MASTODON

Crack the Skye

2009 - Reprise

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
08/10/2013
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Recensione

Il 2009 verrà ricordato dai fan dei Mastodon come l'anno in cui i nostri hanno voluto aprire una "breccia nel cielo", così come dichiarò Troy Sanders, bassista e cantante del combo di Atlanta. Quando Brann Dailor - batterista e, in questa occasione, per la prima volta anche voce solista - venne interpellato dal portale The Quietus per illustrare ai lettori la nuova fase intrapresa con Crack the Skye, il biondo musicista rispose che, rispetto al precedente Blood Mountain, il nuovo album possedeva un'intimità molto più recondita, che necessitava di "una maggior esplorazione" rispetto a qualsiasi altra cosa incisa fino a quel momento. "Ci siamo sentiti maggiormente coinvolti con l'atmosfera del disco; tutto ciò sembrava più inquietante e 'distaccato' [dal reale]: qualcosa di speciale stava accadendo". Stando al DVD del making of del disco, Crack the Skye si colloca come l'ultimo della serie dei tre concept album della band, ognuno dei quali rappresenta un elemento classico. Sebbene Remission non possa considerarsi un concept nel vero senso della parola - manca infatti di un fil rouge che unisca tutte le sue canzoni -, certo è che il fuoco accomuna gran parte delle composizioni, caratterizzate da un'istintiva distruzione (peculiarità appunto del fuoco). Così se a Remission toccava il fuoco, a Leviathan l'acqua ed a Blood Mountain la terra, a Crack the Skye non rimaneva che l'etere, l'elemento certamente più bizzarro e fugace. Ecco che così l'album si configura come la loro opera più onirica ed inquietante, come ha ribadito d'altronde lo stesso Dailor. L'intento della band americana è stato dunque quello di riproporre un sound decisamente ricercato, che facesse l'occhiolino a quello degli anni Sessanta e Settanta - per intenderci, quello del filone più psichedelico e progressive. Sebbene la produzione derivata sia certamente moderna nella potenza espressiva degli strumenti, a tratti addirittura (volutamente) caotica, è indubbio che il progressive rock d'eccellenza gioca qui un influsso preponderante sui quattro musicisti americani. La componente sludge, quella che da sempre dona la compattezza metallica dei Nostri, è ora accantonata per riprendere la lezione dei mostri sacri degli anni che furono. Per ripetere l'insegnamento appena appreso, i Mastodon si lasciano andare a vere e proprie derive progressive, nelle quali suoni ed emozioni si mischiano in un unico, densissimo corpo. Della "caoticità" di cui sopra occorre però fare attenzione a non comprendere male ciò a cui sta a significare. Caoticità non significa, appunto, note a casaccio. Nulla nei Mastodon è messo a caso ma, anzi, ogni singola nota è posizionata con l'intenzione d'andare ad incastrarsi alla perfezione in una fittissima trama sonora, molto ricercata e studiata. Tutti sappiamo infatti che i Mastodon sono ottimi musicisti, con un particolare gusto per la melodia, frutto d'elaborate sessioni di chitarra, di riff ipnotici e di una sezione ritmica sempre sugli scudi, che raramente - almeno per la batteria - si limita ad un puro accompagnamento. Giusto per continuare coi pareri dei diretti interessati, Sanders rivelò a Stereogum che "Crack the Skye è un allontanamento da qualsiasi cosa" fatta in precedenza. Il bassista si lascia poi andare a colorite descrizioni sul "viaggio cosmico" che hanno intrapreso per arrivare alla scrittura di Crack the Skye. "Allacciate le cinture" sulle loro "navi spaziali", allontanatisi dalla Terra, i Nostri hanno colto "l'elemento etereo dell'universo". Da questa particolarissima prospettiva hanno così cercato d'inquadrare il loro nuovo lavoro. Dailor aggiunge inoltre che il filo conduttore dell'opera ha a che fare, ad un livello estetico, con la Russia degli ultimi zar, cui si aggiungono poi tematiche fantascientifiche come il viaggio spaziale, esperienze extrasensoriali e, non ultima, la teoria dei wormhole di Stephen Hawking. Cerchiamo ora di spiegare a grandi linee la trama di questo concept. Prima di tutto immaginiamo un ragazzo paraplegico, che non ha altro modo di muoversi se non quello di viaggiare col pensiero. Estraniandosi dal reale, arriva addirittura a vagare nello spazio. Nell'immane vuoto cosmico, il nostro protagonista si perde però in un ponte di Einstein-Rosen, un wormhole, per dirlo all'inglese, ossia una scorciatoia da un punto all'altro dell'universo: entra così in contatto con degli spiriti che gli annunciano che tutto ciò è reale, ma anche che egli non è morto, bensì soltanto disperso chissà dove. Essi decidono così d'inviarlo nella Russia degli zar, tramite un atto divinatorio, comprendendo anche la natura della sua invalidità. Gli esseri celesti decidono poi anche d'aiutarlo ed infondono la sua anima all'interno del corpo di Grigorij Efimovi? Rasputin, personaggio molto famoso nell'ambiente russo a cavallo tra Otto e Novecento. Dopo aver ricoperto personalmente il ruolo di consigliere privato della famiglia reale dei Romanov per un certo periodo di tempo, caduto però ben presto in disgrazia, Rasputin viene assassinato. Le due anime contenute nel suo corpo - la sua e quella del ragazzo - si librano nell'aria e, volando, attraversano una breccia nel cielo (il crack in the sky). Solo in questo momento il mistico russo viene a conoscenza dell'anima del ragazzo e decide così d'aiutarlo a ritrovare il suo corpo "addormentato", che nel frattempo, però, è già stato rinvenuto dai suoi genitori, i quali lo credono invece morto. Rasputin capisce che il tempo stringe sempre più. Nel loro viaggio extrasensoriale s'imbattono in figure spaventose, come il Diavolo, che cerca di rubare le loro anime. Infine, nell'interminabile discesa verso la vita, i nostri dovranno ancora destreggiarsi per superare moltissimi ostacoli, affinché il risveglio del ragazzo possa dirsi effettivamente ancora possibile. Se questo è il concept che sta alla base delle sette tracce contenute in Crack the Skye, occorre ancora sottolineare un paio di cose. Partiamo innanzitutto dal titolo. L'ortografia di skye è voluta al posto dell'altrimenti corretto sky. Skye era infatti la sorella del batterista Dailor, morta suicida all'età di 14 anni. Il lavoro che abbiamo tra le mani è dunque un omaggio che il fratello, assieme alla band al completo, traduce in un'opera artistica, nella quale viene cristallizzato l'attimo in cui si perde definitivamente qualcuno, quell'attimo in cui ti sentiresti in grado di spaccare anche il cielo. In seconda ed ultima istanza, trattiamo ora dell'artwork. La copertina dell'album - come tutte le altre del combo americano - è ad opera di Paul Romano e raffigura elementi connotati con l'etereo (anime, nuvole, un vortice) ed anche di chiara derivazione iconografica russa (i personaggi barbuti ai lati, chiaro rimando allo stesso Rasputin). L'edizione limitata contiene inoltre una pregevole aggiunta. Aprendo la confezione in una determinata maniera è possibile ottenere una sorta di libro animato dove, guardando attraverso un "tunnel", si ha la possibilità d'osservare figure tridimensionali. Sicuramente un packaging davvero encomiabile, come encomiabile risulterà essere anche il disco.

