MARILLION

Brave

1994 - EMI

A CURA DI
SANDRO NEMESI
17/02/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Il tentativo della EMI di invadere il mercato americano con i Marillion  tramite un disco in simil AOR, seppur suonato egregiamente, è meramente fallito. La nuova direzione presa dalla band (sotto la forte pressione e le minacce della casa discografica) ha definitivamente allontanato dalla band albionica i vecchi fans, compresi quelli che avevano apprezzato l'ottimo Seasons End. La perdita dei fans è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per i Marillion, che hanno sempre avuto (e lo avranno anche in futuro) un rapporto particolare con i loro seguaci, mettendoli sempre al  primo posto. La critica non è stata docile nei loro confronti, ed il malcontento generale  è giunto all'orecchie di Rothery e compagni come una fastidiosa zanzara nel cuore della notte. Infastiditi dall'etichetta di band commerciale, affibbiatali dopo la pubblicazione di Holidays in Eden, iniziano a comporre del nuovo materiale con l'obbiettivo di creare un album di puro progressive che cancelli il precedente lavoro. I nostri fanno un profondo esame di coscienza e per fortuna riescono a risalire alle loro radici, sono stati i precursori del neo progressive, perché gettare via tutto quanto hanno fatto di buono in passato? Per confermare la volontà di ritornare alle origini, la band si rivolge a Dave Meegan, che in passato aveva già collaborato con la band, nella fattispecie era stato  l'assistente fonico durante le registrazioni di Fugazi, ma stavolta seguirà molto più da vicino la band, facendo il produttore del nuovo disco. La EMI, ancora scottata dal fallimento di Holidays in Eden, decide stranamente di affidare le sorti del nuovo disco  alla band e al nuovo produttore, accettando anche la volontà  di abbandonare le sonorità pop e cercare un ritorno alle origini. Ecco che, dopo una estenuante gestazione di nove mesi, viene alla luce Brave, quello che sarà il capolavoro assoluto ed ineguagliabile dell'era Hogarth, un  concept album oscuro e profondo, maturo, moderno,  ricco di atmosfere malinconiche e per nulla inferiore alla pietra miliare della band, Misplaced Childhood. Steve Hogarth dimostra di non essere cresciuto a pane e pop, sforna delle profonde liriche che non hanno niente da invidiare a quelle del suo predecessore. Chi ha a che fare con un minimo di passione artistica, quali la musica, la scrittura o la pittura, sa che l'ispirazione si manifesta nella mente dell'essere umano improvvisamente, senza comando e quando la lampadina si accende la palla va colta al balzo. Immerso nel traffico, Hogarth, mentre ascoltava  il notiziario alla radio, fu fortemente colpito da una freschissima notizia: la polizia aveva rinvenuto una ragazza che spaesata camminava pericolosamente sul Severn Bridge, il maestoso e lunghissimo ponte che collega l'Inghilterra al Galles. La ragazza era visibilmente in un forte stato confusionale, delirante, quasi incapace di parlare, non ricordava il suo nome ed ignorava il motivo per cui si trovasse in quel posto. Dopo aver fornito un identikit, la polizia chiedeva aiuto alla nazione cercando di dare un'identità alla ragazza. Mille domande inerenti al misterioso ritrovamento della ragazza (che sembra uscito dal  telefilm Twin Peaks NDR) invasero la mente di H, si chiedeva da dove venisse e chi fosse , quale oscuro passato l'aveva portata verso il tragico epilogo. Tutte queste domande furono il seminale per il nuovo concept. Hogarth informò  band, produttore, ed il paroliere John Helmer, della sua idea. Memori di come sia stato ispirato Mispalced Childhood e del successo ottenuto, l'idea dette nuova linfa alla band, che si mise immediatamente al lavoro buttando giù nuovo materiale. Con il tempo le idee musicali iniziano a prendere vita, ma la definitiva stesura è assai lontana. Per fortuna Miles Copeland (fratello di Stewart, batterista dei Police) grande amico del produttore Dave Meegan, invita i Marillion a trasferirsi nel suo Castello di Marouatte, in Francia, imponente maniero risalente al quattordicesimo secolo, in modo da trarre una maggiore ispirazione per il nuovo album. Dave Meegan non si fa ripetere due volte l'invito, a patto che possa prendersi tutto il suo tempo, non avallando l'idea di una registrazione veloce proposta dalla invadente casa discografica. Il produttore trasferisce l'intero studio di registrazione all'interno dell'affascinante maniero, collocandolo nell'ampio salone centrale in modo da sfruttarne tutti i reverberi. Vengono messi microfoni in ogni dove, persino all'interno del camino, in modo da non perdere né una  nota emessa dal gruppo, né  nessun rumore partorito dalle stanche mura del castello e dall'ambiente circostante. Qualsiasi rumore che percepirete durante l'ascolto di Brave proviene dalla lunga sessione di registrazione svoltasi presso il maestoso castello di Marouatte. Le sessioni sono estenuanti, le canzoni vengono suonate e risuonate, mutando continuamente forma. La nebbia che avvolge spesso la foresta circostante e la magica atmosfera misteriosa che aleggia all'interno del maniero non fanno che aumentare l'ispirazione della band. Il tempo passa, le prove sono sempre più estenuanti, le canzoni cambiano di continuo e non trovano la fine, i cinque di Aylesbury si preoccupano non vedendo ancora la conclusione all'orizzonte. Il produttore risponde in maniera lapidaria: " volete concludere in fretta o volete un capolavoro?" E' giunta l'ora di premere il tasto play e di scoprire per quale decisione ha optato la band.

