MARILLION

Sounds That Can't Be Made

2012 - Edel Music

A CURA DI
SANDRO NEMESI
20/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Quattro anni, mai i Marillion ci avevano fatto aspettare tanto, prima di tornare con un nuovo lavoro, a dire il vero sarebbero tre, se consideriamo Less Is More, uscito nel 2009, ma quella era una raccolta rivisitata in chiave acustica, anche se con estrema classe e raffinatezza, rivisitazione che comunque ha tenuto impegnati i nostri per qualche mese. Sounds That Can't Be Made va ad occupare la casella numero 17 (omettendo i live) nella lunghissima carriera musicale marillica, i superstiziosi sono autorizzati a fare gli opportuni scongiuri, ma vi assicuro che non ve ne è il bisogno. Son passati quasi trent'anni dal sorprendente debutto di Script Of a Jaster Tears, album che sconvolse il panorama musicale, dando nuova linfa al progressive rock che stava cedendo sotto i colpi di generi musicali più immediati ed aggressivi, album seminale di un nuovo genere, chiamato appunto neo progressive. Bene, con il nuovo platter i nostri sono ritornati a quel neo progressive che amiamo tanto, con le dovute modifiche in fase di arrangiamento, rendendolo consono al nuovo millennio. Già dalla durata dei brani riusciamo a capire a cosa siamo di fronte. I nostri ci sorprendono subito, partendo in quarta; il brano di apertura Gaza, va oltre i 17 minuti, minuti di intenso e sopraffino progressive rock mixato con una inedita oscura ed aggressiva chitarra, brano dove si sprecano i cambi di tempo e gli "sbalzi atmosferici", portandoci inevitabilmente con la mente ai tempi di giullari e party in giardino, con i dovuti paragoni relativi ad una sapiente attualizzazione sonora in fase di arrangiamento. Andando avanti poi troviamo la bellissima Montreal, il brano migliore del disco che supera di poco i 14 minuti, nei quali saremo avvolti da una moltitudine di atmosfere da brividi. Ma non finisce qui, i nostri vanno a concludere con The Sky Above The Rain, altri 10:34 minuti di romanticissimo progressive rock che ci faranno volare al di sopra della pioggia. Tre lunghi brani che non faticheranno ad entrare nel cuore dei vecchi fans e a ritagliarsi uno spazio fra i migliori del quintetto albionico. Già dai tempi ormai lontani di Grendel, Fugazi e Jaster, ma anche da quelli recenti, i brani più lunghi sono stati quelli che maggiormente hanno affascinato gli amanti del progressive, ancora legati al cordone ombelicale delle interminabili suite degli anni settanta, e non a caso anche in questo nuovo lavoro, le suite sono quelle che ci emozionano maggiormente. Curiosamente non troviamo alcun brano che scende al di sotto dei 5 minuti e mezzo, e forse sarà una coincidenza, ma i più brevi sono quelli che non faticheranno a finire nel dimenticatoio. Degna di nota anche la title track, con un epico nel finale caratterizzato dal consueto wall of sound marillico. In alcune delle precedenti recensioni ci chiedevamo se il regresso del batterista Ian Mosley fosse dovuto al peso dell'età, non era così, lo dimostra tornando a massacrare piatti e tom come ai bei tempi, bei tempi che ci fa rivivere Steve Rothery con i melodici assolo da pelle d'oca. Ritroviamo con piacere la macchina dispensatrice di atmosfere guidata da Mr. Kelly. Sounds That Can't Be Made è un gradito ritorno al progressive, che sommato ai precedenti Marbles e Happiness Is The road, conferma la grande voglia di fare buona musica da parte dei Marillion, che non dimentichiamo, sono sulle scene dal lontanissimo 1983, dal 1989 con Steve Hogarth, lungo periodo nel corso del quale i nostri hanno intrapreso anche strade lontane del prog, infischiandosene delle mode, con risultati più o meno lodevoli a seconda dei gusti, inserendo comunque quasi sempre all'interno degli album una traccia  dove la vena progressive riaffiorava e che ora è tornata prepotentemente a galla, sperando con l'intenzione di rimanerci a ancora a lungo.