Passiamo ora all'analisi track-by-track dell'album. Il disco si apre con "Oblivion" (Oblio), secondo singolo estratto dal platter, una delle due canzoni cantate anche dal batterista. Dopo un'intro dissonante ed arpeggiata, di certo perturbante, notiamo che il brano è cantato da più voci: mentre a Dailor e Sanders spettano i versi, alla cantilenosa voce di Brent Hinds toccano i ritornelli, azzeccati per la facilità con cui catturano l'attenzione dell'ascoltatore. I versi danno l'incipit al viaggio siderale vero e proprio ("Volai oltre il sole prima che fosse il tempo/dando fuoco a tutto l'oro che mi tratteneva/all'interno del mio guscio/Mentre t'attendevo per spingermi dentro/Ebbi quasi il mondo sotto i miei occhi"); alla sezione vocale corrisponde anche l'apporto musicale, puntualmente sia ricercato che d'impatto. Nel chorus, invece, il brano si apre in maniera melodica, pur connotandosi per un senso d'intrinseca tristezza. Il protagonista della canzone si è ormai perso nell'oblio dello spazio ("Mentre precipito dalla grazia/poiché son stato troppo a lungo assente/Mentre t'abbandono/con la mia solitaria ode/son ormai smarrito nell'oblio") e per lui non c'è alcuna possibilità di ritorno. Nella seconda parte del brano, la canzone porta con sé diversi assoli di chitarra che lasciano ben presto strada ad un bridge più cattivo, che incanala definitivamente questa bellissima canzone verso il suo naturale epilogo. Seconda traccia è "Divinations" (Divinazioni), primo singolo dell'album. La canzone è introdotta da una linea melodica di banjo, subito ripresa dalle chitarre. La batteria detta i tempi per un seguente bel lavoro di guitar riffing ad opera del duo Bill Kelliher/Brent Hinds. I versi di quest'ultimo, con delle vocals in bilico tra il dolce e l'aspro, lasciano, come di consueto, l'armonia di pertinenza al cantato di Sanders, assai più melodico. L'avvicendamento delle voci caratterizza certamente l'andamento del brano, che fin qui dimostra pure maggior cattiveria esecutiva rispetto alla precedente Oblivion. L'impianto lirico della canzone ben s'intona col titolo del brano, intimamente criptico. I primi versi non sanno che riportare le linee "se n'è andato/se n'è andato/se n'è andato per il bene comune". A chi si riferiscono? Strani "spiriti animali" giungono a chiamare il protagonista, sempre più stordito dallo strano avvicendamento degli eventi. Attraverso un "tunnel di luce splendente/vien spinto il magnete della saggezza". L'enigmaticità lirica tocca qui i suoi apici. La seguente stanza è invece rivelatoria di una situazione di pericolo: "Non v'è via di fuga/anime vincolate/Non v'è via fuga/Intrappolati nello spazio-tempo". Tra le principale influenze di questo micidiale uno-due d'inizio album continua dunque a tener banco il filone fantascientifico. In seguito, in prossimità del secondo verso, il testo fa riferimento ai Chlysty, una misteriosa setta originatasi in Siberia nel Seicento, della quale si presuppone che persino lo stesso Rasputin ne abbia fatto parte. La loro è un'organizzazione segreta che interpreta la dottrina del secondo avvento di Cristo, mediante riti collettivi che comprendono espressioni quali la danza, l'espiazione fisica del peccato per mezzo di frustate, la celebrazione eucaristica della Spirito Santo, per poi terminare abitualmente in un'orgia. Proprio quest'ultimo elemento pare fungere da trait d'union tra riti pagani (l'energia del movimento, della Terra, rappresentato ovviamente dalla potenza sessuale) e quelli cristiani (la comunione). Digressioni a parte, occorre infine sottolineare come Kelliher sappia costruire partiture di chitarra estremamente complesse, sopra alle quali Hinds può ricamare un assolo dei suoi (2:28). Ancora un ritornello ed il brano si chiude con un buon effetto complessivo sull'ascoltatore. Arriviamo così a "Quintessence" (Quintessenza), uno dei migliori brani dell'album. Le chitarre urlano come anime maledette, con