MARILLION

Marbles

2004 - Intact Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI
28/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Nonostante le presuntuose dichiarazioni di Steve Hogarth post Anoraknophobia, dove esortava i fans ad ascoltare l'album perché lo riteneva un ottimo lavoro, il platter è stato una vera e propria delusione, con un paio di brani degni di nota, dove comunque compare qualche falla, tipo la fredda e tediosa drum machine di This The 21° Century. Diciamolo chiaramente, Anoraknophobia è stato il punto più basso della lunga vita discografica dei Marillion, che verrà ricordato per i simpatici "Kenny" in copertina e per la brillante iniziativa del pre-finanziamento. Ma forse il buon Steve Hogarth era in buona fede quando ha rilasciato tali dichiarazioni, chi (come per esempio me) ha che fare anche a livello amatoriale con composizioni musicali, sa benissimo che l'ultima canzone composta è sempre la più bella. Ma a mente fredda il nostro cervello ragiona diversamente, in maniera razionale e con molta obbiettività. Con il passare del tempo i Marillion si sono quindi accorti di aver deluso profondamente i fans, specie quelli che hanno comprato il disco in anticipo a scatola chiusa. Devono rifarsi, devono ritrovare la vena compositiva smarrita e ripagare la fede dei loro seguaci con un album con la A maiuscola. Per tentare l'impresa i nostri si rinchiudono insieme al fido produttore Dave Meegan, ormai sesto membro della band, negli abituali studi The Racket Club di Aylesbury per tutto il 2002, tutto il 2003 e il primo quadrimestre del 2004. In questo lungo periodo il valente produttore è riuscito abilmente a trarre il meglio dal quintetto di Aylesbury, andando a rovistare fra i meandri perduti in cerca della vena progressive ormai smarrita da troppo tempo, superando alcuni leggeri attriti che si erano venuti a formare durante l'estenuante clausura all'interno degli studi. Il risultato ottenuto è stupefacente e lascia basiti fans e addetti ai lavori, ormai abituati ad ingoiare rospi amari quando si trovavano ad ascoltare o a recensire un nuovo album dei Marillion. Marbles riprende con le dovute distanze il percorso musicale abbandonato con Brave, in maniera molto più matura e raffinata, ma anche quello lirico di Misplaced Childhood, andando alla ricerca dell'infanzia perduta e della vena creativa, attraverso delle liriche che sicuramente sono fra le migliori uscite dalla penna dell'ispiratissimo Hogarth. L'idea del concept prende spunto dall'infanzia di Steve Hogarth, impegnato a diventare il numero uno fra i suoi amici nel gioco delle biglie. Marbles significa appunto "biglie", quelle colorate "palline" di vetro che hanno accompagnato l'infanzia di chi, come me, ha qualche annetto sulle spalle, quando ancora la tecnologia non inchiodava la gioventù davanti ad uno schermo luminescente. Nella lingua albionica "to lose the marbles" equivale al nostro "perdere qualche rotella"; da qui la metafora adottata dal geniale Steve Hogarth di associare la perdita delle biglie colorate con la perdita dell'innocenza, della fanciullezza e della creatività. Diciamo che la trama del concept ricalca alla perfezione la carriera dei Marillion, che dopo aver smarrito per strada la creatività compositiva e la vena progressive riescono a ritrovarla, non con poca fatica, ritornando ad inondarci di emozioni come ai vecchi tempi. Visti gli ottimi risultati, continua la campagna del pre-finanziamento, stavolta l'amore dei fans (alla fine saranno intorno ai 14000) verrà premiato con una settimana di anticipo rispetto all'uscita standard tramite un doppio CD, contenente un bellissimo booklet illustrato, con impresso il loro nome nei ringraziamenti; nei negozi uscirà una versione singola, una sorta di greatest hits dei due CD, contenete i brani più commerciali, ma tagliata di una buona mezzora di grande musica. Steve Rothery torna finalmente nelle vesti di colonna portante, scrollandosi di dosso le acide sonorità degli ultimi tempi e inondandoci di emozioni con i melodici temi e gli assolo che lo hanno reso famoso. Mark Kelly non abbandona del tutto i suoni elettronici sperimentali, ma riscopre il pianoforte e gli avvolgenti pad del passato, ottenendo un mix esplosivo e riuscito, facendo un lavoro encomiabile da tramandare ai posteri, senza mai eccedere nel virtuosismo. Per fortuna Ian Mosley abbandona le piatte ritmiche pop in stile U2, tornando a massacrare tom e piatti, trovando sempre la soluzione migliore anche quando deve farsi da parte e recitare un ruolo marginale. Steve Hogarth è in continua ascesa, sia sotto il punto di vista delle liriche che interpretativo, da brividi la seconda parte del gioiello "Neverland", punta di diamante di Marbles. Il valente Pete Trewavas è quello che nel corso degli anni ha accusato meno i cambi di rotta e le nuove sperimentazioni, e si mantiene su gli ormai consueti altissimi livelli, tornando a sparare una miriade di scale pentatoniche e non. La curiosità è forte, ergo premiamo il tasto play e andiamo ad ascoltare il sorprendente Marbles (andremo ad analizzare ovviamente la versione che prevede due dischi)

