MARILLION

An Hour Before It's Dark

2022 - Intact Records

A CURA DI
SANDRO PISTOLESI
14/03/2022
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Sono passati sei anni, da quando i Marillion stupirono il Mondo con il capolavoro "F.E.A.R.", uno dei punti più alti della loro discografia, l'album della definitiva maturazione. Se mai ci fosse l'opportunità di votare in un ipotetico contest per stabilire la rock band per eccellenza, io voterei senza ombra di dubbio "Marillion". È d'uopo una mini-cronistoria per dimostrare la mia affermazione. La band, in attivo dalla fine degli anni Settanta, esordì dopo anni di gavetta nel 1983 con il capolavoro "Script for a Jester's Tear", album seminale del neo-progressive che dette nuova linfa ad un genere creduto ormai obsoleto da molti. Il primo cambio di formazione avvenne proprio alla fine del tour di supporto all'ottimo debut album, quando il drummer fondatore Mick Pointer a causa di alcuni dissidi interni, abbandonò la band, sostituito dall'ottimo Ian Mosley, per chi scrive elemento fondamentale per la crescita esponenziale della band. Il vecchio drummer troverà comunque fortuna con i suoi Arena. Successivamente, capitanati dal leader carismatico Fish, il combo albionico infilò altri tre album di successo, fra cui il capolavoro "Misplaced Childhood" dove spiccava il successo planetario "Kayleigh". Purtroppo, i rapporti interni fra Fish ed il resto della band iniziavano a deteriorarsi, e una volta terminato il tour di supporto a "Clutching At Straws", l'istrionico vocalist decise di abbandonare la band per intraprendere una soddisfacente carriera solista. Fu una mazzata tremenda per Rothery e compagnia cantante. Fish era un frontman carismatico, aveva un'attitudine sul palco fuori dal comune e una penna raffinata durante la stesura delle liriche. Basta ricordare che fine hanno fatto i Queen senza Freddy Mercury o la triste parentesi degli Iron Maiden negli anni'90 senza sua maestà Bruce Dickinson. Ma i nostri erano più che decisi a portare avanti le loro brillanti idee musicali. Con una scelta più che azzardata, ma che con il tempo si è dimostrata vincente, affidarono il microfono al carneade Steve Hogarth che in comune con il suo predecessore non aveva proprio un bel niente. Correva l'anno domini 1989, da qui in poi, per oltre trent'anni, i Marillion con la medesima formazione hanno sfornato una quindicina di album in studio, oltre venti album live, raccolte, remix, rivisitazioni ecc. con pochissimi bassi, molti alti ed almeno tre capolavori a seconda dei gusti, a confermare l'integrità e la forte coesione del gruppo, oltre che ad una tecnica invidiabile ed un songwriting fuori dal comune. L'ultima fatica in studio, F.E.A.R., sorprese tutti, fans e critica, candidandosi a punta di diamante dei Marillion dell'era Hogarth. Gli anni avanzano per tutti, e i nostri se la son presa comoda per tentare di bissare il successo ottenuto con l'album datato 2016. Supportati dalla ormai consueta operazione di crowdfunding, a quasi sei anni di distanza i Marillion tornano con un nuovo album in studio intitolato "An Hour Before It's Dark (Un'Ora Prima Che Sia Buio)", un lavoro drammatico, oscuro ed intimista, figlio della pandemia da Covid-19, dove si respirano atmosfere lugubri ma anche forti messaggi di speranza che bramano una nuova rinascita per il genere umano. Il titolo, come quello del suo predecessore è carico di significato. Il buio, viene considerato una zona off limits per l'uomo dalla notte dei tempi. Una situazione in cui senza l'apporto di luci artificiali l'uomo risulta vulnerabile. Negli anni'80, quando ancora i ragazzini si divertivano all'aria aperta, era imperativo rientrare a casa "prima che faccia buio". Fra le tenebre si nascondono tutte le ataviche paure che hanno da sempre accompagnato il tortuoso cammino della razza umana, l'uomo nero, vampiri, licantropi ed altre creature di fantasia insieme ai veri mostri che camminano insieme a noi, hanno sempre operato e continueranno a farlo una volta che il Sole ha ceduto lo scettro alla Luna. E se per gli Yes, l'umanità sta camminando sopra un fragilissimo ponte di ghiaccio, dove sotto alberga il baratro dell'estinzione, i nostri identificano il giorno dell'apocalisse con il buio, e se manca solamente un'ora prima che calino le tenebre, abbiamo poco da sorridere. Musicalmente l'album è in linea con il progressive oscuro del suo predecessore e sa darci forti emozioni, fra le sette tracce che vanno a comporre la track list, troveremo ben quattro articolate suite di lunga durata a confermare che i nostri vogliono mantenersi saldamente ancorati al neo-progressive di cui sono i precursori. Per rendere la loro musica più completa e suggestiva, i nostri si sono avvalsi delle suggestive prestazioni del Choir Noir, un progetto corale britannico che offre collaborazione a chiunque ne abbia bisogno. Le liriche per forza di cose danno molto spazio alla pandemia, non tralasciando però i problemi ambientali e i vari mali che albergano sopra l'umanità, come l'avidità, il denaro e il consumismo, senza dimenticare tributi e raffinate citazioni. Ma ora, prima che faccia buio andiamo ad approfondire l'ultima fatica in studio targata Marillion.

