MASTODON

Hushed And Grim

2021 - Reprise Records

A CURA DI
STEFANO PENTASSUGLIA
13/11/2021
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Non sono poi molte le band heavy nate in tempi recenti che potremmo definire "iconiche", ma i Mastodon sicuramente sono tra queste. Quella che probabilmente è oggi una delle più autorevoli realtà metal esistenti sul pianeta ha sempre trovato nella sua line-up storica, rimasta pressocché immutata nel tempo (se escludiamo la presenza del primo cantante Eric Saner ai tempi del primissimo demo) la sua prima ragion d'essere, dagli aggressivi tatuaggi facciali di Brent ai baffoni del sempre accigliato Bill, dal ciuffo biondo ossigenato dell'eterno adolescente Brann alla barba biforcuta dell'espressivo Troy. Sono, insomma, uno di quei gruppi che ha riscoperto nei membri che lo compongono, prima ancora che nella sua musica, la sua autorevolezza e la forma identitaria. Ed è anche questa loro identità così forte ed emblematica che ha permesso a noi fan di: 1) rendere la loro musica potente e riconoscibile fin dal primo ascolto, nonché di considerarla così unica e particolare da non poterla associare a nessun'altra band esistente, se non per singoli sprazzi estrapolati dal marasma sonoro: non è mai stato possibile etichettare in nessun modo il sound dei Mastodon, creatura informe che passava con estrema naturalezza dal proto-sludge dei Melvins al post metal dei Neurosis, fino a sfuriate di matrice hardcore punk e di raffinati labirinti sonori figli del miglior progressive rock; 2) accettare di buon grado la loro ispirata ed imperterrita evoluzione artistica, fonte di continue nuove influenze e di cambi d'atmosfera, di passaggi da un tipo di sound ad un altro, o anche solo di una maggiore concentrazione su determinati aspetti della loro creatività. Se quindi l'immortale "Leviathan" possedeva un'anima punk indomita che usciva fuori ad ogni riff di chitarra, l'altrettanto spettacolare "Blood Mountain" è riuscito nella non facile impresa di riappacificare le due anime da sempre in contrasto nella band di Atlanta, quella più prettamente sludge e quella più libera e progressive. Quest'ultima ha poi preso il sopravvento nelle divagazioni lisergiche di album meravigliosi come "Crack The Skye" e anche del più recente "Once More Round The Sun", ma già dal precedente "The Hunter" si cominciava a intravedere con forza uno spirito fortemente debitore all'hard rock classico, e questo aspetto non ha smesso di accompagnare la band nemmeno nell'ultimo "Emperor Of Sand" del 2017. Era quindi lecito chiedersi cosa avrebbero combinato i nostri di lì in avanti e che direzione avrebbero lasciato prendere alla propria carriera, sia in virtù delle risposte di un pubblico sempre più largo ma anche, ahimè, parzialmente deluso da certe svolte leggermente più "commerciali" delle loro tipiche sonorità, sia in seguito a vicende personali sciagurate che avrebbero piegato chiunque: il suicidio della sorella di Brann Dailor e la morte per infarto del fratello di Brent Hinds, poi il maledetto cancro della moglie di Troy Sanders e quello altrettanto disgraziato della madre di Bill Kelliher, quest'ultimo purtroppo fatale, senza contare anche la morte, sempre per cancro, del loro amico di una vita Nick John, manager della band da oltre quindici lunghi anni. Tutte vicende strazianti che, tuttavia, invece di piegare la band al dolore, l'hanno risvegliata, inducendola ad elevare quella sofferenza e a trasformarla in arte. Il nuovissimo "Hushed And Grim", per l'ormai etichetta di fiducia Reprise Records, frutto di un enorme lavoro svolto sottobanco in quattro anni di totale e assordante silenzio radio, sembra essere la risposta definitiva a tutto questo: dal punto di vista tanto musicale quanto lirico, l'album è un pugno in faccia a chiunque avesse creduto che le rinnovate sonorità rock dei Mastodon fossero il frutto di una sopraggiunta commercializzazione e di un loro appiattimento creativo; allo stesso tempo, attraverso i suoi testi poetici e le sue atmosfere cupe, conseguenza di un impianto epico-melodrammatico stranamente inedito per lo stile dei Mastodon, l'album è un calcio nello stomaco al dolore per la morte dei propri cari, sia grazie al suo sound così carico di emotività e malinconia da avvicinarlo quasi ai confini del gothic, sia per il concept lirico che ne è alla base e che parla di un'anima che, abbandonato il corpo mortale, conclude il ciclo della vita trasformandosi in un albero, come si vede nella misteriosa e affascinante copertina venata di un blu grigiastro e plumbeo. Questa volta i Mastodon parlano di vita e di morte, si fanno malinconici e riflettono, anche in seguito ad una pandemia che ha sconvolto il mondo e ci ha costretti chiusi in casa per mesi e mesi; eppure lo fanno senza mai perdere di vista il loro approccio scanzonato e irriverente, riuscendo con estrema classe ed eleganza a mantenere ben salda la loro identità, pur tentando di esplorare un argomento che finora non era mai stato affrontato nei loro album: la morte e quello che ci aspetta "dopo". Un tema così vasto da richiedere la composizione di ben 15 tracce, racchiuse in due dischi per un totale di 90 minuti di musica. Non resta quindi che approcciarci a questo enorme e complesso lavoro, con un po' di timore reverenziale, certo, ma soprattutto con la voglia di scoprire che cosa i nostri geniacci siano riusciti a tirar fuori dal cilindro per noi umili ascoltatori, dopo quattro anni di elaborazione del lutto tra le mura del loro studio di registrazione.

Pain With An Anchor

L'opener "Pain With An Anchor" ("Dolore con un'ancora") altro non è che una dichiarazione di intenti, fin troppo esplicita a dire il vero. E questo per una serie di motivi. Il primo è prettamente musicale: i nostri mettono subito in chiaro che il nuovo album non sarà un banale compitino, ma la complessa e ragionata fusione di tutti i loro stili e di tutte le loro influenze attraverso una musica ricca e articolata, peraltro eseguita con classe invidiabile. Se dal lontano passato di "Leviathan" recuperano gli stop-and-go rabbiosi, dal più recente "The Hunter" viene quell'ispirazione che consente di rendere catchy e immediate le loro strofe e le loro melodie, così come le tentazioni progressive di "Crack The Skye" si avvertono tutte nella seconda parte del brano, con chitarre liquide che spaziano da divagazioni oniriche a oscuri saliscendi dal sapore vagamente opethiano (e per questo squisito). Il secondo motivo, invece, è prettamente lirico: basta dare un'occhiata al testo della canzone per capire come stavolta tutta la loro attenzione sia concentrata verso l'elaborazione del lutto e il suo superamento. La rabbia di Brent e la sofferenza di Troy trasmutano il dolore in arte, e si avvertono tutte le loro emozioni più forti tra le piaghe di una strofa e di un bridge tanto malinconici quanto avvolgenti, tra l'altro ben visibili già dall'emblematico titolo: "A pain with an anchor / The taste of defeat / Oh, my dear / Look what we've come to / We've shattered serene / I've turned the grief to medicine / Into my mouth will enter / The hardest pill / I've ever had to swallow down" ("Un dolore con un'ancora / Il sapore della sconfitta / Oh, mia cara / Guarda a cosa siamo arrivati / Abbiamo frantumato il sereno / Ho trasformato il dolore in medicina / Nella mia bocca entrerà / La pillola più difficile / Che abbia mai dovuto ingoiare"). Il terzo motivo, infine è legato all'immediato rinnovamento stilistico che si avverte durante l'ascolto e che ci dà l'impressione di vedere i Mastodon navigare lungo gli insidiosi confini del dark e gothic metal. L'atmosfera uggiosa e opprimente che caratterizza il brano, densa di melodie sofferte e di riff che imprimono emotività ad ogni giro di chitarra. Le rullate in crescendo mettono tensione, minacciano l'ascoltatore come i nuvoloni neri di un temporale in arrivo, mentre Hinds e Kelliher ci colpiscono il cuore con stilettate di inedita emotività. Tutto ciò rende "A Pain With An Anchor" non solo un pezzo tremendamente ispirato, in grado di metterci addosso una gran voglia di ascoltare subito tutto l'album, ma anche un brano a suo modo simbolico, che introduce alla perfezione tanto il concept che c'è dietro a "Hushed And Grim" quanto il lavoro e lo studio stilistico che i nostri hanno fatto per arrivare a realizzare tale concept. Da brividi.

