MANOWAR

Warriors of the World

2002 - Nuclear Blast

A CURA DI
ANDREA CERASI
12/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Nella prima metà degli anni 90 la spinta propulsiva che alimenta l'heavy metal classico giunge al termine, la parabola discendente degli eroi degli anni 80 arriva il culmine a causa di numerosi fattori che contribuiscono a cambiare drasticamente il mercato artistico, che si abbatte sul modo di fare e di produrre musica affrontando così nuove sfide e combattendo con i gusti delle nuove generazioni di ascoltatori. Il cambiamento, però, giunge anche a causa dell'inevitabile calo fisiologico e di ispirazione che colpisce la quasi totalità delle band storiche e i Manowar non sfuggono a tale indebolimento, pur conservando onestà e cattiveria. Tuttavia, la stabilità di line-up raggiunta dopo il grandissimo (ma dalla formazione transitoria) "The Triumph Of Steel" e la pubblicazione di "Louder Than Hell", album vincente ma che mostra evidenti limiti compositivi, determina il primo leggero calo nella qualità della proposta manowariana. Per molti, questo capitolo rappresenta l'inizio della fine, il giro di boa per l'involuzione, il termine ultimo dell'ispirazione artistica. Critiche a parte, l'album del 1996 conferma quanto di buono e sincero c'è nella musica dei Manowar, una delle pochissime band storiche ad attraversare indenni il periodo più buio per il metal classico, mantenendo fans e successo anche negli anni a seguire. Il contratto con la major Geffen (che all'epoca aveva sotto di sé Guns 'n' Roses, Death Angel, Aerosmith, Whitesnake, Nirvana, Sonic Youth, White Zombie), garantisce alla band una vasta diffusione del disco, ma anche numerosi passaggi in radio e in tv del singolo di lancio, il fortunato e amato "Return Of The Warlord", che in breve scala le classifiche mondiali, piazzandosi piuttosto bene, conquistando il pubblico più giovane. Anche in questo caso e nonostante le critiche (che non furono poche e che continuano tutt'oggi), i Manowar escono vittoriosi ed a testa alta dalla mischia, proseguendo dritti per la propria strada e confermando il loro impervio percorso artistico cominciato quindici anni prima e costellato da grandi e continui successi; il tutto da modo alla band di DeMaio di intraprendere un nuovo lunghissimo tour che dura ben quattro anni, e che fa tappa in ogni angolo del globo. A questo punto, per non lasciare a mani vuote i fans, la band rilascia due doppi live album consecutivi, il primo sotto Metal Blade e battezzato "Hell On "Wheels", nel 1997, il secondo distribuito dalla Nuclear Blast nel 1999 col titolo di "Hell On Stage". L'accoglienza riservata ai primi due live album del combo newyorkese è pazzesca, sintomo che il popolo metallico ha ancora fame di epic metal e di heavy metal in generale, accresciuta poi dall'esplosione del power europeo alla fine della decade che al metal classico fa riferimento e che comporta nuovi stimoli artistici e attrae nuovi adepti al culto del rock duro. I concerti in giro per il mondo evidenziano lo stato di grazia dei Manowar (sicuramente una delle migliori live band della storia) e l'ottima intesa tra i singoli membri che finalmente possono godere di una formazione stabile e unita, concentrata al 100% sulla musica. Dopo un'ultima tappa in Svezia per un mini tour in compagnia di Motorhead e Dio e l'apparizione al festival italiano Gods Of Metal nell'estate del 1999, i Manowar sono pronti a tornare in studio per comporre nuovo materiale. Ci vogliono ancora due anni per ascoltare materiale inedito, fino a giungere nel luglio 2002, quando la band, sotto la supervisione dell'etichetta (l'ennesima) Nuclear Blast, immette sul mercato il nuovo atteso album: "Warriors Of The World", anticipato dall'omonimo singolo che riscuote subito un successo a dir poco stupefacente, facendo presagire un lavoro potentissimo, ispirato e prodotto in maniera brillante, curato nei minimi dettagli. In realtà, il disco si rivela un prodotto riuscito a metà e con evidenti limiti, ma le vendite schizzano alle stelle facendolo diventare il secondo album della band più venduto dopo il leggendario "Kings Of Metal", tanto che il monicker Manowar, anche nel nuovo millennio, si conferma uno dei più famosi e osannati dal pubblico di tutte le età, perché vedono in questo nome coerenza e intransigenza, dedizione totale al verbo del metallo e professionalità sempre al servizio dei propri fans. Ken Kelly disegna la ruffiana ma iconica cover-art, con l'onnipresente barbaro in primo piano che posa trionfale sopra carcasse di uomini massacrati, infilzati dalla sua spada, mentre fieramente alza in cielo il vessillo americano, seguito nel gesto da altri guerrieri che sventolano bandiere di altri paesi. L'art-work è simbolico, poiché non solo è riferito alla musica dei Manowar e alla "fratellanza metallica" che unisce tutti i popoli del mondo sotto un unico culto, ma (come è spiegato all'interno del booklet) nasce anche e soprattutto dalla disperazione e dalla sofferenza scaturita dall'attentato alle Twin Towers di New York, città colpita al cuore e ancora sconvolta dalla paura di un terrorismo che ben presto dilaga in tutto l'occidente, partendo dagli U.S.A. per arrivare in Europa in pochissimo tempo e con tanti altri attentati. Ecco, i nostri dedicano l'intero album alle vittime della tragedia che ha sconvolto non solo loro da vicino, in quanto newyorkesi, bensì il pianeta e lo infarciscono di inni patriottici, cover inaspettate e canti di vendetta nei confronti dei nemici che hanno spezzato la pace nelle cosiddette "società civili", gridando a squarciagola la rabbia che li assale e mettendola al servizio del loro tradizionale epic metal.