The Invisible Man

Ad aprire il primo è The Invisible Man (L'Uomo Invisibile), che inizia con una delle introduzioni più oscure del combo albionico. Alcuni terrificanti effetti di synth precedono una ritmica tribale accompagnata da un potente basso, seguito poi da un oscuro pad di tastiera. Si aggiunge anche Steve Rothery, con temi ultraterreni, mentre aumentano in numero e varietà gli effetti emanati dai sintetizzatori di Mr. Kelly. Anche Steve Hogarth rispetta le oscure atmosfere della strofa, con un enigmatico cantato molto frammentato dai sentori drammaturgici. Un cambio di tono della linea vocale e una spaziale tastiera fa sembrare che si vada verso il ritornello, ma è solo una finta, si ritorna nelle oscure atmosfere della strofa, con un enigmatico basso in evidenza e l'aggiunta di un clapping. Improvvisamente rimane solamente una tenebrosa tastiera, che lentamente si schiarisce e lascia emergere uno strumming acustico, ricamato de un bel tema di chitarra e da un alienante sintetizzatore. Rientra Steve Hogarth, con un cantato assai meno enigmatico rispetto alla strofa, che emerge dall'emozionante tappeto tastieristico di floydiane memorie. Raffinati tocchi sulla quarta corda del basso fanno fuoriuscire note che ci raggiungono allo stomaco. Un pennata di basso e le tastiere squarciano l'oscurità, emerge Steve Rothery con un raffinatissimo tema di chitarra che ricorda quelli del suo omonimo Howe. La batteria incalza, ed insieme al crescendo della line vocale apre i cancelli ad un inquietante assolo di tastiera che sembra uscito da un vecchio film horror in bianco e nero, questo è il Mark Kelly che amiamo. La chitarra ricama dolcemente l'assolo della tastiera, che successivamente rimane solitaria con un oscuro pad ad accompagnare un inquietante Steve Hogarth. Il basso inizia pompare sedicesime, inseguito dal charleston, il ritmo aumenta, si sprecano gli effetti, la chitarra riprende le note del basso con un ridondante tema. Durante questo incalzante interludio, Steve Hogarth giganteggia con una interpretazione da oscar, lasciando poi il campo a Mark Kelly con un assolo di organo, accompagnato da una graffiante chitarra. Ritorna magistralmente Hogarth che riesce ad emergere nonostante la potente base musicale. Al minuto 09:45 improvvisamente la musica si placa, rimane solo uno struggente pianoforte, successivamente accompagnato da una raffinata batteria dai sentori jazz. Trewavas ci punge suonando sotto il dodicesimo capotasto, Rothery ricama con sognanti temi dal sapore blues, prima di deliziarci con un breve assolo. Rimangono di nuovo a duettare Steve Hogarth ed un bel pianoforte, in sottofondo la chitarra tesse raffinate trame; si fa strada un tagliente basso, con un assolo che dà il "la" ad un bel crescendo incrementato dalle tastiere, Hogarth esplode e prende il sopravvento nel trascinante finale, Rothery lo ricama con un bellissimo tema di chitarra fino all'improvvisa chiusura del brano. Il misterioso uomo invisibile è un personaggio che improvvisamente, ed inspiegabilmente, si ritrova invisibile e privo di materia, vivendo all'interno di un vero e proprio incubo, non riuscendo ad interagire con il mondo impazzito che lo circonda. L'uomo non riesce a capacitarsi di come sia potuto accadere, di come sia potuta avvenire la misteriosa trasformazione nell'uomo invisibile, non si è accorto di nulla, non ricorda di quando abbia iniziato ad evaporare. Riesce a vedere, ma non a toccare, ora vaga come un fantasma girando fra le grandi capitali d'Europa. Prova a gridare nei luoghi pubblici, ma nessuno sembra essere in grado di percepire le sue urla. Prova a gettarsi in mezzo al traffico, rimando immobile al centro della strada, mantenendo i nervi saldi, ma le macchine non sterzano per evitarlo, perché nessuno riesce a vederlo. Il dramma maggiore l'uomo invisibile lo vive quando va a fare visita alla casa della donna che ama, riesce a percepire l'odore della cena che viene preparata per il malvagio marito che non la merita, si sente impotente e terrorizzato durante i terribili momenti in cui l'uomo abusa della sua amata, non potendo alzare un dito per fermarla. D'ora in poi camminerà sempre al suo fianco, cercando di aiutarla, anche se lei non avvertirà mai la sua presenza, passandogli spesso attraverso. I Marillion sono tornati, sono quelli di una volta, si presentano con oltre tredici minuti di puro e raffinatissimo progressive rock di grande atmosfera, dove emergono prepotentemente gli eleganti e ricercati arrangiamenti. I nostri aprono alla grande il loro nuovo disco presentandosi con un brano destinato a diventare uno dei migliori dell'era Hogarth.

Marbles

La title track Marbles (Biglie) ci viene proposta in quattro brevi sezioni distinte, proposte ad intervalli irregolari nel corso dei due dischi, accomunate da una linea lirica ma diverse musicalmente fra loro. Andiamo ad ascoltare la prima parte, Marbles I, che ci avvolge immediatamente con delle esalazioni di atmosfere jazzate, che non sfigurerebbero come sottofondo per una romantica cena a lume di candela. La raffinata sezione ritmica supporta un bel pianoforte dai sentori black, alternato a ricercati effetti di sintetizzatore. La line vocale è molto rilassata e sognante e ci illustra la disperazione di Steve Hogarth, dovuta alla perdita dell'ultimo esemplare di biglia rimasto, risalente ad una preziosa collezione che era il vanto dell'infanzia. La biglia è rotolata sul pavimento della stanza di un albergo, durante un tour, finendo in un maledetto foro nell'angolo. La biglia si è portata dietro l'ultimo frammento dell'infanzia, lasciando un enorme vuoto nella testa del nostalgico Steve, dove prima aleggiavano suoni e colori. La biglia fungeva anche da perfetto anti-stress durante i meditanti riposi pre-concerto, consumati nei letti degli alberghi. Finito il triste racconto della biglia, rimane il solo Mark Kelly a concludere la prima breve parte della title track, con un triste pianoforte ed un cristallino sintetizzatore, aiutato da profonde pennate di basso che scandiscono i passaggi; centosette secondi di pura avvolgente atmosfera. 

Genie

La successiva Genie (Genio) è la prima traccia che è stata omessa nella versione retail dell'album: si apre con un avvolgente effetto di synth, che dopo alcuni secondi lascia il campo ad un ridondante e dolce arpeggio di chitarra. La batteria viene suonata con una leggerezza impressionante, usando la stecca al posto del rullante. Dopo una quarantina di secondi l'arpeggio viene sostituito da pochi accordi di chitarra. Successivamente entra un corposo basso, la chitarra continua con gli accordi, stavolta leggermente distorti. Nel bridge la linea vocale viene sporcata e si alza, un leggero crescendo apre le porte al ritornello, la batteria entra a pieno ritmo, Hogarth si fa largo fra organo e strumming di chitarra, con una sognante linea vocale. Successivamente si sale di tono, la linea vocale viene arricchita da cori e contro canti di beatlesiane memorie, lasciando poi il campo ad un assolo, roccheggiante e delicato allo stesso tempo, il basso ci bombarda di scale arricchendo la ritmica. Ritorna il bridge, con uno squillante organo in evidenza che si protrae anche nel mellifluo ritornello, il quale coi sui cori leggiadri e spensierati va a concludere il brano. Durante la spensierata infanzia Hogarth aveva un sogno ricorrente, ambientato in un'altra epoca ed in un altro paese, forse in un'altra vita. Nel sogno riusciva a far uscire il Genio dalla scatola: il genio simboleggia la creatività che ci caratterizza da bambini e che con il passare degli anni è lentamente evaporata, insieme alla vena progressive della band, aggiungerei io, fino ad un giorno in cui il genio si è manifestato sotto le vesti di una bella ragazza. La ragazza lo invita a tornare indietro, ad interrompere il suo cammino a senso unico. Lei dice che nella sua mente è nascosto un attico pieno di tesori, pieno di bellissimi ricordi dimenticati che aspetta solo di uscire dall'oscurità. Basta tornare indietro e fare riaffiorare l'infanzia perduta, nascosta negli oscuri meandri della mente, per ritrovare il genio creativo smarrito. Liriche molto vicine a quelle del sommo poeta Fish di Misplaced Childhood. Una rilassante ballata dal sapore anni 70 resa abilmente attuale con intelligenti soluzioni, che ci fa venire in mente i brani più romantici del Duca Bianco e che non stona affatto nel contesto dell'album, riprendendo la tematica dell'infanzia. 

