MARILLION

This Strange Engine

1997 - Castle Communications

A CURA DI
SANDRO NEMESI
27/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Possiamo tranquillamente dire che i Marillion non hanno concluso nel migliore dei modi il lungo contratto che li legava alla EMI, una major che troppo soventemente è risultata oppressiva nei confronti della band, obbligandola a prendere strade prettamente commerciali che hanno ben poco a che vedere con l'anima compositiva di Mark Kelly e compagni. L'esempio più lampante  è l'album Holidays in Eden, confezionato appositamente per tentare di scalare i vertici del mercato americano con brani molto più vicini all'AOR che al progressive, brani che, colpiti da fin troppo evidenti tagli, sminuivano perfino la grande tecnica strumentale della band, rendendola a tratti  irriconoscibile. Tale tentativo oltre ad essere meramente fallito ha allontanato molti fans, ancora scossi dalla dipartita di Fish, compresi quelli che erano riusciti ad apprezzare Steve Hogarth nell'ottimo Seasons End. Anche l'ultimo lavoro Afraid Of Sunlight si è rivelato l'ennesimo passo falso della band, nonostante la presenza del validissimo produttore Dave Meegan, è un album che alterna buoni momenti (pochi), a canzoni che mai avremo voluto sentire uscire dagli strumenti  del quintetto di Aylesbury. Bisogna ahimè mettersi l'animo in pace, i Marillion hanno  ormai perso la loro identità progressive,  con ogni album si allontanano sempre di più da quel neo progressive di cui sono la band seminale, fatta eccezione del capolavoro Brave, che se fosse uscito qualche hanno prima, forse avrebbe cambiato il futuro della band. Ormai distanti anni luce dai fasti di Script e Fugazi, la band albionica  è in cerca di una nuova identità musicale. Scaduto il lungo contratto che gli legava alla EMI sin dal 1983, i nostri decidono di affidare le loro sorti ad una label minore ed indipendente, la  britannica Castle Communications, in modo da avere una maggiore libertà in fase compositiva. Per essere totalmente liberi di dar vita alle loro idee, decidono inoltre di auto produrre il disco, in modo da poter vedere alla luce le canzoni secondo il loro volere, discutibile o meno che sia. La somma di questi due fattori aveva acceso luminose speranze nei fans, che sognavano un ritorno alle origini. A tenere  ancor di più sulle spine i marilliani fu la discutibile scelta di non pubblicare un singolo prima dell'uscita dell'album, cosa che prima di allora era sempre avvenuta. In This Strange Engine i Marillion puntano su brani dove prevale la chitarra acustica, scelta opinabile, viste le capacità del chitarrista Steve Rothery, molto più  a suo agio a premere i tasti della pedaliera che con la chitarra acustica . Ci sono un paio di brani che riescono a catturarci ugualmente, nonostante la loro natura prettamente acustica, altri invece di cui avremmo fatto volentieri a meno, per fortuna con la title track i Marillion rispolverano la vena progressive che sembrava del tutto smarrita, sorprendendoci con un lunghissimo brano, pieno di cambi di tempo e dalle molteplici atmosfere, canzone che non avrebbe affatto sfigurato sui capolavori del passato.  This Strange Engine risulta essere  l'ennesima mazzata per i fans, che continuano a migrare verso altri lidi; per fare un esempio, i colleghi IQ, sempre nello stesso anno, pubblicano il capolavoro Subterranea, ancora oggi considerato uno degli album più belli del neo progressive dagli anni novanta in poi. Con questo album i Marillion diventano sempre di più una band di culto, che si ama o si odia a prescindere, sperando che prima o poi, terminate le strade sperimentali, riescano a fare un ritorno alle origini .

