MARILLION

Seasons End

1989 - EMI

A CURA DI
SANDRO NEMESI
27/01/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Il cambio del cantante è sicuramente l'incidente di percorso più traumatico che può accadere ad una band, problema ingigantito se si tratta di un personaggio carismatico e fondamentale come lo era Fish. I Marillion in passato aveva superato brillantemente il cambio del batterista dopo il primo album,  e devo dire guadagnandoci molto sotto il punto di vista tecnico e compositivo. Ora, dopo neanche cinque anni, si trovano di fronte ad  un problema ben più difficile da risolvere. Fish, oltre a partorire liriche profonde e particolari, sapeva tenere il palco come pochi, aveva una poliedricità   interpretativa fuori dalla norma. In passato ci sono esempi lampanti di come sia difficile rimpiazzare un frontman, specie se carismatico e con uno stile ben definito, il più evidente è quello dei Queen, che hanno tentato pateticamente  di tornare sulle scene nel 2008 con Paul Rodgers (triste è anche la parentesi degli Iron Maiden con Blaze Bayley nel periodo 1993/99) . I Marillion comunque non si scoraggiano, si sentono forti e motivati  e per di più  hanno il materiale per il nuovo album praticamente ultimato, devono solo pensare alle liriche, visto che Fish si è portato dietro quelle che aveva scritto, usandole poi per il suo progetto solista e trovare un degno sostituto. Decidono di mettere un annuncio nelle maggiori testate musicali del paese; il batterista Ian Mosley ha il compito di ritirare le demo tape ogni fine settimana ed ascoltarle,  sperando di trovare l'alter ego del "pesciolone" scozzese. Nel frattempo Steve Hogarth,  cantante e tastierista dei semi sconosciuti How We Live, è deluso dall'industria musicale a causa del flop ottenuto dall'album di debutto Dry Land, a dir sua promosso con troppa superficialità. La delusione è talmente forte che pensa di chiudere con la musica e di intraprendere una umile carriera di lattaio o postino. Furono un suo amico di vecchia data, Darryl Way ,ed il boss della sua casa discografica, a persuaderlo, convincendolo  ad inviare una cassetta ai Marillion, i quali dopo la dipartita di Fish erano in cerca di un nuovo cantante. Durante l'ascolto della cassetta, Mosley viene sorpreso dalla bellissima voce di Hogarth,  nel quale  intravede un gran talento; con molto entusiasmo informa immediatamente il resto della band, che concorda in pieno  organizzando  un incontro. Rothery e compagni rimasero subito colpiti dalle capacità vocali di Hogarth, e al termine dell'audizione gli offrirono l'ingaggio. Hogarth si prese del tempo per decidere, in quanto aveva da poco ricevuto un' offerta dai The The, che lo volevano per un tour negli Stati Uniti. Affascinato dal progetto Marillion,  Hogart decise però di accettare l'offerta ringraziando i The The per l'interessamento. Il nuovo cantante è praticamente la nemesi di Fish, a partire dal minuto fisico, ad un approccio meno invadente sul palco, molto meno teatrale e con introduzioni meno prolisse, rispetto a Fish anche i testi sono molto più romantici e meno "self indulgent", come li aveva definiti una volta  il bassista Pete Trewavas. Alla EMI non si fidano del carneade Hogarth, in arte semplicemente "H", e decidono di  affiancare alla band lo scrittore John Helmer. Invero H si rivela anche un abile scrittore,  oltre che un validissimo cantante, ma il connubio con John Helmer risulta talmente vincente che la collaborazione andrà avanti nel tempo. Il titolo del nuovo album, "Seasons End"  , non è l'errata trascrizione di "Season's End" (come spesso lo troviamo erroneamente scritto in alcune testate musicali ?), ma è una scelta voluta, facendo riferimento alla fine di tutte e quattro le stagioni a causa del riscaldamento globale e del buco nell'ozono, praticamente equivale al nostro tormentone "non ci sono più le stagioni di una volta".  Il titolo inoltre sta a  significare la fine di un'era, e l'inizio ovviamente di una nuova per la band albionica.  