Fantastic Place

Un avvolgente e caldo pianoforte apre Fantastic Place (Posto fantastico), i ricami flangerati di Steve Rothery invitano l'omonimo Hogarth, che si presenta con una struggente linea vocale. Un bel tema di tastiera chiama all'appello la premiata ditta Mosley & Trewavas, che entrano in gioco con un tempo andate molto raffinato, grazie al bel giro di basso. Grande atmosfera nella strofa, dovuta ad un grande lavoro sulle parti orchestrali del ritrovato Mark Kelly. Dopo la prima strofa assistiamo ad un assolo di chitarra, molto dolce, con un minimo di distorsione, quanto basta. Ritorna la strofa, poi un breve interludio orchestrale fa da bridge al ritornello, la linea vocale è trascinante, continua il bellissimo pad di orchestra che enfatizza la performance di Hogarth. Dopo la successiva strofa il brano decolla con un bellissimo crescendo, dove Hogarth viene trasportato in alto dal bellissimo tappeto di archi. Nuovo assolo, stavolta la distorsione è ben più marcata, nella parte finale la sezione ritmica segue l'assolo alla perfezione con scale di basso e colpi sui piatti che ne scandiscono gli accenti. I ritornelli finali vengono alzati di un tono, con la consueta esplosione Hogarthiana rafforzata dalle struggenti orchestre di Mr. Kelly. Sul finale Rothery riprende la melodia dell'assolo duettando con l'ugola dell'ispiratissimo Hogarth. Il posto fantastico è la terra natale dell'amata di turno, che si appresta a tornarsene sulla sua isola che l'ha vista nascere, lasciando un'enorme vuoto nel cuore del compagno. E' duro lasciare andare qualcuno che ami, come è un desiderio naturale possedere chi ami. Un allontanamento del genere può affondare un uomo, portandolo ad affogare i dispiaceri nell'alcool. Con molto romanticismo Hogarth chiede di essere portato sull'isola dalla sua amata, in quel posto fantastico, facendo volare il resto della sua vita. Sarà bello vedere le gocce di pioggia cadere sulle spalle. Senza il suo amore non è capace di sognare, abbraccia la mia anima e falla ballare, dice il poetico Steve, ed ancora: se mi porti con te sull'isola ti dirò tutto quello che non ti ho mai detto e potrai vedere il ragazzo che non ti ho mai mostrato. Prendimi per mano, o mi uccidi o mi salvi, portami sull'isola e mostrami come può essere la vita reale. Fantastic Place è una dolcissima ballata pop rock dal sapore anni 80, con una parte orchestrale da brividi, con delle bellissime liriche che si intrecciano a meraviglia con la musica. 

The Only Unforgivable Thing

The Only Unforgivable Thing (L'Unica Cosa Imperdonabile) è il secondo brano non presente sulla versione retail reperibile nei negozi. Si apre con un ecclesiastico organo, ritmato da dei colpi di cassa e abbellito da un triste tema di chitarra. Un profondo glissato di basso chiama a rapporto Ian Mosley che si presenta con un tempo lento ed irregolare. Interviene anche Hogarth con una triste linea vocale, mentre l'organo viene sostituito da un melanconico pad di tastiera. La chitarra ricama la linea vocale con dei brevi temi dal sapore anni 70 che emanano tristezza. Dopo circa due minuti e mezzo la linea vocale varia leggermente, non si può parlare di un vero e proprio ritornello ma solo di un abbozzo. Dopo qualche altra battuta di strofa incontriamo il ritornello vero e proprio, la linea vocale è la medesima ascoltata poco fa, scandita da accordi distorti aperti. Al minuto 03.55 improvvisamente il brano abbandona le sembianze di triste ballata, prendendo veemenza ed un marcato tono progressive. La ritmica con un bel basso in evidenza ed il tema di chitarra ci riportano ai tempi del giullare. Il cantato si fa più grintoso e si intreccia perfettamente con il tema di chitarra, che successivamente prende le sembianze di un assolo, a cui fa eco una bellissima tastiera. Rallentano i BPM, il basso detta il tempo, la tastiera accompagna Hogarth che poi lascia il campo all'omonimo Rothery, che si prodiga in un bellissimo assolo come ai bei tempi. Con la batteria che sembra sospesa in un limbo, ritorna l'inciso, con un bel tappeto di tastiera in evidenza. Va a concludere lo struggente organo che aveva aperto il brano. L'unica cosa imperdonabile che tormenta Hogarth è quella di non aver realizzato tutti i sogni del cassetto, evaporati nel maledetto clima albionico durante il duro cammino della vita. Ormai chiusi nel cassetto degli oggetti smarriti sono attesa di essere liberati e di uscire dall'oscurità. L'ispiratissimo Hogarth si prende una serie di licenze poetiche, fra cui una merita di essere menzionata: I have lost the stars and the sky It was so that I could keep the Earth (Ho perduto le stelle ed il cielo E' stato così che ho potuto conservare la terra), a sottolineare che molti sogni sono stati sacrificati a scapito di importanti cose a cui non possiamo prescindere una volta adulti per continuare a sopravvivere. Un brano dai due volti, una triste ballata, caratterizzata da raffinati arrangiamenti che poi sfocia in un'esplosione di suoni di forte matrice progressive. 

Marbles II

Sembra di ascoltare un brano inedito dei Beatles quando invece partono le note di Marbles II, un duetto fra la voce leggermente effettata di Hogarth e un dolce tastiera ricamata da melliflui carillon, chitarra acustica e qualche scaletta di basso che non guasta mai. Dopo qualche battuta la voce abbandona l'effetto, che le dava un sapore anni sessanta, subentra una bella chitarra acustica che si sposa alla perfezione con il pianoforte, il tutto condito da una magistrale parte orchestrale, in sottofondo Ian Mosley detta il tempo, in maniera delicata, quasi timoroso d'interrompere l'idilliaca atmosfera creata. Nelle liriche viene osannata la collezione di biglie che Steve Hogarth possedeva da bambino, oggetto di ammirazione e celebrità. Sono sempre state il suo gioco preferito, durante le lunghe giornate estive passate a giocare con le coloratissime palline di vetro nei cortili e nei vicoli pietrosi. Con gli amici d'infanzia si scambiava le biglie, per loro più preziose di un diamante, ricche di magia. Solo chi ha vissuto in quel periodo e le ha possedute può capirne il fascino, il valore e la magia, valori sconosciuti alle generazioni più recenti Una piccola perla dai forti sentori beatlesiani che non passa affatto inosservata. 

