MARILLION

Marillion.com

1999 - Intact Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI
17/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Siamo nel 1999, l'alba del nuovo millennio è alle porte, il "Millennium Bug" terrorizza buona parte della popolazione terrestre, ma non i Marillion, che decidono di affidarsi ad Internet per sopperire alla sostenuta promozione della major Emi che è venuta a mancare da qualche anno a questa parte, da quando cioè è terminato il contratto ed i nostri sono sotto una piccola etichetta come la Castle Communications, che di certo non può avvicinarsi neanche minimamente alle pompose produzioni del gigante EMI. Il titolo del nuovo album, marillion.com, è un chiaro riferimento pubblicitario al loro nuovissimo sito internet ufficiale, dove possono interagire con i fans, rispondendo alle loro domande e coinvolgendoli direttamente nei loro progetti. Tramite il sito sono in grado di vendere direttamente i loro CD, e possono bypassare la promozione che un tempo veniva fornita dalle radio e dalla casa discografica. Con un sito tutto loro, altamente professionale, sono in grado di controllare quasi totalmente la loro musica, risparmiando anche molti soldi, che spesso scomparivano misteriosamente nelle oscure vie della produzione senza lasciare traccia. Ma veniamo all'album, che in linea di massima segue la strada intrapresa con il precedente Radiation; infatti  in una vecchia intervista, il valente Pete Trewavas ha dichiarato che le canzoni di Radiation e marillion.Com sono state composte nello stesso periodo, successivamente sono state divise in due ben distinte liste, per esempio i brani Interior Lulu e Tumble Down The Years in origine erano stati scelti per l'album Radiation, ma poi la band non era soddisfatta del prodotto finale ritenendole incomplete e ha deciso di inserirle nella lista di canzoni per l'album successivo, potendo così avere il modo di lavorarci ancora fino ad ottenere i prodotti finali  che fra un po' andremo ad analizzare. La mano del geniale Steve Wilson, anima dei Porcupine Tree, sotto le vesti di co-produttore e tecnico del suono, predomina, con le oscure atmosfere e acidi suoni, spingendo i Marillion sempre più lontani dai fasti del giullare, anche se un barlume di progressive lo troviamo nella bellissima suite Interior Lulu. In marillion.com troveremo tre-quattro brani molto orecchiabili, per fortuna distanti anni luce dal pomposo e banale AOR sentito in Holidays in Eden, ma alla stessa maniera distanti dai capolavori del passato remoto. Questi brani però sapranno catturarci, grazie alle ammalianti linee vocali di un Hogarth sempre più in forma ed in evidenza. Enfatizzato dalla nuova tecnologia, Mark Kelly abbandona le vecchie tastiere per creare nuovi suoni al computer e al sintetizzatore. Gli assolo da brividi di Steve Rothery sono ormai una chimera. Continua la  regressione del buon vecchio Ian Mosley, mentre il fedele Trewavas pare essere quello che è riuscito a calarsi meglio di tutti nella nuova dimensione Marillica. Omettendo la caratteristica e bellissima voce di Hogarth, ascoltando frammenti di canzoni di questo album, quello dei Marillion sarebbe l'ultimo nome pronunciato tentando di indovinare l'autore della canzone. Stavolta più che mai i cinque di Aylesbury sono riusciti ad allontanarsi dal progressive anni ottanta, facendolo però con grande classe e raffinatezza. Cambio di rotta anche per le liriche, che per quasi tutto l'album emanano positività da tutti i pori. Non c'è pace per il quintetto albionico, agli esordi venivano criticati perché erano troppo simili ai Genesis (affermazione che non ho mai condiviso, NDR), poi perché erano i Marillion, ora vengono criticati perché non sembrano più i Marillion, a me sinceramente sono sempre piaciuti e continueranno a piacermi, ovviamente come tutte le band del Mondo, in oltre trenta anni di storia qualche passo falso lo hanno commesso, ma devo sottolineare che anche nel peggiore album possiamo trovare qualcosa di positivo che rivendica i soldi spesi.

