MARTY FRIEDMAN

Music For Speeding

2002 - Favored Nations Entertainment

A CURA DI
FRANCESCO NAPPI
22/03/2020
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Dopo aver lasciato i Megadeth, la voglia di rivalsa di Marty Friedman era tanta. Se con la band di Mustaine le cose erano andate bene fino a "Youthanasia", album pubblicato nel 1994, da li a poco i rapporti avrebbero cominciato a deteriorarsi condizionando non solo i singoli componenti dei Megadeth, ma anche la band intera. I due album successivi infatti, "Cryptic Writings" e "Risk", usciti rispettivamente nel 1997 e nel 1999, scaraventarono Mustaine e soci nel tunnel della mediocrità: l'abbandono, definitivo, del thrash metal degli anni precedenti in favore di sonorità più accessibili, le quali vennero mal accolte dai fan; i rapporti tra i membri del gruppo che erano ai minimi storici; l'ego smisurato di Mustaine che voleva comandare tutto e tutti e i live che iniziarono a divenire sempre più deludenti. Tutto ciò portò, nel 1999, all'uscita di Friedman dal gruppo. Un Friedman svuotato, completamente annullato dal punto di vista caratteriale dal padre-padrone Mustaine. "Risk", oltretutto, fu un disco che, a livello chitarristico, era parecchio povero e quindi al buon Marty non fu possibile esercitare le proprie, straordinarie, capacità. Va detto anche che Friedman, la sua carriera solista, non l'aveva lasciata perdere, anzi: malgrado la militanza nei Megadeth per 10 anni, dal 1989 al 1999, il chitarrista continuò a pubblicare i propri lavori solisti per tutti gli anni 90. Tuttavia, era divenuto famoso per aver presenziato su "Rust In Peace", il disco per antonomasia dei Megadeth che aveva fatto breccia nel cuore dei metallari di tutto il mondo. Quindi il suo ruolo primario era nel gruppo di Mustaine. L'intensa attività live dei Megadeth oltretutto, era un ulteriore freno ad un più ampio impegno del musicista per i suoi progetti solisti. Tuttavia, come già detto, le cose per qualche anno andarono bene e pareva che Friedman avesse trovato il modo di gestire le sue due carriere parallele. Dunque, dopo lo split dalla band di Mustaine, Friedman riprese in mano, prima di tutto se stesso, e poi la propria musica. Dopo più di 6 anni dall'ultimo lavoro solista, "True Obsessions", a fine 2002, Friedman tornò con un nuovo album, molto variegato e parzialmente distante dalle sonorità metal. Il titolo del disco è semplice, diretto ma anche evocativo: Music for Speeding, lavoro interamente strumentale. Il disco spazia dall'elettronica al prog metal, all'industrial metal, all'avantagarde e persino al j-rock, ossia il rock giapponese. D'altronde Friedman ha vissuto, e vive tutt'ora, a Tokyo e da sempre è stato influenzato dalla musica del Sol Levante. Non si tratta certo di un album di facile ascolto, i brani sono complessi e studiati sin nei minimi dettagli, e soprattutto, chi si aspetta un disco pieno di virtuosismi potrebbe restare deluso. Si, perché in questo full-lenght, Friedman si dedica soprattutto agli arrangiamenti e alle armonie. Certo, i fraseggi funambolici ci sono sempre, specie nelle prime canzoni, ma questi non sono mai eccessivi né rappresentano la centralità dell'opera, il senso ultimo dell'album. Diciamo che non è roba alla Malmsteen, ma è tutto molto ricercato, si sentono svariate influenze prog e sperimentali che danno un tocco senza dubbio originale ai brani. Inoltre, come detto in precedenza, c'è una componente significativa di industrial e musica elettronica. Si passa da pezzi alla Rammstein, ad altri dove invece regnano i sintetizzatori. Evidente in questo caso l'influenza della musica giapponese che, nel suo immenso calderone di generi, abbraccia una massiccia dose di EBM. Credo che attraverso questo lavoro, Marty Friedman abbia voluto sperimentare, dimostrare che lui non è solo un chitarrista metal ma un musicista aperto a tanti stili musicali. Oltretutto, si tratta di un'opera strettamente personale, le influenze provengono da svariati lidi e Friedman è stato abile a miscelarle e a farne uscire un cocktail davvero interessante. Sulle ballad magari si poteva fare qualcosa in più, in quanto Friedman, qui, si lascia andare un po' troppo al melenso e alla banalità. Alla fine di tutto, comunque, "Music for Speeding" è un disco che gode di una forte personalità e merita assolutamente una chance. Andiamo a vedere ora nel dettaglio pregi e difetti!