Per la prima volta la copertina è orfana dell'estroso Mark Wilkinson, il lavoro viene affidato agli Bill Smith Studio. Il prodotto finale è  un collage fotografico, come sfondo viene usato un grigio mare in tempesta, al centro vi sono raffigurati i quattro elementi classici, acqua, terra, aria e fuoco. All'interno di ogni elemento  vengono dissolti i caratteristici simboli del recente passato tanto amati da Fish, proprio per sancirne una definitiva rottura. Una piuma che svolazza fra le dune del deserto è il riferimento alla gazza ladra che compare in Misplaced Childhood, immerso nel fuoco vi è il camaleonte presente  su Jester (e sui due successivi album), nell'azzurro cielo svolazza un frammento del vestito da giullare, lo stesso che esce dalla tasca di Torch in Clutching at Straws, mentre nell'acqua galleggia mestamente il triste quadro raffigurante un clown, quadro che ritroviamo nella copertina di Fugazi. L'unica cosa che lega i nuovi Marillion  a quelli dell'era Fish è il logo, che rimane invariato, ma sarà l'ultima volta. Gran parte del materiale è stato composto successivamente a Cluthing, quando ancora Fish era nella band, ergo è ancora presente una vena progressive; la sezione ritmica continua il percorso evolutivo intrapreso in Fugazi, Mark Kelly è molto più presente rispetto al precedente album e si conferma un poeta della tastiera:  per legare meglio con la calda voce del nuovo cantante, abbandona i virtuosismi cari al vecchio progressive in favore di avvolgenti  e raffinate atmosfere. Tornano le mielose melodie di chitarra, ormai marchio di fabbrica di Steve Rothery. Il nuovo arrivato H si rivela una scelta vincente, riuscendo a non imitare né Fish, né Gabriel o Collins, tanto per citare alcune famose voci del genere progressive spesso accostate ai nostri, ha una timbrica particolare molto calda ed affascinante e uno stile tutto suo, sentendolo in Seasons End si fatica ad accettare che prima la band avesse un altro cantante.

Ad aprire le danze è la lunga "The King of Sunset Town" (Il Re Della Città Del Tramonto), inizia  con una  dolce introduzione di tastiera dai sentori ambient e new age, in sordina entra in scena il martellante basso di Trewavas , è un graduale crescendo che culmina con l'ingresso della batteria che si presenta con delle interminabili rullate, ma trova posto anche la chitarra di Rothery  che sforna uno dei sui classici temi molto melodici. Con ben oltre due minuti di intro, i Marillion ci tengono sulle spine prima di presentare al pubblico il nuovo  cantante. Al minuto 02:19 la musica si dissolve bruscamente lasciando la scena ad un arpeggio solare,  e dopo due manciate di secondi abbiamo finalmente il piacere di conoscere Mr. Hogarth; il suo timbro di voce ci risulta caldo rilassante, durante la strofa spesso usa leggermente la tecnica del vibrato. A metà strofa Mark Kelly entra con un tema orientaleggiante che fa da bridge ad un travolgente ritornello, dove la voce di H esplode dopo la timida entrata, la ritmica è complicata e trascinate. Sulla seconda strofa un interessante riff di tastiera anticipa il cantato, si ripetono bridge e ritornello, poi, dopo un breve ma evocativo interludio dove primeggiano le tastiere, è il turno dell'assolo di chitarra,  la ritmica ricalca quella del ritornello. La musica si placa, rimangono un avvolgente pad di tastiera e la beatificante voce di H, Kelly si sdoppia entrando con degli accordi di pianoforte che scandiscono il ritmo della linea vocale. In questo prolisso interludio l'atmosfera regna sovrana. Una raffica di martellanti sedicesime di basso ed un incalzante riff di tastiera ci riportano gradualmente verso l'epico ritornello. Questa alternanza di atmosfere e cambi di tempo fa riaffiorare la vena progressive che sembrava affievolita nel disco precedente. La versione originale del testo, edita da John Helmer, affrontava il tema della povertà, Hogarth, colpito e ispirato dalla  protesta di piazza Tienanmen in Cina che stava avvenendo proprio nel 1989, decide di rivisitare il testo. Per sottolineare la tirannia che regnava in Cina in quel periodo, H usa la metafora della ruota panoramica, c'è chi sale