MARILLION

Holidays in Eden

1991 - EMI

A CURA DI
SANDRO NEMESI
10/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
6

Introduzione Recensione

Superato alla grande il trauma dovuto alla brusca rottura con Fish, dopo un estenuante, ma ben acclamato tour mondiale a supporto di Seasons End, è tempo di un nuovo album per i Marillion targati Hogarth, confermatosi una scommessa vincente   riuscendo a non fare rimpiangere l'ingombrante  figura di Fish, che come un poltergeist aleggia sempre alle sue spalle. A suggellare il definitivo allontanamento dall'energumeno scozzese i nostri rompono l'ultimo sigillo che li legava al recente passato, cambiando per la prima volta  lo storico logo. Per sostituirlo non è che graficamente si siano sforzati più di tanto, in quanto il nuovo logo non è altro che la versione in grassetto del carattere Times New Roman. Hogarth  si è ambientato in maniera egregia, ormai è un membro a tutti gli effetti e  contribuisce  anche in fase compositiva, portando inevitabilmente la band a prendere  una direzione  che pende verso un pop rock molto easy listening, continuando l'evoluzione musicale della band , d'altronde canzoni come Easter e Hooks in You avevano lanciato l'allarme, ma non mancano comunque momenti progressive. Mark Kelly in una intervista ha dichiarato che durante la fase compositiva di Holidays In Eden  la band era molto ispirata, aiutata in maniera decisa dai fumi dell'alcool, infatti durante le sessioni in studio, le dovute pause venivano passate in compagnia di super alcolici, spesso degenerando come quando, pieni fino alle orecchie di tequila, si travestirono con tanto di poncho e sombrero improvvisando danze messicane sui tavoli  A spingere i Marillion verso lidi più orecchiabili ci si mette anche la EMI, che chiede alla band dei brani scala classifica e radiofonici. Ma  l'ingombrante casa discografica non si ferma qui, infatti a poche settimane dall'uscita dell'album licenzia il vecchio produttore affidando la produzione del nuovo disco a Chris Neil, uomo fidato della band Mike And The Mechanics, famoso nello sfornare singoli commerciali che puntano alla parte alta della Chart. Questa improvvisa e drastica decisione va ovviamente contro il parere della band, che si trova spiazzata, ma che alla fine cede alle minacce della invadente casa discografica. Il nuovo produttore viene messo sotto pressione dalla EMI, la quale vuole il prodotto ultimato entro breve, si trova a remixare i brani in poco più di due mesi  ( per una band come i Marillion  abituata da tempo a lunghe produzioni che curano in ogni minimo dettaglio i raffinati arrangiamenti e le avvolgenti atmosfere la cosa non è altro che deleteria). In fase di mixaggio viene ridotta in maniera smodata la durata dei brani, spesso in forma molto evidente ed inappropriata. Mark Kelly si inalbera (e non poco) quando vede tagliate alcune parti di tastiera dal nuovo produttore, seguito a ruota da Steve Rothery che vede i suoi assolo di chitarra accorciati e ridotti ai minimi termini. Il bassista Pete Trewavas, in una bellissima intervista rilasciata alla fanzine Paperlate risalente al 2004,  dove ripercorre in maniera sintetica ma esauriente la discografia della band, ostenta tutto il suo disappunto nei confronti della produzione e dell'album, definendolo addirittura "corrotto" , ma  soprattutto spara a zero sul produttore che, a suo dire, fa sentire un po' troppo la sua mano sul prodotto finale, sperando forse di creare un nuovo fenomeno commerciale ( tipo i suoi Mike And The Mechanics). Peter non è entusiasta neanche della fase compositiva dell'album, un mix fra brani lunghi e "canzoni normali", una novità per la band. L'estroso percussore delle quattro corde chiude l'intervista con la lapidaria frase: "? avrete capito che  non è sicuramente il mio album preferito ?". La copertina viene affidata nuovamente ai Bill Smith Sudio, che si avvalgono della collaborazione dell'illustratrice Sarah Ball, la quale si cimenta in un'opera monocromatica dove predomina un oscuro blu ricco di sfumature, puntando molto sulle ombre (molte) e i giochi di luce (pochi). Nella cover art vengono raffigurati, in maniera  stilizzata, una varietà di mammiferi (cerbiatti, felini e lupi) e volatili ( aironi, fagiani, colombe beccacce and more) alternati con degli alberi anch'essi stilizzati, che la prospettiva rende in secondo piano. Tutte le figure rappresentate convergono  verso il centro, dove vi è raffigurato un albero con un serpente attorcigliato, il famoso  Albero della Vita posto al centro del Giardino dell'Eden, mentre in cielo splende una pallida luna. Sul retro si cerca di dare un senso al nuovo logo che viene riproposto su tre file, rappresentando in maniera irregolare le singole lettere c che variano di grandezza con un 3-3-3,  parlando in gergo calcistico , sinceramente niente a che vedere con l'evocativo storico logo.

