MANOWAR

The Triumph of Steel

1992 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
01/07/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Con il successo clamoroso riscontrato alla fine degli anni '80, niente e nessuno sembrava riuscire fermare la trionfale marcia dei Manowar, autoproclamatisi appunto Re dell'Acciaio. "Kings Of Metal" fu un successo immediato, venne accolto bene in tutto il mondo risultando l'album più venduto della band di Auburn; e così, tra risibili proclami, brani autocelebrativi, sperimentazioni egocentriche e tanta tantissima presunzione, la band conquistò un posto di primo ordine nell'Olimpo dell'Heavy Metal. E meritatamente, aggiungerei, nonostante tutto l'egocentrismo un po' fine a se stesso. Potenza, acciaio, passione, cuore, questi sono gli ingredienti della musica firmata Manowar e soprattutto quelli di  un disco destinato a cambiare una piccola parte della storia della musica, tanto da diventare a dir poco leggendario sin dalla sua uscita, nell'Ottobre del 1988. L'evoluzione iniziata con "Fighting The World" giunse quindi a compimento e il risultato fu decisamente superiore a quello riscontrato con l'archetipo, legando indissolubilmente epica e "musica sbruffona" in un vincolo di sangue che conquistò di fatto adepti in ogni angolo di mondo. Certo, se da una parte questa evoluzione comportò maggiore visibilità e sempre più consensi tra il pubblico, dall'altra ne rivelò tutti i limiti, costringendo la band all'utilizzo eterno degli stessi "trenta maledetti vocaboli" (liricamente parlando) in una sorta di esasperazione auto celebrativa destinata ad appiattirsi nel proseguo di carriera, rivelando una stasi concettuale (ma non musicale, dato che ogni album dei Manowar suona differente) che sfiora tutt'oggi il risibile. Ma i Manowar sono questi, eccessivi e (fin troppo) coerenti, e "Kings Of Metal" fu l'incarnazione stessa della filosofia manowariana, dove l'epic metal fomenta gli animi e gli inni alle moto e alla birra uniscono i metallari di mezzo mondo. Nella primavera del 1989, i Manowar si imbarcarono dunque in un lungo tour in compagnia dei Virgin Steele, ma data l'estenuante vita on the road, all'alba degli anni '90, il chitarrista Ross "The Boss", colonna portante del combo americano, decise di abbandonare per rimettere in piedi la sua prima band, i Dictators, progetto punk rock sicuramente meno impegnativo. Da lì a poco, anche il batterista Scott Columbus fu costretto ad allontanarsi dai compagni a causa di alcuni problemi famigliari, ma Joey DeMaio ed Eric Adams non demorsero, decidendo di proseguire, reclutando gli sconosciuti David Shankle e Kenny Earl Edwards (detto Rhino); iniziando di fatto un nuovo percorso creativo (il terzo in carriera) che, li portò verso una ulteriore evoluzione stilistica, sicuramente la più coraggiosa, che culminò con la pubblicazione del disco che ci apprestiamo ad analizzare. "The Triumph Of Steel" esce nel settembre del 1992 e, come accennato pocanzi, mise in luce l'ennesima evoluzione stilistica della band americana, che questa volta si cimentò in un epic metal potentissimo, pesante come un macigno, con una track-list costituita da pochi brani ma dalla durata media abbastanza lunga (a cominciare dalla traccia d'apertura che sfiora la mezz'ora). Mai come in questo caso i Manowar suonarono così tecnici, così coraggiosi, così violenti, sfidando ancora una volta le leggi del mercato che ordinavano di pubblicare, agli inizi della decade, album più intimisti o comunque influenzati dalla corrente grunge e da quella alternative, le quali velocemente stavano fagocitando ogni genere, mandando in malora tutto quanto avesse a che fare con l'hard 'n' heavy di stampo classico. In questo delicato e sfuggevole contesto storico, i Manowar dimostrarono, ancora una volta, di fregarsene di tutto e di proseguire dritti per la propria strada, col rischio di andare incontro a un vero e proprio suicidio artistico. Ma il barbaro in copertina (disegnato come al solito dal fido Ken Kelly) è sempre lo stesso, simbolo di un modo di essere coerenti e puri che ha pochi eguali in campo metal e che prosegue dritto per la propria strada senza guardare in faccia niente e nessuno, prendendosi ciò che gli spetta, nonostante il cambio generazionale, l'attenzione rivolta a nuovi contesti e i nuovi gusti del pubblico. In tutto ciò e contro ogni previsione, i Manowar ne escono ancora una volta trionfali, sintomo che in un decennio sono riusciti a crearsi una fanbase forte e fedele come poche altre band al mondo.

