MARILLION

Anoraknophobia

2001 - Intact Records

A CURA DI
SANDRO NEMESI
23/03/2015
TEMPO DI LETTURA:
5,5

Introduzione Recensione

Fra una critica e l'altra i Marillion sono giunti al loro terzo decennio di vita e si apprestano ad affrontare il nuovo secolo, proponendoci nel corso degli anni musica più o meno piacevole, a seconda dei gusti. Purtroppo da un po' di tempo a questa parte sono finiti gli album belli dalla prima all'ultima traccia, da ascoltare tutti d'un fiato, ora ci dobbiamo accontentare di tre quattro brani degni di nota per album, sempre cancellando dalla nostra mente giullari, gazze ladre e camaleonti. La scelta di allontanarsi dalla EMI non è risultata vincente, anzi, tutt'altro. Il circuito promozionale della piccola label Castle Communications non si è rivelato all'altezza di una band importante come i Marillion, i quali ogni anno si allontanano sempre di più dalla posizioni calde delle classifiche dei dischi più venduti, sia in patria che all'estero. I nostri decidono quindi di interrompere i rapporti con la piccola label, hanno molte idee per il nuovo album, ma purtroppo non riescono a trovare nessuno che creda in loro e finanzi il nuovo lavoro. I Marillion per fortuna hanno una genialissima idea per poter portare avanti le loro idee, affidandosi paradossalmente a quell'Internet attaccato da Hogarth nel precedente album, nella fattispecie nel brano Interior Lulu, dove il progresso elettronico ed in particolare Internet venivano accusati di spegnere lentamente i valori che albergano nell'uomo. I nostri si rivolgono ai loro seguaci tramite i loro fan club ufficiali, con una lapidaria e-mail che recita: "Ve la sentite di pagare in anticipo il nostro prossimo disco? Se accettate dateci subito 16 sterline e quando sarà pronto ve lo invieremo insieme a uno speciale CD-Rom; inoltre vi citeremo nelle note di ringraziamento del disco". Un metodo rivoluzionario per promuovere e finanziare un disco,  molti fans aderiscono all'iniziativa. Alla fine saranno ben 12674 i fans che acquistano il CD a scatola chiusa e con oltre un anno di anticipo. Il loro amore verso la band sarà ricompensato con una versione deluxe dell'album, contenente un bellissimo booklet di 48 pagine, dove i fans troveranno scritto il loro nome nei ringraziamenti ed un bonus CD, contenete inediti, demo version, remix e video. Per la distribuzione il quintetto di Aylesbury torna a bussare alle porte della EMI. Il curioso titolo AnorakNophobia non è l'anagramma di aracnophobia: l'Anorak alla lettera è un giubbotto impermeabile fornito di cappuccio, abbottonato ed incernierato fino al collo, ma gli "Anorak" nello slang inglese sono coloro che venerano argomenti di nicchia e fuorimoda, ergo i fans "sfigati" di band di culto come appunto i Marillion, una sorta di Nerd musicali, perennemente depressi, molto intellettuali e avvolti nel loro caratteristico eskimo: In una intervista Hogarth ha esplicitamente dichiarato che non c'è da vergognarsi ad essere degli "Anorak", visto che si sentono Anorak i Marillion stessi. Molto meglio essere circondati da gente appassionata e che crede in qualcosa anche se fuorimoda, piuttosto che da gente con la puzza sotto il naso, che segue la moda solo perché la deve seguire, pronta a criticare chi la pensa diversamente dalle loro piatte ideologie prive di valori. Come da un po' di tempo a questa parte anche in Anoraknophobia ad emergere sono il sempre più leader Steve Hogarth, con delle liriche che alla fine risulteranno la parte migliore del disco, ma emerge anche  Pete Trewavas, ispirato anche di fronte a nuovi lidi, mentre le ex colonne portanti sono quasi irriconoscibili, Mark Kelly è sempre più attratto dall'elettronica e dalla sperimentazione di nuove sonorità, mentre si sono estinti definitivamente gli assolo da brividi e gli arpeggi flangerati di Steve Rothery che ci ammaliavano in passato, a scapito di acidi accordi. In netta caduta libera Ian Mosley. Ogni volta che esce un nuovo album dei Marillion si riaccende in noi la speranza di un ritorno al passato, quindi premiamo play e scopriamo quelli erano le idee che i nostri avevano in serbo.

