MARILLION

Somewhere Else

2007 - Intact Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI
02/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Sono passati tre anni dall'uscita del capolavoro Marbles, un album che ha visto finalmente il ritorno al progressive rock da parte del quintetto di Aylesbury, dopo una serie di mezze delusioni, fra nuove sperimentazioni sonore, alcune delle quali molto dubbie e buone idee non sfruttate al meglio. Bissare o solamente avvicinarsi a Marbles era impensabile, lo sappiamo noi fans, e soprattutto lo sanno i Marillion, album come Jester, Misplaced, Brave e Marbles non escono dal cilindro ogni anno o quando lo si desidera ed è quasi impossibile bissarli nell'immediato. Sono il frutto di una incredibile somma di fattori, dovuti al momento che sta attraversando la band, al produttore e chi più ne ha più ne metta. Già, il produttore, è proprio questo il primo campanello d'allarme. Per Somewhere Else la produzione non è stata affidata allo storico produttore Dave Meegan, che nella precedente recensione avevo definito "il sesto membro della band", a cui vanno gran parte dei meriti dei capolavori Brave e Marbles. Il nuovo produttore è Mike Hunter, che in passato ha lavorato con la band dietro al mix e come tecnico del suono. In una intervista il valente tastierista Mark Kelly ha dichiarato di preferire il nuovo produttore Mike Hunter, il quale lavora in maniera assai diversa, essendo un musicista completo, un ottimo tastierista, quindi ha molte più soluzioni da proporre rispetto a Dave Meegan, che ha sempre limitato il suo apporto al sound e alla tecnologia. Non me ne voglia male il nostro Mark Kelly, ma a mio avviso le parti di tastiera di Brave e Marbles sono da oscar, da inserire nel programma di studio per chi intende diventare un abile tastierista, ovviamente gran parte del merito è dello stesso Mark Kelly, ma sono sicuro che anche Dave Meegan ha i suoi meriti a riguardo. Nella foto di copertina, sempre scattata dall'obbiettivo di Carl Glover, troviamo un   telescopio a monete, di quelli montati nei punti panoramici per dar modo ai turisti di godere del magnifico panorama che offre l'orizzonte. E purtroppo per noi, serve il telescopio per rivivere le emozioni di Neverland, The Invisible Man e Ocean Cloud, tant'è distante il nuovo Somewhere Else dal capolavoro Marbles. Nonostante sia uscito a tre anni di distanza dal medesimo, ascoltandolo si ha l'idea che sia stato ultimato in fretta e furia, non approfondendo a dovere ottime idee come nel caso della title track, punta di diamante dell'album. Sicuramente avrebbe avuto un altro effetto se fosse uscito prima di Marbles, sarebbe stato l'ideale crossover fra le precedenti dubbie uscite ed il citato masterpiece, che sembra aver esaurito la vena compositiva del quintetto di Aylesbury. Ritorno a dire che la mancanza di Dave Meegan pesa come un macigno sul prodotto finale, quel Dave Meegan che era addirittura stato incluso nella foto di gruppo del precedente disco, a confermare la piena sintonia con la band e che in passato ha saputo tirare fuori il meglio da Steve Rothery e compagni, che ora hanno bisogno di un po' di tempo di rodaggio per legare con il nuovo produttore. Comunque sia l'album non è da buttare, sicuramente fra i migliori album che stanno fra Brave e Marbles, ci sono ottimi momenti e buone idee, solo che andavano sfruttate meglio. Il problema maggiore di Somewhere Else è lo stesso che ha avuto Clutching At Straws, cioè quello di essere venuto al mondo dopo un capolavoro, con il quale sono inevitabili i paragoni. Forse invogliati dalle alte posizioni di classifica riconquistate più che meritatamente con il precedente album, i nostri hanno tentato di catturare nuovi fans con brani meno impegnativi e assai più brevi, abbandonando le bellissime lunghe suite che a noi amanti del progressive piacciono molto a scapito di brani di breve e media durata. O forse hanno tentato di avvicinarsi ai Coldplay, tanto osannati dai membri della band albionica nelle interviste risalenti a quel periodo. E' giunta l'ora di inserire il nuovo CD nel lettore e sentire quali sorprese ci riserbano stavolta i nostri Marillion.