e chi scende, chi affoga e chi muore di sete, questa è la legge imposta dal Re della Città Del Tramonto. E' un vero e proprio massacro quello effettuato dall'Esercito  Gruppo 27 della Repubblica Popolare Cinese per sedare la protesta, un evento che ha cambiato il Paese, nulla sarà come prima. Il 4 Giugno, giorno che sancisce la fine del massacro, Il Re è diventato un burattino dalla corona di carta, sulla quale si posano le farfalle della libertà, ma continuerà a controllare i festeggiamenti e le fiaccolate che ogni anno si svolgono in onore dei caduti. La seconda traccia, "Easter" (Pasqua) ,è  il terzo singolo estratto, potrebbe essere, con i dovuti paragoni, la "Keyleigh" dell'era Hogarth, il quale si allaccia indirettamente al dramma del conflitto nordirlandese, già trattato in maniera molto più esplicita da Fish, in Forgotten Sons. Hogarth lo fa in maniera meno diretta e con un tocco di romanticismo, mette in risalto la bellezza del panorama  offerta dalla terra di smeraldo,  un fantasma di nebbia grigia  incontra le verdi praterie sposandosi alla perfezione, donando un aspetto mistico ed incantato. In sottofondo alle prime luci dell'alba, un trattore inizia il duro lavoro nei campi. Ci si augura che la Pasqua porti la serenità in Irlanda, che apra gli occhi accecati dall'odio, che doni libertà ai cuori imprigionati da un assurdo conflitto atavico. Ci si domanda come può dormire cullato dalle stelle chi uccide e distrugge  in nome di un Dio che di certo non chiede di farlo. Cosa pensano di fare ? Trasformare il loro cuore in pietra? Pensano di mettere le cose a posto dopo averle distrutte e dettare legge tramite fucili e filo spinato? E' Pasqua anche nella terra verde smeraldo, è tempo di dimenticare, è tempo di perdonare e di cantare "mai più". Un dolcissimo e rilassante arpeggio acustico apre il brano, il cantato ha un'aria  sognante e beata, nella prima parte della canzone la ritmica è molto lieve, ma di classe, le note di pianoforte sembrano inseguire la chitarra, nel ritornello un solare pad dona una calda atmosfera. Vengono ripetuti strofa e ritornello, stavolta  abbelliti dalle calde cornamuse suonate per l'occasione da Jean-Pierre Rasler, sul finire  un dolce riff  di  synth anticipa il bellissimo e prolisso assolo di chitarra, la pelle si accappona durante la bellissima trama melodica che tessono le sapienti mani di Mr. Rothery. Dopo l'assolo la canzone cambia, la ritmica è stoppata, Hogarth anticipa la successiva linea vocale con un "do-do" di effetto, che ci rimane subito impresso nella mente, chitarra e tastiera si attorcigliano in una ragnatela di raggianti suoni dall'aria festosa in questo finale che nella seconda parte grazie ad un brillante connubio di cori e sovra incisioni ci riempie di emozioni scaldandoci il cuore. E' l'AIDS l'ospite indesiderato della terza traccia dell'album, e secondo singolo estratto, intitolata appunto "The Uninvited Guest" (L'Ospite Senza Invito) , testo scritto a quattro mai dal duo Hogarth-Helmer, forse quello che più si avvicina alle visionare liriche dei primi due album dell'era Fish. Il tremendo virus fa uno splendido e lapidario monologo nei confronti di chi lo ospita, che finge di non conoscerlo e di non ricordarsi del giorno in cui lo ha invitato, ma ormai è troppo tardi dice l'HIV, ora sono qui, sono un cuculo nel tuo nido, io so quello che ti fa paura ma sono anche colui che ti vuole bene, sono l'ospite senza invito. Ero presente quando dichiaravi il tuo falso amore ad una donna che non era tua moglie, comprata con il denaro, il più grande errore e rimpianto della tua vita. Sono io la faccia malata  che speravi di non vedere mai più, sono io il male che ti scorre nelle vene e che ti causa l'irritazione sulla pelle. Ormai il danno è fatto, puoi anche volare in capo al mondo, ma  non riuscirai mai  a liberarti di me, avrò sempre un posto riservato dietro al tuo. Ormai io sono entrato, sono il tredicesimo commensale a tavola, sono l'ospite senza invito. Una sorta di marcia trionfale di Ian Mosley apre il brano, accompagnato da un' avvolgente linea di