MARILLION

Radiation

1998 - Castle Communications

A CURA DI
SANDRO NEMESI
09/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Vi ricordate quei bravi e spensierati ragazzi, che nel fior fiore degli anni 80 imperversavano avanzando a suon di epiche tastiere e assolo di chitarra da brividi, con improbabili maschere e atmosfere avvolgenti? Ebbene, non ci sono più, sono evaporati con il passare del tempo, con buona pace dei nostalgici del neo progressive. Come noi stessi, sono cresciuti, sono diventati uomini maturi, ed hanno una grandissima voglia di continuare a fare buona musica, solamente che lo vogliono fare alla loro maniera, proponendoci quello in cui credono e leggendo alla lettera la parola "progressive". Da qualche album a questa parte i Marillion hanno arduamente sperimentato nuove sonorità, generando un enorme malcontento fra i marilliani doc, senza però trovare la giusta dimensione. Dimentichiamo camaleonti e gazze ladre, mettiamoli in un robusto forziere a suggellarne la protezione, separiamo i vecchi dischi dei Marillion (e per vecchi intendo anche le recenti dubbie uscite), da quelli che usciranno da ora in poi. Radiaton è il decimo album del quintetto di Aylesbury, un traguardo che solamente le grandi band riescono a raggiungere, quindi hanno ben pensato che il decimo album doveva essere quello della definitiva svolta, il primo del nuovo corso. In Radiaton scompaiono definitivamente gli assolo di rara bellezza che sovente ci hanno fatto venire la pelle d'oca, gli arpeggi carichi di effetti, le avvolgenti atmosfere di tastiera, i pianoforte da brividi, le ritmiche complicate. Rothery sembra un lontano parente di quello ammirato in Script e Fugazi, è in continua evoluzione, in cerca di nuove sonorità e si affaccia verso nuovi stili. Mark Kelly non è più la colonna portante di un tempo, svolge un ruolo di riempimento, sperimentando nuove acide sonorità con il sintetizzatore. Mosley sembra inizi a sentire il peso dell'età, o forse semplicemente la nuova dimensione intrapresa non necessita di ritmiche complicate, corse sui tom e dure battaglie con i piatti. Di conseguenza anche il compagno di sezione ritmica risulta meno appariscente, anche se devo dire è quello che affronta nel migliore dei modi il cambio di rotta. La figura che trae vantaggio dal definitivo allontanamento delle romantiche sonorità dei primi anni ottanta è Steve Hogarth, ormai amalgamato perfettamente con il resto della band, pronto a raccogliere il posto vacante di leader lasciato dall'icona Fish. Ma non spaventatevi, Radiation non è un album da buttare, anzi tutt'altro. E' sicuramente un album difficile da immagazzinare, da ascoltare con estrema attenzione cancellando il simpatico giullare dalla nostra mente. A differenza degli album successivi al capolavoro Brave, le sperimentali nuove sonorità che affronteremo ascoltando Radiaton risulteranno molto più sensate e comprensibili, rispetto, per fare un esempio, all'orrenda Hope for the Future o all'improbabile Cannibal Surf Babe. In maniera particolare la composizione dell'intero album segue un filo logico conduttore, cercando di rientrare all'interno di parametri ben delineati fatta eccezione di una dubbia escursione nel blues. Continua il rapporto con la Castle Communications , dimostratasi assai meno invadente della major EMI. I Marillion portano avanti l'idea di auto produzione, convinti delle loro idee, stavolta cooperando però con il carneade Stewart Every, assistente ed ingegnere del suono presso i Racket Club Studio, nonché esperto tecnico delle tastiere. La curiosità di sentire come suona l'album della svolta definitiva per i nostri amati Marillion è forte, ergo premiamo il tasto play ed imbocchiamo la nuova strada intrapresa dalla band albionica.