Bridge

Il silenzio iniziale e i rumori che aprono Bridge (Ponte) provengono tutti rigorosamente dalle registrazioni effettuate presso il Castello di Marouette, nella fattispecie il rumore dell'acqua proviene da un ruscello che scorre adiacente al maniero. Mark Kelly riproduce con il sintetizzatore il ruggito delle navi che lentamente solcano le acque del Severn, il fiume più lungo d'Inghilterra, per poi avvolgerci con un misterioso pad orchestrale, proprio come la nebbia avvolge sovente il ponte. Dopo la scarica di emozioni entra in scena Steve Hogarth, la linea vocale è satura di tristezza, accompagnata da un malinconico pianoforte. In Bridge si introduce la storia della misteriosa ragazza, che si trova a passeggiare pericolosamente sull'imponente struttura metallica in un totale stato confusionale. Le timide luci dell'alba iniziano a farsi largo fra la densa nebbia che avvolge le sponde del fiume Severn, il loro riflesso nell'acqua increspata ricorda una miriade di flash fotografici. Dal caotico rumore del traffico emergono le gracchianti radio della Polizia. La misteriosa ragazza non è in grado di fornire risposte alle domande degli agenti di Polizia, non sa né il nome né da dove viene, sarebbe lieta di fornire spiegazioni, ma sceglie semplicemente la via del silenzio.

Living With the Big Lie

La successiva Living With the Big Lie ( Vivendo Con La Grande Menzogna) si apre con un enigmatico arpeggio di chitarra stoppato e saturo di effetti. Hogart quasi sussurra  mestamente la prima strofa, dove inizia un viaggio a ritroso che ripercorre i meandri della disagiata vita della giovane , in cerca di risposte. La conclusione della strofa è scandita da un breve assolo di basso accompagnato dalla tastiera, si ha l'idea che si vada verso il ritornello, ma si ritorna nuovamente nella strofa, dove vengono a galla i primi terribili segreti, le molestie del padre, la prima volta che la toccò, il ricordo è ancora vivo, si ricorda il ticchettio dell'orologio e la vivida luce che penetrava dalla finestra, le grida di piacere di lui e di terrore di lei. Stavolta il basso è molto presente, con profonde pennate che scandiscono il tempo, mentre Mosley accarezza delicatamente il charleston. L'ultima parte della strofa è in crescendo, grazie alla ritmica che si fa più presente, si sale di un tono, in sottofondo un delicato pianoforte effettua dei preziosi ricami. In questa parte finale H si prende alcune licenze poetiche per sottolineare il dolore provato dalla ragazza.  Quando si cade il dolore viene assorbito con il tempo, ma la stessa cosa purtroppo non accade alla ragazza, le molestie del padre provocano un dolore interiore ineguagliabile che neanche con tutto il tempo del Mondo verrà riassorbito. Qualche secondo, dove rimangono solo l'arpeggio di chitarra ed un effetto di tastiera, ed arriva il ritornello, la ritmica è sincopata, il basso plettrato graffia come gli artigli di un leone. La linea vocale è colma di ira, da brividi. Viene descritta la finta dolce armonia familiare, le chiacchiere a tavola, la televisione muta per dare spazio alla conversazione di una famiglia che al di fuori sembra normale ma che nasconde uno squallido scheletro nell'armadio. Non manca l'attacco al progresso e al sistema, argomenti molto sentiti da Steve Hogarth. Facendosi strada fra il forte  rumore del traffico e l'assordante rombo di un Jet,  gli  additivi e le sostanze chimiche entrano nella vita comune, nascoste sotto false spoglie fra i cibi e le bevande. La seconda parte del ritornello sale di un tono ed emerge  un sognante arpeggio di tastiera .Viene criticato l'atteggiamento  delle autorità e delle leggi, che troppo spesso colpiscono i più deboli e gli indifesi e avvantaggiano i più forti. La ragazza non è capace di scegliere il proprio destino, ormai soggiogata dal viscido padre-padrone. La grande bugia  non si limita alle quattro mura, ma si estende per tutto il Globo. Nel bridge sale in cattedra Mark Kelly con un travolgente organo Hammond. La ragazza cerca di abituarsi a vivere tra le bugie che orami la oscurano. Al minuto 02:13 parte l'assolo di chitarra, carico di grinta e melodia allo stesso tempo, la ritmica si fa trascinante, la tastiera sul finale quasi annichilisce la chitarra con un bombardamento di suoni. A metà canzone gli strumenti si placano, lasciando lo spazio alla sola tastiera. Mark Kelly si sdoppia fra pad e synth; durante questo interludio, Hogarth placa la sua ira e dolcemente commisera la vita della ragazza, che a diciassette anni si trova da sola a combattere contro il padre meschino che si sente autorizzato a seviziarla  solo perché l'ha messa al mondo. E' continuamente inseguita da un'arma letale che la percuote , senza via di scampo. L'unica cosa rimasta è tenere duro. Questo breve  intermezzo di calma viene squarciato dal ritorno del veemente  ritornello,  le vibrazioni del basso ci raggiungono allo stomaco, la chitarra esegue graffianti ricami sulla linea vocale che lancia l'immancabile attacco ai conflitti, la guerra fredda è terminata,  ma sicuramente i signori della guerra se ne inventeranno una nuova, continuando a far esplodere i missili da qualche parte nel mondo. Viene ostentato il disprezzo verso i conflitti religiosi, con le preghiere cariche di odio e bugie. Il finale è trascinante, una babele di suoni di tastiera e graffianti assolo di chitarra che si fanno largo fra il mare di falsità che giornalmente ci propongono i media. Non bisogna credere a chi comanda, dietro ogni promessa si cela una menzogna, ma la ragazza orma è riuscita ad abituarsi a vivere tra le bugie. E' un peccato sentire l'accavallarsi di assolo e tastiera sfumare lentamente verso il finale di questo bellissimo brano, che in neanche sette minuti ci fa intuire che stavolta siamo di fronte ad un capolavoro della musica progressive.