basso, un enigmatico arpeggio caratterizza la strofa. Nel ritornello epiche tastiere prendono il sopravvento, la ritmica è molto trascinante, nel cantato c'è un tono di sfida, la chitarra emette graffianti bicordi. Ritorna la marcia della strofa, in sottofondo una tastiera dall'aria medievale  fa capolino, dopo il secondo ritornello la tastiera accompagna H per un breve intermezzo dall'atmosfera rilassante, che nella seconda parte assume un tono energico che ci riallaccia al ritornello, sul finale Rothery si prodiga in un breve assolo che nella prima parte ricalca quelli di Misplaced, durante il brano le linee di basso di Trewavas imperversano emergendo su gli altri strumenti.  Un triste carillon ed un beffardo verso del cuculo in sottofondo chiudono il brano. Veniamo ora alla malinconica title track, un lento decadente che riesce incredibilmente a superare in tristezza i momenti più bui dell'album precedente. "Seasons End" (La Fine delle Stagioni) inizia con uno struggente arpeggio di vetusta composizione, arpeggio che abbiamo sentito in fase embrionale nell'inedito Beaujolais Day. Anche la bellissima linea vocale di H emana tristezza da tutti i pori, imitata dai cupi  pad di tastiera. I fraseggi di Trewavas ci colpiscono allo stomaco, mentre Mosley si limita a degli impercettibili tocchi sul charleston. Il crescendo del ritornello è da brividi, Mark Kelly rinforza con un freddo pianoforte  riprendendo la melodia della chitarra. La strofa successiva ricalca la precedente, mentre nel secondo ritornello il crescendo si fa ancora più pronunciato  fino ad esplodere al minuto 03:02, dove irrompe l'assolo di Mr. Rothery. Le malinconiche note ci bombardano di emozioni e ci fanno venire la pelle d'oca. Durante l'assolo anche il batterista è della partita, con le classiche rullate terzinate e le serie di quattro colpi sui piatti, sempre seguite come un ombra dal fedele basso. Successivamente anche Mark Kelly si prodiga in un assolo, riprendendo la melodia  del ritornello in maniera più pronunciata, un assolo semplice ma di grande effetto. L'ultimo ritornello è molto più trascinante dei precedenti grazie alla presenza a pieno organico della sezione ritmica. Ma la canzone non è terminata come sembra, rimane un oscuro pad di tastiera, dal quale emerge  un sottile arpeggio carico di delay, entrambi di floydiane memorie. Successivamente entra un inquietante riff di tastiera che ricorda vagamente quello di Tubular Bells, con delle sedicesime di basso e charleston si va lentamente in crescendo , la chitarra di Rothery piange in sottofondo , ricompare la voce di Hogart  a salutare le stagioni che ormai non esistono più, la voce è talmente carica di effetti che sembra provenire da un'altra dimensione. La canzone è un inno a mantenere in salute il nostro Pianeta, un invito a portare rispetto verso Madre Natura;. John Helmer, che ha scritto da solo il testo della canzone,  ha paura che i suoi figli e le generazioni future non potranno più ammirare la bellezza delle quattro stagioni, non potranno respirare i profumi che portano con il loro avvento. Il progresso è l'inquinamento hanno preso il sopravvento e non riescono a fermarsi. L'umanità è salita molto in alto, ha lasciato le impronte sulla terra a scapito di  un buco nel cielo. Le generazioni future non potranno provare l'ebbrezza di una discesa con la slitta su una collina innevata, o la fredda, ma piacevole sensazione che si ha quando stringiamo una manciata di neve. L'uomo ormai è in guerra con Madre Natura, sta guardando il vecchio mondo dileguarsi. Tutte le bellezze della natura che man mano vanno a scomparire, ci mancheranno solo quando saranno perdute, quando ormai sarà troppo tardi per i rimpianti. L'unica cosa che potremmo raccontare ai nostri figli sarà di come abbiamo domato i mari e cambiato il mondo, di come abbiamo sottomesso le stagioni che non esistono più. La traccia numero cinque è "Holloway Girl" (La Ragazza Di Holloway), nella quale Hogarth accusa la macchina della giustizia di avere una scarsa professionalità, condannando spesso troppo precipitosamente