Splintering Heart

Come nel suo predecessore, i Marillion ci illudono aprendo il disco con un brano dalle forti venature progressive Splintering Heart ( Un Cuore Che Si Frantuma), che si apre con un' ossessivo  spaziale loop di synth che viene accompagnato da una  ritmica sincopata. Dopo circa due minuti la prolissa introduzione assume una vena evocativa grazie ad un sognante pad di tastiera, imitata brillantemente dalla linea vocale di Hogarth, che interrompe il monotono tono da novelliere precedentemente intrapreso. Al minuto 02:37 entra finalmente in scena Mr. Rothery, con uno dei suoi melodici temi che ci riporta ai fasti di Mispalced, tema che si trasforma in un assolo  pieno di grinta e melodia, la ritmica si fa più presente e trascinante facendo esplodere il brano in un turbinio di suoni molto coinvolgente. Nella successiva strofa torna la calma, un glaciale arpeggio viene scandito da colpi ritmati di cassa, seguiti come un'ombra dal basso, Kelly con una mano esegue  un pad, mentre con l'altra ci delizia con dei suoni spaziali che donano un'aria di mistero al brano. La canzone è priva di un vero e proprio ritornello che si ripete, sono tutti vari  cambi di atmosfera sapientemente legati fra loro. Un sognante arpeggio eseguito con una guitar synth (che dal vivo suona Steve Hogarth) accompagna un dolce assolo di chitarra  durante il quale Steve Rothery sembra avere le mani di velluto facendo quasi parlare la sei corde;  improvvisamente il dolce assolo si incattivisce e il buon Steve tira fuori la sua anima rock, esplode anche la sezione ritmica , i piatti non hanno un attimo di tregua, mentre le scale di basso inseguono le note della chitarra, sul finale viene ripreso il loop d'apertura, esplode anche la linea vocale di Hogarth, molto evocativa. Questo brano dai molteplici cambi di tempo e di atmosfera ci fa ben sperare di essere di fronte ad un bel disco di puro progressive rock. Nelle liriche Hogarth affronta in maniera molto romantica il tradimento, il peso della menzogna schiaccia come un macigno il cuore, frantumandolo. Il rammarico di un amore perduto a causa di segreti e bugie provoca un dolore ardente che punge il cuore come spille e brucia sotto la pelle. Il tempo non affievolisce il dolore, durante la notte il frammento d'amore si fa vivo, nei sogni si rivivono i caldi e passionali baci. I momenti peggiori sono quelli passati in solitudine, dove i ricordi si manifestano prepotentemente lasciandoti impietrito. Il sole scalda chiunque, i vecchi e i giovani, i forti e i deboli, i santi e i peccatori, ma non riesce a scaldare il cuore che si sta frantumando. 

Cover My Eyes (Pain and Paradise)

 Cover My Eyes (Pain and Paradise) (Copro I Miei Occhi - Dolore e Paradiso) è il singolo che ha preceduto l'uscita dell'album,  infrange nuovamente i nostri sogni di essere di fronte ad un album di puro progressive. Molto più vicino all'AOR che al prog  e chiaramente partorito per conquistare il mercato americano, il brano si apre con un graffiante arpeggio pieno di delay, rafforzato con potenti accordi distorti in sovra incisione. Mosley cavalca sul charleston, aggiungendo poi sedicesimi di cassa accompagnati da un basso molto lineare. Nel bridge la linea vocale si fa più accattivante e il ritmo inizia a salire in un crescendo che esplode nel sognante ritornello che funziona alla grande grazie alla azzeccatissima linea vocale, che viene ricamata sapientemente dal buon Rothery. Ritorna la strofa, che se ascoltata per pochi istanti senza la voce, come spesso accade nei classici giochi musicali in cui bisogna indovinare  titolo e gruppo, risulterebbe decisamente ingannevole, somigliando anche toppo allo stile U2. La struttura classica da singolo prevede la ripetizione di bridge e ritornello, prima di arrivare all'assolo di chitarra, melodico, ma molto semplice, nella prima parte non lascia il segno, migliora leggermente  nella seconda, quando prende una piega molto più grintosa. Ritorna per l'ultima volta il ritornello ruffiano, che sicuramente risulterà molto trascinante in sede live. Hogarth si copre gli occhi per non vedere il bellissimo volto ed il corpo mozzafiato di una ragazza di cui si è invaghito ma che non potrà mai avere. Con una forte vena poetica il nostro Steve ci offre una serie di metafore per sottolinearne ora la bellezza , ora l'irraggiungibilità, andando  a scomodare  perfino Emily Bronte e il suo classico romanzo della letteratura britannica "Cime Tempestose", fino al film La Battaglia D'Inghilterra. La ragazza è allo stesso tempo il Paradiso, ma anche il dolore. Quando lei si muove ed i suoi capelli ondeggiano al vento, H si copre gli occhi, lei è come la ragazza che sorpassa con la macchina cabrio, dove ostenta tutta la sua classe e la sua bellezza, ma che si allontana rapidamente lasciandoti solo il ricordo della sua bellezza venerea. Viene paragonata anche alla ragazza del bar che compra la droga dallo spacciatore, ragazza che chissà per quale assurdo motivo non riesce a valorizzare la sua bellezza gettandosi nel marcio mondo delle droghe. E' la bella infermiera che ti porge le sue cure, di cui ti innamori ma che non potrai mai avere. Dolore e Paradiso.