Man of Thousand Faces

Abbiamo la sensazione di aver inserito il CD sbagliato nel nostro lettore, quando udiamo l'introduzione acustica in stile falò da spiaggia di Man of Thousand Faces (L'Uomo dai Mille volti), brano che apre il disco, ma che riesce ugualmente a catturarci nonostante sia abbastanza antimarillico. La bellissima linea vocale sognante di Hogarth si sposa alla perfezione con il solare strumming acustico da spiaggia di Mr. Rothery. Dopo circa un minuto entrano in scena gli altri strumentisti, è il turno  del un ritornello molto aperto e raggiante, la ritmica non è invasiva, il basso riprende le note portanti degli accordi di chitarra, le tastiere tessono un lungo tappeto che spiana la strada  alla bellissima e trascinante linea vocale. Ritorna la strofa, arricchita da bellissimi ricami di pianoforte che si intrecciano alla perfezione con gli accordi di chitarra, la ritmica ci trascina fino al successivo ritornello, al quale fa seguito un bell'assolo di pianoforte che in un colpo solo riprende la melodia della chitarra e la linea vocale. La batteria si ferma, rimane solo un tagliente charleston a tenere il tempo alla chitarra, sempre rigorosamente acustica, la tastiera dona un effetto spaziale a questo breve interludio strumentale che ci ricollega al ritornello, una potente scala di basso seguita dai piatti fa da bridge alla ripetizione del medesimo. E' nuovamente il turno della strofa, il brano sembra concludersi con un sognante arpeggio acustico, graffiato da penna te di basso, la tastiera sembra prima sfumare verso la fine per poi rinascere e riprendere lentamente il volume, entra anche il pianoforte, la batteria esegue cadenzate corse sui tom, chitarra e basso vanno all'unisono. La linea vocale ha sentori epici, va sempre in crescendo, aiutata da uno splendido coro di voci bianche gentilmente offerto dalla Charlton & Newbottle School Choir, che invita la sezione ritmica ad incrementare il tempo. La solare ballata da spiaggia dell'inizio si è ora trasformata in un inno corale dai sentori tribali contornato da un marasma di suoni,  siamo immersi in un calderone dove bollono mille note e mille voci, è un continuo crescendo che una volta arrivato al culmine si interrompe lasciando la sola tastiera con un effetto che pare risucchi all'interno di un contenitore insonorizzato la babele di suoni. Il titolo potrebbe essere un' omaggio alla pellicola "L'Uomo dai Mille Volti" del 1957, film diretto da Joseph Pevney ispirato alla vita dell'attore Lon Chaney, ma il condizionale è d'upo. Le liriche invece, in contrapposizione alla solare atmosfera che primeggia nel brano, sono molto oscure e ci lasciano scorgere una creatura Onnipotente dietro l'uomo dai mille volti, che ha una piccola parte di se in ogni creatura; parla alle macchine con la voce dell'umanità, parla al saggio con la voce della pazzia, parla allo schiavo con la voce dell'obbedienza e ad una donna con il fatale fascino di un serpente. L'uomo dai mille volti è anche l'uomo dalle mille età, lo possiamo trovare rappresentato nelle pietre del Partenone, lo possiamo udire nel chiacchiericcio di Babilonia, ha donato il fuoco all'umanità e con un balzo l'ha portata a scoprire la Luna. L'uomo dai mille volti terrà conto di tutto ciò che prende, dispensando poi perdono. Nonostante il brano sia distante anni luce dai vecchi Marillion, specie nella prima parte, risulta molto piacevole e ci ammalia, grazie al bel giro di chitarra e alla indovinata linea vocale. Sono sicuro che  Man Of Thousand Faces riuscirà a catturare anche i fans più diffidenti. Il brano è stato scelto come primo singolo estratto, uscito curiosamente però quasi due mesi dopo la pubblicazione dell'album. 

