MARILLION

Less Is More

2009 - Edel

A CURA DI
SANDRO NEMESI
14/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Non hanno aspettato neanche che il Pianeta Terra terminasse il suo lungo viaggio attorno al Sole ed i Marillion tornano negli scaffali con Less Is More, una raccolta di brani dell'era Hogarth rivisitati in chiave acustica con una classe ed una raffinatezza ineguagliabili, tutti rigorosamente registrati in studio. Non si può parlare del vero e proprio successore di Happiness Is The Road, ma sarebbe ingiusto parlare dell'ennesima inutile raccolta pubblicata con lo scopo di racimolare soldi. Con una forte vena creativa, hanno saputo dare una nuova vita ai brani, togliendo la parte elettrica e rimpiazzandola con strumenti acustici, andando a riprendere il titolo dell'album, less is more, ovvero meno è più, frase che nella lingua albionica è propensa a svariate interpretazioni, ma che noi in questo caso traduciamo alla lettera, frase che per molti è una vera e propria filosofia di vita. Curiosa è la scelta dei brani, infatti è sbagliato parlare di un greatest hits acustico. I nostri sono andati a pescare fra gli album che meno avevano colpito i fans, senza optare per i grandi classici o scegliendo fra i numerosi singoli sfornati, fatta eccezione di The Space? (uno dei migliori brani dell'era Hogarth) e di Cannibal Surf Babe, l'unico singolo rivisitato, che fra l'altro non compare nemmeno nella playlist di copertina, figurando nel CD come traccia fantasma. A sorpresa non ci sono brani estratti dal capolavoro Marbles, mentre uno solo è stato estrapolato dall'altra perla Brave. Vince l'insolita classifica il controverso Anoraknophobia, con ben tre brani estratti, mentre uno soltanto è un brano inedito. Da apprezzare il fatto che la scelta non è caduta su brani di facile trasposizione acustica, come potevano essere le Easter, le Dryland o la Great Escape di turno, troppo facile, ma sono stati selezionati brani che con l'acustico hanno ben poco a che vedere, a dimostrazione della grande voglia di suonare che alberga  dentro i cinque di Aylesbury, nonostante calpestino i palchi di tutto il mondo da oltre trent'anni, durante i quali ci hanno proposto sempre quello che gli passava per la mente, senza badare alle mode a ai possibili incassi dei botteghini. Non dimentichiamo che nel lontano 1983 sono stata la band seminale del neo progressive e successivamente, pur privi dell'icona Fish, sono riusciti a cancellare alcune dubbie uscite sfornando due capolavori come Brave e Marbles, album che tengono testa ai capolavori dell'era Fish. In apertura di recensione parlavo di classe e raffinatezza, infatti oltre alla splendida rivisitazione in chiave di struttura ed arrangiamento, i nostri hanno ricorso anche all'uso di strumenti inusuali e particolari, ormai persi nel tempo e in voga solo nelle esecuzioni di musica di culto come il folk. Ascoltando Less Is More potremo avere il piacere di sentire le note emesse dall'autoharp, una sorta di ibrido fra arpa e chitarra, vicino parente dello zither austriaco, oppure il glockenspiel che deve il nome alla lingua tedesca, tradotto alla lettera significa suono (Spiel) delle campane (Glocken) uno strumento a percussione antico parente dello xilofono, anch'esso usato durante la rivisitazione dei brani, un altro atavico strumento usato  è il dulcitone, antenato del piano, da noi conosciuto come celesta. Altri strumenti inusuali sono l'harmonium, una variante dell'organo, il dulcimer strumento a corde che risale al medio evo, originario della Scozia e molti altri strumenti da percussione che troverete menzionati durante il track by track. Molti brani riusciranno a colpirci, affascinandoci quanto le versioni originali, alcuni addirittura donati di nuova vita dopo essere stati spogliati completamente delle parti elettriche, come nel caso di Hard Is Love, brano fra i più rockeggianti della discografia marillica e fra i migliori di quelli rivisitati in chiave acustica, altri si riveleranno perle quanto l'originale, come nel caso di Out Of This World o This Is The 21st Century, che priva della fredda e tediosa drum machine mette in risalto le splendide melodie della linea vocale, mentre brani come Quartz o If My Heart Were a Ball It Would Roll Uphill ci lasciano indifferenti come  indifferenti ci avevano lasciato le versioni originali. Ma togliamoci la curiosità e andiamo a scoprire quanto brillantemente i Marillion hanno rivisitato i brani.

Go!