The Other Alf

Ad aprire le danze è The Other Alf (L'Altra Metà), che si apre con un insolito riff di chitarra che sembra provenire direttamente da Seattle, come del resto l'irregolare ritmica, con un profondo basso che ci massacra lo stomaco con profondi glissati. Si adegua alle acide sonorità anche il cantato di Steve Hogarth, mentre Mark Kelly produce effetti lisergici con il sintetizzatore. Le tastiere vengono a galla nel ritornello, dove persiste l'ossessionante riff di chitarra e viene variata la linea vocale, arricchita con dei cori. Ritorna la strofa dalle seattleliane memorie, seguita ancora dall'inciso, che devo dire risulta uno dei peggiori sfornati da Rothery e compagni. Al minuto 01:53 irrompe un interludio dalle marcate atmosfere jazz, con un bel pianoforte in evidenza, successivamente ricamato da Steve Rothery con un tema di chitarra. La canzone cambia rotta, la ritmica abbandona i sentori jazz prendendo lentamente le sembianze di un bel 4/4 da power ballad, la linea vocale si fa più evocativa, il pianoforte s'intreccia alla perfezione con gli accordi distorti di chitarra, che sul finire attacca un bellissimo assolo che ricorda molto quelli di Clutching At Straws. Il finale viene lasciato nelle mani di Mark Kelly, che va a chiudere con il pianoforte. Le liriche sono una poetica esperienza onirica, dove regna un'atmosfera pregna di magia e felicità, accentuata da un anomalo allineamento dei pianeti. Hogarth si catapulta fuori da una immaginaria botola aperta nel cielo, dirigendosi verso la Terra, solcando l'azzurro cielo. Durante il rientro sulla Terra viene inseguito da una cometa, simbolo di una nuova nascita. E' come se durante la discesa Hogarth stesse risorgendo, andando a ricongiunsi con la sua dolce metà, un'anima, un cuore, una mente. L'altra metà è quello per cui esiste, non potrà mai ferirla, la metà non può essere separata dall'altra metà. Le liriche sono una introduzione a quello che sarà il tema principale dell'album, ovvero la terribile crisi esistenziale che Hogarth stava attraversando in quel periodo, dovuta al divorzio con la prima moglie. Un brano dai due volti, con una prima parte che non colpisce, forse a causa della mia antipatia verso le acide sonorità di Seattle, per quanto mi riguarda il peggiore brano di apertura della combo albionico. Per fortuna nella seconda parte la canzone si toglie di dosso le acide sonorità alternative, prendendo una piega romantica.

See It Like a Baby

La traccia successiva, See It Like a Baby (Guardalo Come Un Bambino), è il singolo che ha preceduto l'uscita dell'album, brano che si apre con una ritmica molto raffinata, sporcata da un graffiante basso; tastiera e chitarra ricamano dolcemente in sottofondo. Una tastiera crescente e accordi distorti sembrano far decollare il brano con un anticipo del ritornello, ma si ritorna alla ritmica raffinata dell'introduzione, che insieme alla pacata linea vocale ci ricorda molto da vicino i migliori Coldplay, quelli di X & Y. Il basso inizia a sparare sedicesime ed apre le porte al ritornello, dove Hogarth ripete fin troppe volte il titolo del brano, supportato da accordi distorti e da una spaziale tastiera, prima di ritornare nel pacato limbo della strofa, ricamata con molta raffinatezza dal pianoforte e dalla chitarra. Ritorna l'inciso, fra i meno ammalianti di quelli offerti da Mosley e compagnia cantante. Uno stralunato assolo di chitarra si alterna con il ritornello, sempre sulla ritmica della strofa, arricchita da uno squillante piattello e supportata dall'organo. Al suo ritorno l'assolo di chitarra prende le vesti di un ridondante tema, a cui fa eco l'ugola di Steve Hogarth. Ancora l'inciso che va a chiudere il brano. Hogarth ci invita a vedere il Mondo con gli occhi innocenti di un bambino, in moda da apprezzare di più le cose e le persone che ci circondano. Ci invita ad assaggiare qualcosa che conosciamo bene come se fosse la prima volta, ad amare la tua compagna come se non ti fossi mai innamorato prima. Qualsiasi cosa se toccata, ascoltata o assaggiata con l'innocenza di un bambino è migliore. Brano che non riesce mai a decollare, sicuramente uno dei singoli meno riusciti da parte dei Marillion, che di solito sanno conquistarci con i loro ritornelli ammalianti e le belle linee vocali delle strofe, quando si tratta di sfornare brani da lanciare in classifica. A darmi ragione lo dimostra la misera posizione numero 45 raggiunta in patria dal suddetto brano. 