Between You and Me

La prima traccia Between You and Me (Tra me e voi) è anche il primo (ed unico) singolo estratto dall'album, uscito in accoppiata con Map Of The World. Si apre con un bellissimo pianoforte da brividi che ci lascia ben sperare. Purtroppo dopo solamente trentotto secondi i nostri sogni di gloria evaporano mestamente, difronte all'impatto sonoro in pieno stile U2 con cui continua il brano: un potente unisono di basso chitarra e tastiera riesce a trascinarsi dietro anche il pigro Mosley, la voce di Hogarth emerge prepotentemente sulla strofa, nel bridge si cambia tonalità nella linea vocale, mentre non si riscontrano evidenti variazione negli strumenti. Anche il ritornello rimane pressoché invariato, se non per un organo che tenta di emergere sugli accordi distorti. Lo stile pop rock pretende che ritornello, strofa e bridge vengano ripetuti, ed i nostri non si fanno di certo pregare. Al minuto 03:22 per fortuna troviamo un cambio ritmico e di atmosfera, con Hogarth ed il pianoforte in evidenza, rafforzato da uno struggente pad di archi. I BPM dimezzano in questo piacevole interludio di Beatlesiane memorie, che riesce a spezzare la monotona struttura del brano; si riparte con un unisono fra chitarra e organo, successivamente Mark Kelly inserisce un piacevole riff di tastiera e suoni spaziali, prima di ritornare alla strofa ed al ritornello. Anche l'assolo di chitarra purtroppo è molto più vicino alle sonorità del simpatico "The Edge" che a quelle a cui ci ha abituato il maestro Rothery. Nelle liriche Steve Hogarh insegue l'ispirazione musicale, con la quale comporrà una nuova canzone, l'unica cosa che divide i fans dai Marillion: i nostri riversano tutto il loro amore verso i fans quando suonano le loro canzoni, il cuore si stringe. A noi fans (o Anorak, per restare in tema) i Marillion possono sembrare lontani anni luce, una sorta di supereroi che veneriamo, ma in realtà fra noi e loro c'è solamente la musica che scrivono con il cuore a dividerci, niente di più. La canzone si chiude curiosamente con le stesse righe di Map Of The World, con la voglia di una ragazza di girare il mondo, in particolare le metropoli Londra, Parigi e New York, lei vedrà tutto. Siamo di fronte ad un brano molto orecchiabile, nettamente al disotto della media degli easy listening del passato, purtroppo la bellissima introduzione di pianoforte viene rovinata da un banale impatto sonoro in pieno stile U2, sinceramente ci aspettiamo decisamente di meglio dai cinque di Aylesbury.