Gimmie a Dose

Il platter si apre con Gimme A Dose, ossia Dammi una dose. La traccia è inaugurata da delle soffuse note di chitarra, le quali provocano subito un'atmosfera particolare. Dopo, entrano in scena anche gli altri strumenti e la canzone esplode in una sorta di progressive metal grintoso e quadrato. La chitarra di Friedman esegue un riff tipicamente rockeggiante e d'impatto mentre tutti gli altri strumenti accompagnano il chitarrista in maniera ottimale, donando al brano un ritmo dinamico ma non troppo veloce. Il primo minuto del pezzo scorre piuttosto lineare, anche se ci sono un paio di passaggi dove Friedman già fa emettere al proprio strumento dei suoni folli e schizzati. Successivamente, sopraggiunge un improvviso rallentamento della sezione ritmica che lascia spazio alle abilità soliste di Friedman, il quale ora si cimenta in una serie di fraseggi molto tecnici e molto belli, per nulla fini a se stessi. Va detto che, se così si può udire, il chitarrista non ricorre mai al virtuosismo vero e proprio, ma si limita ad eseguire delle scale in maniera precisa, veloce e melodica. Si può udire qui anche l'uso della tastiera, che comunque, a differenza di altre canzoni presenti nell'album, resta soltanto sullo sfondo. L'atmosfera non è quella di un tipico brano metal, anzi, si possono percepire le tantissime influenze da vari altri generi musicali che Friedman riesce a centellinare dove serve. Dopo un'ulteriore serie di fraseggi, si ritorna a galoppare con la sezione ritmica e il riff di chitarra centrale. Da notare la presenza consistente del basso, capace di donare al pezzo un'impronta più metallica. La canzone inizia ad avviarsi al suo finale, ed è a questo punto che incontriamo la sezione più metal del brano: la chitarra si indurisce sensibilmente, la sezione ritmica non aumenta di velocità ma si fa anch'essa più ruvida, ed ecco che Friedman se ne esce con un nuovo riff davvero azzeccato. Ora sembra quasi di stare sulle montagne russe, con la canzone che è diventata un sali-scendi di scale e riff continui. Gli ultimi secondi sono tutti del chitarrista che conclude il brano con un breve assolo. Marty Friedman ha chiarito che questo brano è un incontro tra i Cacophony (la sua band prima di entrare nei Megadeth), gli AC/DC, i Raven e i Fastaway. Il chitarrista ha detto che il brano possiede alcuni errori di temporizzazione e che, paradossalmente, lui avrebbe voluto un sound più confuso. Da questo ultimo punto deriverebbe anche il titolo del pezzo, in quanto Friedman avrebbe voluto che l'introduzione suonasse più in stile stoner, in modo tale da richiamare gli effetti della droga. Una canzone possente, dove ci viene dimostrato che per fare dei buoni pezzi strumentali, non è necessario affidarsi alla tecnica, ma quello che conta davvero è l'ispirazione. E l'ispirazione, è decisamente una qualità propria di Marty Friedman.

Fuel Injection Stingray

La seconda traccia dell'opera è Fuel Injection Stingray, in italiano Stingray ad iniezione di carburante. Il titolo sta ad indicare la guida ad alta velocità sulle muscle cars, quei bolidi tutta potenza tanto amati soprattutto dagli americani. Un'introduzione elettronica apre le danze e subito dopo subentrano tutti gli altri strumenti, a dare il via ad un hard rock molto ritmato. In questa primissima parte del brano, Friedman si limita ad eseguire un riff energico e lineare, portandolo avanti per il tempo dovuto, come se stesse carburando a dovere una macchina prima di lanciarla a grande velocità. Poco dopo, il riff si modifica leggermente, divenendo più melodico, orecchiabile, arrivando a fungere da apripista all'assolo che segue: armonioso, morbido e tipicamente rock. La particolarità strumentale di questo pezzo è che contiene la presenza di due bassi, suonati rispettivamente da Jimmy O'Shea e Barry Sparks. Subito dopo, ritorna a farsi udire il riff principale, anche se ora la chitarra e tutti gli altri strumenti sono supportati da un bel tappeto di tastiere iper-elettroniche, dando in tal modo un tocco futurista al pezzo. Si ha l'impressione che adesso la macchina abbia raggiunto la velocità ideale, ora si sta correndo davvero. Ed ecco che un secondo solo giunge, più lungo e strutturato del precedente, ma sempre molto melodico e sinuoso. Improvvisamente giungiamo ad un bel bridge centrale e le sonorità si fanno improvvisamente più metal, in un passaggio che ricorda moltissimo i Pantera. Ne segue un terzo assolo, decisamente il più bello del brano: ancora più lungo di quelli precedenti, eseguito con esemplare maestria, ma, non fine a se stesso. Difatti, ogni nota partorita da Friedman, non è mai improntata sulla sola tecnica, anzi: il chitarrista lascia trasparire tutta l'ispirazione che ha, e l'ascoltatore se ne accorge. In sottofondo, O'Shea accompagna con una bella ritmica funky, donando ulteriore originalità al brano. Siamo oramai quasi al termine della canzone: dapprima si ode un passaggio eseguito in mid-tempo, molto roccioso, successivamente ritorna il riff principale che conduce l'ascoltatore all'epilogo del pezzo, condito da un altro mini-assolo di Friedman. Il chitarrista ha detto di essersi inspirato ai Beach Boys, sia per il titolo che per la composizione del pezzo. Difatti, come ben si sa, i Beach Boys erano soliti scrivere testi a proposito delle belle macchine e in generale della bella vita trascorsa sulle spiagge e all'insegna del divertimento. Inoltre, Friedman ha dichiarato che una bozza di questa canzone esisteva già quando lui militava nei Megadeth, poi, l'ha migliorata quando ha iniziato a comporre "Music for Speeding". Una canzone sulla falsariga della precedente, a metà tra hard rock e prog metal, snella e coinvolgente nei suoi tre minuti e mezzo.

