MARILLION

Fuck Everyone And Run (F.E.A.R.)

2016 - earMUSIC

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
04/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Quattro anni e sei giorni, mai i Marillion avevano fatto attendere così tanto i loro fans, prima di pubblicare un nuovo album in studio. Ma visto il traguardo importante che i nostri hanno raggiunto con questo nuovo "Fuck Everyone And Run (F.E.A.R.) [Fanculo Tutti E Corri (PAURA)]", le lunghe tempistiche possono considerarsi comprensibili. Infatti si tratta dell'album numero diciotto della loro discografia, quello della "maggiore età", e di certo Hogarth e compagni non volevano che fosse ricordato come un passo falso. Ed è proprio l'insolito titolo aggressivo che ha alimentato la curiosità dei fans per oltre un anno, titolo che ricorre ad un acronimo dopo ben trentadue primavere, ovvero dai tempi di Fish, quando nel lontano 1984 i nostri presentarono il nuovo batterista Ian Mosley con la loro seconda fatica in studio, intitolata "Fugazi", un'espressione gergale usata dai soldati statunitensi nella Guerra del Vietnam, acronimo che sta per "Fucked Up, Got Ambushed, Zipped In (fottuto, preso in imboscata, bloccato)". Nelle interviste di rito relative al nuovo album, Steve Hogarth ha tenuto a precisare che il titolo non è stato dettato dalla rabbia oppure scelto con l'intenzione di scioccare, anzi, nel brano "New Kings", viene cantato addirittura esternando tenerezza e malinconia, dettate da un'Inghilterra (ma anche dal Mondo intero) dove in maniera preoccupante prende sempre più piede la filosofia egoistica del "ognuno per sé". L'elegante Cantastorie Di Kendal ha sottolineato come in gran parte del nuovo disco aleggiano i sentori di un cattivo presagio, una strana sensazione che l'umanità si stia preparando ad una sorta di profondo e pericoloso cambiamento, una vera e propria tempesta politica e finanziaria, una mutazione umanitaria e soprattutto ambientale, purtroppo irreversibili. Il nostro conclude con una frase alquanto lapidaria che mi permetto di citare per esteso: "Spero di sbagliarmi. Spero che la mia PAURA sia per ciò che "sembra" si stia avvicinando, e non PAURA di ciò che in realtà "stia" accadendo". Quello che preoccupa chi scrive è il fatto che già in passato i Marillion si sono rivelati ottimi profeti, allarmando i fans con una preoccupante scomparsa delle stagioni con la decadente "Seasons End" e soprattutto con il brano "Interior Lulu", dove il Cantastorie Di Kendal sosteneva che il progresso e in maniera particolare internet, stavano sopraffacendo valori interiori e morali dell'umanità; ergo, con queste due profezie avverate, c'è da preoccuparsi. Ritornando ai tempi d'oggi, i nostri hanno comunque reso meno stressante la lunga attesa, tenendoci aggiornati attraverso i loro canali ufficiali, stuzzicando la fantasia dei fans con una serie di foto ispirate in maniera più che lapalissiana al capolavoro cinematografico di Mel Brooks "Frankenstein Junior", con Steve Hogarth nelle vesti dello stralunato Dottor Victor Von Frankenstein, all'epoca interpretato dal grandissimo Gene Wilder (R.I.P.). Nelle foto, la versione "scienziato pazzo" di Hogarth è coadiuvata da due improbabili assistenti impersonati da Steve Rothery e Ian Mosley, con tanto di scarruffate parrucche bianche, occhiali in stile steampunk e camici macchiati di sangue. A completare il divertente quadretto rigorosamente in bianco e nero, il trucco dà a Mark Kelly le sembianze di un inquietante personaggio a metà fra l'indimenticabile Igor di Marty Feldman (R.I.P.) e il simpatico Zio Fester della Famiglia Addams, mentre Pete Trewavas si rifà alla letteratura classica britannica, con una versione ambigua e poco rassicurante di uno Sherlock Holmes dai baffi sproporzionati. Per chi come me ha aderito alla ormai consueta campagna di crowdfunding (stavolta i nostri si sono appoggiati alla PledgeMusic), di cui i Marillion possono considerarsi i precursori, i nostri tenevano i fans costantemente aggiornati via email, descrivendo accuratamente le sessioni di registrazione ed i loro sentimenti a riguardo. Personalmente (mea culpa) è la prima volta che partecipo alla campagna di prefinanziamento di un disco marillico, in quanto da Fishiano convinto, ho sempre affrontato in maniera superficiale gli album dell'era Hogarth. Ma grazie a Rock&MetalInMyBlood, che mi ha messo alacremente al lavoro su ogni singolo album del combo albionico, ho riscoperto brani ma anche interi album che hanno ben poco da invidiare ai capolavori dell'era Fish, nonostante una naturale evoluzione delle sonorità. Quindi, stavolta, ho deciso di acquistare il futuro album dei Marillion a scatola chiusa, con oltre un anno di anticipo, con la speranza di aver fatto un ottimo investimento. Appena il plico mi è stato recapitato, l'ho aperto con la gioia di un bambino che scarta i regali natalizi. La confezione è a dir poco fantastica, il case è autografato da tutti i membri della band, oltre al CD, la versione comprende un ulteriore DVD, contenente l'album con l'audio stereo, una versione strumentale sempre stereo, una versione dell'album con il surround 5.1, oltre ad un documentario intitolato "The Making Of FEAR" e molti extra.  Semplicemente meraviglioso è il booklet di 180 pagine, contenente oltre ai testi ed un numero smodato di fotografie, la lista in rigoroso ordine alfabetico dei nomi di tutti coloro che hanno contribuito alla campagna di crowdfunding, ovviamente compreso il mio, con la mia enorme soddisfazione. Ritornando alle email che i nostri ci inviavano, una delle più interessanti l'ho ricevuta lo scorso febbraio, quando al riparo dalle gelide temperature della contea del Buckinghamshire i nostri erano chiusi all'interno delle calorose stanze familiari del The Racket Club, studio di proprietà della band stessa, e si apprestavano a trasferirsi presso i Real World Studios di Peter Gabriel per proseguire i lavori sul nuovo album. A detta di Steve Hogarth e compagni, i Real World Studios sono in grado di fornire un accogliente ambiente e tutto quello che serve ad un musicista per 24 ore al giorno, sette giorni su sette, l'ideale per cementificare ulteriormente la band, valorizzare la musica e far nascere nuove idee. Tutti i brani sono nati da ore ed ore di jam improvvisate, una sorta di tela bianca per i nostri cinque Monet dello strumento. Con il passare del tempo, l'esperienza gli ha fatto notare che le idee migliori vengono fuori nei primi venti minuti di jam session, meglio ancora se dopo almeno una settimana in cui sono tutti con la testa dentro al nuovo progetto. Durante le sessioni di composizioni, i nostri hanno esaminato una indicibile quantità industriale di registrazioni, e ovviamente gli scarti sono stati maggiori delle idee vincenti, ma ci assicurano che non andranno buttate via. Ogni membro del gruppo ha poi selezionato dieci fra le migliori idee (Hogarth ha confessato che le sua erano cinquanta?), per poi ridurle a cinque, in modo da poter lavorare in maniera definitiva sul nuovo album e iniziare a studiare gli arrangiamenti. Con un'altra email i nostri ci hanno svelato le origini delle bizzarre foto di cui vi ho parlato prima. Dopo ore ed ore consecutive di registrazioni, i nostri spesso si rilassavano guardando un film, e quasi sempre la scelta ricadeva sul mitico "Frankenstein Junior", mistero risolto. Man mano che il tempo passava, i nostri ci informavano sui motivi inerenti ai molteplici ritardi (inizialmente la data di uscita era stata prevista per il primo Maggio del 2016, poi posticipato al 9 Settembre, ed infine al fatidico 23 Settembre), svelando gradualmente prima il titolo (l'8 aprile), poi la copertina e regalando ai fans la prima parte della suite "The New Kings" il 7 Luglio. Molto carine erano le foto che ritraevano Steve Rothery e compagni intenti a firmare ogni singola copia della versione de luxe, dedicati ai fedelissimi fans che hanno partecipato alla campagna di crowdfunding dell'album. Ritorniamo all'attesissimo "Fuck Everyone And Run (F.E.A.R.) [Fanculo Tutti E Corri (PAURA)]", la cui struttura stuzzica ulteriormente la nostra curiosità, in quanto la track list oltre a tre canzoni "normali", comprende tre lunghe ed articolate suite, divise in più parti ben distinte, per un totale di oltre sessantotto minuti di ottima musica suddivisi in ben diciassette tracce. Ad un primo ascolto l'album mette subito in mostra piacevoli sensazioni di déjà-vu, che rievocano piacevoli momenti del passato recente ma anche remoto. Non aspettatevi ritmiche incisive, ma lasciatevi avvolgere dalle profonde atmosfere che permeano per tutto il platter, che spesso ricordano le cupe sonorità dei migliori Talk Talk, ma anche forti richiami alle muse del passato come Beatles, Pink Floyd e Genesis, giusto per darvi un'idea. E' dunque giunto il momento di porre fine alla nostra curiosità ed andare ad ascoltare il nuovo album dei Marillion.