Gaza

Abbiamo aspettato fin troppo, quindi affrettiamoci ad inserire il nuovo CD marillico nel nostro lettore e siamo subito sorpresi dalla durata del brano di apertura, l'interminabile Gaza, che si apre con una sinistra introduzione di tastiera, ospite di un allarmante chiacchericcio e di un minaccioso rumore di elicotteri in avvicinamento. Dopo circa un minuto un orientaleggiante riff di tastiera ci fa sobbalzare, sostituito poi da un aggressivo riff di chitarra, tra i più duri usciti dalle paffute mani di Steve Rothery. Una pennata di basso invita la drum machine, immediatamente affiancata da Ian Mosley, ritorna la tastiera dal sapore medio orientale, che va all'unisono con la chitarra. Incontriamo un breve intermezzo, molto melodico, con Steve Hogarth che riesce a farsi largo, poi per qualche battuta siamo aggrediti da un tremendo unisono degli strumenti, dove prevale prepotentemente la chitarra distorta. Continuano gli sbalzi atmosferici, ora la drum machine si fa quasi fastidiosa, accompagnata da un graffiante basso e spaziali suoni sparati dal sintetizzatore di Mark Kelly. Nel strofa Mosley da un calcio alla drum machine e prende in mano le redini ritmiche, con una potente cavalcata sostenuta da un basso che pompa e da una aggressiva chitarra. Sul finire rispunta Mark Kelly, con il riff da mille e una notte e poi si cambia ancora. La ritmica rimane la medesima, ma ora in evidenza è un bel giro di pianoforte, che si intreccia a meraviglia con la linea vocale di Steve Hogarth ed il potente tappeto di basso. La struttura frammentata fa sì che ritorni la strofa, con la potente chitarra distorta che ci bombarda con pesanti accordi, supportata da un penetrante tappeto di note gravi. Sembra sia passata un'infinità, ma siamo solo al minuto 04:11, quando rimane il solo Mark Kelly, con l'epico riff di tastiera che sembra uscito dalla lampada magica di Aladino. Tema che viene nuovamente spazzato via da un potente unisono, sul quale Steve Rothery esegue uno stralunato assolo di chitarra, più simile a quelli di Kerry King, provenienti dall'oltre tomba, che a quelli del suo repertorio. Dopo essere stati bombardati dalle lancinanti note dell'assolo di chitarra, per fortuna giunge in nostro aiuto un'avvolgente tappeto di tastiera che fa volare Steve Hogarth sopra il deprimente panorama della striscia di Gaza tormentata dai bombardamenti, commemorando con una tristissima linea vocale le vittime dell'assurdo conflitto religioso. Improvvisamente irrompe Ian Mosley, con un potente tempo cadenzato, successivamente raggiunto da un'alienante tastiera e da un graffiante riff di chitarra che supportano la minacciosa linea vocale di Hogarth. Quando entra in scena anche il basso, le tastiere cambiano e squarciano l'opprimente oscura atmosfera, aiutate da accordi aperti di chitarra, dando un tono epico a questo ennesimo cambio. Un funambolico tema di basso emerge e segna la fine del caos. E' nuovamente lo spaziale sintetizzatore di Mr. Kelly ad aprire la scena, seguito da un enigmatico groove generato dal sapiente lavoro di Trewavas sulle quattro corde e da un'altra miriade di effetti e percussioni. Durante questo interludio strumentale, Hogarth si prende una meritata pausa. Al minuto 10:09 Mark Kelly cambia ancora e stende uno spaziale tappeto di tastiera, che accoglie nuovamente Steve Hogarth, lentamente entrano tutti gli altri, con un piacevole crescendo, che poi esplode definitivamente in un nuovo sbalzo atmosferico, il tempo lento accompagna le epiche tastiere che sono protagoniste insieme a Steve Hogarth. Non passano neanche due minuti e l'epica atmosfera viene sostituita da un triste pianoforte, ricamato dalle vellutate mani di Steve Rothery. Hogarth ci fa venire i brividi con la struggente linea vocale, accompagnata dai pochi, ma giusti accordi di pianoforte e un melanconico pad di tastiera. Il crescendo sfocia con l'ormai consueta esplosione sonora provocata dal wall of sound marillico, Steve Rothery ci porta indietro nel tempo con un bellissimo assolo di chitarra. Pelle d'oca. L'assolo ora si intreccia con un magnifico Steve Hogarth, il quale si mette a duettare con l'omonimo Rothery, chiudendo questa bellissima parte che possiamo definire la più intensa del brano. Brano che però non è ancora terminato. Uno spaziale sintetizzatore tenta di farci smaltire i brividi provocati dai due Steve. Mr. H ritorna con l'ennesima ammaliante linea vocale, stavolta duetta con il sintetizzatore, mentre l'altro Steve effettua preziosi ricami, prima di tornare insieme agli altri con un potente unisono dai sentori epici, che ci porta verso l'epilogo di questo magnifico viaggio nella striscia di Gaza. Come si evince dal titolo, le liriche affrontano l'atavico quanto assurdo conflitto religioso medio orientale. Steve Hogarth si immedesima in un bambino cresciuto sotto l'ombra di bombe e proiettili, che ha visto volatilizzare case e morire parenti nel corso della vita, sognando che prima o poi tutto finisca. Ma purtroppo per loro sognare è ancora un sogno. Vivono sempre sul chi va là, anche mentre danno qualche calcio ad un pallone o giocano a carte, ogni momento è buono perché si scateni l'Inferno. E' una guerra senza fine, per ogni pietra lanciata ne tornano cento, per ogni razzo lanciato arrivano i droni. E nel nuovo millennio è ancora peggio, abbandonati soli a se stessi, senza ricevere forniture mediche e qualsiasi altra forma di sostegno. Ora vivono come polli d'allevamento, stipati in blocchi di cemento, respirando fumi e gas di scarico. Il nostro protagonista non aveva idea di cosa fosse il martirio, fino a quando suo fratello maggiore?. Mi dispiace, non posso continuare, dice, vinto dall'emozione.  Ora fa forza sull'amore di quello che rimane della famiglia, sperando che prima o poi qualcuno si degni di dare un aiuto, di porre fine a quel tremendo incubo che aleggia su quella piccola striscia di terra, tanto preziosa per i signori della guerra. E' doveroso riassumere la postilla che Steve Hogarth ha messo a conclusione delle liriche, a testimoniare di quanto tenga alla causa e a quanto si sia documentato prima di scriverle. Steve Hogarth si è recato personalmente presso i campi profughi di Gaza e della Cisgiordania, raccogliendo le terribili testimonianze con gli sfortunati internati e alcuni elementi delle ONG. Ovviamente si è interessato di ascoltare anche l'opposta fazione e ci tiene a precisare che non ha niente contro gli ebrei, molti dei quali sono profondamente critici verso la situazione attuale. Hogarth è stato particolarmente colpito dal disagio in cui vivono i bambini, nipoti di palestinesi nati nei campi profughi, i cosiddetti rifugi "temporanei". Temporanei per più di 50 anni. In coda ci invita gentilmente a dare un'occhiata alla "Hoping Foundation" (www.hopingfoundation.org) che fornisce strutture e materiali per i bambini palestinesi, fondazione a cui aderiscono anche molte altre rock star, quali David Gilmour, Roger Waters, Chris Martin and more. Liricamente, Gaza è il brano politicamente più impegnato dei Marillion targati Hogarth. Musicalmente è fra i brani più oscuri e aggressivi mai sfornati da Rothery e compagni, grazie anche all'ottimo lavoro del produttore Mike Hunter; i nostri riescono a farci percepire cosa si prova a vivere nella paura che da un momento all'altro possa scatenarsi un inferno di piombo. Chi non ama il progressive può essere disorientato dalla struttura frammentata della lunga suite, non facciamo in tempo a prendere confidenza con una linea vocale o con un'armonia strumentale che subito si cambia strada verso nuovi stati emozionali. Chi invece come me ama il progressive, troverà questo brano un piccolo capolavoro, da ascoltare a fondo per scoprire segreti e magie ad ogni nuovo ascolto. 