One Fine Day

Anche la traccia successiva, One Fine Day (Un Bel Giorno), ha ben poco di marillico: si apre con un blueseggiante introduzione di chitarra, stavolta con l'uso del distorsore, che successivamente lascia il campo ad un triste e cadenzato arpeggio di chitarra, la ritmica è stranamente lineare e semplice, un classico 4/4 di moderata andatura, con il basso che si limita a seguire la cassa con singole note, senza eccedere in eccessive scale come di consueto. Anche la linea vocale emana tristezza, con un tono carico di rammarico. La cadenzata strofa si protrae a lungo, variando leggermente nel finale grazie ad un  un mesto pad di tastiera ed un cambio di tono nel cantato. Un breve assolo di pianoforte fa da bridge alla strofa successiva, dove viene aggiunto uno struggente pad di organo  che ci porta indietro di un paio di decenni. Arriva finalmente il ritornello, la ritmica rimane invariata, lo stacco dalla strofa riesce a darlo Steve Hogarth, con una linea vocale che sale di tono e leggermente più grintosa. Improvvisamente si stoppano gli strumenti, rimane un pad di archi a duettare con Steve Hogarth, l'orchestra di violini va in crescendo e spalanca i cancelli all'assolo di chitarra, dai sentori blues, una novità per Mr. Rothery. Ecco nuovamente il ritornello, che si protrae ad oltranza, evidenziando la calda voce di Hogarth, si sfuma mentre riprende l'assolo di chitarra. Nelle liriche ci sono tutte le utopie che animano i sogni di una giovane coppia, alcune per fortuna si avverano, come il crollo del Muro di Berlino  e le due Germanie che unificate cantano sotto la stessa bandiera. Sotto la pioggia scrosciante si aspetta che il Mondo cambi, sia attende un nuovo giorno che ci presenti un vita migliore, ci si accontenta anche di una maggiore tranquillità. Vivere in armonia e tranquillità sembra così semplice a dirsi, ma è così lontano, talmente lontano che il protagonista si accorge che stava sognando all'interno di un sogno. Devo dire che questo pezzo, che come il precedente ha ben poco di Marillion, non riesce a catturarci come esso vorrebbe, forse a causa della monotona struttura e alla lineare ritmica. E' da apprezzare il tentativo della band di affacciarsi verso sonorità blues, ma è evidente che i nostri sono più abili in altre occasioni e che è meglio lasciare il blues a chi lo suona da una vita. 

80 Days

La successiva 80 Days (Ottanta Giorni), secondo singolo estratto, ci rende partecipi dei sentimenti, dello stress e delle emozioni della band durante i tour mondiali, ostentando anche ammirazione verso i fans, che fanno molti sacrifici ogni volta che decidono di andare a vedere un loro concerto. Viene usata la parafrasi 80 giorni, a suggellare il giro del Mondo che la band compie durante gli estenuanti tour con i lunghi viaggi massacranti che passano da Milano a Zurigo, dal Giappone alla fredda Islanda. Durante il giro del Mondo, costantemente lontano da casa, i nostri lasciano una parte di sé in ogni teatro o palazzetto dove si esibiscono. Fatica e  sacrificio vengono ricompensati dall'amore dei fans, che spesso si fanno ore ed ore in fila al freddo , molti hanno intrapreso un lungo viaggio pieno di sacrifici per vedere i loro idoli. E' la risposta dei fans che da linfa alle band, che continuano  il loro spettacolo senza fine per comunicare le loro idee attraverso i potenti amplificatori, dando sempre il massimo. Tutti invidiano le star, ma Hogarth assicura  che, specie durante i massacranti tour mondiali, non è tutto rose e fiori, ma la passione per la musica e l'amore dei fans fa dimenticare in fretta la fatica. Anche questo brano si apre con un solare strumming di chitarra acustica, con il quale duetta dolcemente Steve Hogarth. Dopo qualche giro di chitarra entrano gli altri, la ritmica è molto allegra e lineare, la tastiera esegue un interminabile tappeto. Il ritornello si apre, il basso esegue alcune scale che legano alla perfezione con la chitarra,  il gioviale pianoforte  ricama la spensierata linea vocale di Hogarth. Si segue la classica struttura da canzone "normale ", ergo ritornano la strofa ed il ritornello che ricalcano i  precedenti. Dopo tre minuti circa la sezione ritmica si stoppa lasciando il campo ad un banale assolo di tastiera accompagnato dalla chitarra acustica, seguito per l'ultima volta dalla strofa e dal ritornello, che si protrae ad oltranza sfumando lentamente. Il brano risulta piacevole al primo ascolto, la melodia dei pochi accordi si sposa alla perfezione con la linea vocale, anche se la linearità della struttura alla lunga lo rende monotono, e come i precedenti  ha ben poco, per non dire nulla di Marillion, e dopo tre brani siamo ancora qui in attesa di un pezzo "alla Marillion". 

