MASTODON

Blood Mountain

2006 - Reprise

A CURA DI
GIACOMO BIANCO
02/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Recensione

Blood Mountain fu il terzo disco in studio dei Mastodon ed il primo ad uscire per la Reprise - label non esattamente metal - fondata nel 1960 da Frank Sinatra. La domanda sorge spontanea: perché? Sussidiaria della major Warner Bros. Records, in àmbito metal, la Reprise annovera i soli Mastodon nel proprio roster. I più diranno: "beh, ovvio sono passati alla Reprise perché è sotto la Warner, e ciò significa che sono più pompati e guadagneranno un botto in più". Sicuri davvero di questa cosa? Quando una major investe su una band, procurandole tutto il necessario (dalla registrazione alla strumentazione, dal marketing alla creazione di videoclip) investe nella band somme da capogiro (da qualche parte sul web si vociferava di somme al di sopra del milione di dollari), da recuperare poi con le vendite dei cd. Blood Mountain, uscito ai primi di settembre 2006, dopo circa tre mesi aveva venduto 65.000 copie nei soli Stati Uniti. Citando Wikipedia, a settembre 2010 - quattro anni esatti dopo la pubblicazione - aveva venduto 176.000 copie. Sempre dal web emergono impietose le cifre di contratti: 1$ alla band ogni cd venduto. Un'inezia. Mettiamo che, però, sia plausibile. Alla luce delle cifre sopracitate, dopo le quasi duecentomila copie del 2010, se il disco era venduto a 15/20$, la Reprise/Warner aveva già intascato una somma che oscillava dai 2.5 ai 3.5 milioni di dollarucci. Quindi, probabilmente, era rientrata ampiamente nelle spese per la produzione del disco. La band invece cosa ci guadagna in tutto questo? Oltre a non tirare fuori una lira (o meglio, un dollaro) per entrare in studio e sfornare il lavoro, dopo soli tre mesi di vendite aveva nel proprio conto in banca quasi 80.000$ in più. Dopo quattro anni, al fatidico settembre '10, poco più del doppio. In più sei reclamizzato da uno dei colossi della musica, sei l'unico "gallo metallico" nel pollaio e puoi avvalerti del top nel campo della produzione musicale: insomma hai tutte le carte in regola per fare il salto di qualità (anche economico). Capite perché, alla luce dei fatti, la band sia passata dall'indipendente Relapse alla commerciale Reprise? Mica scemi! Giusto per ritornare di più sul lato musicale, Blood Mountain (registrato congiuntamente presso i Robert Lang Studios, gli Studio Litho e gli EK Studios di Seattle) si colloca esattamente sulla linea del precedente Leviathan, in quanto anch'esso è un concept album. Se l'album precedente era un capolavoro di visionarietà incentrato su un doppio tema - Moby Dick e l'acqua - a tratti romantico, Blood Mountain è invece l'omaggio alla violenza della natura, un inno alla ferocia più atavica. Rappresentando l'elemento della terra, il disco è dunque decisamente aggressivo, ma pur sempre anche molto visionario ed "astratto", (come ogni lavoro della band, d'altronde). Il bassista Troy Sanders lo paragonò allo "scalare una montagna" e nell'imbattersi in "tutte quelle diverse cose che ti possono capitare quando sei bloccato su un monte, nei boschi, quando ti sei perso. Stai morendo di fame [?], t'imbatti in strane creature. Sei braccato. [L'album] tratta di tutta quella lotta". Su un piano meno "etereo" e meno aggrovigliato, sempre secondo Sanders, l'album è altresì la loro prova più matura, almeno fino a quel momento. Tutte quelle caratteristiche che erano state introdotte in Leviathan (maggior risalto alle parti pulite, voci melodiche invece che lo scream dei primi album) continuano ad essere coltivate e sperimentate in forma sempre maggiore. Blood Mountain ha insomma tutti i crismi per confermare la definitiva consacrazione della band. Rispetterà delle attese così alte?

Il brano che ci introduce all'interno dell'album è "The Wolf Is Loose" (Il lupo è sciolto), ispirata in parte dall'opera di Joseph Campbell L'eroe dai mille volti. Una rullata prolungata del batterista Brann Dailor ci proietta all'interno di una canzone lanciata all'assalto senza alcuna remora. Il drumming sostenuto e veloce strùttura un brano aggressivo e tagliente, dove le vocals di Sanders sono sputate a pieno volume. Le chitarre, estremamente terrose ed elettriche, sono dei fendenti lanciati dal più abile spadaccino, mentre invece il basso è piuttosto adombrato (forse a causa della sua distorsione che l'amalgama al wall of sound band). Il brano non prevede introduzioni e quindi si procede subito alla strofa, non prima però d'aver giocato su differenti timbriche vocali. Poco dopo s'avanza verso un bel cambio (0:50), dove i tempi dispari di batteria la fanno da padrone. A 1:12 assistiamo poi ad un altro avvicendamento - questa volta solo musicale - davvero ben riuscito. Verso metà, la canzone comincia ad inasprirsi come un minaccioso temporale che s'avvicina sempre più. Le partiture si fanno progressivamente più arrabbiate e furiose, fino a scemare quasi di colpo a 2:03, dove s'apre una sezione di chitarra solista, melodica ma pur sempre in sintonia col mood feroce della canzone. In seguito è poi la voce di Brent Hinds a salire in cattedra, mostrando a tutti la sua caratteristica tonalità un po' lamentosa e "melliflua". Infine, in prossimità della conclusione, è ancora una volta Sanders a riprendere il microfono, avviandoci verso la naturale conclusione del brano, non prima però d'esserci gustati un bellissimo pattern ritmico (3;18), davvero jazzistico e sperimentale, poco prima che un ultimo, devastante crescendo chiuda la composizione. Come sempre il testo è estremamente visionario ed intricato. Nella prima strofa ci si riferisce presumibilmente a Giona (citato come "l'eroe degli dei"), personaggio dell'Antico Testamento scelto da Dio per essere un suo profeta. L'uomo, tuttavia, rifiuta questo onore (simboleggiato dall'"attraversamento della soglia") e si ritrova così a viaggiare per mare quando viene inghiottito da un cetaceo ("lo stomaco della balena"). È cosa risaputa che Giona riesce alla fine ad uscire dal ventre dell'animale, ma solo perché Dio ha interceduto per lui, non prima però che l'uomo avesse deciso d'accettare il destino impostogli ("il rifiuto del ritorno" sta a significare che Giona non può più ritornare alla sua vita precedente, obbligato com'è ad intraprendere il nuovo percorso). Questa parabola veterotestamentaria insegna come sia un bene accettare i segni che Dio ci invia, ma svela anche come possono capitarci delle sciagure qualora questi segnali siano ignorati. Secondo la morale cristiana, d'altro canto, non si può che trarre beneficî dall'accettazione della verbo divino (e, conseguentemente, nient'altro che disgrazia se si suscita l'ira dell'Onnipotente). Qualche strofa dopo abbiamo invece una reinterpretazione, in chiave più moderna, del medesimo episodio biblico, dove, al