Sounds That Can't Be Made

Cambiamo decisamente atmosfera con la traccia successiva, la title track Sounds That Can't Be Made (Suoni che non possono essere ricreati), che si apre con una dolce tastiera dal sapore anni settanta, accompagnata da un tempo andante e da un bel basso che pompa. La linea vocale di Hogarth ha sentori profetici, e vien ricamata ora dalla chitarra, ora dalla tastiera. Dopo circa un minuto Hogarth viene aiutato da un grande lavoro ai cori da parte dei colleghi. L'anthemico intermezzo fa da bridge ad un interludio strumentale che vede protagonista le spaziali tastiere di Mr. Kelly. Ritorna la strofa, con l'ossessivo riff di tastiera a dominare, seguita dal bridge ricco di cori sognanti, che anche stavolta anticipa un nuovo interludio strumentale che vede sempre le tastiere al centro dell'attenzione. Dopo l'ennesimo ritorno della ridondante strofa si cambia finalmente atmosfera, siamo avvolti dalle paradisiache tastiere di Mark Kelly, la batteria dimezza i colpi cercando di non disturbare l'idilliaco limbo creato, dove aleggia Hogarth con una onirica linea vocale. Bruscamente la dolce armonia viene spazzata via da un bellissimo assolo di tastiera di Wakemaniane memorie, accompagnato da un grande lavoro della sezione ritmica con scale rullate e colpi sui piatti. Un rocambolesco precipitare dell'assolo si lega splendidamente al successivo assolo di chitarra, con il quale Steve Rothery ci riporta ai fasti del giullare. Brividi. Hogarth si mette a duettare a colpi di ugola con le avvolgenti note sparate dalla chitarra dell'altro Steve, finendo il brano con il classico wall of sound marillico da pelle d'oca. Nelle liriche Hogarth usa la locuzione dei "suoni che non possono essere ricreati" per sottolineare il problema attuale della difficile connessione tra gli esseri umani, in particolare della difficoltà di comunicazione tra due persone. Con una serie di licenze poetiche ci illustra il magico scambio di energia che avviene in certe situazioni tra due persone. I suoni che non possono essere ricreati sono i suoni dell'amore che fluttuano nell'aria, che fanno da colonna sonora a spettacoli unici che la Natura ci offre, come l'aurora boreale con il magico scintillare di colori quasi surreale. Solo i suoni dell'amore sono in grado di impedire il mero esistere e farci vivere in piena armonia con il Mondo e la Natura. Ancora estasiati dalla precedente Gaza, la title track non riesce a colpirci più di tanto, forse i nostri insistono troppo sul tema della strofa, che sinceramente non è fra le migliori partorite dal quintetto albionico. Il brano sale però notevolmente nella seconda parte, grazie alle emozioni sparate da Kelly e Rothery con i rispettivi strumenti durante gli assoli, emozioni che ci riportano indietro nel tempo. 