Runaway

Un inquietante organo apre la traccia numero tre, Runaway (Fuggiasca) ; in sottofondo si ode una madre in lacrime commossa nel vedere tornare a casa  la figlia, che piange a sua volta, ma per ben altri motivi. Un  dolce arpeggio carico di delay accompagna la calda voce di Hogarth, che racconta la fine della fuga della ragazza, in lacrime quando i gendarmi la consegnarono ai genitori, i quali,  temendo una nuova fuga, la misero sotto chiave. Agli occhi della gente lei era una cattiva ragazza fuggita da casa, la vedevano come una ribelle, ma nessuno riusciva a vedere cosa teneva nascosto dentro. Il basso emette potenti note che ci sommergono di vibrazioni. Un ingannevole crescendo ci separa dalla strofa successiva, dove entra in scena anche Mosley, con un tempo dai sentori doom, accompagnato da un pungente giro di basso. Tutti additano la ragazza come una cattiva fuggiasca, addirittura è stata messa in onda in televisione una edizione speciale che tratta i problemi dell'adolescenza, ma nessuno si chiede il perché di quella fuga, nessuno si chiede da cosa stava realmente scappando la ragazza ribelle. Stavolta il crescendo sul finale della strofa apre la strada ad un pianoforte da brividi, che nella seconda parte viene imitato da Hogarth, fra il tappeto di basso si fa largo un beffardo rumore di un mulinello da pesca durante la fase di recupero, a sottolineare che la ragazza ha terminato la sua fuga ed è stata riportata all'ovile. L'assolo di chitarra ci fa rivivere i migliori momenti di Misplaced, melodico, carico di passione e poesia, particolare nella sua semplicità, nell' ormai consueto stile Rotheriano, riconoscibile fra mille, che ci inonda di emozioni. L'assolo si protrae anche durante il trascinante finale. Fra un mare di note musicali e folli corse sui tom emerge un aggressivo Hogarth che ripercorre i momenti della fuga, con la ragazza che si era rintanata nei posti dimenticati della città, disposta a dormire con i senzatetto in cambio della libertà. Preferirebbe morire di freddo prima di tornare sotto il tetto teatro di oscenità e violenze, preferirebbe morire di fame piuttosto che permettere che lui metta nuovamente le mani sul suo corpo indifeso. 