Thank you Whoever you Are

Di gran lunga migliore il secondo singolo estratto dall'album, Thank you Whoever you Are (Grazie, Chiunque Tu Sia), aperta da un mellifluo e solitario pianoforte, che dopo un paio di battute viene raggiunto dal resto della band. La ritmica è molto delicata, il basso riprende la linea melodica del pianoforte. Mr. Hogarth si presenta con una linea vocale sognante, dal sapore anni sessanta. Il bridge inizia a salire, con un bel pianoforte in evidenza, che va a spalancare i cancelli al ritornello, aperto e solare, la dolce linea vocale viene trasportata magicamente da una struggente tastiera, la batteria si fa più grintosa, mantenendo però gli stessi BPM da pezzo lento, il basso lega con una serie di scale che riprendono la melodia della tastiera. Successivamente rimane solo il pianoforte, poi una scala di basso chiama a rapporto Ian Mosley, la chitarra ricama con il flanger a manetta, Hogarth con il cantato accentua i sentori beatlesiani di questo sognante intermezzo, che nel finale inizia a crescere di intensità richiamando all'appello l'epico inciso. Il basso inizia a pompare, stendendo un bellissimo tappeto sul quale prima Mark Kelly e poi Steve Rothery tessono due melodici e melanconici assolo, in particolare quello di chitarra, ci riporta indietro di un paio di decenni, alle oscure atmosfere di Seasons End, grazie ai ricami di pianoforte e da una bella ritmica ricca di scale, rullate e colpi sui piatti. Siamo deliziati per l'ultima volta dal trascinante e romantico ritornello, che poi lascia il campo a Mark Kelly che va a chiudere nella medesima maniera in cui aveva aperto il brano. Con questo brano Hogarth ringrazia di cuore tutti i fans della band, che nonostante tutti i cambiamenti continuano a seguire con passione la formazione, seguendoli nei tour senza non pochi sacrifici, in ogni angolo del Mondo. Hogarth li ringrazia tutti, chiunque essi siano. Thank you Whoever You Are è un bel singolo, nettamente superiore allo scialbo See It Like A Baby, con un celestiale ritornello tanto dolce quanto trascinante che si insinua immediatamente nella nostra mente invitandoci a ricantarlo immediatamente. Singolo che si è comportato decisamente meglio rispetto al suo predecessore, raggiungendo la posizione numero 15 e la sorprendente posizione numero 6 in Olanda. Molto meno marillica è la successiva Most Toys (Più Giocattoli), che con il suo attacco veemente ci sveglia dal dolce torpore con cui ci aveva avvolto il brano precedente. Un acido unisono degli strumenti ed una batteria potente condita dal piattello caratterizzano il ritornello con cui i nostri iniziano il brano. La linea vocale risulta ossessiva, e come il riff di chitarra, ricorda il vecchio hard rock anni settanta. La strofa rimane sulla medesima linea, con una linea vocale molto frammentata. Ritorna l'ossessivo ritornello, seguito nuovamente dalla strofa, con una bella chitarra distorta in evidenza che poi lascia nuovamente il campo al tedioso inciso. Poi incontriamo un acidissimo intermezzo, con una ritmica violenta ed una chitarra distorta molto malata e psichedelica. Purtroppo per le nostre orecchie, siamo invasi nuovamente dall'inciso che nella parte finale si alza di un tono. Le liriche sono indubbiamente la parte migliore del brano, dove Hogarth attacca i classici "fighetti", sempre al passo con la moda, ad ostentare la loro ricchezza ed i loro "giocattoli" costosissimi, ma chi muore con tanti giocattoli muore ugualmente a chi ne possiede di meno. Il mondo sempre più frenetico porta gli uomini in carriera ad essere cinici, abusando di droghe per mantenere i ritmi serrati delle loro vite, imparando a ringraziare le persone giuste, a farsi furbi, imparando quando parlare e quando chiudere il becco, guidando la macchina giusta verso la banca giusta, ma chi muore con più giocattoli muore lo stesso. Di fronte alla grande mietitrice siamo per fortuna tutti uguali, ricchi e poveri, belli e brutti, l'affilata falce non fa distinzioni, miete senza distinguere il ricco dal povero. Most Toys è un brano che ritengo inutile nel contesto del disco e anche della discografia in generale, nonostante la brevissima durata di 02:48 minuti il tedioso ritornello ci nausea allo sfinimento, si salvano solo le accattivanti liriche. Passare oltre.