Call To Arms

"Call To Arms (Chiamata Alle Armi)" mette in chiaro che i Manowar sono tornati e hanno sete di sangue. Le atmosfere epiche tornano a farsi sentire prepotentemente per la gioia di tutti fans della band e l'attacco è semplicemente fenomenale. Drumming possente e riffs violentissimi investono i timpani dell'ascoltatore, la guerra sta per cominciare ef allora bisogna sfoderare le lame, lanciarsi nella mischia. I cori epici ci introducono in un mondo barbaro e di epoca lontana, dunque Eric Adams lancia il primo feroce acuto, marchio di fabbrica della sua tecnica e dello stile del gruppo. Certo, l'età comincia a farsi sentire e l'acuto è molto più sporco e invecchiato rispetto al passato, quando le note erano acutissime e limpide, ma tant'è che il vocalist dimostra di essere ancora il numero uno sulla scena. Se i toni acuti sono ridimensionati, la voce è ancora potentissima e maestosa, così si parte con le prime strofe indemoniate scandite da ritmiche costruite su un riffing brutale, espressione massima di heavy metal puro, e su vorticosi giri di basso eseguiti dal leader Joey DeMaio. Adams incita alla foga, al suo comando l'esercito di guerrieri del mondo si scaglia contro i nemici e dopo poco questi sono già in fuga, molti soccombono altri pregano per la salvezza, ma non esiste pietà. Ora l'esercito è a casa, il campo di battaglia è il luogo chiamato casa, l'attesa è stata lunga ma adesso è giunto il momento. Il cambio di ritmo è repentino, gli strumenti si potenziano e subentrano i cori per aumentare l'estasi, Adams continua a narrare di questa notte magica, incitando i suoi a combattere per il regno dell'acciaio, lottare fino alla morte, spargendo sul terreno il sangue dei nemici. I versi che seguono ci proiettano verso lo straordinario ritornello, la melodia si fa più distesa, ed allora ecco che i guerrieri sono pronti a uccidere, sono pronti a coprirsi le spalle l'uno con l'altro, sono pronto a lanciarsi verso la vittoria. Lo sguardo dei nemici è attonito, la paura brilla nelle loro orbite e non hanno via di scampo. La notte appartiene ai difensori del metallo. I cori epici si fanno più incisivi e accompagnano questo rituale sacro, un culto fatto di sangue e di acciaio, ed ecco che si giunte al chorus, uno dei migliori refrain mai creati dai Manowar, che poggia sul solidissimo drumming di Columbus, il quale picchia più lentamente rispetto alle strofe, ma lo fa con ancora più violenza, mentre Logan e DeMaio incrociano le asce creando un vortice di suono che spazza via ogni cosa. Il momento è saliente, quasi liturgico, il regno tanto agognato si sta avvicinando, un regno fatto di gloria, popolato da soldati col cuore d'acciaio, tutti fratelli uniti nell'avventura e con le spade ancora grondanti sangue nemico. Karl Logan si inerpica in un solo velocissimo che si protrae per diversi secondi, poi arriva la seconda parte del brano, gli strumenti si fermano lasciando spazio a Scott Columbus ed ai soli cori che attaccano ancora col lungo pre-chorus, quindi Adams torna al microfono guidando tutta la band verso la vittoria, attraverso la ripetizione dell'incredibile refrain e sgolandosi in una serie di acuti da capogiro lasciando l'ascoltatore col ghigno malefico stampato in volto e il palato soddisfatto per un capolavoro di epicità di rara bellezza.

The Fight For Freedom

The Fight For Freedom (La Lotta Per La Libertà)" è la prima di una serie di ballate che occupano tutta la prima parte del disco. Il pezzo è dedicato alle vittime dell'11 settembre 2001 e quindi si palesa come un canto di libertà ma anche di vendetta, che tocca il cuore in profondità. L'aria struggente e sofferta viene messa in evidenza dalle tastiere suonate dal bassista, che vagamente ricordano le pace che si respirava in un altro grande brano della band, ovvero "Courage", altra ballata sospesa sui toni delicati della tastiera. La voce di delicata di Eric Adams, che sa alternare sapientemente enfasi demoniaca a morbidezza angelica, si inserisce all'interno di questa atmosfera rilassata, a mo' di preghiera, nel rispetto delle migliaia di morti causate dal terrorismo di matrice islamica. Nell'aria si sente un suono che aleggia, si ode provenire dal mare, ma non è palese a tutti perché bisogna aprire il cuore per sentirlo e farlo proprio: è il suono della libertà, onorato dalla memoria di tante vite spezzate. L'atmosfera si surriscalda, sembra di assistere a una parata di vittoria, il tocco delle campane, i piatti della batteria che rimbombano come tamburi, e allora le due quartine terminano qui e giunte il momento dell'orecchiabile ma prezioso ritornello, che scalda i cuori di tutti, tanto è bello e raffinato. Karl Logan esegue un riff graffiante, Columbus accelera il passo, rafforzando la base. La libertà è rappresentata dalle aquile che volano in cielo, si spostano dalle montagna e poi scendono giù in picchiata sul filo dell'acqua degli oceani; dunque anche l'uomo dovrebbe prendere esempio e liberarsi dalle catene che lo opprimono, cercando e lottando per ottenere la vera libertà, ma uniti si può tutto, basta solo volerlo. Si prosegue potenziando la strofa, non solo grazie agli strumenti ma anche per via dei cori che da questo momento in poi non abbandoneranno più la canzone. Ogni uomo può essere re, poiché questa sarebbe la vera democrazia, la vera uguaglianza, così bisognerebbe vivere per i secoli a venire, sotto il vessillo della libertà. Dopo il secondo ritornello troviamo un bridge fantastico, costruito su un riff potentissimo e dannatamente epico, infrangendo, anche se solo per poco, la morbidezza del brano. Qui Adams si rivolge al proprio popolo, grida di restare uniti, di alzare la mani al cielo, di marciare per la vittoria intonando questa canzone, poi l'andamento ritorna ad essere delicato, in stile ballad, e così si arriva alla coda finale con la ripetizione quasi esasperata del chorus. Un pezzo ottimo, profondo e dall'aria spensierata, decisamente riuscito, che con qualche accortezza in più e un taglio nella fase finale troppo ripetitiva sarebbe potuto essere enorme.