Costa del Slough

 I Marillion ci sorprendono subito con una breve ed inusuale introduzione, Costa del Slough (Costa del cambiare pelle, squamarsi), dove il cambio di pelle non è solamente  la nuova muta indossata dalla band, ma è dovuta al buco dell'ozono che non riesce a frenare i roventi raggi solari carichi di radiazioni, che come dice ironicamente il buon Steve Hogarth, trasformeranno l'Inghilterra in un paese dal clima tropicale, rendendo giustizia agli inglesi, da sempre tediati da nebbia e pioggia, al contrario dei fortunati abitanti che vivono nei paesi tropicali, che possono godersi il sole per tutto l'anno e comunque. Scherza il simpatico Hogarth, non è un problema avere un numero dispari di melanoma. Dopo circa 30 secondi caratterizzati da cori in lontananza e un caotico rumore, inizia un simpatico duetto fra una calda chitarra dal sapore country e la voce filtrata di Hogarth, dai sentori anni cinquanta. Dopo questa scherzosa introduzione i Marillion decidon di fare sul serio e ci attaccano con Under the Sun (Sotto al Sole), che si apre con un organo Hammond immediatamente sopraffatto da un'acida chitarra distorta. Nella ritmica frastagliata emerge un martellante giro di basso, mentre la chitarra gracchia in sottofondo, il cantato di Hogarth è piuttosto aggressivo. Una spaziale tastiera spicca nell'ammaliante e breve ritornello, la linea vocale nella sua semplicità riesce a catturarci immediatamente, gli accordi distorti vengono rafforzati da un martellante basso. E' il turno di un breve interludio strumentale dove Rothery armato di un'acida chitarra elettrica duella con Mark Kelly, che per tenere testa allo sfidante, rispolvera un nostalgico organo Hammond dalle sporche sonorità. Ritorna la strofa, stavolta il gracchiare della chitarra viene sostituito con potenti accordi che ci graffiano prepotentemente. Hogarth ci propone nuovamente l'azzeccato ritornello, prima dell'assolo di chitarra molto acido, di forte matrice rock anni settanta, accompagnato dalle sporche sonorità dell'Hammond. La ritmica è ricca di contro tempi, ed il basso continua l'opera di martellamento ai nostri timpani. Dopo lo splendida conclusione dell'assolo, Rothery rimane solitario per alcune battute con l'acido riff di apertura, successivamente entrano Trewavas, orfano della batteria e Hogarth che canta per l'ultima volta la strofa, prima di riproporci ad oltranza il ritornello, conscio che la melodia della linea vocale funziona eccome. Nella parte finale, in sottofondo, Rothery ci propone delle interessanti parti soliste che vanno lentamente a sfumare assieme al ritornello. Come si evince dal titolo, Hogarth è ben lieto di crogiolarsi sotto i caldi raggi della stella madre, cercando con ironia di trovare un lato positivo al buco nell'ozono, che con il passare del tempo affievolisce il filtro lasciando passare pericolose radiazioni. C'era una volta un'Inghilterra piovosa, dal clima grigio e triste, ma ora non più, il Sole splende nei cieli del Regno Unito tutti i giorni, e gli inglesi possono sdraiarsi sotto al medesimo. Il ghiaccio polare si sta sciogliendo, che male c'è, andremo al mare al Polo Nord, dice con ironia il simpatico Steve Hogarth. Il livello del mare aumenta, arriva fino alla strada, ma noi stiamo sotto al sole. Sotto al Sole ci divertiamo, ci spogliamo, e dopo questa frase possiamo sentire il divertente Pete Trewavas che dice: "Grazie a Dio non lo facciamo sul palco, eh?" Mentre il buon Rothery risponde: "Buona sera Amsterdam".