Be Hard on Yourself

Nonostante la durata e la struttura non prettamente radiofoniche, "Be Hard On Yourself (Sii Duro Con Te Stesso)" è stato lanciato (giustamente) come singolo apripista il 19 Novembre del 2021. Per chi scrive è uno dei due brani più belli del platter, perfettamente in linea con lo stile di F.E.A.R, a dimostrazione che i nostri hanno fatto una loro scelta musicale e vogliono continuare per quella strada. Il primo dei tre movimenti della suite è intitolato "I. The Tear In The Big Picture I. Lo Squarcio Nel Quadro Generale)". Come suggeriscono le attendibilissime e tempestive traduzioni del sito ufficiale italiano dedicato ai Marillion, letteralmente la parola tear significa lacrima, ma in queto contesto va intesa come uno squarcio nell'atmosfera terrestre, o ancora più profondamente come una falla nel disegno di Dio, io opto per la seconda. Non vi nego che la splendida partitura di pianoforte sparata da Mr. Kelly che viene dopo l'oscuro coro iniziale, opera dello special guest Choir Noir, mi ha fatto venire la ciccia di gallina, simpatica espressione dialettale toscana che sta per pelle d'oca. Trasportato dalle note del pianoforte, Hogarth mette su tela un bel disegno del nostro Pianeta, una enorme palla composta da rocce e acqua che orbita nello spazio, ostentando i suoi magici colori azzurro e verde. Un pianeta dove pullulano i miracoli creati da Madre Natura, ma purtroppo, una delle creature più evolute che lo popolano sta uccidendo cotanta bellezza. Trascinato dalla prepotenza del progresso, l'uomo con il passar del tempo è passato da vivere in armonia con la Terra a viverci sopra, calpestandola in maniera irreparabile. Da brividi il ritornello, dove brillano le tastiere di uno stratosferico Mark Kelly. La linea vocale di Hogarth trasuda emozioni quando ci incita ad essere più duri con noi stessi, esortandoci ad abbandonare i vizi che ci portiamo dietro ormai da troppo tempo. Un domani saremo felici di averlo fatto. Ricamato dai fraseggi di Steve Rothery, il Frontman di Kendal ci va giù duro nella seconda strofa, i padroni del Mondo attirano le pecore con una succulenta sacca di fieno, badando bene a non esaurire la preziosa esca. Tutti i mali derivati dal consumismo e la disinformazione relativa alla pandemia e i conseguenti scopi di lucro si nascondono fra queste ricercate e ciniche licenze poetiche. Al secondo passaggio, il ritornello ci arriva dritto al cuore per rimanerci a lungo. Trascinato dalle evoluzioni della sezione ritmica, Hogarth si mette nei panni dell'Onnipotente, il quale si è accorto che si è creata una pericolosa falla all'interno del suo grande disegno, sta a lui decidere se bruciarlo o ripararlo. Con l'ammonente "Nobody told you less can be more (Nessuno ti ha detto che meno può essere di più)" il nostro va in qualche maniera a citare l'album datato 2009. Ian Mosley alza l'asticella dei bpm, Hogarth ci invita ad allacciarsi le cinture e a puntare i piedi per invertire la rotta. La chitarra di Rothery sembra piangere di fronte allo scempio, il nostro poi tira fuori dal cilindro un melodico refrain di chitarra di Maideniane memorie, un hook che si insinua prepotentemente nel cervello in maniera indelebile. Vi sento, lo state già fischiettando. Al minuto 3:53 inizia il secondo capitolo della suite, intitolato "II. Lust For Luxury (II. Brama Di Lusso)". Calano i bpm, le note del pianoforte trasudano tristezza, i delicati ma consistenti fill sulle pelli di Ian Mosley confermano che siamo di fronte ad uno dei migliori drummer in circolazione, classe estro e raffinatezza allo stato puro. La linea vocale ammonente di Steve H. trasuda tutta l'esperienza che ha sulle spalle, non vuole sentire parlare di bisogno sogni e desideri, il Mondo ha visto già troppe sacche di sangue correre all'impazzate nelle corsie degli ospedali, c'è una voglia di rinascita in questi malinconici versi, una rinascita che, come tutte le cose belle, non può essere ottenuta andando di fretta, ma con calma e razionalità. Il brano si placa, le sinuose note del pianoforte vengono ricamate dalle pastose note del basso di Pete, è la calma prima della tempesta, i nostri ripartono con atmosfere oscure e cariche di paura, la voce filtrata di Hogarth punta il dito verso l'alto, paragonando la massa ad una scimmia che ha bisogno di un nuovo gioco, serve qualcosa per riportare le pecore all'ovile. Siamo di fronte ad un baratro, o cadiamo, o per evitarlo dobbiamo essere duri con noi stessi. La sezione ritmica aumenta in maniera decisa i giri del motore, il brano si incattivisce, i nostri ci picchiano duro come non hanno mai fatto prima, andando ad esplorare orizzonti dove mai si erano spinti, ma per ostentare il succo del discorso c'era assolutamente bisogno di un supporto musicale duro e cattivo. La causa di tutto il male che aleggia attorno alla Terra riconduce solo ad un unico colpevole, il denaro che ci porta dritti al male più grande, il consumismo. Siamo arrivati al capitolo conclusivo della suite, " III. You Can Learn (III. Si Può Imparare)". Il brano si placa, dal castello di tastiere si innalza una funerea nebbia dove danzano le note plettrate del basso. Si respirano le malsane atmosfere di "Brave". Il Paroliere di Kendal avvolto dalle spettrali tastiere ci esorta ad essere migliori, ci invita nuovamente ad essere più duri con noi stessi, a tirare fuori le nostre potenzialità nascoste, perché effettivamente l'essere umano è in grado di fare di meglio. Un crescendo rossiniano guidato dal basso di Trewavas riporta il motore ritmico a regimi elevati. Ricamato dai magici tocchi di Rothery, Hogarth ci chiede ancora redenzione perché manca poco alla fine della canzone, il buio si avvicina. Negli ultimi frangenti il brano placa tutta la sua ira, le suggestive tastiere ci avvolgono, trasportandoci con la mente all'interno di un vecchio tempio dove si venerano antichi dei, Hogarth ci invita ad essere creativi, a ritrovare un contatto con la Natura, a farci forza per rendere il Mondo migliore, abbiamo poco tempo, fra un'ora le tenebre avvolgeranno tutto il Pianeta. Chapeau.