Somewhere Else

La prossima traccia è la title track, e raramente i nostri hanno fallito il brano che dà il titolo all'album. Somewhere Else (Altrove) si apre con un bellissimo malinconico pianoforte, supportato da una ritmica lenta, con un semplice, ma esaudiente basso, che segue come un'ombra la cassa. In sottofondo una chitarra carica di effetti si lamenta, chiamando all'appello Steve Hogarth, che si presenta con una struggente linea vocale che si intreccia perfettamente con gli accordi di pianoforte. Un semplice ritornello con una bella chitarra in evidenza fa crescere il brano, dove Hogarth quasi in falsetto si limita a ripetere più volte "Look at yself"(Guardo Dentro Di Me). Ritorna la bellissima strofa, le sue tristi atmosfere ci colpiscono stranamente più del ritornello, che fa il suo ritorno per poi lascare il campo ad un intermezzo che mette in evidenza un bel tema di chitarra. La successiva strofa viene leggermente sporcata, grazie ad un effetto sulla linea vocale che le dona un forte sentore beatlesiano, idem per il successivo ritornello, che sul finale cresce grazie ad un bel pad orchestrale. La musica si placa lentamente, lasciando in evidenza la chitarra, prima con un tema distorto, poi con un bell'arpeggio di fugaziane memorie, che rimane solitario ad accompagnare la voce effettata di Hogarth. Con grazia rientra in gioco anche la sezione ritmica, la voce di Hogarth riprende le sembianze umane, ricamata da un bel tema di chitarra e da una discreta varietà di effetti sparati dal sintetizzatore di Mark Kelly. E' un graduale crescendo, incrementato dalla voce di Hogarth che sfiora il falsetto, poi una rullata apre i cancelli all'esplosione del brano, un bellissimo assolo di chitarra dichiara guerra a Steve Hogarth che risponde al fuoco prima con una serie di trascinanti "Look at Myself", poi con la ormai consueta deflagrazione vocale. La ritmica trascinante ci accompagna verso il finale, il basso riprende le note della linea vocale, sparando una serie di note e di scale, Ian Mosley massacra pelli e piatti come ai vecchi tempi, mentre Rothery continua a tessere pregiate trame fino alla conclusione. Nelle liriche Hogarth sfoga la sua crisi esistenziale dovuta al recente divorzio, crisi che lo ha abbattuto come un toro in corsa. Durante una tappa di un tour in Olanda, il malessere interiore dovuto alla fine del suo primo matrimonio, lo abbatté fisicamente, tanto da indurlo a recarsi da un dottore, pensando che ci fosse qualcosa di brutto all'interno del suo stomaco. Dopo una accurata serie di esami ed un piccolo intervento, un dottore gli disse che il male maggiore si trovava all'interno della sua testa, un male talmente forte da debilitarlo fisicamente. Riusciva a palpare con le mani l'enorme peso che si portava nello stomaco. Nella ricetta non prescrisse medicinali, bensì un libro, "The Power Of Now" di Eckart Tolle, dicendogli: "leggilo, ti farà bene". Grazie alla lettura del libro, che fra le righe dice chiaramente che la mente è l'unica causa della nostra sofferenza, riuscì lentamente a liberarsi dell'opprimente dolore che albergava nella sua mente, trovando anche l'ispirazione per i testi dell'album, in particolare per il brano Somewhere Else. Con una serie di licenze poetiche Hogarth esterna tutto il dolore provato in quel periodo, i momenti più bui della sua vita. Durante il tour portava ancora i segni causati dalla separazione con la prima moglie, si guardava dentro e soffriva, tutti quelli che amava erano altrove, terribile conseguenza del divorzio, che lo teneva lontano dagli amatissimi figli. Somewhere Else è sicuramente il brano migliore del disco, uno dei pochi che si lega musicalmente al precedente album. Bellissima la parte di pianoforte eseguita da Mr. Kelly, semplice, ma di grande effetto, che riesce ad infondere una forte malinconia, insieme alla magistrale performance di Steve Hogarth, la quale riesce in pieno a farci capire quello che provava all'epoca. Da brividi il finale, che avrei preferito perdurasse più a lungo.