dei fenomenali riff armonici. I versi di Hinds sono quanto mai complicati e parlano di un demone misterioso che tende una mano al protagonista, sempre più in un perenne stato d'equilibrio sul limitare dell'oblio ("La pelle demoniaca è avvolta/in una sottile nebbia/Aprì la sua mano nella mia/mentre puntavo i miei occhi verso il futuro"). Un buon pattern di basso riempie sia i versi che il seguente bridge d'arpeggi puliti (caratteristica dominante dell'album). Il ritornello - ad opera di Sanders - è diretto e fa immediatamente presa poiché facilmente assimilabile dall'ascoltatore, sia per la facilità delle liriche (ripete solamente "lascialo andare") sia per la buonissima musicalità. Grandiosa è poi, a metà canzone, l'intro reprise, resa davvero superba da una batteria che più in controtempo non si può. In questa sezione il rullante sincopato, assieme ai riff di chitarra, creano un vero e proprio effetto stordente, che si traduce poi in un vortice musicale che tutto ingoia. Dopo questa parte davvero strepitosa, compaiono - seppur fugacemente e per la prima volta - dei giri di chitarra piuttosto "terrosi", derivanti dalla matrice sludge, finora lasciata imbavagliata e costretta a non poter dire la sua. Finalmente slegatasi, la componente sludge è libera d'intavolare una dura battaglia con la controparte più prog: e così, riff abrasivi e metallici ben s'oppongono alle armonie eteree che finora l'han fatta da padrona. Per continuare il discorso sulle liriche, occorre notare che il brano s'è evoluto in un tourbillon d'emozioni, forti e spesso contrastanti. Dei "cuori selvaggi fuggono", addirittura "bruciando dentro". Tutto ciò permette al protagonista di "liberare la quintessenza", dalla quale scaturisce e fuoriesce tutto il potere ESP del ragazzo. In sintesi, Quintessence è una canzone che fonda il suo fascino nella sua intrinseca ed evocativa enigmaticità, e per questo motivo è una gemma di rara bellezza. L'apparato lirico è ben innestato su territori che non permettono d'essere compresi appieno, ma proprio in virtù di questo risultano intriganti. Sull'altro versante, la musicalità ha raggiunto apici assoluti, candidando indubbiamente la canzone ad uno dei migliori episodi del lotto. La quarta traccia è la suite "The Czar" (Lo zar), divisa in quattro momenti (Usurper-Escape-Martyr-Spiral, Usurpatore-Fuga-Martire-Spirale). Il brano si apre con le tastiere del guest musician Rich Morris, dal forte flavour sessantiano per via del mellotron. Ancora una volta il duo Hinds/Kelliher si sbraccia in arpeggi incrociati davvero evocativi. Le liriche sono esplicitamente riferite al "capitolo russo" dell'opera: Rasputin è stato scoperto dal suo tentativo - a detta dei detrattori - d'usurpazione e la zarina l'ha avvertito del pericolo, della sua imminente uccisione. È così costretto a darsi subito alla fuga ("Non fermarti; scappa/Lui ha ordinato il tuo assassinio/Gli scagnozzi sono riuniti ed aspettano"). Si ignorano i motivi che hanno portato i cortigiani dello zar a congiurare contro Rasputin, ma certo è che ormai è etichettato come l'usurpatore ("Il tuo ruolo d'usurpatore è svelato/Non fermarti; scappa/La zarina è stata avvertita del pericolo"). I versi cantati sono polifonici: Hinds, con la sua timbrica malata, e Sanders, con tono grave e solenne, creano un effetto di straniamento generale, quasi da trip. Dopo quasi cinque minuti di psichedelia riproposta in chiave moderna, la canzone prende poi quota come per sottolineare che siamo entrati nel secondo capitolo, denominato Fuga. Nuovamente la componente sludge ritorna a galla, dato che il riffing si fa meno atmosferico e più diretto. Dei pesanti break di chitarra e batteria introducono la seconda strofa, cantata questa volta da Sanders. Le liriche sono opportunamente incentrate sull'evasione di Rasputin dai palazzi reali ("Alla luce della luna/tu devi scappare nel/profondo della notte"). Al conflitto che frappone il mistico