Reprogram the Gene

Si continua con "Reprogram The Gene (Riprogrammare Il Gene)" articolata mini-suite dai sentori gotici dove i nostri vomita tutto il loro disprezzo nei confronti del maledetto Covid-19. La prima parte "I. Invincible (I. Invincibile)" è aperta da una triste manciata di note di pianoforte che sembrano piangere di fronte ad un brusio e alcuni schiamazzi di bambini in sottofondo, un piacevole suono che durante i rigidi primi lock down era stato spazzato via dalla pandemia. Il basso di Pete Trewavas guida un brioso wall of sound dal ritmo trascinante a la "Deserve" che perdura per tutto questo primo movimento, dove Hogarth sfoga tutta la sua rabbia repressa accumulata in questi ultimi due anni, da quando un maledetto virus letale ha drasticamente cambiato la vita di tutta l'umanità. Il virus ha messo tutti sullo stesso livello, indipendentemente dal colore della pelle o dal sesso, Hogarth canta senza prender fiato fra le righe trasudano rassegnazione ma anche voglia di rinascita. Il nostro va a scomodare anche un classico della letteratura gotica britannica, il Dr. Frankenstein, magari grazie al suo estro potrebbe trovare una cura per debellare in maniera definitiva il Coronavirus. Il Covid-19 sembra aver messo alle strette l'umanità, in particolare il Cantante di Kendal che desidera essere invincibile, immune al virus, che viene citato in maniera cristallina, prima con un futuro all'insegna del verde, colore con cui viene identificato il Coronavirus, poi con una semplice lettera "C" che toglie ogni minimo dubbio. Troviamo anche un omaggio nei confronti di Greta T, figura indifesa che da qualche anno porta avanti una crociata contro il cambiamento climatico. Ma tra queste liriche pessimistiche, inizia a brillare un barlume di speranza, una cura che riesca finalmente a spazzar via febbre e tosse. La chitarra di Rothery suona un inno alla rinascita mentre il nostro non ne vuole sapere di diventare fertilizzante per gli alberi, ha paura che la fine del mondo sia fin troppo vicina e disegna un catastrofico quadro dagli sfondi post apocalittici, dove neanche i topi e gli scarafaggi non hanno un posto sicuro dove nascondersi. La Terra è un pianeta meraviglioso, abbiamo i mari, le montagne, i prati fioriti, non possiamo permettere che il progresso li cancelli e che ulteriori lock down ci privino di assaporare questi spettacoli. Gli strumenti frenano bruscamente il loro impeto al minuto 03.32, quando inizia "II. Trouble-Free Life (II. Vita Senza Problemi)". Cala l'oscurità sul brano, le liriche in linea rimangono sullo stesso binario, i sogni di una vita senza problemi vengono portati a galla da un crescendo degli strumenti guidato dal basso. Torna a splendere il Sole, i nostri hanno la peculiarità di cambiare in maniera disarmante l'atmosfera del brano a seconda delle liriche, la musica trasparisce positività, sposandosi perfettamente con le parole, dove trasuda la voglia di tornare a vivere in maniera tranquilla, la voglia di tornare ad assaporare tutte quelle cose che una volta erano all'ordine del giorno, quasi snobbate e che ora sembrano irraggiungibili chimere. La chitarra torna a suonare il suo inno alla rinascita, aprendo le porte al capitolo conclusivo della suite, intitolato "III. A Cure For Us? (III. Una Cura Per Noi?)". Nonostante la musica trasudi sensazioni positive, le liriche vanno di nuovo a toccare i risvolti psicologici del Coronavirus, che costringe i più fortunati a vivere rinchiusi nelle loro quattro mura, con i paesi divisi in livelli a seconda del numero dei contagi. Hogarth ha fiducia nella scienza, l'uomo è dotato di una intelligenza superiore capace di poter abbattere gli effetti nefasti del virus. Ma se siamo capaci di trovare una cura in grado di debellare il virus, saremo capaci di trovare una cura per l'essere umano, una cura che porti nuovamente l'uomo a vivere in perfetta armonia con la Natura? È questa la vera cura per cui dobbiamo iniziare a lottare tutti uniti.