Quartz

La traccia successiva, Quartz (Quarzo) si apre con un bellissimo groove di basso distorto, che successivamente prosegue orfano del distorsore accompagnato da una triste batteria campionata. Successivamente arriva anche la vera batteria, la ritmica proposta da Mosley è di quelle piatte e lineari degli ultimi tempi, Rothery ci graffia con accordi e temi dai sentori funky e fusion, mentre Mark Kelly alterna avvolgenti pad a attimi di silenzio. La linea vocale di Hogarth è priva di interpretazione durante la prolissa strofa, nel ritornello i nostri tentano di dare una svolta al brano, grazie ad una linea vocale molto aperta e spaziali suoni di tastiera. Ritorna la strofa con il bellissimo groove di basso in evidenza, Mark Kelly ci bombarda con acidi suoni, poi ancora il ritornello e dopo è il turno dell'assolo di chitarra, melodico ed acido allo stesso tempo. Successivamente incontriamo un interludio dall'aria caotica, il basso continua a bombardarci con il giro base del brano, Hogarth quasi parla con tono aggressivo sfiorando il rap, mentre un acido organo duetta con una chitarra ultraterrena, Mosley tenta di vivacizzare la ritmica senza ottenere risultati soddisfacenti. Nuovo cambio, con un sintetizzatore alienante ed un arpeggio effettato di chitarra, il basso stavolta ci martella con un avvolgente tappeto; questo è sicuramente il momento più bello del brano, grande atmosfera. Si cambia nuovamente, passando nuovamente all'interludio caotico per poi sfociare nella parte finale, con un Hogarth più aggressivo in evidenza. Quando il brano sembra terminato torna nuovamente Mr Rothery che riprende la melodia del precedente assolo, si chiude con un triste pianoforte in solitudine. Il quarzo in questione è una bellissima ragazza, il cui rapporto con Hogarth si sta lentamente deteriorando. Una volta stavano insieme in piena sintonia, erano come il perfetto motore di un orologio, lei   il quarzo, lui il meccanismo. Ora però Hogarth non è più sicuro di questo, si odia quando continua a provare ad andare avanti, nascosto dietro una grande menzogna. Non sono più una cosa sola come in passato. Lei è felice solo quando è profumata ed ingioiellata, e lui non si sente più a suo agio, sembra vivere in un mondo a parte. Entrambi sono coscienti che non possono tornare indietro. Il meccanismo ha bisogno di manutenzione, non è impermeabile, non è antiurto, non è a prova di bomba o antiproiettile. Lui ormai ha le lancette fuori posto, va avanti di mezz'ora, e se le cose dovranno tornare come una volta, lei dovrà fermarsi ad aspettarlo. Bellissima la metafora del perfetto meccanismo dell'orologio e del quarzo, per sottolineare quanto sia importante la perfetta sintonia fra uomo e donna, per far sì che il rapporto perduri nel tempo. Un brano dai sentori acidi, con una bellissima e raffinata parte centrale di grande atmosfera, ma che non lascia il segno, forse se invece dei 09:07 minuti avesse avuto una durata minore avrebbe avuto un altro impatto. 

Map of the World

La traccia successiva è sicuramente il brano più orecchiabile del disco, Map of the World (Mappa Del Mondo), come detto in precedenza è uscito come singolo in accoppiato con Between You and Me. Il brano si apre con una bella chitarra distorta, che si tramuta in un arpeggio sporco quando entrano in gioco tutti gli altri, la linea vocale è sognante, aiutata da un bel pad di archi. Il bridge sale di tono e di intensità, fino sfociare in un bel ritornello, dalla linea vocale ammaliante, inseguita da un bel giro di basso. Dopo un breve interludio con una chitarra acustica in evidenza ritorna la strofa con la sua atmosfera rilassante. Si risale con il bridge prima di essere deliziati nuovamente dal ritornello, che successivamente lascia il campo all'assolo di chitarra di Mr. Rothery, molto melodico, eseguito con uno stile che si avvicina se pur lontanamente al vecchio Rothery che amiamo tanto. La ritmica è un classico 4/4, Mark Kelly ricama sapientemente la bella melodia dell'assolo. Ritorna il trascinante bridge e nuovamente il ritornello, che viene raddoppiato ed arricchito con interessanti controcanti. La mappa del Mondo è quella che una ragazza intraprendente ha attaccata alla parete, sulla quale sono segnate tutte le sue mete, lei desidera viaggiare per il mondo, piena di vita, sempre sorridente. Lei cammina con il sorriso stampato in faccia in mezzo a persone tristi, attratte dai messaggi subliminali delle vetrine che esortano a comprare e spendere. Lei è contenta, perché con i soldi risparmiati ha deciso di partire intraprendendo un viaggio nel mondo, ripercorrendo tutte le tappe della sua mappa del Mondo. Si sente fortunata al cospetto di tanta gente che corre frenetica, come sonnamboli tra i segnali di pericolo, lei fuggirà dalla caotica città, si toglierà la sabbia dalle scarpe, navigherà a lungo, danzerà sotto il cielo su un'isola paradisiaca. Oggi è felice perché è il giorno per dare colore alla sua vita, è il giorno per mettersi in marcia, lei vedrà ogni cosa, Parigi, Londra, New York, vedrà tutto. Map of The World è un brano abbastanza banale, dalla classica struttura strofa-bridge-ritornello, ma grazie alla ammaliante linea vocale e alla melodica conformazione degli accordi, è forse il brano che ci colpisce più di tutti, anche se forse non troverebbe spazio in un immaginario greatest hits di propria produzione. 