alle guardie di corte, s'inserisce anche uno scontro emotivo, che ha luogo nell'animo di Rasputin ("Combatti il demonio dall'interno"). La successiva allusione al veleno richiama chiaramente l'episodio dell'avvelenamento di Rasputin, avvenuto nella casa di Feliks Feliksovi? Jusupov, principe russo tra i massimi nemici del magnetico Rasputin. Degli enigmatici versetti sembrano addirittura anticipare la Rivoluzione russa che verrà ("Cavalca la marea sanguigna/Illuminazione/Le bellezze improvvisamente accompagnano/la corona frantumata [?] Noi ora siamo sulla nostra strada/Lascia morire lo zar"), dove la "marea rossa" pare richiamare la potentissima Armata Rossa, la "corona frantumata" il simbolo del potere regale che decade e l'"illuminazione" la presa di coscienza di un popolo tremendamente soggiogato dal suo sovrano. Poco dopo i primi cinque minuti, una durissima sezione centrale inasprisce la composizione, arricchendola con armonici artificiali davvero taglienti. I confini tra le seconda e la terza sezione sono piuttosto labili, ma più si procede, più si ha la sensazione d'arrivare finalmente alla terza tappa, denominata Martire. Attorno al settimo minuto la marea elettrica pare placarsi, specie quando s'inserisce una chitarra acustica, che comincia a ricamare metallici arpeggi che enfatizzano il pathos raggiunto con la precedente cavalcata. Un riffing piuttosto standard e classico disegna un bridge dopo il quale Hinds comincia a recitare la sua nuova sezione di cantato. Questa voce la sua voce è davvero melodica, espressiva sino a diventare epica. Siamo nel capitolo della Spirale, e lo capiamo dalla strofa in questione ("A spirale attraverso/la breccia nel cielo/lasciandosi alle spalle il mondo terreno/Io scorgo il tuo volto nelle costellazioni/Il martire ha terminato la sua vita"). Come dicevamo prima, morendo, Rasputin ha iniziato il suo viaggio nei cieli, dove ha incontrato l'anima del ragazzo paraplegico. In occasione del mistico incontro, la chitarra solista di Hinds si lascia andare ad alcuni fraseggi melodici, che sfociano in un vero e proprio assolo (8:16). In questa sezione l'atmosfera ritorna ad essere preponderante rispetto alla potenza, finendo poi con lo sfumare nella ripresa dell'introduzione. In questa maniera si porta così a compimento l'intera suite, un brano davvero interessante, che difficilmente stufa per la sua lunghezza o per la sua complessità ma che, anzi, cattura facilmente l'ascoltatore e lo fa viaggiare grazie al potere suggestivo degli arpeggi di Kelliher, finora apparentemente in ombra, ma vi assicuro, grande compositore di sezioni davvero complicate oltre che raffinate. Con la quinta traccia, "Ghost of Karelia" (Fantasma della Carelia), la band ci trasporta in un batter d'occhio nell'omonima storica regione, divisa oggigiorno tra Finlandia e Russia. I Mastodon ricominciano a riproporre un efficace riffing chitarristico, questa volta molto più melodico anche se meno arpeggiato, ma ugualmente ipnotico. La batteria di Dailor scandisce il tempo sul ride, mentre il basso di Sanders appare maestoso in tutta la sua distorsione. I tempi proseguono "incespicando", dato che la componente progressive si fa ora sentire più che altrove. I versi cantati da Sanders sono davvero difficili da interpretare ("L'infuriato/Sguardo di nove occhi/Teschi in attesa/riempiti e corretti/con sangue umano"). Verso metà canzone, il brano acquista notevole potenza grazie al pattern di Dailor, che tambureggia come un dannato sui tom. Quando tocca a Hinds andare dietro al microfono la traccia s'incattivisce ancora di più, sorretta dalle ritmiche furiose della batteria e da un assolo di chitarra orientaleggiante (2:50). Dopo alcune ardite soluzioni strutturali ed una ripresa del tema dell'introduzione, Ghost of Karelia si chiude con un lungo fade out di suoni sinistri e, perché no, spaziali. La canzone si presenta però come un'arma a doppio taglio: se da un lato la