posto di Giona, c'è ora un "semplice" uomo. I versetti "linguaggio dei segni/simboli alla nostra vista" significano appunto che siamo noi i primi a dover carpire il significato delle cose che si palesano dinnanzi ai nostri occhî. Ecco allora che "prende forma" una montagna sanguinante, e cioè la prova che Dio ha riservato al protagonista della canzone. Occorre sapere che, alla base di questo concept album, vi sta un viaggio - al contempo sia reale che ideale - che ha come protagonista un uomo qualunque, mosso da un'ossessiva ricerca per il "Teschio di Cristallo", che, una volta ottenuto, sarà necessario collocare sulla cima della sopracitata Montagna di sangue. Com'è stato rivelato nel DVD del making of di Blood Mountain, questo inafferrabile "teschio" sarebbe un oggetto-chiave per rimuovere il "cervello rettiliano". Secondo la teoria neuro-scientifica del medico statunitense Paul MacLean, all'interno del cervello umano vi sarebbero tre formazioni anatomiche distinguibili, ognuna delle quali adibita a determinate funzioni, a loro volta tradotte in "operatori". La prima, l'R-complex (il "cervello rettiliano" di cui sopra), è predisposta ad occuparsi degli istinti innati dell'uomo (i cui operatori sono, ad esempio, quello sessuale, spaziale, temporale e semiotico); la seconda, il sistema limbico (o cervello paleomammaliano), governa l'emotività dell'individuo e contiene operatori emozionali (fobico, innamoramento, richiamo materno, ecc.); la terza e più complessa, il neo-cortex (o cervello neomammaliano), funge da sede degli operatori specifici che caratterizzano l'essere umano (e cioè olistico, generalizzatore, binario, emotivo, ecc.). Secondo la saga dell'album, la rimozione del "cervello rettiliano" costituirebbe un passaggio fondamentale affinché l'essere umano possa raggiungere il passaggio successivo nell'evoluzione della sua specie. Riemergendo per un istante da un contesto così astruso, Bill Kelliher, chitarrista ritmico della band, ha dichiarato a tal proposito l'intenzione dei Mastodon di "raccontare un qualche tipo d'avventura" (decisamente originale, aggiungerei), anche se, poco dopo, mette in guardia gli ascoltatori a non prendere troppo "alla lettera" i testi (punto-chiave fondamentale se vuoi "conoscere" davvero la band, ri-aggiungerei): in questa maniera grossa parte dell'interpretazione sarà lasciata alla musica stessa, soluzione tanto affascinante quanto - a tratti - inconcludente, perché - ma forse è proprio questo il bello - nella musica, e soprattutto nei sentimenti che essa suscita, ognuno è libero di percepire quello che più vuole, o meglio, quello che il suo spirito gli suggerisce in quel momento. A questo punto la canzone, almeno sotto la prospettiva testuale, pare scindersi in due parti che, unite, dicono molto di più di quanto se fossero prese singolarmente. Memori del titolo, i versetti "luce del giorno/nascondere la pelle" paiono tradire la vera natura del protagonista: è probabile che si tratti infatti di un lupo mannaro mutaforma, colpevole per giunta d'innumerevoli uccisioni. Quando sopraggiunge il buio, infatti, nel suo "riflesso nel mare notturno", il protagonista può scorgere chiaramente "i volti delle persone trucidate". "Raggelato" per il fatto commesso e con l'anima macchiata dai delitti, si fa strada in lui una certa voglia di farla finita. Nel frattempo, però, altre persone rinvengono la scena del delitto - con tutta probabilità una vera e propria carneficina - e decidono così d'armarsi e di rincorrerlo. Cercando di braccarlo, gli umani ben presto mettono da parte ogni riserva riguardante creature fantastiche come gli uomini-lupo, convincendosi di conseguenza della loro esistenza. L'inseguimento è iniziato: quale sarà l'epilogo della nostra storia? La seconda traccia è "Crystal Skull" (Teschio di cristallo). Dopo un'intro resa vagamente selvaggia da suoni di tamburi da guerra, tutta la potenza della band deflagra con gli stacchi iniziali. L'irrompere di un verso dinamico e della voce di Sanders conferiscono il solito tono alla canzone: potenza chitarristica esplosiva, sezione ritmica devastante, voci abrasive e graffianti. Il cantante arriva dunque a raccontarci la vicenda specifica del ritrovamento del teschio di cristallo, come già anticipato nella song precedente. La prima strofa ci narra di come il protagonista abbia dovuto immergersi in "buchi neri" per "cercare il cristallo". Non è del tutto chiaro se questi "buchi neri" siano quelli propriamente detti, oppure semplicemente, ricordando dove effettivamente ci stiamo trovando, degli anfratti della montagna, e cioè delle caverne. Il versetto "far sanguinare le vene" potrebbe essere invece inteso latamente, nel senso di provare dolore per raggiungere lo scopo (una sorta di pain & gain). La direzione intrapresa dal protagonista sembra essere quella giusta, sicché si può percepire una certa "risonanza cristallina" (un potere emanato dal teschio?). Ad 1:07 la canzone si frena da sola, presentandoci un mini-break che permette realmente di prendere fiato, perfettamente in sintonia con le parole dette da qui a poco: "fai un respiro profondo/prima del tuffo" (1:19). Prima di questi versi, però, è da notare il bel giro di chitarra, che s'origina a 1:13 e da qui si dipana per circa venti secondi, a volte su ritmi batteristici davvero sincopati. La strofa successiva, costruita su di un diverso pattern sonoro rispetto alla prima (ha, in effetti, più l'aria di un bridge), costituisce la cronaca dell'attraversamento del "buco nero" (continuo a porre il termine sempre tra le virgolette, in modo da giustificare ogni sua possibile connotazione, qual essa effettivamente sia): con "un milione di voci che si dissolvono" e "un migliaio di facce che disarmano" (nel senso figurato del termine) la "corsa nell'oscurità" diventa un'esperienza abbastanza terrificante. Tuttavia il gioco vale la candela e dunque il protagonista continua imperterrito il suo viaggio. A 1:47 compare il primo guest musician di questo disco, Scott Kelly (singer dei Neurosis), che arriva a contare la seconda presenza in un album targato Mastodon, band alla quale è unito da uno stretto legame d'amicizia. Dopo la prima esperienza sul precedente Leviathan, Scott verrà infatti invitato a prendere parte alla registrazione di una traccia per ogni successivo album, inaugurando una vera e propria tradizione. Le sue vocals acide e taglienti inaspriscono ancor di più quelle di Sanders, che viaggiano di pari passo recitando i medesimi versetti. Al minuto due, la canzone vira ancora una volta, in concomitanza della terza (ed ultima strofa), che è quella in assoluto di più difficile decifrazione. Quando finalmente sembrerebbe esser stato ritrovato il teschio di cristallo, il primo contatto dell'uomo con la mistica reliquia pare rivelarsi particolare: al tocco l'oggetto