Nessun Dorma

Passiamo successivamente da un lento all'altro, precisamente al "Nessun Dorma", famosissima romanza tratta dalla Turandot di Giacomo Puccini, opera lirica in tre atti scritta negli anni 20 del 1900 e presentata per la prima volta nel 1926 a Milano. I Manowar, che da sempre sono legati ai proprio fans e da sempre li omaggiano con brani a loro dedicati, questa volta si cimentano in qualcosa di inedito e di sorprendente. Il tutto è nelle mani di un Eric Adams enorme come al solito, il quale, con accento americano piuttosto marcato e col fiato al limite della sopravvivenza, regala ai fans italiani (ma anche alla sua famiglia, di origine italiana) una performance di tutto rispetto, con tutti limiti del caso. Eh sì, perché un conto è essere il Re dell'heavy metal, voce spaziale e potenza inaudita, un conto è cimentarsi in un campo totalmente differente, quello della lirica, dove l'impostazione vocale è diversa e la tecnica alla base si apprende dopo anni e anni di studio. Eppure Adams si trasforma in tenore e porta a casa una bella esecuzione, con l'accompagnamento di un arrangiamento orchestrale rielaborato in studio da Joe Rozler, dedicandola alla memoria di sua madre Lillian, scomparsa proprio durante le registrazioni dell'album. L'opera di Puccini, scritta assieme a Renato Simoni e Giuseppe Adami tra il 1920 e il 1925, è ambientata a Pechino in un tempo immaginario, e narra della figlia dell'imperatore Turandot, promessa in sposa dal padre ad uno dei pretendenti di sangue reale che fosse riuscito a risolvere tre enigmi difficilissimi. Colui che non riuscirà a rispondere correttamente agli indovinelli dovrà essere decapitato, mentre soltanto il vincitore potrà aspirare ad avere la sua mano. Il nome del principe trionfatore è Calaf, il all'inizio dell'ultimo atto della tragedia, intona la famosissima aria, immerso nella notte, in totale solitudine e prima dell'alba, mentre aspetta di potersi dichiarare alla propria amata dal cuore di ghiaccio. Il testo è una dichiarazione d'amore nei confronti della principessa, chiusa della sua stanza a guardare le stelle in cielo aspettando di conoscere il nome del vincitore della gara, ma il mistero è ancora avvolto nella notte e sarà rivelato al dissolversi del buio. La cosa interessante da notare è che la romanza può essere considerata come la prima forma di canzone moderna, tanto che è composta da una voce solista e si basa su una struttura che alterna strofa e ritornello. Eric Adams offre una grande performance, anche se sul terzo "vincerò" del ritornello sforza non poco, per poi tornare nel suo ambiente verso la fine, quando lancia un acuto disarmante e gli strumenti elettrici esplodono per alcuni secondo ricordando a tutti che i Manowar suonano non dimenticano mai chi sono.

Valhalla

 "Valhalla" è un semplice interludio corale di 35 secondi, composto su esoteriche tastiere ma che poco aggiunge alla qualità dell'album, anche se può essere inteso, e così anche la seguente traccia dal titolo di "The March", come la prima incursione della band nella sinfonia e che sfocerà del tutto nel disco "Gods Of War" del 2007. D'altronde Joey DeMaio non ha mai tenuto nascosta la sua passione per la musica orchestrale, vista come genesi primordiale di metal. Questo fugace interludio ci porta all'ennesima ballata di "Warriors Of The World", creando uno strano climax che spezza il ritmo e rende soporifero il tutto.