When i Meet God

Con la successiva When i Meet God (Quando Incontrerò Dio), si rimane sul pop rock, ma devo dire di quello di gran classe ed estrema raffinatezza, che ricorda i migliori A-Ha o i Talk Talk, per fare un lampante esempio. Si inizia con un sintetizzatore marziano, seguito da un bellissimo ed avvolgente pad di tastiera. Successivamente entra in scena Steve Hogarth, con una struggente linea vocale che ricorda molto una preghiera. Arriva anche un bellissimo strumming con la chitarra acustica. Dopo quasi due minuti entra in gioco anche la premiata ditta Mosley & Trewavas: la strofa si protrae ancora a lungo, poi un breve bridge apre la strada al ritornello che mette in evidenza Hogarth ed una bella tastiera. Dopo un breve interludio strumentale che vede sempre Mark Kelly protagonista, ritorna la strofa, molto avvolgente e trascinante, una crescente tastiera anticipa il bel ritornello, la linea vocale risulta vincente e viene raddoppiata la dose. Stavolta l'interludio strumentale viene prolungato e al termina lascia il campo ad un solitario Rothery che ci propone uno strumming sporco per qualche battuta. Ritornano tutti in gioco, la batteria rallenta ed il basso ci colpisce seguendo la cassa. La tastiera ci bombarda con suoni arcani, Hogarth sfiora il parlato, uno squillante organo fa crescere l'atmosfera, mentre una chitarra effettata si lamenta in sottofondo. La canzone si apre, la linea vocale si fa più aperta e sognante, viene ricamata da un bel tema di chitarra. Hogarth esplode e successivamente lascia il campo ad un nuovo intermezzo strumentale dove emerge un melanconico assolo di tastiera. Nel prolungato finale prima entrano in scena registrazioni vocali, successivamente, mentre si dissolvono gli strumenti, emerge una chitarra acustica che poi si scioglie con i medesimi. Nelle liriche Hogarth affronta una crisi esistenziale e mistica, dovuta ai sentimenti che prova e dal Mondo che va a rotoli. Rifugiarsi dietro una bottiglia non è certo la soluzione ai problemi, ma allora perché riesce ad alleviare il dolore anche se momentaneamente? L'amore verso una ragazza non è la soluzione, ma perché lei sembra essere così affettuosa? Se i sentimenti possono essere una soluzione, perché li proviamo? Vivere da selvaggio non è la soluzione, ma sicuramente libera la mente. Se guardarsi indietro non serve, perché ci scopriamo tutti ancora bambini? Perché gli Dei se ne stanno seduti a guardare e ci abbandonano in mano al destino? Che razza di madre lascerebbe il proprio figlio in mezzo al traffico piazzando trappole al buio? Tutte queste profonde domande avranno una risposta quando incontreremo Dio, così potremmo domandargli come l'amore è un amico misterioso che col tempo dilania uomini e donne. A tratti le avvolgenti atmosfere ci fanno rivivere le emozioni di un tempo, questo è indubbiamente il miglior brano ascoltato fin ora e la punta di diamante dell'album, che emerge solo ad un ascolto approfondito, impreziosito dalle bellissime liriche stese da Steve Hogarth e dal grande lavoro delle tastiere.