musica risulta - come da copione - magnificamente congegnata, l'eccessivo tasso di difficoltà che presentano i testi nella loro interpretazione rischia di stancare anche il più cervellotico dei fan, intento a tradurre ogni frase ed a comprenderne il significato. Purtroppo le liriche sono davvero difficili da capire ed oggettivamente risultano molto ambivalenti, nel senso che si possono prestare a diverse letture - tutte assolutamente valide - ma che dipendono dalla sensibilità dell'ascoltatore stesso. Il sesto brano è la title-track dell'album, che vede come ospite in studio Scott Kelly, cantante, chitarrista e fondatore della band experimental/post-metal Neurosis. Kelly è ormai un fidato collaboratore dei Mastodon, tant'è che questa è la sua terza partecipazione in uno dei loro lavori. Tornando al brano, com'è lecito aspettarsi, "Crack the Skye" (Breccia nel cielo) è il biglietto da visita dell'album e si apre con un arpeggio di chitarra, maledettamente accattivante, amplificato da un poderoso crescendo di batteria. Le vocals, al limite dello scream ed affidate a Kelly, sono le più dure del disco e riportano indietro fino ai tempi del primissimo Remission. Il riffing è allo stesso modo più cattivo, molto marcato dal doppio pedale di Dailor. Kelly sbraita a gran voce tratteggiando uno scenario tanto apocalittico quanto surreale ("Visionario benedetto/Recidimi col tuo sole/I fiumi scorrono nel sangue/Scintilla alimentata dal fuoco"). Non mancano neppure i marchi di fabbrica dei Mastodon: arpeggi e versi cantanti a più voci non vengono qui certo lesinati, e così pure Sanders ha l'opportunità di controbilanciare la pesantezza dello screaming di Kelly, affiancandogli una voce più leggiadra e aperta in senso melodico. Anche i suoi versetti paiono meno opprimenti ("Negli abissi di questo imperituro vuoto/vado in cerca d'un segno") di quelli dello stesso Kelly ("Il vascello plasmato tra le mie membra/Volge oltre il suo sguardo/come la morte della luna"). Eppure non c'è pace per il personaggio cui il guest presta la sua voce: "le urlanti frecce/lacerano la mia anima/all'aurora il tuo volto è tormentato/candidi sogni spettrali". L'anima del protagonista è ormai immersa nei meandri dello spazio siderale, circondata da misteriose figure (ma è giusto definirle così, data la loro incorporeità?). Si tratta di veri e propri fantasmi, oppure alieni? Angeli? Chi lo sa? Quel che è certo è che il brano continua - sui ritmi di un mid tempo - fino al minuto 2:53, dove la chitarra di Hinds lacera con un urlo l'ordito sonoro. A darle man forte subentrano le vocals spaziali di Sanders, in bilico tra lo space rock d'annata ed il sintetismo della new wave più robotica degli anni Ottanta. Dopo questa sezione centrale decisamente sperimentale, vi consiglio di ritornare indietro. Se prima, presumibilmente, vi siete concentrati sulla voce e sulle principali linee di chitarra solista, questa volta dedicate invece l'attenzione all'impianto ritmico e rimarrete piacevolmente colpiti dalla varietà di suoni che si concentrano nelle vostre orecchie. Promesso. Andando dunque oltre, dopo la parte centrale, i Mastodon ricominciano a pigiare sull'acceleratore, con un gran Kelly dietro al microfono (le sue harsh vocals, in sede live, vengono riproposte solitamente da Sanders, con lo stesso, ottimo risultato). Ciò sta a significare che, oltre essere un buonissimo bassista, Troy si dimostra essere un altrettanto valido cantante, molto maturato nel corso degli episodi discografici della sua band, essendo partito soprattutto da parti vocali ruvide per poi approdare su territori diametralmente opposti. In conclusione, dicevamo prima di come questa Crack the Skye fosse un biglietto da visita per tutto l'album. Ebbene, confermo. Ma oltre a quanto già detto aggiungo il fatto che la canzone si candida seriamente a miglior prodotto della band, se non dell'album, addirittura dell'intera loro carriera. Dopo la succosissima