Goodbye to All

Veniamo ora al brano dove la vena progressive della band torna prepotentemente a galla, Goodbye to All That (Addio a tutto ciò): una suite di oltre dodici minuti, suddivisa in cinque parti più una introduzione, andando a ricalcare la struttura di Bitter Suite. La canzone viene introdotta da un bellissimo pianoforte, Hogarth ci narra i frenetici momenti dopo la sparizione, gli appelli dei notiziari, le ricerche della polizia, tutto ruota intorno a lei che si sta dirigendo verso la grande fuga, verso la vacanza eterna. Portate attenzione alla linea vocale sul finale dell'introduzione perché la troveremo successivamente. I. Wave (I. Onda ) si apre con un inquietante loop di tastiera sfuma in crescendo, inseguito da una potente cavalcata sulle pelli e imitato con pregevoli ricami dalla chitarra. Hogarth sussurra in maniera quasi impercettibile le prime righe della strofa, dove la ragazza in preda al delirio trattiene il respiro aspettando il momento giusto. Il crescendo culmina con l'esplosione  del brano, una ritmica sincopata ci martella, Hogarth alterna una linea vocale molto aggressiva con un coro che sembra nato appositamente per essere cantato a squarciagola in sede live. Pelle d'oca. La ragazza ora ha il volto della Statua della Libertà, ha in se il fuoco del Rio delle Amazzoni ed il ghiaccio del Polo Nord, cerca la libertà, vuole fuggire lontano da casa. Minuto 02:09 e siamo già alla seconda parte della suite, II. Mad (II. Pazza); la folle ritmica mantiene le aspettative del titolo, la linea di basso è martellante, Mark Kelly ci stupisce con alienanti suoni che si insinuano nel cervello alternati ad un acido organo, in sottofondo la chitarra stride come un branco di uccelli predatori. La folle linea vocale ci riporta ai fatti antecedenti al ritrovamento. La ragazza ha incontrato una figura maschile con cui confidarsi, a cui chiede se forse lei è pazza, sperando in una risposta positiva. Spera di essersi appena risvegliata da un brutto incubo. Sempre sulla base della martellante  ritmica, Rothery esegue un accattivante assolo, stranamente freddo e tagliente. Sul finale dell'assolo H chiude la strofa, dove la ragazza dubita che il pazzo sia colui al quale si confidava. La terza parte della suite, III. The Opiumden (III. IL Covo D'Oppio) si apre con uno spaziale pad di tastiera, che da l'idea di un mare stellare  dove emergono e galleggiano lisergici effetti di synth. Hogarth sussurra in maniera tetra, riprendendo le locuzioni iniziali di Wave (Onda), la ragazza cerca di dare nuova linfa alla sua vita, invitando la misteriosa figura maschile ad entrare nel suo pazzo mondo, inebriata dai fumi lisergici dell'oppio. Uno  struggente  pianoforte emerge scalzando gli effetti, successivamente Rothery fa piangere la sei corde con un assolo ricco di pathos che va a concludere. Anche la quarta parte della suite, IV. Slide (IV. Scivolata)  inizia con un pad di tastiera, stavolta molto oscuro ed inquietante. Un grave giro di basso fa vibrare i woofer e ci colpisce come un pugno allo stomaco. Mosley accarezza la batteria con una tecnica dai sentori jazz. La ragazza vive momenti felici, ha trovato l'amore. Le poche parole della strofa sono appena sussurrate e lasciano il campo agli strumenti. Kelly abbandona l'oscuro pad iniziale a beneficio di un suon più aperto, entra anche la chitarra con un graffiante arpeggio, la musica è in costante crescendo, la batteria si fa più presente, i forti colpi cadenzati sul rullante ci penetrano fin dentro il cervello, l'atmosfera regna sovrana in questo piacevole intermezzo semi strumentale, che termina con un rocambolesco finale dove gli strumenti sembrano impazziti. La parte conclusiva della suite, V. Standing in the Swing (Stando ritta sull'altalena) ( il titolo è una splendida metafora, che sta a sottolineare la vita della ragazza, costantemente in pericolo), inizia con un bellissimo duetto voce/ pianoforte, che perdura per tutta la strofa, dove la ragazza con molto cinismo ringrazia dell'interessamento e dell'aiuto ricevuto, ma esorta il ragazzo a non sprecare il tempo con lei, definendosi cenere nell'acqua. Lui pensa di essere arrivato in tempo per salvarla, me è arrivato in netto ritardo, in ritardo di vent'anni. Qui apprendiamo che la fuga della ragazza è stata ben più lunga di quanto avevamo immaginato, essendo iniziata all'età di diciassette anni. La successiva parte è tutta strumentale, molto sperimentale, il basso cavalca su un sottile tempo di marcia, suoni enigmatici escono dalle tastiera, il lento crescendo sfocia nel travolgente finale che vede la chitarra in evidenza  (sicuramente questo brano farà ricredere i vecchi fans che davano i Marillion per spacciati, incapaci di riconoscere le loro origini progressive). 

Hard As Love

Le oscure atmosfere della lunga suite precedente vengono saggiamente stemperate con Hard As Love (Arduo Quanto l'Amore), un brano dalle forti venature Hard Rock che inizia con un  energico riff di chitarra, che accompagna Hogarth nella prima parte della strofa. Successivamente entrano Mosley e Trewavas con una ritmica accattivante che predomina,  mentre irridenti riff di organo aleggiano in sottofondo. Temendo di trovare un nuovo padrone, la ragazza tenta di allontanare definitivamente il suo spasimante. L'amore è arduo come l'algebra. Il ritornello è molto potente, viene ripetuto più volte il titolo del brano, mentre egli accordi si spostano sulle toniche, sul finale c'è spazio per un breve assolo di organo e chitarra che si intrecciano. Ritorna la strofa, la sezione ritmica emerge sul tappeto di organo Hammond e sulla chitarra distorta. La ragazza continua con le sue tattiche intimidatorie tentando di dissuadere il ragazzo che la pretende a tutti i costi. Niente è arduo quanto l'amore. Torna il ritornello, semplice, ma di grande effetto. Al minuto 02:02 la canzone si calma, rimane un solare arpeggio di chitarra, successivamente viene ricamato da alienanti suoni di synth e rafforzato da profonde pennate di basso. Con una bellissima linea vocale Hogarth espone i lati oscuri dell'amore che ti rende affamato, ti fa soffrire, ti rende umile, ti fa tremare e ti fa cadere, ma ne vale la pena. Ora uno struggente  pianoforte si sostituisce alla voce, replicandone la linea melodica, ottima idea. Torna in scena Hogarth, l'amore  ti rende disperato, ma ti fa sognare, ti rende pericoloso e ti fa urlare, ma ne vale la pena. E' da brividi il successivo giro di pianoforte, ricamato splendidamente dalla chitarra. Una profonda pennata di basso da il via ad un crescendo che ci sommerge di emozioni fino ad esplodere definitivamente in un turbinio di suoni. Hogarth con molta veemenza continua a descrivere in maniera poetica l'amore, ricalcando in linea di massima le precedenti strofe. Sale in cattedra Mark Kelly con un travolgente e prolungato assolo di Hammond. Sul finale la linea vocale  accompagna l'organo con l'ultima strofa, continuando a dissuadere il ragazzo. Si chiude sfumando il ritornello, arduo quanto l'amore. La brillante vena compositiva della band, amplificata dalle magiche atmosfere del castello, ha fatto si che un semplice pezzo rock, il quale inizialmente poteva sembrare banale, abbia preso una forte vena progressive.

