MARILLION

Happiness Is the Road

2008 - Intact Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI
09/04/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Dopo neanche un anno e mezzo i Marillion tornano con un nuovo platter, a dire la verità con due, infatti il nuovo lavoro, intitolato Happines Is the Road contiene due CD, Essence, un bellissimo concept con avvolgenti atmosfere ambient, e The Hard Shoulder, album con brani più immediati. I nostri intendono riscattare il precedente Somewhere Else, viste le pesanti critiche ottenute dalla stampa e il non soddisfacente responso ricevuto dai botteghini. Per quanto mi riguarda il precedente lavoro non si è dimostrato una delusione completa, perfettamente in linea con gli album che intercorrono fra i capolavori Brave e Marbles, con tre quattro brani degni di nota, un paio di dubbie ed evitabili uscite e una manciata di brani destinati a finire nel dimenticatoio; album suonato con classe e che raggiunge comunque la sufficienza. A grande richiesta dello zoccolo duro dei fans, i nostri ritornano al pre-order, confezionando per i fedelissimi la consueta edizione speciale con tanto di nome scritto fra i ringraziamenti. Con oltre dodicimila adesioni raccolte con un anno di anticipo, i Marillion hanno i fondi ed il tempo materiale per perfezionare i brani che poi andranno a comporre il nuovo duplice platter. Con sorpresa l'album verrà messo anticipatamente in rete gratuitamente in formato MP3, in una edizione che comunque non è definitiva e priva delle liriche, tema da sempre fondamentale nella discografia Marillica. Il disco 1, Essence (Essenza), è un concept spirituale incentrato sull'essenza della vita, che prende ispirazione dal libro The Power of Now di Eckhart Tolle, letto da Hogarth su consiglio di un medico, in seguito alla forte crisi depressiva che lo colse nel bel mezzo di un tour, libro che aiutò il medesimo a superare la terribile crisi esistenziale dovuta al divorzio dalla prima moglie, situazione che fu di forte ispirazione per il precedente album. Dal libro in questione prende il nome anche il titolo complessivo del nuovo album, Happiness is the Road (La Felicità è La Strada), frase estrapolata da un passaggio del libro che recitava "Non esiste la strada per la felicità, la felicità E' la strada", frase che porta la firma di Buddha. Il disco 2, The Hard Shoulder (La Corsia Di Emergenza), totalmente diverso dal primo, è invece composto da brani inediti che non hanno niente in comune fra loro né musicalmente né liricamente. Avvicinandosi alle sonorità del precedente Somewhere Else, nelle liriche si parla di alieni e di America, si omaggiano colleghi, si torna a parlare anche della ex moglie, in maniera molto più positiva rispetto al passato.

Dreamy Sweet

Inseriamo nel nostro lettore il CD numero 1, intitolato appunto Essence (Essenza), che viene aperto dalla breve e raffinata Dreamy Sweet (La Via Del Sogno), brano incentrato su una bellissima parte di pianoforte dai sentori classici, ricamato da uno sottile pad ultraterreno che accompagna Steve Hogarth, il quale ci colpisce al cuore con una struggente interpretazione delle brevi liriche. Più che un vero e proprio testo si tratta di una introspettiva breve poesia, che ci apre la strada alla ricerca della essenza della vita, imboccando la via del sogno. Finalmente l'opprimente scimmia che albergava dentro Steve Hogarth è uscita fuori, aprendogli nuovamente gli occhi, facendolo tornare un uomo libero e felice. 

This Train is My Life

Sul finale di questa raffinatissima introduzione rimane solamente il pad alieno, che ci collega immediatamente alla successiva This Train is My Life (Questo treno è La Mia Vita), che si apre con arpeggio saturo di effetti, accompagnato da un 4/4 medio con un potente basso in evidenza. Il cantato della strofa è dolce ed ha un sentore narrante. Nel ritornello Hogarth ci conquista con una linea vocale sognante, enfatizzata dall'esplosione sonora degli strumenti, con Mark Kelly particolarmente in evidenza. Ritorna la pacifica strofa seguita dall'onirico ritornello, che successivamente sale di tono e mette in evidenza un Hogarth che esplode magistralmente. Il rumore di un treno che corre veloce sulle rotaie ruba il campo agli strumenti, rimane solo una dolce tastiera ed uno struggente pad di archi ad anticipare l'ingresso di Hogarth, mentre gli altri colleghi vengono successivamente chiamati all'appello da una profonda scala di Mr.Trewavas. Ritorna l'inciso, rafforzato dalla chitarra e dall'ennesima deflagrazione dell'ugola di Steve Hogarth, che sul finale invoca l'assolo di chitarra, melodico e roccheggiante, svolto su un tempo trascinante condito da un bellissimo giro di basso e accompagnato magnificamente dalla tastiera. Nel finale, nell'enfasi degli strumenti emerge Hogarth con dei gorgheggi che ci accompagnano fino al capolinea del brano. Steve Hogarth ci invita a salire sul treno della sua vita, treno che ha solcato l'acciaio delle rotaie di quasi tutto il mondo, attraversando mille città assieme alla band, ora svegli, ora dormendo, ora sognando, ora ammirando il panorama che scorre veloce. Superando velocemente stazioni stroboscopiche, senza sapere se ci fossero già stati o se ci sarebbero tornati. Le luci delle periferie degradate squarciavano il vetro in cui si specchiava l'oscurità della notte. Steve Hogarth ci tende la mano e ci invita a salire sul treno della sua vita, ci invita a viaggiare con lui, alla ricerca dell'essenza della vita. Brano piacevolissimo, che ci ammalia con il classico ritornello marillico ricco di positività. 