Ad aprire le danze è Go! (Vai!), tratta da Marillion.com, la nuova versione acustica riesce a mantenere le atmosfere oniriche di quella originale, grazie a Mark Kelly, che ci avvolge alternandosi fra il glockenspiel e l'autoharpHogarth cosparge di ulteriore dolcezza la linea vocale, l'omonimo Rothery prima si limita a cristallini accordi di chitarra, ovviamente acustica, poi ci ripropone l'ammaliante tema portante, che risulta vincente anche nelle vesti acustiche, tema che poi prende la forma di un avvolgente assolo. Rieccoci alla strofa, con l'atavico glockenspiel che spadroneggia, stavolta affiancato da uno struggente pad di strings, dopo di che incontriamo un enigmatico intermezzo che anticipa l'ingresso di Ian Mosley, con un tempo delicato, ricamato dal basso e dalla chitarra acustica, a supportare l'ennesima linea vocale vincente di Hogarth, che ci accompagna verso la fine del brano. Liriche positive quelle di Go! con le quali Hogarth ci esorta a cogliere l'attimo, a vivere al massimo la nostra vita, seguendo l'istinto e a credere in noi stessi, tentando di realizzare le scintille di luce che si accendono nella nostra mente ed essere sempre svegli sull'orlo del Mondo. Brano che come l'originale non ci cattura più di tanto, anche se devo dire che questa nuova veste acustica lo rende più appetibile. Durante la rielaborazione del brano, Hogarth oltre che a cimentarsi nel canto e nei cori, ha suonato il dulcitone, antenato del pianoforte e ha tenuto il ritmo con le shacker, Mark Kelly oltre ai già citati glockenspiel e autoharp ha suonato anche il tradizionale pipe organ e il vetusto Harmonium. Ian Mosley e Steve Rothery si sono limitato ai loro fidi strumenti, la batteria e la chitarra acustica, mentre Pete Trewavas, oltre al basso acustico ha suonato lo xilofono e ha dato una mano con i cori. Infine vi sono due ospiti, H.S. Ensemble alle strings e B. Hartshom all'armonica. Come potete vedere dalla varietà degli strumenti usati i nostri non si sono limitati a proporci una banale versione unplugged dei brani. 

Interior Lulu

Si pesca sempre da Marillion.com con la successiva Interior Lulu (Lulu Interiore), lunga suite e punta di diamante dell'album, la cui durata viene notevolmente ridotta durante la rivisitazione acustica, rimanendo comunque il brano più lungo di Less Is More con i suoi oltre sette minuti. E' ancora il glockenspiel ad introdurre il brano, stavolta suonato dall'eclettico Hogarth, che ritma anche con la shackers aiutando l'amico Mosley che si cimenta in delicate percussioni sui bongo. Di tanto in tanto siamo deliziati da raffinati ricami di pianoforte e chitarra portoghese. Successivamente la strofa viene ravvivata da un bellissimo tema di pianoforte. Il ritornello riesce a mantenere le avvolgenti atmosfere dell'originale, con una bella chitarra acustica in strumming che tiene il ritmo, aiutata da profonde pennate di basso e dalla gran cassa, mentre il pianoforte   detta la linea melodica seguita dal cantato sognante di Hogarth. Al minuto 03:12 un magico passaggio sul chimes, una sorta di scaccia spiriti in ottone, annuncia un misterioso interludio, con le chitarre che si intrecciano con una miriade di strumenti, creando un paradisiaco e rilassante limbo sonoro che accoglie lo struggente Hogarth. Dopo qualche battuta entra finalmente in scena la batteria, accompagnata dalle calde note del basso acustico. Hogarth viene guidato dal pianoforte fino al successivo cambio di atmosfera, dove viene accompagnato dalla sola chitarra acustica per alcune battute. Una delicata rullata ricamata da una scala di basso annuncia un bellissimo organo che inizia a duettare con Steve Hogarth, riuscendo ad emozionarci come nella versione originale. La sezione ritmica si ferma nuovamente, rimane una idilliaca chitarra acustica che lascia immediatamente il campo ad un triste tappeto di organo, sul quale cammina Steve Hogarth con una struggente linea vocale, successivamente affiancata da malinconico pianoforte da brividi. Entra il basso che ci guida con profonde note, Mosley agisce sugli ottoni, per poi concludere con un tempo articolato. Veniamo alle liriche, nello slang inglese la parola "Lulu", oltre ad essere il nomignolo di Louise (e qui si omaggia apertamente la famosa attrice Louise Brook), sta a significare qualcosa di straordinariamente bello, in particolar modo riferito al mondo femminile. Interior Lulu è la bellezza interiore di una ragazza, che lentamente viene spazzata via dall'irrompere di internet e del progresso elettronico in generale. La ragazza passa intere giornate fra pagine virtuali ed e-mail, dimenticandosi di nutrirsi e respirando l'aria viziata e polverosa della cameretta. La realtà virtuale sta pian piano offuscando le nobili passioni quali la pittura e la poesia. La possibilità di conoscersi senza potersi toccare, attaccati per ore ed ore allo schermo del computer, sprecando gli occhi e attimi di vita che potevano essere impiegati immersi nella natura, assieme a persone reali, in carne ed ossa, invece di aspettare che le tempeste elettriche fulminino i nostri fusibili. Internet è un'arma a doppio taglio, è in grado di espandere le tue conoscenze, può metterti in comunicazione con tutto il Globo ma allo stesso tempo è in grado di isolarti dal resto del Mondo. Inconsciamente Hogarth spara a zero su internet, inconsapevole che nel prossimo futuro sarà un'arma fondamentale per la sopravvivenza della band. Come nella versione originale, il brano riesce ad inondarci di emozioni, risultando una scelta vincente. Durante l'arrangiamento del brano Hogarth esagera, suonando dulcimer e glockenspiele una serie di strumenti da percussione che sono: shackers, finger cymbals, bel tree, rain stick, oltre a occuparsi ovviamente del cantato e dei cori. Mark Kelly oltre al piano e all'organo si diletta nuovamente con harmonium e autoharpIan Mosley è dietro le pelli, impreziosendo il set con esotici bongo. Steve Rothery oltre alla chitarra acustica ci delizia con caldi tocchi sulle corde della chitarra portoghese di Steve Howeiane memorie. Pete Trewavas si è divertito con lo xilofono suonando comunque il canonico basso acustico.