The Crux

E ora si gode. Si gode davvero. L'iniziale approccio elettronico, tra l'altro così raffinato e piacevole che ci si chiede perché non sia stato un tantino più lungo, è una dolce carezza che ci separa dall'opener e ci addentra tra le spire di questo nuovo album. Spire forti che stringono come un pitone: terminato l'intro, i brutali riff di "The Crux" ("Il punto cruciale") ci azzannano alla gola con una violenza possente che non si sentiva dai tempi di "Blood Mountain", ed è subito headbanging e voglia di spaccare tutto. La voce di Brent è perfetta, tanto in quella strofa un po' baronessiana e che profuma di post-grunge, tanto e soprattutto nel successivo bridge stoppato che prende il meglio di "Leviathan" e lo eleva alla massima potenza, tra l'altro particolarmente valorizzato dalle sonorità ovattate della produzione di David Bottrill. "The Crux" appare come la naturale evoluzione di "Pain With An Anchor", riuscendo a sottolinearne la componente più ferale senza perdere di vista l'orecchiabilità e la scorrevolezza, ma soprattutto senza lasciar entrare nemmeno uno spiraglio di luce tra le liriche di una band che appare sempre più meditativa sul proprio dolore emotivo causato dall'atroce perdita dei propri cari, e che proprio per questo appare sempre più poetica: "Another sinking stone / Find its way down below / The depths of love haunt you / It's dark inside / Where all my demons hide / Your presence fades into a memory / Underneath a cloud of silence / Will time defy / The weight of you leaving us / I feel the pressure / Hold aggression" ("Un'altra pietra che cade / Trova la sua strada verso il basso / Le profondità dell'amore ti cacciano / Dentro è buio / Dove si nascondono tutti i miei demoni / La tua presenza svanirà in un ricordo / Sotto una nuvola di silenzio / Il tempo sfiderà / Il peso di te che ci lasci / Sento la pressione / Mantieni l'aggressività"). Ma come ormai abbiamo imparato, la violenza nei Mastodon del 2021 non è mai fine a sé stessa e non viene mai lasciata da sola: presto la possenza dei riff lascia il passo alla delicatezza di assoli spiccatamente progressive, per quanto impregnati di un retrogusto blues che li rende avvolgenti e trasognati, fino a farli evolvere in una bucolica apertura melodica sorretta da cori coinvolgenti e densi di sentimento. Ma non crediate che sia finita qua, perché nel finale del brano i Mastodon mostrano ancora di più le zanne di quanto non abbiano fatto prima, e riprendono il riff iniziale con l'aggiunta di un martellamento in doppia cassa distruttivo e di derivazione post metal che sembra provenire direttamente da una session di Robin Staps e dei suoi The Ocean. Devastanti.

Sickle And Peace

Alzi la mano chi al partire di "Sickle And Peace" ("Falce e Pace") non ha pensato "ma che, hanno invitato a cantare Bjork?". In effetti la voce femminile super effettata e riverberata che apre la canzone sembra davvero provenire da un album della folletta islandese, ma è questione di pochi istanti prima che le chitarre di Brent Hinds e Bill Kelliher inizino a rincorrersi. Si apre così un altro scenario piuttosto inedito per i Mastodon, dove sembra di assistere ad una jam session tra i suoni morbidi dei Pure Reason Revolution e le divagazioni progressive dei The Contortionist. Ma la voce di Brent non si perde in vagheggiamenti, al contrario, si fa carico di un'armonia melodica a cui l'ugola di Hinds non ci aveva abituato, donando così al brano un fascino estremamente orecchiabile. Anche qui le liriche non si distanziano un attimo dalla tematica della perdita a cui ormai il disco sembra immolarsi totalmente, e del resto lo stesso titolo del brano rimanda all'immaginario collettivo della morte quale "figura incappucciata che porta con sé una falce", collegandola qui all'idea di "pace" che la fine dell'esistenza (e quindi della sofferenza) dovrebbe portare con sé; stavolta però i toni paiono decisamente meno emotivi e ben più razionali e pacati, forse anche più rassegnati, tanto da far perdere a Brent la sua caratteristica cattiveria e a cantare versi di abbandono all'inevitabilità del dolore, amareggiandosene e persino scusandosi con chi dovrà aiutarlo a sopportare questo tremendo fardello: "Death comes and brings with him / Sickle and peace / Please excuse the madness / Of the situation I am in / Are we only united / For we both share the cause of this / I cease to mourn / What never could be / No feeling's ever final / Just another scar I wear and hold dear" ("La morte viene e porta con sé / Falce e pace / Vi prego, scusate la follia / Della situazione in cui mi trovo / Siamo solo uniti? Perché entrambi condividiamo la causa di questo / Ho smesso di essere in lutto / Per ciò che non potrà mai essere / Nessun sentimento è mai definitivo / Solo un'altra cicatrice che indosso e che mi sta a cuore". In contrasto con la morbidezza della strofa, il refrain si presenta al contrario tipicamente mastodontiano, anche se qui l'aggressività è parzialmente sacrificata in favore di una solennità che rende ancora più epico il graffiare dei riff della coppia Hinds/Kelliher, e si sposa alla perfezione con l'atmosfera generale dell'album. Infine, sulla falsariga di quanto accaduto con le precedenti due tracce, anche "Sickle And Peace" procede verso la conclusione con una parte strumentale più melodica, un lungo assolo rock dalle tinte notturne e romantiche, in quella che ormai sembra essere l'unica certezza in un album che riserba sorprese continue.