Ripped

Con la terza canzone, Ripped, tradotto Strappato, entriamo in territori un po' più sperimentali. Difatti, se i primi due pezzi sono abbastanza "sobri" dal punto di vista del songwriting, ora le cose iniziano a cambiare. Un effetto elettronico distorto, seguito da un giro di rullanti, aprono il pezzo e subito Friedman ci aggredisce con un fraseggio molto tecnico e melodico, supportato dal variegato lavoro alla batteria di Jeremy Colson. Successivamente, il ritmo si fa più lineare e Friedman tesse una gran bella melodia, andando a creare un clima, in un certo senso, sereno e rilassato. Ritorna poi il fraseggio iniziale, che sfocia poi in un inaspettato passaggio al limite del trip-hop: gli effetti elettronici che udiamo, accompagnati dal pulsante basso, danno quasi l'idea di tempo che si dilata, creando un'atmosfera ovattata. Poi però, è di nuovo Friedman a farsi sentire con la sua chitarra, eseguendo prima una serie di accordi su una ritmica che è tornata a farsi più veloce, ma ancora accompagnata dall'elettronica, poi, i sintetizzatori lasciano il posto ad una sezione ritmica adesso decisamente rapida, che supporta un gran bell'assolo, di ottimo gusto melodico, di chitarra. Neanche il tempo di concludere il solo, ed ecco che Friedman riattacca subito col fraseggio che oramai conosciamo, dando un'ulteriore verifica delle sue abilità. Abbiamo poi un nuovo passaggio soffuso e quasi privo di ritmo: un sottile tappeto elettronico supporta delle sottili note di chitarra, che si alternano ad altre plettrate ben più dure. Il climax qui appare piuttosto incerto, in quanto abbiamo quest'alternanza tra note tranquille e note più dure, le quali lasciano indurre ad un ulteriore stravolgimento nei secondi successivi. Difatti, Friedman inizia ad eseguire una serie di note vellutate, accompagnate da una leggera sezione ritmica. Mano mano, la tensione inizia a crescere, la chitarra si fa sempre più robusta, così come tutti gli altri strumenti. Si giunge all'esplosione definitiva, con Friedman che si lancia in lungo assolo, supportato da una sezione ritmica diventata adesso estremamente rocciosa. Il chitarrista esegue un solo di chiara derivazione hard rock, molto anni 70, poi successivamente ne esegue subito un altro, stavolta dal taglio più neoclassico. A proposito di questo tipo di sonorità, Friedman ha espresso che la musica composta con i Cacophony ha influito sulla creazione di "Ripped" e che questo pezzo è un mix tra roba vecchia e nuova. Giungiamo quasi al termine del brano e allora Friedman conclude come aveva iniziato: dapprima il musicista riesegue il fraseggio melodico udito nella prima strofa, poi cala il sipario col fraseggio che aveva aperto la canzone e che più volte abbiamo riudito nel corso di questi quattro minuti e mezzo. Brano intricato, un continuo sali-scendi di note e cambi di tempo che lasciano assolutamente soddisfatto l'ascoltatore.

It's Unreal Thing

Con la quarta traccia, It's Unreal Thing, che in italiano significa Una cosa irrealistica, si torna su binari più lineari. Il brano inizia in un sostenuto mid-tempo e udendo anche solo i primissimi secondi, sembra di ascoltare un pezzo dei tedeschi Rammstein: sezione ritmica marziale, chitarra che esegue un riff meccanico ed effetti elettronici in sottofondo a condire il tutto. D'altronde, come detto dallo stesso Friedman, lui, in questo brano, voleva riprodurre un backbeat, ossia un'accentuazione sincopata sul beat "off", che ricordasse Rob Zombie, il quale è tra i massimi esponenti dell'industrial metal. Personalmente, l'andamento del brano mi ricorda più la band di Till Lindemann, ma sono opinioni. Il passaggio successivo del brano è ancora dominato dai synths, con la chitarra che esegue ora poche e semplici note mentre la sezione ritmica si limita ad accompagnare. Si torna al motivo principale, con la canzone che torna a farsi marziale, continuando a flirtare con l'industrial metal. Friedman, si lancia, a questo punto, in uno splendido assolo, col resto della base strumentale che nel frattempo non è cambiata di una nota. Un solo tecnico e come sempre molto melodico del chitarrista, condito dagli azzeccatissimi inserti elettronici e dal ruggente basso di Jimmy O'Shea. Successivamente, abbiamo uno stacco di batteria che apre ad una nuova sezione, stavolta decisamente più granitica: giri di percussioni secchi e duri ed effetti elettronici meccanici in stile Fear Factory, accompagnano un duro un riff di chitarra al quale poi, viene sovrainciso dallo stesso Friedman, un altro grande assolo, che continua per diversi secondi, fino al ritorno del riff principale. L'ultimo minuto del pezzo, si sviluppa dapprima su un melodico fraseggio di chitarra impastato su una base di batteria e synths ed infine sul solito riff centrale che conclude una canzone dal gran tiro e che dimostra come il chitarrista sia apra senza problemi ad altri generi musicali. Su questa canzone, c'è un simpatico aneddoto da raccontare: una volta, in un concerto in Cile, Friedman suonò il brano con la base riprodotta su un lettore cd. Il pubblico saltava talmente forte che il lettore cd traballava. E il chitarrista ha dichiarato che è proprio per questo che adora comporre pezzi del genere, perché gli piace molto l'effetto che hanno sul pubblico in sede live.