Out of This World

La chitarra acustica da brividi che apre la successiva Out of This World (Fuori Da Questo Mondo), tratta da Afraid Of Sunlight, ci lascia presagire che siamo di fronte ad uno dei migliori brani del platter. Mark Kelly con raffinati pizzichi sull'autoharp ricama splendidamente l'arpeggio, mettendone in risalto gli accenti. Da brividi la bellissima atmosfera creata, che accoglie Steve Hogarth con una struggente linea vocale interpretata magistralmente. Pete Trewavas abbandona il basso per aiutare il collega Rothery con la chitarra acustica, ottenendo un meraviglioso intreccio, supportato dallo struggente harmonium. Dopo un breve intermezzo dove le due chitarre acustiche si intrecciano splendidamente entra in gioco Ian Mosley, supportato da un melanconico pianoforte, che si sposa a meraviglia con la linea vocale di Steve Hogarth. Pelle d'oca. Al minuto 03:32 il brano sembra sfumare verso la conclusione, ma a sorpresa emerge un caldissimo strumming acustico da campeggio estivo, ricamato dall'altra chitarra acustica, con il quale inizia a duettare magistralmente Steve Hogarth. Ritorna la batteria, per un trascinante finale che vorremmo non finisse mai. Le liriche sono un vero e proprio omaggio al pilota britannico Donald Malcom Campbell, l'unica persona che è riuscita a battere nello stesso anno, precisamente nel 1964, sia il record di velocità a terra (raggiungendo i 648.73 km/h) che in acqua. Il 4 gennaio del 1967 dopo aver portato ulteriori modifiche al Bluebird K7, una imbarcazione costruita appositamente sotto le sue direttive, perse la vita in un tragico incidente, mentre tentava di stabilire un nuovo record di velocità sull'acqua (l'incidente avvenne dopo aver superato l'incredibile velocità di 480 km/h). Incomprensibilmente i resti del pilota e dell'imbarcazione inabissati, restarono dispersi sul fondo del lago, quasi dimenticati ... fino a che un certo Bill Smith, titolare di una importante azienda inglese, ascoltò un brano del gruppo scozzese Marillion, che ne cantava il triste evento e decise di intraprendere una seria spedizione di ricerca, culminata col positivo ritrovamento nel 2001. Steve Hogarth fu invitato e partecipò al triste evento, ed ancora conserva gelosamente nel portafoglio una preziosissima scaglia di vernice di colore blu. Questa splendida versione acustica di Out Of This World riesce incredibilmente a emozionarci più della versione originale, che già di per sé era il brano migliore dell'album, confermandosi meritatamente anche miglior brano di Less Is More e conquistandosi un posto fra i miei brani preferiti del quintetto di Aylesbury. Riprendendo il titolo dell'album e seguendo la regola meno è meglio, i Marillion confezionano un piccolo gioiello impiegando molti meno strumenti rispetto agli standard del platter. Troviamo la coppia Trewavas - Rothery alle chitarre acustiche, Hogarth oltre che a cantare magistralmente si limita all'uso dei finger cymbals, Mark Kelly aumenta la dose di brividi con pianoforte, harmonium e autoharp. Mentre Mosley si addossa tutti i compiti ritmici piazzandosi dietro al drum set. 

Wrapped Up in Time

 Dobbiamo ancora smaltire la pelle d'oca dalle nostre braccia, che un triste pianoforte attacca la successiva Wrapped Up in Time (Avvolti Nel Tempo), unico brano estratto dal precedente Happiness Is The Road. Per alcune battute il pianoforte di Mark Kelly dialoga con un passionale Hogarth. Un profondo glissato di basso annuncia l'entrata in scena della sezione ritmica, con un tempo di classe che si intreccia a meraviglia con il pianoforte, che a tratti lascia il campo alle calde note del basso acustico, mentre Steve Rothery ricama stavolta con la chitarra elettrica, in via del tutto eccezionale. Nel ritornello Hogarth sale in alto, trasportato da uno struggente tappeto di organo Hammond, e accompagnato splendidamente dai tocchi vellutati sulla sei corde. L'inciso, come del resto ha fatto precedentemente la strofa, si protrae a lungo fino alla fine, avvolgendoci con i raffinatissimi e caldi ricami di chitarra che duettano con il vetusto organo Hammond supportando un grande Hogarth che nel finale viene aiutato da cori ancestrali. Le poetiche liriche uscite dalla penna di Hogarth ci esortano a vivere alla giornata, apprezzando ogni singolo attimo della nostra vita, perché poi le cose vengono avvolte nel tempo, e con esso svaniscono, senza poter più riaverle, lasciandoci solo un'eco, l'eco del momento nel quale furono avvolte e il ricordo, dolce o amaro che sia. Wrapped Up In Time era un brano dotato di gran classe nella versione originale, e direi che riesce a mantenerla anche nella nuova rivisitazione. Durante l'esecuzione, Steve Hogarth canta e dà una mano con il pianoforte all'amico Mark, che per stavolta ci delizia con struggenti tappeti di organo Hammond e delicati colpi sul glockenspiel, Rothery fa uno strappo alla regola e abbandona la chitarra acustica a scapito dell'elettrica, mentre i compagni di sezione ritmica si limitano a suonare i loro strumenti di competenza. I cori sono gentilmente offerti dai The Preston Bissett Singers.