Wrapped Up in Time

Un enigmatico pianoforte apre la traccia numero quattro, Wrapped Up in Time (Avvolti Nel Tempo), il basso scandisce il tempo riprendendo le note del piano, al quale poi viene affiancato uno squillante synth. Quando il brano sembra decollare, Mark Kelly rimane in solitudine avvolgendoci con effetti ultraterreni. Dopo quasi due minuti entra in scena Steve Hogarth, con una linea vocale carica di rammarico, la chitarra si limita a raffinati ricami. Colpi di drum machine scandiscono il ritmo, poi il basso inizia a pompare raggiungendoci allo stomaco, fino a che non viene affiancato da Ian Mosley, con una ritmica media e spensierata, mentre in sottofondo la chitarra e la tastiera si intrecciano a meraviglia. Con un po' di ritardo arriva il ritornello, la spensierata linea vocale è trascinante, il lavoro degli strumenti è veramente di gran classe, ci avvolgono, riprendendo il titolo del brano. L'inciso come del resto ha fatto prima la strofa, si protrae a lungo fino alla fine. Le liriche sono molto poetiche, Hogarth ci esorta a vivere alla giornata, apprezzando ogni singolo attimo della nostra vita, perché poi le cose vengono avvolte nel tempo, e con esso svaniscono, non potremo più riaverle, lasciano solo un'eco, l'eco del momento nel quale furono avvolte, ci lasciano il ricordo, dolce o amaro che sia. Nella mente di Hogarth riecheggia ancora l'eco della ex moglie, come una stella sopra di lui, la cui luce la vediamo brillare molto tempo dopo. Brano molto raffinato, specialmente negli arrangiamenti, dove gli strumenti effettuano preziosi ceselli di rifinitura che si intrecciano a meraviglia, brano che riesce ad avvolgerci, come le cose vengono avvolte dal tempo. 

Liquidity

 La successiva Liquidity (Liquidità) è una breve canzone strumentale, una rarità per il quintetto di Aylesbury. Il brano si incentra tutto su un triste pianoforte dalle forte atmosfere gotiche, ricamato da effetti di synth che ingigantiscono l'alone di mistero creato sapientemente da Mark Kelly. Dopo circa mezzo minuto entra in scena Ian Mosley, che tiene il tempo sul "ride". Successivamente accentua i colpi sugli ottoni e aggiunge qualche battuta di gran cassa, ravvivando leggermente l'atmosfera. Le tastiere crescono e vengono timidamente ricamate dalla chitarra, fino a sfumare lentamente ed estinguere questo piacevole intermezzo strumentale, che non sfigurerebbe affatto come colonna sonora di qualche pubblicità.

Nothing Fills the Hole

La tastiera che è sfumata precedentemente rinasce gradualmente nella successiva Nothing Fills the Hole (Niente Riempie Il Buco). Insieme alle tastiera prende lentamente un misterioso coro dai sentori gregoriani, con un pianoforte che ne imita la cadenza, il tutto ricamato da un dolce tema di chitarra. Entra in gioco anche la sezione ritmica, con una sorta di marcia che chiama all'appello Steve Hogarth, il quale abbandona il coro sostituendolo con una linea vocale che ne mantiene l'ossessiva cadenza. Dopo circa un minuto una pungente scala di basso apre la strada al ritornello, la batteria si fa più veemente, il rullante viene affiancato da un'assordante piattello, Hogarth esplode, affiancato da uno sporco organo e dalla chitarra, mentre Pete Trewavas esegue un'infinita ragnatela di scale che impreziosiscono il banale ritmo. Successivamente entrano in gioco squillanti cori e controcanti dal sapore gospel. Al minuto 01:49 la goliardica atmosfera si interrompe bruscamente, rimane un bel basso in evidenza che ruba la scena ad un raffinatissimo tema di chitarra, successivamente entra un caldo pianoforte supportato da spaziali sintetizzatori. Graffianti scale di basso dal sentore anni settanta danno il ritmo ad un enigmatico Hogarth. Nel finale il pianoforte riprende la linea melodica del basso fino alla conclusione. Hogarth non riesce a riempire il buco lasciato dalla dipartita della moglie, qualsiasi cosa desiderata, una volta ottenuta non riesce a comare il vuoto. L'ebbrezza della libertà di essere un uomo solo, senza vincoli è durata solamente una settimana, ma ora niente lo soddisfa, nulla riempie il buco, nulla, tranne lei. Brano atipico, con un ossessiva linea vocale iniziale che si insinua immediatamente nel cervello per poi esplodere nella babele corale, fino a lasciare il campo ad un enigmatica parte finale. 

Woke Up

Una bella chitarra distorta dal sapore anni settanta apre invece Woke Up (Risvegliato), i BPM della ritmica sono bassi, ma riesce comunque a trascinarci, riprendendo gli accenti del riff di chitarra. La linea vocale è sognante ed esplode nel ritornello, enfatizzata dalla tastiera e dall'organo. Ritorna la strofa, la chitarra è molto meno aggressiva e ricorda i temi ridondanti di Angus Young. Nel successivo ritornello Hogarth sale ancora più in alto dimostrando di non avere nessun limite. Poche battute di strofa, poi una breve pausa ed un profondo glissato di basso apre le porte ad un breve bridge, con ancora Hogarth sugli scudi, che poi si ripete nel ritornello finale, sdoppiandosi con un interessante controcanto. Il finale è compito delle tastiere anni settanta di Mark Kelly. E' ancora il vuoto lasciato dalla ex moglie a svegliare Steve Hogarth. L'opprimente pensiero lo sveglia nelle piovose città britanniche, o nelle innevate città del nord rallegrate dalle luci natalizie, ma anche nelle salate atmosfere delle città di mare, si chiude con l'enigmatica frase "The blinding obvious is what you showed to me" (L'accecante evidenza è ciò che tu mi hai rivelato), a suggellare il disagio che prova Steve Hogarth. Accattivante brano hard rock, che a tratti ricorda gli Aerosmith, con delle notevoli esplosioni vocali di Steve Hogarth.