A Legacy

Ad aprire le danze è A Legacy (Un'Eredità), iniziata da Steve Hogarth, immediatamente accompagnato da un avvolgente mix di effetti con il sintetizzatore. Dopo un paio di strofe improvvisamente entrano in gioco tutti, la ritmica è un classico 4/4 con un basso martellante, che alterna scale ad un profondo glissato a chiusura di ogni giro, mentre una graffiante chitarra va all'unisono con l'organo;  quello che cattura però è la linea vocale, un botta e risposta fra le strofe cantate con voce effettata a cui risponde un ammaliante coro "I Will Leave You" (Ti Lascerò). Successivamente un intermezzo strumentale con una inconsueta chitarra distorta in evidenza ne anticipa un secondo, dove Hogarth duetta a suon di "do do do" con il sintetizzatore di Mr. Kelly. Ritorna la strofa, ripetuta due volte, prima di un nuovo interludio dai sentori funky anni settanta, nella prima parte strumentale troviamo la chitarra in evidenza, poi subentrano Hogart ed un organo che ci riporta indietro di qualche anno. Si cambia di nuovo, questa parte è molto energica con un continuo accavallarsi fra gli assolo di Steve Rothery, i gorgheggi dell'omonimo Hogarth e l'organo di Mark Kelly. Il caotico crescendo degli strumenti sembra volgere all'epilogo, ma al minuto 05:01 sbuca dal silenzio una bellissima chitarra acustica, dai sentori barocchi, Hogarth, con una interessante modifica alla linea vocale, recita le strofe accompagnato dal delizioso arpeggio, che lentamente va a concludere. Nella scrittura delle liriche compare nuovamente John Helmer, che ha partorito da solo le righe di A Legacy, dove descrive le spiacevoli gelosie che si manifestano di fronte ad un eredità, situazione che lo ha visto coinvolto in prima persona. Non sempre le eredità lasciano beni e danari, ma spesso lasciano debiti, problemi irrisolti che ci tormenteranno per molte notti. Con l'addio alla vita terrena rimarranno per sempre con gli eredi misteri, segreti, promesse non mantenute, le vergogne del giovane e l'orgoglio del vecchio. Ergo è meglio per tutti che colui che rilascia l'eredità viva più a lungo possibile. Siamo di fonte ad un brano dalle forti sonorità anni settanta, che grazie alla geniale linea vocale riesce a catturarci immediatamente.

Deserve

Veniamo alla traccia numero due, Deserve (Meritare): nemmeno un attimo di respiro e veniamo attaccati un insolito e travolgente sax, per l'occasione suonato da Ben Castle, accompagnato da una ritmica sostenuta, farcita da un piattello martellante, il basso è stoppato e segue come un ombra la gran cassa. La chitarra lancia accordi distorti che quasi coprono un solare arpeggio, Mark Kelly riempie con un alienante sintetizzatore. Dopo qualche strofa strumentale entra in scena Hogarth, la linea vocale funziona e ci ammalia immediatamente. Strumentalmente il ritornello ricalca la strofa, si percepisce una variazione della tonalità del cantato che dona un lieve distacco dalla medesima. Ritorna la trascinante linea vocale della strofa, seguita da un brevissimo intermezzo strumentale con la chitarra distorta in evidenza, poi una pungente scala di basso apre i cancelli al ritornello, che con un finale in crescendo spalanca le porte all'assolo di sax. Ancora il ritornello, che sale di un tono. Nel rocambolesco finale, dove raddoppiano i BPM della batteria, salgono in cattedra le squillanti trombe suonate da Neil Yates. Nelle liriche Hogarth scoraggia gli attacchi di gelosia che spesso la gente comune ha nei confronti delle star. Le star hanno i soldi, la fama, le belle ragazze, ma quasi sempre hanno anche delle doti che gli altri non hanno e che gli permettono di conquistare i lussi che sovente creano invidia. Le star come tutti hanno quello che si meritano, la fama, le pagine dei giornali, le gioie e i dolori, il sole e la pioggia. Hanno però anche lo stress, la tensione, la vita invasa dalla stampa, mille occhi curiosi che li spiano anche nei momenti più intimi, hanno i loro scheletri nell'armadio, ma tutti sono in grado di avere quello che vogliono, se ci credono e lottano onestamente per ottenerlo. Ognuno di noi sa quel che vuole e ciò che si merita. Per la prima volta i Marillion non hanno pubblicato un singolo ufficiale, né prima né dopo l'uscita dell'album, Il brano Deserve è stato inviato solo a scopo promozionale nelle radio del Regno Unito, essendo un brano molto orecchiabile e dalla canonica struttura strofa-ritornello-strofa- ritornello, comunque nonostante la sua semplicità riesce a farsi apprezzare e a colpirci al primo ascolto.