Pour My Love

Veniamo alla traccia numero tre, Pour My Love (Riverserò Il Mio Amore), che inizia con una tastiera d'atmosfera dal forte sapore pop anni ottanta. La batteria accompagna il sognante Hogarth con un tempo classico, decorato da un corposo giro di basso. Un paio di battute di bridge, dove varia leggermente la linea vocale e siamo al ritornello, che riprende pienamente le atmosfere dell'introduzione, la spensierata linea vocale e l'armonia ricreata dagli strumenti ci riporta velocemente indietro nel tempo agli anni ottanta, quando il pop rock melodico imperversava, con le classiche meteore dell'epoca, ma anche con band di classe come Spandau Ballet, Cock Robin o Talk Talk. Nella strofa successiva, Rothery esegue preziosi ricami di chitarra, prima che il bridge apra le porte nuovamente all'inciso, la cui melliflua linea vocale alla lunga risulta nauseante. Successivamente il brano prende una piega grintosa, la batteria si fa più trascinante ed il cantato più veemente, accompagnato da un grande lavoro di pianoforte e di basso. Il brioso intermezzo ci separa dall'assolo di chitarra, molto melodico che si sposa a meraviglia con la filosofia del brano. Purtroppo nel finale siamo tediati ad oltranza dal mieloso ritornello. Va a chiudere Mark Kelly che con la tastiera riprende la linea vocale dell'inciso. Torna con una fugace apparizione John Helmer, che dà una mano a Steve Hogarth, collaborando alle liriche del brano in questione, dove vengono esortate tutte quelle coppie, che all'interno hanno dei problemi che possono portare alla rottura, a fare un bagno di umiltà, chinando la testa come i fiori la chinano al calare delle tenebre. Una volta nella tomba non potremmo più sognare e guardarci negli occhi, l'amore sembra morto, ma è pronto a risorgere e vivere di nuovo. Le persone possono cambiare, quindi china la testa e verrà inondata da una pioggia d'amore. Il riferimento alla sua ex mogli è lampante, come forte è la voglia di tornare a vivere con lei, l'unica cosa bella in questo mondo dove la verità si accoppia con la menzogna. Liriche molto profonde, che sono senza ombra di dubbio la parte migliore del brano, un po' atipico, il mieloso ritornello alla lunga stona ma l'atmosfera ricreata è raffinata ed avvolgente, brano che non sfigurerebbe in una delle mitiche compilation "One Shot" che racchiudevano il meglio degli anni 80, ma che non si addice per nulla alle oscure atmosfere emanate dal brano di apertura ed al finale progressive della title track. 

Power

Di ben altra pasta è la successiva Power (Potere), che ci avvolge immediatamente con una atmosfera carica di mistero. Il basso pompa ed è protagonista, seguendo la lineare ritmica proposta dall'amico Ian, la tastiera emana avvolgenti pad dal sentore alieno, ricamati da raffinate cesellature di Mr. Rothery, alternate all'arpeggio portante del brano. La linea vocale è calda ed avvolgente. Nel effimero bridge Hogarth fa salire di intensità il brano iniettando una dose di veemenza alla linea vocale, ma risiamo avvolti dalla strofa per ancora un paio di battute, prima che esploda il ritornello, l'ammaliante linea vocale ha sentori pop, ma non stona e ci invita ad unirci al coro dell'inciso. La sezione ritmica aumenta l'intensità, mentre accordi distorti delineano la melodia, seguiti all'unisono dalla tastiera. Un accordo distorto aperto sancisce la fine dell'inciso e ci riporta all'enigmatica strofa, la tastiera si limita a leggeri ricami insieme alla chitarra, lasciando Pete Trewavas assoluto protagonista. L'inciso funziona, e noi lo riascoltiamo volentieri, i Marillion lo sanno e raddoppiano la dose. Finito la scarica di ritornelli siamo colpiti da una incessante pioggia, accompagnata da un tempo raffinato e delicato e da un dolce arpeggio di chitarra, da dove emerge Pete Trewavas che ci punge suonando lo strumento sotto il dodicesimo capotasto. La linea vocale è beata e sognante, dopo alcune battute viene ricamata da un mellifluo pianoforte. Improvvisamente l'idilliaco interludio assume un tono grintoso, grazie all'aggressiva chitarra distorta di Mr. Rothery, che va sempre in crescendo fino ad esplodere in un rockeggiante assolo, accompagnato da una ritmica ricca di colpi sui piatti e scale di basso e da spaziali tastiere. Sul finire dell'assolo rimangono le ultime vibrazioni dell'accordo distorto, dal quale emerge timidamente l'arpeggio portante accompagnato da una dolce tastiera e dalla pioggia che conclude il brano. Il potere in questione è il potere dell'amore, assai più potente del potere dei padroni del Mondo e dei signori della guerra. Il potere con cui Hogarth ama ancora l'ex moglie è assai più forte della devastante forza di uno Tsunami, delle fragorose Cascate del Niagara. La vita era bella insieme a lei, era il Paradiso, diventato l'Inferno dopo il divorzio. Dopo dieci anni passati insieme, Hogarth conosce ogni minimo dettaglio del forte potere dell'amore. Power è un brano dalle forti atmosfere, il cui travolgente ed ammaliante ritornello ci cattura immediatamente, rivelandosi l'ennesima scelta vincente di Mr. Hogarth. Decisamente un enorme passo in avanti rispetto al brano precedente, pur rimanendo nell'ambito di un rock romantico di estrema classe e raffinatezza. 