El Dorado: I. Long-Shadows Sun

A rompere il ghiaccio è la prima delle tre suite sopra citate, la floydiana e lisergica "El Dorado", 16.46 minuti suddivisi in cinque capitoli ben distinti, il primo dei quali è intitolato "El Dorado: I. Long-Shadows Sun (Il Sole Dalle Lunghe Ombre)". I nostri aprono il disco come non avevano mai fatto durante la loro lunga e fortunata carriera, ovvero con una piacevole escursione sulla chitarra acustica da parte di Steve Rothery. Le armoniose note arpeggiate lasciano trasparire gli affascinanti "sguish" provocati dai polpastrelli della mano sinistra che scorrono sulle sei corde, mentre i rumori di una solare giornata primaverile fanno da ulteriore colonna sonora. Possiamo distinguere il melodioso canto del merlo e dello storno, il piacevole ronzio delle api che volano di fiore in fiore ed i raffinati cinguettii di altri piccoli pennuti. Fra i rilassanti rumori della natura che si risveglia, emerge timidamente Steve Hogarth, con una linea vocale che lascia trasparire un pronunciato senso di mestizia. I due vecchi amici continuano a dialogare melanconicamente per quasi un minuto, fino a quando non si aggiungono Pete Trewavas con felpate note di basso e Mark Kelly con un blando pad di tastiera dai sentori pastorali. Sul finale, la chitarra elettrica inizia a ronzare, come se stesse inseguendo i brevi voli delle api che saltano da un fiore all'altro. A chiudere rimane il solo pad di tastiera. Nelle liriche il Pittore Di Kendal illustra un classico giardino incantato inglese, cercando di dipingere il classico tranquillo ed armonioso stile di vita albionico, prima che una improvvisa tempesta globale cancelli tutti i valori e le bellezze d'un tempo. Il nostro riesce a dipingere un perfetto quadretto, in una calda serata estiva, profumata dai fiori di caprifoglio, ricamati dalla leggiadra danza delle cavolaie, comunissime farfalle bianche, che spesso svolazzano intorno ai cavoli, cospargendoli delle loro simpatiche larve, per la gioia dei contadini. Gli ultimi raggi del sole rendono incandescenti le ali delle piccole farfalle, provocando lunghe ombre, dando vita ad uno spettacolo superiore a qualsiasi immagine in 3D.  Il nostro conclude con un minaccioso verso profetico: "But in England, although nothing really changes, the weather always does... (Ma in Inghilterra, anche se nulla cambia davvero, il tempo cambia sempre...).

El Dorado: II. The Gold

Al minuto 01:27 inizia il secondo movimento, il più lungo dei cinque con i suoi 06.13 minuti, intitolato "El Dorado: II. The Gold (L'Oro)", il precedente pad assume gradualmente toni più oscuri, ci pensa poi Mark Kelly ad aprirci scenari spaziali con il sintetizzatore. Una volta evaporate le magnificenti fiammate di synth, il nostro continua a dispensare atmosfere con un avvolgente tappeto di tastiera, ricamato da pochi accordi di pianoforte e timidi fraseggi con la sei corde, mostrando la strada melodica da percorrere al Cantastorie Di Kendal. Avvolta dalla nebbia di note che fuoriesce dal castello di tastiere, la suadente voce di Hogarth si fa trasportare da un leggero alito di vento. Dopo circa un minuto e mezzo, le tastiere continuano a farla da padrona, con un emozionante mix di suoni che ci proiettano nello spazio profondo e che accompagnano uno Steve Hogarth in forma smagliante, che interpreta magistralmente ogni singolo momento del brano. Un mellifluo tema di tastiera anticipa l'ingresso del resto della banda. Attenendosi alle atmosfere floydiane, Ian Mosley si limita ad un blando 4/4, reso grintoso dai ruggiti del basso. Steve Rothery si limita a pochi accordi con la chitarra acustica, lasciando il compito di guidare il brano a Mark Kelly e al suo riff dal piacevole retrogusto ottantiano. Un velato filler di batteria apre i cancelli all'inciso. Steve Rothery preme il pedale della distorsione e con pochi accordi messi al posto giusto, seguiti all'unisono dalle tastiere, crea l'habitat ideale per Steve Hogarth, che finalmente esplode, con il suo inconfondibile stile. In sottofondo, possiamo percepire uno strumming con la sei corde acustica, quasi offuscato dalle vibrazioni emesse dalla chitarra distorta. Grande Atmosfera, con la "A" maiuscola. Dopo un etereo fraseggio di chitarra, ritorna la strofa, con il leitmotiv di tastiera a duellare con l'incisivo giro di basso di Mr. Trewavas. Il brano cresce nuovamente con il ritornello, che emana forti emozioni da tutti i pori. Sulla scia melodica del chorus, Steve Rothery inizia l'assolo. Con il suo inconfondibile stile e una mano vellutata, lega le melodiche note in maniera magistrale, scivolando dolcemente verso fraseggi più incisivi, scendendo in maniera vertiginosa verso gli ultimi capotasti. Brividi. Nelle polemiche liriche, dando un senso al case del CD che imita un lingotto d'oro, Hogarth sostiene che tutti i mali del mondo sono causati dall'oro, quell'oro che ha causato più morti dell'uranio e del plutonio. Ecco che spinta dalla brama dell'oro arriva una tremenda tempesta, il ridente quadretto dipinto nella traccia precedente sta per essere spazzato via, si sta avvicinando il letale alito del mostro. Improvvisamente gli uccelli smettono di cantare, il cielo sembra spaccarsi letteralmente in due, rovesciando piogge letali, è questa l'apocalisse temuta da Hogarth, una tempesta ambientale con cui la Natura si vendica sull'essere umano, reo di non averla rispettata troppo a lungo. Ma l'oro ha causato anche una tempesta politica, in molti fuggono dalla una guerra insensata, incamminandosi verso l'Europa con la speranza di trovare la pace, mentre i più sfortunati si perderanno nel mare, lasciando come testimonianza delle tristi barche rovesciate. Hogarth attacca l'Inghilterra, che non ha mai dato un forte contributo al problema dell'immigrazione. Al contrario, altri scelgono di non partire, confondendo la paura con la spavalderia. Ma l'uomo puro vivrà e morirà cercando di essere se stesso.