More Than I Could Chew

Quanto di buono appreso attraverso la composizione dei primi tre brani di "Hushed And Grim" sembra ora esplodere ai suoi massimi livelli in un brano come "More Than I Could Chew" ("Più di quanto potrei masticare"). Anche qui, in maniera parimenti simile a quanto ascoltato nella precedente "Sickle And Peace", il brano inizia con un intro ingannevole, o perlomeno straniante ma, al posto di riferimenti elettronici a Bjork, qui ci troviamo in balia di tastiere rarefatte e melodrammatiche, dense di un'oscurità che le accomuna parecchio a quanto visto in alcuni passaggi di Joakim Svalberg con gli ultimissimi Opeth. L'illusione, neanche a dirlo, dura poco: un imponente muro di chitarre ci travolge e ci trascina con sé, ma a differenza dei pesanti riff di "The Crux" qui la possenza ritmica di Bill Kelliher è al servizio di uno spirito progressive spiccatamente Mastodon, con ghirigori armonici a cui i nostri ci hanno abituato già in passato che qui vengono ulteriormente valorizzati da un'atmosfera buia e carica di oppressione emotiva. L'alternanza di maciullamenti in palm-mute e divagazioni soliste si incastrano armoniosamente con l'ugola di un Troy Sanders in forma smagliante, che ci accompagna attraverso una strofa ispirata e godibile per poi lasciare il testimone, con estrema naturalezza, a un Brent Hinds che raccoglie le emozioni incamerate e ce le sbatte in faccia con la sua consueta cattiveria. I nostri non lesinano versi impregnati di dolore e senso di colpa, e attraverso l'immagine della terra si ricollegano al loro concept lirico principale, quello di un'anima che, similmente a quanto accadeva nella selva dei suicidi di dantesca memoria, si ritrova qui trasformata in un albero costretto a portare sulle proprie spalle (pardon, fronde) tutto il peso dei propri errori: "Will there ever be a moment / I won't feel this heat coming up from ground? / All I need is you to tell me how to reconcile / This guilt and shame / I've already ripped myself to pieces and I've given it away / All the weight lies upon my shoulders" ("Ci sarà mai un momento / In cui non sentirò questo calore provenire dalla terra? / Tutto ciò di cui ho bisogno è che tu mi dica come conciliare / Questa colpa e questa vergogna / Mi sono già tagliato a pezzi e mi sono dato via / Tutto il peso giace sulle mie spalle"). "More Than I Could Chew" è anch'esso un brano che segue fedelmente la forma canzone, su questo non c'è dubbio; eppure qui riusciamo a notare una maggiore complessità nella struttura, non solo per il modo di suonare ma anche per l'evoluzione che il brano dimostra prima di arrivare alla fine. Tutta la potenza incamerata nella prima parte si dilata nella seconda in un rilassamento che, lontano dalle classiche pause sorrette da assoli blues che ci siamo abituati ad ascoltare in precedenza, si basa stavolta tutta sulla voce di un Troys Sanders sussurrato, quasi seducente, che trova persino il tempo di duettare con Brent Hinds in un lento cullare di melodie ipnotiche e avvolgenti, in netto contrasto con l'assalto chitarristico a cui si era assistito cinque minuti prima. Man mano che le melodie scorrono, le chitarre si fanno più pesanti e opprimenti, fino ad avvicinarsi persino al doom di certi My Dying Bride, con un riff che si attorciglia su sé stesso arricchendosi di assoli e della sempre più evocativa voce di Sanders, che chiude in modo epico uno dei brani forse più belli che ascolteremo in questo bellissimo viaggio che è "Hushed And Grim".

The Beast

Il primissimo giro di note che dà il via a "The Beast" ("La bestia") ci porta a pensare di trovarci davanti ad un brano in qualche modo più "tranquillo" e rilassato, una sorta di pausa dopo le bordate metalliche di inizio disco. E in un certo qual modo è così, ma solo in apparenza. Le chitarre che accompagnano le strofe si fanno stirate, si dilatano, gonfie di risonanze blues che personalmente mi hanno ricordato quasi un approccio seducente alla Bonamassa, con la voce che strizza l'occhio ad una rinnovata armonia melodica. Quando il brano inizia ad evolvere ci accorgiamo che i tempi si velocizzano e che spuntano fuori fraseggi più vicini al tipico Mastodon-sound, ma l'inganno continua a perdurare ancora per un po'; ma quando tutto si ferma all'improvviso ci rendiamo conto che abbiamo abbassato la guardia troppo presto. Non perché all'improvviso debba arrivare una nuova ondata di violenza e metallo: a risvegliarci dal torpore del relax non sono tanto i suoni quanto piuttosto le sensazioni. Si tratta di sensazioni subdole, proprio come lo è "La Bestia" del titolo, la tremenda malattia che anticipa la tragedia, e che metaforicamente appare rappresentata come una bestia vera, reale e visibile, un mostruoso essere dal respiro minaccioso contro cui gli amici, amanti e parenti della persona malata lottano con tutte le proprie forze per salvare la persona cara, vittima di una bestia contro cui si scaglia una forza d'animo più potente di qualsiasi spada, e la stessa vita di chi è accanto al malato, come per il cavaliere che soccorreva le damigelle dai draghi, in quel momento diventava un tutt'uno con il proprio atto d'amore verso chi in quel momento stava rischiando di morire: "The beast is breathing / Should I fall upon my sword? / Make sure they know / That I fought for them / make sure they know / They know I tried / I gave my all / Stars in the distance / Oh, how they tell a story of my life!" ("La bestia sta respirando / Dovrei cadere sulla mia spada? Assicurati che loro sappiano / Che ho lottato per loro / Assicurati che loro sappiano / Che sappiano che ci ho provato / Ho dato tutto me stesso / Stelle in lontananza / Oh, come raccontano la storia della mia vita!"). Avvertiamo la tensione che si espande nell'aria, dalla batteria tanto soffusa quanto tirata di un Brann Dailor chirurgico e dagli arpeggi chiaroscurali dell'accoppiata Hind/Kelliher, qui particolarmente disarmonici e inquietanti. E alla fine, inevitabilmente, tale tensione raggiunge il suo culmine e si evolve in un canto rabbioso e disperato avvolto da chitarre brutali ed emotive, ma che non perdono mai la rotta e continuano a mantenere inalterata quella tensione soffusa che si respira, come in ogni riff distorto, così in ogni delicato arpeggio, fino all'evoluzione in assolo e al ritorno alle atmosfere blues ascoltate all'inizio. Canzone magnifica e perfettamente rappresentativa del modo certosino in cui i Mastodon riescono a far convivere tante emozioni diverse ma ugualmente forti all'interno dello stesso disco.

Skeleton Of Splendor

Ci accorgiamo di essere oramai arrivati quasi alla fine della prima metà dell'album nel momento stesso in cui le prime note di chitarra ci avvolgono i sensi in un arpeggio intimista, riverberato e dai toni squillanti, ma allo stesso tempo incredibilmente caldo. Perché "Skeleton Of Splendor" ("Scheletro di splendore") è una vera e propria pausa di riflessione dalle intemperie continue di "Hushed And Grim", un momento di raccoglimento in cui le distorsioni vengono spente, il growl viene messo da parte e tutto viene affidato a sonorità in clean liquide e dilatate, a sensazioni eteree sospese tra la catarsi e la malinconia. "Skeleton Of Splendor" è la prima vera ballata dell'album, un brano dove le atmosfere uggiose e opprimenti che i Mastodon hanno donato alla loro opera trovano il perfetto compimento. E se questo è particolarmente vero nel corso di una strofa mesta e pacata, con un Troy Sanders totalmente raccolto nell'intimità di sé stesso, il fatto che il ritornello sembri più arioso e che doni un vago spiraglio di luce lo rende paradossalmente ancora più struggente e intensamente emozionale. E così una chitarra gentile ci tocca le orecchie come se ci accarezzasse le guance, e la voce del buon Troy trova supporto nelle backing vocals del batterista Brann Dailor, che dietro le sue pelli dona un piacevole contrasto con la sua ugola acuta e rigogliosa, mentre il testo della canzone ci mette davanti alle responsabilità dei vivi davanti ai loro amici che non possono più risvegliarsi in questo mondo: "We live and breathe / All your thousand words / Now you sleep / We'll finish your work / To My Detriment / I forge ahead unscarred" ("Viviamo e respiriamo / Tutte le tue mille parole / Adesso dormi / Finiremo noi il tuo lavoro / A mio discapito / Vago in avanti senza cicatrici"). Certo la posizione di "Skeleton Of Splendor" nella tracklist dell'album è senza dubbio strategica, ma questo non fa altro che dimostrare ancora una volta la classe dei Mastodon nel bilanciare alla perfezione il variegato ventaglio di emozioni che ad ogni traccia vogliono donarci. Così, mentre ci avviciniamo sempre più alla fine del primo dei due dischi che compongono l'album, non ci resta che godere di questa pacatezza, di questa semplicità compositiva, di queste atmosfere sognanti e, diciamolo, anche un bel po' debitrici di quei bellissimi momenti clean dei migliori Opeth, mentre ci prepariamo ad affrontare nuovamente assalti, distorsioni e complicati labirinti sonori. Una ballata tanto gradita quanto necessaria.