Montreal

E siamo giunti alla seconda metà dell'attesissimo Sounds That Can't Be Made, e. come in apertura, i nostri ci deliziano con la seconda suite del platter, la bellissima Montreal; il pezzo si apre con un triste pad in fader, seguito immediatamente dal pianoforte, accompagnato da un bellissimo arpeggio di basso di Harrissiane memorie. La linea vocale di Hogarth emana gioia e positività e segue la melodia dettata da Mr. Kelly. Ian Mosley si limita a delicati tocchi sugli ottoni, giusto per aiutare nella ritmica il fido Trewavas. Dopo neanche due minuti irrompe uno spaziale pad di tastiera steso da Mark Kelly, ricamato dalla dolce chitarra di Steve Rothery, entrambi sintonizzati su frequenze floydiane durante questa rilassante strofa. La distensiva atmosfera accoglie Steve Hogarth, che si presenta con una delle sue linee vocali ammalianti. Nel breve bridge Hogarth sale in alto, accompagnato da un pianoforte da brividi. Ritorna la strofa, stavolta completa di sezione ritmica ed impreziosita da un solare strumming acustico e da uno struggente pad di organo. Dopo qualche battuta aumentano i BPM, uno sporco organo anni settanta prende il sopravvento, Hogarth inizia a far crescere il brano con una linea vocale spensierata e ricca di pepe. Dopo questo grintoso interludio la musica si placa, rimane un oscuro pad di tastiera che accoglie un bellissimo arpeggio di basso carico di effetti, dopo qualche solitario giro di basso iniziano i ricami acustici di Mr. Rothery, seguito dall'amico Mosley con tribali percussioni. Successivamente ai preziosi ricami si aggiunge anche Mark Kelly, con raffinate cesellature effettuate con sapienti tocchi sui denti d'avorio. Il brano segue la struttura frastagliata di Gaza, si cambia ancora; è' sempre la strofa, ma sia la parte musicale che la linea vocale vengono modificate; il pianoforte è lo strumento principale, supportato da una delicata ritmica condita da un graffiante basso, successivamente il maestro Kelly aggiunge un pad di organo. Nel bridge Hogarth sale in alto, spinto dall'organo e accompagnato dallo chitarra. Nuovo interludio, stavolta incentrato sullo strumming di chitarra, supportato da spaziali tastiere e da qualche saltuaria rullata, seguita canonicamente da scale di basso. Lentamente un ridondante ed enigmatico riff di tastiera prende il sopravvento, fino a diventare il protagonista principale. Rothery prova a tenerli testa prima con un tema e poi con accordi distorti, la ritmica si fa più grintosa ed irregolare, Hogarth segue prima il ritmo spezzato per poi esplodere con la sua classica deflagrazione vocale, supportato da una ritmica ricca di rullate e scale di basso, come ai vecchi tempi. Fa un grande lavoro anche Mr. Kelly alle tastiere, mentre Rothery inizia con preziosi ricami che poi sfociano nell'assolo, non appena Mr. Mosley aumenta i BPM, dopo un paio di battute la ritmica rallenta riprendendo il tempo irregolare precedente, Rothery continua con l'assolo, molto melodico, che si sposa a meraviglia con le epiche tastiere. Mosley riparte con la ritmica serrata, aiutato da uno squillante piattello, un potente "wall of sound marillico" accompagna la trascinante linea vocale di Hogarth per alcune battute, poi giunge l'ennesimo sbalzo atmosferico. Rimane un pianoforte andante, seguito subito da Mr. H. Si aggiunge un idilliaco pad di tastiera, cesellato a meraviglia dai tocchi vellutati di Rothery sulla sei corde, il tutto viene accompagnato da una ritmica raffinata. Minuto 12:00, nuovo cambio, Mark Kelly domina con aliene tastiere, successivamente arriva Mosley con un tempo brillante accompagnato da un bel basso pomposo, Hogarth ricama a colpi di ugola, Rothery con la sei corde. L'enigmatico riff di tastiera si fa più pronunciato e diventa il protagonista assoluto, Hogarth tenta di insidiargli il podio con una bella linea vocale, ma non riesce a prevalere, allora si aggiunge un lancinante tema di chitarra, ma Mark Kelly non ne vuol sapere, non cede e continua fino alla fine a dominare con il bellissimo riff di tastiera. Le liriche sono un bellissimo viaggio emozionale, dove il cantante di Kendal illustra per filo e per segno il tragitto e le emozioni provate dalla band in occasione del "Marillion Weekend" tenuto in Canada. Si parte dall'aereo, in cui si intrecciano duecento destini, osservando l'Inghilterra che si allontana. Durante la discesa verso la patria dell'acero, ha potuto ammirare il freddo panorama innevato, ascoltando le poesie dell'indigena Joni Mitchell. La band fu calorosamente accompagnata dai fan verso l'albergo, dove l'accoglienza fu estremamente cordiale. Riposarono a lungo nei loro letti, cercando di smaltire il terribile jet-lag dovuto al lungo viaggio fra le nuvole. Il nostro Hogarth poi sottolinea l'utilità della tecnologia, specie quando si è lontani da casa, grazie a Skype ha potuto vedere e parlare con la lontanissima figlia. La tecnologia è meravigliosa, quando non crea intoppi. Dopo una giornata passata fra circo e hockey su ghiaccio, la sera, durante uno zapping televisivo Hogarth trova il concerto di Leonard Cohen "Live In London", una strana simmetria, un inglese in Canada che vede un canadese in Inghilterra. I Marillion sono affascinati particolarmente dalla parte francese del Canada, e con questa bellissima suite ci rendono partecipi delle emozioni provate durante le loro giornate dedicate ai fans. Montreal è una bellissima suite che si avvicina molto a quelle presenti sul capolavoro Marbles. La perfetta sincronia fra liriche e musica la rende un gioiello, oltre quattordici minuti di poesia musicale, brano che non faticherà ad entrare nei cuori di chi ama la band albionica, inserendosi prepotentemente fra i migliori brani dell'era Hogarth e non. E' doveroso sottolineare marcatamente la magnifica prestazione offerta da Mark Kelly alle tastiere. 