Cheer Girl Rampage

Ancora tanta sperimentazione elettronica con Cheer Girl Rampage, ossia Furia della ragazza allegra. La musica che solitamente si sente nei pachinko (le sale da gioco giapponesi), descritta da Friedman come magica e rumorosa, ha inspirato il chitarrista a comporre questo singolare brano. Un intro dal sapore quasi EBM, introduce un folle motivo di synth e chitarra, che si lanciano in un una sorta di industrial rock/dance che non sfigurerebbe nelle discoteche. Ad accompagnare, una sezione ritmica veloce e pulsante che aumenta la ballabilità del tutto. Poi, Friedman inizia a tessere degli schizofrenici fraseggi di chitarra su una base che rimane molto pomposa e sintetica. A tratti, viste le melodie che udiamo, sembra quasi di ascoltare una sigla di un cartone animato giapponese. E non a caso, difatti, "Cheer Girl Rampage" è forse il primo brano dell'album che è pesantemente influenzato dal j-rock, che, come detto, è una musica strettamente caratterizzata da generi come l'elettronica e l'EBM.

Arrivati a questo punto del brano, si torna al motivo principale che sfocia subito in un nuovo passaggio infarcito da beats pesanti e synths aggressivi, in stile electro-industrial. Ecco che giunge l'assolo di chitarra: a Friedman, oramai lo si è capito, piace sperimentare e sa farlo anche bene, dunque eccolo lanciarsi in un solo tecnico e melodico, di chiara scuola metal, su una su una base propriamente sintetica. Giunge ora un ulteriore passaggio elettronico che ha lo scopo di creare suspense per il successivo, sbalorditivo assolo di Friedman: lunghissimo, estremamente melodico e molto solare. E qui, udendo ciò, ritorna un po' quel clima da cartone animato, ad essere più precisi, quando l'eroe di turno riesce a sventare la minaccia. La sezione ritmica continua, nel frattempo, a mantenere un mood decisamente ballabile ma al contempo ideale per i fraseggi partoriti dal chitarrista. Gli ultimi secondi sono nuovamente scena del riff principale di synth e chitarra, al quale però Friedman ci sovraincide un'ulteriore serie di brevi assoli che donano al brano un finale adrenalinico. Una canzone particolare, può lasciare inizialmente un po' spiazzati, ma la qualità ci sta tutta.

Lust for Life

Lust for Life, in italiano Gioia di vivere, è stata scritta da Friedman nel suo primo appartamento a Tokyo. A detta del chitarrista, all'epoca della scrittura del pezzo in questione, lui non aveva con se la chitarra, quindi si limitò a canticchiare la melodia in un registratore. Si tratta della prima ballad dell'album e, secondo me, del primo passo falso. L'inizio è affidato ad un effetto elettronico che crea sin da subito un'atmosfera romantica e soffusa, poi, un delicato arpeggio di Friedman, accompagnato da una base di tastiera, danno il vero start al pezzo, ed immediatamente ecco il chitarrista salire in cattedra, accompagnato dal classico ritmo da ballata della sezione ritmica, con un riff ultra-melodico e a dire il vero troppo, ma troppo melenso. Oltretutto, stavolta il chitarrista inciampa in un giro di chitarra sentito decine e decine di volte in svariate canzoni rock d'amore. Poi certo, se siete dei romanticoni e volete trascorrere dei momenti teneri con la vostra o il vostro partner, allora questa canzone fa senza dubbio al caso vostro. Il brano prosegue lento, con Friedman che insiste su questo riff, che, man mano, si trasforma quasi in lungo e lento assolo, supportato adesso da un nuovo motivo di tastiera, donando così, un'aria quasi barocca, che ricorda, molto vagamente, i Queen. A questo punto abbiamo una frenata: si riparte con il delicato arpeggio udito all'inizio che, poco dopo, sfocia in un assolo, stavolta, vero e proprio, sempre accompagnato dalla morbida sezione ritmica. Sicuramente l'ennesimo bel solo da parte di Friedman, ma pervade ancora la sensazione di eccessiva mielosità. Si prosegue dunque su questi toni iper-romantici, fino a riudire il melenso riff principale che ci introduce nella parte finale del brano. Friedman ci riserva altri due assoli: il primo breve, mentre il secondo più lungo e carico di pathos, forse il migliore di tutta la canzone. A questo punto, un ultimo giro di tastiera chiude un pezzo di certo non brutto, ma che lascia a desiderare in quanto un po' banale nella scelta delle melodie e il suo essere troppo, ma davvero troppo zuccheroso.