The Hollow Man

The Hollow Man (L'Uomo Vacuo) , è il secondo singolo estratto dall'album. Hogarth con il titolo omaggia il poeta britannico Thomas Stearns Eliot, premiato nel 1948 con il nobel per la letteratura; fra i suoi vari poemi figura infatti Hollow Men (Uomini Vacui). Il brano è uno struggente duetto fra la calda voce di Hogarth e il malinconico pianoforte di Mark Kelly. Composto con il cuore,  il brano emana tristezza, incupisce, pianoforte e linea vocale sono magistralmente legati in sintonia, diffondono una malinconia che ci accompagna per tutto il brano. Il padre della ragazza fuggita da casa è l'unico che conosce il motivo della sua fuga. L'assenza della ragazza lo logora, forse perché è veramente in pena e preoccupato per lei, forse perché non ha più il suo giocattolo fra le mani, comunque sia lui si sente in colpa, decide di confessarsi a se stesso e di fare un profondo esame di coscienza. Emerge che si sta trasformando in un uomo vacuo, cinico, privo di qualità morali, lucente all'esterno ed oscuro dentro, la sua luce interiore viene mangiata dalla perversione, lasciando in cambio oscurità. Nel mondo ci sono molti uomini vacui, sono come una nuova specie che si sta evolvendo, hanno una sorta di veleno che ti paralizza  e ti possono prendere molto prima che te ne renda conto. Durante l'introspettivo viaggio, vengono fuori indizi che svelano il lato omosessuale del padre, da un po' di tempo questo dubbio lo attanaglia. Ma la colpa è del mondo freddo e cinico  che  partorisce in continuazione uomini vacui, privi di valori,con le bugie nascoste dietro gli occhi. L'uomo vacuo è un uomo solo. Al minuto 02:20 delicati colpi di stecca sul rullante e profonde note di basso danno un senso ritmico al brano. Steve Rothery esegue delle cupe trame che ricamano la linea vocale. Le vibrazioni del basso ingigantiscono la triste atmosfera che ci avvolge in un freddo mantello oscuro ricamato di bugie. 

Alone Again in the Lap of Luxury

Un rockeggiante riff di chitarra ci sveglia dal torpore in cui eravamo caduti durante l'ascolto della struggente Hollow Man e siamo giunti alla traccia numero sette, terzo singolo estratto, intitolata ironicamente Alone Again in the Lap of Luxury (Di Nuovo Sola Nel Grembo Della Lussuria). La strofa ci colpisce immediatamente, caratterizzata da un trascinante giro di basso in evidenza e da una bellissima linea vocale ricamata da un caldo arpeggio di chitarra, mentre stavolta Mark Kelly si limita ad un pad di riempimento. Il bridge è in crescendo, il martellante giro di basso apre le porte al ritornello, dove viene ripetuto  due volte il titolo della canzone. Sulla successiva strofa, Rothery sovraincide un raffinato tema distorto, la sezione ritmica continua a trascinarci verso il successivi bridge e ritornello, che ricalcano i precedenti con l'aggiunta però di bellissimi controcanti. Qui viene illustrata l'infanzia difficile della ragazza, le violenze del padre, l'omertà della madre che chiude gli occhi sognando affascinanti uomini pieni di soldi. Nel sonno viene a galla quel briciolo di umanità che è rimasto nel padre, lei lo sente lamentarsi, la chiama per nome, le chiede scusa, si vergogna. Ormai le violenze sono diventate un'abitudine, è sempre sola nel grembo della lussuria. La madre quotidianamente pulisce la casa degli orrori, ma certe macchie non andranno mai a scomparire. Fu mandata in un istituto, assieme ad altri ragazzini che come lei avevano problemi e passavano le notti piangendo. E' il turno dell'assolo di chitarra, molto grintoso e travolgente, la ritmica si fa più veemente, nella seconda parte la chitarra viene rafforzata dalla tastiera. L'atmosfera grintosa dell'assolo si interrompe bruscamente, rimane solo la chitarra acustica che riprende il tema della strofa, subito seguita dalla voce. Nel bridge rientra il martellante giro di basso che ci porta nuovamente verso l'armonioso  ritornello. Il desiderio di fuggire da casa si fa sempre più forte, sogna una fuga, magari verso una località di mare, l'importante è fuggire lontano dal padre. Ritorna l'assolo di chitarra che stavolta riprende il tema della strofa, durante il finale Hogarth si sovrappone al prolisso assolo di chitarra, di forte matrice rock, la ritmica si fa più trascinante, il basso abbandona il giro iniziale ed inizia ad eseguire un vortice di scale che inseguono le funamboliche note della chitarra. Lentamente la Babele di suoni va a sfumando, lasciando il campo ad un enigmatica tastiera. Quando il brano sembra finito, emerge lentamente un triste carillon, accompagnato da profonde note di basso, durante il quale la ragazza spara a zero sulla madre, che sovente si è lavata le mani fingendo di non vedere, che durante i momenti di violenza si sistemava sul divano a guardare la sua soap opera preferita, fingendo di non sentire.