Achilles, Agony And Ecstasy In Eight Parts

"Achilles, Agony And Ecstasy In Eight Parts (Achille, Agonia ed Estasi In Otto Parti)" è il brano più ambizioso nella storia della band, ma anche di tutto l'epic metal classico, ben ventotto minuti e mezzo di epicità allo stato puro e suddivisi in otto parti ben distinte, dove ogni singolo musicista avrà modo di ritagliarsi ampi spazi e soprattutto dove DeMaio e Adams testeranno, come vedremo, le capacità dei nuovi entrati. Il Preludio è affidato alla batteria di Rhino e alla chitarra di Shankle, i quali creano, per circa un minuto, un'introduzione cavalleresca a mò di marcia, che proietta l'ascoltatore indietro nel tempo, sulla costa dell'attuale Turchia, tra le sabbie dove un tempo sorgeva la leggendaria città di Troia. Come si può evincere dal titolo del pezzo, i Manowar ci raccontano della mitologica guerra narrata dall'Iliade di Omero, in una sorta di traccia-concept a dir poco geniale. Con "Hector Storms The Wall (Ettore scende in campo)" la sezione ritmica esplode, la produzione ne mette in risalto minima qualità, e la band si lancia in un mid-tempo dannatamente epico e sul quale hanno costruito l'intera carriera. Shankle è perfido, Rhino è un terremoto dietro le pelli, ma a svettare è ancora il basso di DeMaio, potenziato al massimo per una prova davvero magistrale. Questa prima sezione è formata da due lunghissime strofe e frammentate da un bellissimo cambio di tempo dettato da Rhino, batterista molto potente e tecnico, capace di mettersi subito in mostra e di donare maggiore fluidità e dinamismo ai brani rispetto al dimissionario Columbus. Eric Adams mefistofelico, canta con un vocione maturo ed interpreta le liriche egregiamente, narrando appunto di Ettore, principe troiano, che guida il proprio esercito contro gli invasori provenienti da tutta la Grecia, ricacciandoli in mare, da dove sono venuti, e costringendoli a rifugiarsi sulla spiaggia grazie a una pioggia di giavellotti e pietre scesi giù dal cielo. Ettore è protetto dagli Dei e difende con coraggio le mura della sua città. Zeus è con lui, guida la sua spada, si riflette nel suo scudo, lo incoraggia a combattere nel fuoco della battaglia. Nella foga della guerra, mentre i greci stanno perdendo e si stanno ritirando, inizia la seconda fase della canzone con "The Death Of Patroclus (La Morte di Patroclo)". Questa parte è molto concitata, seppur abbastanza breve, la chitarra elettrica riproduce dei suoni malinconici, dunque emergono dei cori accompagnati dai rintocchi delle campane. La battaglia termina e il tutto si quieta, resta solo il rumore del vento, riprodotto dalle tastiere suonate dallo stesso Joey DeMaio, e i versi si trasformano in una cantilena funebre. Adams è evocativo, canta della morte di Patroclo, il migliore amico (e forse amante) del prode Achille. Ettore gli ha tagliato la gola durante il combattimento, così il vocalist, incarnando Achille stesso, giura eterna vendetta promettendo che ucciderà il nemico, gli spillerà ogni singola goccia di sangue, gli fracasserà le ossa e trascinerà il cadavere lungo il campo. Così saluta l'amico, chiedendosi perché gli abbia rubato l'armatura spacciandosi per lui e su questo interrogativo