The Answering Machine

La traccia successiva intitolata The Answering Machine (La Segreteria Telefonica), è indubbiamente la più sperimentale dell'intero album. Veniamo immediatamente aggrediti da un marasma di suoni elettronici che ci stordiscono oltre che a sorprenderci. Nella babelica e acida miscela sonora, riesce ad emergere una funambolica tastiera, mentre Mosley si abbatte con furia sul rullante, chitarra e basso vanno all'unisono incrementando la caotica atmosfera. La voce di Hogarth è effettata e sembra provenire proprio da una segreteria telefonica, la linea vocale è una sorta di aggressiva cantilena che ricorda quelle dei vecchi gruppi punk inglesi. Mark Kelly ci stordisce con effetti di tastiera spaziali che si insinuano nel nostro cervello, non si riesce ad individuare un vero e proprio ritornello nella struttura. Dopo qualche strofa cantata il caos sonoro aumenta, ci risulta difficile distinguere i singoli strumenti. Al minuto 01:37 la babilonia sonora si ferma per tre secondi, lasciando il campo al solo Hogarth. Stavolta con la voce al naturale, riesce ad augurare velocemente la buonanotte, inseguito da un velocissimo arpeggio acustico; il giochino si ripete qualche istante più avanti, dopo il quale rimane un acidissimo strumming distorto imitato successivamente dalla tastiera, mentre la sezione ritmica colpisce con rullate stoppate. Ritornano le strofe, satura di suoni lisergici, l'insana linea vocale alla lunga risulta ossessiva e viene interrotta da un alienante assolo di tastiera, con folli suoni che prima di adesso non erano mai usciti da le tastiere di Mr. Kelly e che sembrano provenire da un altro mondo. L'effetto con cui si chiude il brano è talmente disturbato e fastidioso che ci esorta a passare velocemente alla traccia successiva. Se la musica è malata, le liriche non sono da meno. Hogart è volato lontano mille miglia per raggiungere una sua vecchia fiamma. Il tiepido sole primaverile si riflette negli specchi d'acqua, la primavera ha nuovamente colorato di verde i parchi. La sua missione è rimettere in piedi un sogno, durante il viaggio le sue parole sono state assorbite dalla segreteria telefonica. Lei è fredda, una statua che spezza il cuore, i suoi occhi sono specchi a prova di proiettile, le parole vengono inghiottite dalla segreteria telefonica. Lei non va bene per lui e lui non va bene per lei, se mai dovesse chiamarla, meglio non alzare il ricevitore, lui va molto d'accordo con la segreteria telefonica, che lo ascolta e non lo contraddice mai, lui è un amico della segreteria telefonica. Ci alcune  righe inquietanti, alle quali sinceramente non riesco a dare una spiegazione logica, "the bugs don't bite, the bugs don't bite, the bugs bite (gli insetti non mordono, gli insetti non mordono, gli insetti mordono)", (Molto probabilmente questa è una pura licenza poetica, se poi qualcuno è ispirato e sa dare un senso alle malate frasi è ben accetto! Ndr). Un brano sperimentale e molto aggressivo, che ci stordisce con lisergiche sonorità elettroniche fino ad oggi sconosciute ai Marillion, un brano insolito che comunque riesce a farsi apprezzare. 