Go!

 Molto più particolare è la successiva Go! (Vai!), un brano di grande atmosfera, che ben poco ha di Marillion. Inizia con degli accordi pizzicati di basso, carichi di effetti, accompagnati da un lisergico sintetizzatore. Dopo qualche battuta entra anche Steve Rothery, che si sdoppia con la chitarra elettrica e quella acustica, inseguito dalla calda voce di Steve Hogarth. Di tanto in tanto Mark Kelly ricama la linea vocale alternando sperimentali suoni con il sintetizzatore. La batteria risulta assai piatta e lineare, mentre in sottofondo rimangono i ridondanti accordi iniziali, viene sovra inciso un basso che inizia a pompare un leggero crescendo che precede il ritornello, dove nella parte finale rimangono Mark Kelly con uno spaziale synth, e Hogarth con sognanti cori. Successivamente Rothery ci delizia con un inusuale tema dai sentori hawaiani, che poi si trasforma in vellutato assolo di chitarra,  il quale nella strofa va a ricamare la linea vocale che ricorda sempre di più i Beatles. Minuto 04:14 il brano tenta di decollare con un cambio leggermente più energico, seguito da un breve interludio strumentale dove emerge uno sporco organo graffiato dalle scale di basso. Ritorna la strofa, molto più brillante grazie ai cori che nel finale si intrecciano con i contro canti di Hogarth, sfumando molto dolcemente. Il testo è molto positivo, ci invita a cogliere l'attimo, a vivere al massimo la nostra vita, seguendo l'istinto, prendendo l'auto e dirigendosi verso il centro della città, quando il Mondo dorme tentando di distruggerlo, in maniera positiva ovviamente. Dobbiamo salire sul treno giusto, basta una frazione di secondo per capovolgere la vita. Dobbiamo credere in noi stessi, tentare di realizzare le scintille di luce che si accendono nella nostra mente ed essere sempre svegli sull'orlo del Mondo. Go! è un brano molto strano, alla fine risulta essere né carne né pesce, non è da buttare, ma nemmeno riesce a conquistarci, risulta comunque piacevole e rilassante.

Rich

L'introduzione della successiva Rich (Ricco), ci lascia presagire che siamo di fronte ad un altro brano molto orecchiabile, il pianoforte che emerge ci cattura immediatamente, imitato poi da Steve Hogarth con un "do do do do" che ci entra con estrema facilità nella mente. La spensierata ritmica viene rafforzata da uno squillante piattello e da un ritmico battito delle mani, gentilmente offerto da Andy Rotherham. La strofa ci sorprende con i suoi insoliti sentori reggae, il basso segue la cassa come un'ombra, il battito di mani va in contro tempo assieme alla gracchiante chitarra, mentre nella seconda parte della strofa Mr Kelly aggiunge un simpatico synth al pianoforte. Il bridge è in crescendo, aumentano i BPM per riallacciarsi splendidamente al ritornello, dove emerge Hogarth con una serie di negazioni cantate con molta aggressività, per poi chiudere con l'ammaliante serie di"do do do do"  sentiti durante l'introduzione. E' il turno dell'assolo di Mr Rothry, di forte matrice rock, seguito dal ritorno di strofa, bridge e ritornello per poi aprile i cancelli ad un lisergico finale, dove emerge Pete Trewavas con una infinità di scale che si intrecciano con acidi sintetizzatori e graffianti accordi di chitarra, mentre Hogarth va a concludere con importanti frasi riflessive. La ricchezza che intende il saggio Hogarth non sono i soldi, ma la ricchezza interiore, la forza dell'animo che ci aiuta a risollevarci nei momenti peggiori. Ognuno non vede le cose realmente, ma le vede secondo una propria ottica. Il coraggio aiuta gli audaci, cercare di evitare il pericolo non è poi così sicuro, spesso i paurosi cadono nelle grinfie del destino quanto gli spericolati. Per essere ricchi non occorrono i soldi, ma bisogna saper spendere se stessi nella maniera più appropriata, questo è essere ricchi. Gli errori sono fatti per essere rimediati e rafforzare la corazza che ci permette di andare avanti nel duro cammino della vita. Cadere non è fallire, si fallisce se non siamo capaci di risollevarsi. C'è sempre una possibilità che ci aspetta, basta saper spendere noi stessi in modo da diventare ricchi, basta sapere cogliere l'occasione al momento giusto e dare una sterzata alla nostra vita, basta crederci. Le liriche emanano positività da tutti i pori, la intelligente linea vocale del ritornello fa sì che la canzoni ci catturi immediatamente. Siamo nuovamente di fronte ad un brano molto orecchiabile che riesce a non cadere nel banale e che ad un primo ascolto rientra subito nelle migliori canzoni dell'album. Curiosamente Rich è stato scelto come singolo promozionale, via radio, per la sola nazione del Brasile.