ritornano i tristi cori e il malinconico soffio del vento. Ora Patroclo è morto e questo è un giorno triste per l'eroe e per tutti i greci, in particolare i Mirmidoni, popolo della mitologia greca discendente da Zeus e di cui Achille era re. Con "Funeral March (Marcia Funebre)" inizia un lungo periodo strumentale che riproduce, appunto, una marcia funebre, guidata dalla chitarra di David Shankle. Le campane suonano a lutto, il brano diventa una ballad nostalgica e molto melodica e immaginiamo lo svolgimento del rito funerario, il corpo denudato di Patroclo adagiato su una piroga, con due monete sugli occhi, e arso. Rhino comincia a colpire duramente la batteria, accrescendo la sensazione di tristezza che inonda il cuore di Achille, dopodiché ci trasporta nell'altra fase strumentale, chiamata "Armor Of The Gods (L'Armatura degli Dei)", dove si ritaglia uno spazio tutto suo lanciandosi in un solo di batteria (troppo) duraturo ed efficace dove può mettere in evidenza il suo talento. Ciò che egli riproduce è proprio la vestizione, da parte di Achille, dell'armatura forgiata dal dio del fuoco Efesto e donatagli dallo stesso Zeus, di cui egli è discendente diretto. Rhino è perfetto nell'esecuzione, tramite rallentamenti e accelerazioni in doppia cassa riesce a farci immaginare la sacralità della scena. Prima il dio Efesto che nella sua fucina forgia l'armatura in oro e in acciaio, decorandola nei minimi particolari, e poi regalandola al guerriero Achille, affinché la indossi per prepararsi alla vendetta. Rhino comincia a scalciare, cambia improvvisamente tempo e dà inizio all'ennesima fase del brano, denominato "Hector's Final Hour (L'ultimo istante di Ettore)", introdotto da un flauto che subito ci fa intendere di ascoltare un momento sacro. Eric Adams ritorna in scena, accompagnato ancora dalle tastiere e dalla batteria, per intonare ancora due strofe, la prima sussurrata e la seconda cantata a gran voce ma sempre in modalità ballata accompagnata da cori angelici, attraverso la quale narra dal punto di vista di Ettore, portandoci all'interno delle mura di Troia, dove c'è fermento e tensione per l'imminente tragedia. Ettore sa che deve pagare, è pronto a morire, questo è il volere degli Dei, ma di certo non si tira indietro nonostante si debba scontrare con Achille, un semidio quasi impossibile da battere perché protetto dagli Dei. E così, da grande guerriero qual è, accetta la sua sorte, sapendo già che con la sua morte Troia cadrà in mano ai nemici, ma l'Ade attende la sua anima. "Death Hector's Reward" è la prima sfuriata della canzone, la sezione ritmica spinge al massimo con un'accelerazione fantastica e improvvisa. La potenza della batteria si fonde con le rasoiate di chitarra e di basso, mentre Adams si fa indemoniato intonando una serie di versi alternando acuti, urla,e chi più ne ha più ne metta. Il brano comincia a farsi molto tecnico, Shankle e Rhino dimostrano di essere due fuoriclasse, donando alla musica dei Manowar freschezza e spessore che prima né prima né dopo questo disco raggiunge tali livelli. La furia omicida di questa intensa sezione rappresenta l'odio di Achille, il quale si reca sotto le mura di Troia e intima a Ettore di scendere per