Three Minute Boy

Per fortuna la traccia numero 4, Three Minute Boy (Il ragazzo da tre minuti), ci toglie di dosso le scorie lisergiche che ci hanno investito con The Answering Machine, avvolgendoci con una triste atmosfera grazie al duetto iniziale fra la passionale voce di Hogarth ed il malinconico pianoforte di Mark Kelly. Dopo un ammaliante "la la la la" con cui viene chiusa la prima strofa entrano tutti in gioco. La sezione ritmica esegue un classico 4/4 da lento strappalacrime, suonato con grazia senza risultare invadente. Uno struggente pad di archi si aggiunge al pianoforte, la chitarra per ora rimane in disparte. Il ritornello cresce leggermente, ora è un triste organo che accompagna il pianoforte, la ritmica con molta delicatezza cerca di dare un po' di brio, la linea vocale è molto aperta e ci trasporta piacevolmente verso la terza strofa, dove entra finalmente Steve Rothery  con una chitarra acustica che riprende la linea melodica del pianoforte. Il successivo ritornello è arricchito da una bellissima linea di contro canti. Al minuto 02:36 una acida chitarra elettrica squarcia improvvisamente la quiete che ha caratterizzato il brano fino ad ora, dopo un paio di riff viene accompagnata da un martellante pianoforte, mentre un sognante "Yeah Yeah Ooo" apre i cancelli alla sezione ritmica e a Mark Kelly, che ci avvolge con un pad spaziale; Rothery ritorna  sulla chitarra acustica durante questo trascinante interludio, che precede un rockeggiante assolo di chitarra, il quale  si protrae sui ritornelli successivi ricamando la linea vocale di Hogarth, accompagnata nell'occasione da coinvolgenti controcanti che ci invitano a prendere parte al coro. Il finale anthemico è molto trascinante e perdura per ben oltre tre minuti, fino a sfumare lentamente lasciando il campo ad un fastidioso chiacchiericcio accompagnato da un anacronistico giro di contrabbasso. La canzone è un chiaro omaggio ai Beatles, il protagonista è un ragazzo da tre minuti, che con semplici canzoni dalla breve durata di tre minuti e poche parole di sesso e droga, è riuscito a conquistare il mondo. Quando era giovane vedeva le cose belle accadere agli altri, ora grazie ad una canzone di tre minuti si trova al centro del mondo, inseguito da orde di fans urlanti, proprio come Elvis ed i Beatles. Scrisse per gioco una canzone da tre minuti, ora quelle poche note riecheggiano in tutto il Globo, da Tokyo a Timbuctu. In molti chiamano i figli con il suo nome, riesce a sposarsi con una bellissima attrice, ora è un milionario da tre minuti, in giro per il Mondo, accerchiato da belle ragazze che lo desiderano, troppe. Ora il ragazzo è di nuovo qui, con i suoi amici da tre minuti, i suoi soldi sono finiti, senza sapere come, la sua ragazza se ne è andata con la Jaguar, è tornata da mamma e papà. Un' improvviso sparo pone fine alla spensierata vita del ragazzo da tre minuti. La sua ex ha un nuovo compagno, e guarda caso è un nuovo Three Minute Boy. Sicuramente è il miglior brano ascoltato fino ad adesso, il trascinante finale da brividi ci cattura prepotentemente, grazie ai bellissimi cori e alla babele di suoni che si attorcigliano fra di loro.; in origine Three Minute Boy era stata scelta come primo singolo, ma all'ultimo momento ci fu un cambio di direzione, forse a causa dell'eccessiva durata. 

Now She'll Never Work

Le prime note della chitarra acustica con cui si apre Now She'll Never Work (Adesso Lei Non Lo Saprà Mai) ci riportano alle oscure atmosfere dei Porcupine Tree. Il triste strumming acustico ci cattura immediatamente e si sposa alla perfezione con la struggente linea vocale dell'ottimo Steve Hogarth. Mark Kelly sottolinea i passaggi salienti con malinconici pad di archi. Il duetto fra voce e chitarra si protrae fino al minuto 01:47, dove entrano dei sognanti flauti sintetizzati, Hogarth sfiora il falsetto nella triste linea vocale, mentre profonde note di basso riprendono gli accordi della chitarra acustica, rimbombando nelle nostre orecchie. Un oscuro oboe si sostituisce a flauti, incupendo ancor di più la triste atmosfera in un breve interludio dove emerge un bellissimo e ricercato syhth. Il ritorno dei flauti è accompagnato dall'ingresso in scena di Ian Mosley, con un delicato tempo raffinato che non disturba affatto la quiete creata, la chitarra si fa trascinare dalla ritmica e raddoppia le battute, mentre nel finale rimane solitaria come nell'introduzione. Durante le silenziose pause successive ad un litigio di coppia, un riflessivo Hogarth cerca di dare una spiegazione a ciò che ha portato la sua mente cieca al litigio. Dopo essere stato mandato caldamente all'Inferno ora si trova a leccarsi le ferite, sa che la colpa è solo sua. Le verità della casa distruggono la medesima, che ora è in vendita. Adesso lei non saprà mai quello che chiunque può dire e vedere, adesso lei non gli crederà mai più. Adesso lei non saprà mai, e neppure potrà sognare quanto lei sia importante per me, conclude con molto rammarico Hogarth. Una triste ballata ricca di pathos, avvolgente e rilassante. La bellissima linea vocale, la melodica progressione degli accordi della chitarra e gli arrangiamenti di tastiera, riescono a nascondere la monotonia della struttura, rendendo il brano molto piacevole, anche se distante anni luce dalle vecchie ballate marilliche.