Only a Kiss

Più che una traccia vera e propria, "Only a Kiss (Solo un Bacio)" è una introduzione alla canzone successiva. 39 secondi dove la chitarra di Rothery ed il basso di Pete sembrano piangere tutte le vittime causate dalla pandemia, le note scendono giù dolcemente come una lacrima sulla guancia, trasportate dalle melanconiche tastiere di Mark. In molti troveranno inutile questa effimera traccia, ma va presa come un intermezzo fra una canzone e l'altra. Se i nostri hanno deciso di metterla, qualche motivo ci dovrà pur essere. Non è comunque un caso che il titolo vada a riprendere le liriche del brano che segue subito dopo.

Murder Machines

È ancora il Coronavirus il protagonista in negativo in "Murder Machines (Macchine Assassine)", brano oscuro, dove le ciniche liriche definiscono i portatori del virus delle macchine assassine, nonostante il più delle volte il contagio avvenga a loro insaputa. Il melanconico arpeggio sporcato dagli effetti di Rothery si lascia trasportare in maniera naturale dal deciso incedere della sezione ritmica. Nonostante l'inciso squarci in due l'oscurità che regna nella strofa, le liriche sono drasticamente drammatiche, qualcuno stringe fra le sue braccia la compagna uccisa dal Coronavirus, si sente in colpa perché è conscio di averla contagiata con il più innocente dei sentimenti, l'amore. Nella seconda strofa emergono le tastiere dal piacevole retrogusto anni'80 di Mr. Kelly, si respira il terrore che attanagliava l'umanità agli inizi della pandemia, quando il nemico era ancora uno sconosciuto. Il risultato del tampone positivo, la mancanza di anticorpi utili a combattere il Covid-19, la mancanza di un vaccino, la mancanza di una via di fuga che lasciasse intravedere la salvezza, la tristezza dell'isolamento. Dopo il secondo passaggio dell'inciso, Steve Rothery ci massacra le orecchie con un assolo caustico e lancinante che va a rispolverare le sonorità spurie sperimentate nell'ultimo scorcio degli anni'90. Ian Mosley tira il freno a mano intorno alla metà del brano, il basso pulsa come un cuore ormai stanco, le tastiere color tenebra evidenziano la drammaticità delle liriche. L'uomo non sa darsi pace, non avrebbe mai pensato che il più naturale dei gesti potesse portare alla morte la sua amata, uccisa solo da un bacio (qui si riprende il titolo dell'effimera traccia precedente n.d.r.). I nostri ci salutano con una doppia dose di ritornello, i lamenti della chitarra sottolineano il rammarico dell'uomo. La sua amata le è stata portata via dal maledetto virus, prima di andarsene le ha stretto le braccia, uccidendolo interiormente. Nel finale strappa lacrime l'amore è la causa di due differenti tipi di morte, una fisica e una interiore.