The Party

In The Party (La Festa) , a discapito del titolo, si rivivono le cupe atmosfere del passato. Un triste pianoforte duetta con la mesta voce di H, successivamente profonde pennate di basso e un sottile pad di tastiera incupiscono ancora di più l'atmosfera. Durante la strofa la linea vocale di Hogarth è molto malinconica. Il  bridge va in crescendo e viene impreziosito da Mark Kelly  che aggiunge un sottile pad di flauti, la linea vocale assume un tono sognante e narrativo. Al minuto 01:28 entrano in gioco tutti gli strumenti, il ritmo è molto decadente, cosi come lo è il triste arpeggio di chitarra, mentre la linea vocale assume un po' di verve. Il ritornello è molto più aperto e squarcia per un attimo l'oscura atmosfera che predominava prima del suo ingresso. La canzone si placa e le tenebre ci riavvolgono durante l'interludio musicale, dove il pianoforte e tastiera  sono  in evidenza. Un oscuro assolo di chitarra rompe la quiete, la ritmica si fa più pesante, il basso plettrato è graffiante ed ossessivo. Nella seconda parte dell'assolo Mosley sembra avere quattro mani e quattro piedi tant'è complicata la ritmica che abbandona i precedenti sentori doom. Nel finale travolgente, la voce di Hogarth esplode in un coro molto trascinante, per poi tornare a duettare tristemente con il pianoforte come all'inizio. La storia narra la prima  esperienza di una adolescente che viene invitata ad una festa. Durante il tragitto compra una bottiglia di sidro, ingannando il venditore con il suo avvenente aspetto che le dona qualche anno in più. Giunta nei pressi dell'abitazione dove si svolge il party, viene stordita dalla musica che fuoriesce dalle mura, una volta entrata stenta a riconoscere i compagni di scuola, totalmente fuori di testa e diversi da come se li ricordava. E' inebriata dal marasma di suoni, profumi e luci. Alla festa conosce anche il suo primo amore, rimane incantata e si concede nel giardino sommerso dalla pioggia e dal silenzio. Si abbandona nella più completa estasi ammirando i lucenti occhi del suo amante. Poi d'un tratto è mezzanotte, la ragazza ha perso l'ultimo autobus, i suoi diventeranno pazzi non vedendola arrivare e lo saranno ancor di più se sapessero quello che ha fatto. Lei è felice del suo primo party, non aveva mai provato nulla del genere. 

No One Can

 I Marillion ci ingannano alternando profondi brani dove la vena prog è marcata, a brani più accessibili, e questo ci porta ad essere curiosi e impazienti di scoprire come sarà il brano successivo,  No One Can (Nessuno può), brano che delude e spiazza i fans più propensi alla vena progressive della band. E' il secondo singolo estratto e sicuramente il brano più orecchiabile e ruffiano che la band abbia mai scritto. Inizia con un radioso arpeggio accompagnato da un anonimo pad di tastiera e da una ritmica  banale, dove Mosley usa la stecca,  la linea di basso è molto semplice e lineare, si stenta a credere che la sezione ritmica sia la stessa del passato, e che magari per l'occasione ci siano come ospiti i colleghi del famoso gruppo irlandese capitanato da Bono Vox. L'inconsueta calma piatta degli strumenti mette inevitabilmente in risalto la voce di Hogarth, che emerge con una sognante e poetica linea vocale. Il ritornello ha molto più brio rispetto alla strofa grazie ad uno squillante pianoforte ed ad un leggero incremento della ritmica, ma vede sempre in primo piano Steve Hogarth . Ritorna la strofa, Rothery cerca di variare usando il delay sul medesimo arpeggio. Di nuovo il ritornello e poi l'assolo di chitarra, dove le mani taglienti del produttore predominano su quelle di Steve Rothery. L'assolo parte bene e stranamente viene eseguito senza l'uso del distorsore, ma diciotto secondi, dico, diciotto secondi, sono veramente pochi per un assolo di chitarra! Come da manuale,  dopo l'effimero assolo tornano nuovamente la strofa e il ritornello, quest'ultimo si differenzia dai precedenti grazie all'aggiunta di cori e contro canti. Tutto sommato il brano  risulta carino piacevole, il classico "easy listening", il problema è che stiamo ascoltando i Marillio. Il testo è una vera e propria poesia, che brama la bellezza di una ragazza entrata prepotentemente nella vita di Hogarth. Romanticamente H  è in cerca di nuovi vocaboli per dipingere tale bellezza. Il suo nuovo amore è bella soprattutto dentro, ha dato colore alla monotonia delle grigie giornate, che risultavano tristi e monotone prima del suo avvento, e pensare che prima quel grigiore era sinonimo di libertà. La ragazza ha fatto dimenticare in fretta le spensierate notti brave con gli amici, amici in cui aveva sempre creduto e che magari ora sparlano alle sue spalle a causa del repentino cambio di vita, ma lui se ne infischia di quello che pensano, ora ha lei, di cui ama ogni minima parte, che rende tutto più bello.