risulterebbe ghiacciato ("il tocco è freddo"), tanto da indurre l'uomo a precipitarsi altrove ("mi lanciai verso un sentiero, urlando"). "Attraverso il vento ed il sangue" l'uomo ha raggiunto il suo obiettivo: dal momento che egli riuscirà ad "essere tutto", la rimozione del cervello rettiliano è virtualmente già in atto: qualcosa infatti sta "bruciando nel profondo" del suo cranio. Poco dopo la metà, la canzone subisce una svolta massiccia e granitica, dove gli stacchi sui tom riempiono di pura potenza ogni singola partitura. A 2:25 un bellissimo riff incrociato di chitarra si disperde sotto le ultime urla malate di Kelly; poi tocca a Hinds impegnarsi in un bellissimo assolo di chitarra. La sezione finale viene avviata a 3:03 con un break della sei-corde, che anticipa di una manciata di secondi l'avvento della chiusura. Una bellissima canzone, melodica ma al contempo potentissima. Alla gustosa partecipazione di Kelly v'è da aggiungere un'ottima sezione solistica di chitarra, che non fa altro che metter in risalto il solito, eccezionale guitar work di Kelliher e Hinds. "Sleeping Giant" (Gigante che dorme), la terza traccia, è, per così dire, la title-track del disco. Direte voi: ma non ha lo stesso nome dell'album! Ed avete pure ragione, ma dovete anche sapere che il "gigante che dorme" non è altro che la Montagna di sangue dell'LP. Il titolo ci rivela inoltre un dettaglio non da poco: "dormiente" significa appunto che la montagna sta riposando, ma se riposa vuol pur dire ch'ella non è una comune montagna, bensì un vulcano momentaneamente inattivo. Colpo di scena, amici. L'incipit testuale del brano non è dei più accoglienti: sotto lo sguardo distaccato della Luna, "la terra è scoppiata" e "la Montagna arde". Come sostenuto in sede di chiusura della precedente canzone, il cervello rettiliano (qui accreditato come "Padre Serpente"), che ha sempre svolto una funzione di "controllo mentale", "ha lasciato il suo nido". Musicalmente, un lungo e pastoso accordo di chitarra distorta apre le (lente) danze di questa "Sleeping Giant". Un costante tintinnio di ride tiene il tempo, mentre la chitarra solista tesse una leggera ed inquietante melodia, che ben preannuncia il caos che si sta per sprigionare nei pressi della Montagna. Dopo un minuto abbondante d'introduzione, la batteria entra in pianta stabile nella trama sonora della canzone, mantenendo un ritmo semplice e lineare, anche se, talvolta, è inevitabile che Dailor ci sorprenda con una rullata in controtempo. La stridula melodia s'aggrappa agli arpeggi di chitarra acustica che quasi si disperdono in quella pesantissima distorsione del basso (davvero crunchy, e cioè "croccante", come si dice nel gergo dei musicisti). A 1:37 il brano è maturato definitivamente e la voce di Hinds ne segna l'effettivo inizio. L'incedere è pesante ma lento, e non c'è molto spazio per melodie "facili" od orecchiabili. A 2:29, tuttavia, la band comprende l'importanza d'alternare partiture violente ad altre più melodiche e per questo motivo s'apre un affascinante intermezzo, che si rivela essere una ripresa dell'introduzione. Poco dopo il terzo minuto, Kelliher, solitamente chitarrista ritmico della band, si prodiga inaspettatamente in un assolo, che, partendo in sordina (giacché nasce come continuazione del riff precedente), stupisce poi per espressività e pathos, avvalorando la tesi secondo cui anche quei chitarristi che paiono essere relegati nell'ombra della sezione ritmica siano invece musicisti dotati d'incredibile talento. A 3:30 la canzone ritorna poi sui binarî intrapresi originariamente dalla prima strofa. Il cantato di Hinds funge qui come voce narrante dei pensieri di un protagonista quanto mai impegnato nella scalata della Montagna di sangue. Ad un non meglio precisato senso di "vergogna" che cresce di momento in momento, fanno eco alcuni versetti che paiono essere metafore di quanto stia accadendo su di quelle pendici: il "toro che muggisce forte" (il suolo in subbuglio), la "caduta senza paura" (come per dire "senza ritegno", di massi provenienti dall'esplosiva sommità), il "vascello di legno" (i boschi sui versanti meno scoscesi), sono tutti elementi interpretativi che ben s'adeguerebbero alla vicenda. Se fosse ben così, inevitabilmente permarrebbero comunque punti oscuri, tipici d'altro canto dei testi dei Mastodon. Ad ogni modo, in conclusione, quand'egli giunge finalmente "sulla cima di questa roccia", ritrova una vasta distesa selvaggia, stranamente "calma". La sua avventura l'ha condotto fin qui sopra. Sembrerebbe che il viaggio "concreto" sia ora terminato, ma invece ne incomincia un altro, un "percorso infinito scolpito con impareggiabile maestria", non sapendo però né da chi né il perché. A 3:56 la canzone varia, avviandosi verso la quarta strofa, nella cui concomitanza s'abbassano decisamente i toni guerreschi del brano. La quarta sezione, infatti, pare mettere in risalto piuttosto il vigore di un riffing estremamente muscolare, invece che sottolineare la pesantezza del sound che la band riesce a sprigionare. A 4:35 arriva il momento dell'assolo di Hinds, impreziosito da un mozzafiatante passaggio in controtempo di Dailor (che ricorda una stupenda variazione di "March of the Fire Ants", song tratta dal loro primo album, Remission). Il precedente groove ritorna a fare capolino poco dopo, giusta prima che degli stacchi sanciscano la fine della canzone, abbelliti da un effetto "decadente" che lentamente fa sbiadire una dissonante chitarra. Con i ritmi aggrovigliati di "Capillarian Crest" (La sommità del capillare) arriviamo alla quarta traccia. La canzone si presenta subito con un riffing deciso, non tanto sopra le righe per potenza, quanto farcito d'inframezzi decisamente più progressive. I ritmi dispari conducono infatti le danze, mentre le due asce si prodigano in melodie attorcigliate ed ipnotiche. Numerosi sono i passaggi tecnicamente ostici, basti ascoltare quello che inizia a 1:35 con degli stoppati sul charleston e dal quale s'origina una melodia assurdamente magnetica. Questo tipo di riffing è assolutamente tipico della band, con la chitarra solista a costruire la trama melodica, mentre quella ritmica che s'azzarda in pattern di sostegno pericolosamente intricati. A 2:07 è il Fender Jaguar di Sanders ad inerpicarsi su note alte, che emergono chiaramente dal groviglio sonoro. Per un intero minuto la canzone pare perdersi in una deriva narcotizzante, che ammaglia e stordisce l'ascoltatore, poi, a 2:35, ci pensano le vocals di Hinds a riportarci coi piedi per terra. Sul finire la canzone pare inasprirsi dal punto di vista ritmico, con un decisivo aumento del drumming, che abbandona le tecniche più jazz-oriented in favore di una linearità sostenuta e rocciosa. Mai abbiamo avuto modo d'ascoltare un Hinds così incazzato alla voce, tanto che della sua