Enlightened

Con la successiva Enlightened (Illuminato) siamo di nuovo avvolti dalle calde sonorità rock anni 70. Si inizia con un arpeggio effettato che sembra uscire dalle mani di Zakk Wylde del cupo Ozzmosis, anziché da quelle di Steve Rothery, a testimoniare i nuovi orizzonti esplorati dal valente Steve. L'arpeggio viene sapientemente ricamato dal pianoforte, Hogarth ci cattura con una melliflua linea vocale. Durante la strofa la voglia di riscoprire le calde sonorità degli anni 70 è molto forte. Il ritornello è aperto, un caldo strumming acustico si intreccia piacevolmente con il pianoforte e con l'organo, Mosley sembra molto più a suo agio con queste sonorità, riscoprendo le rullate e le terzine sui piatti, un marchio di fabbrica del nostro che sembra va fosse smarrito negli ultimi tempi. Ritorna l'avvolgente strofa e di nuovo il ritornello, dopo il quale entra in scena Mr. Rothery, con un bellissimo assolo che si mantiene in linea con le atmosfere anni settanta del brano, la sezione ritmica rivive i fasti di un tempo. Torna di nuovo il ritornello, per poi lasciare il campo ad un oscuro interludio che precede il finale, affidato ai lisergici sintetizzatori di Mr.Kelly. Continua la linea positiva nelle liriche, dove veniamo esortati a vivere al meglio la nostra vita, salendo in sella ad un fulmine e mettendosi continuamente in gioco, sopraffatti dalle scariche di adrenalina come quando cavalchiamo un onda con la tavola da surf, avvolti dalla magia e dall'energia. Siamo autorizzati a sognare ad occhi aperti, vivendo al massimo ogni istante della nostra vita. Vivendo positivamente anche chi sembrava nato per prendere e far danni riesce a guarire e a dare se stesso. Questo è sicuramente il miglior brano ascoltato fino ad ora, non ha niente di Marillion, ma stavolta i nostri hanno ottenuto il meglio esplorando nuove (a dire il vero vecchie?) sonorità, ritrovando anche una vena tecnico-virtuosa che si era affievolita.