Ocean Cloud

Anche i quasi diciotto minuti di pura poesia progressive rock che caratterizzano Ocean Cloud (Nuvola d' Oceano) sono stati incomprensibilmente estromessi dalla versione retail di Marbles. La canzone vanta il primato di brano più lungo del quintetto albionico, se escludiamo i 15 minuti di silenzio della bellissima This Strange Engine. Il rumore delle onde e gli schiamazzi dei gabbiani ci fanno respirare l'aria salmastra dell'oceano. Tristi accordi di chitarra accompagnano uno struggente Steve Hogarth, mentre Mark Kelly ricama con acquatici effetti di synth e pad da brividi che evidenziano il salire del brano. Calde scale di basso chiamano all'appello il metronomo umano Mosley, che esegue un raffinato tempo lento usando la stecca, per risultare il meno invadente possibile e lasciando il campo ai tappeti da brividi di Mr. Kelly. La linea vocale del magistrale Hogarth inizia a salire, aiutato dalle tastiere, alle quali successivamente lascia il campo per un enigmatico assolo che punta tutto sull'atmosfera a scapito del virtuosismo, interludio che apre le porte ad un bellissimo assolo di chitarra. La ritmica ci riporta ai gloriosi fasti del passato, con rullate, scale di basso e battaglia con gli ottoni. Mr. Rothery si sintonizza su "radio Gilmour" e ci bombarda di emozioni con un prolungato assolo, che nella seconda parte lascia le vesti floydiane per indossare quelle marilliche. Potenti accordi distorti all'unisono con basso e organo chiamano nuovamente in causa il signor Hogarth, che trascinato dalla musica rende molto più veemente il cantato, accompagnato da una struggente tastiera. Una epica chitarra distorta prende il sopravvento dichiarando guerra all'ugola di Hogarth, che riesce a tenere testa a Mr. Rothery volando in alto, fra le candide nuvole sopra le azzurre acque dell'oceano. La musica si placa lentamente, lasciando il campo al rilassante rumore delle onde e al canto dei gabbiani. Mark Kelly ritorna a dispensare atmosfere da brividi come ai vecchi tempi, in questo prolungato e rilassante interludio che lo vedono assoluto protagonista. Una profonda pennata di basso rompe gli equilibri e richiama tutti a serrare i ranghi, Mr. Rothery ci aggredisce con un tagliente riff di chitarra, la sezione ritmica si prodiga in un potente tempo dai sentori doom, la linea vocale è aggressiva e dopo una esplosione rimane solitaria, con un tono narrante, accompagnata da un glaciale arpeggio di chitarra di fugaziane memorie, guarnito dalle magiche tastiere di Mr. Kelly. Al minuto 10:05 irrompe un enigmatico e martellante basso, che inizia a duettare con la chitarra la quale ne riprende la melodia, mentre Hogarth continua la sua falsariga narrante, coadiuvato da aliene tastiere.  Dopo circa un minuto un bellissimo strumming di chitarra affianca il basso e la tastiera arricchendo l'epica atmosfera creata dal combo albionico. Un'aggressiva chitarra distorta dal sapore gotico irrompe insieme a Ian Mosley che esegue un bel tappeto sulle pelli, il ritmo incalza, Hogarth inizia una delle sue esplosioni vocali, ormai suo marchio di fabbrica. Improvvisamente si ritorna ad un tempo medio, i piatti vengono massacrati come ai bei tempi, una bellissima chitarra distorta dal sapore evocativo prende il sopravvento ed accompagna un delirante Hogarth. Al minuto 14:02 rimane solo Pete Trewavas, che ci delizia con un bellissimo assolo di basso, ricamato quanto basta da effetti spaziali di synth e leggeri tocchi sulla sei corde. Un enigmatico Hogarth inizia a cantare sul bel giro di basso, dopo circa un minuto entra anche la batteria, con estrema delicatezza lasciando le vibrazioni emesse dalle quattro corde in evidenza. Pausa, poi si materializza uno spaziale effetto di tastiera, che apre i cancelli ad un bellissimo assolo di chitarra, il tappeto ritmico è quello dei tempi d'oro, successivamente Hogarth rimpiazza la chitarra con una trascinante linea vocale, facendosi largo fra le scale di basso e gli accordi distorti. Nuovo interludio dai sentori new age, con onde e gabbiani ed un rilassante tappeto di tastiera, che ospita un bell'arpeggio di basso che lentamente evapora andando a concludere diciotto minuti da brividi. Le liriche sono un vero e proprio omaggio a Don Allum, alla cui memoria è dedicato il brano: il leggendario navigatore, a cavallo fra gli anni 70 e gli anni 80, saltò alle luci della ribalta grazie alle sue formidabili imprese, passate a solcare le acque dei mari di tutto il Mondo. Tra le principali imprese meritano una nota quella del 1971, dove il prode navigatore fece un lungo viaggio di 73 giorni assieme al cugino, partendo da Las Palmas e tagliando il traguardo alle Barbados. Ben più lunga fu la traversata del 1986, che lo vide partire in solitudine dalle Canarie, fino ad arrivare a Nevis, nel Mar dei Caraibi, concludendo un estenuante viaggio di ben 113 giorni. Infine merita di essere ricordata quella del 1987, che lo vide partire dall' Isola di Terranova, per terminare in Irlanda un viaggio di ben 77 giorni a bordo di una canoa, chiamata appunto Ocean Cloud. Chiamato dalla solitudine decise di raggiungere il punto di non ritorno, abbandonato il suo odore preferito, quello della terra, a scapito dell'odore pungente dell'inferno di sale. Scelse di sposare il mare ed avere come amante l'Ocean Cloud. Ricorda gli sbeffeggi ricevuti sotto le armi, a causa del suo fisico gracile e la paurosa indole. Ma il tempo è vendetta, chi nasce prepotente cresce debole, chi nasce debole cresce forte, e lui, una volta maturo è riuscito a tenere testa agli oceani e sorseggiare pregiati rum alle Barbados, a collezionare avventure da raccontare, al cospetto dei bulli che lo deridevano e che ora si trovano a convivere tristemente con sfiduciate mogli che li disprezzano. Uno dei brani più belli dei Marillion, non esiste un solo secondo che non sia capace di emozionarci, ogni singola nota è suonata con il cuore e provoca brividi appena ci raggiunge. Nonostante i suoi 18 minuti non ci annoia, anzi una volta terminata, è grande la voglia di ascoltarla nuovamente. Merita di essere evidenziato l'immenso e memorabile lavoro di Mark Kelly con tastiere e sintetizzatori. Siamo giunti così a metà percorso, ancora affascinati dall' emozionante Ocean Cloud, togliamo a malavoglia il CD ed inseriamo il secondo disco nel nostro lettore. 