The Crow And The Nightingale

"The Crow And The Nightingale (Il Corvo E L'Usignolo) è l'altro pezzo che mi ha conquistato sin dal primo ascolto, una ballata tenebrosa dove il pianoforte di Mark Kelly tocca sovente le giuste corde emotive provocandoci una buona dose di brividi. Anche qui, a colorare la musica troviamo i suggestivi cori del Choir Noir. Dietro al titolo che sembra uscito da una raccolta di Rudyard Kipling si cela un nitido omaggio a Leonard Norman Cohen influente poeta e cantautore canadese e ad Edgar Allan Poe uno fra gli scrittori più influenti della letteratura gotica. Il corvo di Poe e l'usignolo di Cohen, due volatili che possono considerarsi l'uno la nemesi dell'altro. L'usignolo, con il suo canto melodioso è stato usato spesso come simbolo dell'amore, il corvo, dall'aspetto nefasto è invece associato dalla notte dei tempi alla malasorte e addirittura alla morte, conosciuto anche come l'uccello del malaugurio. Influenzate da due muse del genere, le liriche si allontanano momentaneamente dai temi attuali andando a ricercare inevitabilmente profonde licenze poetiche musicate ad arte dalle tetre note del pianoforte. Parole d'amore fomentano una voglia di fuga, non importa dove e come, può essere una colline nera come una strega, un mare in tempesta che fa paura o un'isola paradisiaca. C'è spazio anche per un ulteriore certosino omaggio, trasportato dalle melanconiche note del pianoforte il nostro cita Christo Java?ev artista bulgaro diventato celebre per le sue opere astratte che vedevano oggetti vari impacchettati nella tela o nella plastica. Nell'inciso la musica si schiarisce e si fa meno cupa, Hogarth va ad imitare Christo, avvolgendo il Sole con la seta, in modo da poterlo ammirare senza ferirsi gli occhi. Liriche di spessore. Un significativo salto di tono fa salire in alto il Cantante Di Kendal nello special, trasportato dalle tastiere di uno stratosferico Mark Kelly il nostro ci mostra i due uccelli protagonisti implumi nel loro caldo nido, non sanno ancora volare, ma aprono il becco per gracchiare al cielo, reclamando la loro voglia di vivere. Mosley e Trewavas che fino ad ora avevano badato bene a non rompere le fragili melanconiche atmosfere iniziano a picchiare più duro, arrivando molto vicini ai confini del doom quando le melanconiche note della chitarra di Steve Rothery ci rivano dritte al cuore con tutta la loro semplicità. Il secondo ritornello viene colorato dalle emozionanti armonie vocali dei validi elementi del Choir Noir, che vanno ad intrecciarsi con la calda voce di Steve, la classe non è acqua. Al minuto 05.03 inizia un maestoso assolo di chitarra, dove le note legate perfettamente fra loro sono trasportate dalle tastiere e dall'immenso lavoro della sezione ritmica, le voci dell'oscuro coro britannico colorano le note sparate dalla chitarra. A tratti si respirano le fantastiche emozioni del memorabile disco d'esordio. Brividi. Nel finale l'energia degli strumenti si placa, le tristi note del pianoforte ci accompagnano verso la fine, dove troviamo un'ultima citazione che va sconfinare nella mitologia greca.