Built - In Bastard Radar

Nella successiva Built - In Bastard Radar(Radar cerca-Bastardo Incorporato), si mantengono le sonorità anni settanta, strizzando l'occhio anche alle acide sonorità alternative di Seattle, ottenendo una perfetta miscela esplosiva. Si parte i quarta, con un funambolico assolo di chitarra accompagnato da uno sporco organo Hammond, la ritmica è trascinante, il giro di basso è molto articolato. Successivamente un duro e sporco riff di chitarra distorta duetta con l'organo Hammond, per poi lasciare il campo ad un breve arpeggio solitario. Siamo giunti al ritornello, dai sentori grunge, sia nella brillante linea vocale che nella ritmica. Ritorna la sporca chitarra della strofa, stavolta Hogarth la canta in maniera inconsueta per i suoi canoni. Il successivo ritornello vede protagonisti i due Steve, uno con una voce effettata, l'altro un vetusto arpeggio leggermente sporcato. Successivamente chitarra basso e pianoforte riprendono brillantemente la linea vocale appena sentita, mentre Mosley gioca con i piatti. Ha inizio un acido assolo che precede di nuovo lo sporco riff della strofa che apre le porte al ritornello, il quale varia nuovamente, stavolta Hogarth duetta con l'organo di Mr. Kelly che successivamente ci punge con un lisergico assolo di sintetizzatore. Il ritornello funziona, ed i nostri lo ripropongono per due volte, la seconda salendo di un tono, per poi sfociare in un trascinante finale che ci riporta indietro agli anni settanta, chiude il solo Mark Kelly con un organo di Doorsiane memorie. Nelle liriche quel buon tempone di Hogarth scherza sulla capacità che certe avvenenti ragazze hanno di attirare a se i peggiori elementi di sesso opposto, scomodando addirittura la lotta fra Giacobbe e l'Angelo. Le ragazze non possono perdersi gli elementi più brillanti ed appariscenti, ma non sanno che tali elementi sono nati per fregarle, è nel loro DNA. Loro fanno di tutto per piacere ed ammaliare le ragazze, che hanno sempre un radar cerca-bastardo incorporato. Hogarth paragona l'anima suicida che porta le ragazze a frequentare i "bastardi" dall'aria boriosa e ben vestiti, con il triste destino dell'ape, che punge pur sapendo di morire (in fondo Hogarth si sente far parte della categoria dei "bastardi" e ringrazia Dio di aver dotato le ragazze del radar cerca-bastardo incorporato). I Marillion hanno messo a segno un altro brillante colpo, esplorando nuove sonorità, confermando di essere volubili al massimo e di saper cimentarsi in qualsiasi genere gli venga in mente di affrontare. Esperimento riuscito, bellissimo brano, divertente, ben strutturato, bravi. 

Tumbe Down the Years

E siamo giunti alla traccia numero sette, Tumbe Down the Years (Attraverso gli anni), dove i nostri tornano di nuovo a sonorità più accessibili. Si inizia con un dolcissimo intreccio fra chitarre sovraincise, dove l'eclettico Trewavas da una mano a Steve Rothery suonando la sei corde, mentre la tastiera ricama sapientemente. Lentamente si va in crescendo, fino a che non vengono invitati anche gli inseparabili Ian Mosley e Pete Trewavas (stavolta nelle canoniche vesti di bassista), emergendo immediatamente con un bellissimo ed articolato giro di basso che ci conquista immediatamente. La linea vocale è molto spensierata trascinante e si sposa perfettamente con l'armonia degli strumenti. Stranamente il ritornello non ci colpisce come la strofa, il piattello risulta molto invadente, oscurando anche l'organo di Mr. Kelly, mentre la linea vocale non riesce a conquistarci. Molto meglio è il bridge, con una bellissima linea vocale ricamata splendidamente dal pianoforte. Ritorna la strofa, stavolta il pianoforte emerge sulla chitarra e rendendola più trascinante. Il ritornello stavolta viene raddoppiato, ma devo rimarcare che in passato i nostri ci hanno abituato a ritornelli ben più accattivante ed ammalianti. Il successivo bridge apre i cancelli all'assolo di chitarra, eseguito sulla ritmica della strofa, di cui riprende le linee melodiche. Si chiude con il ritornello ripetuto due volte. Nelle liriche vengono osannate quelle coppie che riescono a far perdurare il loro rapporto nel corso del tempo, mantenendo fede al giuramento del matrimonio, cosa assai rara ai tempi d'oggi. Insieme per mano contro il Mondo, attraverso giornate serene e tempestose, attraverso gli anni. Attraverso gli anni alla ricerca della chiave di tutto, senza mai fermarsi, senza mai controllare l'uno gli occhi dell'altra. Anche se non troveranno la chiave di tutto, il lungo cammino percorso insieme gli ha fatto capire molte cose. Attraverso gli anni continueranno a proseguire insieme, superando ostacoli e risollevandosi dalle cadute. Insieme, per sempre attraverseranno gli anni, loro due contro il mondo. Un brano molto orecchiabile, abbastanza banale, ma la perfetta armonia fra gli strumenti e le dolci linee vocali lo rendono piacevole e ci cattura fin dalle prime note, sinceramente in passato abbiamo sentito di peggio. 