Lovesorrow

Il settimo pezzo è un'altra power ballad, Lovesorrow, in italiano Dolore d'amore. Possibilmente, è una ballad ancora più melensa e stucchevole della precedente, piena di cliché. Il brano è introdotto da un arpeggio di chitarra, sorretto da una lieve base di synths. L'atmosfera si fa subito romantica, evocando, nel linguaggio degli innamorati, un ipotetico tramonto sul mare, tanto bello quanto noioso. Successivamente, si prosegue con la medesima melodia, anche se ora Friedman preme sulle corde della chitarra con un pizzico in più di forza. A questo punto, entrano in scena anche gli altri strumenti con la chitarra che invece si fa un attimo da parte, dando spazio ad un passaggio dal sapore molto cinematografico, con batteria marziale e tastiere sinfoniche. Ritorna la chitarra, con lo stesso arpeggio udito in precedenza, inframmezzata da altri interventi delle pompose tastiere. Si arriva all'esplosione del brano, precisamente introno ai due minuti e mezzo: batteria lenta, basso ad accompagnare, tastiere in sottofondo e Friedman che si lancia in una sorta assolo che ricorda, anche in questo caso, quelle musiche melense e terribilmente banali dei film romantici. Nulla da dire sul livello tecnico, Friedman come al solito suona da dio, ma è a livello di clima, di pathos, che proprio non ci siamo e, più si procede, più il chitarrista prova ad alzare l'intensità della canzone, ma senza grossi risultati. Siamo al finale della canzone, la quale si conclude con un caldo arpeggio, accompagnato dalle tastiere. Devo dire che, trovo quantomeno bizzarro mettere, per giunta una dietro l'altra, due power ballad così dozzinali e lamentose, in un disco rock/metal sperimentale. E se "Lust for Life" era una canzone non da buttar via, questa "Lovesorrow" non lascia davvero nulla all'ascoltatore. Insomma, un Friedman che dopo aver stupito con i primi pezzi, ora pare un po' in affanno. Ma ci restano ancora sei brani da scoprire.

Nastymachine

Con Nastymachine, ossia Macchina cattiva, si ritorna sulla retta via con uno dei brani più variegati dell'album. Il titolo è curiosamente dedicato alle macchine brutte guidate bene dalle ragazze. La canzone è introdotta da un sampler supportato da una batteria leggera ma al contempo decisa, donando alla canzone, fin da subito, un'atmosfera molto "japan". Successivamente entra in campo la chitarra, con Friedman che inizia ad eseguire i suoi soliti fraseggi iper-tecnici al fine di caricare il più possibile la strofa fino a farla esplodere. Procedendo, il chitarrista prosegue sull'esecuzione di scale e fraseggi, adoperando uno stile che va rendendosi sempre più funanmbolico. Difatti, "Nastymachine" è uno dei pochi brani davvero virtuosi del disco, anche se, al contempo, è quello dove, a detta dello stesso Friedamn, vengono usati più effetti elettronici. Successivamente, la sezione ritmica resta in sottofondo, a tessere, assieme ai sintetizzatori, un interessante tappeto elettronico. Avvertibili anche delle influenze disco anni 70. Dopo, la batteria inizia ad accelerare e Friedman stavolta si cimenta in una melodia diversa, donando alla sua chitarra un suono più annacquato, quasi a fonderla con i synths. A tal punto, mentre la sezione ritmica tiene un mid-tempo solido, ecco ritornare in auge i samplers, con Friedman che suona delle note stoppate dal sapore metal. E qui. le sonorità orientali prendono piede: i campionatori producono un sound tipico della terra nipponica, donando a notevole originalità. Ritroviamo a questo punto, quella chitarra un po' annacquata che avevamo udito in precedenza, su una base strumentale di nuovo accelerata. Siamo alle battute finali ed ecco Friedman concedersi un ultima divagazione improntata sull'heavy metal: spariscono i campionatori, il chitarrista esegue pennate energiche e la sezione ritmica si fa granitica tutta d'un tratto. Dopo un ultimo passaggio aggressivo, il brano termina. Il disco ha ripreso sensibilmente quota, con un pezzo di rock/metal sperimentale che è in grado di soddisfare più palati.