Paper Lies

Il frenetico rumore di una macchina da scrivere apre la successiva Paper Lies (Il Giornale Mente), rumore che dopo neanche dieci secondi viene oscurato da un tema di chiara matrice hard rock, inusuale per i Marillion; il riff di chitarra è graffiante, la ritmica è trascinante, di quelle che ci fanno battere le mani sulla prima superficie disponibile. Anche la linea vocale ricalca quelle tipiche dell'hard rock anni settanta. Nel breve ritornello Mark Kelly emerge con un irridente scala di organo che ricorda beffardamente il circo. L'aria brillante e spensierata del brano fa dimenticare la monotonia della struttura musicale. Sulla stessa ritmica un cambio di tonalità precede l'assolo di chitarra, molto aggressivo nella prima parte, più melodico sul finale, un tappeto di organo ci martella per tutta la durata dell'assolo. La canzone si placa, rimane una leggera chitarra distorta in crescendo, rafforzata da un potente basso e dalla tastiera, il crescendo ci porta verso un cambio di tempo, dimezzano i BPM, un arpeggio distorto squilla. Una funambolica corsa sull'organo ci riporta alla ritmica serrata, una piccola variazione sulla linea vocale del  ritornello e siamo giunti al travolgente finale che lascia il campo a spaziali effetti di synth. La ragazza è stata riportata nella casa degli orrori, ma nessuno è al corrente di cosa celano quelle apparentemente accoglienti mura domestiche. I giornalisti volteggiano attorno alla ragazza come avvoltoi su di una carcassa. La stampa mente, uccide la verità, scrive quello che la gente vuole leggere. E' un segno dei tempi, crediamo a tutto e a nulla. Le bugie che si annidano fra le righe di un quotidiano spesso fanno apparire vincente chi perde. E chiaro che la ragazza ha un segreto, gli avvoltoi della stampa offrono denaro in cambio dell'esclusiva. Vogliono scrivere un articolo sul suo terribile segreto, a qualsiasi costo, a qualsiasi prezzo

Brave

Brave (Coraggiosa) è una stupenda poesia dedicata alla protagonista, una ragazza che ingenuamente  non conosce la menzogna e che è finita in un inganno più grande di lei. Non ha mai amato prima che il padre si impadronisse del cuore della rosa impacchettata stretta. Ora che lei è fuggita, il padre andrà alla ricerca di un nuovo giochetto per passare le giornate e colmare il triste vuoto lasciato dalla ragazza coraggiosa. Il brano si apre con avvolgente pad di tastiera, che ci sommerge come un banco di densa nebbia dal quale emergono delle cornamuse da brividi, per l'occasione suonate da Tony Halligan. La linea vocale è sognante, poetica, accompagnata solamente dalla malinconica tastiera. Al minuto 03:13 Hogarth sale in alto con la voce facendoci venire la pelle d'oca, la ragazza è andata via, colmando di dolore il padre. La triste atmosfera viene interrotta da un'inquietante tastiera, che si sdoppia e viene imitata dalla chitarra. Percussioni ed un basso oscuro danno un senso ritmico a questa Babele di suoni, dal quel emerge la voce filtrata di Hogarth. E' difficile descrivere la quantità e la qualità dei suoni in questo calderone dove bollono mille atmosfere. Sul finale torna di nuovo lo struggente pad di tastiera e Hogarth va a concludere il brano rivolgendosi al padre: See her sadness in your face. She's inside you and she's crying  (Guarda la tristezza di lei sul tuo volto,Lei è dentro di te e sta piangendo). 