Teardrinker

Se la traccia precedente rappresentava una pausa, il momento di tirare un po' i remi in barca e riprendere fiato, la settima traccia diventa così il momento giusto per tirare fuori gli artigli e presentare finalmente "il pezzone", quella canzone che, in un modo o nell'altro, diventa rappresentativa di tutto "Hushed And Grim". Non che sia davvero così nella realtà (a mio parere brani precedenti come la versatile "The Beast" o la bellissima "More Than I Could Chew" sono ben più emblematiche del disco nell'insieme), ma nelle intenzioni dei Mastodon, e in generale in quelle di un po' tutto il mondo discografico, il brano più rappresentativo di un intero lavoro non è tanto quello che ne cattura appieno lo spirito, quanto piuttosto quello con più potenziale commerciale e maggiori possibilità di catturare un pubblico pagante. E con "Teardrinker" ("Bevitore di lacrime"), molto banalmente, funziona così. Non che sia un pezzo malvagio, intendiamoci: è una canzone dei Mastodon, e come tale bella, ispirata e dannatamente coinvolgente; ma il fatto che sia forse il brano più orecchiabile di tutto "Hushed And Grim", il più adeguato alla classica forma canzone, nonché anche quello che più strizza l'occhio alle sonorità rock di "The Hunter" (che nell'immaginario comune è considerato il disco più mainstream della band), è con buona probabilità anche il motivo per cui si è deciso di presentarlo al mondo come singolo di presentazione del nuovo album, a distanza di circa un mese dalla presentazione ufficiale, e di corredarlo con un bel videoclip sapientemente girato e ricco di suggestioni visive. Finalmente rivediamo i nostri che recitano tutti insieme in un video, entrano nel cancello di un capannone, prendono il biglietto dal buttafuori all'ingresso, si piazzano davanti ad un pilastro con un buco, ci infilano dentro il braccio e ne estraggono una sfera. Da quella sfera escono fuori visioni di un'altra dimensione, popolata da enormi giganti di pietra la cui lacrime si versano a terra come cascate e donano nutrimento al mondo (come da titolo "Teardrinker", appunto), e a sentire il testo del ritornello sembrerebbe che tali immagini visionarie rappresentino come delle metafore per dar forma al dolore di chi ha commesso un danno irreparabile e non sa come poter rimediare: "I can see your face / And I feel the pain / And I feel the shame that I have let you down again / People everywhere / Not a drop to drink / Not a dare to think about the damage I have done" ("Posso vedere il tuo viso / E sento il dolore / E sento la vergogna per averti deluso di nuovo / Persone dappertutto / Non una goccia da bere / E non oso pensare al danno che ho fatto"). Eppure, se non fosse per la disarmonia delle melodie, per le variazioni di ritmo repentine e per quell'inconfondibile appeal generale che si avverte per tutto il brano, se non sapessimo che "Teardrinker" è dei Mastodon potremmo benissimo confonderla con la canzone di qualche altra band rock ben più "normale" e ordinaria. La canzone è bella, davvero bella per quanto a volte possa sembrare leggermente pacchiana: si stampa in testa ed è così orecchiabile e piacevole che probabilmente vi ritroverete a ripremere il tasto play del lettore per riascoltarla più e più volte. Ma resta comunque il fatto, tuttavia, che rappresenti forse uno dei brani più canonici che i Mastodon abbiano mai composto, e che di certo non rappresenti affatto la grande complessità stilistica che un album immenso come "Hushed And Grim" porta con sé; ecco perché, se siete tra i pochi che ancora non conoscono la band di Atlanta e pensate di comprare il nuovo disco solo perché vi è piaciuto il suo singolo di lancio, il mio personale consiglio è di pensarci due volte e di buttarvi prima su qualche altro pezzo, in modo da capire se lo stile dei Mastodon può davvero fare al caso vostro. Ma del resto un brano così godibile anche a cervello spento, soprattutto adesso, ci voleva proprio. 

Pushing The Tides

Ed è con il secondo singolo, corredato dal divertente videoclip girato da Lorenzo Diego Carrera, che i Mastodon chiudono degnamente questa prima metà dell'album, in attesa di passare al secondo CD. E si chiude con il botto, se consideriamo che forse "Pushing The Tides" ("Spingendo le maree") è il brano più energico e movimentato del lotto. Già dai riff iniziali, che profumano di djent e per questo appaiono tanto coinvolgenti quanto leggermente confusionari, si respira un mood diverso rispetto a quello che ha caratterizzato finora "Hushed And Grim", decisamente meno propenso alla malinconia e più all'azione e all'adrenalina. Certi influssi hardcore e rock'n'roll alla Motorhead sembrano avvicinare il pezzo a quello spirito ormai antico che caratterizzava un disco come "Leviathan", anche perché il relativo videoclip ha quel retrogusto di follia che all'epoca aveva reso memorabile quello di "Blood And Thunder", anche per via dei sorrisetti di un Troy Sanders che sembra aver ritrovato la malizia di un tempo. Niente clown e pogo questa volta, ma piuttosto un contesto neogotico moderno che personalmente mi ha quasi ricordato certe atmosfere dell'acclamata serie Netflix "Squid Game", forse per via di quei fuggitivi coperti da un cappuccio che sembrano scappare da un tremendo destino mentre dei ricconi cenano alla faccia loro come se nulla fosse (sarà un caso?). Del resto la voce di Troy, per una volta, si discosta finalmente da quella rassegnazione opprimente che caratterizzava i testi delle precedenti canzoni e tira fuori le zanne in un grido di speranza e di incentivo all'azione senza rimorso: "We're all part of this fucked up devastation / It's not a failure if you're trying / Pushing the tides / Trying not to go down and taken under / Pushing the tides / Trying to keep my head above the water / Pushing the tides / With every ounce of strength I have" ("Siamo tutti parte di questa fottuta devastazione / Non è un fallimento se ci stai provando  / Spingere le maree / Cercando di non andare giù e restare sotto / Spingere le maree / Cercando di tenere la mia testa fuori dall'acqua / Spingere le maree / Con ogni oncia di forza che ho"). E mentre i nostri poveri disperati fuggono come lepri da quel labirinto infernale, la band di Atlanta pesta come una dannata, e rallenta i tempi solo in un ritornello particolarmente catchy e orecchiabile, che ad alcuni potrà persino ricordare da vicino lo stile dei Thirthy Seconds To Mars, interamente cantato da un Brann Dailor gagliardo come sempre, con una voce che probabilmente ci si stamperà in testa e non ne uscirà più Tuttavia questo non significa che il sottoscritto lo abbia apprezzato: senza dubbio "Pushing The Tides" era un brano necessario nell'economia di un disco che finora aveva navigato in acque meditabonde ed emotive e che, almeno per qualche minuto, aveva necessità di darsi una scrollata e movimentare un po' le cose. Ma resta il fatto che, dal mio personalissimo punto di vista, "Pushing The Tides" resta il brano più debole dell'album, forse proprio in virtù di questo cambio improvviso di ritmo che nel complesso lo rende un po' un pesce fuor d'acqua e lo avvicina ad un tentativo un po' maldestro di apparire più mainstream e radiofonico (e non a caso è stato scelto come singolo per farci il videoclip, a discapito di altre canzoni molto più belle). Tuttavia, un po' di movimento in più ci stava tutto. E adesso è arrivato il momento di cambiare CD e passare alla seconda parte di questo intrigantissimo album.