El Dorado: III. Demolished Lives

Dove finisce l'assolo, ha inizio il terzo capitolo della suite, "El Dorado: III. Demolished Lives (Vite Distrutte)". Mark Kelly lascia una scia di note luccicanti, Pete Trewavas preme il pedale del flanger, rafforzandolo con un paio di altri effetti e ci ipnotizza con un sinuoso giro di basso arpeggiato. I nostri creano un'atmosfera surreale che accoglie il Cantastorie Di Kendal, che non si smentisce ed interpreta in maniera impeccabile la strofa. Di colpo rimane solo un avvolgente pad di tastiera, che dopo alcuni secondi in solitario, viene raggiunto da Steve Hogarth. Il nostro si mette a duettare in maniera struggente con il Dispensatore Di atmosfere Di Dublino. Steve Rothery richiama tutti all'ordine con un fugace tocco sulla sei corde. Ian Mosley, continua con la blanda ritmica Masoniana, ravvivata dal sinuoso giro di basso. Mark Kelly libera uno snervante loop inseguito da altri suoni alieni. La linea vocale di Hogarth assume un tono minaccioso che ci porta verso un nuovo cambio atmosferico, annunciato da una corposa corsa sulle pelli. La tastiera in loop cessa, lasciando il campo ad un cullante pad di tastiera. Il basso ritorna a farsi incisivo, in sottofondo un dolce tema di chitarra ricama la linea vocale di Hogarth, ora molto più rilassato e rassicurante. Stavolta è Steve Rothery ad abusare della pedaliera degli effetti, andando a chiudere il brano con un arcano arpeggio. Le vite distrutte sono quelle dei popoli del Medioriente afflitti da un'atavica guerra senza senso. Il sensibile Steve Hogarth si rivede in loro, in fila alle frontiere, in attesa di un nuovo inizio, in cerca di una nuova esistenza. A loro le vie dell'oro sono negate, e la loro disperata fuga finisce con lo sbattere contro un muro invalicabile. C'è troppo dislivello fra classi sociali nell'era moderna, c'è chi ha troppo e chi non ha niente, ci sono gli accettati e gli emarginati. Ma Steve Hogarth è convinto che farli entrare ad oltranza non sia la soluzione giusta, ma sia solo la soluzione dettata dalla fame dell'oro, che continua a mietere vittime più di quante ne abbia fatte l'uranio. E mentre il nostro continua a chiedersi il perché di tutto questo, ecco che gli appare sullo smartphone l'immagine di un estremista islamico che decapita un prigioniero occidentale. Tutto questo è osceno.

El Dorado: IV. F E A R

Siamo arrivati al quarto capitolo, intitolato minacciosamente "El Dorado: IV. F E A R (Paura)". Steve Rothery continua con il cadenzato arpeggio con cui aveva concluso il precedente capitolo, arpeggio che dona un disorientante effetto lisergico al brano. Un inquietante Steve Hogarth si lascia trasportare dalla spirale di note acide. Dopo circa trenta secondi entra in scena un oscura drum machine, successivamente affiancata da una doommeggiante ritmica ricamata da Ian Mosley con raffinati passaggi sul rullante. Le profonde note del basso fanno vibrare i subwoofer. Mark Kelly rende ancora più terrorizzante l'atmosfera con infernali suoni alieni, mantenendo fede al titolo. Il brano cresce lentamente, il cantato sempre risucchiato dal lisergico arpeggio si fa più energico e delirante, si respirano oscure atmosfere settantiane. Si paventa un inquietante riff di tastiere, che si muove sinuosamente nelle tenebre come un serpente affamato in cerca di una preda. Ha inizio un graduale climax che porta verso l'esplosione del brano. Una potente progressione di accordi distorti trasporta in alto Steve Hogarth, che deflagra alla sua maniera, trascinato prepotentemente dall'enfasi della musica. Per alcuni secondi veniamo risucchiati dalla acida spirale di suoni e dall'ossessiva linea vocale che si insinua subito nella nostra mente. Sempre in maniera graduale, il brano cala d'intensità, l'arpeggio di chitarra viene affiancato da taglienti fiammate di synth. Ora il Frontman Di Kendal sembra essere più rilassato e ci accompagna verso la fine, dove rimane un oscuro pad di tastiera. La tempesta che è in arrivo è preceduta da un virulento alone di paura che si insidia dappertutto, annidandosi fra i nostri averi, che ci siamo comprati con fatica, sudore e sacrificio. Tutti sono a conoscenza delle guerre che imperversano in Medioriente, ma molti fanno finta di non vedere. Alla fine sono di più le cose che ci legano a qui popoli, di quelle che ci separano. Poi il nostro fa un mirato attacco alla stampa britannica, che in occasione dell'ormai famoso referendum del Giugno 2016, non è stata delicata nei confronti degli immigrati, lasciando trapelare sottili sentimenti razzisti, mentre la Union Jack si colorava di rosso sangue. Poi i sono i pazzi, che agiscono nel nome del loro Dio, ma le guerre ci sono sempre state, e sono sempre state fomentate da questioni di denaro, forse questa volta il denaro si è travestito da religione. In conclusione, un polemico Hogarth dipinge un triste quadretto, mentre una famiglia se ne va allegramente in vacanza verso il mare, con i bambini felici e urlanti, ecco che in autostrada viene sorpassata da un convoglio di carri armati. Sicuramente, dall'altra parte del mondo, non ci saranno bambini felici a giocare in riva al mare con paletta e secchiello.

El Dorado: V. The Grandchildren Of Apes

Nel capitolo "El Dorado: V. The Grandchildren Of Apes (I Pronipoti Delle Scimmie)" ritroviamo l'oscuro pad di tastiera, subito seguito da pochi accordi di pianoforte ed un etereo arpeggio con la chitarra acustica che accompagnano Steve Hogarth. Dopo l'esplosivo e lisergico capitolo precedente, i nostri decidono di cambiare in maniera radicale l'atmosfera, aprendo rilassanti scenari paradisiaci capaci di farci sognare ad occhi aperti. Mark Kelly ricama con delicati effetti dal sapore fiabesco. Il pianoforte, in maniera gradualmente si fa sempre più presente, finendo con il diventare lo strumento principale di questo ultimo segmento di suite. Steve Hogarth inizia un emozionante duetto con il pianoforte, la chitarra arpeggiata si assottiglia sempre di più, andando a ricoprire un prezioso lavoro di ricamo. Sul finale, rimane un tetro pad di tastiera, che dopo aver visto gli ultimi colpi di coda del pianoforte, evapora lentamente in fader, lasciandoci per alcuni secondi in compagnia di un silenzio assordante. La tempesta è arrivata, metallo in aria e zolfo nei polmoni accecano il respiro. Ma "Brimstone in the lungs", che alla lettera si traduce appunto in "Zolfo nei polmoni" può significare in gergo militare anche "Brimstone pronti allo sganciamento". Infatti, il Brimstone è un sofisticato sistema missilistico intelligente aria terra, a detta di molti parlamentari britannici l'unica cura efficiente per debellare il male che affligge la Siria. Vista la vena polemica che pervade nelle liriche, quoto questa seconda opzione. Hogarth sottolinea che gli umani non sono degli angeli con il potere di decidere il destino di altri, ma sono dei semplici discendenti delle scimmie, dotati di occhi per vedere. Se però usassimo i nostri occhi per vedere il male, noi potremmo essere degli angeli, chiude in maniera sibillina lo Scrittore Di Kendal.