Invisible Ink

La successiva traccia Invisible Ink (Inchiostro invisibile), è il brano più corto del platter, che si avvicina comunque ai sei minuti. Si apre con uno struggente Hogarth accompagnato dalle oscure tristi tastiere di Mark Kelly. Successivamente il buon Mark aggiunge un enigmatico riff di synth, che poi viene rimpiazzato dal pianoforte. Un breve pausa e si parte con la strofa, che si basa sulla chitarra, ricamata da un tastiera in modalità carillon. Dopo alcune battute il brano decolla, una ritmica spedita tira dietro tutto il resto della band. Il ritornello è molto melodico ed interpretato magistralmente da Hogarth, che rende interessante un inciso dai sentori pop. Il brano si placa con l'avvento della strofa, la batteria è quasi impercettibile, il basso detta il tempo con profonde note, chitarra e tastiera eseguono raffinate cesellature. Improvvisamente il brano riprende vita, la ritmica si basa su corse sui tom, la chitarra graffia con accordi distorti, Hogarth cresce fino ad esplodere nuovamente nell'inciso, stavolta arricchito da interessanti controcanti. Il ritornello perdura, facendo leva sull'impatto sonoro marillico e controcanti, il finale viene affidato a tristi accordi di pianoforte. Hogarth riversa i suoi sentimenti su enigmatici biglietti scritti con l'inchiostro invisibile. Basta un caldo respiro da parte della donna che ama per portare alla luce quello che prova per lei. La paura di essere chiari spinge Hogarth a scrivere biglietti quotidianamente, sperando che non vengano gettati via. Può sembrare un gioco, ma non lo è, conclude il poeta di Kendal. Forse ancora ammaliati dalle avvolgenti atmosfere di Montreal, il brano non lascia il segno; non è proprio da buttare, ma non faticherà a finire nel dimenticatoio e rimanerci a lungo. 

Lucky Man

Passiamo alla successiva Lucky Man (Un uomo fortunato), che non è la rivisitazione del famoso brano di Lake e compagni. Un enigmatica tastiera introduce il brano, poi spazzata via da un grintoso riff di chitarra che ne imita la melodia, affiancato da un gracchiante organo. La ritmica ha sentori anni settanta, ricca di rullate e scale di basso. Arriva la strofa, con una avvolgente ritmica dai sapori blues, un tappeto di organo accompagnano la chitarra flangerata di Rothery che esegue caldi temi che si intrecciano a meraviglia con la linea vocale di Hogarth, dai forti sentori porcupinetreeiani. Nel bridge all'organo si aggiunge un triste pad orchestrale, Hogarth sfiora il falsetto, la ritmica cresce, poi dopo una breve pausa Hogarth apre le porte all'inciso, caratterizzato da una potente chitarra distorta, seguita all'unisono dall'organo. La ritmica è molto articolata ricca di scale rullate e colpi sugli ottoni. Il grintoso riff dell'introduzione fa da bridge e ci riporta alla avvolgenti atmosfere della strofa, che vede ancor l'organo protagonista principale. Una rullata annuncia un crescendo della strofa, di forte matrice blues, poi il bridge apre nuovamente i cancelli al potente inciso, durante la ripetizione del medesimo Hogarth sale di tono con la linea vocale. Ritorna per qualche battuta il grintoso riff dell'introduzione, che poi si trasforma in un caldo assolo di chitarra ricco di note blue, a cui tiene testa Mark Kelly con un vetusto organo Hammond. Sul finale Hogarth tenta di duettare con la chitarra di Rothery, riportandoci con classe al trascinante inciso che ci accompagna fino alla conclusione del brano, dove Trewavas ci bombarda con infinite scale di basso. Hogarth si accontenta di tutto ciò che ha, si sente un uomo fortunato, avendo tutto quello che vuole. E' una sensazione difficile da trovare nell'essere umano moderno, che tende a non accontentarsi mai di quello che ha e a desiderare sempre di più. C'è chi desidera una fiammante auto iper veloce, mentre altri amano soffermarsi a contemplare. Alcuni amano vivere all'aria aperta, mentre altri si rinchiudono in casa per giorni e giorni. C'è chi muore per la libertà e chi è felice in gabbia. Molti amano le notti selvagge, inconsapevoli che dormire è un piacere totale. Molti sognano di essere una rock star, alcuni desiderano sempre di più, sempre di più e ancora di più. Hogarth ora non è fra quelli che desiderano sempre di più, ma ha un dubbio: forse in passato ne faceva parte, ma ora si sente un uomo fortunato, ha tutto quello che vuole. Lucky Man è un perfetto mixaggio fra le sonorità blues e quelle rock, con un trascinante inciso che ci conquista immediatamente. Sicuramente fra le varie escursioni nel mondo delle note blu, questa è la più interessante, e ci fa dimenticare subito l'anonima traccia precedente.