sfidarlo a duello. Zeus è dalla sua parte, controlla il suo destino, e deciderà la sua vittoria; Sangue fuoco odio e morte sono gli elementi che guidano il suo cuore, e il nemico pagherà con la vita, il corpo del grande Ettore sarà schiacciato e trascinato nella sabbia, le sue carni divorate dai cani, gli Dei che un tempo lo proteggevano ora hanno scelto la sua fine. Dopo una lunga e articolata battaglia, Achille riesce a trafiggere Ettore, l'eroe cade a terra e spira. "The Desecration Of Hector's Body (La dissacrazione del corpo di Ettore)" è ancora una parte strumentale, questa volta il protagonista è Joey DeMaio e la scena viene affidata al suo basso che riproduce un corposo ed estraniante assolo, metafora della dissacrazione verso la quale il corpo del povero Ettore è sottoposto. Achille lega il cadavere per i piedi alla sua biga e lo trascina davanti le mura di Troia come un trofeo, tra le lacrime del popolo troiano che ora, orfano del suo principe, è conscio della caduta. Gli effetti utilizzati da DeMaio, che alterna basso piccolo e quello a quattro corde, danno proprio la sensazione di fastidio, di mortificazione del cadavere, ma anche di distruzione per una sorte nefasta. La sezione ritmica torna a farsi sentire al completo per l'ultimo atto, "The Glory Of Achille (La gloria di Achille)", il più trionfale, il più folle, il più potente in assoluto. La violenza scaturita dagli strumenti è impressionante, la velocità ultrasonica, e così gli ultimi cinque minuti sono davvero terremotanti. Si susseguono decine di cambi di tempo, riffs spietati, doppio pedale a manetta, acuti demoniaci del vocalist a termine di ogni strofa. Si tratta di quattro quartine cantate ferocemente e nelle quali le liriche descrivono la sensazione di libertà ma anche di smarrimento del prode Achille. Ettore è finalmente morto, Patroclo è stato vendicato ed ora, nell'oltretomba, la sua anima potrà restare in pace. Ma Achille ha ancora un peso sul cuore, perché uccidendo Ettore ha condannato un popolo intero alla distruzione, e se ne rammarica, visto che egli è un eroe onesto, orgoglioso, e che sa riconoscere il valore e la lealtà di un popolo nobile come quello troiano. Onore e valore come quelli di Ettore, suo acerrimo nemico, di cui nutriva un forte rispetto proprio per la sue immense capacità in battaglia ma anche quella di saper comandare e governare con saggezza. Achille si sente vicino a lui, ora, stemperata l'ira, lo sente come un fratello, con il quale condivide la stessa sorte, poiché anche la sua vita e la sua morte saranno decise dagli Dei. Tra una tempesta di assoli di chitarra alternati a quelli di basso, e raffiche di colpi da parte di Rhino, Achille prepara la pira funebre dove brucerà lui stesso il corpo di Ettore, pregando per lui e sapendo che lo rivedrà molto presto. La fase finale di questa parte è affidata agli strumenti, la velocità è sempre in prima linea, ma va sfumando ponendo la parola fine sull'intera traccia. Non si conclude la vicenda della guerra di Troia, con Achille che entra nella città e che poi viene ucciso per mano di Paride, ma si chiude con la gloria del nostro eroe mirmidone, che prega durante il rito funebre, in procinto di bruciare la pira.