Swords In The Wind

"Swords In The Wind (Spade Al Vento)" è una splendida canzone dedicata alle popolazioni scandinave e alla loro mitologia, fonte ispiratrice del combo americano. Un delicato arpeggio introduce ci introduce nelle sale del Valhalla, ed un appassionato Eric Adams intona una preghiera rivolta ad Odino, attraverso la quale ci rivela di essere un guerriero pronto alla morte, che non ha paura di battersi e di morire poiché sa già che la sua anima andrà nella stanza più grande e gloriosa del Valhalla, dove banchetterà con gli altri guerrieri e sarà felice. La prima quartina sguscia via cullando l'ascoltatore, morbida e profonda, un'altra apertura melodica di grande intensità prosegue grazie al continuo arpeggio di chitarra ma, questa volta, accompagnato dalle tastiere in sottofondo che riproducono dei rintocchi somiglianti a cori. Adams alza la voce, limpida e melodiosa, raggiungendo il picco di emotività; sta per perire sul campo di battaglia, alza lo sguardo in cielo e sa che l'immortalità lo attende. Il suo destino è completato ed allora i compagni lo soccorrono, trascinandolo lontano dalla foga, per poi lanciare una preghiera per la sua anima e farlo benedire, attraverso un incantesimo, dalla sacerdotessa del suo popolo. Chi muore in battaglia, con coraggio e orgoglio, non è destinato né al paradiso né all'inferno, ma la metà è una soltanto, accanto agli Dei del freddo Nord. Il pre-chorus fa presagire un refrain da togliere il fiato, altamente melodico, altamente profondo, il vocalist scalda la voce e afferma che siamo tutti figli di Odino, abbiamo il fuoco che ci brucia dentro e che, grazie ad esso, il nostro corpo è pieno di coraggio e di vita. Ecco lo strepitoso ritornello, ancora accompagnato dalle timide tastiere e dall'incantevole arpeggio di chitarra, ed è un trionfo di orgoglio e di sacralità che solo i Manowar sanno raggiungere. Spade alzate al vento, navi da guerra che solcano i mari in tempesta, con le stelle a fare da guida nella notte scura, tutto ciò è l'eredità del guerriero, la vita del barbaro, il cui unico obiettivo è quello di rendere omaggio alle proprie divinità e di battersi per una vita gloriosa nell'oltretomba. A questo punto esplodono gli strumenti, Columbus infierisce sui piatti, DeMaio comincia a pompare sangue nelle vene e Logan si lancia in un assolo dal ritmo contenuto che sembra riprodurre una marcia funebre, ma la fase strumentale dura meno di un minuto, perché si ricomincia con le strofe, questa volta più agguerrite e potenti al servizio della voce cupa e adirata del cantante. La morbidezza lascia spazio alla ruvidità, si stanno narrando le fasi concitate di questa battaglia, le lame insanguinate, corpi a terra privi di vita, il sorriso del nostro protagonista mentre inferte l'ultimo colpo al nemico ed il ghigno che lo sorprende mentre uccide che lo fa sbilanciare in una fragorosa risata (che sentiamo protratta dallo stesso Adams). Così ritorna il refrain, potenziato dalla base ritmica e trascinante per intensità e solennità, ma lo troviamo doppio, cioè ripetuto con un testo differente, nel quale il nostro vichingo è oramai deceduto e il suo corpo viene messo su una pira in fiamme e lasciata andare nella vastità del mare. Il suo spirito volerà assieme alle valchirie, che lo trasporteranno nel Valhalla, dove avrà il riposo eterno. La coda finale è occupata dalla ripetizione del ritornello e i cori diventato via via sempre più presenti aumentando la sacralità del momento.

An American Trilogy

"An American Trilogy (Una Trilogia Americana)" è una ballad del 1971 scritta da Milton "Mickey" Newbury, cantautore statunitense attivo dalla fine degli anni 60 fino alla morte avvenuta proprio nel 2002, mentre i Manowar stanno preparando il disco. Perciò questi decidono di omaggiare un grande della musica popolare americana, che tanto ha dato, artisticamente, al suo paese e tanti pezzi ha scritto per artisti importanti (Johnny CashRoy OrbisonRay CharlesB.B. King). Il brano in questione ha scalato le classifiche americani, restando in vetta per parecchie settimane, senza però mai uscire dai confini della nazione, fino a quando il grande Elvis Presley non ne fece una cover l'anno seguente, rendendolo famosissimo in tutto il mondo tanto da venire considerato da molti alla stregue di un canto popolare della storia degli U.S.A.. L'orgoglio ferito di New York dopo l'attentato alle torri e la morte di uno dei massimi rappresentanti della musica country hanno spinto la band a omaggiare entrambi con un'unica canzone. Una canzone assai importante per ogni americano, visto che riprende le mansioni quotidiane della provincia rurale, sottoforma di canto religioso. Joey DeMaio esegue degli accordi di basso altamente metallici, e subito Eric Adams dà inizio al rito, cantando si volersi trovare nella terra del cotone, ovvero tutti i campi nei quali si raccoglieva il cotone e dove la maggior parte dei poveri (soprattutto di colore) lavorava con fatica. I vecchi tempi non sono stati dimenticati anzi, fanno ancora parte della tradizione americana, e la regione delle Dixieland ancora oggi viene ricordata con nostalgia e amore. Dixieland era la regione del sud-est degli U.S.A., protagonista della guerra di secessione (1861 - 1865) che vedeva l'unione di alcuni Stati (Alabama, Mississipi, Florida, Okhlaoma, Tennesse, Texas, Virgina, Lousiana e altri) congiunti sotto il nome di Stati Confederati d'America e dove la maggior parte dei neri fu agglomerata creando intere aree dove il popolo degli afroamericani potesse vivere, dando poi modo di sviluppare la cultura africana e fonderla con quella americana. Tutto ciò contribuì alla nascita di culture ben distinte che abbracciano diversi settori, da quello lavorativo a quello culinario, da quello spirituale a quello artistico, che all'inizio del XX secolo vide appunto la nascita del jazz e del blues, i generi prediletti da queste regioni. La seconda strofa sembra un canto gospel, uno di quelli che un secolo fa accompagnava i lavoratori durante il lavoro nei campi, fatto di cori delicati e molto orecchiabili, e infatti Adams è liturgico, molto delicato, sommerso dai cori, quando ripete che vorrebbe ritornare nelle Dixieland, la terra di tutto il popolo americano di oggi, dove vorrebbe vivere e vorrebbe morire. Parte il ritornello, Columbus diventa più forzuto, Karl Logan accenna qualche riff violento ma subito stoppato e Adams grida "Hallelujah" (traslitterazione di una parola ebraica che significa "Pregare Dio") con grande dignità, sorprendendo i fans dei Manowar che mai si sarebbero aspettati un cover del genere, tuttavia entusiasmante e ben interpretata dalla band. Il nuovo verso è basato sulle malinconiche note di piano suonato dal bassista e che rendono il momento ancora più aulico, nel quale si assiste al funerale di un brav'uomo, uno di quei lavoratori che tanto hanno patito nei campi, sotto il sole cocente o sotto la pioggia che ogni tanto affoga quelle terre. Ma il momento di tristezza è finito, la pace ora è in mezzo al popolo e la benedizione è giunta dall'alto. L'animo metallico del gruppo fuoriesce proprio nella coda finale, dove gli strumenti cominciano a farsi sentire (assieme ai cori epici), e sembra di assistere a una parata militare in onore dei caduti, ricordandoci che tutto ciò è scaturito dalla sofferenza per le vittime dell'11 settembre.