lamentosa timbrica non rimane più nulla: ci sono soltanto più urla rabbiose, emesse con la bava alla bocca. In questa maniera, Hinds - o meglio la sua voce - si mette nei panni del protagonista dell'album, il quale si trova ora dinnanzi ad un fiume. Il titolo, infatti, alluderebbe ad un "capillare", ovvero ad un vaso sanguigno. Siccome il vulcano è sin dall'inizio accreditato come Montagna di sangue, il capillare in questione potrebbe essere un fiume che sgorga direttamente da questo misterioso monte. Appurato che, letteralmente intesi, di sangue o di capillari qua non ce n'è nemmeno l'ombra, un elemento - già trattato precedentemente dalla band - parrebbe ritornare con un'incredibile irruenza: l'acqua. Dopo averla onorata con un masterpiece come Leviathan, la band decide ora di ritagliare appositamente uno spazio all'interno del terremotante Blood Mountain, per poi riconsacrarlo all'elemento acquatico. Il protagonista si trova infatti dinnanzi ad un fiume in piena (da qui il termine che appare nel titolo, "crest", che significa "cresta [dell'onda]"). Dopo "dodici anni di silenzio" (presumibilmente il tempo che il vulcano è rimasto inattivo), il fiume ha ripreso a sgorgare con tutta la veemenza possibile, sino a configurarsi come un'enorme "onda distruttrice". Passati alcuni "cicli cosmogonici", l'"energia si è ristorata" e così il furore acquatico che scaturisce dalla bollente montagna ha modo di devastare un letto da troppo tempo asciutto. Scorrendo le liriche, che rievocano in vario modo la rinascita del fiume, diversi versetti rinsaldano la tesi sopra illustrata: se il riferimento non è addirittura palese ("il fiume scorre violentemente"), altre citazioni come "levate l'ancora" o la suddetta "onda distruttrice" sono chiari riferimenti all'elemento acquatico, ritratto in maniera davvero esuberante e distruttiva. Un riff di chitarra, alquanto dissonante, introduce la quinta canzone: "Circle of Cysquatch" (Circolo del Cysquatch). Tutto il brano s'incentra su una leggendaria creatura tipica del folklore americano: il sasquatch. Probabilmente più celebre con l'altro suo nome, bigfoot, questa creatura scimmiesca abiterebbe le foreste dell'America settentrionale, anche se le testimonianze circoscriverebbero la sua presenza ai soli boschi dello Stato di Washington e dell'Oregon, e dunque sulla parte più a Nord dell'East Coast. Secondo una teoria criptozoologica, il sasquatch potrebbe essere un diretto discendente del gigantopiteco, un ominide che visse a partire da un milione di anni fa e che condivise con l'homo erectus - nostro antenato - l'ambiente in cui vissero, ovvero il sudest asiatico. Allo stesso modo dell'uomo, anche il gigantopiteco si sarebbe incamminato in un lungo percorso verso Nord, tra le lande gelate della Siberia. Dalla penisola della Kamchatka si sarebbe poi inoltrato attraverso un'enorme distesa ghiacciata - l'odierno mare di Bering - che all'epoca collegava l'estremo nordest siberiano all'Alaska. Da qui, avrebbe cominciato un'altrettanto lunga marcia verso Sud, per stabilirsi infine nella zona centrale del continente nordamericano. Numerose testimonianze di avventurieri e cacciatori confermerebbero l'esistenza dell'animale, anche se ufficialmente non è mai stato avvistato. Il protagonista della canzone, tuttavia, non solo incontra un sasquatch, ma addirittura un esemplare con un occhio solo, denominato cysquatch (termine nato dalla fusione di cyclop, "ciclope" e, appunto, sasquatch). La prima strofa funge da cornice introduttiva che sottolinea l'aspetto semidivino dell'essere. Annunciato come "protettore del suo luogo", con possibilità di "volare attraverso paesaggi onirici/di valli, calanchi e guglie", il cysquatch è da "tutti temuto ed evitato". Appartenenti ad "una razza di esseri con un occhio solo", essi vengono paragonati ai rakshasa, demoni hindu con sembianze umanoidi e con abitudini cannibali. Eppure l'impatto col protagonista non è affatto cruento, ma anzi il cysquatch pare volerlo agevolare nel suo cammino, anche se non vi spiegherò subito come. Musicalmente eravamo rimasti al riffing introduttivo, che dopo poco tempo lascia spazio alla strofa cantata da Sanders, che mischia abilmente liriche in scream ad altre pulite. La canzone è estremamente furente e rabbiosa. Su di questa linea pare costruirsi il brano, ma a 1:25 le cose cambiano radicalmente. Un piccolo break di chitarra apre una sezione centrale che si caratterizza per dei riff davvero acrobatici. Giungiamo in questa maniera al punto clou della canzone, la parte parlata (1:35). Questa è la sezione in cui il cysquatch mette in guardia il protagonista, prevedendo il suo futuro ed avvertendolo dei pericoli che incontrerà sul suo percorso. Queste le sue parole: "occhî tutt'attorno a te/entra nel labirinto/visioni della preda/fai attenzione agli uomini-betulla". Il verso del cysquatch è spaventoso: il vaticinio arriva attraverso una voce robotica e metallica, che intimorisce l'ascoltatore. Ogni parola è ben scandita, pronunciata lentamente. L'avvertimento nei confronti degli uomini-betulla potrebbe essere enigmatico, ma il prosieguo dell'album svelerà anche quest'arcano. Terminato l'atto divinatorio, la canzone s'instrada su binarî in cui prevalgono dei riff strascicati ed estremamente pesanti, che avviano il brano verso la chiusura, non prima di un lungo fade-out da cui emergono suoni che ci trasportano verso la successiva "Bladecatcher". Un'introduzione molto sui generis - fatta da una chitarrina in stile carillon - apre le danze di questo particolare brano strumentale. Dopo un'iniziale situazione calma e stranamente tranquilla, bastano pochi secondi affinché gli incredibili stacchi di Dailor ci catapultino all'interno del caos più totale. Aggrappate su di un riffing a dir poco sregolato ed incredibilmente potente, delle simil-vocals effettate schizzano fuori dal portentoso contesto, a mo' di un pazzo che sbraita cose insensate. I virtuosismi qui si sprecano: oltre all'egregio lavoro di chitarra, tocca questa volta pure a Sanders rendersi partecipe di un vorticoso riff, in cui il basso domina grazie alla sua potenza espressiva. Il groove è il punto forte della canzone, che pare essere un flusso emotivo che non conosce sosta, almeno fino al minuto 1:21. Da questo momento in poi, a partire da un crescendo davvero "schizoide", si ripete pari-pari la prima parte della canzone, che risulta in questo modo essere costituita da due sezioni identiche. Attorno al minuto terzo, quando la canzone sta ormai volgendo al termine, s'odono strani suoni, con la batteria ed il basso distorto che sembrano emulare il boato di fucili che sparano. Alcuni hanno intravisto in questa "Bladecatcher" una specie di scontro mortale tra il protagonista ed un non meglio precisato mostro. L'episodio, utilizzando un gergo da "videogiocatore", si