Estonia

L'oscura introduzione di tastiera che apre Estonia ci lascia ben sperare. Gli arpeggi di basso e chitarra si intrecciano alla perfezione, legati dal pad di tastiera, Mosley entra in sordina per non rompere il fragile equilibrio creato dagli strumenti. La triste linea vocale di Hogarth lascia trasparire rammarico e compassione. Il ritornello cerca di interrompere l'aria melanconica della strofa, la batteria entra con un classico 4/4 da pezzo lento amalgamato perfettamente dalle scale di basso, la simpatica balalaika suonata da Tim Perkins  che caratterizza il ritornello, ricorda fin troppo Ordinary World dei Duran Duran. Durante il ritornello il cantato assume un tono sognante, anche se continua comunque ad aleggiare  un'atmosfera molto triste. Ritorna l'oscura strofa, caratterizzata dall'ossessivo arpeggio di basso e da inquietanti effetti di synth, seguita a ruota dal ritornello. Minuto 04:15, rimane sul campo solo una inquietante tastiera, successivamente accompagnata dalla chitarra, le sedicesime del basso incalzano e creano un crescendo che si protrae a lungo prima di aprire nuovamente la strada al ritornello che viene raddoppiato ed arricchito da un dolce tema di tastiera in sottofondo. Si chiude in un limbo carico di mistero dove galleggia un arpeggio flangerato di chitarra che va lentamente a sfumare. Abbiamo incontrato finalmente un brano che sa un po'di Marillion, ma siamo ancora in attesa di essere deliziati dai classici assolo di chitarra pieni di passione e melodia a cui ci ha abituato Mr. Rothery, e a dire il vero l'assolo è proprio quello che ci manca per rendere il pezzo assai migliore. Estonia era il nome del traghetto che affondò nel Mar Baltico il 28 Settembre del 1994 durante un viaggio tra Tallin e Stoccolma. Dei 989 passeggeri solamente 137 riuscirono a sopravvivere al naufragio, che vanta il triste record di peggior disastro marittimo in Europa che vede coinvolto un traghetto. Hogarth ebbe l'occasione di incontrare Paul Barney,  l'unico superstite al naufragio di nazionalità britannica, da questo incontro è scaturita l'ispirazione del brano in questione, giustamente invaso da un forte alone di tristezza essendo stato scritto in memoria delle numerose vittime del naufragio. In maniera poetica Hogarth cerca di descrivere i terribili momenti di terrore vissuti dagli sfortunati passeggeri dell' Estonia, investiti da una letale valanga di acqua salata. Fra le tristi note degli strumenti e la struggente voce di Hogarth, la nostra immaginazione ci permette di udire le urla disperate e sature di terrore dei passeggeri che cercano un'ancora di salvataggio. Mentre i polmoni si riempivano di acqua, negli ultimi attimi cercavano di restare aggrappati alla vita, dicendo "non in questo modo, non in questo modo". Ad Hogarth piace pensare che le vittime del naufragio abbiano avuto la possibilità di continuare a vivere dall' altra parte, libere dai pensieri e dal dolore, insieme a coloro che amavano. Ma nessuno è in grado di dare una risposta alla più grande ossessione dell'umanità, solo in pochi possono vedere se al di là dell'oscurità regna la felicità. I ricordi delle vittime continueranno a vivere nelle menti e nei cuori dei loro cari, per sempre. Sicuramente è il brano che più si avvicina ai Marillion fra quelli ascoltati fino ad ora, anche se si ha l'idea che poteva essere impreziosito dall'aggiunta di un'assolo di chitarra in primis, ma anche da una maggiore presenza e varietà delle tastiere.