The March

"The March (La Marcia)" è un brano orchestrale che, in un certo quel modo, anticipa quanto faranno i Manowar in un album come "Gods Of War" (2007), concept sinfonico dedicato agli Dei nordici e che fa un pesante (anche troppo) uso di parti strumentali/sinfoniche. Questo pezzo è un esperimento di Joey DeMaio, dedicato al compositore tedesco Richard Wagner, considerato dal musicista come il padre dell'heavy metal per via dei sue composizioni pompose, altamente trionfali e dal forte impatto emotivo. Wagner è infatti uno dei grandi protagonisti del romanticismo ottocentesco che ha ispirato non solo l'heavy metal (in particolare epic e power barocco) ma anche colonne sonore per film per arrivare persino a influenzare un certo tipo di rock progressivo (basta ascoltare l'album "Parsifal" dei nostrani Pooh, dove il concept è proprio ispirato a un'opera di Wagner). Bene, DeMaio produce questa breve composizione utilizzando vari suoni, campane, cori angelici, tamburi, ecc) per creare un qualcosa che assomigli alla magia delle opere di Wagner, pur restano il tutto fin troppo casalingo ma ben amalgamato. L'intento è comunque riuscito, la sensazione di malinconia romantica è ben percettibile, così come trasuda in ogni singola nota il sentimento di orgoglio e di trionfo tipico delle opere del maestro tedesco. Qui e là, infatti, emergono passi ripresi dal "Tristano e Isotta", del "Parsifal" o de "L' Anello Del Nibelungo", tutti uniti in una forma-canzone di natura epica tipica alla Manowar. In definitiva, un buon brano e un azzeccato interludio.