configurerebbe come il classico boss di fine livello, d'affrontare assolutamente se si vuole procedere col proprio percorso. Verosimilmente, il protagonista deve fare allora i conti con una creatura mostruosa proprio per guadagnarsi la possibilità di avanzare nel suo lungo e faticosissimo viaggio. Se l'ipotesi dello scontro risulta essere condivisa da più sostenitori, qualsiasi altro dettaglio forzatamente aggiunto parrebbe invece diventare estremamente poco convincente, quindi suggerisco di godersi la canzone senza costruire effimeri castelli di carte, soffermandosi più sull'effettivo valore della musica. La traccia seguente, la settima, "Colony of Birchmen" (Colonia degli Uomini-betulla), vede ritornare in auge i sopracitati uomini-betulla. La canzone è un omaggio ad una grandissima realtà del prog rock britannico, i Genesis, autori di una "Colony of Slippermen", cui Dailor ha voluto rendere tributo. Nell'incredibile viaggio alla volta della Montagna di sangue, al protagonista è successo davvero di tutto, ma la premonizione del cysquatch l'ha perlomeno avvertito del fatto che i problemi non sarebbero finiti da lì a poco. Superata l'insidia della canzone precedente, l'uomo-lupo si ritrova ora in una "foresta che sta crescendo più velocemente" di quanto egli possa raccontare. Questa miracolosa crescita della natura sembra presagire però qualcosa di malvagio, che si presenta come un "rigonfiamento enorme" che tutto "erode". Passo dopo passo, l'uomo si sente "vittima della circostanza". Questi esseri che lo stanno braccando, che non sono altro che gli uomini-betulla, non temono niente, giacché danno la caccia a "orchi e nani". Il protagonista cerca allora di mettersi al sicuro, accelerando il passo ("corro con la morte"), sempre e comunque inseguito da questi esseri antropomorfi. Quando però le loro "bianche facce" (dal colore biancastro della corteccia della betulla) si son fatte più vicine "ad ogni passo", sentendosi in pericolo, il protagonista decide d'avvalersi del suo potere di cambiare sembianze e muta dunque la sua forma in quella di un famelico lupo. Lo scontro a questo punto pare inevitabile, giacché la natura malvagia ha preso il sopravvento sull'anima del protagonista ("andato via/il mio cuore è andato via"). In queste condizioni, come belve inferocite che s'assaltano l'un l'altra, il lupo mannaro e gli uomini-betulla si scannano a vicenda, in una vera e propria lotta all'ultimo sangue, in cui colui che sopravvivrà è colui che sarà riuscito ad annientare il nemico. A dispetto di un episodio davvero cruento, la canzone non pare essere caratterizzata da un'eccessiva furia sonora. Un modesto e regolare riff iniziale ci butta subito all'interno dello scontro, con la voce di Hinds che tira le redini di un mid-tempo stranamente troppo quadrato. Nel refrain subentra la voce di Sanders, affiancata da quella di Josh Homme (mastermind dei Queens of the Stone Age), altro guest di tutto rispetto all'interno di questo disco. A dire la verità, la parte ritagliata per Homme non è per nulla abbondante, ma dalle poche note cantate s'evince il buon lavoro di Josh, amplificato da un effetto coristico in overdub che dilata l'effetto profondo della sua voce. Se il ritornello è prerogativa della ditta Sanders&Homme, la strofa tocca sempre al rosso-crinito Hinds. Strumentalmente parlando, le partiture sono sicuramente più terremotanti nei chorus, mentre nei versi sono più calme e meno intraprendenti del solito. Sebbene l'intero testo paia essersi esaurito in neanche due minuti, la canzone prosegue con un riffing melodico e gradevole, anche se permangono soluzioni più heavy. A 1:54 la canzone s'apre magniloquentemente, apportando una ventata d'aria fresca all'interno del mood vagamente oppressivo del brano (più a causa del testo, devo dire). Proprio in concomitanza ai versetti già riportati, laddove l'uomo-lupo s'appresta allo scontro, la canzone svolta in senso contrario e, invece di sottolineare musicalmente lo scontro, preferisce espandere il serrato riffing in favore di plettrate lunghe ed arpeggi di chitarra acustica. La canzone ripete così la medesima sezione e poi, a 3:12, varia ancora una volta, traghettandoci alla parte dell'assolo di Hinds, non prima di una lungo e continuo lavoro sul rullante di Dailor. L'assolo è come sempre magnifico, eseguito con grande passione e perizia tecnica. Sostenuto da un inspessimento generale del groove e dall'uso del doppio-pedale, la sezione solistica costituisce la chiusura della canzone; infine, lascia nuovamente spazio a rumori sinistri ed elettronici, che abbiamo visto venir spesso sfruttati da collegamento tra le diverse tracce. Non appena terminato lo scontro con i misteriosi abitanti del bosco, il protagonista si trova a fare i conti con un nuovo pericolo, che arriva questa volta dai cieli. È ormai chiaro che la scalata della montagna voglia simboleggiare un via d'ascesi e d'espiazione dei peccati commessi, intrinsechi della natura di mutaforma dell'uomo. Giungere in fondo al viaggio significherebbe scrollarsi di dosso la propria maledizione. "Hunters of the Sky" (Cacciatori del cielo) rappresenta però un nuovo step, un ulteriore ostacolo da superare. Appena sfuggito ai fendenti rami-braccia degli uomini-betulla, il protagonista si trova a destreggiarsi tra "squali nei cieli". Ascoltando il consiglio di Kelliher, il termine "squalo" indicherebbe, per trasposizione, piuttosto un qualche tipo di volatile, reale o immaginario, magari un grifone. Leggendo tra le righe, tuttavia, sembra che la canzone possieda un significato ancora più profondo, trasportando in musica la sensazione tipica dell'uomo in guerra. In quest'ottica i versetti "correndo più veloce di quanto abbia mai fatto/evitando gli squali nei cieli" simulerebbero la situazione di un soldato che si ritrova sotto il fuoco di caccia nemici (una sorta di "squali alati"). La guerra è una "trappola mortale" quasi impossibile da evitare, che ti costringe ad affermare nuovamente: "ho ucciso ancora". Ritornando più a galla, il testo continua con immagini di mostruose creature alate ("giganti falene di vetro", forse aero-bombardieri?), oltre che introdurre la figura di una misteriosa "ninfa dominante", portatrice di un "presagio" nefasto. Il combattimento coi demoni del vento continua imperterrito: non esiste un attimo di pace per il nostro protagonista. Dal punto di vista musicale, il drumming minaccioso di Dailor svela la strada da seguire alle chitarre del duo Hinds-Kelliher, qui autori di una parte cupa e tenebrosa. Rumori sintetici ed inquietanti riempiono l'aria, sempre più densa, come quella di un campo di battaglia prima che scoppi il finimondo. Degli stacchi ci fanno capire che la canzone sta iniziando ed infatti Sanders attacca prontamente a cantare, optando questa volta per delle clean vocals, intervallate da