Sierra Leone

"Sierra Leone" è una corposa suite di quasi undici minuti, divisa in cinque parti che a tratti ricorda vagamente la dolcezza di "Montreal". Le liriche ci portano nel calde lande della Sierra Leone, stato dell'Africa occidentale che guarda sulla spettacolare costa dell'Oceano Atlantico; fu una delle prime colonie della corona britannica. Oltre ad essere uno degli stati con la più alta densità di popolazione, purtroppo la Sierra Leone ha uno dei più alti tassi di mortalità infantile della Terra che si aggira intorno al 77?, roba da brividi. La capitale Freetown ha ospitato il set del celebre film Blood Diamond del regista statunitense Edward Zwick con Leonardo DiCaprio. La pellicola trattava il triste argomento del contrabbando di diamanti. Infatti, la risorsa principale della Sierra Leone sono le miniere di diamanti, ed è proprio nelle claustrofobiche viscere del sottosuolo africano che si addentrano le liriche del Paroliere di Kendal, dove purtroppo lo sfruttamento minorile sta all'ordine del giorno. Le tristi note del pianoforte aprono "I. Chance In A Million (I. Una Chance Su Un Milione)", siamo all'interno di una miniera, un ragazzino, che vista la sua età dovrebbe essere fuori a giocare senza pensieri, riesce a trovare un prezioso diamante fra i detriti, una possibilità su un milione, ma lui vi è riuscito. Il basso di Trewavas colora la raffinata ritmica del compagno di reparto, mentre preziosi intarsi di chitarra girano attorno ai profondi quesiti di Hogarth, che si domanda come fanno i ragazzini della Sierra Leone a sorridere, visto che invece di giocare sono costretti a lavorare duramente. Dopo anni passati nell'oscurità, immerso nella polvere e nel sudore a cercare il prezioso minerale il ragazzino è riuscito a trovare un diamante più grande della sua mano, ma nonostante la fatica sprecata negli anni, lui non vuole vendere il suo prezioso diamante. Al minuto 01:32 ha inizio "II. The White Sand (II. La Sabbia Bianca)" un breve interludio che non raggiunge il minuto, dove accompagnato dalle fiabesche note del piano, Hogarth con dolcezza omaggia le suggestive spiagge bianche decorate dalle palme del lungomare di Freetown, uno spettacolo da sogno dove in passato è stata girata la pubblicità di un famoso e gustoso snack al cocco. La sezione ritmica con dolcezza ci accompagna verso il terzo capitolo intitolato "III. The Diamond (III Il Diamante)". Il solenne unisono di tastiera e chitarra emana tristezza da tutti i pori. Il ragazzo non vuole vendere il suo diamante, nonostante sia conscio che potrebbe dargli tutto quello che ha sempre desiderato, ricchezze incalcolabili bramate dalla stragrande maggioranza degli uomini. Lui ora si sente realizzato e questa è la sua grande ricchezza. Brividi quando il pianoforte va a riprendere il melanconico tema. La sezione ritmica ci trasporta per le affollate vie di Freetown, capitale che deve il suo nome alla vicenda della liberazione degli schiavi. Un crescendo rossiniano guidato dalla chitarra spinge Hogarth in alto, il nostro ci fa rivivere le fantastiche emozioni di "Neverland". Il ragazzo si sente libero, per la prima volta in vita sua, potrà avere una sua opinione personale, si sente finalmente padrone di sé stesso, la musica si placa dolcemente, mentre il ragazzo libero si sta godendo il tramonto mozzafiato offerto dall'orizzonte africano. Dal castello di tastiere si erge una nebbia sibillina di note che riprende il titolo del quarto capitolo della suite, "IV. The Blue Warm Air (IV. L'Aria Calda Blu)". Con una delicatezza disarmante, Pete Trewavas ci ipnotizza con un vellutato assolo di basso che avvolge la voce di Hogarth, il ragazzo sogna ad occhi aperti, estasiato dai suggestivi colori del cielo, i raggi del sole sembrano colorati raggi laser che vanno dall'indaco al verde, scintille nell' aria calda azzurra della Sierra Leone. Il brano cresce gradualmente sfociando in assolo di chitarra, semplice quanto bello. Le note sparate dalla sei corde di Rothery si insinuano subito nella nostra mente facendoci sognare ad occhi aperti. Le zoppicanti note del basso ci portano per mano verso l'ultimo movimento della suite, intitolato "V. More Than Treasure (V. Più Di Un Tesoro)", un trascinante anthemico finale che ci accompagna verso l'ultimo saluto di Mr. Rothery, che mette il sigillo sul brano con un assolo strappalacrime, valorizzato dalle tastiere di Mark Kelly. Le note si disperdono lentamente fra i candidi granelli della sabbia bianca della Sierra Leone.