Warriors Of The World United

Un riffing evocativo e di natura epica apre "Warriors Of The World United (Guerrieri Del Mondo Uniti)", un pezzo abbastanza lungo e talmente potente da catturare alle prime battute, scatenando i più feroci istinti animali. Columbus è controllato ma terremotante, capace di infliggere colpi strazianti alla sua batteria, inoltre subentrano i cori di aulica che danno inizio alla battaglia per la gloria, rafforzando il concetto di epicità insito nella traccia. Sin da subito ci troviamo di fronte a un gioiello di potenza, di adrenalina e di classe come pochi se ne sentono in giro, pietra preziosa che soltanto i grandi sanno comporre. Karl Logan e Joey DeMaio si alternano nell'esecuzione di suoni alienanti e lisergici, trasmettendo ruvidità e claustrofobia, come se ci trovassimo all'interno di una fabbrica dove fuochi, scintille e oggetti metallici, tra cui numerose catene, fanno parte del contesto e soprattutto del suono. Il basso pulsa adrenalina e scalda gli animi. I cori diminuiscono di intensità lascinado qualche secondo di attesa per farci riprendere, così entra in scena un demoniaco Eric Adams che, con voce sospirata, intona la prima cattivissima strofa, narrando del ritrovo di soldati, uniti per combattere il nemico, pronti alla mischia e al pianto della battaglia. Le spade innalzate al cielo in segno di rispetto agli Dei, i cuori in preda all'adrenalina, gli eroi vanno incontro alla morte o alla vittoria, senza alternativa alcuna. Adams potenzia la seconda quartina incitando i compagni ma anche l'ascoltatore, totalmente imbambolato da un pezzo così forzuto e ipnotico. La sezione ritmica cambia andamento, diventando ancora più aggressiva e feroce, e allora la guerra prosegue, le armi stridono facendo, omaggiano la sacralità del metallo. Tutti noi combattiamo per una filosofia di vita importante, per la libertà di espressione, per le nostre passioni, per le amicizie, per gli amori, per la musica, e allora i guerrieri citati nel testo rappresentano tutti noi ascoltatori, tutti uniti sotto un cielo torbido e plumbeo, presagio di morte e di vittoria. Il ritornello è un colpo al cuore, un grido di trionfo, un comando per battersi e per vincere, roba che incita a impugnare una spada per andare in città a spaventare i passanti. La melodia è accentuata, molto orecchiabile e probabilmente composta per essere cantata a squarciagola durante i live, come del resto quasi ogni brano composto dai Manowar. I guerrieri del mondo sono invitati a prendere parte alla guerra e ad alzare le braccia in alto sfoderando le lame luccicanti e assetate di sangue per poi gettarsi nella mischia paragonandosi un tuono che si infrange a terra. I nemici intralciano il cammino dei guerrieri, ma questi non l'avranno vinta, cederanno alla disperazione e al dolore, perché i Manowar e i loro seguaci sono protetti dagli Dei, sono come la pioggia, il tuono e il fuoco, perciò hanno una forza distruttiva implacabile. Tutto ciò viene narrato nelle due strofe che seguono, ma non solo, perché gli avversari sono uomini falsi, ipocriti e vigliacchi, e dovranno confessare le loro colpe prima di morire, andando ad infrangere tutti i loro sogni, non meritevoli di salvezza. Secondo refrain, decorato con cori epici che mettono i brividi, e poi all'improvviso arriva il break centrale, spesso utilizzato dalla formazione americana al fine di inserire la fase poetica all'interno delle cavalcate epiche. Questo momento poetico è evidenziato dall'arpeggio di chitarra simile a quello di un'arpa, a evocare tempi remoti, proiettandoci in un contesto medievale, quando le battaglie epiche si facevano realmente. Adams è enorme come interprete e recita bene la scena tragica, che è poi una preghiera rivolta ai suoi cari prima di scendere in guerra morire, dimostrando di essere un fuoriclasse assoluto nella scena metal. L'emozione è acuita dalle tastiere suonate dal leader DeMaio, aumentando notevolmente il pathos, ma tutto cambia repentinamente e allora un acuto spezza l'idillio e si riparte con lo splendido chorus che si trascina fino alla fine del brano tra acuti disperati, cori celestiali e sezione ritmica tritasassi. Questo è un pezzo che cambia pelle, ben dosato nelle sue parti, dotato di una melodia strepitosa e di una parte strumentale ispirata.

Hand Of Doom

"Hand Of Doom (La Mano Del Fato)" è una cannonata power metal, Columbus pesta come un dannato, poi Logan e DeMaio si scatenano in assoli e riff forsennati, acuiti da cori battaglieri in primo piano che danno la sensazioni di proiettarci in guerra, di fianco ai vichinghi. La velocità della ritmica è impressionante e la ferocia cattura per un headbanging spacca collo. Eric Adams è arrabbiato nero, e la sua voce si fa mefistofelica nel narrare della punizione inflitta ai nemici, stritolati dalle forti mani del destino e il cui dolore sarà la gioia dei guerrieri fedeli agli Dei. Le ceneri dei guerrieri sacrificati saranno sparse al vento, per onorarne la gloriosa vita, e nessuno sarà lasciato in vita; le carni dei nemici date in pasto ai lupi, il sangue sparso a terra come concime, le armi battenti e luccicanti nel cuore della notte. Ogni nemico della fede sarà spazzato via per il martello di Thor. Il ritornello giunge temerario, all'improvviso, facendo sussultare per la violenza inaudita, Logan si inerpica in un riffing entusiasmante, duro come cemento, sul quale il vocalist intona il bel refrain, dotato di potenza ma anche di irradiante melodia. Un tuono nel cielo, il segnale dato da Thor per l'attacco, ed è il momento di colpire il nemico gettandosi nella foga. Molti moriranno, molti resisteranno, ma tutti saranno venerati nella sacra ala del Valhalla. Si prosegue senza sosta con dei versi ancora più veloci e potenti, nei quali si combatte con le armi alzate al vento ormai sporche di sangue, le porte della morte sono già visibili in lontananza e per i nemici non ci sarà scampo, inutile la fuga, inutile nascondersi, la loro eredità , la loro memoria e i loro nomi saranno per sempre cancellati; Adams è perentorio, nessuno di loro si salverà. Secondo ritornello ed ecco che giunge il bridge centrale che vede l'alternanza di assoli tra Logan e DeMaio, che si sfidano in duello, aumentando e rallentando di continuo il ritmo generale del brano. La scarica impetuosa di Scott Columbus si infrange nella terza parte, dove restano udibili soltanto i suoi fendenti, questa volta più contenuti, e la voce modificata in stile demone del vocalist che ripete le strofe precedenti e poi si lancia nei suoi incredibili acuti. Un pezzo veloce, dinamico, ottimo dal punto di vista melodico e strumentale. Una bomba metallica. 