The Space...

E' da pelle d'oca il sinistro pianoforte che apre The Space... (Lo Spazio?), uno dei miei preferiti dei Marillion 2.0 e tratto da Seasons End, l'album che ha visto il debutto dell'allora carneade Steve Hogarth con i Marillion. Per circa un minuto "H" canta le prime battute dell'inciso accompagnato dallo splendido pianoforte, mentre Rothery scandisce le toniche con cristallini accordi. Purtroppo la scelta con cui è stata rivisitata la strofa non è all'altezza dell'introduzione, con una chitarra che va in contro tempo sul rullante in pieno stile blues, seguita da un tappeto di organo Hammond in sottofondo e un profondo basso che predomina. Un po' meglio l'inciso, che abbandona però le sinistre atmosfere dell'introduzione. Sempre su una ritmica dai sentori blues, dove si sprecano le scale di basso, è il pianoforte l'elemento predominante, che duetta con la splendida linea vocale di Hogarth, che rimane fedele alla versione originale. Ritorna la strofa, che proprio non riesce a convincermi, seguita nuovamente dall'inciso. Successivamente si tenta di replicare l'emozionante ed evocativo finale, ma devo dire che i nostri non si avvicinano neanche lontanamente al calderone di atmosfere ed emozioni della versione originale. Hogarth ha tratto l'ispirazione delle liriche dopo aver assistito ad un bizzarro incidente in Olanda, per fortuna senza vittime o feriti. Un tram travolse senza neanche accorgersene un'automobile parcheggiata inconsciamente sulle rotaie, riducendola ad un ammasso di lamiere e proseguendo imperterrito la propria corsa. Hogarth fa un immaginario viaggio nello spazio, sottolineando come spesso gli uomini non si curano delle cose belle che hanno vicino, ignorandole come il tram fece con l'automobile. Fra le righe si ostenta un forte disprezzo verso l'egocentrismo e l'egoismo che soventi si manifestano nel genere umano. Un brano che parte alla grande ma che poi si perde durante il proseguo, perdendo nettamente il confronto con la versione originale, peccato perché le potenzialità di sfornare un'altra preziosa gemma c'erano eccome. In questo brano Hogarth oltre a cantare suona il dulcimer, Mark Kelly si sbizzarrisce fra organo Hammond, pianoforte, autoharp e glockenspiel. Mosley rimane dietro la batteria, mentre Rothery e Trewavas suonano i rispettivi strumenti in versione acustica. S. Audley figura come ospite suonando il bowed glockenspiel. ?

Hard As Love

Per fortuna i nostri si rifanno con gli interessi con la successiva Hard As Love (Arduo Quanto L'Amore), unico brano estratto dal capolavoro Brave, brano che nella versione originale aveva una forte matrice hard rock, risultando fra i più duri proposti dal quintetto di Aylesbury. La graffiante chitarra distorta che apriva la versione originale viene sostituita con un malinconico pianoforte che accompagna Steve Hogarth, il quale mantiene la stessa linea vocale dell'originale, aggiungendo un po' di miele e togliendo il peperoncino. Entrano basso e batteria, ma a sorpresa viene del tutto omesso il veemente inciso, sostituito con la versione corale dell'intermezzo che in origine veniva dopo il ritornello. Sopra un tappeto di organo Hammond, Hogarth imperversa con una serie di ammalianti "huu huu huu" imitato dal glockenspiel suonato da Mark Kelly. Ritorna la strofa, stavolta supportata dalla sezione ritmica, con il pianoforte in evidenza. Hogarth ci ripropone la vincente soluzione del nuovo inciso, stravolta supportato da un bel lavoro ai cori da parte dei colleghi. Si cambia atmosfera, un bellissimo intreccio fra chitarra acustica e glockenspiel viene ricamato da cori ancestrali, poi un brillante pianoforte annuncia il veemente ritorno di Hogarth, che si fa ancora più grintoso quando viene raggiunto dalla sezione ritmica con un bel basso in evidenza e dall' organo Hammond. Improvvisamente siamo avvolti dal prorompente ritorno del nuovo inciso, caratterizzato da bellissimi cori che si intrecciano con il cantato di Hogarth che sfiora il falsetto. Chiude Hogarth, riprendendo la veemente linea vocale dell'intermezzo, accompagnato dal pianoforte e dalla chitarra acustica. Nelle liriche Hogarth narrando le vicissitudini amorose della sfortunata protagonista di Brave, espone i lati oscuri dell'amore che ti rende affamato, ti fa soffrire, ti rende umile, ti fa tremare e ti fa cadere, ma ne vale la pena. Stavolta i Marillion hanno fatto centro, trasformando completamente un brano che in origine era un grintoso hard rock che nel finale prendeva una piega progressive, in un piacevole brano semi acustico con una pregevole parte corale predominante. Hogarth oltre che a dominare con la voce e i cori in questo brano suona il pianoforte, il tamburino, e il door knobs (?) che alla lettera è la maniglia della porta. Mark Kelly suona l'organo, sia l'Hammond che il tradizionale, oltre all'ormai consueto glockenspiel e da una mano con i cori. Vanno di pari passo Trewavas e Rothery, con i rispettivi strumenti acustici ed un ottimo lavoro ai cori, mentre il pigro Mosley si limita a suonare la batteria senza aprir bocca.