Holidays in Eden

Nessuno può portargliela via, nessuno può. Chissà cosa ci aspetta con la traccia numero cinque, Holidays in Eden (Vacanze nell'Eden), che inizia con un sognante cinguettio di vari esemplari di volatili, il che ci fa ben sperare, se sommato al fatto che da sempre le title track dei Marillion sono brani molto ben strutturati ed evocativi, dove predomina la vena progressive. Ma dopo poco più di trenta secondo il rombo di un aereo infrange  i nostri sogni di gloria, anticipando  una prepotente cavalcata in pieno stile AOR dove predominano banali tastiere. Per fortuna dopo un minuto l'introduzione lascia lo spazio ad un articolato arpeggio a cui si intrecciano piacevolmente le sognanti tastiere. La ritmica è sincopata e scandisce la simpatica linea vocale  di H. Questo piacevole cambio di atmosfera riesce quasi a farci dimenticare la stucchevole introduzione, che purtroppo si rimanifesta sotto le false spoglie del ritornello, con qualche leggera variazione. La linea vocale del ritornello non lascia il segno, anche se grazie al ritmo sostenuto essa  è trascinante, come del resto nel bridge, dove stranamente predomina un organo Hammond. Torna nuovamente il ritornello seguito dal tedioso tema dell'introduzione. Al minuto 03:10 troviamo un limbo dove le tastiere sono protagoniste ci lascia sospesi e ci allontana  dalle frenetiche ritmiche precedenti. Nuovamente la strofa e ovviamente il ritornello e poi è il turno dell'assolo di chitarra, che viene soffocato dall'invadente e stucchevole tema dell'introduzione che si protrae verso il finale. Se paragoniamo Holidays in Eden alle precedenti title track, evapora mestamente senza lasciar residui (Vogliamo parlare di Script e Fugazi?, ma la stessa Seasons End è una signora canzone NDR.). Questo è l'unico brano dell'album che vede  il testo  scritto a quattro mani dal duo Helmer /Hogarth. L'Eden è la via di fuga quando si è ad un passo dall'oblio, le vacanze nell'Eden sono quel desiderio di salire su un aereo con il biglietto di sola andata e di lasciarsi tutto il male alle spalle, tornare alla spensierata vita di un bambino, essere libero e selvaggio, la splendida sensazione di camminare a piedi nudi nella natura selvaggia. Nell'Eden il male non esiste, le creature della foresta ti danno il benvenuto nelle tenebre (qui si riprende la tematica della copertina NDR.),  nell'Eden nemmeno le tenebre sono pericolose. Nel Paradiso vige la legge del "non vedo, non sento", non esistono né invidia né malvagità, il passato svanisce. L'Eden è il Paradiso della redenzione, della purificazione, dove il mistero della vita ha avuto origine  e dove  termina il duro cammino della medesima, dove ritroveremo tutti i vecchi amici e gli amanti, che non ti riconosceranno per quello che eri, ti troveranno cambiato, spoglio dalla scorie radioattive della vita. 