Marbles III

Siamo subito conquistati dall'inquietante pianoforte con cui si apre Marbles III, pianoforte che non sfigurerebbe in una pellicola thriller degli anni settanta. Dopo alcune battute il bellissimo tema viene arricchito da un pad di tastiera e da alcune scale di basso, che anticipano l'entrata in scena di Ian Mosley e Steve Hogarth. La linea vocale funziona benissimo e si intreccia alla perfezione con gli accordi del pianoforte. Dopo circa cinquanta secondi il pianoforte cambia melodia, imitato da uno strumming di chitarra e dal basso, alcune battute dopo rientrano in gioco la batteria e Hogarth, con l'ennesima linea vocale azzeccata. Erano circa quattrocento le biglie che formavano la splendida collezione del giovane monello Hogarth, erano quasi quattrocento fino a quel maledetto giorno in cui scoprì quanto in alto potessero volare su usate al posto di una pallina per giocare a tennis.  Colpite dalla racchetta sembravano veloci satelliti di vetro colorato lanciati nel cielo blu. Il problema è che andavano tutte a cadere sopra le serre del circondario, frantumandole, fu così che una coda di proprietari arrabbiati si formò davanti al cancello di casa Hogarth?. Sicuramente la migliore fra le quattro sorelle Marbles, centoundici secondi di puro e prezioso concentrato di progressive rock.

The Damage

La successiva The Damage (Il Danno) è l'ultima delle canzoni che sono state sacrificate per la versione commerciale dell'album, ed inizia con una pungente scala di basso che apre la strada ad un pianoforte, ed un 4/4 che sembrano usciti da Yellow Submarine; il basso esegue una infinita scala pentatonica, mentre la chitarra alterna accordi gracchianti a dolci temi. Successivamente incontriamo un accattivante bridge, caratterizzato da un paio di accordi distorti e da un ridondante tema che ci entra subito in testa e che sarà la colonna portante del brano. Il ritornello è molto acido e psichedelico, con una chitarra distorta in evidenza. Si ritorna alla spensierata strofa, dove persistono le influenze beatlesiane sia nella parte musicale che nella linea vocale con i suoi pungenti falsetti. Ancora bridge e ritornello e poi incontriamo una variazione. I BPM vengono dimezzati, la ritmica è stoppata con un graffiante basso in evidenza, i due Steve vanno all'unisono con la linea vocale ed un lisergico tema. Un bel pad di archi annuncia un bel crescendo che esplode in un nuovo trascinante intermezzo psichedelico dai forti sentori anni settanta, dove predomina ancora l'ossessivo tema di chitarra. Si va a chiudere con l'acido ritornello che viene ripetuto fino al termine. Nelle liriche Hogarth si ricollega a quelle di Genie, ha paura di aprire i meandri della sua mente dove si sono nascoste l'infanzia e la creatività. Ha paura di cambiare radicalmente quello che è diventato. Ma la donna è tornata, a cercare di aprire lo scrigno, H si domanda se lei è una donna naturale. La donna viene paragonata ad una negoziante, Hogarth è il cliente, non si accontenta della merce posta in vetrina, ma vuole quella ubicata nello scaffale più riposto, vuole comprare l'oggetto più nascosto, vuole far riaffiorare l'infanzia, e con essa il genio creativo smarrito nel corso degli anni. Ora il danno è fatto, il genio creativo è tornato e come per magia i Marillion sono tornati a suonare dell'ottimo progressive rock, dimostrando che la loro vena compositiva si era nascosta da qualche parte, bastava essere abili a farla riaffiorare. Ci hanno messo un po' troppo tempo, ma ci sono riusciti. The Damage è un brano dai forti sentori anni 70, dove i nostri mischiano le loro vecchie influenze, come Beatles e David Bowie, alle nuove come i Radiohead, ottenendo un mix esplosivo cha a tratti ricorda anche gli Aerosmith di Get a Grip. 

Don't Hurt Yourself

Veniamo ora al secondo singolo estratto dall'album, Don't Hurt Yourself (Non Farti Male), che si apre con un solare strumming acustico, abbellito da un tema di chitarra e da pungenti scale di basso eseguite sotto il dodicesimo capotasto. Dopo alcune battute la chitarra raddoppia le pennate, Trewavas riprende le toniche con il basso chiamando all'appello Ian Mosley, che esegue un tempo brillante, impreziosito dal giro di basso che ci cattura immediatamente. L'impatto sonoro è talmente trascinante che non possiamo esimerci da battere le mani sulla prima superfice piana disponibile. La linea vocale della strofa è una delle più riuscite ed ammalianti mai sfornate da Hogarth e si sposa alla perfezione con i melodici accordi della chitarra. Di tanto in tanto un dolcissimo tema di chitarra ricama la linea vocale. Il tema si fa più presenta ed anticipa il bridge, che arriva dopo un paio di battute strumentali, con la linea vocale che sale su, abbellita da un dolcissimo coro. Il giro di basso del ritornello è il medesimo della strofa, ma il cambio della line vocale fa passare in secondo piano questo aspetto, Hogarth sfiora il falsetto ripetendo il titolo del brano, sul finale del ritornello dimezzano i BPM, Hogarth galleggia sospeso sopra ad un bel tappeto di tastiera. E' il turno di un breve assolo di chitarra, che ricama la melodia degli accordi e richiama le note dell'ammaliante giro di basso. Ritorna la strofa, con la sua andatura trascinante, i bellissimi intarsi di chitarra eseguiti da Steve Rothery ricordano ancora una volta lo stile dell'omonimo Howe. Ritorna l'ammaliante inciso, stavolta invece del rallentamento i nostri ci propongono un salto di tono, sempre mantenendo la ritmica sostenuta. Alla fine del crescendo rimane un solare strumming acustico in solitario, ricamato da un bel tema di chitarra e addirittura da alcune battute di una festosa fisarmonica, e via, si riparte con l'incantante ritornello, abbellito da cori e controcanti. Sul finale, supportato dalla fisarmonica, Rothery ci delizia nuovamente con un assolo di chitarra, lasciando poi il campo a Steve Hogarth che va a concludere su un bel rallentamento. Si chiude con un timido strumming, surclassato da un bel pianoforte e supportato da una raffinata ritmica dai sentori jazz che sfuma dolcemente. La solare armonia degli accordi non poteva che essere accompagnata da liriche che emanano positività da tutti i pori. Hogarth dice che bisogna mettersi l'animo in pace quando l'infanzia finisce, qualcos'altro crescerà rimpiazzandola, come le vecchie macchine vengono destinate allo sfasciacarrozze e rimpiazzate da un fiammante nuovo modello. I bambini che giocano nel cortile di casa cresceranno e abbandoneranno le quattro mura dove sono cresciuti. L'importante e non smettere di sognare, la nuova strada è aperta e offre infinite nuove vie, basta stare attenti e non farsi del male durante il lungo e duro cammino della vita. Su un'isola calda e soleggiata vive un uomo anziano, che riesce a sopravvivere senza lavoro e senza soldi, vivendo di saggezza e sorrisi. Sapete cosa dice il vecchio saggio? Il passato affligge, bisogna vivere alla giornata, ogni giorno è una porta aperta, basta stare attenti a non farsi del male. Niente da perdere equivale a niente per cui combattere. Sicuramente fra i brani easy listening sfornati ultimamente dai Marillion questo è uno dei migliori, i nostri hanno saputo scegliere gli accordi giusti e ricamarli con estrema raffinatezza. Il brano nella sua semplicità riesce incredibilmente a non cadere nel banale, e al contrario di altri suoi simili, come i recenti Map Of The World e Between You and Me, non sdegna al primo ascolto, ma fa l'effetto contrario, invogliandoci a sentirlo una seconda volta senza annoiarci.