altre più dure in concomitanza dei cambî. Il cantato è sempre molto teso, mentre la sezione ritmica della band si limita a supportare la struttura vocale di Sanders. Sezioni strumentali, in cui si nota benissimo il trademark della band in quanto a riffing, caratterizzano la parte centrale della canzone, in cui si riprende in parte anche l'intro. La canzone pare aumentare sempre d'intensità, ma a 2:58 sopraggiunge una scossa tellurica che segnerà definitivamente l'intero brano da questo momento in poi. Dailor comincia così a pestare sui piatti, gli armonici artificiali dei riff appesantiscono il tutto, il doppio-pedale macina colpi a ripetizione: insomma, tutto sembra andare in frantumi dinnanzi ad un così letale muro del suono. Il riff molto catchy di "Hand of Stone" (Mano di pietra) introduce una canzone che non aspetta un attimo a proiettarsi direttamente nella strofa. Sanders pare ormai essersi abituato a tonalità più pulite, cosa che però non si può dire del suo basso, assai distorto e gracchiante. L'andamento della canzone pare abbastanza lineare, almeno per quanto riguarda la sezione ritmica (ad eccezione d'alcuni inframezzi dove le chitarre cominciano a turbinare furiosamente, cui parallelamente risponde la batteria col ride in controtempo e col doppio-pedale). A 1:08 arriva una svolta melodica, rappresentata da un buonissimo giro di chitarra e basso, che viaggiano di pari passo in maniera decisamente armonica. Per quanto riguarda l'interpretazione testuale, ci viene in aiuto sapere che la band, in occasione del tour di supporto al disco, era solita rilasciare opuscoli - sotto forma di "guida di sopravvivenza alla Montagna di sangue" - contenti la linea concettuale dell'album, spiegandone i varî momenti e gli sviluppi delle vicende. Dopo aver superato l'ostacolo degli uomini-betulla predetto dal cysquatch e dopo essersi imbattuto nelle "minacce aeree" della precedente canzone, il protagonista si ritrova ora in un bosco d'olmi dove, all'interno di una radura, vi sta una rosa. Ella secerne una linfa al cui interno scorre un potentissimo allucinogeno naturale che, qualora ingerito, provoca un qual certo tipo di paralisi. L'uomo si sente irresistibilmente attratto da questa rosa e così ne assaggia una foglia. In quel preciso istante, ovvero nell'attimo in cui "il veleno macchia le labbra e brucia la lingua", egli cade a terra, colpito dalle neurotossine della pianta. Eppure, per un altro verso, "Hand of Stone" sembra raccontarci anche di come il protagonista si sia reso conto che questa sua maledizione non sia propriamente tale. Quella che sembrava una punizione divina si rivela piuttosto un'incredibile arma, da sfruttare nelle occasioni più propizie (come negli innumerevoli scontri precedenti). Il problema del mutare forma risiede nel fatto che questa potenzialità deve essere dominata col massimo controllo di se stessi: solo in questa maniera il diventare un lupo assassino può rivelarsi uno straordinario espediente. Questo potere, qui accennato come "la mano di pietra/braccio di forza", diventerà allora un "fuoco della Natura/pugno di Dio", un'arma cui nessuno può resistere. Per piegare l'istinto ferale del lupo, occorrerà dunque che la testa sia "divisa", e cioè che la componente razionale umana prevalga su quella irrazionalmente cieca della fiera. A recitare questi versi così "psicanalitici" non è il solo Sanders, giacché alcune parti sono affidate ad Hinds. Il chitarrista assume qui un tono piuttosto nasale, che rende le sue liriche certamente molto caratteristiche. Tutta la parte centrale del brano è affidata al chitarrista/cantante, poi a 2:03 un corto bridge anticipa di pochi secondi un cambio di rotta in cui ritornano prepotentemente le harsh vocals di Sanders. A 2:30 subentra poi la parte solistica di chitarra ed infine, il ultima istanza, un definitivo acceleramento globale chiude la canzone con grandissima foga. La straordinaria intro di "This Mortal Soil" (Questa terra mortale) merita d'essere analizzata con cura. Dei metallicissimi arpeggi di chitarra acustica accompagnano una chitarra solista spaziale e volatile. Effetti di phasing sembrano proiettarla a destra e a manca, conferendole un suono unico e molto profondo. A 1:04, terminata questa sezione onirica e "cosmica", subentra il classico riffing à la Mastodon, potente e contorto, magnificamente fuso in seguito all'unione perfetta di quattro strumenti che lavorano all'unisono in maniera celestiale. Sanders apre il suo timbro vocale come mai prima, sfruttando una voce inaspettatamente calma e possente. Hinds, invece, pare essere ritornato al suo solito cantato ipnotico ed lamentoso. Ad ogni modo, alternandosi vicendevolmente, i due cantanti creano un effetto stordente sull'ascoltatore, che si trova di fatto tra due timbriche completamente differenti. A supportare la differenza delle due partiture ci pensa anche il resto della band che prima, in concomitanza di Sanders, si lascia andare con giri ariosi e rullate sui tom, mentre dopo, quando tocca ad Hinds, il sound viene reso estremamente groovy, tipico dello stoner e degli ultimissimi Mastodon di Once More 'Round the Sun. Purtroppo per noi, "This Mortal Soil" si presenta come una canzone estremamente ermetica sotto il profilo testuale. I versetti "il presagio passato/la donna posseduta" sembrerebbero alludere ad una sorta di moderna Pizia delfica, ovvero un oracolo. Ella svela che tutte le precedenti disavventure hanno cominciato a verificarsi sin dall'esatto momento in cui l'uomo ha deciso di posizionare il Teschio di cristallo sulla cima della Montagna di sangue. Alcuni versetti sono riferimenti incrociati all'interno dell'album. Due tracce prima, in "Hunters of the Sky", alcune linee dicevano "un presagio lei porta/su di ali corrose dal tempo". All'interno di "This Mortal Soil", ora, il "presagio passato" potrebbe riferirsi appunto al precedente passo dei demoni alati, "passato" perché evitato, lasciato alle spalle. Essere al cospetto di una sibilla sembra indurre il protagonista a riflettere su tutto quello che ha dovuto passare da quando ha deciso d'incamminarsi sulle pendici maledette di questa montagna. L'enigmaticità raggiunge però il suo apice quando un verso fa riferimento ad un non meglio precisato inquinamento ("l'atmosfera che galleggia sopra la terra è corrotta per l'uomo", dove "per" sta nel senso di "nei confronti dell'uomo" e non "a causa dell'uomo"). Cosa realmente voglia significare non lo potremo mai sapere ma, aguzzando l'ingegno, possiamo azzardare che questa frase significhi che i cieli non siano fatti per l'uomo: l'essere umano non deve spingersi là dove dimorano gli dèi. La musica ritorna vistosamente sotto l'occhio attorno al minuto 2:30, quando un crescendo tonale trasporta lentamente il riffing chitarristico verso un effetto di vero e proprio sfasamento. La