Living in F E A R

La successiva "Living in F E A R" è la traccia più orecchiabili del platter, un pop rock di gran classe, che potrebbe essere un potenziale singolo, con linee vocali ammalianti e un ricorrente tema vincente di chitarra. Il brano si apre con una melliflua miscela di suoni, che trasudano passione e delicatezza, nella densa nebbia di note generata da chitarra e tastiera, riescono ad emergere alcuni pungenti fraseggi di basso ed il suono fatato del chimes, che riesce conferire qualcosa di magico a questi primi secondi di brano. Accompagnato da martellanti accordi di pianoforte, Steve Hogarth entra in punta di piedi, con una ammaliante linea vocale che emana un profondo senso di tristezza. Un breve accenno di glissato del basso annuncia l'ingresso del resto della banda. La strofa scorre via piacevolmente, con un sinuoso serpente formato dalle note del pianoforte che ci accompagna verso il chorus, uno dei momenti più coinvolgenti dell'intero disco. Steve Rothery ruba la scena con un tema di chitarra strappalacrime, semplice quanto vincente, siamo ai livelli di quello di "Neverland". La sezione ritmica si fa più incisiva e con un bel climax ci porta nel cuore dell'inciso, dove i due Steve proseguono a braccetto. Brividi. Un effimero limbo strumentale che riprende l'introduzione fa da bridge e ci riporta verso la strofa, dove emerge un profondo giro di basso. L'inciso è di quelli che ti catturano all'istante, e siamo ben lieti di assaporarlo nuovamente, apprezzandolo sempre di più. Dopo questa scarica di emozioni il brano cala d'intensità. Rimane il pianoforte, accompagnato da una fredda drum machine e ricamato da un ridondante giro di basso e melodici fraseggi di chitarra, un marchio di fabbrica per il nostro Stevone, che con classe tramuta i fraseggi in un emozionante assolo che con una naturalezza disarmante va a ricollegarsi al ritornello, stavolta proposto in versione più energica, con interessanti escursioni vocali da parte di Steve Hogarth. A seguire troviamo una strofa spoglia, dove Hogarth canta appoggiandosi su uno spensierato riff di tastiera, ricamato da raffinati fraseggi di basso. Rientrano tutti in gioco, il brano cresce gradualmente d'intensità fino allo special, dove alla voce di Steve Hogarth si affianca un tema di chitarra non molto diverso da quello del ritornello. Il finale si fa trascinante, sembra di ascoltare una versione alternativa del chorus. Pete Trewavas domina con un sinuoso giro di basso, i due Steve vengono affiancati da una solare armonia vocale dai vaghi sentori gospel che poi va a chiudere in solitario il brano. Le liriche sono una sorta di inno alla pace ed al disarmo. Il Cantastorie di Kendal si chiede se è davvero conveniente vivere continuamente in un lima di paura, ostentando le nostre armi come dimostrazione di forza, o forse è meglio fare un passo indietro, tornare a lasciare la chiave nella toppa della porta di casa, come usava qualche tempo fa. Con il passare del tempo, l'uomo si è conquistato una saggezza che non va sprecata, quindi, vale la pena vivere nella paura anno dopo anno, per il resto della nsotra vita? Possiamo permettercelo? Prima o poi arriverà un giorno, dove l'unico modo di poter andare avanti sarà quello di deporre le armi, pentendoci amaramente di non averlo fatto prima. Durante il corso della storia, l'uomo ha impiegato molte forze per fortificare il proprio territorio, andando dalla Grande Muraglia Cinese, passando per la Linea Maginot francese, fino ad arrivare al Muro Di Berlino, (argomento già crudamente affrontato da Hogarth sull'ottimo "Seasons End" con la bellissima "Berlin"). Ecco, secondo Hogarth, tutte queste imponenti costruzioni sono state un inutile spreco di tempo, energia e denaro, e per cantarlo ai quattro venti, il nostro lo dice perfino in russo ed in tedesco, tanto per essere sicuri che tutte le grandi potenze ricevano il messaggio.

The Leavers: I. Wake Up in Music

Andando avanti incontriamo una seconda suite, "The Leavers (Gli Abbandonatori)", una raffinata escursione nella musica elettronica mixata ad un piacevole ritorno al passato remoto, per un totale di oltre 19 minuti suddivisi in cinque movimenti, il primo dei quali si intitola "The Leavers: I. Wake Up in Music (Risveglio in Musica)". Siamo subito attaccati da un nevrotico loop di tastiera, impreziosito da raffinati intarsi di chitarra, suoni arcani sparati dal synth e da Steve Hogarth che insegue il loop con lo xilofono basso. Proprio quando stiamo per essere ipnotizzati dal Dottor Kelly, Steve Hogarth entra in scena, svegliandoci dal lisergico viaggio. Il nostro recita in maniera suadente le prime strofe, poi un delicato vocalizzo annuncia l'ingresso della sezione ritmica. Il loop di tastiera permane, il duo Trewavas-Mosley fa centro con una ritmica che va a riprendere il senso di ridondanza delle tastiere, mentre la chitarra si limita a preziosi ricami in sottofondo. Questa raffinata escursione nella musica elettronica si avvicina molto all'oscuro sound dei primi Talk Talk, mentre per rimanere in tema Marillico, le prima cosa che mi viene in mente sono alcuni passaggi dell'album "Essence" ma anche le sperimentali "Interior Lulu" e "This Is The 21st Century". La linea vocale di Hogarth cresce d'intensità, fino ad arrivare all'inciso, che a dire il vero non si discosta molto dalla strofa, se non per una leggera variazione della linea vocale. Hogarth chiude il chorus con un seducente "Where Are The Leavers", anticipando un interludio strumentale che grida fortemente anni '80. Dal castello di tastiere emerge una nube di suoni che genera una grande atmosfera, le cristalline trame in loop della tastiera si intersecano con un melodico tema chitarra. In alcuni momenti risento le splendide sonorità degli Asia dell'era Payne, per la precisione quelle del sottovalutatissimo "Aura". E' un climax costante di gran classe che culmina con l'ingresso della sezione ritmica. Steve Hogarth si mette a dialogare a suon di vocalizzi con le vellutate trame della chitarra, sembra di assistere ad un corteggiamento fra due regali pavoni. In maniera impeccabile i nostri fondono questa fantastica babele di suoni con l'inciso, che piacevolmente ci accompagna verso il finale, dove riecheggia più volte la frase "Where Are The Leavers", che ritroveremo anche nei capitoli successivi. Ma scopriamo chi sono questi misteriosi "The Leavers", stavolta il Paroliere Di Kendal esula dalle polemiche tematiche affrontate fino ad ora, dedicando questa lunga suite a tutti i musicisti, che come i Marillion, vedono gran parte della loro vita impegnata in tour mondiali a dir poco massacranti. Viaggiando di notte, mentre qualcuno guida per loro, vedono scivolare la strada velocemente sotto i loro occhi. Di solito giungono a destinazione alle prime luce dell'alba, ed una volta finito il concerto, ripartono, con il favore delle tenebre, verso una nuova destinazione, dove si ricomincia il tran tran, scaricare le attrezzature, allestire il palco e fare felici nuovi fans. Gli "abbandonatori" sono una sorta di cinema ambulante, uno spettacolo che passa da una città all'altra. Finito lo spettacolo, si incamminano verso una nuova grande città europea, dormendo quando il tempo gli lo concede, tutto nel nome della musica. Loro sono gli abbandonatori, ma sono pronti a giurare che non ci abbandoneranno mai.

The Leavers: II. The Remainers

Mark Kelly inizia il secondo capitolo intitolato "The Leavers: II. The Remainers (I Restanti)" con il cullante tema di tastiera con cui aveva terminato il precedente. Il brano è un piacevole e profondo intermezzo di novantacinque secondi. Avvolto dalla densa nebbia di suoni che fuoriesce dal castello di tastiere, Steve Hogarth interpreta ancora una volta in maniera magistrale questi pochi versi, rievocando gli oscuri ed emozionanti momenti del capolavoro "Brave", sotto diversi aspetti molto simile al nostro "F.E.A.R". Nella parte finale, il nostro viene sostituito da un dolce fraseggio di pianoforte, al quale fa eco un ridondante arpeggio di chitarra, sporcato dal flanger. A rendere ancora più cinematografico il tutto ci pensa Mark Kelly andando a chiudere con un maestoso lavoro orchestrale. Abbiamo scoperto chi sono i "Leavers", ma per ogni abbandonatore, ci sono i "restanti", ovvero i familiari che aspettano il ritorno delle star nelle loro case accoglienti, continuando a compiere i loro gesti quotidiani, mentre i loro cari sono a chilometri e chilometri di distanza, a calcare i palchi delle più grandi capitali mondiali. Non deve essere facile per mogli e figli, stare lontani per lunghi periodi da quelli che per gli altri sono dei veri e propri idoli. E' un paradosso, loro che gli "possiedono" devono cederli per lunghi periodi ai fans, pur sapendo che prima o poi, anche se per brevi periodi, torneranno ad abbracciarli. Gli abbandonatori si sentono come zingari ad una fiera, senza un letto stabile, destinati a deliziare e conoscere sempre nuove persone, lasciando una piccola porzione del loro cuore in ogni singola città da cui passano, ma con un pensiero sempre rivolto ai loro familiari.