Dry Land

La successiva Dry Land (Terra Arida) è la rivisitazione di un brano degli How We Live,  il vecchio gruppo di Steve Hogarth, il brano era anche il titolo dell'album d'esordio del gruppo, platter che a causa del flop aveva portato Hogarth sull'orlo di una crisi di nervi che stava per culminare con l'abbandono della carriera musicale. Con i Marillion H cerca di dare a Dry Land tutti i meriti e gli oneri che non è riuscita a ricevere in passato. Rispetto alla versione originale rimangono invariate sia la parte lirica  che la struttura strumentale, la quale in vero non era poi così malvagia, ma l'esperienza, la notevole tecnica strumentale, l'estro e la cura degli arrangiamenti di cui sono in possesso i Marillion, donano un pathos ed una verve al brano che prima sinceramente non aveva. Il brano inizia con un arpeggio breve, ma che si ripete grazie all'uso del delay  che dona un piacevole eco. In sottofondo la tastiera imita un'orchestra di archi, mentre la sezione ritmica si prodiga in un semplice tempo di media andatura ma trascinante. E molto interessante anche la linea vocale, che lascia trasparire una sensazione di soddisfazione da parte di Hogarth. Un breve bridge  molto in linea con la strofa ci porta in crescendo verso il ritornello che si apre, caratterizzato da una bellissima linea vocale sognante che emerge prepotentemente sulla monotonia degli strumenti, i quali si discostano di poco da strofa e bridge. Viene ripetuta tutta la precedente parte della struttura fino al minuto 03:03, dove entra in scena l'assolo di chitarra, molto melodico, che riprende talvolta la melodia della linea vocale, il ritmo rimane lo stesso, varia solo la parte di basso dove Trewavas  ricama con piacevoli scale  le trame della chitarra, il brano si chiude presentando nuovamente il ritornello che viene ripetuto due volte. La terra arida in questione è un amore non corrisposto che ha stregato il nostro romanticone di un Hogarth, che non ha avuto il coraggio di dichiarare il suo amore a causa di un carattere burrascoso e facilmente irritabile della ragazza in questione,  pur convinto che fra i due ci fosse qualcosa. Spesso è stato tentato di accarezzarla, di fare i primi approcci, ma si è sempre ritirato indietro all'ultimo momento sopraffatto dalla timidezza,  temendo una brutta reazione che lo avrebbe affondato definitivamente. La ragazza viene paragonata ad un'isola, molto difficile da raggiungere, circondata da un mare di silenzio, è causa di notti in bianco , ma la speranza di rendere rigogliosa quella terra arida non muore mai.

Waiting to Happen

Nella successiva Waiting to Happen (Aspettando che accada) Hogarth mette in risalto, se mai ce ne fosse stato bisogno,  la sua ispirata vena poetica e romantica che ha nello scrivere le liriche, nella fattispecie qui osanna l'importanza della compagna, che ha portato la pioggia nella sua vita arida, che ha colmato i suoi vuoti riempiendoli di luce ed energia. Durante la notte l'ascolta mentre dorme, nel silenzioso respiro del buio interrotto dalla pioggia che sbatte contro la finestra. Ha trasformato le pietre in diamanti e le tristezze sono svanite al cospetto della sua presenza. L'intesa fra i due è talmente forte che riescono a comunicare senza dover parlare, sensazioni che Hogarth attendeva da una vita. L'unica cosa che non concorda è sul fatto della bellezza del suo viso, un angelo per Hogarth, non tutta questa bellezza per lei, lui porta stretto con se i pezzi di una sua fotografia, e nei momenti peggiori si rincuora ricomponendo l'angelico puzzle. Ha portato la pioggia che ha purificato tutte le scorie del passato,che  ha rivitalizzato un animo spento che da tempo aspettava di tornare libero e selvaggio. Ovviamente anche la parte musicale rende giustizia alle poetiche liriche iniziando con un solare strumming eseguito con la chitarra acustica che accompagna la dolce e calda voce di H, fraseggi di basso e magie sul charleston ritmano il tutto. Minuto 01:27, la canzone esplode con l'energico ritornello, accordi distorti e un gran lavoro di Mark Kelly vengono supportati dalla sezione ritmica con un classico tempo da pezzo lento, Hogarth è prorompente, raggiunge il momento più alto  del disco. Ritorna la strofa, calma e mielosa, per non rompere gli equilibri Mosley usa la stecca al posto del rullante, molto bello anche il giro di basso come sempre impreziosito da scale, il bridge ci porta in crescendo verso il secondo ritornello che viene prolungato, Hogarth  è il protagonista con la bellissima linea vocale cantata con molta grinta. L'assolo ricorda quelli già sentiti in Misplaced, ma sentendolo si ha la netta impressione che sia stato tagliato bruscamente. Il finale viene lasciato ad un dolce pianoforte solitario. Con il trittico finale i Marillion tentano di rievocare i fasti di Misplaced, essendo le tre canzoni legate fra di loro come una sorta di suite composta da tre distinti brani che seguono una stessa linea lirica.