House Of Death

"House Of Death (La Casa Della Morte)" è la traccia più potente di "Warriors Of The World", costruita su una sezione ritmica che ha dell'incredibile tanto è poderosa e irrefrenabile. La struttura denota una certa prevedibilità di fondo, ma ciò sfocia in un corpo snello e dinamitardo, alternando strofe e ritornelli senza orpelli introduttivi, ma essendo una conseguenza l'uno dell'altro. La raffica di riff eseguita da chitarrista e bassista si affianca al massiccio drumming dosato con mestiere da uno Scott Columbus ispirato. Sugli strumenti svetta la voce onnipotente e severa di Eric Adams, il quale, a mo' di cantilena intona bellicose strofe di vendetta, ma che esprimono la filosofia del guerriero. Sangue e saette, mischiati insieme nella pioggia dove ogni uomo si deve inchinare di fronte al nome di Thor, dio del tuono, protettore dei vichinghi, in suo onore il barbaro muore, si immola per la gloria eterna. L'eroe è colui che non rinnega nulla, che vive senza rimorsi, lasciandosi alle spalle il passato, per poi proseguire il proprio cammino fatto si violenza, disperazione, solitudine ma anche di gioia, fratellanza e vittorie. La morte sarà il coronamento di questo percorso interiore. Il chorus non lascia scampo, è funesto e schiacciante, composto su pochissime ma importanti parole gridate al vento da un Adams scatenato e iracondo che si dilunga nei suoi immancabili acuti. Si prosegue su questa scia con la seconda fase, e ancora troviamo due strofe e un ritornello a suggellare a prenderci per mano e condurci all'inferno, dove dimorano gli eroi. Come da tradizione, sette sono i cancelli dell'inferno, sette passaggi da attraversare per giungere a casa, negli inferi, dove le tenebre sono profonde, ma il nostro protagonista è orgoglioso di perire da vero guerriero e onorare così i suoi Dei. Il bridge è probabilmente la cosa più interessante del pezzo, la voce del cantante è modifica come se provenisse dalle regioni più remote degli inferi, accompagnata persino da una seconda voce che fa da coro e che rantola mentre vengono scandite le parole del testo, dietro le quali DeMaio esegue un sinistro arpeggio. Nelle tenebre più oscure, l'animo del guerriero è pronto per ricevere l'immortalità, il suo cuore è svuotato da ogni dolore e da ogni rimpianto, ma prima di esalare l'ultimo respiro si dovrà accertare che ogni nemico sia stato ucciso. La chitarra di Karl Logan esplode come una fucilata al termine del bridge, eseguendo un vorticoso assolo, coadiuvato dalla potenza sonora del resto della strumentazione che innalza un muro sonoro davvero mastodontico. Eric Adams si trascina lanciando acuti a tutto spiano, fomentando gli animi e conducendoci al termine dei questa furiosa canzone epica. 

Fight Until We Die

Fight Until We Die (Combattiamo Fino Alla Morte)" è una tempesta sonora che strizza l'occhio al power metal teutonico, gli strumenti lanciati a mille che ricordano, per foga e per ritmica, la fase finale di "Achilles, Agony And Ecstacy In 8 Parts", suite capolavoro che faceva da apripista nel dirompente "The Triumph Of Steel", la cui ultima parte era tempesta di riffs glaciali e da colpi iracondi inferti alla batteria da un Rhino in grande forma, decisamente più agile e tecnico del povero Columbus. Ma in quanto a potenza, quest'ultimo non è secondo a nessuno, e dimostra la sua forza nell'ultimo brano di "Warriors Of The World". I Manowar si giocano tutto il testo nel giro di un minuto e mezzo, tanto basta infatti per esprimere tutto ciò che hanno da dire, sparpagliandolo tra un doppio chorus, una sola quartina e un breve pre-chorus. La struttura è molto concisa e verrà ripetuta per due volte ripetendosi come davanti a uno specchio, fino al raggiungimento dei quattro minuti, evidenziando un po' la pochezza di idee alla base. Tuttavia, poche idee ma buone sono uno delle caratteristiche principali della band, e allora tutti ci danno dentro come meglio possono, regalando al pubblico una grande prestazione e un'ottima canzone da cantare squarciagola. Il concetto espresso è sempre quello: i nemici si avvicinano, i cuori palpitanti pieni di adrenalina, ma anche di paura, le voci interiori che si accavallano per combattere la disperazione, dunque un segno dal cielo, le stelle si allineano, una saetta lanciata da Thor e infine la guerra corpo a corpo. Nel refrain, tutti i guerrieri sono chiamati alle armi, uniti come fratelli contro i nemici, pronti a sacrificarsi per l'heavy metal, insieme per vincere o per morire, non c'è altra via. Thor interviene in battaglia, con la sua schiera di demoni, che non sono altro che gli spiriti dei guerrieri morti ma tornati sul campo in aiuto dei proprio fratelli ancora in vita. Logan esegue quello che forse risulta il miglior assolo dell'album, velocissimo e dannatamente metallico ma che non disdegna orecchiabilità e precisione e ciò è l'unico mezzo che divide i due corpi che dividono l'intero brano. La seconda parte, come accennato in precedenza, ripropone quanto ascoltato nella prima, replicando musica e liriche, per poi dilungarsi sul finale con il ritornello sul quale Adams porrà il suo sigillo emettendo decine di acuti animaleschi.