Peace And Tranquillity

"Peace And Tranquillity" ("Pace e tranquillità) fa esattamente il contrario di ciò che prima ha fatto "The Beast": parte ringhiando come una tigre per poi finire a fare le fusa come un gattino. A dispetto del nome, infatti, i primi riff sono tutt'altro che "pacifici e tranquilli", ma sembrano piuttosto aver raccolto l'eredità djent metal della precedente "Pushing The Tides" e ci sputano addosso schegge impazzite di chitarra, con sonorità che ricordano da vicino la classe compositiva di certi vecchi Opeth, ma accompagnati da un po' di cattiveria schizofrenica presa in prestito dai Meshuggah. Quando finisce l'assalto, la struttura della canzone, a cominciare dal suo peculiare approccio chitarristico, richiamano invece un'altra band, questa volta molto più vicina allo stile dei nostri: i Baroness del grande John Baizley. E proprio come riescono sempre a fare loro, qui i Mastodon si mostrano dei maestri nel plasmare la materia progressive metal in modo da rallentare progressivamente i tempi, camminando a ritroso come se cadessero da una scala a chiocciola, e passando quindi dalla tecnica e velocissima introduzione ad una strofa sostenuta fino ad un ritornello calmo ed emotivo, ma molto più arioso delle canzoni precedenti, qui direi quasi tendente al pop. L'ispirato testo si collega a questa ritrovata emotività e si ricollega così alla figura dell'anima trasformata in albero che ha ritrovato finalmente la propria serena tranquillità, punto cardine del concept di "Hushed And Grim", e ripensa quindi ai momenti della sua vita, da quelli più dolorosi a quelli più carichi di poesia e tenerezza: "In peaceful tranquillity I wish that I could stay / I've seen worse before / I've had trouble breathing / I've had scrapes and scars / Healing from lacerations / And when I caught I glimpse of you / You were laughing at me and looking away / And I did everything I could / To try to get you to stay" ("Vorrei poter restare in serena tranquillità / Ho visto di peggio prima / Ho avuto problemi a respirare / Ho avuto graffi e cicatrici / Guarendo dalle lacerazioni / E quando ti ho intravisto / Stavi ridendo di me e distoglievi lo sguardo / E ho fatto tutto quello che potevo / Per cercare di farti restare"). "Peace And Tranquillity" si dimostra così un brano che riesce a coniugare la meditabonda rilassatezza dei Mastodon attuali con una vena progressive rock molto più luminosa e con aperture melodiche di chitarra che ricordano da vicino lo stile dei Baroness e, anche per questo, riescono a coinvolgerci, a rilassarci e ad emozionarci, tutto allo stesso tempo, e appaiono come ammantate da un'aura vintage che ricorda uno stile melodico rock spiccatamente anni '90. Non saremo ai livelli della prima parte di album, ma anche qua i nostri guadagnano punti e dimostrano di saperci davvero fare.

Dagger

Quella voce profonda e catacombale che apre il brano in maniera solenne, sorretto da oscuri suoni elettronici ed effetti di chitarra, tutto mi è sembrato fuorché farina dal sacco dei Mastodon. Mi ha ricordato piuttosto certi spunti dei The Ocean più riflessivi, e a dire il vero direi che l'intera "Dagger" ("Pugnale") è nel complesso una delle canzoni meno "Mastodon" che ascolterete qui dentro. Tutto qui è costruito per conturbare i sensi, per donare all'atmosfera un che di enigmatico, e anche la voce si intona alla perfezione con queste sensazioni che si respirano nell'aria, con un Brent Hinds minaccioso che ci racconta del viaggio spirituale di quest'anima, sepolta per lasciare il mondo dei vivi e ritornare alla terra, ma anche del viaggio emotivo dei cari che gli sono stati accanto in vita e il ricordo che resterà per sempre impresso nelle loro menti e nei loro cuori: " I cannt bare to believe that you have left this Earth / I couldn't stare as they covered you up with dirt and left / The lines you carved remain / Too many days to remember / A dark shadow was cast with your departure / Now dig our way out from this mudslide and survive" ("Non posso sopportare di credere che tu abbia lasciato questo mondo / Non riuscivo a star lì a guardarti mentre ti coprivano di terra e se ne andavano / Le linee che hai scolpito restano / Troppi giorni da ricordare / Un'ombra oscura si è proiettata con la tua partenza / Adesso trova la nostra via d'uscita da questa colata di fango e sopravvivi"). Allo stesso tempo "Dagger" è anche un brano che vive di una speciale commistione tra quelle che sono le tipiche sonorità del post metal (il paragone con i The Ocean non è stato casuale) e influenze esotiche, pescate direttamente da misteriosi riti di musica etnica tribale, a metà strada tra toni arabeggianti e altri presi in prestito dal nada yoga indiano. Un mix funziona che è una meraviglia, anche grazie alle percussioni dell'ospite Dave Witte, poliedrico batterista dei Burnt by the Sun e collaboratore di una enorme quantità di band come i Municipal Waste e i Black Army Jacket, ma anche Birds of Prey e Melt-Banana, tra i tanti, e che qui aiuta ancor più i Mastodon a ricreare effetti tanto stranianti quanto avvolgenti. Senza dubbio si tratta di un brano atipico, qualcosa a cui il fan medio dei Mastodon non era sicuramente abituato; ma è anche questo che rende "Dagger" un tassello importante di questo magnifico mosaico che è "Hushed And Grim", disco che con il passare del tempo si fa sempre più interessante ed intrigante ad ogni traccia che scorre.