The Fruit of the Wild Rose

Dopo questo bombardamento di emozioni siamo giunti alla traccia numero cinque, The Fruit of the Wild Rose (Il Frutto della Rosa Selvatica), che purtroppo abbandona le avvolgenti atmosfere del brano precedente. Il brano inizia con una ritmica funkeggiante, con un bel basso in evidenza che ci martella ed una chitarra in formato blues. La tastiera ricama il riff di chitarra alternando varie sonorità. La linea vocale è piuttosto pacata e si percepisce un alone di rammarico fra le righe. Il ritornello si apre, sale in cattedra Hogarth, accompagnato da un bel pad di tastiera. Ritorna la strofa con la sua enigmatica linea vocale ed il martellante groove di basso, poi di nuovo il sognante ritornello che stavolta viene prolungato. Ora il brano cambia direzione, con una travolgente tastiera in evidenza, il basso copre di sedicesime riprendendo il tema della tastiera, il bravo Hogart riesce ugualmente ad emergere. Al minuto 03:59 rimane un oscuro pad di tastiera che accompagna un inusuale inquietante Hogarth, successivamente irrompe Steve Rothery, sempre più sperimentale con una chitarra dai sentori country. Rientrano in gioco anche gli altri, la sezione ritmica continua con il funky, il buon Trewavas picchia di slap, mentre un'acida chitarra gracchia duettando con l'organo, dopo qualche battuta inizia un lisergico assolo di chitarra che si alterna con un riff stoppato dal sapore country, dove viene rimpiazzata dalle tastiere, fino alla conclusione. Il frutto della rosa selvatica è il frutto di una storia d'amore estiva in una località esotica, breve, ma intensa. Durante l'inverno il succoso frutto torna a far visita nei sogni di un romantico Hogarth, che se li gode finché l'alba non li dissolve. Ora lei si trova in un paese più caldo fra gli aromi del caffè ed il sale del mare. Il frutto della rosa selvatica era agrodolce, ma ora che se ne è andato ha lasciato solo le pungenti spine che trafiggono il cuore del romantico Hogarth, lasciando solo i ricordi della calda estate, mentre l'Inghilterra si appresta ad affrontare il triste inverno. La ragazza ha lasciato un pungente ricordo nel cuore di Hogarth, avvolgendolo con le sue spine, seppur lontana continua a danzare con il suo corpo sensuale durante i sogni.  The Fruit Of The Wild Rose risulta un brano abbastanza sperimentale con qualche buona idea nella parte centrale, il punto più basso dell'intero album è destinato a finire presto nel dimenticatoio. 

Separated Out

 Veniamo dunque a Separated Out (Emarginato), che inizia con una caotica atmosfera circense, interrotta da una potente cavalcata hard rock, batteria andante e strumenti all'unisono, con un irridente organo che di tanto in tanto emerge ricamando la grintosa linea vocale di Hogarth. Nell'anthemico ritornello, Mosley spezza il tempo con delle rullate, accompagnato da potenti accordi distorti. Ritorna la strofa, con il suo forte impatto sonoro e di nuovo il ritornello, con una appendice dove emerge un irridente organo di doorsiane memorie. I Marillion sembrano aver smarrito le idee e ci ripropongono strofa e ritornello, prima di incontrare un cambio, dove Mosley raddoppia i tempi. Una rullata anticipa un organo da circo, anche la ritmica è irridente, mentre in sottofondo vengono presentati i fenomeni da baraccone. Persino l'assolo di chitarra ha un sapore ironico, riprendendo le atmosfere del precedente interludio. Qualche battuta del riff di chitarra supportata dalla sola batteria e ritorna l'accattivante strofa, successivamente il tempo dimezza gli strumenti all'unisono hanno un forte sapore anni settanta, la ritmica cadenzata accompagna Hogarth verso la conclusione del brano, nel quale i nostri trattano un argomento già affrontato in passato ai tempi di Fish con Freak. L'emarginato in questione è uno sfortunato essere deforme, che si guadagna il pane grazie al suo orribile aspetto, tutto pelle e ossa. Il suo aspetto orribile non è sinonimo di stupidità, quella si addice agli spregevoli spettatori che si divertono a deriderlo. Lui soffre durante lo spettacolo, ma è forte da trattenere le lacrime, ne ha così tante che gli riempiono la testa, se le liberasse potrebbe simulare una doccia. Per fortuna ha la memoria corta, e non si ricorda gli squallidi momenti quando viene deriso dagli spettatori. Si sente talmente orribile da far pagare il biglietto per essere visto, a volte desidererebbe un bacio o una carezza al posto degli insulti, ma invece gli spettatori lo indicano e lo deridono, senza mai offrire un sorriso o un gesto di compassione. Hogarth affonda il dito su quelle persone meschine che giudicano il prossimo solo dall'aspetto, divertendosi a deridere chi purtroppo non ha ricevuto la loro stessa fortuna dalla vita; Separated Out è un'accattivante brano hard rock, che strizza l'occhio alle sonorità anni settanta, ricreando alla perfezione le atmosfere circensi riprendendo il tema delle liriche.