The Leavers: III. Vapour Trails In The Sky

E' il turno di "The Leavers: III. Vapour Trails In The Sky (Sentieri Di Vapore Nel Cielo)". Su un sottilissimo pad di tastiera, il basso danza un valzer brillante, chitarra e rullante si uniscono in un bel climax che annuncia un impatto sonoro che sembra uscito da "Misplaced Childhood". La solare linea vocale Steve Hogarth si sposa alla perfezione con il caratteristico wall of sound Marillico. La chitarra ipereffettata di Steve Rothery inizia a lamentarsi in maniera straziante, affiancata da una bellissima partitura di pianoforte, che successivamente rimane in solitario per una ventina di secondi, venendo poi spenta dal rombo di un aereo che sfreccia veloce nel cielo, lasciandosi dietro un sentiero di vapore. Da un arcano loop di tastiera emerge un inquietante giro di pianoforte che si lascia dietro un alone di mistero. Successivamente entrano in scena gli strumenti a corda. Pete Trewavas riempie con profonde pennate di basso, Steve Hogarth inizia a tessere una vischiosa trama di note arpeggiate, rese spurie dagli effetti a pedale. Le note ci risucchiano come un vortice, trasportandoci in un lisergico viaggio senza tempo, fino a quando non incontriamo Steve Hogarth, che recita pochi versi con una interpretazione da oscar. Il brano viene chiuso da un inquietante loop che va a perdersi lentamente nel nulla. Sono ancora gli abbandonatori i protagonisti di questo terzo capitolo, spesso le loro mete sono posti sperduti e dimenticati, e allora devono ricorrere all'aereo per raggiungerli, vedendo il mondo che gira sotto di loro. I nostri idoli spesso passano sopra le nostre teste, lasciando affascinanti sentieri di vapore nel cielo. Ma loro sono fatti così, sono contenti di tutto ciò che fanno, sono figli della baldoria, sono sempre in cerca di brividi e si nutrono del calore del pubblico. La vita è troppo breve per rimanere fermi e rinunciare alle emozioni e alle soddisfazioni di un tour.

The Leavers: IV. The Jumble Of Days

La vita è troppo breve per rimanere fermi e rinunciare alle emozioni e alle soddisfazioni di un tour. Il quarto capitolo "The Leavers: IV. The Jumble Of Days (Il Groviglio Dei Giorni)" viene aperta da una classicheggiante, o Banksiana se preferite, partitura di pianoforte. Steve Hogarth inizia a duettare dolcemente con il piano, aprendoci davanti scenari fiabeschi. In sottofondo Pete Trewavas tesse un'oscura trama di note. Improvvisamente, irrompe il classico impatto sonoro Marillico. Steve Rothery inizia un assolo che rievoca fortemente gli esordi della band. Anche Ian Mosley sembra essersi svegliato, riempiendo con una serie di repentini filler e micidiali raffiche sui piatti. Mark Kelly rende il tutto più emozionante con taglienti pad orchestrali. Improvvisamente arriva una pausa, seguita da un emozionante duetto in modalità Fab Four fra il Cantastorie Di Kendal ed il pianoforte. Steve Rothery ricama con raffinatissimi fraseggi di chitarra. Dopo pochi versi recitati a cappella, ritorna il bellissimo wall of sound sentito in precedenza, impreziosito da suggestivi pad di tastiera che si intreccia con un celestiale coro. Durante l'assolo, basso e chitarra sembrano inseguirsi, dando vita ad uno dei migliori momenti dell'album. Rientra in scena anche Steve Hogarth, con un'ossessiva linea vocale, ricamata da raffinate armonie vocali. Al minuto 03:42, la sezione ritmica cambia registro e il tempo diventa dispari. Pete Trewavas ci aggredisce con un grintoso giro di basso, seguendo come un ombra i passi irregolari della gran cassa. Steve Rothery ci ipnotizza con un ridondante riff di chitarra, enfatizzato da emozionanti pad orchestrali e da martellanti accordi di pianoforte. Proprio sul più bello, quando siamo coinvolti in pieno da questo emozionatissimo interludio strumentale, il brano si dissolve improvvisamente. Le vite degli abbandonatori si dipanano lentamente, come la lana di un maglione fatto a mano. Ogni luogo che visitano è per loro un'esperienza unica, un'altra tessera del puzzle che va a comporre la loro incredibile vita. I fans rimangono, loro viaggiano, i fans possono sapere cosa faranno domani, mentre per loro ogni nuova alba è l'inizio di una nuova avventura. Nella loro vita non ci sono certezze, l'unica e che quando le emozioni di una serata saranno evaporate, loro non ci saranno più, pronti ad andare ad affrontare una nuova sfida. Spesso i "restanti" tentano di domarli e trattenerli a casa, dove tentano di disintossicarsi dalla stressante (ma allo stesso tempo soddisfacente) vita dei tour. Quando sono a casa, se pur felicissimi di stare in famiglia, loro si sentono come dei disoccupati, attendendo una telefonata che li porterà nuovamente via.

The Leavers: V. One Tonight

Dalle ceneri del capitolo precedente nasce "The Leavers: V. One Tonight (Un Tutt'Uno Stanotte)", aperta da Mark Kelly con un fiabesco giro di pianoforte. Appena entra in scena Steve Hogarth, che si mette dolcemente a duettare con il pianoforte, si ha l'idea di ascoltare la colonna sonora di una fiaba targata Disney. Steve Rothery riempie gli spazi con un ridondante arpeggio di chitarra, Pete Trewavas ritma con soffuse note di basso. Il mellifluo duetto perdura per oltre un minuto, poi il pianoforte si fa più deciso, affiancato da un caloroso pad di tastiera. L'infinita corsa sul rullante ed il crescendo del pianoforte ci fa venire in mente un vecchio classico dei nostri, idea confermata quando il brano esplode. Il pianoforte si fa strada fra i filler di batteria e gli accordi distorti, doppiati da una seconda traccia di chitarra acustica, è impossibile non pensare a "Lavender". Ciccia di gallina, come si dice dalle mie parti. Trascinato dall'emozionante wall of sound, in uno dei pochi momenti solari del platter, Steve Hogarth si lascia andare, volando libero in alto, abbandonando momentaneamente quell'alone di tristezza che riesce a diffondere per tutto il disco. L'altro Steve inizia a sovrapporsi con un melodico assolo di chitarra che non fa altro che rafforzare la mia impressione, ovvero quello di ascoltare la sorella minore di "Lavender". E se i Metallica sono arrivati a fare ben tre "The Unforgiven", non vedo cosa ci sia di male, anzi. I nostri vanno a chiudere con l'accordo lasciato in sustain, che lentamente si va a dissolvere in fader, abbandonandoci in compagnia di una decina di secondi di silenzio, lasciando che nella nostra mente continui a riecheggiare l'emozionante wall of sound appena assaporato.  C'è un lieto fine nella vita on the road degli "abbandonatori". Durante i loro stressanti tour, capita molto spesso che il tour si concluda fra le mura amiche, nella propria patria, e allora anche i "restanti", possono abbandonare il loro caldo nido ed andare sotto al palco, mescolandosi con i numerosi ed eccitati fans, ed ascoltare la musica, l'unica panacea di tutte le religioni. Con questa frase, Hogarth si ricollega in maniera velata alle tematiche dell'album, che vedono il Mondo minacciato da un terribile clima di terrore dovuto da una guerra insensata nel nome dell'oro, che stavolta si è travestito da religione.