These Chain

 Siamo giunti alla traccia numero sei, These Chain (Queste catene), primo ed unico singolo estratto dall'album. Il brano si apre con un divertente ed enigmatico synth, che ci  ricorda un cartoon per bambini. Successivamente si aggiunge uno spaziale tappeto di tastiera, che accompagna Hogarth nella prima strofa. Il primo ritornello sembra provenire da un'altra dimensione, il pianoforte è sporcato dagli effetti, la voce piena di reverbero ci risulta in lontananza. La strofa successiva vede l'entrata in scena di tutti gli strumenti, la chitarra acustica riprende gli accordi del pianoforte, la ritmica è un classico 4/4 di media andatura. Nel bridge il basso inizia a pompare ed invita la batteria ad incrementare il ritmo, le tastiere accentuano il crescendo aprendo i cancelli al ritornello, dove emerge un sognante tema di violini, il basso ricama con una ragnatela di scale, la linea vocale è ammaliante, la chitarra acustica rafforza gli accordi del pad di tastiera. Successivamente rimane solo Mark Kelly, con uno strano interludio che lo vede protagonista assoluto con synth e tastiera. Una potente rullata emerge dal silenzio annunciando l'assolo di Mr. Rothery pieno di grinta, rafforzato da un pad di organo e ricamato dal pianoforte. La ritmica si mantiene sulla falsa riga della strofa. Il successivo ritornello vede nella prima parte protagonisti solo l'orchestra di Mark Kelly e Steve Hogarth, mentre il resto della banda entra successivamente. Nel finale evocativo, una cavalcata del basso e il bellissimo tema orchestrale del ritornello trascinano uno Steve Hogarth in splendida forma che esplode con epici gorgheggi. Nelle liriche si illustra una vita andata brutalmente a rotoli, la rottura con la moglie, la perdita dei soldi e degli amici, le notti passate in bianco contemplando di ripartire da zero. Ora il protagonista si trova incatenato all'interno di una gabbia che gli impedisce di ricominciare da capo: sono le quattro del mattino, completamente alienato decide di uscire con l'auto, senza meta, senza sapere se è ancora vivo. L'alba stava nascendo, e con lei un nuovo giorno, la luce rossa che si espande all'orizzonte apre gli occhi al triste personaggio, scopre che la gabbia non è mai stata chiusa a chiave, è un uomo libero che ha paura di esserlo, scegliendo di rimanere legato alle catene che lo fanno sentire al sicuro. La gabbia è stata costruita su misura per lui, lì dentro si sente al sicuro, ha paura di rompere le catene ed affrontare una nuova storia, preferisce rimanere chiuso in se stesso, forse morirà senza sapere com'è al di fuori della gabbia. These Chains risulta un brano piacevole a cui manca veramente poco per decollare, di facile ascolto, con un ritornello che si insinua immediatamente nel nostro cervello, dove vengono a galla le influenze delle sporche sonorità dei Radiohead.

Born to Run

Non ci facciamo ingannare dal titolo, Born to Run (Nato per correre) è un blues lento e melenso, dalla calde sonorità degli anni sessanta. Il lentissimo 4/4 della batteria risulta assai tedioso, con un colpo di rullante ogni quattro secondi. Già meglio il compendio di sezione ritmica, che riesce ad emergere con graffianti scale fra una battuta di rullante e l'altra. Mark Kelly si limita ad un continuo pad di organo che ci riporta assai indietro nel tempo, mentre Steve Rothery esegue preziosi ricami di forte matrice blues che alla lunga "sdubbiano". Pesa come un macigno la mancanza di un ritornello aperto, che spezzi la monotonia della prolissa strofa, dove stranamente non riesce ad emergere neanche il buon Hogarth, interpretando il brano con una lagnosa linea vocale. A fatica arriviamo all'assolo, che non poteva che essere di forte ispirazione blues, di quelli che dopo due note sai già come vanno a finire, eseguito sempre sulla monotona ritmica della strofa. Ritorna la nauseante strofa, dove stavolta Rothery alterna i ricami blueseggianti con il classico gracchio in controtempo all'unisono con il rullante. Nelle liriche Hogarth sottolinea il triste stile di vita della gente del nord, tristezza che echeggia nel grigio silenzio dei freddi luoghi. Le menti ben vestite sono spesso sull'orlo del suicidio, bevendo fino all'eccesso tentando di dimenticare quello che non è mai accaduto, mentre la frequente pioggia tenta di slavare il grigio ardesia caratteristico delle fredde terre nordiche. Mentre più a sud, eccolo, un personaggio nato per correre, spensierato e senza una fissa dimora, che vive giorno per giorno facendo il possibile, si nutre  di solo amore assieme alla compagna, impossibilitati di fuggire da loro stessi. E' la seconda volta che il quintetto di Aylesbury si cimenta nello sperimentare sonorità blues, sonorità che stanno ai Marillion come il cavolo a merenda, ottenendo pessimi risultati e brani inutili, che dopo mezzo ascolto finiscono tristemente nel dimenticatoio. Per di più stavolta il brano è anche in oltremodo molto prolisso, forse se invece di superare la durata di cinque minuti si fosse limitato ai famosi tre minuti menzionati nella traccia numero quattro, avrebbe avuto un' altro effetto, forse. E' fin troppo lampante che il blues non si addice ai Marillion e spero vivamente che questa sia l'ultima volta che tentano di cimentarsi con certe sonorità. Se dopo due minuti vi siete stufati vi autorizzo vivamente a passare alla traccia successiva, tanto non vi perdereste nulla di diverso da quello già sentito. 