The Grate Escape

 Siamo giunti al brano più bello del platter, il primo singolo scelto che ha anticipato l'uscita dell'album: The Grate Escape (La Grande Fuga) , uno dei singoli più belli sfornati dal quintetto di Aylesbury, che tiene tranquillamente testa perfino a Keyleigh. E' una mini suite, che si apre con la malinconica linea vocale già sentita in Goodbye To All That,  accompagnata da un triste pianoforte. Un orchestra di archi anticipa l'entrata della sezione ritmica, il tempo è il classico 4/4 da" lentone" strappa lacrime.  Gli archi in salire che sostengono la linea vocale sono da brividi. La ragazza ha trovato finalmente il coraggio, decide di fuggire dalla casa degli orrori, in preda al delirio decide di imboccare la strada che la porta verso la vacanza eterna, verso una dignitosa dipartita, pensa che finalmente al suo funerale sarà ricoperta di fiori e di applausi. Inizia un bellissimo crescendo, la ragazza resiste, resiste, il crescendo ci trasporta nella successiva sezione del brano, I. The Last of You (I. Per l'ultima volta). Uno straziante urlo di Hogarth  apre la strofa, il tempo è trascinante la linea vocale è carica di ira ed  energia, si spara a zero sul padre che ha bussato alla porta anche la sera della fuga, per l'ultima volta. L'odio e l'amore verso il padre combattono dentro la fragile anima della ragazza come la tastiera e la chitarra lottano creando un'atmosfera carica di tristezza. Al minuto 02:35 parte lo struggente assolo di chitarra, carico di passione, che emette emozioni ad ogni singola nota, di immediata memorizzazione come quelli di Mispalced. Ritorna Hogarth che continua ad attaccare il padre che ha fatto del male all'unica persona che avrebbe dovuto proteggere. Un inquietante pianoforte apre la terza e conclusiva parte, II. Falling from the Moon (II. Cadendo dalla Luna). I flauti della Liverpool Philarmonic sono da brividi, come lo è l'arrangiamento orchestrale  diretto da Darryl Way , il tutto  si intreccia  meravigliosamente con il pianoforte di Mr. Kelly. Uno squillante arpeggio emerge sulla strofa, il cantato ora ha un tono molto più rilassato, traspare compassione. La ragazza si trova in piedi sul ponte, sa che non è un altezza elevata, il cinquantaduesimo piano di un grattacielo lo sarebbe, anche Icaro è cosciente che una montagna non è una grande distanza da cui cadere, ma la ragazza ormai è caduta dalla Luna, il padre ha infranto tutti i sui sogni fiabeschi, non teme nessuna altezza, figuriamoci se teme di buttarsi giù dal ponte. Ritorna l'assolo di chitarra, che riprende la melodia di quello sentito nella precedente sezione, le note emesse dalla chitarra ci trasportano verso il Severn Bridge, dove possiamo vedere la ragazza che cammina pericolosamente sul ponte, che trattiene il respiro indecisa sul da farsi. 

Made Again

La sua decisione ci viene svelata nella successiva Made Again (Rifatto) ,che inizia  un triste testa a testa fra la poetica voce di Hogarth  e la calda chitarra acustica di Rothery, che ci delizia con un articolato arpeggio di Howiane memorie. Non era la prima volta che il dolore inferto dal padre portava la ragazza nei pressi del Severn Bridge, molte altre volte si era presentata per pagare il conto, ma non aveva mai trovato il coraggio sufficiente a farla finita. Quella mattina però tutto era diverso, la pioggia sembrava aver purificato il Mondo, i suoi occhi erano liberi dal dubbio e la sua anima sgombra dal dolore, come se  l'intero Mondo fosse stato rifatto. Dopo tre secondi di silenzio, il bellissimo arpeggio acustico si trasforma in un solare strumming, sempre con la chitarra acustica, che emana gioia da tutti i pori, nella linea vocale trasparisce una forte soddisfazione da parte di Hogarth, che ci accompagna verso un lieto fine. Molte volte era stata colpita dalle violenze del padre, ma la sua forte resistenza aveva fatto si che non fosse mai affondata, tutto il dolore inflitto è stato incassato e alla fine ha avuto un effetto benefico nei confronti della ragazza, i suoi occhi si sono aperti, ora è in grado di riconoscere il falso dal vero, sta subendo una metamorfosi sia interiore che esteriore, come se fosse stata nuovamente rifatta dal padre, come un nuovo mattino splendente. Il suo lungo sonno ha trovato la fine, si è risvegliata dal brutto incubo che la perseguitava da tempo divorandola dentro. Come se l'intero mondo fosse stato rifatto. Entra in scena anche un bel giro di pianoforte alternato poi ad un allegro organo, entrambi riprendono la melodia della chitarra. In crescendo arriva  anche la premiata ditta Mosley & Trewavas a dare ancora più brio alla conclusione dello splendido viaggio, che ci ha accompagnato alla ricerca degli oscuri motivi che hanno portato una giovane ragazza a pochi passi dal suicidio. Esiste una versione in doppio vinile con un finale alternativo dove la traccia numero 10  (The Great Escape) è circa un minuto più breve, mentre la finale Made Again è stata sostituita dall'emblematica "Unlisted Water Noises", venti minuti di semplice rumore dell'acqua che portano la firma di John Elmer e che ci pongono dei seri dubbi sulla fine della protagonista. Sul disco è comunque presente anche il finale standard incluso nella versione CD, finale che preferisco di gran lunga. La versione di The Grate Escape che è uscita come singolo e di cui esiste un videoclip, è stata accorciata di circa un minuto, l'assolo di chitarra porta delle inspiegabili variazioni,  mentre nel finale Hogarth duetta con il pianoforte di Mr. Kelly, portando una variazione alla linea vocale ed al testo originali. La mia opinione è che su queste modifica aleggi l'ingombrante spettro della EMI.