Had It All

E dopo la bellissima "Skeleton Of Splendor" ascoltata ormai un bel po' di tracce fa, ecco qui un'altra superba ballata a tenere alta la testa di questa seconda parte dell'album. "Had It All" ("Hai avuto tutto") ci spiazza completamente, ci seduce e ci travolge pian piano, con note tanto lente e delicate quanto strazianti ed emotivamente totalizzanti. Piccoli arpeggi di chitarra, atmosfere costruite su suoni elettronici soffusi, echi in lontananza e una voce calda, simile a quella della precedente "Dagger" ma qui meno minacciosa e più rassicurante, una voce amica che parla con qualcuno che non c'è più e che vorremmo avere ancora con noi. Alcuni piccoli inquietanti cambi di tempo mi hanno ricordato certe soluzioni dei Dream Theater più dark, ma si tratta tuttavia di semplici raccordi per le aperture melodiche di un brano nato per essere una ballad struggente, qui persino debitrice di quelle che sono le carte vincenti nella musica degli Anathema (e mai, dico mai, avrei pensato di accostare il nome della band dei fratelli Cavanagh a quello degli omaccioni di Atlanta) e che ci riconsegna dei Mastodon finalmente maturi e che non hanno paura di dimostrarsi anche loro fragili, di far vedere il luccichio nei loro occhioni. Il ritornello è il climax ideale di questo pathos accumulato nel corso del brano, ed esplode come fosse davvero il dialogo che i nostri avranno avuto davanti a quella maledetta lapide, recandosi al cimitero per salutare il loro amico Nick John, ormai scomparso con il corpo ma non certo con lo spirito: "You had it all / Tomorrow's never end / The peace we lost in ourselves / Are never found / You're gonna make it" ("Hai avuto tutto / Il domani non finisce mai / La pace che abbiamo perso in noi stessi / Non si trova mai / Ce la farai"). Lenta, delicata come una carezza e soffice come una coperta calda, "Had It All" prosegue fino alla sua conclusione come una ballata metal classica, di quelle costruite alla perfezione, ma con un tocco moderno che non si fa mancare una parte più aggressiva, rallentata e ricca di assoli, che è la ciliegina sulla torta di uno dei brani più belli e ispirati di tutto l'album. Se ancora non si fosse capito, la band che ascoltiamo nel 2021 appare ormai distante anni luce da quella che si scatenava nel 2004, e non solo perché siamo passati da un concept epico e sanguigno su Moby Dick ad uno tormentato e meditabondo sul senso della morte e sulla vita nell'aldilà, ma anche perché i Mastodon odierni, alla soglia dei cinquant'anni di età, hanno ormai raggiunto sia l'autorevolezza sia la saggezza per sperimentare, per tentare nuove strade nella propria musica e nel proprio stile, senza temere il giudizio di nessuno, né della critica, né tantomeno dei loro fan di vecchia data. Forse perché, in fondo, anche quei fan sono maturati con loro.

Savage Lands

Ed ecco che finalmente i nostri tornano ad aggredirci con un bell'assalto al fulmicotone, e direi che dopo la pacatezza fin troppo delicata egentile dei brani precedenti questo nuovo mostrar le zanne ci stava tutto. "Savage Lands" ("Terre Selvagge") è senza dubbio un brano decisamente più canonico per lo stile dei Mastodon, che pesca direttamente dal passato della band crogiolandosi beato nei tecnicismi della sua cavalcata ritmica della strofa, fino a scomodare un po' nel bridge anche alcune piccole influenze al confine con il death metal. Un brano veloce, martellante, che non lascia il tempo di riflettere e che dona un piacevole contrasto con l'atmosfera solitamente ben più meditabonda e oscura di "Hushed and Grim". Le voci di Troy e di Brent sono complementari, si rinforzano a vicenda a seconda dei cambi di ritmo, mentre i loro versi si concentrano direttamente su quel sentimento straniante che ci colpisce quando pensiamo a cosa ne sarà di noi dopo la morte, soprattutto quando qualcuno di molto vicino e caro ci ha lasciati e noi siamo rimasti qui a chiederci cosa ne sarà ora di lui, sia nel mondo dei morti che in quello dei vivi, dove la sua persona è sopravvissuta sottoforma di elementi incorporei, come il ricordo, il sogno o oggetti inanimati come i monumenti: "All is indefinite / How quickly we evaporate / To memories and only dreams / As the seismic shifts / Veering into unknown space / Where monuments will bare your name" ("Tutto è indefinito / Quanto velocemente evaporiamo / In memorie e solo sogni / Non appena il sisma cambia / Virando verso uno spazio indefinito / Dove i monumenti porteranno il tuo nome"). Certo non è un brano che osa, questo "Savage Lands", e bisogna considerarlo per ciò che è: chiaramente un tentativo di richiamare il passato attraverso il filtro del presente, facendo allo stesso tempo da collante tra brani di ben altra caratura. Ma siamo comunque lontani dal definirlo un semplice filler, quanto piuttosto parte di una faccia di assoluta importanza per il nuovo album dei nostri, quella che rappresenta il loro animo più aggressivo e che non si dimentica della propria storia e della propria identità sonora. E considerando anche l'efficacia del finale, denso di un'atmosfera oscura e inquietante, nonché attraversato dalle spire di un assolo che spinge forte di prepotenza, non si può certo dire che l'obiettivo non sia stato raggiunto. Un giusto rilassamento per le nostre membra, prima dell'epica tripletta finale.

Gobblers Of Dredgs

Arrivati ormai quasi alla fine di questo viaggio straordinario, i Mastodon decidono di concentrare tutte le loro forze rimaste, le ultime frecce al loro arco, nella tripletta finale del disco. E si inizia la bellissima "Gobblers Of Dredgs", probabilmente uno dei brani più epici e solenni mai usciti dalla penna di Troy Sanders e soci. Già dalle vibrazioni iniziali, con quei suoni riverberati che escono dagli amplificatori valvolari, si avverte tutta la tensione che si accumula e che di lì a poco andrà ad abbattersi sulle nostre teste ignare, come una tempesta che esplode all'improvviso dopo aver immagazzinato enormi litrate in nuvoloni gonfi e sempre più neri. L'approccio di "Gobblers Of Dredgs" è quello di un brano doom metal imbastardito dallo sludge, lento e asfissiante, seppur sempre delineato attraverso un sound riconoscibile per ogni fan dei Mastodon che si rispetti. I riff non sono tanto cadenzati quanto taglienti, sono violenti colpi d'ascia che ci penetrano nelle carni e ci rimangono conficcati. Qui i nostri iniziano a rispolverare certe influenze post metal che finora avevano nascosto, con una strofa che rallenta i toni senza diminuirne la tensione, e quando le distorsioni riesplodono nel riff iniziale vediamo elevarsi sopra di loro la voce acuta di Brann Dailor, che dona un magnifico contrasto con la profondità delle chitarre e ci narra del dolore che soggiace sulle spalle di chi è ancora in vita dopo che un proprio caro ha abbandonato il regno dei vivi: "I left you in the wind / To pull the scraps together / I'm the one who sinned / There's more for me to weather" ("Ti ho lasciato nel vento / Per riunire insieme gli scarti / Sono io quello che ha peccato / C'è di più per me da sopportare"). Tuttavia la storia non finisce qui, perché "Gobblers Of Dredgs" è un brano che ha due facce ben distinte, e ce ne accorgiamo arrivando quasi alla metà dei suoi abbondanti 8 minuti e mezzo di durata. Se infatti la prima parte della canzone era stata dedicata ad un'ossatura doom fatta di rallentamenti distorti, chitarre slabbrate e voci di contrasto, la seconda parte invece si abbandona totalmente al vintage e rappresenta un omaggio fin troppo palese al progressive rock d'annata, ricco di divagazioni chitarristiche e di soluzioni che peraltro richiamano alla mente quel discone dannatamente ispirato che fu "Crack The Skye". E così i Mastodon dimostrano di possedere l'autorevolezza e la classe necessaria per destreggiarsi tra approcci musicai completamente diversi all'interno della stessa composizione, riuscendo con disinvoltura a ritornare ai pesanti riff iniziali dopo tutti questi coinvolgenti minuti fatti di tastiere ovattate e di vocals spiccatamente settantiane. Un vero gioiello di maestria compositiva.