Conclusioni

"Warriors Of The World" è un album che mette in evidenza tutto il patriottismo e l'ira che affiora nell'anima dei quattro musicisti alla luce dell'attentato alle Torri gemelle dell'anno precedente, ma che rappresenta anche un ritorno alle sonorità epiche, quasi totalmente assenti nel precedente capitolo discografico, più incentrato sugli inni motociclistici e sull'amore per la musica dura piuttosto che sulle battaglie epiche e sull'esaltazione dei valori umani, marchio di fabbrica del combo americano da ormai due decenni. Proprio l'orgoglio di stampo americano, ovvero quello di una nazione ferita dalla piaga del terrorismo, emerge prepotente nei solchi di questo disco, attraverso testi di vendetta, carichi di odio nei confronti dei nemici della società moderna, e di libertà intellettuale. Spinto anche da questa ricerca della verità e dall'affermazione dei propri ideali, nonché dal rinnovato interesse nei confronti dell'heavy metal duro e puro all'alba del nuovo millennio, l'album riscuote un grandissimo successo (come del resto tutti gli album firmati Manowar) sin dalla sua uscita, grazie a un paio di pezzi enormi come "Call To Arms" e "Warriors Of The World United", due veri cavalli di battaglia che trascinano l'intero lavoro, ma anche grazie al "Nessun Dorma" di Giacomo Puccini ricantato per omaggiare il pubblico italiano e che ben presto conquista i cuori dei fans europei che dal vivo la richiedono insistentemente. La produzione, semplicemente perfetta ad opera della Nuclear Blastesalta la grinta della band, mettendo in risalto ogni minimo particolare (anche i limiti tecnici) attraverso suoni pomposi e cristallini. La classe non manca di certo in questo lavoro, ma purtroppo non tutto funziona bene, a cominciare proprio dalle due cover: "Nessun Dorma", la popolare romanza (o aria) tratta dalla Turandot, è certamente ben interpretata da un mostro sacro come Eric Adams, ma diciamo la verità una volta per tutte: l'italiano "americanizzato" fa sorridere e l'esecuzione è soltanto discreta, piuttosto debole se paragonata alle versioni cantate da veri tenori. Per la serie: ognuno si dedichi al proprio campo. La seconda cover, e ciò è ancora più atipico nella discografia della band visto che risulta l'unico esperimento della stessa, è la rivisitazione di "An American Trilogy", un pezzo di Mickey Newbury del 1971, buona sicuramente ma forse fuori contesto. Gli altri brani presenti in questo album non aggiungono molto alla bontà del prodotto, salvo la splendida "Swords In The Wind", emotivamente toccante e poetica, o "The Fight For Freedom" e "Hand Of Doom", buone ma un poco ripetitive. Ma il vero problema di "Warriors Of The World" è proprio l'ordine della scaletta, dove troviamo una prima parte, quella più consistente, costituita da ballate e una fase finale occupata da brani potentissimi ma troppo uguali tra loro. In un disco heavy metal è davvero fastidioso trovare più lenti rispetto a canzoni heavy, inoltre la suddivisione in due blocchi annoia, mettendo in risalto tutti i difetti delle composizioni. La cosa che sconcerta è il fatto che i Manowar non si siano resi conto che una track-list del genere è alquanto impresentabile, risultando prolissa e calibrata malissimo. Non è possibile che in un album epic metal, dopo un attacco energico con il capolavoro "Call To Arms", si trovino quattro ballads ("The Fight For Freedom", "Nessun Dorma", "Swords In The Wind", "An American Trilogy"), una intro ("Valhalla") e un pezzo orchestrale ("The March", tra l'altro primo esperimento orchestrale che sarà sfruttato nel concept "Gods Of War") l'uno di seguito all'altro a spezzare il ritmo dell'album, per poi lasciare l'ascoltatore con una manciata di pezzi ottimi e potenti ("House Of Death", "Hand Of Doom", "Fight Until We Die",) ma praticamente identici tra loro sia per struttura che per melodia evidenziando una carenza di idee, dove spicca per originalità soltanto la famosa title-track. Una struttura più snella e "movimentata" avrebbe giovato di certo all'ascolto dell'opera, magari alternando tracce lente (che comunque sono troppe) a quelle dinamiche (che sono troppo poche e identiche tra loro) e ponendo il "Nessun Dorma" in chiusura, tanto per offrire un climax più ragionato. Resta un mistero del perché due ottimi brani e piuttosto dinamici come "The Dawn Of Battle" e "I Believe" siano stati scartati per poi essere lanciati come unico singolo soltanto due mesi dopo l'uscita di "Warriors Of The World", quando avrebbero potuto prendere parte al disco, magari andando a sostituire le due cover presenti, aumentando di conseguenza la qualità del full-lenght. Comunque, nonostante le critiche, l'album viene accolto benissimo dal pubblico e soddisfa la maggior parte dei fans della band, venendo considerato addirittura un'opera di grande valore; bisogna però essere obiettivi, ci sono dei difetti sui quali non si può passare sopra, ci sono dei limiti che non possono essere ignorati, gli stessi limiti che, almeno per quanto mi riguarda, relegano l'album al di sotto sia del precedente "Louder Than Hell" (più scorrevole e con pezzi più azzeccati) sia del successivo "Gods Of War" (molto prolisso ma dotato di composizioni davvero epiche e maestose). Alla lunga le pecche fuoriescono e rimane l'amaro in bocca, poiché con maggiori accorgimenti e minore ingenuità, la qualità di questo lavoro del 2002 sarebbe potuta essere di gran lunga più soddisfacente. Resta comunque una buona prova da parte dei mitici Manowar, intrisa di ottime atmosfere e con qualche melodia vincente, ma nulla di più.

1) Call To Arms
2) The Fight For Freedom
3) Nessun Dorma
4) Valhalla
5) Swords In The Wind
6) An American Trilogy
7) The March
8) Warriors Of The World United
9) Hand Of Doom
10) House Of Death
11) Fight Until We Die
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