Trap The Spark

 E' di nuovo Mark Kelly ad introdurre il brano successivo, intitolato Trap The Spark (Cattura La scintilla), con un'avvolgente pad di tastiera ed un pianoforte che ne riprende le toniche, la chitarra si limita a preziose cesellature, la sezione ritmiche entra con grazia, con un tempo leggero e raffinato, come del resto è raffinata la linea vocale di Mr. Hogarth. Nel ritornello il basso inizia a pompare a suon di sedicesime, il lavoro di finezze effettuato da Rothery e Kelly è indescrivibile. Hogarth ci conquista immediatamente con una bellissima linea vocale. Dopo neanche un minuto e mezzo si stoppano tutti, lasciando solamente un triste pianoforte, che successivamente viene ricamato dalla chitarra, che richiama tutti in gioco. Nella strofa è il pianoforte l'elemento predominante, mentre nel bridge è Steve Hogarth a prendere il sopravvento. Ritorna il sognante inciso, con l'ammaliante linea vocale, poi un rocambolesco precipitare della ritmica sfoca in un limbo, dove Rothery esegue uno stralunato assolo ricamato sapientemente da Mark Kelly. Celestiali cori aprono la strada di nuovo alla strofa, con il pianoforte a duettare con la chitarra. Nuovo crescendo con il bridge dove emergono sintetizzatori ultraterreni che perdurano anche nel successivo inciso. Nel finale che vede il pianoforte protagonista, Rothery riprende l'assolo, che si intreccia magnificamente con Steve Hogarth, supportato da un bel giro di basso. E' la scintilla dell'amore quella che Steve Hogarth insegue e ci invita a catturarla, ma la scintilla dell'amore è fugace, non si può trattenere a lungo. Poi si fa un riferimento alle liriche di Marbles, Hogarth apre la scatola e riesce a toccare i tesori della Terra, sepolti su di un isola lontanissima, mentre lui si trova in Inghilterra, con la mappa dei tesori che arde nella sua tasca, sognando tesori e diamanti. Trap The Spark è sicuramente il brano che ci colpisce più di tutti, dove percepiamo le nuove influenze della band, i Coldplay, con l'ammaliante linea vocale dell'inciso che si insinua subito nel cervello per rimanerci a lungo. Brano arrangiato magistralmente, seguendo la linea dell'album.

A State of Mind

Una paradisiaca atmosfera, con tanto di cinguettanti volatili, apre A State of Mind (Uno Stato D'Animo), poi irrompe Ian Mosley, con un tempo andante, seguito da un profondo giro di basso. La linea vocale della strofa è l'ennesima trovata vincente di Steve Hogarth, che nel ritornello scandito da brillanti accordi acustici, sfiora il falsetto. Breve pausa e poi ritorna la strofa, con la ritmica ricercata a suon di colpi di stecca ed un bel basso protagonista. Il successivo inciso è assai più grintoso del precedente, grazie alla veemenza di Steve Hogarth. Successivamente il brano decolla con un intermezzo che vede ancora Hogarth protagonista duettare con l'organo di Mark Kelly. Nuovo intermezzo, stavolta è Ian Mosley a prendere il sopravvento, con delle delicate corse sulle pelli, scandite dal basso e da profondi accordi di pianoforte. Rothery inizia l'assolo che l'omonimo Hogarth ricama con la line a vocale dell'inciso. Successivamente la batteria incalza, continua il duello fra i due Steve che si risolve a vantaggio di Rothery che la spunta sul finale. Durante un viaggio in aereo Hogarth fu ammaliato da un bellissimo paesaggio, sembrava il giardino dell'Eden, verde e rigoglioso che giganteggiava in una sperduta isola in mezzo al mare, la visione gli donò un bellissimo stato d'animo, talmente bello che non riusciva a distinguere fra sogno e realtà. Il viaggio onirico lo portò ad osannare il miracolo della vita, le persone che vivono e crescono, sperando che un giorno ci si renda conto di essere tutti fratelli e sorelle. Uno stato d'animo è una bella cosa, è contagioso, diffondiamolo, ignari di cosa ci riserba il futuro. Bisogna seminare, consapevoli che raccoglieremo ciò che seminiamo, uno stato d'animo. Brano che riesce a diffondere la positività espressa nelle liriche, con strofa e ritornello entrambi vincenti ed un trascinante finale. 