Care

I nostri ci salutano con il botto, una maestosa suite di oltre quindici minuti divisa in quattro parti. "Care (Cura)" è un sentito tributo a tutti gli operatori sanitari che in questi due ultimi anni hanno messo a repentaglio la loro vita salvandone altre, combattendo una guerra senza frontiere contro il maledetto Covid-19. Si parte con "I. Maintenance Drugs (I. Farmaci Di Mantenimento)". Le spaziali atmosfere dove galleggia il basso carico di effetti di Mr. Trewavas, che si diverte a sconfinare nei colorati universi del funky, mi ricordano le atmosfere fantascientifiche di "The Man From Planet Marzipan". La voce provata di Hogarth ci porta al capezzale di un letto di una delle tante e troppe terapie intensive lorde di pazienti infetti dal Coronavirus. Il nostro si addentra nei meandri della mente di un malato tenuto in vita dai farmaci di mantenimento, dove aleggiano torbidi pensieri. I dottori cercano di tirare su il morale del paziente, dicendo che presto starà bene, ma invero lui è ben conscio di vivere alla giornata; siamo agli inizi della pandemia e purtroppo nessun sa quanto tempo gli resta ancora da vivere. Un bel tema di chitarra spalanca i cancelli all'inciso, dove si respira una frizzante aria che profuma di anni'80. Seguendo la scia lasciata dalla sei corde, il Vocalist di Kendal vola in alto cantando a squarcia gola "An hour before it's dark (Un'ora prima che sia buio)". Il basso effettato dai sentori funky ci riporta immediatamente alla strofa, seguita da uno oscuro special dove le tastiere esplorano gli avvolgenti mondi della new wave britannica di inizio anni'80. Il Chitarrista Di Brampton fa ululare nuovamente la sua chitarra nel trascinante inciso. Nella strofa successiva, Hogarth va a spolverare l'antica lingua gaelica con "An Domhan (Il Mondo)", che precede un ammonente e cinico "When it's gone, it's gonna take you with it (Quando se ne andrà, ti porterà con sé)" sottinteso alla Terra, frase che trascinata poi dalla chitarra di Rothery va a deflagrare con tutta la sua energia nell'inciso. Al minuto 04.38 inizia "II. An Hour Before It's Dark (II. Un'Ora Prima Che Sia Buio)", secondo capitolo che ha l'onere di sfoggiare il titolo dell'album. Le tastiere di Kelly odorano di paura, i lamenti della chitarra, Mosley che accarezza i ride della Zildjian e le vellutate note del basso mi hanno fatto rivivere le indimenticabili emozioni che ci ha dato il capolavoro "Misplaced Childhood". Il Paroliere Di Kendal, con una voce narrante ci esterna tutte le sue emozioni provate durante questi due ultimi e nerissimi anni, fatti di brutti ricordi che rimarranno impressi in maniera indelebile da qualche parte nei nostri cuori. Due anni tremendi dove a volte sopravvivere era un lusso. Spesso l'unico conforto per i pazienti in terapia intensiva era l'amore degli infermieri, amore che gli ha fornito carburante per superare momenti critici. Solenni note di pianoforte ci presentano "III: Every Cell (III. Ogni Cellula)", un lentone oscuro di forte atmosfera, dove gli strumenti vanno a ricercare i momenti migliori di un altro capolavoro targato Marillion, "Brave". Qui, le liriche, riprendono quelle del capitolo precedente, lorde di profonde licenze poetiche come: "Yours is the laughter burned into my days locked away in every cell (Tua è la risata scolpita nella mia vita racchiusa in ogni cellula)". L'amore degli infermieri è forte come la sensazione di libertà provata dal ragazzo che ha trovato il grosso diamante, libertà che il malato non cambierebbe con nulla, nemmeno con il Paradiso, parola cantata con una coinvolgente enfasi che spalanca i cancelli a Mr. Rothery, che proprio sull'ultimo brano ci conquista con il miglior assolo del platter. Le note sparate dalla chitarra ci inondano di emozioni, galleggiando sui tappeti di tastiera e trasportate da un superlativo lavoro dell'affiatato duo Trewavas & Mosley, ricco di fill, scale e colpi in controtempo, ormai da tempo un vero e proprio marchio di fabbrica della premiata sezione ritmica Marillica. Brividi. Tristi accordi di pianoforte ci accompagnano verso gli ultimi istanti del terzo capitolo della suite. Al minuto 10:15 paradisiache tastiere aprono "IV. Angels On Earth (IV. Angeli Sulla Terra)" un basso a la U2 fa crescere gradualmente il brano, il Cantante Di Kendal esterna tutta la sua ammirazione che ha nei confronti degli infermieri, nei confronti dei dottori e di tutte le persone che lottando in ogni singolo ospedale del Pianeta lentamente ci stanno portando verso la vittoria contro uno dei più terribili demoni con cui ha dovuto lottare l'umanità durante la sua esistenza. "Gli angeli di questo Mondo non si trovano dentro alle chiese, gli eroi di questo mondo non sono nella hall of fame" son le bellissime parole dedicate a tutti gli operatori del Servizio Sanitario Nazionale. La sezione ritmica e la chitarra elettrica spruzzano una buona dose di energia a questo trascinante inno dedicato agli operatori sanitari, che con la mascherina sempre incollata al viso arrivano stremati a fine turno, stremati ma con la soddisfazione di aver salvato vite, di aver dato speranza, conforto e amore ai loro pazienti. Uno scatenato Rothery dedica un ultimo assolo a dottori ed infermieri, eroi che lavorano duramente mentre tutti noi dormiamo. Le emozionanti tastiere dai sentori clericali accompagnano la lenta discesa di un angelo, che è sceso sulla Terra per riportare qualcuno a casa. Chapeau. 