You're Gone

 La prossima canzone, You're Gone (Sei Andata), è il primo singolo estratto da Marbles, singolo che dopo molti anni ha riportato i Marillion nelle parti alte della charts inglesi, raggiungendo una sorprendente settima posizione. L'inizio con la drum machine ci perplime leggermente, rammentandoci lo scadente Anoraknophobia. Un tema di chitarra si fa largo fra le fredde percussioni sintetiche ed anticipa l'ingresso di Steve Hogarth, accompagnato da un bel tappeto di tastiere. Per fortuna dopo circa un minuto entrano in scena basso e batteria che riescono a sovrastare la batteria elettronica, che comunque perdura. La strofa ci regala un'atmosfera sognante, nel bridge Hogarth prende le redini e fa salire di intensità il brano fino ad esplodere nel solare ritornello. Dopo un breve intermezzo strumentale, dove Rothery esegue un bel tema che non si può definire un vero e proprio assolo, ritorna la strofa, con la sua andatura andante ed un bel giro di basso. La noiosa batteria elettronica non scandisce bene i cambi di tonalità del brano, facendolo sembrare monotono. Dopo quattro minuti troviamo un piccolo interludio dove emerge Steve Hogarth, lasciato in compagnia della sola drum machine e della tastiera per qualche battuta; nel trascinante finale la linea vocale viene impreziosita da cori e controcanti, per poi lasciare il campo ad un tema di chitarra, al quale si sovrappone successivamente. E' una avvenente ragazza quella che se ne è andata, andata via improvvisamente come era apparsa, come la notte che segue l'alba se non ci fosse il giorno in mezzo. Il vuoto lasciato dalla ragazza è incolmabile, ha lasciato un'ombra indelebile. Perfino i cieli piangono la sua dipartita, riversando fiumi di lacrime che riportano alla triste vita quotidiana. La vita senza di lei è un tormento, il fantasma della sua allegria fa sembrare il bicchiere mezzo vuoto. Non resta che aspettare la notte, per farla entrare nei sogni e vivere intensamente quei brevi momenti. Un brano molto orecchiabile, la tediosa drum machine risulta oppressiva e non rende giustizia ai bellissimi intrecci fra voce e strumenti, sinceramente come singolo preferisco di gran lunga la traccia precedente, mi sento di dire che You're Gone è il punto basso dell'album, interpretazione personale, visto che il singolo è andato più che bene in classifica.

Angelina

 Le scorie lasciate dalla drum machine vengono dissolte dalla successiva Angelina, che si apre con il rumore della pioggia, ed il classico tintinnio delle chiavi prima di entrare in macchina, tempo di sintonizzare l'auto radio e lentamente siamo avvolti da qualche accordo di chitarra che accompagna un triste Steve Hogarth. Dopo qualche strofa che ha visto Hogarth protagonista assoluto, entrano in scena gli altri, un bel pad di tastiera ci avvolge immediatamente, mentre la sezione ritmica sembra sfiorare appena gli strumenti, cercando di non guastare la quieta atmosfera creata dai colleghi. Fra qualche sottile ricamo di chitarra e di pianoforte giungiamo al bridge, la linea vocale sale quanto basta per portarci al mellifluo ritornello, la base musicale non subisce molte variazioni, si punta tutto sulla ammaliante linea vocale. Un breve interludio strumentale ci separa dalla strofa successiva, dove le mani vellutate di Rothery tessono un dolce tema supportato da una bella tastiera. Dopo la strofa si ricresce con il bridge e incontriamo nuovamente il bel ritornello, stavolta Hogarth viene coadiuvato dalla sensuale voce di Carrie Tree. Un bel giro di basso supporta il delicato assolo di chitarra, mentre i pad di archi ne evidenziano gli accenti. Anche nel ritornello finale ritroviamo i sensuali cori, gentilmente offerti da Carrie Tree, dopo di che un inquietante Hogarth emerge sul finale, sovrapponendosi splendidamente all'assolo di chitarra. Si chiude con classe, con Hogarth supportato da qualche accordo di pianoforte e poche note di basso. Angelina non è il nome della ragazza che se ne è andata lasciando l'anima di Hogarth satura di tristezza, ma è il nome di una emittente radio, che gli uomini solitari chiamano nei momenti di crisi per esternare i propri problemi ed alleviare la solitudine, Angelina è pronta a riceverli sin dalle prime luci dell'alba. Sembra un vero e proprio messaggio promozionale il monologo che ci espone Hogarth. Quando sei alzato fino a tardi, in preda alla confusione, chiama Angelina, con la tariffa agevolata. Se non prendi sonno, invece di leggere un libro, chiama Angelina, lei prende tutte le vostre richieste, riesce a mandar via lo stress e a tirarti su di morale. Sintonizzati su Angelina, li troverai le hits del momento ed i classici del passato, tutti i generi di musica, dalla musica di classe, alle pacchianerie acide. Angelina è la migliore amica degli uomini soli e non ti abbandonerà mai. Una ballata veramente di gran classe ed avvolgente, i pochi accordi ed i bellissimi pad di tastiera si legano perfettamente alla calda linea vocale, cullandoci per oltre sette minuti senza mai cadere nel banale.