Interior Lulu

Eventuali malcontenti vengono riappianati con la successiva Interior Lulu (Lulu Interiore), una lunga suite che va oltre i quindici minuti, dove riaffiora la vena progressive di un tempo. Si inizia con un enigmatico giro di basso, seguito a ruota da percussioni tribali ed una chitarra dai sentori rockabilly. Mark Kelly ci attacca con alienanti suoni sparati dai suoi sperimentali sintetizzatori, la linea vocale è calma e frammentata. Le particolari atmosfere create fin qui fanno sì che questa prima parte del brano non sfiguri come colonna sonora in un film di Quentin Tarantino. Dopo un paio di minuti abbondanti arriva il ritornello ed il brano inizia a salire, grazie ad una arpeggio di chitarra ed alla sognante linea vocale. Nella successiva strofa Hogarth duetta con la versione effettata di se stesso, prima di riproporci il ritornello; al minuto 04:37 un acido sintetizzatore ci aggredisce, facendoci sobbalzare, si ha l'idea che il nostro lettore si sia inceppato. Mark Kelly si esibisce in un funambolico e lisergico assolo di synth, anche la ritmica è alienante e tiene testa alle falangi di Mark Kelly che imperversano sui denti d'avorio. Finito l'assolo di tastiera la ritmica dimezza i BPM e apre le porte ad un inquietante assolo di chitarra, che sembra provenire da un altro mondo. Un'atmosfera ultraterrena ci avvolge nella parte successiva, dove ritorna anche Hogarth con una struggente linea vocale, il basso ci graffia mentre Mosley esegue un tempo dai sentori jazz, in sottofondo un terrificante sintetizzatore stende un inquietante tappeto. Si cambia nuovamente atmosfera, arriva il ritornello, gli accordi di chitarra e la tastiera squarciano l'oscura atmosfera per qualche istante, il cantato si fa più veemente. Ritorna Mark Kelly, con un assolo di synth extraterrestre, per poi lasciare il campo nuovamente ad uno struggente Hogarth . Dopo il ritornello sale in cattedra Mr. Rothery, con un nuovo assolo, stavolta molto più vicino al suo vecchio stile, molto melodico e prolungato, basso e batteria si intrecciano a suon di scale, colpi sui piatti e rullate come ai vecchi tempi. Un bellissimo strumming acustico, dove si percepisce la sapiente mano di Steve Wilson, che accompagna uno splendido Hogarth in questo nuovo cambio di atmosfera, lo si può tranquillamente definire il momento più alto del brano. Al minuto 09:52 la canzone si placa, spaziali pad e inquietanti sintetizzatori accompagnano un riflessivo Hogarth, successivamente entra anche Steve Rothery con un arpeggio, mentre in sottofondo possiamo apprezzare una ragnatela di scale di basso, sinonimo di grande tecnica strumentale. Mark Kelly si diverte bombardandoci con nuovi suoni sperimentali, fino a quando un graffiante accordo di chitarra chiama all'appello Mosley, con una infinita corsa sui tom. Grande atmosfera, ora i due Steve duettano a suon di gorgheggi e graffianti temi distorti, nel finale la ritmica incalza e il basso ci punge con le scale che si fanno molto più presenti, i temi di chitarra prendono le sembianze di un assolo che nel finale lascia la conclusione del brano a Ian Mosley e ad un oscuro pad di tastiera. Nello slang inglese la parola "Lulu", oltre ad essere il nomignolo di Louise, sta a significare qualcosa di straordinariamente bello, in particolar modo riferito al mondo femminile. Uno Steve Hogarth in versione Nostradamus usa la locuzione Interior Lulu, la bellezza interiore, per farci capire come i valori interiori siano lentamente sopraffatti dal progresso ed in particolare internet, che nel 1999 attraversava un vero e proprio boom. Si parte con una enigmatica figura femminile, sdraiata sul letto, alla parete è appeso un quadro rappresentante il viso Louise Brooks, la famosa showgirl americana che risplendeva nella prima parte dello scorso secolo, esplosa in particolare con il film Pandora's Box (qui si riprende anche Lulu, nomignolo di Louise). A far compagnia alla giovane ragazza, oltre ad un orsacchiotto, vi sono i libri di Clive Stapes Lewis, valente scrittore albionico del 1900, famoso per il ciclo di romanzi Le Cronache Di Narnia, nonchè grande amico di J.R.R. Tolkien, con il quale fondò il circolo di discussione letteraria degli Inklings. L'avvento di internet logora la bellezza interiore della ragazza, che passa le giornate fra pagine virtuali ed e-mail, dimenticandosi di nutrirsi e respirando l'aria viziata e polverosa della cameretta. La realtà virtuale sta pian piano offuscando le nobili passioni quali la pittura e la poesia. La possibilità di conoscersi senza potersi toccare, attaccati per ore ed ore allo schermo del computer, sprecando gli occhi e attimi di vita che potevano essere impiegati immersi nella natura, assieme a persone reali, in carne ed ossa, invece di aspettare che le tempeste elettriche fulminino i nostri fusibili. Hogarth non riesce a dormire a pensare alle bellezze interiori che arrugginiscono all'interno di quattro mura, davanti ad uno schermo luminoso; internet è un'arma a doppio taglio, è in grado di espandere le tue conoscenze, può metterti in comunicazione con tutto il Globo, ma allo stesso tempo è in grado di isolarti dal resto del Mondo, ergo il progresso elettronico può essere anche pericoloso. Interior Lulu è sicuramente il brano più interessante dell'album, ne alza la valutazione finale. Le molteplici variazioni di atmosfera ci riportano, con le dovute proporzioni, alle epiche suite dei bei tempi, quando imperversavano giullari e camaleonti. L'esplosione sonora dopo i quattro minuti di introduzione è una genialata, bella quanto la parte acustica di Wilsoniane memorie.