persone innocenti, persone che subiscono un forte trauma, difficile da assorbire, trauma che nei casi più disperati si conclude con il suicidio. Passeggiando per una strada nel nord di Londra (definita poeticamente come un piccolo ingranaggio del mondo frenetico), giunto nei pressi del carcere di Holloway, Hogarth, mentre osserva la schiera delle tristi finestre, posa lo sguardo su di una ragazza che tenta vanamente di salutarlo con una mano che fuoriesce attraverso un piccolo pertugio, gesto interrotto immediatamente dalla austera mano della Giustizia. H spera che un giorno la giustizia faccia il suo lavoro, spalancando le porte della Libertà alla ragazza, e invita la medesima a tenere duro, a credere in se stessa  e a non imboccare la strada della depressione che sovente  porta verso un tragico epilogo. In un mondo dove regna la menzogna, la verità è come un ago in un pagliaio, si mischia fra la miriade di bugie. La verità si trova dalla parte opposta della montagna, d'altronde il mondo è pieno di montagne, ma non ve ne è una che non sia stata scalata. Un graffiate e ridondante giro di basso carico di flanger apre il brano, di seguito entra Mark Kelly, una mano sul synth e l'altra sul piano, durante la strofa nella voce di H c'è un tono di rammarico, la linea vocale esplode nell'evocativo ritornello, dove viene bramata la libertà, la batteria entra con un tempo cadenzato e potente, mentre sottili refrain di chitarra fanno la comparsa di tanto in tanto. Torna la strofa con l'ossessivo giro di basso e di nuovo il ritornello, seguito dall'immancabile assolo di chitarra, molto fine e ricercato. Un breve interludio dove Hogarth predomina e riecco  il ritornello, ripetuto due volte, forse troppe. La successiva "Berlin" (Berlino) è la traccia che presenta una maggiore vena progressive, quella che si riallaccia sia liricamente che musicalmente al "periodo Fish". Ovviamente la canzone non è un omaggio alla capitale teutonica, ma un attacco al famoso Muro che all'epoca era ancora in piedi, anche se per poco, il disco uscì  a Settembre del 1989,  mentre il muro crollò definitivamente il  9 Novembre del medesimo anno. Nella prima parte si  narra la storia di una bella ragazza bionda, dalle folte ciglia evidenziate da un forte mascara, una ragazza dai facili costumi che bivacca nei bar di Berlino Est in cerca di prede, si dice che abbia stretto fra le braccia gli uomini di mezzo mondo. Stanca della vita notturna ed in cerca di libertà decide di tentare di valicare il muro, nessuno sa dare una spiegazione a quel folle gesto, sinonimo di suicidio. Detto fatto, la vita della ragazza si spenge ingiustamente nella "striscia della morte", lasciando come ricordo la sua immagine di party-girl impressa nelle foto dei suoi amanti. Nella seconda parte H, si sfoga, e invaso dall'ira attacca coloro che presidiano il Muro, definendoli dei cani rabbiosi dalle teste rasate, fieri di indossare gli anfibi e la divisa color kaki, ma con lo stesso cervello che ha un giovane ubriacone. Eseguono cinicamente il loro compito, non portando rispetto al valore della vita, illuminando le tenebre con lingue di fuoco contro chiunque tenti di valicare  la striscia della morte. Sotto i loro colpi chiunque può cadere, dal fornaio al marinaio, dal macellaio allo spedizioniere del mercato nero, dal sarto alla bionda dal mascara sulle ciglia, che per l'ultima volta si alza al crepuscolo e si veste stordita. Il freddo arpeggio  che apre la canzone ci riporta ai primi lavori della band, Trewavas da un senso ritmico con dei  taglienti fraseggi, H interpreta magistralmente la strofa, mentre in sottofondo, timidamente viene fuori lo struggente sax suonato da Phil Todd, che esplode al termine della seconda strofa in un emozionante assolo; durante il ritornello che viene cantato con più grinta da H, il sax esegue dei raffinati ricami che si sposano splendidamente con  la bellissima linea vocale. Al minuto 03:26 la canzone si placa, rimane un oscuro pad di tastiera, che ospita uno sciame di suoni dai sentori misteriosi, l'atmosfera è magica, pian piano