title-track, ci avviamo all'ultimo brano in scaletta, "The Last Baron" (L'ultimo barone), altra lunga suite di tredici minuti. Il brano, come sarebbe del resto lecito pensare, non si apre affatto con una lunga introduzione, ma parte subito col cantato (che presenta il testo più lungo del disco), cogliendo piacevolmente di sorpresa. Le vocals, questa volta, sono di Hinds, che si trova a recitare quasi una supplica ("Ti prego, prendi la mia mano/Ti prego, prendi l'anima mia desiderosa di quiete/Così noi possiamo sempre restare nei dintorni"). A chi si rivolga, ovviamente, non ci è dato saperlo, ma certo è, ancora una volta, le liriche evocano dentro di noi un senso d'irrequietezza. La successiva descrizione non lascia dubbi a riguardo di un possibile scenario di dissoluzione materiale ("È arduo gettare lo sguardo/attraverso tutta la nebbia/sulla cima degli alberi/Trattengo la mia testa su d'uno stabile suolo/Osserva come la terra precipita tutt'attorno"). È possibile che però sia uno sconquasso interiore, non effettivamente reale. Il mondo che precipita potrebbe simboleggiare la perdita d'ogni valore che si credeva saldo, ma che invece, ora, cade come un castello di carte al vento. Il personaggio principale rivela poi d'aver bisogno di un qualcosa che gli indichi la strada per la salvezza. L'oggetto in questione - "il bastone dell'uomo saggio" - indicherà a lui la via da seguire. Dal punto di vista musicale, la sezione ritmica si pone qui in maniera sensibilmente differente rispetto al resto del disco. Le partiture di Dailor e Sanders sono infatti più lineari e lente; il basso si può ascoltare chiaramente distorto, mentre le chitarre sfoggiano un riffing - principalmente costituito da arpeggi - sostanzialmente differente dalle solite melodie cui ci aveva abituati. A 2:18 un primo assolo, vagamente epicheggiante, può ricordare gli Iron Maiden dei loro lavori più progressivi. In seguito, attorno al minuto tre, i Mastodon si profondono poi in un bellissimo bridge, davvero particolare, prima che chitarra e batteria diano una svolta molto sperimentale al brano stesso, creando un effetto di stop-and-go molto repentini ed efficaci. La rullata che cresce sempre più prelude ad un incitamento generale, che non fa altro che creare atmosfera. Si penserebbe a questo punto ad una deflagrazione totale (e finale) del brano, ma invece Hinds continua a cantare su di un nerboruto groove ritmico. Nel cuore della canzone si nota però chiaramente il trademark dell'album, con la componente progressive accentuata come non mai (ascoltate la parte che va dal minuto sei al dieci: in alcuni istanti "puzza" di Rush da lontano un miglio!). Anche prima di questo frangente già si poteva intuire la prepotenza dei giri di chitarra, sia ritmica che solista, ma è al minuto sei che la follia prog sboccia in tutta la sua potenza. Salgono i ritmi, s'innalza il tasso tecnico, e così pure la voce di Hinds si fa sempre più arrabbiata, accompagnata da quella di Sanders, polivalente come sempre. A questo punto, dopo che il meglio è arrivato, la canzone piomba in una piccola parte acustica, che serve a spaccare un po' il ritmo degenerante della canzone. C'è tempo anche per un assolo di chitarra (11:59), che s'espande fra il marasma sonoro generale. Quest'ultima sezione è davvero fantastica, con parti di chitarra le une più belle delle altre. La sezione ritmica si esime dallo salire sugli scudi, ma rimane al suo posto, adempiendo alle fondamentali che le si richiedono - e facendolo peraltro benissimo. Con la chitarra di Sanders che sfreccia ormai impazzita nell'infinito gorgo musicale in cui siamo capitati, ci addentriamo finalmente verso la conclusione, caratterizzata da un vero e proprio caos elettrico che tende a sbiadire sempre più fino a raggiungere il silenzio totale. Ci siamo lasciati alle spalle il brano più "pesante" e complesso dell'intero lotto, ma siamo ancora vivi. Ed è questo quello che conta.