Memory of Water

Il successivo brano, Memory of Water (Il Ricordo Dell'Acqua), è una breve poesia cantata a cappella da Hogarth,  poesia che vede al centro il forte rapporto che lega l'essere umano all'acqua.  Dopo alcune strofe cantate in completa solitudine, una struggente tastiera accompagna la poetica linea vocale di Hogarth, aiutandolo nelle fasi crescenti senza uscire dalla linea melodica del cantato. Il ricordo dell'acqua purtroppo svanisce con il passare degli anni, è impossibile ricordarsi quando galleggiavamo immersi nel mare d'amore del ventre materno. L'essere umano non può prescindere dall'acqua, elemento primario ed essenziale che l'accompagna durante il duro cammino della vita. Hogarth si prende una piccola licenza poetica per rafforzare le strofe, chiedendosi se il Re pesca ancora in riva ad un fiume, con la schiena rivolta la sole rovente, cantando il ricordo dell'acqua. Sicuramente questo è un brano di classe, che mette in risalto le capacità vocali ed interpretative di Hogarth, se mai ce ne fosse stato il bisogno, brano che non avrebbe stonato in un album diverso da This Strange Engine, dove latitano canzoni o solamente  momenti dalla forte impronta marillica. Un arpeggio  finalmente distorto, interrompe la quiete diffusa dal brano precedente. 

An Accidental Man

La brillante linea vocale di An Accidental Man(Un Uomo per caso) ci rammenta i migliori momenti di Sting con i suoi Police. Dopo un paio di strofe dove duettano voce e chitarra, entra in ballo il resto della band, ingresso anticipato da energiche pennate di basso. Il ritmo è trascinante, il basso ci martella, mentre un continuo pad di organo ci bombarda durante le strofe. Il bridge è in crescendo, aumentano i BPM e apre i cancelli al ritornello, dove i BPM dimezzano, Hogarth sfiora il falsetto quando ripete il titolo del brano, il basso  è stoppato e segue la cassa, Kelly sostituisce l'organo con un inquietante synth. Pausa, rimane la graffiante chitarra, una grintosa scala di basso ci riporta alla strofa, dalla linea vocale trascinante. La matrice pop rock del brano porta inevitabilmente alla ripetizione di strofa e ritornello. A metà canzone la sezione ritmica si ferma, rimane uno spaziale pad di tastiera, da dove emerge un arpeggio di chitarra effettato (finalmente), la batteria entra in sordina ed una rullata in crescendo annuncia l'assolo di organo. Ritorna la chitarra dell'introduzione, la strofa stavolta viene rallentata,  la ritmica si impreziosisce e si sfuma lentamente verso i finale con dei piacevoli contro canti. Le liriche sono molto interessanti, viene criticata  la precoce educazione che viene data ai figli sperando che in futuro riescano a ritagliarsi un posto al Sole, abituandoli a ragionare con cinismo sin da piccoli, insegnando che ogni segreto  ha un prezzo da pagare. I genitori insegnano ai figli splendere anziché riflettere, è per questo che nella società moderna spesso si trovano uomini che non sanno godersi la felicità, che mettono la carriera davanti a tutto, anche a scapito dell'amore, dimostrando di essere diventati uomini per caso ed aver smarrito i valori morali. Le sonorità americane di questo brano sarebbero sicuramente state trovate interessanti dai magnati della EMI. Avrete fatto caso che anche in questo brano, poco marillico come gli altri, manca incomprensibilmente l'assolo di chitarra. Siamo curiosi e speranzosi di trovare tracce "di Marillion", nelle due ultime tracce dell'album.