House

Siamo giunti alla traccia conclusiva dell'album, House (Casa), dove i nostri esplorano nuove sonorità fino ad ora mai affrontate, sconfinando nelle calde atmosfere lounge jazz, già affrontate dal trip hop dei britannici Massive Attack. Un dolce pad di tastiera apre la strada ad una calda ritmica R&B, con un bel basso in evidenza. Mark Kelly ricama sapientemente, ora con il sintetizzatore, ora con il pianoforte, imitata dalla calda chitarra di Rothery, Hogarth è molto sensuale nella calda linea vocale. Nel ritornello la canzone sale, grazie ad Hogarth, pur rimando sulla ritmica della strofa. Il pianoforte ed i coretti del bridge ingigantiscono ancor di più le atmosfere lounge jazz, che si rafforzano con un breve assolo di tromba dal sapore anni sessanta, eseguito da Neil Yates. Ritorna l'avvolgente strofa, seguita dal ritornello che ne interrompe la monotonia. Nel successivo bridge, la calda tromba di Neil Yates entra subito in gioco, il solo si prolunga e viene ricamato dalla calda chitarra di Mr Rothery, a suo agio anche con sonorità fino ad ora a lui sconosciute. Si entra in un prolisso interludio strumentale di raffinata atmosfera, dove Hogarth interviene quanto basta con i piacevoli cori del bridge. Le calde atmosfere e la tromba anni sessanta ci accompagnano lentamente fino alla chiusura del disco. E' una casa molto triste quella descritta da Hogarth nelle liriche del brano, una casa dove pesa come un macigno l'assenza di una figura femminile. Ora è una casa silenziosa, dove regna la solitudine e la tristezza, la parte femminile che ha abbandonato le quattro mura si è portata dietro anche la metà del suo ex amante. Lo stereo a qualsiasi volume risuona silenzioso come una campana sott'acqua, nemmeno la calda e colorata atmosfera primaverile, con l'allegra colonna sonora eseguita dagli uccelli, riescono a sopraffare la malinconia che aleggia all'interno della casa. Colto da una vera e propria crisi depressiva, il nostro protagonista invoca l'Onnipotente, gli chiede un aiuto o la fine, basta che lo liberi dal maleficio. La casa era stata costruita su terra solida, ma ora si sta sgretolando, priva del calore femminile. Il dolore è forte, ma vale la pena riprovarci. House è forse il brano più raffinato mai scritto dal quintetto albionico, dove non hanno fallito l'ennesimo esperimento verso nuove sonorità. Forse gli oltre dieci minuti di durata sono eccessivi, tendono a rendere monotono il brano, ma le raffinate atmosfere ricreate dai cinque paladini di Aylesbury lo rendono comunque piacevole, magari ascoltato in sottofondo durante una romantica cena a lume di candela.