Cathedral Wall

 Per fortuna un travolgente sintetizzatore squarcia come un fulmine la monotonia del brano precedente: con Cathedral Wall (Il Muro Della Cattedrale), vengono prepotentemente a galla le influenze dei Radiohead e dei Porcupin Tree, mixate sapientemente a quel poco di progressive che ancora aleggia nell'anima di Mark Kelly e compagni. Come anticipato siamo investiti da un sintetizzatore spaziale, rafforzato da potenti accordi distorti, la batteria esegue una serie di rullate che sembrano inseguire il riff del synth. La strofa è caratterizzata da un dialogo tra un riff distorto dai sentori psichedelici ed un enigmatico arpeggio di Wilsoniane memorie, entrambi accompagnati all'unisono dal basso. La batteria mantiene un ritmo volutamente ossessivo che non guasta. Un inquietante Hogarth quasi sussurra la strofa, mentre un lisergico eco lo segue con qualche istante di ritardo. Il ritornello è letteralmente esplosivo, un delirio onirico. Un coinvolgente coro riesce ad emergere sui potenti accordi di chitarra distorta, che procede all'unisono con la tastiera, la batteria si fa più potente, Trewavas ci pugnala con pungenti scale eseguite sotto il dodicesimo capotasto. Ritorna la bellissima ed inquietante strofa dai sentori psichedelici, dopo di che siamo nuovamente travolti dal folle e visionario ritornello, che stavolta si conclude con un organo in dissolvenza. Ritorna il sintetizzatore spaziale dell'introduzione, che successivamente lascia il campo ad un solitario strumming leggermente sporcato, iniziano ad echeggiare dei flauti che ci ricordano le antiche tribù pellerossa del Nord America, alternati ad effetti lisergici di tastiera, compare anche il rumore dell'acqua che cade, un inedito Steve Hogarth sembra delirare in questo bellissimo interludio dalle oscure atmosfere. Una rullata in crescendo annuncia dei potenti accordi distorti, riparte la ritmica, sulla quale emerge un assolo di organo, con il passare dei secondi il caos di suoni si fa sempre più devastante, il basso ossessivo ci lacera lo stomaco, un grido pieno di follia anticipa il caotico finale dove in un paio di secondi vengono risucchiati tutti gli strumenti. Dal silenzio emerge un pianoforte sporco e con la voce filtrata, Hogarth va a concludere riprendendo il ritornello di These Chains.  Le liriche sono una sorta di commovente preghiera dedicata a tutti quei bambini che nel corso della storia sono stati abbandonati presso le cattedrali dai propri deplorevoli genitori, perché frutti indesiderati della vita o di un amore segreto. Il Muro della Cattedrale è il compagno con cui i poveri bambini abbandonati passano le notti, raggomitolati su se stessi, in una protettiva posizione fetale in cerca del calore materno che ingiustamente gli è stato tolto. Una volta addormentati al cospetto delle fredde mura della cattedrale, riusciranno a dimenticare i problemi per qualche ora, la Cattedrale è una madre per i vivi ed una madre per i morti. Durante le fredde notti cercano di ritrovare l'amore materno, l'amore verso una madre non scompare, rimane, l'amore verso una madre che non riconosceranno mai più. Cathedral Wall è senza ombra di dubbio il miglior brano dell'album, aggressivo, acido, psichedelico e progressive alla sua maniera, sarò nostalgico, ma quando i Marillion tirano fuori la vena progressive che alberga in loro, danno veramente il meglio.