Hope for the Future

L'introduzione acustica dal sapore country di Hope for the Future (Speranza per il Futuro) infrangono i nostri di gloria, che vengono definitivamente inceneriti dalle ritmiche caraibiche che si manifesteranno successivamente. La linea vocale si sposa benissimo con la chitarra iniziale. Un basso glissato predomina sulla strofa, la batteria si limita a colpi di cassa e ricami sul charleston, la chitarra risulta quasi impercettibile. Al minuto 01:54 inizia il ritornello, caratterizzato dall'orribile ritmica caraibica menzionata in precedenza. La strofa successiva viene decisamente migliorata da degli accordi di pianoforte che vanno all'unisono con il basso. Dalla ritmica tribale emergono irridenti e squillanti trombe, suonate per l'occasione da Paula Savage, tanto per  peggiorare una già tragica situazione e rendere ancor di più incomprensibile il brano. Ritorna l'orribile ritornello, dopo il quale la batteria si stoppa, in evidenza rimane  uno pseudo assolo di tastiera ricamato da un simpatico giro di basso e dalla chitarra acustica, purtroppo per noi ricompare come un incubo il ritornello che va a sfumare lasciandoci alquanto basiti. L'improbabile struttura del brano infrange le speranze per il futuro menzionate nel titolo, sto parlando ovviamente delle speranze che abbiamo noi fans di rivivere i fasti dei Marillion di un tempo. Ma i messaggi di speranza che lancia Hogatrh sono quelli per un mondo migliore, sentendosi un membro della Rosacroce, dal perfetto stato morale e spirituale, tenendo stretto il messaggio di speranza  con la sicurezza di un boia quando impugna l'arma della sentenza capitale. Si sente pieno di messaggi speranzosi come quelli all'interno di una biblioteca trovata nascosta in una piramide, sente il peso di Adamo , mai dispari e sempre pari, ma è sorridente e spensierato come uno gnomo da giardino, che tesse trame piene di messaggi di speranza. La perplessità con cui ci lascia questo brano è disarmante, brano che ci risulta impossibile da associare ai Marillion, se non per l'inconfondibile timbro di voce di Steve Hogarth (passare velocemente oltre ndr). Le nostre speranze di incontrare un brano dai sentori marillici si sono ridotte al lumicino e si riversano tutte  nella conclusiva title track, sperando che si tratti di un brano caratterizzato da una complicata struttura musicale e dai molteplici cambi di tempo e di atmosfera, memori dei fasti di Script, Fugazil,  ma anche Seasons End.