Voice from the Past

Veniamo a Voice from the Past (Una Voce dal passato), che inizia con un evocativo pianoforte in fader che ci riporta ai tempi di Clutching, Mosley sfiora il set di pelli ed i piatti in modo da lasciare in evidenza l'amico Kelly, che successivamente aggiunge un bellissimo pad di archi. Il basso si limita a profonde singole pennate sulla cassa, Mr. Rothery ricama, ora con delicati temi, ora con profondi accordi puliti. Il cantato di Hogarth è molto triste e frammentato. La strofa si protrae a lungo, alzandosi ad intervalli regolari di un tono. Al minuto 02:15 incontriamo un breve interludio strumentale che vede sempre il pianoforte protagonista, con una bellissima e raffinata scala, inseguita dalle note di basso. Ritorna l'ossessiva strofa, che grazie alla malinconica atmosfera diffusa non risulta noiosa, una piccola variazione di tonalità e poi un bel crescendo totale dettato dal basso porta prima all'esplosione canora di Hogarth, poi ad un intermezzo reso grintoso dagli accordi distorti. Torna nuovamente Mark Kelly con un triste pianoforte a rubare la scena, duettando alcune battute con Steve Hogarth. Profonde pennate di basso richiamano tutti all'appello, il cantato segue prima la cadenza della ritmica per poi esplodere nuovamente aprendo le porte all'assolo di chitarra di Mr. Rothery, bellissimo come ai tempi d'oro, ma che ha il difetto di durare troppo poco. Il finale è lasciato nuovamente nelle sapienti mani di Mark Kelly, che va a chiudere con un bel pianoforte ricamato da celestiali cori di yessane memorie. La voce del passato che si insinua nella testa di Steve Hogarth è quella della coscienza, quella voce che purtroppo con il passare del tempo è svanita e che non alberga più all'interno della maggior parte degli uomini. La voce dal passato fatica a farsi comprendere, specie dai signori del Terra, che nel Terzo Mondo vedono solo pozzi di petrolio e clienti a cui vendere le armi, ma non riescono a sentire i pianti dei bambini, costretti a bere acqua sporca. Non fanno assolutamente nulla per debellare l'HIV e le altre malattie che giornalmente decimano le popolazioni. I bambini non vogliono i loro soldi, vogliono un sorriso, vogliono che si intervenga, magari iniziando con un rubinetto che sgorga acqua pulita. Ma loro sono sordi ed inebetiti dal potere e dal denaro. Voice From The Past è un brano malinconico, incentrato sul pianoforte di Mark Kelly, attorno al quale ruotano tutti gli altri, con un bel finale evocativo ed un bellissimo assolo di chitarra. Sicuramente fra i migliori momenti dell'album. 