Quartz

Si pesca nel deludente Anoraknophobia con la successiva Quartz (Quarzo) ,che si apre con un simpatico duetto fra xilofono e dulcitone, supportati da uno strano clockwork effects, riprendendo le liriche dove Hogarth usa la bellissima metafora del perfetto meccanismo dell'orologio e del quarzo, per sottolineare quanto sia importante la perfetta sintonia fra uomo e donna per far sì che il rapporto perduri nel tempo, la donna il quarzo, lui il meccanismo. Alla tribale melodia si aggiunge anche l'immancabile glockenspiel. Minacciosi accordi di pianoforte scandiscono il tempo, imitando i rintocchi di un orologio a pendolo e chiamano in causa Steve Hogarth, ricamato saltuariamente da Rothery, stavolta con una enigmatica chitarra elettrica. Dopo circa un paio di minuti irrompe una ritmica dai sentori jazz, Hogarth tenta di dare un po' di brio con la linea vocale, ma il brano stenta a decollare. Un bel tema di chitarra dal sapore anni settanta interrompe la monotonia del brano. Un attimo di pausa e poi Hogarth inizia a duettare con un triste pianoforte, con una struggente linea vocale che riesce a tirare un po' su il brano. Il basso inizia a sparare sedicesime, seguito da una timida batteria, Hogarth stende un tappeto con il dulcitone, lontano parente dell'organo, aprendo la strada ad un bell'assolo di chitarra di knopfleriane memorie. Come dice un vecchio proverbio toscano, "non si cava il sangue da una rapa", Quartz era un mediocre brano all'origine, ed i nostri non riescono a migliorarlo più di tanto, anche se devo dire la parte finale con l'assolo ne alza la valutazione. 

If My Heart Were a Ball It Would Roll Uphill

Stesso discorso vale per la successiva If My Heart Were a Ball It Would Roll Uphill (Se Il Mio Cuore Fosse Una Palla Rotolerebbe), che non a caso è estrapolata sempre dal dubbio Anoraknophobia. Il brano si apre con una enigmatica introduzione dai sentori fusion, con un basso predominante supportato da una ritmica raffinata. Questa primo scorcio di brano non sfigurerebbe come colonna sonora in un film di Quentin Tarantino. Neanche il ritornello convince, con l'esplosione canora di Hogarth che sembra in difficoltà a raggiungere certi picchi. Dopo un intermezzo fusion con il pianoforte in evidenza ritorna il nauseante inciso, che poi per fortuna lascia il campo ad un chitarra acustica che duetta con lo xilofono. Successivamente ritorna Hogarth, accompagnato da profonde scale di basso, che poi viene raggiunto dalla batteria. Hogarth inizia a delirare, seguendo le note del dulcitone. Se la parte musicale lascia a desiderare vanno un po' meglio le liriche, si parte con un cuore che rotola come una palla a causa delle frecce di Cupido, fino ad arrivare alle forti emozioni che ci bombardano nei sogni, se fosse una palla il cuore rotolerebbe in salita quando sogniamo di essere inseguiti da un'orda di mostri e le nostre gambe faticano a muoversi come se fossero di piombo ed incollate alla strada. E' una brutta sensazione quella che proviamo durante i sogni, quando non riusciamo a correre e veniamo raggiunti inesorabilmente dai mostri, salvato solo dalla sveglia che dissolve magicamente le malvage creature che ci stavano inseguendo. Il cuore rotola come una palla in salita quando sogniamo di precipitare o quando sognavo di intravedere un'ombra gigantesca proiettata sulla parete della nostra camera da letto. Oltre a cantare Hogarth fa un grande lavoro con il dulcitone, Mark Kelly oltre al pianoforte e onnipresente glockenspiel suona anche la brushed autoharp. Mosley oltre alla batteria percuote gli Skulls, esotiche percussioni di origine africana. Rothery si limita alla chitarra acustica, mentre Trewavas oltre al rispettivo basso ritorna a martellare lo xilofono. I clockwork effects sono gentilmente offerti da R. Hazlehurst. Per questo brano si addice ancor di più il proverbio toscano, nonostante il tentativo di donargli una nuova vita, il brano rimane il punto più basso del platter, destinato a finire nel dimenticatoio come il fratello maggiore.