Drilling Holes

Di ben altra pasta è la successiva Drilling Holes (Fori da Trapano), che ci aggredisce immediatamente svegliando dal piacevole torpore che ci aveva avvolto il brano precedente. Dopo qualche effetto di tastiera e sognanti uccellini canori, irrompe una ritmica tribale supportata da un lisergico basso effettato, molto psichedelico. Effetti spaziali di sintetizzatore, mellotron e acide chitarre supportano un aggressivo cantato dal sapore anni settanta. Dopo circa un minuto la canzone si placa, la batteria passa ad un tempo lento con estrema delicatezza, il basso spara note a basse frequenze, chitarra e pianoforte eseguono delicati accordi, mentre la voce filtrata di Hogarth ha marcati sentori di beatlesiane memorie, un leggero crescendo ci riporta alle aggressive atmosfere della strofa, con Mark Kelly che imperversa bombardandoci con lisergiche onde sonore. Si rallenta di nuovo bruscamente tornando alle atmosfere beatlesiane del ritornello. All'improvviso irrompe un solitario clavicembalo dal forte sapore medievale. Rientrano in gioco tutti, in un dolce interludio dove vengono accolti nuovamente i canori uccellini dal sapore primaverile che intrecciano il loro canto con un bel basso barocco. Mark Kelly interviene a brevi intervalli irregolari, ora con il clavicembalo, ora con il sintetizzatore, mentre Hogarth continua a far rivivere John Lennon. Un pronunciato crescendo ci porta inaspettatamente ad un nuovo momento di calma, tempo lento e molti effetti di tastiera e mellotron, Dopo alcuni attimi di delirio da parte di Hogarth, si ritorna alla calma atmosfera del ritornello, ancora con un ispirato Mark Kelly in evidenza. Sul finale rimangono solo i graziosi volatili a cinguettare. Se il titolo è strano e le musiche sono lisergiche, le liriche non sono da meno, alienanti, sembrano essere buttate giù sotto l'effetto di acidi, senza un'apparente filo conduttore logico, dove viene a galla la spensierata mentalità hippie della gioventù anni settanta. Il lisergico viaggio inizia con un uomo che si mette a trapanare il muro nel bel mezzo del pomeriggio, disturbando il prolungato riposo di un giovane e spensierato Hogarth. Poi si passa da una ragazza che riordina la cucina, e i nostri che scoprono di essere belli puliti e lavati alla sera, poi la spensierata compagnia si reca a fare un bel pic nic, mangiando insieme ai fastidiosi insetti, al banchetto si presentano anche i membri della band di Hogarth. Improvvisamente due inquietanti figure irrompono nella spensierata giornata, prima una donna in preda al panico, poi un enigmatico uomo vestito di plastica e dalle insolite scarpe. Dopo aver ascoltato gli XTC sotto un albero ombroso, intorno alle tre, dopo qualche tazza di tè e caffè i nostri se ne ritornano a dormire. Questo era uno di quei giorni, uno di quei giorni in cui la mente vaga, uno di QUEI giorni sottolinea Hogarth. Liriche quasi incomprensibili per un brano, che esce un po' dagli schemi dell'album, ma che risulta vincente, con le atmosfere retrò e psichedeliche, i cambi di tempo ed il forte tributo ai Beatles, ma devo anche aggiungere, brano che non avrebbe affatto sfigurato su un album dei medesimi. 

Marbles IV

Dopo questo lisergico bombardamento sonoro si va a concludere la storia delle biglie di Hogarth, con Marbles IV, che ci riporta con i piedi per terra grazie a una soffusa atmosfera dai sentori jazz, ricollegandosi musicalmente alla gemella  Marbles I, anche la linea vocale è praticamente la stessa, con una leggera variazione sul finale di beatlesiane memorie. Dopo la bravata con la racchetta da tennis, i genitori di Hogarth confiscano giustamente le biglie, soffocato dalle lacrime riesce a tenerne una manciate, le sue favorite. Molte sono scomparse nel corso degli anni, solo una era sopravvissuta, e la teneva saldamente sempre in tasca, come unico ricordo di una infanzia che si è dissolta nel corso della vita, ora dopo averla persa non si dà pace, si rende conto che dovrebbe farsi vedere da uno psichiatra, ma lui rivuole a tutti i costi la sua preziosissima biglia, l'aveva conservata come unico ricordo della spensierata infanzia, con l'intento di donarla agli eredi, ma  ora che l'ha persa non ha più prove dell'infanzia, gli rimangono solo parole, solo parole. Degna conclusione piena atmosfera della triste storia delle biglie di Hogarth. Siamo finalmente giunti alla fine del lungo viaggio, alla ricerca della biglia perduta, sinonimo dell'infanzia, infanzia che andiamo a cercare a Neverland (L'Isola Che Non C'è), il simbolo dell'utopia infantile, dove fiabe e leggende prendono vita. Si parte in quarta con un bellissimo pianoforte che ci riporta ai magici romantici momenti degli anni 80, dopo circa venti secondi il piano si dissolve e viene sostituito da un bellissimo tappeto di archi, pronto ad accogliere Steve Hogarth che si presenta con una struggente linea vocale interpretata magistralmente. Dopo circa un minuto ritorna un bellissimo pianoforte a duettare per un paio di battute con Hogarth. Un secondo di pausa ed entrano in scena gli inseparabili Mosley e Trewavas, il tempo è lento ma riesce a trascinarci insieme alla linea vocale che si fa più veemente, il basso ci punge con un bel giro ricco di scale. Nel ritornello entra Steve Rothery, con potenti accordi distorti aperti che fanno spiccare il volo a Steve Hogarth. Brividi. Una breve rullata e dopo una pausa ecco finalmente che si materializza quello che aspettiamo ormai da fin troppo tempo, il melodico assolo di chitarra che sembrava smarrito, che ci riporta con la mente ai fasti del giullare, forse un po' breve, ma la pelle si accappona ugualmente, l'ammaliante linea melodica fa sì che ci rimanga subito impresso nella mente, rimanendoci a lungo, come ha fatto il suo lontano parente che imperversava in Kayleigh. Risiamo nella strofa, con le tastiere in evidenza, e ritorna il bellissimo ritornello, pochi accordi ma scelti intelligentemente. Nella seconda parte del ritornello Hogarth sale ancora più in alto, fino a che non incontriamo il primo interludio strumentale, la sezione ritmica si stoppa, rimangono un bel pianoforte che si intreccia magicamente con la chitarra acustica di Mr. Rothery. In lontananza inizia a prendere vita l'assolo, che ritorna in pompa magna assieme alla sezione ritmica, riprendendo la bellissima linea melodica del precedente assolo che si  incastona prepotentemente nel nostro cervello. Al minuto 05:29 inizia il momento migliore del brano, lanciato da potenti accordi distorti, Steve Hogarth inizia un bellissima parte vocale con un eco da brividi che duetta con le tastiere di Mr. Kelly sintonizzate su frequenze floydiane. Il basso ci graffia con accattivanti scale che inseguono le rullate di un ritrovato Mosley. Vorremmo che questa bellissima parte non avesse mai fine, i nostri lo sanno, e si protraggono a lungo, aggiungendo ora ricami di chitarra, ora tastiere da brividi. Al minuto 07:53 Hogarth esplode, inizia a salire sempre più in alto, volando sopra l'isola che non c'è. Ritorna lo splendido assolo di chitarra, che nel finale assume un tono più grintoso, intrecciandosi con le mille voci di Hogarth. La parte di tastiera eseguita dal maestro Kelly è di rara bellezza ed indescrivibile. La lenta dissolvenza degli strumenti che lasciano il campo al solo Mark Kelly indica che purtroppo siamo giunti al termine di questo bellissimo viaggio verso l'isola che non c'è, che ci ha inondato di emozioni indimenticabili. Durante gli attimi di solitudine, circondato dal buio, quando Hogarth viene raggiunta dalla sua amata la solitudine svanisce. Molti pensano che Hogarth sia qualcuno, ma non sanno che è la sua amata a renderlo speciale. E' lei la scintilla che lo fa andare avanti, che lo vitalizza. Durante questi momenti chiunque può vedere l'amore che Hogarth prova, anche il più sciocco, anche il più cieco. Scopriamo anche il nome della donna che ha stregato Hogarth, si chiama Wendy, quando sono insieme lui può sopportare qualsiasi cosa, ma da quando se ne è andata non è mai riuscito ad approdare sull'isola che non c'è, smarrendosi alla ricerca di essere qualcuno. Neverland è senza ombra di dubbio il miglior brano di Marbles, ma stavolta voglio sbilanciarmi, a mio avviso è il miglior brano dell'era Hogarth, l'alternare fra i momenti di calma dove domina il pianoforte e l'esplosione degli strumenti ci riportano ai tempi d'oro degli anni 80, e poi quel finale con la voce effettata che si intreccia con le tastiere e la chitarra è veramente da pelle d'oca. Oltre dodici minuti di vera e propria poesia musicale, arrangiata impeccabilmente, che insieme ai diciotto di Ocean Cloud valgono il prezzo del doppio platter.