White Paper

 La successiva "White Paper (Carta Bianca)" si candida a piccola perla dell'album, una profonda e raffinata ballata che vede il pianoforte protagonista assoluto. Il brano lo introduce un riflessivo Steve Hogarth, prontamente affiancato da una melanconica trama di pianoforte, che solo nei primi secondi rievoca l'inizio di "Neverland", accompagnandolo per oltre quaranta secondi. Dopo una breve pausa, emerge un dolce tema di pianoforte, che sarà quello portante, la cui ridondanza riesce a cullarci. La voce suadente del Cantastorie Di Kendal si sposa alla perfezione con il triste accompagnamento di pianoforte, ricamato da tintinnati passaggi della vellutata mano destra di Mark Kelly sui denti d'avorio del piano. I vellutati passaggi di fretless bass in sottofondo sono opera di Steve Rothery. Un importante cambio di tono enfatizzato da un pad di archi fa salire l'intensità del brano, annunciando l'ingresso della sezione ritmica. Pete Trewavas stende un vellutato tappeto di sedicesime, rendendo più incisivo il raffinato lavoro del collega di reparto. Il protagonista è ancora il leitmotiv di pianoforte, ricamato in sottofondo da soffusi fraseggi di chitarra. Steve Hogarth togli un po' di mestizia alla linea vocale, che comunque si mantiene su standard abbastanza tristi. Il brano esplode nell'inciso, nella prima parte lasciato nelle sapienti mani di Steve Rothery che con un ridondante fraseggio di chitarra che riprende il main theme di pianoforte si sostituisce alla voce. Steve Hogarth rientra con più energia, cavalcando la linea melodica della chitarra. Breve stacco strumentale, dove un triste pianoforte vien accompagnato da una fredda drum machine, e poi rientra Steve Hogarth, sempre con una tristissima linea vocale che sommata al melanconico giro di pianoforte ci fa venire in mente una grigia giornata piovosa novembrina. Il giro di pianoforte si fa più corposo, il brano riprende vita, per alcuni secondi sempre sotto la guida della batteria elettronica, che lasciatemelo dire, in questo contesto ha il suo fascino ed il suo perché. Al minuto 04:28 rientra Ian Mosley, il brano inizia a crescere gradualmente, è un climax costante che esplode in maniera definitiva nell'inciso, stranamente diverso da quello precedente. Steve Hogarth si lascia trascinare in alto dal bellissimo wall of sound, dominando in maniera incontrastata. Ritorna la calma, con il tema portante di pianoforte a duettare con Hogarth e poi si riparte per il gran finale, dove emerge un melanconico tema di tastiera che va a riprendere l'ormai familiare leitmotiv su cui gira tutto il brano. Sul finale, dove Steve Hogarth si lascia andare, la chitarra inizia a tessere una vischiosa trama di note che di colpo evapora insieme al resto degli strumenti, lasciando il solo Frontman Di Kendal a concludere. Le liriche sembrano il proseguimento di quelle del brano precedente. Illustrano, con una buona dose di romanticismo, l'effetto che può avere la vita on the road delle star sulla famiglia, effetto che il nostro inizia a scorgere solo quando gli anni iniziano ad avanzare. Il Poeta Di Kendal si immagina una tela bianca, la sua compagna sta dipingendo la tela, ma i colori sono come scomparsi, ci sono solo quaranta sfumature di bianco, sono scomparsi i colori raggianti che esplodevano sulla tela quando nacque il loro primo bambino. La magia di quando erano giovani sta evaporando minacciosamente, Hogarth è combattuto, pur non riuscendo a mettere radici, allo stesso tempo non sopporta vedere allontanare la compagna, non osa immaginarla fra le braccia di un altro. Allora lui inizia a dipingere sulla tela bianca usando quaranta sfumature di verde, il colore della speranza, ma il colore nero della vita mondana torna a rovinare il quadretto con cui il Poeta Di Kendal cerca di ripianare il rapporto. Quando vede le famiglie "normali" che camminano in mezzo al verde di un parco, gli sembra strano che siano felici, che si accontentino di una vita "normale", ed con un matrimonio fallito alle spalle, inizia a pensare che sia l'ora di dare un taglio al suo stile di vita, prima che si ritrovi nuovamente a dipingere il volto della ragazza che ha perso. Siamo arrivati al pezzo forte dell'album, "The New Kings (I Nuovi Re)" brano che in parte nostri hanno messo in circolazione prima dell'uscita dell'album. La struttura marcatamente progressive con memorabili parti di chitarra e tastiera, candida "The New Kings" come nuovo classico che non faticherà ad entrare nel cuore dei fans e ad occupare una salda posizione nelle scalette live.

The New Kings: I. Fuck Everyone and Run

 Per chi ha aderito alla campagna di crowdfunding, a partire dal 23 Settembre, dal sito della PledgeMusic, oltre al nuovo album, è possibile scaricare il brano in una traccia unica di oltre 16 minuti, mentre qui sull'album, la troviamo sotto forma di suite, suddivisa in quattro movimenti, il primo dei quali è la bellissima, "The New Kings: I. Fuck Everyone and Run (Fanculo Tutti e Via)", per chi scrive la punta di diamante del platter, aperta da uno struggente pad orchestrale, che dopo qualche secondo in solitario accoglie il Cantastorie Di Kendal. Il nostro si presenta con una profonda linea vocale e riempiendo l'atmosfera con il vellutato suono del dulcimer (un antico strumento musicale a corde pizzicate o percosse). In sottofondo possiamo percepire gli strazianti lamenti della sei corde e il magico tintinnio del chimes. Da brividi il ritornello, interpretato da Hogarth in falsetto, sempre accompagnato da una struggente trame di archi e da pochi accordi di pianoforte. In sottofondo, Pete Trewavas si muove con passi felpati. Nella strofa successiva entra in scena la sezione ritmica, le fiammate degli archi primeggiano, l'ammonente linea vocale di Hogarth lascia trasparire un senso di disappunto. Steve Rothery continua a far piangere la sua chitarra in sottofondo, il ruggente giro di basso fa crescere gradualmente il brano, trasportandoci verso il chorus, che ormai si è impossessato saldamente del nostro cuore, stavolta reso più energico dall'apporto della sezione ritmica. Lo struggente falsetto di Steve Hogarth che canta "Fuck Everyone And Run (Fanculo Tutti E Via)" viene accompagnato da delicati accordi distorti e da una gran lavoro orchestrale da parte del Covent Garden String Quartet, che rende ancora più speciale questo brano. Pelle d'oca. Senza ombra di dubbio il momento più bello dell'intero album. A seguire l'assolo di chitarra, melodico e caustico allo stesso tempo, bello, intenso e passionale, come quelli dei tempi d'oro, accompagnato splendidamente dalla sezione ritmica e da taglienti pad di violini. Difficile stabilire cosa sia più bello fra l'assolo e l'accompagnamento. Sul finire si paventa un vetusto pad di organo Hammond, che perdura anche nella strofa successiva. Gli accordi distorti viaggiano all'unisono con l'organo, trasportando il Cantastorie Di Kendal. Sul finire della strofa, Steve Rothery inizia un nuovo assolo, che riprende la linea melodica del precedente. Facendosi largo fra i ruggiti del basso e le vetuste trame dell'organo, i due Steve duettano ad armi pari fino al brusco finale. Siamo di fronte alle liriche più politicamente coinvolte scritte dal Paroliere Di Kendal, un duro attacco verso le superpotenze che in maniera cinica sia accaparrano tutte le ricchezze del Mondo a spese di noi comuni mortali. Agendo nell'ombra, in maniera quasi invisibile, riescono a comprarsi la città di Londra dalla lontana Monaco Di Baviera. Una delle frasi più significative e che purtroppo è in linea con l'andamento del Mondo attuale, merita di essere citata nella sua totale interezza: "We do as we please While you do as you're told (Facciamo come ci pare Mentre voi fate quello che vi viene detto)" Dall'alto delle loro fortezze vedono i quartieri poveri, popolati da barboni e dalle "mums on the game (mamme sul gioco)" un termine raffinato risalente al 17° secolo, usato per definire le prostitute, e qui il nostro Steve omaggia l'inglese per eccellenza, William Shakespeare, che usò il termine nella commedia ispirata alla novella di Giovanni Boccaccio "Giletta di Narbona", "Tutto è Bene Quel Che Finisce Bene". Le liriche si concludono in maniera cinica e beffarda, sottolineando che i Nuovi Re sono ormai troppo grandi per cadere, troppo forti per fallire, e se mai accadrà, a rimetterci saremo sempre noi comuni mortali.