Catfight

Il nono brano del platter è Catfight, tradotto Lotta del gatto. L'intro del pezzo è quello preferito di Friedman in tutto l'album: una voce velocizzata e pronunciante frasi incomprensibili (dette, probabilmente, in giapponese) apre il pezzo, a seguire un rapido giro di batteria e sintetizzatore introducono un aggressivo riff di chitarra di chiara matrice metal, sul quale viene poi sovrainciso un ulteriore riff di guitar-synth. Ad accompagnare, una sezione ritmica solidissima, non velocissima, ma molto possente. Dopo, il ritmo rallenta leggermente e Friedman apre ad un nuovo riff, stavolta molto più melodico, che distende il clima teso d'inizio canzone. Un breve ma efficace assolo ci conduce alla strofa successiva, dove batteria e basso si fermano mentre la chitarra torna a farsi più dura, eseguendo note stoppate, inframmezzate da un utilizzo di caracas e dei soliti samplers. Poco dopo la sezione ritmica torna a sostenere Friedman che continua a mantenere questo riff duro e metallico, il quale sfocia poi nel secondo assolo del pezzo: più lungo del primo, dall'animo molto metal e senza dubbio riuscito. A seguire, un passaggio inaspettato, visto l'andamento complessivo del disco: rallenta improvvisamente tutto e Friedman si cimenta in un bridge pesantissimo, la sua chitarra partorisce uno dei riff, come detto da lui stesso, più pesanti che abbia mai suonato. La sezione ritmica supporta l'operato del chitarrista con un ritmo decisamente slow. L'atmosfera in questo punto si fa decisamente pesante, opprimente, ma Friedman ci vuole ricordare che, malgrado questo "Music for Speeding" sia un disco sperimentale, lui è un chitarrista metal e tali radici non possono essere estirpate così facilmente. La sezione successiva stupisce ancora: stavolta a dominare è l'elettronica, accompagnata da una batteria leggera e da alcuni assoli di chitarra in sottofondo. Siamo nelle fasi finali e torniamo ad udire gli stessi riff di chitarra uditi ad inizio brano. Friedman condisce questi ultimi secondi con qualche fraseggio tecnico in più, donando un po' più di colore al pezzo, che alla fine la termina. Un gran bel brano, tra i più duri del disco seppur si denotano influenze della solita musica giapponese e anche coreana.

Corazon de Santiago

Con Corazon de Santiago, ossia Cuore di Santiago, giungiamo alla decima canzone del disco. Il titolo è stato ideato da Friedman dopo un suo viaggio a Santiago, in Cile. Un'esperienza che il chitarrista porta nel cuore, in quanto gli sono piaciute un sacco le persone del posto e avrebbe voluto trascorrerci più tempo in quel luogo. Si tratta di una nuova power ballad, molto più accattivante delle precedenti. Il brano è aperto da uno sdolcinato, ma molto bello, arpeggio di chitarra acustica, che va a creare subito un'atmosfera romantica. Questo motivo, si protrae per quasi un minuto e mezzo e, l'unico altro strumento che si ode, oltre alla chitarra acustica, è quella elettrica, che in sottofondo esegue lo stesso medesimo riff. Il climax creato da Friedman è di quelli ideali per le coppie di innamorati e bisogna dire che stavolta l'intento ha un esito positivo, in quanto il chitarrista interpreta il brano in maniera davvero molto sentita. Poi si, anche qui troviamo un riff (o arpeggio, come volete chiamarlo) di chitarra non proprio originalissimo, però l'ascoltatore viene conquistato ugualmente. Successivamente, la chitarra elettrica sale in cattedra, suonando con lo stesso riff precedente, ovviamente riproposto in chiave più rock. Si iniziano a sentire anche le tastiere in sottofondo, che creano un'atmosfera molto marittima. Dopo oltre metà canzone, ecco finalmente la sezione ritmica che entra in scena, lanciandosi nel tipico andamento da ballad, quindi lento e a supporto della chitarra. Friedman a questo punto, modifica il riff del suo strumento, cimentandosi in una sorta di lunghissimo assolo che dura fino alla fine del pezzo. Un solo decisamente bello, pieno di sfaccettature e denso di emotività. Si può dire che attraverso tale passaggio, Friedman libera tutta la tensione (impercettibile si potrebbe pensare), accumulata nella prima parte del brano, lasciando così andare tutto il pathos in uno dei momenti più ispirati dell'intero disco. Il pezzo, di fatto, termina proprio su quest'assolo di Friedman, lasciando l'ascoltatore soddisfatto. Sicuramente, "Corazon de Santiago" è il brano più semplice e orecchiabile del disco, ma anche tra i più affascinanti di "Music for Speeding".