Happiness Is the Road

E siamo giunti alla title track, Happiness Is the Road (La Felicità è La Strada), la quale inizia con uno struggente pad di tastiera che accoglie Steve Hogarth, abile come sempre ad interpretare le atmosfere cariche di magia. Con vellutati tocchi floydiani Rothery ricama sapientemente la prolissa introduzione, che vede la tastiera protagonista. Dopo oltre tre minuti entra in scena Ian Mosley, con un tempo lento, supportato da un graffiante basso, successivamente irrompono pianoforte e la chitarra, stoppata in contro tempo, mentre Hogarth interpreta con un alone di mistero la strofa. Successivamente un ridondante giro di basso e uno spaziale pad di tastiera sostituiscono i precedenti strumenti nella strofa. Ritorna la chitarra, la frammentata linea vocale inizia ad incalzare fino a sfociare nel bridge che apre le porte al ritornello, dove Steve Hogarth esplode urlando ai quattro venti il titolo del brano, supportato da un grande lavoro di chitarra e pianoforte. La successiva strofa viene ricamata da un bel tema di chitarra che poi prende le sembianze di un bellissimo assolo, sovrastato dall'invadente tastiera di Mark Kelly. Ritorna la strofa, cantata con più grinta, un incalzante pianoforte ci riporta nel solare ritornello, con l'ennesima deflagrazione vocale di Hogarth. Al minuto 07:49 rimangano sinistre tastiere ed un enigmatico arpeggio di chitarra, una pennata di basso invita Steve Hogarth, che entra in sordina per ingigantirsi quando rientra in gioco l'amico Mosley. Un nuovo bridge, con Mark Kelly protagonista, apre i cancelli la ritornello finale che ci delizia fino alla struggente conclusione che vede le tastiere e Steve Hogarth sfumare lentamente. Le liriche prendono l'ispirazione dal ormai famoso libro The Power of Now, e sprizzano positività da tutti i pori. Hogarth ci narra per filo e per segno i retroscena che ho accennato nella precedente recensione, facendo riferimento proprio al Dottor Gilbert di Utrecht. Durante il tour europeo di Somewhere Else, Hogarth in preda alla depressione chiese aiuto al fan club olandese affinché gli trovassero un dottore. Durante la visita il Dott. Gilbert si mise a piangere e disse ad Hogarth che le lacrime che gli stavano fuoriuscendo erano quelle di H, non le sue. Terminata la visita, Gilbert non prescrisse alcuna medicina ad Hogarth, ma gli consigliò solamente la lettura di un libro: "The power of Now" ("Il potere dell'Adesso") di Eckhart Tolle: un libro che è un misto di filosofie new age e buddiste, in sintesi invita a vivere davvero la vita nel momento presente, senza preoccuparsi del dolore passato o di temere quello futuro. Nel libro Tolle afferma anche che noi ci identifichiamo erroneamente con la nostra mente, ed è per questo motivo che non riusciamo a smettere di pensare ed a cogliere la vera essenza delle cose. Hogarth ci insegna che l'alba di un nuovo giorno è la più grande benedizione che possiamo avere, pertanto bisogna vivere alla giornata, cancellando il passato e ignorando il futuro. La felicità non è alla fine della strada, la felicità è la strada. Come sempre i Marillion danno il loro meglio quando si tratta di title track e anche questa volta non ci deludono, sfornando un brano ben strutturato e con un ritornello che ci conquista immediatamente. 

Half Full Jam

 La traccia numero 11 sono solamente 1:59 minuti di rumore bianco che ci separano dalla traccia fantasma, intitolata Half Full Jam (Mezzo Pieno Jam):  il bizzarro titolo ci lascia intuire che è una vera e propria jam session, ricca di improvvisazioni. L'inizio ricorda molto The Uninvited Guest, con la batteria che esegue una sottile marcia supportata dal basso. La chitarra ci bombarda con un ridondante tema, ricamato dal pianoforte. Hogarth segue il tempo della marcia con la sua spensierata linea vocale. La strofa viene arricchita da un orientaleggiante pad di tastiera e si protrae per oltre un minuto e mezzo, quando entra a pieno ritmo Ian Mosley con un tempo medio, mantenendo sempre la marcia in sottofondo. Al minuto 02:31 il brano esplode. Irrompe una aggressiva chitarra hard rock come non si era mai sentita uscire dalla mani di Rothery, trascinandosi dietro il resto della band, Hogarth compreso, che condisce con molta grinta la linea vocale. Successivamente Mark Kelly ci bombarda con le tastiere, ingigantendo la babele sonora ricreata. A guidare è ancora la chitarra, sostenuta da una ritmica ricca di rullate, colpi sui piatti e scale di basso. In pieno stile jam session si va avanti a lungo, varia di tanto in tanto la tastiera di Mark Kelly, che nel finale ruba la scena all'amico Rothery bombardandoci con lisergici suoni e assolo di tastiera. Nelle liriche viene affrontato il dilemma del bicchiere, che è mezzo pieno per gli ottimisti o mezzo vuoto per i pessimisti. Infatti, durante la crisi, Hogarth si sentiva mezzo vuoto, ma ora rigenerato dalla lettura dell'ormai famoso libro The Power of Now di Eckhart Tolle, si sente mezzo pieno. L'essenza della vita lo ha risvegliato, grazie all'intervento del dottor Gilbert, che ha saputo individuare il male interiore che stava distruggendo il povero Hogarth, che come rinato, torna ad apprezzare la magica atmosfera delle città innevate durante il periodo natalizio, l'aria salmastra delle città di mare, trovando qualcosa di bello perfino nelle la grigie giornate di pioggia delle città britanniche. Prima si sentiva mezzo vuoto, ora si sente mezzo pieno. La traccia fantasma si rivela una ennesima sperimentazione ben riuscita, i nostri ci deliziano con una caotica jam dalle forti sonorità hard rock, concludendo il viaggio alla ricerca dell'essenza della vita, attraverso la meravigliosa strada dell'essenza della musica. 