This Town

 Si parte con la rockeggiante This Town  (Questa città) , che si apre con le sirene della polizia, inseguite da un trascinante 4/4. Subito dopo entra la chitarra con un graffiante riff in pieno stile hard rock, il basso è lineare, ma è martellante, ed emette forti vibrazioni, la linea vocale è piuttosto aggressiva. Nel bridge entra un  piacevole organo Hammond che ci porta in crescendo verso il ritornello, dove termina la cavalcata, il tempo si dimezza, si risentono i classici controtempi e i gruppi di quattro colpi sui piatti accompagnati diligentemente dal basso. Tastiera e linea vocale sono molto aperti, lo stacco dalla ritmica serrata della strofa è netto. La strofa successiva viene impreziosita da un giro di pianoforte in perfetta armonia con la linea vocale. Stavolta i nostri variano, il bridge dimezza il tempo, il lavoro della sezione ritmica è di altissimo livello e la tastiera riempie con pad molto aperti, anche il ritornello varia e viene supportato dalla ritmica serrata della prima strofa e da una graffiante chitarra, che va all'unisono con il basso, si rallenta di nuovo e su un tempo cadenzato inizia l'assolo di chitarra, aggressivo nella prima parte, molto più melodico nella seconda, che va a chiudere il brano. In questa canzone  Hogarth ostenta il suo disprezzo nei confronti delle caotiche grandi città, la meta di chi è in cerca di una carriera o semplicemente  stufo della monotona e faticosa vita di campagna. I rumori e le luci del traffico intenso di fine giornata si insinuano così tanto nei meandri del cervello, che neanche la pioggia riesce a purificarlo e a lavare le scorie lasciate dal caotico via vai di automobili che si incrociano. I frenetici ritmi, la Babele di forti rumori e l'aria malsana della città, finiscono con il trasformare i nuovi cittadini, che hanno riversato i risparmi di una vita per inseguire sogni metropolitani, ma alla fine rimpiangono di essersi avventurati nella caotica vita delle grandi città, che con i suoi fumi e i suoi rumori  gli inghiotte come un leone fa con l'agnello. L'uniche persone che si trovano a loro agio nella frenetica vita metropolitana  in continua lotta con i ritardi, sono i ricconi e le bambole da rotocalco, loro ormai hanno perso quel briciolo di umanità che gli rimaneva, si muovono con disinvoltura fra le spire del traffico e le orde di cittadini dall'andatura frettolosa.

The Rakes Progress

 La critica continua anche nella effimera The Rakes Progress (L'Avanzata del progresso) , dove Hogarth vede i valori, le radici, la campagna dove è cresciuto,  trasformarsi in spazzatura in qualche sporca città,   quando elenca tutti i difetti delle grandi città si accorge che purtroppo sta descrivendo se stesso. Il progresso porta l'uomo ad essere cinico  e spietato, a perdere i valori che una volta erano la colonna portante per la formazione di un vero uomo. La canzone è un breve intermezzo dalle reminiscenze floydiane, che ricollega la precedente This Town alla canzone successiva. Il brano è saturo di atmosfera, grazie ad  un avvolgente pad di tastiera e suoni spaziali che  vedono Mark Kelly  protagonista assoluto , successivamente entra anche una enigmatica chitarra arpeggiata carica di effetti  ad eseguire preziosi ricami, mentre la sezione ritmica ha un ruolo marginale, con rullate in sottofondo e profonde pennate sulle note più basse.

100 Nights

Uno squillante arpeggio emerge sul pad, e noi nel frattempo siamo arrivati alla canzone che conclude l'album, 100 Nights (100 Notti) , è il brano che più si avvicina al periodo d'oro della band, il ritmico cadenzato e la bellissima linea di basso che accompagnano l'arpeggio della strofa ci ricordano molto alcuni passaggi già sentiti in Mispalced. Nella linea vocale c'è una vena di rammarico. Nel bridge emerge uno spensierato riff di synth, la batteria si limita a finissimi tocchi sui piatti, il basso ricama con sapienti scale l'arpeggio di chitarra, con il quale duetta brillantemente Hogarth grazie alle voce calda e sensuale. Al minuto 03:06 la quiete viene interrotta da un bellissimo assolo molto trascinante, la ritmica è particolare, caratterizzata dalla doppia battuta sul rullante e da molti colpi sui piatti, mentre Trewavas si ricorda chi era, abbandonando le lineari parti di basso sentite in precedenza, cimentandosi in una serie di scale senza fine di continuità. Nella seconda parte la chitarra riduce le note, per lasciare spazio ad una bellissima linea vocale di Hogarth, carica di grinta e passione, mentre Mark Kelly riempie con epiche tastiere. Dopo questo bellissimo e prolungato assolo contornato da una Babele di suoni si fermano tutti, lasciando il campo al solo Mark Kelly, che ci delizia con uno struggente giro di pianoforte da brividi, il quale a mio avviso poteva essere sfruttato maggiormente, ma chissà che non ci sia la mano del produttore. Sulla sfumatura del pianoforte emerge un pad di tastiera che accompagna un ridondante arpeggio di chitarra, sempre col pedale del delay premuto, lentamente si consuma verso la fine di questo brano che sicuramente è il migliore del disco. Le liriche vanno a concludere il disappunto di Hogarth verso la vita metropolitana intrapreso con le precedenti  due canzoni; si sente un pesce fuor d'acqua durante le cento notti di feste e divertimento, passeggiando fra una miriade di bicchieri vuoti, facendo finta di essere felice. Continuano ad invitarlo ad infiniti party, nei posti più raffinati della città, con le loro regole, le loro abitudini, la loro ironia. Hogarth non si riconosce quando incrocia uno specchio, ma con molta ironia riconosce la casa che ospita il party, ha qualcosa in comune con colui che ha organizzato la festa, amano la stessa donna: lui non si ricorda di averlo incrociato quando scendeva di fretta le scale, non sa che conosce la sua casa a menadito, riconosce persino i vestiti che indossa, li ha visti mentre amava sua moglie. Tu dici che sei un vincente, millanti la tua superiorità ma non conosci a fondo le regole del gioco. Mentre tu sei fuori a giocare, c'è qualcosa che dovresti sapere, lei spende i tuoi soldi, e li spende per me. Con questo beffardo finale, H consuma una sua piccola vendetta personale nei confronti di chi cinicamente si sente superiore a tutti, ostentando  la ricchezza. 