Conclusioni

Dopo aver digerito con molta fatica i dubbiosi album che sono venuti alla luce dopo Brave, finalmente la nostra lunga attesa è stata premiata; il quintetto di Ayelsbury è tornato a deliziarci con dell'ottimo progressive, ovviamente distante da quello ormai obsoleto di cui sono stati la band seminale, ma riproponendocene una versione più matura e consona al nuovo millennio, sfornando un album bello dalla prima all'ultima nota, caratterizzato dal perfetto intreccio dell'armonia degli strumenti e le line vocali di Hogarth e dalla estrema raffinatezza degli arrangiamenti. Con Marbles i Marillion riescono a cancellare in un colpo solo tutte le dubbie uscite degli ultimi dieci anni, riconquistando una buona parte dei fans persi per strada. Sono sicuro che hanno riconquistato anche parte dello zoccolo duro dei "fishiani", anche se il loro orgoglio non li porterà mai ad ammetterlo. Mark Kelly e Steve Rothery hanno abbandonato il ruolo di comprimari che non rendeva giustizia né all'uno né all'altro, tornando ad essere le colonne portanti che sorreggono un sempre più leader Steve Hogarth, maturo nelle liriche, immenso nelle interpretazioni. In Marbles abbiamo ritrovato anche un ottimo Ian Mosley, che insieme al valente Pete Trewavas forma le salde fondamenta su cui si erge la struttura Marillion. Dopo una lunga ed estenuante fase di composizione e di registrazione, che ha visto i nostri impegnati per ben ventotto mesi rinchiusi presso i familiari studi The Racket Club di Aylesbury, l'atteso Marble è venuto alla luce il 27 Aprile del 2004  per quanto riguarda la versione pre-order a due dischi, mentre la versione standard è uscita con qualche giorno di ritardo, precisamente il 3 Maggio del 2004. Il tutto è avvenuto sotto la supervisione del sapiente Dave Meegan, ormai sesto membro ufficiale della band, che oltre alla produzione si è occupato del mixaggio dei brani The Invisible ManYou're GoneFantastic Place, avvalendosi invece della preziosa collaborazione del genio Steven Wilson per quanto riguarda il mixaggio della melliflua Angelina, mentre i restanti brani sono stati mixati da Michael Hunter; e liriche invece sono scaturite dalla penna di Mr. Hogarth. Come al solito i brani sono stati tutti scritti ed arrangiati dai Marillion. Per la distribuzione i nostri hanno scelto di controllare personalmente la Intact, piccola diramazione della Castle Communications. La copertina è stata affidata agli Aleph studio. Nella bellissima fotografia scattata da Carl Glover troviamo un bambino, che fra l'indice ed il pollice stringe due colorate biglie, tenendole in corrispondenza delle pupille, a simboleggiare l'infanzia, argomento che prevale fra le righe dell'album. Grazie all'ottimo lavoro ottenuto con Marbles, i Marillion sono tornati meritatamente a frequentare le posizioni di classifica che gli competono, piazzandosi alla posizione numero 11 degli album più venduti in patria, raggiungendo sorprendentemente la posizione numero 7 con il singolo You'Re Gone e pizzandosi alla dignitosa posizione numero 16 con l'altro singolo Don't Hurt Yourself. Marbles è dunque un bellissimo album di progressive rock raffinato e moderno, perle come The Invisible Man, Neverland e Ocean Clouds sono destinate a diventare dei classici imprescindibili della band albionica. Tirando le somme possiamo definirlo un capolavoro che fa vacillare il primato di Brave, da sempre considerato la punta di diamante dell'era Hogarth, pertanto si merita la medesima valutazione finale. Se proprio vogliamo cercare un pelo nell'uovo, personalmente non comprendo la scelta di far uscire la vera versione di Marbles, quella a due dischi, solo per i fans che avevano aderito al pre-order, omettendo per la versione retail perle come Oceans Cloud, The Only Unforgivable Thing, per ottenere una sorta di best dei due dischi, aggiungendo un inutile remix del singolo You're Gone. Quindi vi consiglio caldamente di procurarvi la versione a due dischi, reperibile sul sito ufficiale www.marillion.com ; con questo avvertimento mi rivolgo principalmente a chi come me, un po' scottato dalle dubbie uscite del quintetto albionico, all'epoca optò (cadendo in errore) per la versione retail.

1) The Invisible Man
2) Marbles
3) Genie
4) Fantastic Place
5) The Only Unforgivable Thing
6) Marbles II
7) Ocean Cloud
8) Marbles III
9) The Damage
10) Don't Hurt Yourself
11) You're Gone
12) Angelina
13) Drilling Holes
14) Marbles IV
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