Thunder Fly

 Terminato questo magico viaggio è giunta l'ora di cambiare CD ed introdurre nel nostro lettore il secondo volume, intitolato The Hard Shoulder (La Corsia Di Emergenza). Ad aprire le danze è Thunder Fly (La Mosca del Tuono), brano che ci fa capire quanto il CD che stiamo iniziando ad ascoltare si discosti di gran lunga dal precedente. Si inizia in sordina con un intro dai sentori Jazz che immediatamente viene spazzato via da un aggressivo riff di chitarra, seguito all'unisono dal basso e rafforzato da uno sporco organo. Trasportato dalla brillante ritmica Hogarth riprende gli accenti del riff con un cantato frammentato. Dopo circa un minuto il brano si placa, Mark Kelly ci avvolge con spaziali atmosfere, mentre Mosley ritma con una delicata marcia, scandita da profonde pennate di basso e accordi di chitarra. L'idilliaco limbo ha poca vita e viene cancellato dall'aggressivo riff di chitarra dal forte sapore anni settanta. Successivamente un gran lavoro di basso supporta un breve assolo di tastiera, che poi sfocia in un rallentamento dal sentore rock di inizi anni settanta, modernizzato da alieni sintetizzatori. Le tastiere creano un limbo sospeso dove galleggia Steve Hogarth. Improvvisamente la magica atmosfera viene squarciata da un gracchiante riff di chitarra, affiancata da una anacronistica tastiera molto psichedelica. La ritmica aumenta i BPM, aiutata da uno squillante piattello, la linea vocale si fa molto tirata, fino all'ennesimo rallentamento, che ci riavvolge con idilliache atmosfere magistralmente generate dalle tastiere di Mr. Kelly. Dopo un breve interludio caratterizzato da cori celestiali, entra in scena Steve Rothery, con un bell'assolo di forte matrice rock anni settanta, che alla conclusione lascia il campo ad un fastidioso ronzio di una mosca. Il curioso titolo prende spunto da un piccolo, ma dannosissimo insetto, chiamato Tripide, che di solito attacca varie colture a seconda della specie, fra le quali quelle di grano e  mais. Il terribile invertebrato viene chiamato anche mosca delle tempeste o appunto mosca del tuono. La piccola mosca del grano, oltre che delle piantagioni, si sta cibando anche delle terminazione nervose di Hogarth, con il suo incessante e fastidioso svolazzare fra i peli delle gambe o il collo madido di sudore. I ricordi della ex moglie sono fastidiosi quanto la piccola mosca del grano, si insinuano nei meandri della mente di Hogarth, pungendolo e nutrendosi dei suoi lieti fini. Thunder Fly è un brano aggressivo, come la mosca del tuono, alternando acide sonorità anni settanta a limbi ricchi di magiche atmosfere, brano che non passa inosservato. 

The Man from Planet Marzipan

Ancora più bizzarro è il titolo della traccia successiva, The Man from Planet Marzipan (L'uomo dal Pianeta Marzapane), ovvero l'alter ego creato da Steve Hogarth, che è solito autodefinirsi l'uomo dal pianeta Marzapane quando si sente estraniato dal mondo che lo circonda. Questa auto-definizione è stata usata anche come frase finale del brano "The Wound" su "Somewhere Else", ma non è stata cantata. Una sinistra tastiera viene invasa da una inusuale ritmica funky, con tanto di slap da parte del poliedrico Trewavas. Rothery spara lancinanti temi, la linea vocale di Hogarth è enigmatica. Il ritornello ci avvolge con arcane atmosfere, caratterizzato da suoni ultraterreni e una linea vocale sognante. Al minuto 03:15 cadiamo in un limbo carico misterioso, sinistramente offerto da Mr. Kelly, dopo qualche battuta entra Ian Mosley, orfano del basso ma in compagnia di Steve Hogarth. La chitarra esegue raffinati ricami in sottofondo. Con profonde pennate rientra in gioco anche Trewavas, che successivamente diventa protagonista con giri di basso semplici ma penetranti. Il basso inizia a pompare, il ritmo incalza, la chitarra distorta tesse una ragnatela che imprigiona un insofferente Hogarth. Una tastiera di gobliniane memorie prende il sopravvento e cresce pian piano, trascinandosi dietro tutti, fino ad una evocativa esplosione sonora dalle forte atmosfere progressive che perdura fino al brusco finale. L'uomo dal Pianeta di Marzapane è una sorta di alieno immaginario creato da Steve Hogarth, dagli occhi stretti e tenebrosi, non abituati alla luce. I suoi arti sono lunghi a dismisura, l'enorme testa fatica a stare in piedi a causa della forza di gravità, la sua pelle è sottile, non ama la musica, ma ci sono molte altre cose che non tollera. La conformazione dei suoi polmoni non gli rende facile respirare sul pianeta Terra. L'amico Alieno è sconcertato dalla vita del nostro pianeta, con scimmie che si fanno la guerra in nome dei loro Dei, fra menzogne e omicidi. Lui ha già visto scene come queste, le ha viste in altri asili dell'universo. Ancora una volta i nostri sottolineano la stupidità dei conflitti e dell'umanità in generale, attraverso gli occhi di un alieno che è a dir poco sconcertato da ciò che accade sul nostro Pianeta. Brano molto particolare, sia nella struttura che negli arrangiamenti, sicuramente uno dei più originali sfornati dal quintetto albionico. 