A Collection

Maliziosamente la versione  di Holiday in Eden uscita per il mercato statunitense differisce dalla nostra (e dal resto del Mondo); infatti nel front di copertina, al centro troviamo il logo in trasparenza  che noi abbiamo nel back, mentre  ad aprire le danze sono i due singoli saponetta Cover My Eyes (Pain And Heaven) e No One Can Take You Away From Me, a quest'ultima, come potete notare, è stato allungato incomprensibilmente il titolo. Vi sono inoltre incluse due tracce che non sono presenti sulla versione standard, che andiamo comunque ad analizzare. La prima che troviamo è A Collection (Una Collezione); è un breve lento acustico, dove Ian Mosley si prende una pausa di riposo. La canzone vede Mr. Rothery in primo piano che  con la  chitarra acustica esegue un lungo  arpeggio, dove emerge la poetica voce di Hogarth, Nel ritornello fa capolino  la tastiera che esegue dei semplici pad di riempimento, mentre saltuariamente il basso esegue fraseggi in secondo piano. Nella seconda strofa e nel secondo ritornello il basso è leggermente più presente e dona un senso ritmico all'arpeggio e alla linea vocale. Non facciamoci ingannare dal solare arpeggio e dalla beata linea vocale,ma sappiate che  la collezione di cui parla Hogarth è una inquietante raccolta di foto di ragazze, rigorosamente scattate sempre nello stesso posto, con il medesimo panorama, da parte di un presunto serial killer o maniaco che  sia. Lo squilibrato ama parlare alle ragazze, le osserva,  le nutre, ma se gli mentono lui perde le staffe e le uccide, prima però le immortala con la macchina fotografica, per avere un ricordo e renderle sue per sempre. Una volta uccise  e inserite nella collezione le malcapitate non avranno modo  né di mentire,né di scappare e né di morire  (devo dire che questo testo mi ha un po' sorpreso e spiazzato, potevo aspettarmelo da Fish, ma non da quel romanticone di Hogarth!). 

How Can it Hurt

L'altra  traccia è How Can it Hurt (Come Può Far Male?), è un brano prettamente AOR,  inizia con uno spaziale riff di tastiera, immediatamente imitato da un pomposo unisono di basso e chitarra. Il riff è molto accattivante, ma alla lunga il suo protrarsi troppo risulta monotono. Nel bridge si cerca di interrompere la monotonia con  un pad di tastiera molto aperto, mentre rimangono invariati basso e chitarra che persistono con il ridondante riff, che varia solo nell'ultima parte spostandosi di una tonica. Anche il ritornello lascia a desiderare, la cosa più interessante è la parte ritmica  mentre la scelta di ripetere per ben quattro volte la locuzione  "How Can Hurt If I Don't Understand (Come Può Farmi Male Se Non Comprendo?)", per di più con una linea vocale che non lascia il segno,  non risulta affatto vincente. Ritorna l'aggressivo, ma monotono, riff della strofa con la sua piatta linea vocale, in maniera molto banale viene ripetuto il bridge ed il ritornello, dove viene variata nell'ultima parte la parola "Hurt" con "Help". Neanche l'assolo di matrice "heavy" ci colpisce più di tanto. Nel ritornello finale, leggermente variato, si distingue Pete Trewavas con una serie di accattivanti scale, che sfumano lentamente verso il finale. Incomprensioni di coppia son al centro di questa canzone;  Hogarth non riesce a capire dove abbia sbagliato, facendo irritare la sua amata, forse per la sua ottusità, forse per l'ostracismo di lei. C'è poco dialogo nella coppia, un enorme muro impedisce i chiarimenti, imprigionando la soluzione dei problemi dentro un calderone di omertà. La via più semplice sarebbe mandarla al diavolo e finirla lì, come si fa con una vecchia auto danneggiata che non vale la pena di riparare, ma dentro di sé predomina il desiderio di lenire il dolore inflitto, di trovare una soluzione, e di capire dove sta lo sbaglio. Sinceramente posso tranquillamente dire che non si sente la mancanza di questi due brani nella tracklist del nostro Holidays In Eden , mi rende assai perplessa l'idea che hanno EMI e produzione riguardo i gusti musicali degli americani.