This Strange Engine

This Strange Engine (Questa strana Macchina), viene aperta in solitudine da Steve Hogarth, immediatamente accompagnato da un oscuro pad di tastiera. Pete Trewavas tesse una avvolgente ragnatela di note con il basso, successivamente un sognante carillon si sovrappone alla tastiera. Improvvisamente la linea vocale di Hogarth ha un guizzo, un epico riff di tastiera viene rafforzato da colpi stoppati di basso e cassa e da una leggera cavalcata sul charleston. Cambia nuovamente atmosfera, un sognante synth ci lascia sospesi in un limbo dal quale emerge un bellissimo giro di pianoforte che accompagna la narrante voce di Hogarth. Ci siamo, finalmente ci troviamo di fronte ad un brano dei Marillion, dove pullulano i cambi di atmosfera. Evviva. Sognanti flauti si sovrappongono al pianoforte, la sezione ritmica esegue raffinati tocchi, messi al punto giusto. Al minuto 03:44. una graffiante chitarra distorta solitaria interrompe la dolce armonia creata in precedenza, anche la linea vocale si fa più veemente, in crescendo entrano la batteria ed il basso che si fa avanti a suon di martellanti sedicesime, la tastiera ricalca il riff della chitarra prima di esplodere in un assolo di wakemaniane memorie, Mosley cavalca sulle pelli dei tom, e scandisce sui piatti i salti sulle toniche. Ritorna il graffiante riff di chitarra, la ritmica si fa più decisa, il basso è aggressivo e martellante, Mark Kelly con una mano tiene un pad fisso di archi, con l'altra riprende  l'epico riff, prima di bombardarci con la seconda parte dell'assolo, dove viene fuori tutto il virtuosismo che ha tenuto a bada durante  questi ultimi anni. Pausa, si cambia di nuovo atmosfera, per la gioia dei vecchi fans, è di nuovo Mark Kelly il protagonista, con uno struggente giro di pianoforte, seguito splendidamente da Steve Hogarth con una bellissima linea vocale. Tenuto a bada per quasi l'intero album, il nostro tastierista si sfoga in questo bellissimo brano, aggiungendo dei fatati flauti al pianoforte. Entrano dolcemente anche gli inseparabili Mosley e Trewavas, il brano assume un'atmosfera che ci riporta agli spensierati anni settanta, Steve Hogarth emerge alla grande durante  questo sognante interludio. Il brano mantiene la struttura frammentata cambiando nuovamente, organo e chitarra vanno in levare ,  la ritmica è cadenzata, il tono  del cantato assume grinta e passione. Al minuto 08:51 i Marillion continuano a sorprenderci con un passionale assolo di sax, suonato per l'occasione da Phil Todd, che già in passato aveva collaborato con il quintetto di Alyesbury. Dopo l'assolo di sax possiamo finalmente sentire l'assolo di chitarra di Mr Rothery, melodico ed emozionante come ai vecchi tempi, forse un po' troppo breve. La ritmica che accompagna l'assolo ci riporta ai fasti di Fugazi. Si cambia di nuovo l'atmosfera, rimane la sola tastiera con un enigmatico riff, successivamente entra anche il basso prima con profonde pennate poi con graffianti scale, si risente l'arpeggio di chitarra carico di effetti, sul quale Hogarth cambia per l'ennesima volta la linea vocale, Mosley usa la stecca durante questa parte di brano caratterizzata da una piacevole atmosfera. Una breve rullata annuncia l'ennesimo cambio, caratterizzato da una sognante tastiera che accompagna un nuovo assolo di chitarra, dove Rothery sembra avere le mani di velluto, stavolta per la nostra gioia l'assolo è prolungato, nella parte centrale raggiunge l'apice con una serie di pregevoli scale, eseguite con una dolcezza e una passione disarmanti. Finito l'assolo viene ripreso per qualche istante l'enigmatico sintetizzatore che lascia poi il campo ad uno strumming di chitarra che si sposta sulle toniche, il basso inizia a martellare con una scala invita anche Mr. Mosley, che in crescendo accompagna  Hogarth. Il brano assume sembianze grintose e trascinanti, viene sovraincisa anche una seconda chitarra distorta. Hogarth si lascia trascinare dal ritmo ed esplode nel finale con splendidi gorgheggi concludendo in solitudine il brano dopo ben 15:33 minuti di pura poesia musicale. Il nostro lettore CD ci fa notare che la durata effettiva della canzone è ben più lunga, raggiungendo  i 30:24 minuti, solo che i restanti quindic sono di assoluto silenzio. Se con pazienza usate il tasto che ci permette di avanzare velocemente, al minuto 29:14 potrete udire Steve Hogarth colpito da un forte attacco di ilarità (??), mentre Mark Kelly con il pianoforte si diverte a scimmiottare  il tema della lontanissima  Grendel. Questa lunghissima epica suite caratterizzata da una struttura frammentata, ripercorre la vita del nostro Steve Hogarth, che nelle vesti di narratore inizia la storia dai suoi primi passi compiuti a Kendal, la sua città natale, rivivendo i ricordi più cari passati insieme agli amati genitori, quando andava a dar da mangiare agli eleganti cigni che vivevano lungo il fiume Kent, tenendo con una mano sua madre e con l'altra il sacchetto di carta cerata del pane del giorno precedente, mentre suo padre si guadagnava da vivere sulle balaustre di una nave che solcava lontane acque, lasciando  il cuore  a Kendal. Ricorda l'odore della cera da pavimento, il caldo e lucente  legno del suo letto,  la felice vita della sua ridente cittadina contornata da verdi montagne Si ricorda anche il trauma del trasferimento nella triste e grigia Doncaster, città natale del padre, che dette le dimissioni dalla Marina in modo da poter dedicare maggiore tempo alla famiglia, sacrificandosi nei lugubri meandri di una miniera di carbone. Ricorda le cromature della Triumph del padre, che purtroppo non poté più guidare quando quella maledetta miniera di carbone lo inghiottì seppellendolo vivo, mandando a morire i suoi sogni di vivere in armonia con la famiglia. Ricorda con terrore quella volta che fu assalito da uno sciame di api, che volava senza meta e senza cervello, individuando il loro bersaglio in un ragazzo che giaceva sotto lo splendore del sole. Per fortuna i Marillion danno un senso all'album con la splendida tile track, album che senza di essa sarebbe stato a dir poco deludente, con questo brano riescono quasi a farci dimenticare i brutti momenti ascoltati in precedenza.