Dopo averne analizzato in ogni minimo dettaglio il potenziale - esplosivo - dell'album, guardiamo ora alle cifre inerenti a questo Crack the Skye. Molte webzine e siti specializzati gli hanno dato ottimi voti, specie Rock Sound, che lo ha nominato album dell'anno '09. Nick Cracknell di Total Guitar gli ha assegnato un 5/5, giudicandolo "maggiormente ambizioso nello scopo e nel suono rispetto all'[album del] 2006 Blood Mountain. Abbracciando elementi del prog e del country, ma soprattutto del classic rock, Hinds e Kelliher hanno aggiunto letteralmente una nuova dimensione al suono della band, peraltro già in continua espansione". Se Decibel non è stato poi così lusinghiero nel giudizio ("solo" 7/10), il magazine Clash ha sentenziato che "non [esistono] release metal del 2009 che siano così importanti come Crack the Skye", sottolineandone l'aspetto emotivo di un suono in perenne evoluzione, che sicuramente "sarà destinato a diventare oggetto di leggenda". Due giornalisti del «New York Times» hanno recensito positivamente l'album. Se da un lato Nate Chinen ha evidenziato la "visione ambiziosa e la vivida tecnica esecutiva" che caratterizzano il platter, dall'altro, Sasha Frere-Jones, oltre a citarlo tra gli album dell'anno nella sua playlist personale, ha etichettato il disco come un "album profondamente coinvolgente". Infine, pure la celeberrima rivista specializzata in musica dura, la britannica Metal Hammer, ha inserito l'album alla cima della classifica delle migliori uscite discografiche dell'anno. Per concludere, con due singoli a dir poco complementari ("Oblivion" più ragionato, "Divinations" più aggressivo), Crack the Skye non sbaglia un colpo dall'inizio alla fine. Magari è un album a cui serve più di un'attenzione, dal momento che le liriche non sono di facile comprensione. Tuttavia, anche restando però ad un primo ascolto, l'audience abituale dei Mastodon non potrà che rimanere felicemente colpita da questo lavoro: i Nostri ci hanno regalato una perla sonora molto ricercata, magistralmente arrangiata, matura e con più di un occhio di riguardo ai mostri del prog rock dei suoi anni migliori. La musicalità mastodontiana tocca qui i suoi apici assoluti, raggiungendo una miscela a dir poco perfetta, in cui componente melodica e ritmica paiono quasi perdere ogni contorno fino a fondersi in un unico, eccellente prodotto. Le chitarre sono qualcosa di incredibile, difficile a descriversi: Hinds e Kelliher si dimostrano due assoluti riffmen, dotati di un bagaglio tecnico a dir poco invidiabile. Altra grande capacità - cui bisogna dar loro atto - è quella di saper riversare quello che d'incredibile hanno nella testa su pentagramma. Sull'altro versante, la sezione ritmica si dimostra ancora una volta in grado di dare quel quid in più a qualsiasi traccia. Invece che martellare sempre - come faceva un tempo -, Sanders riesce ora a riempire i "vuoti" delle chitarre con dei fills assolutamente pregevoli. Il suo tocco si è fatto maggiormente esperto, forse meno irruento e pestato, ma certamente più conscio delle proprie capacità. Allo stesso modo Dailor non manca un'occasione per predicare il suo "verbo": ritmi ossessivi, quasi compulsivi, sfrenati, ma talvolta pure ragionati, incredibilmente incastrati tra i moltissimi patterns ritmici di quest'album. Un lavoro, il suo, davvero certosino. A coronare infine la sua prova s'aggiungono le diverse occasioni dove l'abbiam addirittura visto recitare nel ruolo di cantante - anche questa prova superata a pieni voti. Traendo le ultime conclusioni, Crack the Skye è sicuramente un disco da avere, a cui concedere più di un ascolto, dimostrandogli così fiducia. Lui saprà certamente ricompensarvi, rapendovi l'anima fino a che non verrete definitivamente risucchiati nel nero oblio dello spazio siderale.

1) Oblivion
2) Diviniations
3) Quintessence
4) The Czar
5) Ghost Of Karelia
6) Crack The Skye
7) The Last Baron

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