Eyes of Serpents

Non so se possa essere considerato il brano migliore di tutto l'album (anche perché sarebbe fin troppo difficile scegliere un "brano migliore" questo coacervo di perle che è "Hushed and Grim"), ma senza dubbio quello che mi appresto a descrivere è uno dei brani preferiti del sottoscritto e tra i più belli di tutto il secondo CD. "Eyes of Serpents" ("Occhi di serpenti") è una canzone che fa dell'emotività il suo perno, della poesia la sua ragion d'essere e della melodia la sua forza motrice. Già il delicatissimo e soffice arpeggio iniziale, dolce quasi come un carillon, ci mette a nostro agio e ci predispone nel modo migliore all'ascolto; non appena prende il via il riff portante, raffinatissimo ed equamente distribuito tra arpeggi, tenui schitarrate e una batteria dall'incedere ipnotico, iniziamo seriamente a godere. Pur senza toccare i picchi di seduzione oscura di Madrugada e affini, l'andamento generale di "Eyes of Serpents" incanta davvero perché da un lato trova sostegno in un approccio stoner e blues rock dalle tinte un po' dark, qualcosa di apparentemente inedito per il sound della band di Atlanta, e dall'altro riesce a mantenerlo perfettamente bilanciato con un impianto di base progressive metal e con aperture melodiche radiose e al contempo melanconiche che ricordano a tratti il gothic degli Anathema più rock e si insinuano sotto la pelle emozionandoci in profondità, ma senza mai tradire lo spirito di un sound che appare sempre dichiaratamente Mastodon, per quanto si arricchisca di influenze che finora gli sono sempre state estranee. Ed è anche questa la magia dei nuovi brani che compongono "Hushed and Grim", e che in questa penultima "Eyes of Serpents" trovano completa legittimazione della loro poetica, anche attraverso le voci di Sanders e compagni che si fondono in un coro dai toni emozionali, struggenti come quei versi di riflessione intimistica di cui è fatto uno dei testi più belli e profondi di tutto il disco: "If I burn the bridges / Leaving the ash behind / There's no choice but to move on / Within a hearbeat the dream is dead / All that I have sacrificed is leaving me and letting go now / I don't want to leave you alone among the wind and the weeping" ("Se brucio i ponti / Lasciando indietro la cenere / Non c'è altra scelta che andare avanti / In un batter d'occhio il sogno è morto / Tutto ciò che ho sacrificato mi sta abbandonando e mi sta lasciando andare / Non voglio lasciarti da solo tra il vento e il pianto"). Non serve neanche dilungarsi a descrivere su quanto siano meravigliosi i riffoni rallentati sul finale, con il loro sapore post rock vagamente Isis che si sposa alla perfezione con un variegato bouquet di assoli dalla qualità eccelsa, per sfociare in un'ultima parte suggestiva ed evocativa, dove la ritmica si alza sorretta da cori e tastiere prima di rilassarsi nuovamente chiudendo il cerchio con lo stesso riff con cui era stato aperto, stavolta facendolo attraversare dai ghirigori un assolo certosino che cuce il brano in modo semplicemente perfetto. Ho finito le parole, perché qui quel che mi restano sono solo applausi.

Gigantium

Come si fa a concludere degnamente un album dedicato al lutto, al dolore per la perdita di una persona molto cara e all'enorme quantità di riflessioni e meditazioni che ci tormentano dopo quel tragico momento, senza risultare tristi, cinici, piagnoni e disperati? Semplice, attraverso una chiara luce di speranza. La conclusiva "Gigantium" è un fascio di luce che ci trafigge il petto, che scrosta le ombre dalle pareti e illumina ogni cosa che trova lungo il suo cammino. A mani basse il brano più arioso e solare presente nell'intero album, e non poteva essere altrimenti: la luce che sconfigge la tenebra sorge sempre alla fine, possente e vittoriosa, e così i vigorosi riff su cui è costruita la canzone conclusiva di "Hushed and Grim" non possono che essere altrettanto radiosi e carichi di positività. Il coro di voci si erge poi solenne sui riff, i Mastodon cantano insieme come se fossero un'unica voce, l'addio finale è straziante ma al contempo sereno, perché è l'addio di chi ha superato il dolore e conserva nel suo cuore la certezza che ora il suo caro si trova in un posto migliore e che, anche se da quaggiù non possiamo vederlo, resta qui con noi e ci accompagna nel cammino: "I wish I had all the answers / I wish I knew what went wrong / I just need you to whisper / Tell me all is well / You deserve to be happy / Not stuck knee deep in hell" ("Vorrei avere tutte le risposte / Vorrei sapere cosa è andato storto / Ho solo bisogno che tu sussurri / Dicendomi che va tutto bene / Meriti di essere felice / Non bloccato fino al ginocchio all'inferno"). L'intera atmosfera del brano si fa avvolgente, piena e ovattata, ricordando echi di certo post metal come quello dei Pelican nei loro momenti più catartici, ma sullo sfondo emerge vagamente anche una lontana attitudine pop punk che si respira nell'energia di riff limpidi finalmente dedicati ad omaggiare e celebrare la vita, dopo il superamento degli ostacoli che la vita stessa ci ha imposto lungo il cammino. Arrivato alle sue battute finali, il brano trova poi largo spazio di manovra per quell'attitudine gothic metal che finora aveva sempre punzecchiato le nostre orecchie senza mai penetrarle del tutto, e chi tra voi sarà particolarmente sgamato potrà forse notarci un leggero richiamo persino a certi Paradise Lost, prima che le orchestrate note finali degli archi mettano definitivamente la parola fine a questa bellissima opera d'arte chiamata "Hushed and Grim".

Conclusioni

Non lo nascondo. "Hushed And Grime", probabilmente, è il mio sogno bagnato più potente e recondito sui Mastodon, e chissà, forse lo sarà anche per qualche altro loro fan. È il disco della vita per la band di Atlanta, quello che mi aspettavo e speravo con tutto me stesso che pubblicassero, e alla fine lo hanno fatto davvero. Non si tratta soltanto del "disco della maturità", perché sì, "Hushed And Grime" è un disco estremamente maturo, ma i nostri una certa maturazione l'avevano già raggiunta da un bel po'; "Hushed And Grimes", più che altro, è il disco della riscoperta di sé stessi, del superamento dei propri limiti che, per quanto prima ci si potesse sentire liberi, in qualche modo imbrigliavano sempre il proprio stile in certe coordinate ben definite. Forti dell'ormai ventennale esperienza acquisita sul campo e consapevoli di poter realizzare il disco che vogliono senza farsi condizionare da niente e da nessuno, i Mastodon del 2021 sanno fin troppo bene come piegare le molteplici influenze del proprio sound al loro volere, e riescono finalmente a realizzare un album che miscela alla perfezione tanto le componenti sludge e hardcore quanto quelle progressive e hard rock, il tutto alternando accelerazioni, divagazioni e bellissime aperture melodiche che si concatenano tra loro con una naturalezza da restare allibiti. Ma tutto questo, sia chiaro, appare anche filtrato da una rinnovata luce, o per meglio dire da una penombra: quella di un'emotività struggente che accompagna per mano ogni singola composizione e che non ci fa soltanto godere delle elaborate composizioni dei nostri, ma ci colpisce nel profondo e diventa un tutt'uno con la nostra anima. E dire con cognizione di causa una cosa del genere per una band come i Mastodon, di cui sono sempre stato abituato a considerare più il godimento dei riff che le emozioni suscitate dalle melodie, è qualcosa che non mi aspettavo affatto di fare con il nuovo album, ed è anche il motivo per cui questa loro ultima fatica riesce a sorprendere così tanto.