voce di Hinds si fa sempre più concitata, instillando una certa dose d'ansia all'interno del nostro petto. I ritmi crescono furiosamente fino a che non si condensano in un bellissimo giro armonico delle chitarre, davvero riuscitissimo. Con la medesima carica la canzone si porta verso la conclusione, stoppandosi questa volta in maniera decisamente netta. Ottima canzone, una delle migliori del lotto. "Siberian Divide" (Divisione siberiana), penultima traccia del lotto, è in realtà la tappa conclusiva della vicenda del protagonista. Mi pare giusto allora concentrarsi sul testo e tralasciare solo per un attimo la parte musicale. Il titolo - che non compare nemmeno una volta nel testo - a causa del vocabolo "siberian" ("siberiano") non può che trasmettere un freddo incredibile. È una sensazione troppo semanticamente radicata nella parola stessa. Il freddo che il titolo ci trasmette è il medesimo che sta patendo il nostro protagonista, a cui ci siamo ormai benevolmente affezionati. L'uomo è ormai giunto al fondo del suo viaggio: ha raggiunto il proprio obiettivo. Ha con sé il Teschio di cristallo ed ha raggiunto la "vera" cima della Montagna di sangue, quella metafisica. Qui non regna nient'altro che il gelo ("il dio del ghiaccio scuote la terra") - manco fossimo a Jötunheimr mi vien da dire - e l'occhio non scorge che desolazione ("distruzione del percorso/sprofondando nella neve"). La morsa del gelo l'attanaglia ("il congelamento divora [?] le membra"), le "dita [sono] gonfie" e la "mascella congelata". L'effetto del ghiaccio sembra rallentare ogni (buon?) esito dell'epopea dell'uomo-lupo. Il protagonista sembra, a tutti gli effetti, in una condizione di stallo dalla quale risulta assai arduo venirne fuori. "Prati di ghiaccio ricoprono la terra", "non si conosce una direzione" da prendere. Bufera. Visibilità zero. Le provviste scarseggiano e la "fame prende piede". Dailor ci arriva in soccorso con una precisa e preziosa versione dei fatti: "il personaggio principale [?] sta morendo di fame a comincia ad avere allucinazioni. Poi, dinnanzi a lui, compare una certa regina della neve che lo esorta a mangiare le sue stesse carni, al fine di saziare la sua appetenza. In seguito [l'uomo] comincia a farlo. Successivamente appare però un'aurora boreale" ed egli pensa che sia Dio che sta incominciando ad interessarsi delle sue sorti e di quelle del Teschio di cristallo, che l'uomo tanto ha faticato per portarlo in cima alla Montagna. "In questa maniera - continua il batterista - [l'aurora] comincia a riscaldargli il corpo. Questo fatto, unito alla consapevolezza che l'aurora è Dio, gli dà la forza di ricominciare il suo viaggio". Quando poi giunge in prossimità di una statua con tre volti adornati da possenti corna (l'immagine sulla copertina dell'album, vi faccio notare), l'uomo può finalmente poggiare il Teschio di cristallo tra le mani sporche di sangue della statua. Dal suo "ventre" sgorga infatti un rigagnolo di sangue che scorre ai piedi del simulacro (che sia scolpito ad immagine del dio che ha voluto questo viaggio?). Il vermiglio fiotto tradisce la presenza del male alla cima della Montagna. Una volta posata la sacra reliquia nelle mani del dio tri-fronte, l'uomo viene meno. Collassa a terra. Ha esaurito ogni forza. La vista si offusca sempre più ("il panorama svanisce ed ondeggia"), egli stesso riesce a sentire "la fine del tempo", del proprio tempo. Ingannato da mille illusioni, vede solo più "teschi raggianti e cristalli brillanti". Tutto ciò ci suggerisce che l'uomo stia morendo, ma non ne siamo certi al 100%. È riuscito nel suo intento ed ora può morire senza preoccupazioni. Se sia stato un bene o un male collocare il Teschio sulla cima della Montagna non lo saprà mai, ma cosa certa è che colui che gli ha fatto passare tutto questo, per di più premiandolo alla fine con la morte, non è certo animato da presupposti benevoli. Il piano che si cela dietro a questo disegno divino non ci è dato saperlo. Dopo questo lunghissimo excursus sulla conclusione della "mastodontica" saga, concentriamoci infine sul lato musicale della canzone. Sinistre vibrazioni elettriche avviano i "soliti" arpeggi sinistri tipici della band, prima che la musica cambi dopo neanche mezzo minuto. I ritmi - ora furenti - supportano al meglio la voce crudele di Sanders, che in maniera assai psicopatica alterna fraseggi distesi ad altri molto più violenti. La canzone cambia pelle rapidamente, prima abbracciando il cantato di Hinds (1:16), poi abbandonandosi ad allucinanti derive musicali, al cui interno spicca il cantato in falsetto dell'ennesimo guest di quest'album, Cedric Bixler-Zavala (frontman e cantante dei The Mars Volta"). Le isteriche urla sono qualcosa di imperdibile e conferiscono davvero un tocco in più ad una composizione che, da sola, anzi per il solo testo, vale già l'acquisto dell'intero disco. L'inizio del secondo minuto segna un momento - decisamente sconvolgente - di stacco dalla frenesia ritmica della canzone. A 3:28 incomincia l'ennesima danza ipnotica delle asce della band georgiana, che ci avvolgono con la loro sinuosa melodia come il ghiaccio della tempesta abbraccia perversamente il protagonista. La sezione col falsetto viene fugacemente ripetuta, poi tocca ai tom di Dailor trasportarci verso l'atto conclusivo, non prima di un'assoluta sezione di chitarra (4:18), simbolo fatto musica dell'ennesimo colpo messo a segno dalla band. Una traccia conclusiva davvero epica e grandiosa. Al dodicesimo posto della tracklist, l'ultimo, si colloca "Pendulous Skin" (Pelle cadente), brano il cui testo non è stato volutamente incluso all'interno del booklet dell'album. Molti fan si sono divertiti a cogliere le parole di Hinds, a cui è affidata l'intera canzone. Il testo non è chiaro siccome il cantato è parecchio effettato, o meglio dilatato. Questa fantastica canzone è la trasposizione musicale di una telecamera che s'allontana sempre più dal corpo quasi inerme del protagonista, disteso nella neve della cima della Montagna. Seppur abbiano a che fare con la morte del protagonista, sono i cinque minuti più rilassati - e rilassanti - di Blood Mountain. Le chitarre classiche ed i loro arpeggi dolci come fiocchi di neve che ti cadono sul viso producono vellutate armonie che affievoliscono anche il più atroce dolore, come quello del trapasso. Le atmosfere sono eteree anche grazie alle tastiere dell'ultimo ospite di Blood Mountain, Isaiah "Ikey" Owens (compianto tastierista dei The Mars Volta). Gli arpeggi diventano poi elettrici, effettati con un flanger che li rende quasi dissonanti ed ostici all'orecchio. Ricordiamoci però che, nei due precedenti album, i Mastodon, con la loro ultima traccia, avevano sempre onorato la sfortunata figura di Joseph Merrick, sfortunato freak dell'Inghilterra vittoriana, salito alla ribalta per la