The Sky Above the Rain

E siamo arrivati alla conclusione, con l'ennesima suite dall'epico titolo di The Sky Above the Rain (Il Cielo Sopra La Pioggia), che si apre con un mellifluo pianoforte dai piacevoli sentori retrò. Dopo i primi ricami di Mr. Rothery entra in scena anche l'altro Steve, con una delle sue suggestive linee vocali. Il pianoforte è il protagonista della strofa, la batteria entra timidamente, cercando di non rompere l'idilliaco equilibrio creato da Mark Kelly, che aggiunge anche un meraviglioso pad orchestrale. Nel bridge Hogarth inizia a salire, spinto in alto dal crescere del pianoforte e del pad orchestrale. Rothery accenna un bellissimo tema, ma poi decide di lasciare la scena all'amico proveniente da Kendal. Altro breve assolo di chitarra e poi il brano sale di nuovo, Hogarth ci porta in alto, nel cielo sopra la pioggia. Al minuto 04:28 ruba la scena un enigmatico strumming di chitarra, condito da una buona dose di effetti. Entra Steve Hogarth, successivamente raggiunto da Mark Kelly, il cui lavoro orchestrale è talmente bello che risulta difficile da descrivere, il crescendo spinge Hogarth verso l'epico ritornello, dove predomina il tema portante di pianoforte, ricamato da vellutati tocchi sulla sei corde. La ritmica esegue un tempo blando, con un grande lavoro sulle quattro corde da parte del buon Pete. Il ritornello prosegue, Hogarth non riesce a prevalere sulla babele sonora emessa dalle tastiere del maestro Kelly, che poi la spunta, rimanendo solitario con un melanconico pianoforte. Profonde pennate di basso dettano il tempo, successivamente rafforzate da un timido Mosley. Con un improvviso "Maybe they'll talk" (Forse Parleranno), Hogarth apre le porte alla classica esplosione sonora e canora marillica, dove una ritmica ricca di colpi sui piatti supporta un magnifico intreccio fra i due Steve e le tastiere. I temi di chitarra lentamente prendono le sembianze di un bellissimo assolo, che si fa largo fra tempesta che si abbatte sugli ottoni. Chiude il protagonista del brano con un melanconico pianoforte che lentamente si dissolve. Fatta eccezione del brano di apertura e di Montreal, Hogarth sembra aver esaurito le ispirazioni liriche, insistendo sui problemi di coppia. Lui sente di essere ancora amato, ma allo stesso tempo rifiutato. La fiamma amorosa sembra non ardere più come un tempo, allontanandosi sempre di più. Prova di tutto per riconquistarla, aspettando invano la sua benedizione. Il costante allontanamento fa crescere in lui un forte senso di bruttezza, che poi esplode in un istinto animalesco rendendolo veramente brutto. L'atavica scimmia che alberga dentro di lui ha prevalso sull'uomo, e lui incolpa di ciò la donna che ama. In passato si dissero che avrebbero parlato, cercando di superare i momenti peggiori. Con l'inganno che prevale, lui cerca di scorgere il cielo blu sopra le grigie nubi cariche di pioggia. La sua anima riesce a raggiungere il cielo blu sopra la pioggia, dove i problemi muoiono e le lacrime si asciugano, in un posto dove il Sole non cessa mai di splendere, lasciando la triste pioggia sotto di loro. Come spesso avviene i Marillion non deludono mai nella traccia conclusiva di un album, regalandosi un ultimo emozionante intenso viaggio alla ricerca del cielo blu sopra la pioggia, trasportati dalle magiche tastiere di Mark Kelly e da una magistrale Steve Hogarth, che nel precedente viaggio a Neverland sembra aver rubato i segreti dell'eterna giovinezza a Peter Pan.