No Such Thing

Nella successiva No Such Thing (Non c'è Nulla) è invece Steve Rothery a dettare legge, con un ipnotica chitarra dal forte sapore anni settanta che duetta a lungo con la voce filtrata dell'omonimo Hogarth. Dopo circa un minuto entra Ian Mosley, con delicati tocchi sulle pelli, animati da profonde note di basso. Mark Kelly stavolta è in secondo piano ed effettua spaziali ricami con il sintetizzatore. Come nel precedete brano la strofa è ossessiva e perdura fino al minuto 02:30, quando una bellissima tastiera squarcia l'oscura atmosfera diffusa da Mr. Rothery che immediatamente ne riprende la melodia con un arpeggio molto più brillante del precedente. Successivamente entra a pieno ritmo anche la premiata ditta Mosley & Trewavas, Hogarth continua a tormentarci con la voce filtrata, poi un bel crescendo ci spiazza, riportandoci alle oscure atmosfere iniziale, dettate dalla ipnotica chitarra di Steve Rothery, che in solitario va a chiudere il brano. Steve Hogarth non riconosce nulla nel Mondo che va a rotoli, non c'è nulla, non ci sono preghiere esaudite, non c'è più lo strato di ozono, non ci sono più gli eroi in azione. Hogarth non si trova a suo agio nel nuovo Mondo, frenetico, privo di valori, guidato dal cinismo e dall'egoismo. Rimane solo di cercare di essere in pace con se stessi, e vivere in sintonia con una moglie fedele. In questo nuovo mondo non c'è nulla, anche quello che possediamo è un prestito a termine, non c'è nulla, nulla. No Such Thing ricalca in linea di massima la struttura del brano precedente, incentrandosi stavolta su l'ipnotica chitarra di Steve Rothery, con la grave lacuna dell'assenza di un assolo di chitarra.

The Wound

The Wound (La Ferita) con il suo brillante inizio, riesce a scrollarci di dosso le lugubri scorie lasciate dai due brani precedenti. Il cristallino arpeggio, supportato dalla cavalcata sulle pelli dei tom ed da un bel tappeto di basso, viene affiancato da un linea vocale che ci conquista all'istante. Successivamente la strofa lascia dopo qualche battuta il campo all'inciso, caratterizzato da una potente chitarra distorta che tesse una interessante trama di accordi, trasportata da un bel 4/4 con il basso che pompa in pieno stile hard rock, e supportata da uno sporco organo. La linea vocale è trascinante e si sposa a meraviglia con gli accordi distorti. Ritorna l'arpeggio iniziale, con la ritmica tribale ed una linea vocale più pacata, seguita poi dal potente inciso, con la chitarra distorta protagonista. Incontriamo un intermezzo, dove gli accordi distorti lasciano il campo al solitario arpeggio dell'introduzione. In crescendo rientrano in gioco tutti gli altri, l'arpeggio si fa più pronunciato e sale di un tono. Dopo un paio di battute di ritornello strumentali la ritmica inizia ad incalzare richiamando Steve Hogarth che duetta a colpi d'ugola con l'altro Steve. Al minuto 03:13 è il turno di Mark Kelly, che ruba la scena con spaziali tastiere, un enigmatico Hogarth si fa trasportale dall'atmosfera dal sapore fugaziano ricreata da Mr. Kelly. Fanno l'ingresso una leggera drum machine che non disturba come in passato, seguita da una chitarra carica di effetti. Un paio di pennate di basso richiamano all'ordine il signor Mosley, ma è ancora la tastiera ad essere protagonista con un inquietante riff, ripreso successivamente dalla chitarra. Il basso pompa in sottofondo, Mark Kelly ci avvolge con oscure atmosfere, ricamate da un ispiratissimo Rothery e da un inquietante Hogarth. Si chiude con tastiera e chitarra che lentamente sfumano, lasciandoci avvolti in un alone di mistero. La ferita in questione è ovviamente quella provocata dal recente divorzio che ha portato Steve Hogarth a separarsi dalla prima moglie ed al conseguente allontanamento dai figli, che non vivono più con lui. Lui cerca in tutti i modi di curare la terribile ferita aperta nel suo cuore, ma purtroppo non ha mai smesso di sanguinare. Bendata, ricucita, legata con un laccio emostatico, ma continua inesorabilmente a piangere. La ferita è l'ex moglie che si è fatta una nuova vita, o almeno così credeva. La ferita peggiora ogni volta che sente notizie riguardanti lei. The Wound è indubbiamente insieme alla title track il punto più alto dell'album, con una prima parte caratterizzata da strofa e ritornello trascinanti e da una seconda dove siamo avvolti da oscure atmosfere. 