It's Not Your Fault

La successiva It's Not Your Fault (Non è Colpa Tua) è l'unico brano inedito presente sul disco, brano sfortunato, visto che per ben tre volte consecutive non è riuscito a rientrare nella playlist finale dei precedenti album. Steve Hogarth la rivaluta, con una struggente prestazione solitaria, che lo vede impegnato anche al pianoforte, confermandosi anche un ottimo musicista. La linea vocale è struggente e si sposa a meraviglia con il melanconico pianoforte, dai forti sentori beatlesiani. La strofa si protrae a lungo, fino a che un breve bridge anticipa il ritornello, dove Hogarth ripete più volte il titolo del brano, sempre ricamato dal triste pianoforte; l'interpretazione dell'inciso è talmente profonda da far sembrare che Hogarth abbia il nodo alla gola, forte è l'emozione con cui pronuncia il titolo. Un secondo di pausa e ritorna la strofa, con la struggente atmosfera funerea. Altro bridge e ritorna l'inciso strappalacrime che ci accompagna fino al termine di questa breve ma intensa ballata al pianoforte. Il testo potrebbe risalire a quando iniziarono a manifestarsi i primi problemi di coppia in casa Hogarth, il romantico Steve non si sente di addossare tutte le colpe della rottura alla consorte, e si vergogna che fra di loro aleggiassero segreti e bugie. E' impossibile viver isolati dal mondo esterno, Hogarth proprio non ci riusciva, si sentiva soffocato, la vita di coppia si è frantumata come uno specchio rotto, anzi, due, e i cocci sono i riflessi del passato, l'unica cosa che rimane del rapporto. Ma non è colpa di nessuno, il problema è che loro non erano stati cablati per vivere insieme. Piacevole intermezzo romantico che emana una pesante tristezza, interpretato magistralmente da Steve Hogarth; brano che non stona nel contesto dell'album. Cresce la curiosità di sapere come fosse la versione originale, tanto bistrattata da Rothery e da rimanere a lungo nel cassetto dei brani scartati. 

Memory of Water

 Ancora una dolce ballata romantica, stavolta incentrata su un armonioso intreccio di chitarre acustiche, Memory of Water (Il Ricordo Dell'Acqua), tratta dall'album This Strange Engine. La linea triste linea vocale viene avvolta da una splendida ragnatela acustica, a tesserla sono Steve Rothery e Pete Trewavas, che intrecciano magnificamente le note emesse dalle rispettive sei corde. La strofa viene ripetuta per due volte, non emerge un vincitore fra le bellissime note arpeggiate e la bellissima linea vocale di Hogarth, che recita con estrema passione le strofe come se fosse una poesia. Un breve bridge, dall'ara sognante e poi dopo circa un minuto c'è spazio anche per un bellissimo assolo acustico, eseguito passionalmente con la chitarra portoghese da Steve Rothery, gradito interludio che ci divide dalla seconda parte del brano, dove si aggiunge anche Mark Kelly ad appesantire l'atmosfera stendendo un melanconico tappeto con l'harmonium, mettendo in risalto la variazione della linea vocale di Hogarth. Ritorna per l'ultima volta la strofa, con la bellissima trama arpeggiata che nel finale si dissolve magicamente insieme al titolo del brano. Più che un testo sarebbe opportuno parlare di una bellissima poesia, incentrata sul forte rapporto che lega l'essere umano all'acqua. Il ricordo dell'acqua purtroppo svanisce con il passare degli anni, è impossibile ricordarsi quando galleggiavamo immersi nel mare d'amore del ventre materno. L'essere umano non può prescindere dall'acqua, elemento primario ed essenziale per la sopravvivenza, che ci accompagna durante il duro cammino della vita. Hogarth si prende qualche piccola licenza poetica per rafforzare le strofe, chiedendosi se il Re pesca ancora in riva ad un fiume, con la schiena rivolta la sole rovente, cantando il ricordo dell'acqua. Devo dire che l'aggiunta delle chitarre acustiche migliora di gran lunga il brano rispetto alla versione originale, che praticamente veniva cantata a cappella, con un successivo intervento delle tastiere. Pete Trewavas e Steve Rothery sono i tessitori dell'intrigante ragnatela acustica in cui è stato imprigionato Mr. H, che per una volta si limita solamente a cantare, Mark Kelly riduce al minimo il suo contributo, tessendo un breve tappeto con l'harmonium, mentre Ian Mosley, non trovando spazi a lui congeniali nella struttura del brano, ha preferito farsi una birra fresca.