Asylum Satellite #1

Dopo aver fatto la conoscenza del simpatico Uomo dal Pianeta di Marzapane, continuiamo il viaggio nella fantascienza con Asylum Satellite #1 (Manicomio Satellite #1), che si apre con un arpeggio flangerato, supportato da una ritmica irregolare con un profondo basso che ci colpisce allo stomaco e da spaziali pad di tastiera. Siamo avvolti da una stellare atmosfera dal forte sapore anni settanta. La voce effettata di Hogarth si lega perfettamente con l'atmosfera ricreata, ma dopo un paio di battute la linea vocale prende le sembianze umane. Dopo incontriamo un arcaico bridge strumentale che ci riporta alle spensierate e magiche atmosfere degli anni settanta. Quello che segue non lo definirei un vero e proprio ritornello, a causa della ritmica frastagliata e la linea vocale piatta per niente ammaliante. Ritorna la sognate strofa, seguita dal bridge strumentale che stavolta ci separa da un interludio che vede protagonista il solo Mark Kelly con uno spaziale pad di tastiera. Rientrano in gioco tutti per l'ennesimo cambio, la tastiera domina in questa parte dalle forti atmosfere floydiane, che poi lascia il campo ad uno stralunato e prolisso assolo di chitarra, supportato da una ritmica ricca di colpi sui piatti e da profonde pennate di basso. Rimane nuovamente il solo Mark Kelly, con un tappeto di tastiera alieno, successivamente entrano in gioco i compagni della sezione ritmica, con un tempo molto raffinato, mentre la chitarra spara ancora temi ultraterreni. In un futuro imprecisato, tutti coloro che hanno opinioni diverse da chi comanda, viene spedito in un manicomio, lassù nello spazio. Gli internati non si sentono pazzi, sono convinti di quello che dicono, ma a quanto pare le loro opinioni non contano e non sono ben accette dai grandi padroni della Terra. Loro pensano che la prossima mossa sarà quella di spedirli in orbita con un razzo, verso le stelle. Ora, vicino al pianeta Marte, nonostante la lunga distanza, possono vedere la follia che regna sulla Terra. Forse in fondo i pazzi sono rimasti sulla Terra, e le persone sane sono quelle che vivono nel Manicomio Stellare numero 1. Brano dalle forti sonorità anni settanta, che riesce a esaltare le malsane atmosfere del manicomio stellare, con   inusuali liriche fantascientifiche, che prima di adesso non avevamo mai visto uscire dalla penna del poliedrico Hogarth.

Older than Me

Si volta nettamente pagina con la successiva Older than Me (Più Vecchia Di me), brano incentrato sulle tastiere ed il pianoforte di Mark Kelly che accompagnano per oltre tre minuti un espressivo Steve Hogarth. Il ridondante pianoforte si sposa perfettamente con la triste linea vocale di Hogarth. Successivamente un melanconico carillon imita il pianoforte per alcune battute, per poi lasciare spazio a spaziali sintetizzatori, con i quali si alterna. Profonde pennate di basso scandiscono il tempo, nella parte finale, dove la linea vocale viene impreziosita da cori ancestrali ricamati splendidamente dalle tastiere. Hogarth sottolinea come non sia importante la differenza di età. La sua compagna è assai più vecchia di lui, ma nei suoi occhi lui intravede il Mondo, al cospetto di giovani e carine ragazze, che dopo poco diventano noiose. Quando ammira i perfetti lineamenti del suo volto, gli anni che li separano svaniscono magicamente. Lui spera di andare ancora lontano con lei, attraversando la collina, simbolo della metà del percorso della vita, per arrivare il più lontano possibile. Rilassante intermezzo che mette in risalto le poetiche e romantiche liriche. 

Throw Me Out

Uno snervante ticchettio di un orologio apre la seguente Throw Me Out (Sbattimi Fuori), successivamente un triste organo accompagna Hogarth per alcune battute, fino a quando non irrompe un bel tema orchestrale, ricamato dal basso e da dolci temi di chitarra. Dopo un paio di strofe entra anche la batteria, supportata da un basso semplice ma profondo. La chitarra spara accordi all'unisono con il rullante, la line vocale si intreccia a meraviglia con il tema orchestrale, elemento predominante del brano. Dopo un breve intermezzo strumentale, dove il pianoforte sostituisce il pad, ritorna la strofa, leggermente più grintosa della precedente, che poi lascia il campo ad un breve assolo di chitarra di matrice blues. Nel finale i cori solari donano un'atmosfera beatlesiana al brano, che si conclude con il triste organo che lo aveva aperto. Hogarth si sente di troppo in casa, dove due sono ormai una folla, l'amore è evaporato, rimane solo una forte amicizia fra lui e la compagna. Ha sempre messo a prova la sua pazienza, creando disordine in casa, come se fosse la sua vocazione. Ora sembra giunto il momento di essere sbattuto fuori, tanto non inquinerà, lui è riciclabile e biodegradabile. Stavolta con molta ironia il simpatico Hogarth ci illustra i problemi di coppia, senza cadere in profonde crisi esistenziali, attraverso un breve brano destinato a finire nel dimenticatoio. 

Half the World

Andiamo verso lidi più orecchiabili con la successiva Half the World (La Metà Del Mondo), che inizia con un delicato tempo di batteria con tanto di inusuali spazzole al posto delle bacchette, il basso riempie con un profondo giro, la chitarra esegue un delicatissimo arpeggio, la linea vocale è pacata e sognante, ma esplode nel ritornello, con un Hogarth che sale in alto, sfiorando il falsetto, proponendoci uno dei ritornelli più orecchiabili del platter. La ritmica si fa più brillante, Mosley abbandona le spazzole e viene aiutato da un piattello, il giro di basso è articolato, Rothery sporca con il distorsore. Successivamente Mark Kelly stende un tappeto di organo dove Hogarth improvvisa un intermezzo a suon di "doo doo doo", dal forte sapore yessano. Ritorna la strofa, con la sua aria sognante e spensierata, seguita dall'ammaliante inciso e dall'intermezzo dal sapore anni settanta, che apre le porte ad un insolito assolo di chitarra, talmente carico di effetti che si fa fatica a distinguerne la melodia. Sul finale i nostri sfruttano la linea melodica vincente dell'inciso più volte, per poi concludere con il caldo arpeggio dell'introduzione. Le liriche sono un romantico omaggio alla ex moglie, una ragazza talmente bella che metà del Mondo potrebbe innamorarsi. Lui spera che il suo nuovo compagno non la faccia soffrire, spera che abbia una vita solare e piena di soddisfazioni, senza dover sormontare nessun problema, nemmeno un semaforo rosso. Spera anche che lei continui a pensarlo e che un giorno possano tornare ad essere amici. Half The World è un brano molto orecchiabile, che riesce a non scendere mai nel banale, caratterizzato da un inciso che rimarrà a lungo nelle nostre menti.