in crescendo entra Ian Mosley con una marcia che culmina nel finale evocativo ed energico, dove Hogart in maniera veemente e con tono adirato, spara a zero sui guardiani del muro. Il ritmo è trascinante e Rothery  ne approfitta  concludendo  un assolo carico di energia, che lentamente si dissolve lasciando il campo ad un freddo pad di tastiera che accompagna H mestamente verso il finale. In questo brano Hogarth da' il meglio di sé e conferma di essere all'altezza. E' il turno di "After Me" (Col Mio Nome), una breve ballata dal finale evocativo, dove Hogarth elimina i residui di timidezza da debutto emergendo alla grande sul mieloso e squillante  arpeggio di chitarra con cui duetta nella strofa iniziale, nella successiva strofa entra il basso, prima con dolci fraseggi, poi con profonde pennate che scandiscono il tempo . Dopo poco più di un minuto  Mark Kelly ci delizia con un sognante loop di synth, il basso di Trewavas incalza con decisi colpi di plettro che si abbattono sulle corde, è un crescendo  che culmina con l'ingresso della batteria. Rispetto alla prima mielosa parte  aumentano  i BPM , la sezione ritmica si cimenta in un tempo importante e assai complicato, la linea vocale abbandona il tono sognante iniziale e prende una vena grintosa trasportandoci verso il finale dall'aria evocativa. In chiusura  la chitarra inizia l'assolo, che a parer mio viene sfumato troppo precocemente, meritava di essere sviluppato in maniera più curata. Hogarth invidia il cane randagio adottato dalla sua ex ragazza, al quale ha dato il suo nome, il trovatello ha conquistato il cuore della sua vecchia fiamma che egli non ha mai cessato di amare, bramando di tornare nuovamente insieme a lei. Al suo nuovo compagno fa piacere che lo accudisca, ma non permetterà mai che entri in casa, come a lui non è permesso di rientrare nel cuore della sua amata. Il trovatello che porta il suo nome durante la notte graffia alla porta desideroso di entrare al calduccio della casa ed in cerca di coccole, lei lo sente e sta male per lui, con questa metafora Hogarth sottolinea la grande voglia di rientrare nella vita della sua ex, che porta ancora il suo nome scritto a penna sui Jeans e una macchia di vino rosso a forma di cuore sulla manica, ricordo di una dell' ultima cena insieme, segni indelebili di un errore che non può essere lavato via. La speranza è che un giorno lei possa scappare in cerca del Paradiso, che non è altro che l'amore provato nei sui confronti, e se un giorno Hogarth troverà il suo sogno dorato, lo chiamerà con il nome della sua amata. "Hooks in You" (Artigli Dentro Di Te) è il singolo che ha preceduto  l'uscita dell'album. Essendo un pezzo conciso e  in puro stile hard rock, è evidente che sia stato fatto uscire strizzando l'occhio con malizia al mercato americano. A me ha fatto lo stesso effetto di Incommunicado, un pezzo carino, simpatico ma che non emana emozioni, la vena hard rock lo rende piacevole al primo ascolto, ma alla lunga sdegna. Nelle liriche Hogarth attacca un amico, che spavaldo millantava che non si sarebbe più innamorato per nessuna ragione al mondo. Si sentiva forte e bello, in grado di poter scegliere, ma non è stato così. Una ragazza ha affondato gli artigli nel suo cuore, ora lui ha perso la testa  e si sta allontanando dagli amici, quelli che di solito ti abbandonano nel momento del bisogno ora lo tempestano di chiamate, increduli e curiosi di sapere la verità. La bella ragazza lo farà rigare diritto, ha affondato gli artigli dentro di lui, ma Hogarth lo capisce, in fondo la ragazza ha artigliato anche il suo cuore. Chi disprezza compra. Il brano si apre con un' aggressivo riff di chitarra che non avevamo mai sentito fino ad ora uscire dalle mani di Mr Rothery . Il ritmo è un classico 4/4 da rock, che porta alla pigrizia anche Trewavas, il quale si limita ad una martellante linea di basso, senza trascendere nelle virtuose scale a cui ci ha abituato. La tastiera evocativa  nella strofa ricorda vagamente Jump. Un po' meglio il ritornello, con accordi distorti aperti e una linea vocale meno piatta