Conclusioni

Possiamo dire che i Marillion hanno impiegato al meglio la lunga pausa di quattro anni, tanto era passato dal precedente Happiness In The Road. C'erano un paio di campanelli d'allarme che ci lasciavano presagire che ci saremmo trovati di fronte ad un ottimo disco, l'utilizzo degli affascinanti studi di registrazione Real World Studio, proprietà di un certo Peter Gabriel, ed il ritorno alle lunghe composizioni. Nell'album troviamo ben tre brani che superano i dieci minuti di durata, una gioia per le orecchie dei malati di progressive rock, brani che ci riportano con la mente al recente capolavoro Marbles. Il quintetto di Aylesbury ci sorprende subito aprendo il platter con l'oscura e aggressiva Gaza, una lunga suite di oltre diciassette minuti, dalla struttura frastagliata magistralmente legata insieme, allontanandola dalle tante accozzaglie musicali che spesso molti gruppi progressive intendono far passare come una suite. Gaza, insieme a Montreal, il brano più bello del platter e alla sognante The Sky Above The Rain cancellano dalla nostra mente i dubbiosi brani Pour My Love e Invisible Ink, rinchiudendoli nel cassetto dei brani dimenticati. La title track prende molti punti nella seconda parte, mentre Power, con l'ammaliante linea vocale dell'inciso, riesce a catturarci e a non sfigurare nel contesto dell'album, nonostante di progressive abbia ben poco, mentre finalmente non ci delude neanche l'escursione verso le sonorità blues. In questo album dettano legge le Tastiere di Mark Kelly, volutamente con la "T" maiuscola, a sottolinearne la magnificenza, immenso in Montreal. Kelly dimostra di essere molto più a suo agio a dispensare avvolgenti atmosfere con le tastiere e a provocarci i brividi con il pianoforte, al cospetto delle fredde sperimentazioni sonore e tecnologiche che lo avevano catturato nel dopo Brave. Se, a parte Montreal e Gaza  (sicuramente il testo più politicamente impegnato uscito dalla penna dello scrittore di Kendal), le liriche lasciano un po' a desiderare, non si può dire la stessa cosa della prestazioni canore di Steve Hogarth, che pare non senta affatto il peso dell'età, quel peso a cui davamo la colpa dell'involuzione del drummer Ian Mosley, che smentisce la nostra teoria tornando a massacrare pelli e ottoni come ai vecchi tempi, aiutato del valente compagno di sezione ritmica Pete Trewavas, di cui non mi annoierò mai di tesserne le lodi. Per Steve Rothery vale lo stesso discorso fatto per Mr. Kelly, molto più a suo agio ad emozionarci con melodici assolo e arpeggi, piuttosto che con acide sonorità di radioheadiane memorie. Sfruttando sempre le risorse proventi dal pre-order, dopo una lunga gestazione in fase compositiva, Sounds That Can't Be Made è stato registrato durante il 2011 e gran parte del 2012 facendo spola fra i familiari studi The Racket Club di Buckinghamshire, ormai una seconda casa per il quintetto albionico e i prestigiosi ed affascinanti Real World Studios di Peter Gabriel. La nostra lunga attesa è stata premiata il 17 Settembre del 2012, con la casa editrice Ear Musica che si è occupata della distribuzione. Come al solito gli affezionati che hanno acquistato in anticipo e a scatola chiusa il platter, sono stati ricompensati con una confezione deluxe, comprensiva di un DVD, contenente un interessante documentario sulla realizzazione dell'album. Il suntuoso cofanetto contiene inoltre un prestigioso booklet di ben 128 pagine, progettato da Simon Ward con la collaborazione dei fotografi e designer Antonio Seijas, Simon Ward, Andy Wright, Marc Bessant e Carl Glover, team che ovviamente si è occupato anche della copertina, dove troviamo una bellissima spirale intrecciata, con una scale dei decibel a fianco, a simboleggiare i suoni che non possono essere ricreati. I Marillion come da un po' di tempo a questa parte sono stati coadiuvati in fase di produzione da Mike Hunter, che oltre ad aver fatto un egregio lavoro è diventato stabilmente il sesto membro della band, andando ad occupare il posto vacante lasciato dal valente Dave Meegan, confermando di non essergli poi tanto inferiore, dopo i dubbi lasciati con il non esaltante lavoro eseguito su Somewhere Else, dubbi che sono stati ampiamente cancellati con i successivi album, grazie ad una ottima intesa con la band di Aylesbury creata con il passare del tempo. Aspettando il prossimo nuovo disco, che mi auguro arrivi quanto prima, non ci resta che tirare le somme e giudicare l'attesissimo Sounds That Can't Be Made, gli oltre 42 minuti di progressive rock suonato con classe sopraffina, ottenuti sommando la durata delle tre epiche suite, valgono da soli il prezzo del platter e portano ad una inevitabile valutazione elevata, cancellando prepotentemente un paio di dubbiosi brani.

1) Gaza
2) Sounds That Can't Be Made
3) Pour My Love
4) Power
5) Montreal
6) Invisible Ink
7) Lucky Man
8) The Sky Above the Rain
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