The Last Century for Man

 Una tetra introduzione apre The Last Century for Man (L' Ultimo Secolo Per L'uomo), introduzione che non si sposa affatto con il proseguo del brano, che vede protagonista una calda chitarra ricca di blue note, accompagnata inevitabilmente da un lento e delicato tempo dai forti sentori blues, e da un profondo basso che lega il tutto con le classiche scale ad uopo. Anche la spirituale linea vocale si sposa alla perfezione con la calda atmosfera black ricreata dalla band. La strofa perdura a lungo, mantenendo la caratteristica monotonia del blues. Arriva il ritornello, la ritmica rimane la stessa tediosa della strofa, la chitarra prova a ravvivare con accordi distorti, ma non riesce nell'intento. Fra gorgheggi beatlesiani e un colpo di rullante ogni quattro secondi giungiamo a fatica all'assolo di chitarra, di inevitabile matrice blues. Una rullata apre i cancelli a Mark Kelly, che con un evocativo pad di tastiera riesce a spezzare la monotonia e a trascinare gli altri verso un finale un po' più movimentato, dove giganteggia Steve Hogarth. Successivamente la chitarra solista si intreccia con un irridente tema di tastiera, prima di tornare purtroppo alla tediosa atmosfera della strofa che va a concludere il brano. Le liriche sono indubbiamente la parte migliore del brano, dove Hogarth riprende le tematiche ambientali affrontate più volte in passato. Secondo il profetico Hogarth questo è l'ultimo secolo che vede l'uomo dominare il Mondo, dopo aver consumato ogni minima parte della Terra. Con molta ironia benedice le grandi potenze mondiali come l'America, La Francia e la Gran Bretagna, e si leva il cappello di fronte alla Cina, l'Africa e l'India. In un Mondo dove il cinismo ed il disonore fanno dell'uomo una stella, che spesso cerca il successo negli squallidi reality. Abbiamo mangiato e bevuto tutto quello che potevamo, sfruttato al massimo e senza parsimonia quello che ci ha offerto Madre Natura, ma possiamo tranquillamente continuare a farlo, nell'ultimo secolo per l'uomo. Non ho mai amato le escursioni dei nostri verso le calde sonorità del blues, sostenendo sempre che il blues lo deve suonare chi lo suona da sempre, ergo anche questo brano non mi conquista per niente, nonostante un leggero miglioramento dettato da Mark Kelly nella parte finale. E siamo giunti alla fine del nostro cammino nella terra di altrove, che si conclude con una sperimentazione acustica da parte del quintetto di Aylesbury. 

Faith

 Faith (Fede) si apre con un articolato arpeggio di chitarra acustica, non eseguito da Steve Rothery come sarebbe normale pensare, ma a sorpresa è l'eclettico Pete Trewavas a cesellare una splendida trama con la sei corde acustica. La melliflua linea vocale di Steve Hogarth si intreccia magnificamente con le dolci note della chitarra acustica. Dopo circa un minuto e mezzo entrano in scena tutti gli altri, Mark Kelly supporta con un semplice pad di violini, Mosley accarezza il drum set e Rothery ricama con dolcissimi temi in sottofondo. Ah, dimenticavo, Trewavas si occupa anche della parte di basso, che dal vivo viene delegata al tutto fare Hogarth. Ritornano a duettare Trewavas e Hogarth, stavolta accompagnati da celestiali flauti, che nel finale prendono il sopravvento aiutati da un pad, andando a concludere il brano. Hogarth ricama la trama tessuta dalla chitarra acustica con delle liriche dalla forte vena poetica. Il testo si avvicina molto di più ad una vera e propria poesia incentrata sull'amore che ad una canzone, con le dovute licenze poetiche prese. Quello che stringe Hogarth nel palmo della mano è simile alla fede, ma non è fede, è un sentimento profondo, è l'amore. L'amore è il motivo per cui la Terra è viva. Bisogna credere nell'amore, per arrivare al di là della scienza. Quello che ho nella mano è l'amore che provo per te, è simile al sapere più profondo, ed è per quello che sono qui, chiude l'ispirato Hogarth. Brano che non stona nel contesto del l'album, concludendolo dolcemente. Direi che l'esperimento acustico è perfettamente riuscito, superando a pieni voti l'esame, superandolo talmente in maniera brillante che in futuro i nostri ci proporranno un album interamente acustico rivisitando i classici dell'era Hogarth.