Conclusioni

Veniamo dunque alle conclusioni: marillion.com è un album strano, nel senso che ad un primo ascolto veniamo colpiti immediatamente dalle canzoni più facili ed orecchiabili, come Tumble Down the YearsRich e Deserve, grazie alle ammalianti linee vocali di Steve Hogarth e ai melodici accordi, mentre altri brani invece riusciamo ad apprezzarli solo con ulteriori ascolti approfonditi. Io stesso per esempio, ho riscoperto una canzone che ai primi ascolti non mi aveva colpito per niente, e che ora dopo un approfondito ascolto in fase di recensione reputo fra le migliori dell'album, sto parlando della riflessiva e sognante Enlightened. La perla è come sempre la suite, dove riaffiorano i sentori progressive di un tempo, l'alienante Interior Lulu, che passa da calde atmosfere tribali ad un vero e proprio attacco sonoro acido, per poi sfociare in una avvolgente parte acustica. In linea di massima marillion.com segue la strada intrapresa in Radiation, alternando brani easy listening , ora con sporche sonorità alternative rock, ora con nuovi esperimenti sonori, sempre ostentando classe e tecnica. L'album è venuto alla luce il 18 Ottobre del 1999, ed è stato registrato fra il Dicembre del 1998 ed l'Agosto del 1999, presso l'ormai consueto The Racket Club di Buckingamshire, in Inghilterra, ed è stato distribuito dalla Castle Communication. In fase di produzione i Marillion si sono avvalsi della prestigiosa collaborazione di Steve Wilson, geniale leader dei Porcupine Tree, che ha portato una ventata di oscurità in più rispetto al precedente solare Radiation. I brani sono stati scritti ed arrangiati dai Marillion, si è rivisto anche John Helmer in fase compositiva, che ha firmato le liriche di A Legacy, Built-in Bastard Radar e Tumble Down the Years. Interior Lulu è stata scritta a quattro mani da John Helmer e Steve Hogarth che invece ha firmato in solitudine le restanti liriche. La copertina è stata affidata, come ormai da un tempo a questa parte, ai Billy Smith Studio, la fotografia è opera di Carl Glover. Nel front di copertina troviamo una ragazza, per la precisione si tratta della modella Justine Leyland, immersa nel traffico dell'incrocio fra Garrick Street e Long Acre a Londra, con in braccio un computer dal video luminoso. La prospettiva della foto sembra isolarla dal resto del mondo, ma in realtà il computer può metterla in contatto con milioni di persone, un'arma a doppio taglio, andando a ricollegarsi con le ironiche liriche di Interior Lulu. In fase di produzione i Marillion hanno invitato i loro fans ad inviare le loro foto tessera, e ben 732 di queste foto sono state inserite all'interno del libretto illustrativo, a formare un bellissimo collage di persone provenienti da ogni angolo del Mondo, sottolineando quanto siano ampi gli orizzonti che offre il mondo di internet. Ormai privi delle forti produzioni della EMI e grazie alla discutibile scelta di non pubblicare nessun singolo per questo album, i Marillion non riescono più a scalare le classifiche inglesi come un tempo, la loro è una caduta costante, e stavolta non riescono a superare la misera posizione numero 53. Pur ricalcando in linea di massima il precedente Radiation, trovo marillion. com un gradino inferiore, ma merita comunque ampiamente la sufficienza.

1) A Legacy
2) Deserve
3) Go!
4) Rich
5) Enlightened
6) Built - In Bastard Radar
7) Tumbe Down the Years
8) Interior Lulu
9) House
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