This Is the 21ST Century

Veniamo alla riflessiva This Is the 21ST Century (Questo è il 21° Secolo), con il suo inizio elettronico che ci ricorda molto i Faith No More di Stripsearch, il basso sale subito in cattedra, mentre sinceramente avrei fatto volentieri a meno della piatta e fredda batteria elettronica. Steve Rothery ci attacca con un alienante riff ultraterreno, mentre Mark Kelly ci bombarda con suoni che sembrano provenire dal cyber spazio, che lasciano il campo ad un piacevole pad di archi quando entra in scena Steve Hogarth, con una linea vocale carica di rammarico. In questo pezzo molto elettronico durante la strofa Rothery si fa da parte lasciando il campo a Mark Kelly. Il bridge incupisce le atmosfere, grazie ad un oscuro lavoro di Steve Rothery con la pedaliera ed un triste pianoforte, mentre perdura la piatta drum machine, che ritroviamo anche nel ritornello, il quale forse volutamente non fa decollare il brano, rimanendo sulla linea di strofa e bridge, varia il cantato, che prende una piega sognante e gli effetti spaziali di sintetizzatore che emergono prepotentemente. Si riprende con la strofa e vengono riproposti bridge e ritornello, che stavolta viene raddoppiato. Al minuto 05:32 un bel pad di tastiera apre i cancelli ad uno stralunato assolo di chitarra. Un bel crescendo ci riporta al ritornello, che sale di un tono dove spicca un ottimo Steve Hogarth. Sulla base del ritornello Steve Rothery riprende l'alienante assolo di chitarra proposto in precedenza, duettando stavolta con la calda voce dell'altro Steve. Finito l'assolo il brano prende una piega psichedelica, con lisergici suoni di tastiera e lancinanti lamenti della sei corde che lentamente prendono nuovamente le sembianze di un lancinante assolo che predomina su tutta la parte finale del brano. Lentamente si sfuma, lasciando in evidenza la sola triste drum machine. Le liriche sono una vera e propria ipnosi esistenziale, che attacca il progresso e l'uomo, reo di mandare a rotoli il mondo dichiarando guerra a Madre Natura a suon di prodotti chimici e circuiti cibernetici, argomento molto caro a Steve Hogarth, già trattato in precedenza. Si apre con una frase emblematica che precede le liriche vere e proprie e che recita: "... If you could only see what I've seen with your eyes" (...Se solo tu potessi accorgerti di cio' che ho visto con i tuoi occhi) frase estrapolata non a caso dal capolavoro del cinema fantascientifico Blade Runner, diretto da Riddley Scott. L'aria sporca delle città, i prodotti chimici al posto di Dio, sono le tristi peculiarità del 21° secolo. Il progresso della tecnologia è direttamente proporzionale all'involuzione del genere umano, sotto il bieco sguardo dei potenti che vivono in maestosi edifici a specchi e che si sono comprati il mondo. Le liriche trasudano pessimismo di fronte alla Natura che cede al progresso, talmente pessimiste che Steve si domanda se vale la pena mettere al mondo dei figli che dovranno crescere in quello che è rimasto del mondo che fu. Indubbiamente il brano più interessante dell'album, oltre undici minuti di alienante cyber rock elettronico dalle avvolgenti atmosfere, a mio avviso la batteria elettronica fa sembrare banale la parte musicale, dove invece le tastiere fanno un grande lavoro, voglio sperare che sia stata scelta per riprendere le tematiche delle liriche, ma sinceramente avrei preferito fosse stata suonata da Ian Mosley.