rispetto alla strofa. E' dopo la canonica ripetizione di strofa e ritornello in pieno stile hard rock , successivamente, dopo un breve interludio strumentale con le tastiere in evidenza, è il turno dell'assolo di chitarra, ben al di sotto della media a cui ci ha abituato Steve Rothery. Mancava solo il finale travolgente ed anthemico, ma i nostri hanno provveduto a colmare la  lacuna. Per fortuna a chiudere il disco è "The Space?" (Lo Spazio?), il brano più bello del disco e forse il più bello dei Marillion targati Hogarth, con le sue atmosfere epiche e sognanti  riesce a farci dimenticare subito il brano precedente, scrollandoci di dosso le scorie di banalità che ci avevano sommerso. Durante un soggiorno in Olanda, precisamente ad Amsterdam, mentre Hogarth stava passeggiando tranquillamente, gli capitò di assistere ad un improvviso brutto incidente. Un tram che imperterrito percorreva la sua strada, travolse  una automobile parcheggiata  inconsciamente sulle rotaie, riducendola ad un ammasso di ferraglia. La fortuna volle che all'interno dell'abitacolo non ci fosse nessun essere vivente, altrimenti la carne si sarebbe confusa con il ferro. H fu colpito dalla non curanza con cui il tram proseguì  la sua corsa, senza nemmeno soffermarsi un istante, non accorgendosi neanche di aver urtato e distrutto il mezzo. Questo aneddoto è stato usato da H come metafora, per sottolineare come spesso gli uomini non si accorgono delle cose belle che hanno intorno, omettendo il rispetto verso il prossimo, pur di continuare imperterriti la loro strada verso la meta che si sono prefissi. H fa un viaggio immaginario nello spazio, prova a raggiungere il tetto del mondo, ma più vola in alto e più si sente solo, si trova al di sopra delle nuvole e  le medesime gli impediscono di vedere cosa c'è sotto. Lo spazio attorno alle stelle non è altro che una enorme distesa di oscurità che tutti conoscono. Al mondo ogni individuo è una persona, tutti ridiamo, amiamo e piangiamo, in questo caso gli uomini di tutto il mondo sono uguali, quindi non dobbiamo fare come il tram che ha ignorato l'auto parcheggiata sul suo tragitto, distruggendola, ma se incontriamo una persona lungo la strada bisogna portargli rispetto apprezzandola per quello che è, e questo è un dovere a cui nessuno può prescindere. Fra le righe si ostenta  un forte disprezzo verso l'egocentrismo e l'egoismo che soventi si manifestano nel genere umano. Una bellissima introduzione orchestrale apre il brano, la linea vocale della strofa ci fa sognare, il basso anticipa di qualche secondo l'entrata del compagno di sezione ritmica, donando consistenza alle tastiere,  una volta al completo la sezione ritmica, con un tempo medio trascinante, ecco anche Rothery che  tesse delle trame cariche di malinconia tramite l'uso del bottleneck. Il ritornello è un'esplosione di suoni dove il basso emerge, la linea vocale ci trasporta nell'oscurità dello spazio inondandoci di emozioni. Brividi. Dopo la seconda strofa, il brano si calma,  i temi di tastiera sono delle vere e proprie poesie, Rothery si sdoppia, sovraincidendo alla chitarra elettrica squillanti e sopraffini arpeggi con la chitarra acustica, Mosley accarezza i piatti, il basso aiuta le tastiere ed insieme  iniziano un trascinante crescendo che sul finire richiama all'appello tutti gli strumenti. Al minuto 03:43 inizia lo struggente assolo di chitarra, che viene quasi messo in secondo piano dal bellissimo ed epico pad di tastiera  che imita un coro gregoriano, la canzone sfuma lentamente verso la conclusione, quando il genio di Hogarth si inventa una linea vocale da brividi accompagnato da uno spaziale pad di tastiera. La linea vocale è talmente bella che gli altri strumentisti non possono stare con le mani in mano,  rientrano prepotentemente in scena sotto la guida di Mr. Mosley in un turbinio di suoni che ricorda lo spettacolo offerto dalla via lattea, il finale evocativo per fortuna si protrae abbastanza portando il pezzo ad oltre sei minuti di epica poesia. Mark Kelly domina in questo calderone di atmosfere ed emozioni. Chapeau.