Conclusioni

Se i "Fishiani" storsero la bocca durante l'ascolto di Seasons End, immagino che siano rimasti inorriditi all'ascolto di brani come Cover My Eyes, Holidays in Eden e No One Can, brani orecchiabili si, ma che hanno poco a che vedere con i Marillion; qui la mano tagliente di Chris Neil e la pressione della EMI hanno prevalso sui gusti musicali e le intenzioni della band. A tratti si stenta a credere che la sezione ritmica sia la stessa che abbiamo ammirato ed osannato in Fugazi e Misplached Childood. Mark Kelly è stato tenuto a freno, ci mancano i suoi virtuosi assolo e gli struggenti giri di pianoforte, anche le atmosfere sono molto meno avvolgenti e ridotte  rispetto al passato ma anche se paragonate al più recente Seasons End. I tagli effettuati agli assolo di Steve Rothery sono fin troppo evidenti in alcuni casi, dove la loro durata viene ridotta ai minimi termini. Non poteva che emergere la voce di Steve Hogarth, molto adatta a brani da classifica, mentre a mio avviso per le liriche è stato fatto un passo indietro rispetto a Seasons End, sono molto più orientate verso il romanticismo, trascurando tematiche impegnative. Per fortuna fra un brano banale e l'altro, non mancano momenti in cui i nostri si sono ricordati chi sono, brani come 100 Nights, The Party, Splintering Hearth e la rivisitazione di Dry Land, se pur alleggerite dalla mano oppressiva di Christopher Neil, sono ottimi brani di neoprogressive, molto probabilmente se Mark Kelly avesse avuto più spazio e gli assolo di chitarra avessero avuto una durata decente, anche i brani più banali e di facile ascolto avrebbero avuto un peso diverso sulla valutazione finale dell'album. Sicuramente la scontentezza di alcuni fans sarà stata colmata con l'arrivo di nuovi in casa Marillion, infatti Holidays in Eden potrebbe essere un' ottima alternativa per tutti coloro che amano il rock melodico e vogliono cimentarsi in un disco suonato egregiamente ed un po' più impegnativo, andando alla ricerca di nuovi orizzonti, mentre per i puristi del progressive è meglio passare oltre. Ma potremmo stare ore ed ore a disquisire sull'involuzione musicale dei Marillion, è inutile piangere sul latte versato, ormai i vecchi Marillion sono lontani, Fish ha intrapreso la sua carriera solista,  accontentando i nostalgici con album molto più "Marillion" dei Marillion stessi. La nuova strada intrapresa dalla band va accettata per quello che è, sperando che in futuro si ricordino delle loro origini sorprendendoci  in positivo. Comunque sia, in patria l'album riscosse un discreto successo, arrivando alla posizione numero 7 della UK Album Chart. I brani sono stati scritti tutti dai Marillion, fatta eccezione per Dry Land  facente parte del repertorio degli How We Live, la precedente band di Steve Hogarth, che è stata scritta da quest'ultimo in collaborazione con Colin Woore;  le liriche invece sono state partorite tutte da Steve Hogarth, ad eccezione di Holidays in Eden che è stata scritta a quattro mani insieme a John Helmer. Holidays In Eden  è venuto alla luce il 24 Giugno del 1991, registrato presso gli  Hookend Recording Studios di Oxfordshire, uscito  per la  IRS Records negli Stati Uniti, con le varianti già descritte in precedenza e per la EMI  nel resto del mondo. La produzione è stata affidata a Christopher Neil, con tutti i disagi e le conseguenze precedentemente illustrati, dovute alla forte pressione della EMI.

1) Splintering Heart
2) Cover My Eyes (Pain and Paradise)
3) The Party
4) No One Can
5) Holidays in Eden
6) Dry Land
7) Waiting to Happen
8) This Town
9) The Rakes Progress
10) 100 Nights
11) A Collection
12) How Can it Hurt
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