This Is the 21'st Century

E siamo giunti alla fine, con uno dei brani più attesi, This Is the 21'st Century (Questo è il 21° Secolo), tratto ancora da Anoraknophobia. Il brano inizia con orientaleggiante introduzione, frutto di un meraviglioso intreccio fra chitarre acustiche e autoharp. La strofa si apre con un caldo strumming acustico, che accompagna la riflessiva ed emozionante linea vocale di Hogarth, ricamata con il pianoforte sempre dallo stesso Hogarth. Nel bridge spicca il glockenspiel di Mark Kelly, che apre la strada al solare ritornello, sempre supportato dallo strumming acustico e dal pianoforte. Fa il suo ritorno la strofa, seguita dal bridge che sale in alto, chiamando all'appello anche Ian Mosley, che entra nel ritornello con un tempo delicato e di gran classe, donando brio alla splendida linea vocale di Mr. Hogarth. Successivamente siamo avvolti dalle suggestive ed enigmatiche atmosfere di un sinistro interludio, dove il pianoforte è lo strumento principale, supportato da un gran lavoro sugli ottoni, interludio che apre i cancelli al ritorno dello splendido inciso che ci accompagna fino alla conclusione, lasciata poi nelle mani, o meglio nella voce di Hogarth, ricamato con estrema finezza dai compagni. Le liriche sono una vera e propria ipnosi esistenziale che attacca il progresso e l'uomo, reo di mandare a rotoli il mondo dichiarando guerra a Madre Natura a suon di prodotti chimici e circuiti cibernetici. L'aria sporca delle città, i prodotti chimici al posto di Dio, sono le tristi peculiarità del 21° secolo. Il progresso della tecnologia è direttamente proporzionale all'involuzione del genere umano, sotto il bieco sguardo dei potenti che vivono in maestosi edifici a specchi e che si sono comprati il mondo. Le liriche trasudano pessimismo di fronte alla Natura che cede al progresso, talmente pessimiste che Steve si domanda se vale la pena mettere al mondo dei figli che dovranno crescere in quello che è rimasto del mondo che fu. Durante questa riflessiva ed epica ballata acustica Steve Hogarth oltre alla struggente prova canora, suona il pianoforte ed il dulcimer. Mark Kelly si limita al glockenspiel e all'autoharp, il duo Rothery Trewavas si intreccia con le chitarre acustiche, mentre Ian Mosley rimane fedele al suo strumento. Devo dire che l'assenza della tediosa e fredda drum machine che imperversava sulla versione originale, mette in risalto la perfetta armonia fra le ammalianti linee vocali e le splendide architetture melodiche degli strumenti, ancora più raffinate nella versione acustica, che devo dire preferisco all'originale. Seguendo le istruzioni del bellissimo libretto interno del CD, tutto rigorosamente in bianco e nero, l'esperienza acustica marillica  si è conclusa degnamente con la splendida versione di This Is The 21th Century.

Cannibal Surf Babe

Ma se portiamo pazienza, dopo una ventina di secondi il nostro lettore CD torna magicamente a suonare, rivelando la traccia fantasma, traccia che non fatichiamo a  riconoscere immediatamente, si tratta della rivisitazione acustica della bizzarra Cannibal Surf Babe (Surfista Cannibale), uno dei brani più antimarillici prodotti dal quintetto albionico, ed unica traccia del platter ad essere uscita come singolo nella versione originale, anche se si trattava di un'uscita promozionale per il solo mercato degli Sati Uniti. Si parta con una curiosa introduzione dai forti sentori rockabilly, la linea vocale segue la bizzarra ritmica, con il basso in evidenza, ricamata da leggeri tocchi sul glockenspiel e metallici strumenti da percussione. Il ritornello risulta vivace, grazie alla spensierata linea vocale. Ritorna la strofa, con l'aggiunta di una azzeccata pausa nella parte finale. Di nuovo l'inciso e poi si cambia, entriamo in un interludio dove è in evidenza a chitarra acustica, che duetta con metalliche percussioni; Hogarth sfiora il parlato durante questo interludio, che al termine lascia il campo ad un breve stacco di chitarra acustica per poi tornare nuovamente fino alla conclusione, dove c'è spazio per un assolo di armonica a bocca. Liriche malate per questo bizzarro brano, pare che Steve Hogarth abbia tratto l'ispirazione da un vecchio film Horror trasmesso in tarda notte. La nostra protagonista è una inquietante surfista dalle dubbie abitudini alimentari che prima di cibarsi del malcapitato di turno, canticchia una inquietante canzoncina, dove apprendiamo che è nata nel millenovecentosessanta e che è una bella surfista da incubo. Apprendiamo inoltre un irridente tributo a Brian Wilson, leader dei Beach Boys, band a cui i Marillion si sono ispirati per la composizione del brano in questione. Ad onore di cronaca, l'inquietante surfista anziché cibarsi del malcapitato, farà uno strappo alla regola, deliziandolo con qualche oretta di sesso sfrenato. Sarò franco, non mi ha mai entusiasmato la versione originale, e nemmeno la nuova rivisitazione riesce a farlo, anche se risulta simpatica, comunque sia, a caval donato non si guarda in bocca!