If My Heart Were a Ball It Would Roll Uphill

Si chiude con il titolo più lungo della storia dei Marillion, If My Heart Were a Ball It Would Roll Uphill (Se Il Mio Cuore Fosse Una Palla Rotolerebbe), che dopo una breve introduzione dai sentori fusion, sfocia in un acido rock alternativo, con una lisergica chitarra distorta in evidenza. Nella ritmica stoppata il basso emerge e ci graffia con un giro sporco di effetti. Hogarth è molto grintoso ed esplode nel breve ritornello, dove il basso ci bombarda di sedicesime e le tastiere squarciano l'ossessiva atmosfera della strofa. Dopo alcune battute strumentali di strofa Rothery attacca un breve roccheggiante assolo di chitarra. Ritorna la strofa, dalla ritmica cadenzata e ridondante, il precedente tema di chitarra fa da bridge al ritornello, che stavolta viene prolungato. Al minuto 03:09 Mark Kelly ci attacca con un alienante assolo di tastiera, seguito a ruta da un lancinante assolo di chitarra e poi da un assolo di basso distorto. La strofa cambia sembianze, rimangono in evidenza basso e batteria, mentre si placano gli altri strumenti. Lentamente rientrano in gioco chitarra e tastiera in un caotico interludio che apre la strada di nuovo al ritornello, con un alienato Hogarth sugli scudi. Dopo un rocambolesco finale che sembra volgere al termine, il brano cambia completamente veste abbandonando le acide sonorità rock. Uno spaziale pad di tastiera apre la strada ad una avvolgente atmosfera, con un bel basso in evidenza, purtroppo accompagnato ancora dalla batteria elettronica, in sottofondo si fa avanti un timido tema di tastiera, sembra di ascoltare una canzone totalmente diversa da quella sentita nella prima parte. Ennesimo falso finale, con un pad di archi che richiama all'appello i due Steve uno con un arpeggio distorto, l'altro con una frammentata linea vocale, mentre una timida batteria esegue una sorta di marcia. Dopo alcune battute in sordina il brano acquista veemenza, grazie all'ingresso di un potente basso che richiama a serrare i ranghi anche la batteria, tastiera e chitarra si intrecciano con un delirante Hogarth in questo trascinante finale, che è indubbiamente la parte migliore del brano. Le liriche tengono testa alle deliranti parti musicali, si parte con un cuore che rotola come una palla a causa delle frecce di Cupido, fino ad arrivare alle forti emozioni che ci bombardano nei sogni, se fosse una palla il cuore rotolerebbe in salita quando sogniamo di essere inseguiti da un'orda di mostri e le nostre gambe faticano a muoversi come se fossero di piombo ed incollate alla strada. E' una brutta sensazione quella che proviamo durante i sogni, quando non riusciamo a correre e veniamo raggiunti inesorabilmente dai mostri, salvato solo dalla sveglia che dissolve magicamente le malvage creature che ci stavano inseguendo. Il cuore rotola come una palla in salita quando sogniamo di precipitare o quando sognavo di intravedere un'ombra gigantesca proiettata sulla parete della nostra camera da letto. Infine il cuore rotola come una palla, perché fortemente innamorato della bellissima rosa selvatica, che abbiamo conosciuto nella traccia numero cinque. Un brano dai due volti, con una prima parte dalle aggressive sonorità alternative rock ed una seconda dove siamo avvolti da lisergiche atmosfere, sinceramente preferisco di gran lunga la seconda.