0-7-2

Arriviamo adesso al pezzo più corto, intitolato semplicemente 0-7-2. Friedman ha dichiarato che il curioso titolo, sta ad indicare la masturbazione in giapponese. Il brano corrisponde a circa 40 secondi di musica neoclassica eseguita con una tastiera. Friedman ha detto che questo brano è stato realizzato in parte seriamente e in parte scherzando. Il motivo del brano, è vagamente centrato su alcuni assoli di chitarra eseguiti da Friedman nei suoi ultimi tour con i Megadeth. La melodia richiama alla memoria i grandi compositori di musica classica del VII e VIII secolo e, il merito di questo strumentale, è quello di sembrare eseguito da una piccola orchestra. D'altronde, è risaputo che Friedman, in diverse occasioni, specie ad inizio carriera, si dedicava al metal neoclassico, mostrando grande interesse verso la musica dei grandi maestri del passato.

Salt in the Wound

La penultima traccia dell'album, Salt in the Wound, in italiano Sale sulla ferita, è senza dubbio l'episodio più metallico di quest'opera. A dispetto, però, della traduzione letterale del titolo, il significato di questo è da attribuire niente di meno che ad un film italiano, "Il Dito nella Piaga", diretto da Tonino Ricci nel 1969. Un aggressivo riff di chitarra di chiara scuola thrash metal scuote l'ascoltatore mentre in sottofondo il batterista Jeremy Colson inizia a dare le prime, secche legnate sulle pelli. La canzone a questo punto esplode in un rabbioso mid-tempo, con Friedman che si cimenta subito in un assolo bello energico e tipicamente metal. Successivamente, un tecnicissimo fraseggio, eseguito su una base strumentale fattasi più lenta, fa persino ritornare alla mente i fasti di Friedman insieme ai Megadeth, ad esempio, quando si sfidava con Dave Mustaine a colpi di solos su "Hangar 18". Il passaggio successivo è quanto di più duro si possa sentire: il tempo ridiventa leggermente più veloce e Friedman partorisce un riff pesantissimo, a ricordarci che lui è si un musicista aperto, ma prima di tutto nasce come chitarrista metal. Tale sezione dura per un po' e insieme all'arcigna chitarra, si possono chiaramente udire le semplici ma dirette frustate sulle pelli di Jeremy Colson. Le battute finali, sono riservate ad un improvviso rallentamento del pezzo che crea pathos, con la chitarra che macina un riff interlocutorio per diversi secondi prima di lanciarsi in un ultimo breve assolo, supportato dalla sempre ferrea sezione ritmica, chiudendo questa gran canzone techno-thrash.

Novocaine Kiss

Spetta al brano Novocaine Kiss, tradotto Bacio della novocaina (un anestetico), chiudere il platter. Anche in questo caso tratta di un'altra power ballad, non eccezionale a dire il vero. Il titolo, come detto da Friedman, è parzialmente rubato alla girls band delle Runaways. Il chitarrista ha dichiarato di avere ascoltato a lungo la melodia di questo pezzo su una demo. Alla fine, alcune parti di questa demo sono state usate nella versione finale della canzone. Un'atmosfera "acquatica" e soffusa è subito creata da un tappeto di vellutate tastiere che inaugurano il pezzo. In sottofondo, altri rumori "marini" vanno ad intensificare il climax del quale si parlava prima. Dopo circa un minuto, la chitarra di Friedman fa il suo ingresso con un delicato e, anche in questo caso, romantico arpeggio, molto, troppo melenso. Successivamente, la sezione ritmica parte con l'andamento tipico della power ballad mentre Friedman irrobustisce leggermente l'arpeggio, rendendolo un riff vero e proprio, ovviamente iper-zuccheroso e per nulla originale. Il brano procede così per un lasso di tempo significativo, fino a quando per un breve momento la batteria e il basso si interrompono, lasciando a Friedman un breve, nuovo passaggio solista. Ma è davvero questione di pochissimi secondi, in quanto subito dopo ecco la sezione ritmica ripartire, supportando un assolo di chitarra che ci condurrà fino alla fine della canzone: un solo dal sapore molto anni 70-80, tipico di quei gruppi hard rock da classifica. È indubbiamente suonato bene, ma non è tra i migliori momenti solisti di Friedman in questo album. Le tastiere in questo caso risalgono in cattedra, assumendo connotati di accompagnamento simili a ciò che svolge un pianoforte. Gli ultimi secondi del brano, e di tutto l'album, sono dunque tutti per Friedman, il quale fa calare il siapario su questa lunga sezione solista. Non uno dei modi migliori per concludere il disco: ancora una volta, Friedman insiste su un pezzo troppo banale e sdolcinato, adatto ad un orecchio non esperto. Oltretutto, questa ballad soffre di un problema, a detta di chi scrive, persistente in tutte le altre tre ballate (compresa la buona "Corazon de Santiago") dell'opera: è pervasa da un'insopportabile atmosfera romantica da mare. Mi spiego meglio: immaginatevi di passeggiare con la vostra ragazza o il vostro ragazzo sulla spiaggia, al tramonto del sole, mano nella mano. Quale canzone potrebbe fungere da sottofondo ideale per un tale momento? Scegliete una delle quattro ballate presenti in "Music for Speeding", non resterete delusi. Ora, d'accordo che ci saranno anche tante persone alle quali questo tipo di climax generato dalla musica piace, è naturale, ma in un disco di Marty Friedman, personalmente, mai e poi mai penserei di ritrovarmi non una, ma bensì quattro lentoni da innamorati, un poco troppo per i miei gusti. Comunque, e ora di tirare le conclusioni!