Conclusioni

E' giunta l'ora di tirare le somme: tutto sommato Less Is More si rivela un gradito antipasto, che addolcisce la lunga attesa che ci separa dalla portata principale, ovvero il prossimo album in studio del quintetto albionico. L'esperienza acustica mancava a Hogarth e compagni, l'idea è nata dall'ottimo risultato ottenuto con Faith, traccia acustica che chiude Somewhere Else, e che vede cimentarsi alla chitarra acustica Pete Trewavas, e non Steve Rothery come sarebbe facile pensare. Less is More ha portato comunque via del tempo i nostri, non essendo un semplice live unplugged, qui i brani sono stati scelti con cura, rivisitati nei minimi particolari, con arrangiamenti che saranno maggiormente apprezzati dai palati fini, andando a scovare strumenti anacronistici che raramente fanno parte del bagaglio tecnico di un musicista rock, dimostrandosi ottimi polistrumentisti. Diciamo la verità, quanti di voi avevano percepito le squillanti note emesse da un glockenspiel, o le armoniose note del dulcimer in un disco rock? Facendo una ricerca ho scoperto che in passato il dulcimer era stato portato nel rock da Aerosmith e Rolling Stones, mentre il glockenspiel è stato usato da Jimi Hendrix in Little Wing, ma sinceramente non me ne sono mai accorto, mentre l'autoharp ho avuto il piacere di conoscerla grazie ai dinosauri Yes e Genesis. Alcuni dei brani in questione sono stati rivisitati in maniera sconvolgente, riscrivendo anche la struttura portante del brano. Ovviamente i risultati ottenuti sono molteplici, un paio di brani sono riusciti a risorgere riuscendo a prevalere sull'originale come nel caso This The 21th Century e Memory of Water, altri non reggono il confronto, come The Space, unico vero e proprio "classico" scelto per il platter, alcuni sono rimasti tali e quali all'originale, senza lasciar il segno e destinati a finire nel dimenticatoio, come Quartz e la compagna di album dal titolo interminabile. Sugli scudi la splendida versione di Hard As Love, completamente stravolta e ristrutturata e la perla Out Of This World, che riesce incredibilmente ad emozionarci più dell'originale, che pur rimane un grandissimo brano. Essendo un album acustico non potevamo aspettarci faville da Ian Mosley, che comunque se la cava egregiamente con tempi raffinati suonati con una grazia incredibile, sperimentando nuove percussioni. Non c'era ombra di dubbio che Steve Rothery se la cavasse bene con la sei corde acustica, dilettandosi anche con la chitarra portoghese, ma la lieta sorpresa è Pete Trewavas, abile con la chitarra acustica quanto con il basso. Abbandonando momentaneamente i moderni sintetizzatori, Mark Kelly rimane fedele al pianoforte e rispolvera i vecchi organi tradizionali e l'intramontabile Hammond, oltre che a dimostrarsi un abile percussore di glockenspiel e xilofono. Se qualcuno aveva ancora dei dubbi su Steve Hogarth, questi sono stati finalmente cancellati. Ormai siamo logori dei paragoni con Fish, non si piange sul latte versato e su quello che avrebbero potuto essere i Marillion se continuavano ad andare avanti con l'energumeno scozzese. Chi scrive in primis è un fan sfegatato di Derek William Dick, in arte Fish, e che impazzisce alle prime note di Script o Misplaced, ma quello è il passato. Ora il nuovo leader dei Marillion si chiama Steve Hogarth, in arte "H", grandissimo cantante, pregevole scrittore e notevole compositore, nonché ottimo polistrumentista, con il quale i Marillion, fra le tante dubbie pubblicazioni, hanno sfornato due capolavori come Brave e Marbles, che non hanno nulla da invidiare a quelli del passato emozionandoci in egual maniera. Less Is More è stato registrato a cavallo fra la primavera e l'estate del 2009 ed è venuto alla luce il 2 ottobre del medesimo anno. Registrato presso i familiari studi The Racket Club, Buckinghamshire, il platter è stato prodotto dalla collaborazione fra i Marillion e Michael Hunter, il quale si è occupato anche delle registrazioni e del mixaggio. Nella copertina troviamo quattro foto in bianco e nero che ritraggono i nostri durante le sessioni di registrazione, foto scattate ed elaborate da Simon Ward. Tirando le somme consiglio vivamente l'album in questione, anche a chi come me, nonostante sia un fan, si è fatto sfuggire il platter al momento dell'uscita, forse temendo di cascare in una piccola trappola a fini di lucro. Potrebbe essere anche un'ottima idea per chi non mastica progressive e ha intenzione di avvicinarsi ad band di classe, passando per una strada secondaria. Da apprezzare l'inventiva che i nostri hanno avuto nel riarrangiare i brani confezionando un ottimo prodotto finale e che merita un ascolto approfondito, sono sicuro che ognuno di voi individuerà una perla all'interno di Less Is More, di cui si innamorerà. In linea di massima i pezzi belli e che ci fanno provare intense emozioni acustiche prevalgono nettamente su quelli più anonimi, pertanto merita ampiamente la sufficienza.

1) Go!
2) Interior Lulu
3) Out of This World
4) Wrapped Up in Time
5) The Space...
6) Hard As Love
7) Quartz
8) If My Heart Were a Ball It Would Roll Uphill
9) It's Not Your Fault
10) Memory of Water
11) This Is the 21'st Century
12) Cannibal Surf Babe
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