Conclusioni

Con Brave i Marillion prendono due piccioni con una fava, riconquistano buona parte dei fans perduti per strada, compresi alcuni difficili "Fishiani", ed imboccano una strada diversa rispetto alla band a cui troppo spesso vengono ingiustamente accostati, i Genesis, che a loro malgrado non hanno saputo abbandonare le sonorità pop e tornare alle origini. Brave è un capolavoro, bisogna dare atto al produttore Dave Meegan, che si è preso tutto il tempo necessario convinto del risultato finale, andando contro la EMI e mettendo spesso di malumore la band. La gestazione di Brave è stata pari a  quella umana, i nostri insieme al produttore hanno varcato i cancelli del maestoso castello di Marouatte nel Novembre 1992 ed hanno terminato il soggiorno ad Agosto 1993. L'album porta definitivamente sugli scudi Steve Hogarth, che riesce a scacciare i fantasmi del passato presèntandosi con una discreta varietà di stili interpretativi, raggiungendo sovente livelli altissimi di abilità canora, alcune linee vocali fanno si  che le nostre pelurie sulle braccia si drizzino. La maturazione è lampante anche nello stendere le liriche. La storia di Brave è talmente ben delineata che riesce a farci affezionare alla protagonista come accade in un  film, non a caso sempre nel 1994 il regista Richard Stanley ha prodotto un cortometraggio di 50 minuti basato sulle musiche dell'album e scritto insieme a Steve Hogarth. Il vero protagonista del disco è però Mark Kelly, orfano delle taglienti mani di Chris Neil, e avuto intelligentemente carta bianca da parte di Meegan, ci sommerge di avvolgenti e malinconiche atmosfere che si sposano alla perfezione con la trama e la locazione della storia. Incredibile ed in quantificabile e la varietà dei suoni usati, sempre in maniera appropriata e senza mai cadere nel banale. Troppo sottovalutato, se fosse stato un tastierista molto più virtuoso  e auto celebrativo figurerebbe fra i migliori al mondo, anche se per me lo è comunque. Chiunque capisca un minimo di musica riconosce che le parti di tastiera in Brave son un'opera d'arte, la tecnica sopraffina, la raffinatezza dei suoni usati e le atmosfere create, non possono sfuggire neanche alle orecchie meno attente. Steve Rothery ci ripropone i caldi assolo pieni di melodia dei vecchi tempi, quelli che dopo il primo ascolto riesci a fischiettare come il più banale dei ritornelli, ritornano i classici arpeggi carichi di delay, ormai un marchio di fabbrica del nostro Steve, non mancano comunque momenti graffianti in pieno stile hard rock e calde parti suonate con la chitarra acustica. Per fortuna la sezione ritmica abbandona le lineari ritmiche "udueiane" del precedente album, Trewavas alterna momenti di atmosfera  dove le note gravi ci arrivano fino allo stomaco a pungenti ritmiche trascinanti, le sue linee di basso sono sempre caratterizzate da un innumerevoli scale, sintomo di una eccelsa tecnica strumentale. Mosley ritrova le rullate terzinate e massacra i piatti come in passato, risulta sopraffino anche nei momenti dove la batteria è poco presente, effettuando impercettibili e raffinati tocchi sui piatti, optando sempre per la scelta migliore. Dopo una lunga gestazione Brave è stato partorito il 7 Febbraio 1994. La produzione è una collaborazione fra i Marillion e  Dave Meegan, che per l'occasione ha trasferito, non con poche difficoltà, tutto lo studio di registrazione presso il Marouatte Castle, in Francia, ottenendo ben 71:08 minuti finali di poesia musicale, mixati poi presso gli studi  Parr St. Liverpool  e Sarm, West London. Come di consuetudine è uscito in quasi tutto il Globo sotto la EMI, mentre per il solo mercato degli Stati Uniti è stato distribuito dalla I.R.S. Records. I brani sono stati tutti composti dai Marillion, le liriche sono state partorite dalla mente di Hogarth, eccetto che per  Runaway, Hard As Love , Paper Lies  e The Great Escape, dove si è avvalso della collaborazione del fido John Helmer, il quale da solo ha scritto le liriche della conclusiva Made Again. I compiti grafici sono stati affidati nuovamente ai Bill Smith Studio, il front di copertina è una immagine del volto della protagonista in ombra, con una triste espressione, dove il colore marrone predomina nelle varie sfumature, sopra il volto compaiono le righe scritte della stesura del testo. In alto, su costola nero una spartana scritta in minuscolo di colore bianco recita  "Marillion -  brave". Nel back ritroviamo il volto della ragazza, in un bianco e nero molto sfuocato, stavolta l'espressione è ben più rilassata, a sottolineare il lieto fine. Si riconosce anche il nuovo logo, ma solo in parte, essendo dello stesso grigio del volto con  il quale si mimetizza. L'album è dedicato all'amico Brian Munns. Dopo i ringraziamenti vi è una significativa scritta: "Play it Loud with the lights off", vi consiglio vivamente di seguire il suggerimento della band, ascoltatelo a volume alto e luci spente. Brave è un album che, come Misplaced Childhood, merita di essere ascoltato tutto d'un fiato, per non perderne neanche il minimo passaggio, e come Mispalced  Childhood merita una altissima valutazione. 

1) Bridge
2) Living With the Big Lie
3) Runaway
4) Goodbye to All
5) Hard As Love
6) The Hollow Man
7) Alone Again in the Lap of Luxury
8) Paper Lies
9) Brave
10) The Grate Escape
11) Made Again
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