The New Kings: II. Russia's Locked Doors

 Siamo giunti al secondo capitolo, il più lungo dei quattro, dall'alto dei suoi 06:25 minuti, "The New Kings: II. Russia's Locked Doors (La Russia ha chiuso le porte)", aperta da un arcano arpeggio di chitarra, ricamato da decisi colpi stoppati all'unisono che si lasciano dietro una scia di terrore, mentre Steve Hogarth spara a zero sui nuovi padroni del mondo, che nel giro di pochi anni hanno cancellato i vecchi valori della Russia, che vedevano tutta la popolazione allo stesso livello economico. Con il passare del tempo, subdole corporazioni che agivano nell'ombra hanno arricchito in maniera innaturale i loro adepti, creando un divario incolmabile con il resto della popolazione. Senza peli sulla lingua, i nuovi padroni della Russia chiedono alla popolazione di venirgli in contro, in cambio avranno una pensione sicura ed un futuro garantito per i loro figli. I nuovi re si sono arricchiti vendendo le case popolari non al popolo, ma alle banche Ora loro navigano nell'oro, indossano diamanti raccolti da operai sottopagati che rischiano quotidianamente la vita a molti metri sotto terra. Ma se il popolo sarà paziente e calmo, forse un giorno ci sarà un trickle-down (in italiano "effetto sgocciolamento dall'alto verso il basso"), la teoria della goccia che indica un'idea di sviluppo economico, secondo il quale i benefici economici elargiti sono a vantaggio dei ceti abbienti. Ma ritorniamo al brano, eravamo rimasti all'arpeggio di Steve Rothery, attaccato da micidiali colpi all'unisono, rinforzati da uno spaziale pad di tastiera prima e di organo poi. Successivamente incontriamo un prolungato interludio strumentale dove regna la tristezza. Un melanconico fraseggio di chitarra viene inseguito quasi all'unisono dal basso e da un martellante pianoforte, il ride scandisce il tempo come il pendolo di un orologio, dopo una quarantina di tristissimi secondi strumentali, rientra in gioco Steve Hogarth, con degli spettrali vocalizzi che duettano con la chitarra. Il brano prosegue con mestizia in maniera strumentale per altri secondi, per poi accogliere una celestiale armonia vocale. Improvvisamente al minuto 02.53 la melanconica melodia che ci ha cullato fino a dora cessa di botto. Rimane un triste arpeggio di chitarra, accompagnato da lugubri accordi di pianoforte. Ritorna il Cantastorie di Kendal, accompagnato dal melanconico pianoforte e ricamato da raffinati intarsi di chitarra. Con classe rientra in gioco la sezione ritmica, attenta a non rompere i fragili equilibri. Steve Hogarth è letteralmente trasportato dalle trame del pianoforte, poi al minuto 03:50 si cambia di nuovo. Il protagonista è sempre Mark Kelly, che tira fuori dal cilindro un inquietante giro di pianoforte che non sfigurerebbe nella colonna sonora di un vecchio film horror di John Carpenter. Ian Mosley ritma con una delicata marcia sul rullante e pochi colpi sui piatti, le corpose pennate del basso rendono ancora più lugubre l'atmosfera. Steve Hogarth interpreta queste strofe quasi parlando, cercando di valorizzare il lavoro dei colleghi. Il brano cresce lentamente d'intensità esplodendo in maniera definitiva nell'inciso, dove Hogarth dà il meglio di se, volando in alto, inseguito dai melodici fraseggi della chitarra, che lentamente si trasformano in un bellissimo assolo da brividi. Anche in questo caso, è difficile stabilire se è più bello l'assolo o il contorno, l'unica cosa certa e che è uno degli assolo più belli scritti da Steve Rothery, che richiama fortemente quelli dei primi due album, grazie anche al grande lavoro della sezione ritmica e delle tastiere, mai invadenti in queste occasioni. Siamo talmente presi dal pezzo che vorremmo non finisse mai, ma purtroppo, come tutte le cose belle anche questo assolo ha una fine, e se ne và forse in maniera troppo brusca, lasciando il campo al terzo capitolo. 

The New Kings: III. A Scary Sky

"The New Kings: III. A Scary Sky (Un cielo spaventoso)". L'accordo finale del capitolo precedente sfuma velocemente in fader, dalle sue ceneri nasce un oscuro arpeggio di chitarra che emana forti sentori di decadenza, rafforzato da profonde pennate del basso. Steve Hogarth entra con grazia e mestizia, presentandosi con una delle sue linee vocali più melanconiche. Lentamente entra in scena Mark Kelly, con un delicato pad orchestrale, il Cantastorie Di Kendal canta l'inciso con il suo inconfondibile falsetto, sempre mantenendo una nota di tristezza quasi opprimente. Nella parte finale del chorus, Ian Mosley ritma con una delicata marcia sul rullante, arricchita da dei filler sui tom tom quasi impercettibili. Steve Rothery inizia dei raffinati fraseggi, che lentamente crescono d'intensità, dando il via ad un delicato climax che tira su il brano. La sezione ritmica si fa più presente. Il brano ci culla, il cadenzato incedere della tastiera quasi ci ipnotizza, accompagnandoci dolcemente verso il finale, dove rimane un leggero pad di tastiera che evapora velocemente. Nelle brevi liriche, si parla di un cielo spaventoso, di un terribile schianto che ha cambiato le nostre vite, e visto il recente quindicesimo anniversario appena consumato, non possiamo che pensare ai terribili ed imperdonabili incidenti aerei dell'11 Settembre. Il Paroliere di Kendal, con poche parole, riesce a rievocare il senso d'incredulità e di sconcerto che ognuno di noi ha manifestato subito dopo aver appreso la terribile notizia, domandandosi fino a dove potrà arrivare questa follia omicida.

The New Kings: IV. Why Is Nothing Ever True?

E siamo arrivati al capitolo finale di questa mastodontica suite, "The New Kings: IV. Why Is Nothing Ever True? (Perché Non C'è Mai Niente Di Vero?)". Steve Rothery ci sorprende con un acido riff di chitarra elettrica, era dai temi di "Radiaton" che non sentivo note talmente caustiche sparate dalla sei corde del nostro amato Chitarrista Di Brampton. La chitarra viene inseguita da una lugubre progressione di accordi di pianoforte, che annuncia l'ingresso della sezione ritmica, che lo fa con grinta. Una seconda traccia di pianoforte, molto più timida, sembra rispondere alla oscura progressione di accordi. Dopo una ventina di secondi irrompe Mark Kelly, con una funambolica partitura di pianoforte, che coadiuvata da un tagliente pad di violini, si fa prepotentemente largo fra gli acidi accordi della chitarra e la tentacolare ritmica del duo Trewavas-Mosley. Poi, una rocambolesca progressione di accordi eseguiti all'unisono, pone fine a questa terrorizzante introduzione. Le tastiere aprono scenari epici, il rombo di un aereo militare che sfreccia veloce anticipa l'ingresso di Steve Hogarth, ora il nostro sembra essersi scrollato di dosso tutte la malinconia, ha bisogno di sfogarsi e vomita tutto d'un fiato i versi della strofa. Il nostro piange sui valori perduti, si ricorda quando un tempo ogni singolo cittadino pensava di contare qualcosa, pronto a morire per il suo paese, pese che in cambio si prendeva cura dei propri cittadini. Si ricorda quando con orgoglio veniva cantato a testa alta l'inno nazionale, senza sentirsi usati o traditi, senza vergognarsi di una patria che ora non si riconosce più. Ora questi valori sono stati resi in frantumi da una gigantesca menzogna senza fine di continuità. Siamo arrivati ad un punto morto, dove non ci resta che biasimare noi stessi ed inginocchiarsi di fronte ai nuovi re. Ma ritorniamo ad analizzare la parte musicale del brano, le strofe scorrono via con grinta e rabbia, rabbia che esplode in maniera definitiva nell'inciso, dove quel genio di Steve Rothery, riesce ad infilare dei sottilissimi fraseggi di chitarra di Howeiane memorie. Ritorna la strofa con l'acido arpeggio di chitarra sporcato dagli effetti che trascina uno Steve Hogarth che ne ha per tutti. Un importante cambio di tono apre le porte all'assolo di chitarra. Il Chitarrista Di Brampton si mantiene in linea con il brano, tessendo una acida trama di note, suonate in maniera più energica rispetto ai suoi standard abituali. Improvvisamente i nostri si fermano, lasciando che gli ultimi respiri degli strumenti s dissolvano in fader.