A Few Words for the Dead

Dopo questo attacco sonoro siamo giunti all'ultima traccia dell'album, A Few Words for the Dead (Qualche Parola Per i Defunti): il brano inizia con una cupa e triste tastiera, che emerge fra lo scrosciare di una insistente pioggia, in sottofondo la cassa batte i colpi imitando i battiti del cuore. Altri alienanti effetti di tastiera emergono, mentre Hogarth recita un significativo sermone: "The songs and the music that i portray comes from the heart, and comes from themind. That makes it... that makes me feel that i am delivering the right information" (Le canzoni e la musica che ho ritratto vengono dal cuore e dalla testa. Questo fa che ? questo mi fa provare la sensazione di star fornendo la giusta informazione), in queste parole è racchiusa tutta la voglia di sperimentare nuove sonorità da parte dei Marillion. Percussioni tribali, inquietanti effetti sonori e magici flauti ci trasportano lontano, si ha la sensazione di essere nel bel mezzo della umida Foresta Amazzonica. Hogarth inizia a recitare alcune strofe, mentre Steve Rothery detta un lontano riff di chitarra che si insinua lentamente nel nostro cervello con la sua ridondanza. Gli effetti sonori aumentano, siamo immersi un ambiente misterioso; alla quarta strofa entrano ulteriori percussioni, il brano sembra finalmente esplodere, ma uno spaziale sintetizzatore ci riporta nel magico limbo dove pullulano mille effetti sonori. Minuto 06:16, il ridondante riff di chitarra viene abbandonato dallo sciame sonoro per circa otto secondi, poi finalmente il brano esplode, guidato da Hogarth, la beata linea vocale ci va volare a bordo di un immaginario tappeto sonoro dove emergono le tastiere di Mr. Kelly, entra in gioco anche la premiata ditta Mosley & Trewavas, con un tempo semplice, ma trascinante. Una acida chitarra predomina per qualche secondo, inseguita da un martellante basso. Dopo il breve interludio lisergico ritorna Hogarth, trascinato dalla sezione ritmica e dalle tastiere, la linea vocale esplode aiutata dai sintetizzatori, il brano assume una trascinante atmosfera evocativa che molto lentamente va a sfumare, lasciando le tastiere in evidenza prima di evaporare definitivamente al minuto 10:31. Le liriche sono molto frammentate ed alienanti, sembrano uscite da una mente in preda al delirio:  fanno trasparire l'odio verso i guerrafondai da parte della band albionica; sin dai lontani tempi di Fish, i Marillion hanno sempre ostentato il loro forte disprezzo verso le guerre ed i conflitti religiosi. Stavolta a finire nel centro del mirino sono coloro che, assetati di vendetta, si nutrono di odio e guerra, tramandando i loro meri valori alle generazioni future, mettendo le armi in mano a innocenti bambini, spesso per rivendicare atavici torti, tema (purtroppo) fortemente attuale. Con una sorta di mantra dai sentori hippie, vengono esortati a riversare nell'amore tutte le energie che di solito sprecano nella guerra. Perché sprecare la propria vita nel nome di qualcosa che già abbiamo? Molto meglio amare. Indirettamente fra le righe si apprende il senso del titolo, bisogna spendere qualche parola per tutti coloro che hanno assurdamente perso la vita nei conflitti. Analizzando il sermone iniziale, si evince che i Marillion sono decisi e motivati a portare avanti il loro progetto musicale e i loro ideali, cercando di comunicarceli attraverso la musica, e per entrambe le cose vanno solo che apprezzati. Questo brano, molto sperimentale, riesce a catturarci nonostante la prolissa introduzione.