Era inevitabile che i "Fishisti", o "Fishiani" se preferite, non storcessero la bocca dopo l'ascolto di Seasons End, in verità alcuni continuano imperterriti a farlo, considerando i Marillion finiti con la dipartita dell'energumeno scozzese. (E' un po' lo stesso pensiero che ho io nei confronti dei Metallica, per me  il compianto Cliff Burton se li è portati dietro  nella tomba, fatta eccezione per And Justice For All?  NDR). Premettendo che  la mia bilancia pende dalla parte di Fish, non posso di certo dire che tutto quello che hanno fatto i Marillion con Steve Hogarth sia da buttare, anche se nel corso della loro carriera qualche passo falso lo hanno fatto. Seasons End a me piace molto, è il perfetto crossover fra le due ere, i Marillion sono riusciti ad adattare alle caratteristiche del nuovo frontman, considerando che  la musica  in gran parte era stata concepita per la voce di Fish, e lo hanno fatto in maniera brillante, non allontanandosi poi più di tanto dai canoni del neo progressive, aggiungendo un tocco di romanticismo che non guasta. Se con Steve Hogarth i Marillion  sono ancora sulla cresta dell'onda  dopo oltre ventisei anni di carriera un motivo ci sarà.  Per quanto mi riguarda non ho mai smesso di comprare i loro CD a scatola chiusa, qualche fregatura ci può stare, ma tutto sommato mi ritengo soddisfatto. In una intervista Pete Trewavas ha dichiarato che durante le sessioni di composizione di un nuovo album, i nostri entrano in studio con la  mente libera ed aperta, senza badare alla moda del momento o a quello che vorrebbero i fans più estremisti. Si mettono a suonare prendendo per buono quello che viene fuori al momento. A fine lavoro incrociano le dita e dicono "speriamo che i nostri fans apprezzino quello che è venuto fuori ?" Da anni ormai si autofinanziano i dischi, spesso chiedendo ai fans di acquistarlo prima che venga alla luce, proprio per non dover rendere conto alla casa discografica, specie se di quelle invadenti ed esigenti come lo era la EMI. L'atteso Seasons End è venuto alla luce il 25 Settembre del 1989, è stato registrato presso gli Hookend Recording Studios di Oxfordshire, uscendo sotto la EMI per tutto il mondo, fatta eccezione di Stati Uniti e Canada dove è uscito sotto la Capitol Records. La produzione è una collaborazione fra i Marillion e Nick Davis, produttore specializzato nel progressive meno eccessivo e di facile ascolto, avendo lavorato con i Genesis 2.0 e Mike And The Mechanics. Le musiche sono state scritte dai Marillion, compreso il nuovo arrivato Steve Hogarth, che si è occupato  dei testi di The King of  Sunset Town, Easter, Holloway Girl e After Me, mentre per le restanti canzoni si è valso della collaborazione di  John Helmer, il quale da solo ha scritto il testo della title track. Tirando le dovute somme Seasons End è un album piacevole, ben strutturato, ricco di avvolgenti atmosfere, il nuovo cantante Stev Hogarth è stato promosso con il massimo dei voti, riuscendo a colmare la lacuna non indifferente lasciata da Fish e credetemi, il compito non era per niente facile.

1) The King of Sunset Town
2) Easter
3) The Uninvited Guest
4) Seasons End
5) Holloway Girl
6) Berlin
7) After Me
8) Hooks in You
9) The Space

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