo stesso, infinito giro. A conti fatti, viene da chiederci come i Nostri riescano a scrivere brani così allucinanti ed allucinati. Fantastico! Verrebbe da dire che con Hearts Alive sia terminato il disco, ma invece c'è spazio ancora per la decima traccia, la strumentale "Joseph Merrick". Chi sia costui è stato già ampiamente spiegato nella canzone finale di Remission, intitolata tristemente con il suo soprannome: Elephant Man. I Mastodon sembrano essersi particolarmente affezionati a Joseph, l'Uomo elefante diventato attrazione da baraccone a causa della sua estrema deformità. Vissuto nella seconda metà del XIX secolo, il ragazzo fu rifiutato da chiunque, tranne che da un dottore, il quale gli diede ospitalità e la possibilità di vivere il più degnamente possibile. Per ogni approfondimento vi rimando però alla recensione di Remission, il cui link lo troverete qua sotto. La canzone è uno brano anomalo perché abbastanza piatto ritmicamente, fatto di arpeggi di chitarra acustica ed elettrica. La batteria di Dailor questa volta è molto meno dinamica, lasciando spazio alle vellutate note dell'organo del guest musician Matt Bayles, produttore di numerose band americane, che vanta collaborazioni con Alice in Chains, Isis, Pearl Jam, Queensrÿche, oltre che i Mastodon stessi. Il brano si lascia sentire, ma l'ascoltatore è sicuramente ancora troppo sconvolto da Hearts Alive per riuscire ad apprezzare pienamente questa canzone, comunque degna di far parte di questo stupendo disco.

Leviathan è un album bellissimo che però, ne sono certo, non farà cambiare idea ai detrattori della band. D'altronde, per i Mastodon, il sound è croce e delizia: tanto fonte di successo ed approvazione, quanto motivo di critica. Al momento dell'uscita, i fans della band apprezzarono moltissimo il disco, ed ancora oggi è considerato da molti la migliore prova del combo di Atlanta. Secondo il parere di chi vi scrive, Leviathan è solamente secondo al magnifico - ma non ci sono ulteriori aggettivi per descriverlo - Crack the Skye, uscito da lì a cinque anni. Leviathan, pur essendo pubblicato ancora dalla Relapse Records (ultimo album ad uscire per quell'etichetta), segnò già un punto di svolta rispetto alle ibride radici di Remission. In un certo senso, il voler costruire e portare avanti un discorso fatto di concept album sembrò significare realmente la svolta della band, definitivamente maturata e con la mente già ampiamente orientata verso sfide future. Leviathan è un disco imprescindibile nella discografia - purtroppo esigua - dei Mastodon. Come ogni altro loro disco, infatti, possiede un suo motivo per cui dovrebbe essere ascoltato. Se Remission segnava gli esordi musicali di quattro ragazzi incontratisi per caso, Leviathan si avvaleva di una maggiore stabilità all'interno del gruppo, che garantì un'armonia compositiva senza paragoni. Il drink preparato con il debut del 2002, due anni più diventò invece pronto da essere servito, ma proprio come un bloody mary, acido per il succo di pomodoro, fortemente alcolico per la vodka e speziato per via degli aromi intensi, non è un cocktail che tutti possono amare. Ma se chiedete a qualcuno in grado di apprezzarne il gusto particolare, vi dirà sicuramente che non esiste drink migliore al mondo. 

1) Blood and Thunder
2) I Am Ahab
3) Seabeast
4) Ísland
5) Black Tusk
6) Megalodon
7) Naked Burn
8) Aqua Dementia
9) Hearts Alive
10) Joseph Merrick

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