Conclusioni

E' giunta l'ora di tirare le somme, Somewhere Else tutto sommato è un buon lavoro, con almeno quattro cinque brani degni di nota, e un paio di uscite evitabilissime, come l'ennesima tediosa escursione nel blues di The Last Century For Man e gli inutili neanche tre minuti di Most Toys, entrambe però coadiuvate da liriche interessanti. Purtroppo manca la quasi consueta mega suite progressive a cui eravamo abituati, suite con la quale i nostri tiravano su la valutazione di album che se privi di suddetta canzone erano ben al di sotto della sufficienza, come nel caso di This Strange Engine, per fare un esempio lampante. Stavolta bisogna accontentarsi degli intensi quasi otto minuti della title track, che riesce comunque a conquistarci e ad inondarci di emozioni. Come tutti gli album dei Marillion che devono sempre sopportare l'impari confronto con i fantasmi del passato remoto, Somewhere Else deve fare i conti anche con il suo recente predecessore, quel capolavoro di Marbles, punta di diamante dell'era Hogarth assieme a Brave, talmente bello ed avvolgente che ne sminuisce la valutazione finale. La mancanza delle avvolgenti atmosfere floydiane diffuse dalla chitarra e dalle tastiere pesa come un macigno. Le colonne portanti Rothery E Kelly fanno un passo indietro, ma diciamo che ne fanno anche due in avanti rispetto alle dubbie uscite pre-Marbles. La terribile crisi esistenziale vissuta da Hogarth durante la composizione di Somewhere Else viene rivomitata attraverso le bellissime quanto tristi liriche, che insieme agli strumenti diffondono una oscura e triste atmosfera che perdura per tutto il platter, facendosi respirare l'umida aria nebbiosa dei paesaggi albionici e i fumi delle grandi città. Per rendere meglio l'idea, Somewhere Else è l'alter ego Hogarthiano di Clutching At Straws, album tetro, malinconico, oscurato dalla magnificenza del suo predecessore. Registrato durante il 2006 presso i consueti studi The Racket Club di Buckinghamshire, Somewhere Else è venuto alla luce il 9 Aprile del 2007, distribuito sempre dalla Intact. Come detto in apertura la produzione è stata affidata all'ex tecnico del suono Michael Hunter, con le dovute conseguenze. In classifica si è guadagnato una anonima posizione numero 24, imitato dai due singoli che non vanno rispettivamente oltre la numero 18 e la numero 15. All'interno di Somewhere Else di ottime idee ce ne sono molte, ma ascoltandolo si ha la sensazione che non siano state approfondite e sfruttate al meglio. Comunque, nonostante spesso le sonorità siano più vicine a Coldplay e Radiohead che ai Marillion, l'album mantiene una sottile venatura progressive e risulta piacevole all' ascolto, se al posto dei due dubbiosi brani citati in precedenza ci fosse stata una bella suite di quindici minuti con cambi di tempo e di atmosfera, l'album si sarebbe meritato un bell'otto, ma non essendo così deve accontentarsi della piena sufficienza.

1) The Other Alf
2) See It Like a Baby
3) Thank you Whoever you Are
4) Somewhere Else
5) Voice from the Past
6) No Such Thing
7) The Wound
8) The Last Century for Man
9) Faith
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