Tomorrow's New Country

E siamo giunti all'epilogo di questo sorprendente album, che si chiude con "Tomorrow's New Country (Il Nuovo Paese Di Domani)", una triste ed effimera ballata incentrata sul pianoforte. Funesti accordi di piano accompagnano un riflessivo e malinconico Steve Hogarth che mestamente ci accompagna verso il finale. In sottofondo gli strumenti a corda sembrano lamentarsi, piangendo un mondo e delle vite che vanno a rotoli, trascinati nel baratro dall'avidità e dall'egoismo che ormai hanno conquistato gran parte del pianeta . Le liriche suggellano in un colpo solo le due tematiche che compongono il filo conduttore dell'album, il clima di terrore e la vita familiare delle star. Hogarth sembra aver messo la testa a posto e rinunciare a stuzzicanti nuove avventure a beneficio di un ritorno a casa, almeno per oggi, conclude in maniera sibillina il romantico Paroliere Di Kendal.

Conclusioni

Questo "Fuck Everyone and Run (F.E.A.R.)" ci consegna una band in forma smagliante, una famiglia di musicisti che ha ancora voglia di fare grande musica, suonando e cantando quello che gli viene dal cuore, liberi dalle pressioni delle vampiresche major discografiche, tornando prepotentemente a suonare quel neo progressive di cui sono i precursori, e che forse troppe volte avevano smarrito durante la loro incredibile carriera. Questo non è un album da ascoltare mentre sfaccendiamo in casa, come poteva esserlo il banale "Holidays in Eden". (F.E.A.R.) è un album che va ascoltato con orecchie e mente, con la stessa profonda attenzione con cui abbiamo ascoltato il capolavoro "Brave", con il quale trovo molte affinità. Se in "Brave" andavamo alla ricerca del passato di una ragazza misteriosa, qui andiamo alla ricerca di un Mondo che non riconosciamo più, alla ricerca di valori che vanno scomparendo giorno dopo giorno, attraverso una triste colonna sonora che trasuda mestizia ad ogni singola nota. (F.E.A.R.) non a caso è l'album numero 18, quello della maggiore età, e devo dire che i nostri superano con la lode l'esame di maturità. Abbiamo fra le mani un piccolo gioiello che ascolto dopo ascolto rivela sempre nuove sorprese, una album maturo, da ascoltare tutto d'un fiato, come ogni concept comanda. Un nota di merito la merita anche il produttore Mike Hunter, che dai tempi di "Somewhere Else" ha fatto passi da gigante, legando sempre di più con la band anno dopo anno, fino a diventare il sesto membro della band come lo era diventato il geniale Dave Meegan a suo tempo. Sono proprio gli arrangiamenti il fiore all'occhiello dell'album, che mettono in luce tutto il gusto e la classe di Mark Kelly, che stavolta insidia prepotentemente la leadership delle due colonne portanti Steve I° e Steve II°. Senza mai eccedere in crisi di autocelebratismo, il nostro dispensa avvolgenti atmosfere per gli oltre sessantotto minuti dell'album, con memorabili partiture di pianoforte. Steve Hogarth, oltre a tirare fuori dal cilindro un paio di linee vocali da brividi che si imprimono nel nostro cuore e nel nostro cervello, si fa apprezzare anche per l'ottimo lavoro eseguito con la penna, partorendo liriche che mai non erano state così politicamente coinvolte, esternando i suoi pensieri senza peli sulla lingua. Steve Rothery sfoggia una delle prestazioni migliori degli ultimi tempi, sfornando assolo che sovente rievocano i tempi d'oro, sempre con il suo inconfondibile stile ed il suo sound, a cui è da sempre rimasto fedele, e quasi mai, se non in occasione dell'album "Radiaton", ha pensato di variare. Pete Trewavas non si limita ai compici ritmici, ma spesso tira fuori dal cilindro partiture di basso che hanno un ruolo primario nel brano. Ian Mosley, si attiene alle oscure atmosfere del paltter, suonando con classe sopraffina, senza forzare quasi mai la mano, ma quando gli capita l'occasione, fa vedere che ha ancora molta energia da spendere. Metronomo. Dopo l'ottimo antipasto "The New Kings", "Fuck Everyone And Run (F.E.A.R.)" è venuto alla luce il 23 Settembre dell'anno corrente, registrato facendo spola fra i familiari studio di proprietà della band, The Racket Club, ubicati nell'affascinante contea del Buckinghamshire e i super professionali Real World Studios di Peter Gabriel, collocati nel suggestivo villaggio di Box, nella contea del Wiltshire, dove le sessioni di registrazione sono terminate a Febbraio del 2016. L'eccelsa produzione è opera di Mike Hunter, come anche il mixaggio e la registrazione, mentre gli arrangiamenti sono stati curati dal medesimo in collaborazione con i Marillion. Mark Kelly si è avvalso della preziosa collaborazione del Covent Garden String Quartet, curando lui stesso gli arrangiamenti. Fra gli special guest ai cori spiccano le figlie d'arte Sofi Hogarth e Jennie Rothery. L'estroso produttore, suona infine un numero imprecisato di strumenti e affini che neanche i Marillion sono in grado di quantificare. Il disco è stato distribuito dalla label indipendente Hornall Brothers Music Ltd. Di Londra. L'artwork è opera di Simon Ward, che è anche l'autore delle foto effettuate presso i Real World Studio, mentre le foto presso i The Racket Club studio sono state scattate dall'obbiettivo di Mr. Freddy Billqvist. Il case che ospita lo splendido booklet è una sorta di lingotto d'oro, con impressa la parola "FEAR" con sotto in caratteri molto più piccoli il titolo dell'album, mentre la copertina raffigura una Union Jack che sventola in un classico paesaggio britannico, mentre alcuni uccelli si librano liberamente in volo.  Il vessillo albionico appare provato dal tempo, reso sfuocato dagli effetti grafici e illuminato dal sole, che mette in risalto le macchie di sangue con cui si è bagnato il governo britannico. Quasi irriconoscibile, come i nostri non riconoscono più il loro Paese. Tirando le somme, per chi scrive, assieme ai capolavori "Brave" e "Marbles", "Fuck Everyone And Run (F.E.A.R.)" è il migliore album dell'era Hogarth. Dire quale dei tre è il migliore penso sia un fatto soggettivo, influenzato molto dai gusti personali e dal momento. Per esempio, in questo momento, io più ascolto "(F.E.A.R.)" e più me ne innamoro. Un album di oscuro progressive rock romantico, dove aleggia costantemente la tristezza e le atmosfere regnano sovrane, privo di punti morti o passi falsi. Anche l'unica traccia "commerciale", "Living in F E A R", mette in mostra tutta la raffinatezza e la classe del combo albionico, senza mai cadere nel banale. La suite "The New Kings", da sola vale il prezzo del biglietto, per chi scrive insieme a "Neverland" è una delle più belle composizioni dell'era Hogarth. Ma anche le altre due suite sono composizioni con la "C" maiuscola. Lo consiglio vivamente a tutto il popolo Marillico, compresi i Fishiani più estremisti, a tutti gli amanti del progressive rock e a chiunque ami ascoltare la musica di gran classe, e lasciatemelo dire, all'interno del paltter, di classe ce ne è da vendere. Se con la lunga pausa di quattro anni i Marillion ci hanno regalato questo capolavoro, non vedo l'ora di arrivare al 2020. Ah, dimenticavo, provatelo al buio e con le cuffie.

1) El Dorado: I. Long-Shadows Sun
2) El Dorado: II. The Gold
3) El Dorado: III. Demolished Lives
4) El Dorado: IV. F E A R
5) El Dorado: V. The Grandchildren Of Apes
6) Living in F E A R
7) The Leavers: I. Wake Up in Music
8) The Leavers: II. The Remainers
9) The Leavers: III. Vapour Trails In The Sky
10) The Leavers: IV. The Jumble Of Days
11) The Leavers: V. One Tonight
12) White Paper
13) The New Kings: I. Fuck Everyone and Run
14) The New Kings: II. Russia's Locked Doors
15) The New Kings: III. A Scary Sky
16) The New Kings: IV. Why Is Nothing Ever True?
17) Tomorrow's New Country
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