Whatever Is Wrong with You

Veniamo ora all'unico singolo estratto dal doppio platter, uscito solamente in versione download, ed intitolato Whatever Is Wrong with You (Qualcosa Che Sia Sbagliato In Te), aperto per una battuta dal solitario Hogarth, successivamente entra la batteria, con un tempo andante, supportata da un basso sporco e graffiante che martella, la chitarra ricama la melodica linea vocale di Hogarth, mentre Kelly si limita a riempire gli spazi vuoti con semplici pad. Un breve bridge in crescendo ci annuncia il ritornello, con potenti accordi distorti, la linea vocale del ritornello è l'ennesima scommessa vinta da Hogarth, a cui fa splendidamente eco Mark Kelly con urlanti tastiere. Ritorna la strofa, riempita sapientemente da effetti di synth, poi di nuovo bridge ed inciso. E' il turno di uno stralunato assolo di chitarra, ricamato da tastiere aliene e supportato da una ritmica ricca di colpi sugli ottoni. A seguire di nuovo l'inciso e poi un nuovo breve intermezzo strumentale, con chitarra e tastiera in evidenza. Si chiude con il ritornello a oltranza. Hogarth cerca di trovare difetti nella ex moglie, ma si accorge che qualunque cosa trovi di sbagliato, alla fine risulti giusta per lui. Perfino le strambe luci su un suo vestito, che ricordavano quelle di Natale, passando poi per una serie di aneddoti che hanno segnato il loro percorso della vita passato insieme. Lei era veramente strana, ma lui ringrazia Dio per questo, loro non erano fatti per essere uguali alla massa. Direi che la scelta del singolo risulta vincente, brano molto orecchiabile che nella strofa ricorda i migliori Coldplay, seguito poi da un potente e melodico ritornello facilmente memorizzabile e che ci invita a ricanticchiarlo immediatamente.

Especially True

Si rimane sulle sonorità rock con la successiva Especially True (Specialmente vero), che si apre con un grintoso quanto melodico riff di chitarra, supportato da una bella ritmica ricca di rullate. Nella strofa la chitarra abbandona il distorsore, limitandosi a raffinati ricami, la ritmica delicata trasporta Steve Hogarth con la sua sognante linea vocale. Ritorna l'inciso, caratterizzato dal ridondante tema distorto, che svanisce nuovamente la ritorno della strofa, con un bel pad di tastiera ricamato splendidamente da Rothery. Ancora l'inciso e poi è il turno di un bellissimo assolo di chitarra, grintoso e melodico come il riff portante della canzone e supportato da una ritmica con un basso martellante. Dopo l'assolo siamo avvolti in un limbo ancestrale, dove emerge Pete Trewavas, accompagnando con avvolgenti fraseggi la linea vocale di Hogarth. Sale di nuovo in cattedre Steve Rothery, con un tema grintoso che si insinua nelle nostre orecchie e perdura massacrandoci fino alla fine. Nelle liriche Hoghart osanna gli Stati Uniti d'America, sottolineando con fierezza le lontane discendenze albioniche del paese a stelle e strisce. Spaesato sulle gradinate di un capiente stadio, si sforza di capire le regole del baseball, soffermandosi sul bellissimo spettacolo offerto dalle avvenenti cheerleader. Spesso viene soffocato dal ruggito della folla, confuso dalle regole della Major League. Scopre che ci sono aspetti ben più bizzarri rispetto a quelli dipinti nelle numerose fiction. Non mancano velati attacchi all'invasione dell'Iraq, ma in sottofondo si percepisce una forte ammirazione verso gli Stati Uniti. Questo è sicuramente uno dei brani più interessanti della seconda parte del platter, con il bellissimo tema di chitarra che si insinua nella nostra mente come il più orecchiabile degli incisi. 