Conclusioni

Tirando le somme, Music for Speeding è sicuramente un buon album strumentale di rock/metal sperimentale. Marty Friedman si lascia andare alla voglia matta di sperimentare più generi possibile, riuscendo ad amalgamarli tutti in maniera abile, con le sonorità aspre e violente del rock e dell'heavy metal. Non siamo di fronte ad opera di facile ascolto, il metallaro più incallito potrebbe snobbarla. Ma difatti Friedman, a differenza di quanto fatto con un disco come "Dragon's Kiss", attraverso "Music for Speeding" non ha mirato al pubblico amante del metallo, ma a chi di musica se ne intende a 360 gradi. Quello che sicuramente risalta più all'orecchio è come l'opera sia quadrata, completa, malgrado la presenza di tanti tipi di musica miscelati tra loro. Buona parte delle canzoni hanno una loro precisa identità, una determinata personalità. Friedman riesce a immettere, in questi trentasei minuti, tutte le sue conoscenze a livello musicale, dosando e centellinando ogni passaggio, ogni nota. E il Giappone? Il chitarrista si presta ad un significativo utilizzo della musica nipponica e più in particolare del j-rock (o anche j-pop), quindi un unico genere che racchiude una vasta gamma di stili. Ma ciò non si riduce solo alla musica, affatto, bensì è determinante anche nel definire le atmosfere. In almeno tre o quattro pezzi si percepisce chiaramente il clima giapponese che permea la musica, con suoni tipici del posto (ad esempio, in una occasione Friedman fa uso dello shamisen, uno strumento tradizionale a tre corde nipponico), strani campionamenti vocali e soprattutto un uso dell'elettronica intelligentissimo. A tal proposito, si potrebbe dire che l'elettronica sia forse la vera protagonista del disco: utilizzata attraverso vari stili e strumenti, questa musica offre quel complessivo tocco originale e sperimentale al full-length. Ci sono passaggi permeati dai sintetizzatori, altri dove si odono vere e proprie micro-sezioni strumentali generate da samplers e tastiere e, probabilmente, anche dal guitar-synth. Ci sono persino spunti di vera e propria EBM, che nel j-pop è uno degli stili principali. Non manca l'industrial più duro, spesso metallizzato, nel carattere di gruppi come Fear Factory e Rammstein. Sono tantissimi anni ormai che la musica elettronica è unita al rock, nelle sue forme più varie. Per alcuni ciò ha rappresentato un infausto tradimento, per altri, una interessante sperimentazione. Friedman ha voluto semplicemente osare, ispirato dalla musica del paese dove vive, ossia il Giappone. Cosa non va in questo album? Posso dire che sono rimasto piuttosto stupito dalla scelta delle ballad: troppo semplici e melense, quasi stonano in un disco così particolare. D'accordo che, solitamente, le power ballad sono canzoni che non si prestano a particolari difficoltà esecutive, essendo brani pensati per balzare ai primi posti in classifica e che piacciono per la loro orecchiabilità. Ma Friedman, a parer mio, va troppo sul sicuro, adottando riff e melodie già sentiti mille volte. E non è ciò che ci si aspetta da un musicista del suo calibro. Almeno uno di questi lenti è abbastanza riuscito, "Corazon de Santiago", ma gli altri lasciano davvero poco. Dal punto di vista prettamente strumentale, Friedman si ritrova a lavorare con ottimi musicisti: Jimmy O'Shea e Barry Sparks sono due buoni bassisti, tessono delle ritmiche funzionali e spesso i loro bassi si fondono bene con i sintetizzatori; Jeremy Colson è un gran batterista, molto leggero quando serve, ma quando deve picchiare duro non si risparmia. Poi il suo groove è snello, si distingue bene. Brian BecVar fa egregiamente il suo lavoro alle tastiere e insieme a Friedman (anche lui talvolta alle prese con tale strumento) crea dei passaggi elettronici avvolgenti. In definitiva, "Music for Speeding" è un disco interessante, ci vogliono più ascolti per assimilarlo bene, ma alla fine è un lavoro con un bel carattere. Mezzo voto in più lo merita per il fatto che Friedman ha avuto il coraggio di osare, in questo disco, perché il voto reale rimane intorno al sette, ma va bene così. "Music for Speeding" è un'opera che merita l'attenzione degli ascoltatori, e che sicuramente piacerà ad un pubblico attento e aperto a differenti influenze. 

1) Gimmie a Dose
2) Fuel Injection Stingray
3) Ripped
4) It's Unreal Thing
5) Cheer Girl Rampage
6) Lust for Life
7) Lovesorrow
8) Nastymachine
9) Catfight
10) Corazon de Santiago
11) 0-7-2
12) Salt in the Wound
13) Novocaine Kiss
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