Conclusioni

"An Hour Before It's Dark" ci consegna una band in gran spolvero. Era un'impresa ardua solo avvicinarsi agli altissimi standard qualitativi di "F.E.A.R", ma i nostri, prendendosi il tempo dovuto, ci sono riusciti. La continua evoluzione del sound Marillico sembra aver trovato la giusta dimensione, andando a contaminare il raffinato progressive con oscure venature dark. Si tratta di un album più difficile da digerire rispetto al suo predecessore, ma ascoltandolo più volte e con attenzione ne immagazziniamo tutte le essenze. Visto il filo conduttore musicale abbastanza omogeneo e le liriche che si dipanano quasi tutte intorno alla pandemia e ai risvolti psicologici che ha avuto sull'umanità, potremmo parlare di un concept album, anche se questa definizione è molto complessa e soggettiva e fonte di inutili dibattiti. Fra qualche anno, quando come tutti noi speriamo il Covid-19 abbandonerà definitivamente la Terra, riascoltando questo album riaffioreranno i tristi ricordi lordi di terrore, i lockdown, le regioni divise in colori, le mascherine e i vaccini. Le liriche lanciano profondi messaggi senza peli sulla lingua, e lo fanno attraverso una musica di altissima qualità sempre in tema con i testi, avvolgendoci con le sue tetre atmosfere. Supportate da Christine Verschorren che si è occupata degli strumenti ad arco, le tastiere ed il pianoforte di Mark Kelly generano sovente atmosfere da brivido, se pur meno appariscente di alcuni suoi illustri colleghi, per chi scrive entra di diritto nella top five dei migliori tastieristi di sempre. Le note che fuoriescono dalla magica chitarra di Steve Rothery toccano sempre le corde giuste, arrivando dritte al cuore dell'ascoltatore. Stavolta purtroppo nel platter troviamo meno assolo rispetto al solito, ma il nostro esegue un eccelso e certosino lavoro che perdura per tutto il disco, una ragnatela di fraseggi e certosini intarsi che si avvicina molto al modo di intendere la sei corde del Maestro Howe. La sensuale voce di Hogarth non sembra sentire il peso del tempo. Con classe ci racconta i mali della società moderna e le influenze che la pandemia ha avuto sulla medesima, Tanto di cappello alle sue liriche, emozionanti, raffinate e lorde di profonde licenze poetiche. Il nostro lancia profondi messaggi da prendere senza ombra di dubbio in considerazione. Esegue un eccellente lavoro la premiata ditta Mosley & Trewavas, le ritmiche mai banali sono ricche di passaggi che mettono in mostra la classe sopraffina dell'affiatatissima e precisa sezione ritmica. L'album in studio numero diciannove dei Marillion è stato registrato nel 2021 fra i familiari studio di proprietà della band, The Racket Club, ubicati nell'affascinante contea del Buckinghamshire, i super professionali Real World Studios di Peter Gabriel collocati nel suggestivo villaggio di Box, nella contea del Wiltshire e gli Ace Studio siti in Aartselaar (Belgio) per quanto riguarda le parti orchestrali. Un plauso va a Michael Hunter ormai da considerarsi il sesto membro della band. Insieme ai Marillion il valente produttore si è occupato degli arrangiamenti e della produzione. Sono opera sua anche le registrazioni e l'attento mixaggio. Sotto l'ala della Intact Ear Music l'album è stato rilasciato a livello mondiale il 4 Marzo del 2022. L'oscuro artwork, firmato Simon Ward è una sorta di spettro dei colori circolare abbozzato a pennello. Le 24 asticelle che simboleggiano le ore, sfumano in varie colorazioni, partendo da un tenue giallo mais, passando per rosso, rosa, azzurro e verde nelle varie tonalità fino a raggiungere la ventiquattresima, quella nera che rappresenta il buio. A scopo promozionale, dal 4 al 14 Marzo, l'artwork è stato impresso sulle fiancate dei classici taxi neri londinesi. Chi fosse stato a conoscenza della password che non era nient'altro che il titolo del platter, aveva diritto alla corsa gratuita. Una simpatica trovata che insieme all'ottima musica proposta ha fatto balzare l'album ai vertici delle classifiche in molti paesi del Mondo. Per esempio, a soli tre giorni dall'uscita l'album si è piazzato stabilmente al secondo posto della UK Albums Chart. Posizioni da record anche in Germania e Olanda. Che dire, i Marillion a quasi quarant'anni dall'esordio continuano a stupirci. Inizialmente,se pur di poco ho preferito il suo predecessore, ma con il passare del tempo "An Hour Before It's Dark" ha fatto breccia nel mio cuore, meritando comunque la massima valutazione. Un disco che non deve mancare nella collezione di ogni singolo fans della band, compresi l'integralisti seguaci del buon vecchio Fish. Consigliatissimo anche chi noncurante delle mode, continua imperterrito ad ascoltare il neo-progressive di cui i nostri sono i pionieri. Se non conoscete ancora la band e siete in cerca di un disco da ascoltare in una stanza buia con delle cuffie, giusto per stare un'oretta in pace con il Mondo a meditare e riflettere su tutte le brutte cose accadute in questi due ultimi due anni, avete trovato quello giusto.

1) Be Hard on Yourself
2) Reprogram the Gene
3) Only a Kiss
4) Murder Machines
5) The Crow And The Nightingale
6) Sierra Leone
7) Care
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