Conclusioni

Radiation è un album controverso, sicuramente ha bisogno di più di un semplice e superficiale ascolto, va analizzato profondamente e con attenzione, prestando l'orecchio alle nuove sonorità che la band albionica sta sperimentando, abbandonando quasi definitivamente le avvolgenti atmosfere degli anni ottanta. Sicuramente con Radiation i Marillion hanno dato la definitiva svolta alla loro mutazione musicale, dichiarando apertamente che da ora in poi queste saranno le loro principali sonorità. Nel disco possiamo trovare brani che sono si orecchiabili, ma ben lontani dal banale AOR del recente passato, ma anche brani dove la sperimentazione sonora imperversa prepotentemente. Purtroppo per le nostre orecchie, Mark Kelly è sempre più lontano dalle atmosfere sognanti e i passionali pianoforti di un tempo che fu, ora il suo stile è in continua evoluzione, in cerca di nuove sonorità sperimentali, usando molto di più il sintetizzatore che la tastiera o il pianoforte, l'esempio lampante è la conclusiva A Few Words For The Dead, con i suoi sei minuti iniziale di puro crossover ambient tribale. Si sta evolvendo anche Steve Rothery, i melodici assolo di un tempo e gli arpeggi flangerati sono ormai un ricordo, ora prevalgono acide sonorità distorte e chitarre acustiche, mentre gli assolo sono sempre più sovente di matrice rock e psichedelica. Il cambio di rotta ha inevitabilmente limitato anche le scorribande ritmiche della premiata ditta Mosley & Trewavas. In continuo miglioramento è Steve Hogarth, sempre più leader della band, che amplia i già non pochi stili di canto e matura molto anche sotto il profilo della composizione, sorprendendoci a volte con inquietanti interpretazioni e liriche alienate. Fatta eccezione del melenso blues Born To Run, che proprio non riesco a digerire, apprezzo molto le nuove sperimentazioni sonore della band, specie se amalgamate alla perfezione con la flebile vena progressive che timidamente a volte si riaffaccia, come nel caso della bellissima Cathedral Wall, il miglior brano del "dopo Brave", assieme alla suite This Strange Engine. Radiation è venuto alla luce del Sole il 21 Settembre del 1998, registrato presso i Racket Club in Buckinghamshire, fra il Novembre 1997 ed il Giugno 1998.  I Marillion hanno continuato la strada intrapresa con il precedente album, auto producendo il platter e avvalendosi della collaborazione di Stewart Every, la label è nuovamente la Castle Communications. Le liriche sono state partorite tutte dalla mente di Steve Hogarth, che si è cimentato anche al piano e alle percussioni. Le musiche e gli arrangiamenti sono opera dei Marillion in toto. I cori addizionali presenti sulla traccia Three Minute Boy sono stati eseguiti da Jo Rothery e Viki Price; come da un po' di tempo a questa parte l'artwork è stato affidato al Bill Smith Studio, le foto sono state realizzate dal duo Carl Glover - Niels Van Iperen. Nel front,  in riva al mare,  troviamo un inquietante personaggio con indosso una lunga tunica nera, mentre impugna una luminescente fiaccola infuocata che ne nasconde il volto, a simboleggiare che l'aumentare del calore e delle radiazioni solari è colpa dell'uomo. A sottolineare il prestigioso traguardo del decimo album, nel logo e nel titolo, di colore nero, le lettere "io" sono state sostituite con il numero 10, di color arancione, anche se sul numero 1 è presente ugualmente il caratteristico puntino della lettera "i". Nel back l'azzurro mare è in forte contrasto con un cielo giallo limone. Tirando le somme, Radiaton non è un album di progressive rock, ma è sicuramente l'album più interessante e maturo fra quelli pubblicati dopo Brave, di conseguenza mi sento in dovere di premiare con una buona valutazione finale la volontà della band di cimentarsi, molto coraggiosamente, con nuove sonorità, proprio in concomitanza con il prestigioso traguardo dell'album numero 10, ottenendo comunque buoni risultati.

1) Costa del Slough
2) The Answering Machine
3) Three Minute Boy
4) Now She'll Never Work
5) These Chain
6) Born to Run
7) Cathedral Wall
8) A Few Words for the Dead
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