Conclusioni

Grazie all'amore dello zoccolo duro dei Fans, che hanno acquistato l'album a scatola chiusa e con molto anticipo, Anoraknophobia è venuto alla luce il 15 Maggio del 2001, registrato fra il 2000 ed il 2001 presso gli studi The Racket Club in Buckinghamshire, ormai una seconda casa per il quintetto albionico. In fase di produzione si rivede Dave Meegan e devo dire che esegue un egregio lavoro sui raffinati arrangiamenti, mentre per la sola distribuzione i nostri si sono rivolti alla Liberty Records, facente parte del gruppo EMI. I brani sono stati scritti ed arrangiati dai Marillion, mentre le liriche, che sono il punto di forza dell'album, sono opera dell'ispirato Steve Hogarth. Ai cori troviamo, oltre al buon Pete Trewavas, Dizzy Spell, Sofia e Nial. Hogarth si è cimentato anche alle percussioni ed al pianoforte, mentre l'eclettico Trewavas ha suonato la chitarra addizionale nella bellissima When I Meet God.  Non si trovano note sull'autore della copertina, che vede nove coloratissimi personaggi in pieno stile Kenny di South Park su uno sfondo viola, a rappresentare gli Anorak, a cui i nostri dedicano l'album. Purtroppo per loro, ed anche per noi, quando ci troviamo a recensire o semplicemente ad ascoltare un nuovo album dei Marillion, non possiamo esimerci da fare paragoni con il glorioso passato remoto degli anni 80, dove i nostri ci sommergevano di emozioni grazie ad assolo da brividi e magiche atmosfere, ma anche con il recente passato dell'ottimo Seasons End e del capolavoro Brave, dove il quintetto di Aylesbury ha dimostrato di saper produrre dell'ottimo progressive anche senza l'icona Fish. Questo album conferma la mia teoria, che ci vede rimpiangere l'album precedente quando ascoltiamo un nuovo lavoro dei Marillion. Stavolta pesa come un macigno la mancanza dell'abituale suite dai sentori progressive, come il capolavoro The Strange Engine o Interior Lulu, brani che riuscivano a elevare la valutazione finale del platter in questione. Dobbiamo accontentarci delle avvolgente atmosfere di When I Meet God e della elettronica This Is The 21° Century, che forse, se priva della monotona e fredda drum machine, avrebbe avuto un altro effetto. Anche i brani più orecchiabili come Between You And Me e Map Of The World sono nettamente inferiori agli easy listening del recente passato come Man Of Thousand Faces, Deserve o These Chains, per citarne alcuni. Ormai Mark Kelly si è gettato a capofitto nell'elettronica, mentre stilisticamente Rothery è un lontano parente di quello ammirato in passato. Ian Mosley continua la sua costante discesa, stavolta aiutato addirittura da una fredda e banale drum machine. Come da un po' di tempo a questa parte emergono il bassista Trewavas, che riesce ad interpretare nel migliore dei modi il cambio di direzione musicale intrapresa dalla band e Steve Hogarth, autore di eccellenti liriche e di ottime interpretazioni che raggiungono l'apice nella struggente When I meet Good. Se non fossimo di fronte al nuovo album dei Marillion, ma di un'altra qualsiasi pop rock band, il platter avrebbe meritato un bel sette in pagella grazie alla raffinatezza degli arrangiamenti e alle riuscite sperimentazione, il problema è che stiamo ascoltando un'album dei Marillion, e noi ci aspettiamo molto di più, ergo la valutazione è bassa, molto vicina al quattro. Anoraknophobia è un album destinato a finire nel dimenticatoio, che verrà ricordato solo per i simpatici "Kenny" della copertina. Non me la sento di affondare del tutto l'album, perciò faccio una media tra le due valutazioni ottenendo comunque un risultato, che però non raggiunge la piena sufficienza.

1) Between You and Me
2) Quartz
3) Map of the World
4) When i Meet God
5) The Fruit of the Wild Rose
6) Separated Out
7) This Is the 21ST Century
8) If My Heart Were a Ball It Would Roll Uphill
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