Conclusioni

This Strange Engine  è un album ambiguo, strano, a tratti incomprensibile. La scelta di limitare al minimo le scorribande sui denti d'avorio della tastiera, e sulle corde della chitarra, da parte delle colonne portanti Rothery e Kelly è inconcepibile, specie se si tiene conto del fatto che la band ha deciso di auto prodursi in cerca di una totale libertà in fase compositiva. La title track finale è una mosca bianca all'interno di un album che di Marillion ha ben poco, e ironicamente la sua struttura frammentata ed i continui cambi di atmosfera la portano ad essere è molto più vicina a Script e Fugazi che agli ultimi lavori. Ed è proprio questo brano che aumenta ancor di più le nostre perplessità, confermandoci che se vogliono, i Marillion sanno ancora comporre splendi brani di puro progressive rock. Rothery ci ha dimostrato di saperci fare anche con la chitarra acustica, sinceramente non avevo dubbi, ma preferisco di gran lunga i suoi arpeggi carichi di flanger, chorus e delay ed i suoi melodici ed emozionanti assolo. La loro assenza pesa come un macigno sulla valutazione finale dell'album. Mark Kelly, fatta eccezione per l'epica title track, dove divide il podio con Steve Hogarth, ha un ruolo secondario, spesso si limita a semplici pad facendo sembrare che la splendida macchina dispensatrice di atmosfere si sia inceppata. La sezione ritmica si mantiene in linea con gli ultimi lavori, mentre ancora una volta è Steve Hogarth ad emergere fra i solchi del platter. This Strange Engine  è venuto alla luce nel Marzo del 1997, è stato registrato fra Agosto e Novembre del 1996 presso gli studi The Racket Club in  Buckinghamshire , e mixato presso gli studi Parr St.Liverpool. I Marillion si sono accollati la produzione, mentre Dave Meegan è tornato dietro al mixer. I brani sono stati scritti ed arrangiati dai Marillion, le liriche sono il frutto della collaborazione del duo Hogarth/Helmer, fatta eccezione di 80 Days, Estonia e This Strange Engine, che portano la firma del solo Hogarth. Il disco è stato distribuito dalla Castle Communications fatta eccezione per il  Giappone, dove è stato distribuito dalla Pony Canyon. Sul CD non vi sono riferimenti inerenti l'esecutore dell'artwork  che vede rappresentato un bizzarro macchinario che sembra partorito dalla folle mente di Leonardo Da Vinci. Nella parte alta dello strano macchinario vi sono sei canne che ricordano quelle dell'organo, mentre al centro vi è un oblò che lascia trasparire un accecante fuoco, dove tramite due braccia meccaniche viene  imprigionato un cuore  rosso vermiglio. Il macchinario potrebbe simboleggiare la perfetta macchina del corpo umano, nella quale batte forte il cuore che permette di creare musica che si manifesta attraverso le canne dell'organo. Nel retro , lo stesso oblò ospita la set list del CD, dove le canzoni vengono simpaticamente descritte con caratteri diversi fra loro. Il logo si mantiene sugli spartani canoni dei precedenti tre lavori. In This Strange Engine  ci sono brani che hanno ben poco a che fare con i Marillion, i quali, hanno toccato il fondo con l'orribile ed incomprensibile  Hope for The Future , senza ombra di dubbio la peggiore canzone mai composta dal quintetto albionico. Se non fosse per la splendida title track, che da sola vale il prezzo del disco, e per l'ammaliante brano di apertura, l'album si meriterebbe un bel 4 in pagella, ma i 16 minuti finali di progressive rock fanno si che raggiunga una striminzita sufficienza. 

1) Man of Thousand Faces
2) One Fine Day
3) 80 Days
4) Estonia
5) Memory of Water
6) An Accidental Man
7) Hope for the Future
8) This Strange Engine
correlati