sua estrema deformazione fisica. Il titolo significa "pelle cadente" è, non a caso, potrebbe riferirsi al povero Joseph. Ad ogni modo, dall'epilogo della vicenda pare abbastanza ovvio che l'uomo-lupo sia morto. Sebbene le altre canzoni-tributo a Merrick fossero degli strumentali, questa "Pendulous Skin" è invece cantata. Il motivo andrebbe ricercato nell'esigenza della band di voler porre un qualche confine alla storia raccontata. Una necessità di far vedere l'eroe morto, dimenticato sotto coltri di neve. Tra le tante cose della vita, belle o brutte che siano, l'unica certezza è che tutti la finiamo da morti. La band sembra volerci comunicare questo. Se nel precedente Leviathan, la baleniera Pequod finì con l'affondare assieme al suo capitano Achab, in Blood Mountain l'uomo-lupo soccombe al progetto divino secondo cui il Teschio di cristallo ANDAVA collocato sulla Montagna di sangue. Blood Mountain è l'analogia messa in musica della vita di Joseph Merrick: un uomo-lupo che cerca di liberarsi dalla sua maledizione. Così come fu per Merrick, che trovò la morte volendo a tutti i costi emulare l'atto del dormire di una persona normale (cosa che gli era vietata a causa di una pesante malformazione alle vie respiratorie), ora il protagonista ha cercato d'estirpare quell'istintività che a volte prevaleva sul suo Io, liberando tutto il male che aveva dentro di sé. Le voci di Hinds sono cori celesti quasi incomprensibili. Ed infatti gli angeli stanno arrivando per raccogliere le spoglie dell'uomo: "nessun amore è perduto/tu lo sai che siamo senza peso/ascesa/sotto la mia ala/ascesa". L'inequivocabile intervento dei messaggeri divini pare chiaro. Gli angeli sembrano voler ammonire l'opera degli uomini "voi sfuggite via/desolate tutto/desolate noi", ma, col cuore ricolmo di perdono, ricordano ancora una volta, ora e per sempre, che "nessun amore è perduto". Poi, verso la fine, il commiato del protagonista, ormai divenuta entità spirituale: "sto salpando". Dicevamo prima di come "Pendulous Skin" fosse la traccia più calma dell'album, ed in effetti pure la componente musicale supporta questa tesi. Dopo l'iniziale introduzione acustica ulteriormente ammorbidita dalle keyboards di Owens, l'incedere diventa cadenzato, "da trip". Spazio e tempo paiono perdere qualsiasi significato, tutto svanisce in una dimensione extrasensoriale. La voce di Hinds si spande all'infinito, il ride non perde un colpo, alcuni fraseggi sembrano presi completamente al di fuori del contesto metal. Tutta la voglia di sperimentare della band emerge in questa canzone. Alcuni secondi dopo il terzo minuto, l'ultimo assolo dell'album si candida come migliore dell'intero lotto, a causa di un estremo feeling che a parole è difficile descrivere. La videocamera zooma sempre più indietro: ci allontaniamo sempre più noi o è il nostro buon uomo-lupo che scompare nei cieli, accompagnato dai messaggeri alati? Qualsiasi sia la reale conclusione, dopo cinque minuti d'incredibile musicalità si conclude questo album. C'è però ancora spazio per una traccia nascosta. Al minuto 21:25 una voce dice: "Cari Mastodon, il mio nome è Joshua. Sono un [vostro] grande fan del Sud California. Mi piace molto questa vostra nuova scena. [Dico] questo perché mi auguro non vi importi di quando presi i demo per il vostro nuovo CD, [e che abbia] dovuto cantare [alcune] parti sopra di loro e rimandarveli come tributo. Spero non siate pazzi da caricarli anche su Internet. Ma diamine, sembra che voi ragazzi siate così fichi da apprezzare una cosa del genere. Cordiali saluti, un vostro fan, Joshua M. Homme. PS: siate sinceri? sinceri [ripetuto con voce effettata]". Seguono delle risate ed il disco si conclude con questa simpatica burla del loro amico dei QOTSA.

Non so più cosa dire. Mi pare d'aver scalato una Montagna. Solo per la storia, "Blood Mountain" vale l'acquisto. Solo per la musica, bisognerebbe comperarne almeno un'altra copia. Se Leviathan era un quasi capolavoro, ora togliete la parola quasi. "Blood Mountain" è un capolavoro. Mi son dovuto ricredere. La prima volta che l'ascoltai, questo disco non mi prese come invece aveva fatto il suo incredibile successore, Crack the Skye. Eppure, alla luce dei fatti, mi sento di dire che, sebbene la musicalità del disco del 2009 sia può congeniale al mio animo, "Blood Mountain" ha qualcosa in più. Ha una storia che non teme rivali, ha una produzione invidiabile, grazie alla quale anche il caos diventa ordine. Come da tradizione s'avvale inoltre di un artwork allucinante (la copertina col cervo a tre teste, il sole infuocato e gli arabeschi incutono timore solo a guardarli). Tutto, dalla prima all'ultima nota, è magnificamente incastrato con la trama concettuale sottostante. "The Wolf Is Loose" è - come abbiamo già detto - la moderna trasposizione della parabola di Giona. Di conseguenza, l'intero album s'intende porre in quell'ottica. Infatti, Blood Mountain mostra che a volte, nella vita, noi siamo costretti a fare quello che il destino, il caso, Dio, ha voluto per noi. A volte ci fermiamo e ci chiediamo perché stia accadendo tutto questo, ma ciononostante sappiamo che dobbiamo continuare, qualunque cosa stessimo facendo. "Blood Mountain" è l'insegnamento di tutto questo: il dover accettare ed il voler compiere il nostro destino, nel bene o nel male. Il disco ci ha raccontato una vicenda che rimarrà per sempre nella mente dell'ascoltatore. Tutto è cominciato da un uomo-lupo braccato per i crimini commessi; successivamente siamo passati attraverso la neuroscienza, per sentieri irti di minacce, attraverso foreste con uomini-betulla e ciclopi veggenti, per poi, infine, raggiungere la cima di una Montagna alla cui sommità una statua zampilla sangue. Tre teste di cervo ci attendevano affinché noi - ormai immedesimati in uno stremato protagonista - posassimo il Teschio di cristallo nelle loro mani. Non ne capivamo a fondo il motivo, eppure ci sentivamo in dovere di farlo. L'impulso che l'uomo aveva dentro, alla pari della forza con cui a volte prevaleva in lui l'istinto animale, era quello di concludere il suo percorso con l'unica, ovvia fine: posare il Teschio. Ci è poi bastato assistere attoniti ad una fine-non fine, con l'amaro in bocca dell'illuso sognatore che sperava fino all'ultimo nella buona riuscita dell'avventura. Non sempre però vince il lieto fine. A volte bisogna fare i conti con forze che esulano dal nostro potere e volere. Nell'orchestrazione cosmica dell'universo siamo pedine e non giocatori. Quest'ultimi sono gli dèi.

1) The Wolf Is Loose
2) Crystal Skull
3) Sleeping Giant
4) Capillarian Crest
5) Circle of Cysquatch
6) Bladecatcher (strumentale)
7) Colony of Birchmen
8) Hunters of the Sky
9) Hand of Stone
10) This Mortal Soil
11) Siberian Divide
12) Pendulous Skin

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