Real Tears for Sale

E siamo giunti all'ultima traccia, Real Tears for Sale (Vere Lacrime in Vendita), che vede ancora la rockeggiante chitarra di Rothery come protagonista. Si apre con un arpeggio distorto dal forte sapore seattleliano, ricamato splendidamente da Pete Trewavas che ci punge suonando sotto il dodicesimo capotasto. La linea vocale ha un sapore epico, e si sposa a meraviglia con il basso e la chitarra. Dopo alcune battute irrompe una tastiera dai sentori medievali, che dona una nota progressive al brano. Entra anche la batteria supportata da un bel giro di basso, la strofa si protrae a lungo, intervallata da un breve, ma energico interludio strumentale. Dopo un brioso bridge arriva l'inciso, dal forte sapore anni settanta, con uno Steve Hogarth in evidenza. Breve interludio strumentale e ritorna la strofa, il basso emerge sui ricami di tastiera, poi di nuovo il grintoso bridge che stavolta ci porta in un limbo idilliaco, dove rimane un sognante pianoforte che si fa largo fra spaziali pad di tastiera, in sottofondo il basso inizia a pompare ed invita Ian Mosley che inizia una dolce cavalcata sulle pelli. L'interludio va avanti, una epica tastiera apre i cancelli al ritorno di Hogarth, supportato da l'omonimo Rothery che si sdoppia fra assolo e accordi distorti, Ian Mosley ingaggia una dura battaglia con i piatti, aiutato dall'amico Trewavas. Sul finale dell'assolo Mark Kelly aiuta il compagno riempiendo con spaziali pad, mentre l'ugola di Hogarth duetta con la sei corde. Il finale viene lasciato nelle mani di Mark Kelly, che conclude brano e disco. Le liriche sono un vero e proprio omaggio alla cantante irlandese Sinead O'Connor, che si è rasata la testa tentando di combattere i soprusi da parte della madre emotivamente instabile, cercando spesso il conforto nelle forti birre irlandesi. Nel video di "Nothing Compare to You", Sinead O'Connor piange dopo una frase. Lei ha sempre sostenuto che tale lacrima fosse vera e che gli sia stata provocata dal testo che cantava, tra le righe della canzone, Hogarth appoggia tale teoria, dicendo che crede che le sue lacrime fossero vere. Questo brano chiude dignitosamente il trittico finale dalla forte impronta hard rock, trittico che alza notevolmente la valutazione di The Hard Shoulder, che senza suddetto trittico sarebbe stato insufficiente.

Conclusioni

E' giunta l'ora di tirare le somme del doppio platter, che va ad occupare la casella numero 15 nella lunghissima e fortunata carriera musicale marillica, omettendo live e gratest hits vari, traguardo prestigioso che solo poche grandi band hanno l'onore di tagliare. Sicuramente il primo disco, Essence, è quello che colpisce maggiormente, che ci avvolge con le profonde atmosfere dal sapore ambient. La sua perfetta omogeneità fa sì che scorra piacevolmente, alimentato dall'essenza della musica sapientemente estratta dal quintetto albionico. Se vogliamo trovare un difetto ad Essence, diciamo che manca il brano che spicca, la Neverland o la This Strange Engine di turno, oppure la The Great Escape o la Don't Hurt Yourself, per renderlo un capolavoro. E' doveroso aggiungere che però non ci sono brani di basso livello che ci fanno storcere il naso e che ci invogliano a passare oltre. Da sottolineare invece sono gli splendidi arrangiamenti, il cui merito va dato indubbiamente dato anche al produttore Michael Hunter, che compie enormi passi avanti rispetto al precedente Somewhere Else, forte anche di una maggiore amalgama con il quintetto di Aylesbury. Da menzionare anche il bellissimo e affascinate percorso lirico, che ci guida alla ricerca dell'essenza della vita, attraverso l'affascinante strada dell'essenza della musica. Liriche solari e positive al cospetto di quelle oscure e malinconiche assaporate nel precedente platter. Sempre positive sono le liriche del secondo volume, The Hard Shoulder, che non si legano né fra di loro né con il precedente volume, trattando vari argomenti, fra i quali le novità fantascientifiche, mentre musicalmente seguono il percorso del suo predecessore, amalgamando vetuste sonorità anni settanta, con quelle più moderne vicine ai Coldplay e ai Radiohead. Anche qui manca il brano che spicca il volo, vuoi la mega suite o il singolo orecchiabile (e a differenza del suo compagno troviamo due - tre brani destinati a finire nel dimenticatoio). Mark Kelly non raggiunge le vette di Marbles, ma esegue comunque un egregio lavoro, specialmente su Essence. Steve Rothery fa un passo indietro rispetto a Marbles, rimanendo sugli standard degli ultimi tempi, purtroppo non abbiamo il piacere di essere bombardati di emozioni da un assolo dalle scriptiane memorie. La sezione ritmica si mantiene su altissimi livelli, specialmente Pete Trewavas, l'unico che non si è mai smarrito nel corso degli anni, mentre come sempre sono eccellenti le performance di Steve Hogarth, sia canore che liriche. Registrato presso gli abituali studi The Racket Club, Buckinghamshire, a cavallo fra il 2007 ed il 2008, Happiness Is the Road è venuto alla luce il 20 Ottobre 2008, distribuito dalla Intact Records, piccola label controllata dalla band facente parte del gruppo EMI. Le liriche sono scaturite tutte dalla penna di Steve Hogarth ed i brani sono tutti composti ed arrangiati dai Marillion. La produzione è stata affidata nuovamente a Michael Hunter, che operando insieme al quintetto albionico ha ottenuto un prodotto finale di pregevole fattura. L'artwork e la fotografia sono opera di Antonio Seijas, mentre il lavoro grafico è stato svolto da Carl Glover per gli Aleph Studio. In copertina troviamo un raggiante nucleo luminescente a rappresentare l'essenza della vita. In conclusione il doppio CD ci fa lo stesso effetto dell'ormai datato Use Your Illusion Part I & II, vale a dire se dai due buoni album venivano scartati i brani peggiori ottenendone un solo che ne raccoglieva il meglio, questi era un capolavoro. Pertanto faccio una semplice media matematica fra l'alta valutazione di Essence, che equivale ad 8, e la sufficienza raggiunta da Hard Shoulder, ottenendo comunque una alta valutazione finale.

1) Dreamy Sweet
2) This Train is My Life
3) Wrapped Up in Time
4) Liquidity
5) Nothing Fills the Hole
6) Woke Up
7) Trap The Spark
8) A State of Mind
9) Happiness Is the Road
10) Half Full Jam
11) Thunder Fly
12) The Man from Planet Marzipan
13) Asylum Satellite #1
14) Older than Me
15) Throw Me Out
16) Half the World
17) Whatever Is Wrong with You
18) Especially True
19) Real Tears for Sale
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