All'inizio potreste sentirvi spiazzati, e non c'è nulla di strano. L'atmosfera generale di "Hushed And Grime", ben più uggiosa e malinconica rispetto ai precedenti album della band, appare stranamente insolita per composizioni che, pur mantenendo ben riconoscibile l'impronta dei Mastodon, sembra quasi avvicinare vagamente il loro stile, seppur con le dovute proporzioni, al gothic classico dei Sentenced e al dark metal degli ultimi Katatonia. Ben presto però ci si accorge che questo inedito approccio "gotico" dei quattro di Atlanta altro non è che un modo per potenziare la marcata impostazione emotiva di queste nuove quindici tracce. Tutto qui è improntato all'elaborazione del dolore, dai momenti più intimisti e meditativi a quelli più epici e atmosferici, dai coinvolgenti duetti tra la voce acuta di Troy e quella calda di Brent, dalle sfuriate improvvise sludge-punk a oneste ballads sostenute da rallentamenti grevi e massicci, dagli orecchiabilissimi ritornelli hard rock ai più intricati labirinti sonori che ci fanno viaggiare con la mente ancor più di quanto facevamo nei dischi precedenti. Anche l'eccelsa produzione e il sapiente missaggio di David Bottrill sembrano voler contribuire alla creazione di questa atmosfera decisamente più cupa del solito, sacrificando la brillantezza tagliente dei precedenti album e puntando piuttosto su suoni ovattati, avvolgenti e densi di un riverbero onnipresente che ammanta voci, chitarre, basso e batteria come le nuvole grigie che si vedono nella copertina del disco; del resto, anche l'aspetto grafico di "Hushed And Grime" rappresenta un'eccezione nella colorata discografia dei nostri e senza dubbio costituisce una dichiarazione di intenti ben precisa, un modo di presentarsi mesto e dannatamente romantico che, una volta ascoltato l'album, non appare per nulla casuale. Così i Mastodon del 2021, sopravvissuti ai cambiamenti umorali del proprio pubblico e alle disgrazie personali che li hanno colpiti, ci seducono e ci incantano, mostrando il meglio che la loro arte ha da offrire attraverso un complesso ed elaborato studio delle proprie potenzialità e un equilibrato labor limae su quelli che sono i propri punti forti, il tutto attraverso un approccio emotivo e melanconico mai visto prima e che aggiunge al loro bagaglio artistico nuovi spunti e nuovi elementi da cui attingere in futuro.

Si viene subito catturati dall'incedere lento e avvolgente dell'opener "Pain With An Anchor", che fin da subito ci mette a nostro agio con la raffinatezza della sua melodia vagamente opethiana, e allo stesso tempo ci rende inquieti con la sottesa tristezza della sua atmosfera; "The Crux" cambia all'improvviso registro ed è godimento puro, con rallentamenti post metal che ricordano gli ultimi The Ocean, fino a meditazioni bucoliche fatte di assoli coinvolgenti e rilassanti allo stesso tempo; "Sickle And Peace" parte come un pezzo di Bjork, continua come un brano dei Pure Reason Revolution ed evolve come se fosse una riscoperta dei Mastodon più grezzi del passato, mentre "More Than I Could Chew" dapprima inganna con tastiere spettrali per poi colpirci in faccia con pesanti riffoni sludge; e c'è dell'inganno anche in "The Beast", che dapprima ci ammalia con pennellate di tastiere, voce femminile e una chitarra spiccatamente blues, per poi farci precipitare in divagazioni progressive labirintiche ed elaborate; l'approccio hardcore punk di un brano come "Pushing The Tides" si scontra invece con quello più commerciale e orecchiabile del singolo "Teardrinker", mentre nel frattempo i nostri sensi sono sopraffatti dalla bellezza di ballad sopraffine come "Skeleton Of Splendor" o "Had It All", quest'ultima che poi evolve in rallentamenti ferali e allo stesso tempo sensibili, come fossero una jam session tra il post metal dei Minsk e il gothic dei My Dying Bride; e poi ancora le influenze neofolk e tribali di "Dagger", i cambi di tempo spiccatamente progressive di "Peace And Tranquillity", i rallentamenti poderosi e annichilenti, ma al contempo melodici di "Gobblers Of Dredgs", la forma-canzone così catchy e vicina al gothic rock di "Eyes Of Serpents", fino alla solennità della conclusiva "Gigantium", tutto contribuisce a rendere il disco un crogiolo di pura creatività e introspezione; e persino quando la band prova a scrivere dei pezzi più canonici e che strizzano l'occhio al passato, come "Savage Lands", continua a imperterrita a mantenere saldo quel caratteristico tratto romantico che infonde forza all'identità di "Hushed And Grime" e lo rende un album così tanto atipico rispetto al passato discografico dei nostri.  Insomma, questa volta la band di Troy Sanders e soci è davvero andata oltre, realizzando un disco che rende onore al loro nome: un album letteralmente "mastodontico", dove ogni singola traccia compone il tassello di un'opera estremamente ricca, corposa e dettagliata, piena zeppa di influenze diverse e che riscopre ogni singolo aspetto del sound dei Mastodon più altri confini sonori che finora non era ancora stati attraversati, con ben 15 canzoni VERE, senza filler, interludi e riempitivi vari, 15 bombe pure che mai scendono sotto i 5 minuti di durata, per oltre un'ora e mezza di musica che è come un affresco del rock e del metal contemporaneo.

Mi sono spesso interrogato su quale potrebbe davvero essere mai il mio album preferito dei Mastodon, senza riuscire mai a trovare un vero vincitore. Ho sempre pensato che questo onore spettasse all'immortale e bellissimo "Leviathan", il disco più autentico e genuino che li ha consacrati al successo, eppure quando riascolto "Blood Mountain" o "Crack The Skye", considerata la maturazione dei Mastodon negli anni, qualche dubbio sul primato di "Leviathan" mi viene. Così mi rincuora, e anche un po' mi stupisce, pensare che forse stavolta, dopo vent'anni, forse ho finalmente trovato un vincitore. Perché per quanto mi riguarda, per la discografia della band di Atlanta, "Hushed And Grime" è l'album definitivo da prendere a scatola chiusa, quello che può davvero mettere d'accordo tutti i loro fan, conquistarne di nuovi, mettere a tacere i detrattori e consacrare la band, una volta per tutte, alla gloria eterna del metal.

Mastodontici.

1) Pain With An Anchor
2) The Crux
3) Sickle And Peace
4) More Than I Could Chew
5) The Beast
6) Skeleton Of Splendor
7) Teardrinker
8) Pushing The Tides
9) Peace And Tranquillity
10) Dagger
11) Had It All
12) Savage Lands
13) Gobblers Of Dredgs
14) Eyes of Serpents
15) Gigantium
correlati