Metal Warriors

Quasi mezz'ora per un capolavoro epico che rimarrà nella storia, terminato il quale non si ha un attimo di respiro, perché ecco che segue il singolo "Metal Warriors (Guerrieri Del Metallo)". Passare dalla poesia mitologica di "Achilles", che riprende i passi dell'Iliade, alla pochezza concettuale di questa traccia è un vero shock, certo è che si tratta del classico titolo alla Manowar, band del popolo, una delle poche in grado di radunare intorno a sé folle di metallari incalliti tutti uniti sotto il vessillo dell'acciaio, per urlare al mondo che l'Heavy Metal non è solo musica ma anzi una vera e propria religione, da venerare fino alla morte. Dal silenzio, Eric Adams emerge con ghigno famelico, e subito si ha la sensazione che qualcosa sia cambiato nella sua voce; il timbro, infatti, è più pieno e cattivo, a volte anche più sporco, e tutto ciò è dovuto all'età e all'inevitabile cambio di rotta della band. Ma è sempre lui, il migliore di tutti, che ci accompagna in questa battaglia sonora. La batteria di Rhino fa la differenza nonostante la semplicità che appartiene a un pezzo come questo, ma tanto basta che capire che il musicista in questione è un mostro di tecnica, sicuramente meno statico del suo illustre predecessore. Mentre Adams intona le prime strofe, emerge anche la virtuosa chitarra del giovane David Shankle, musicista scovato tra più di centocinquanta candidati accorsi per sostituire un gigante come Ross "The Boss", qui alle prese con un semplice ma efficace riffing. Ovviamente si parla di un raduno di metallari, tutti coloro che hanno udito la chiamata sono invitati a partecipare e così, come fratelli uniti nel sacro vincolo del metallo, si divertono creando un'atmosfera magica dove ognuno fa la sua parte, perché c'è magia nella musica ma c'è anche magia in ognuno di noi, per un'energia devastante quanto si è uniti. A questo punto parte l'ormai leggendario ritornello, orecchiabile, che si memorizza all'istante, ultramelodico, capace di fomentare non poco grazie a un Adams spaventoso che inneggia all'Heavy Metal e caccia via chi non lo apprezza, invitando delicatamente sfigati e fighetti ad togliersi dalle palle lasciando la sacra aula del metallo. Impossibile non ridere di fronte a tanta veemenza (I soliti vecchi Manowar!) ma anche impossibile restare fermi all'ascolto di tanta potenza sonora, irrobustita dall'entrata in scena del basso di Joey DeMaio, sempre protagonista. Non si prende fiato perché si prosegue subito con la seconda quartina, dove il mondo deve conoscere il decreto finale del popolo metallaro, ossia quello di suonare sempre più potenti, di farlo con piacere, e soprattutto si prendere a calci chi non ascolta rock duro. Tale arroganza raggiunge il culmine nella frase "If you're no tinto metal, you are not my friend", attraverso la quale i Manowar esprimono la loro filosofia e la loro appartenenza a un determinato mondo. Subito dopo il secondo refrain parte l'assolo e subito Shankle mette in evidenza la sua tecnica, incrociando poi l'ascia con quella di DeMaio e poi lasciando di nuovo spazio alla voce impetuosa di Adams, il quale si lancia negli immancabili acuti che lo hanno reso immortale nella terza strofa, praticamente tutta cantata in questo modo, spingendo al massimo e alternandosi con un altro brillante assolo di chitarra. Ma non finisce qui, perché inizia il bridge, dalla velocità media e proprio su questo mid tempo a mò di cavalcata epica la band ci costruirà metà dei brani che verranno, intanto il vocalist torna calmo, ma qui a premere è Rhino che pesta come un dannato dietro le pelli, e nell'aria c'è profumo di musica, il rock conquista lentamente la notte, e se non si hanno le palle per questo genere e meglio lasciare la sala all'istante. Questo è l'ordine perentorio del singer, il quale si lancia in un finale da brividi, ripetendo il chorus ma questa volta accompagnato, in sottofondo, da urla e acuti pazzeschi. Un brano "tamarro", sicuramente non eccelso liricamente ed anzi, molto basilare, ma sempre in grado di trasmettere una buona dose di energia, potente e da cantare a squarciagola, specie in sede live. Un anthem che sicuramente avrà fatto proseliti all'epoca, designando un modo di essere e di pensare.

Ride The Dragon

Un lamento animalesco e parte "Ride The Dragon (Cavalca Il Drago)", speed song dal testo fantasy e trainata dalla potenza della batteria e dall'incrocio tra basso e chitarra che sembrano sfregare ottenendo un suono molto particolare, metallico, riproducendo i versi di una bestia. Eric Adams canta velocissimo, seguendo appunto il ritmo degli strumenti, e ci parla di un regno infernale popolato da demoni e draghi, da sangue e fuoco, che si sfidano solcando cieli tersi e plumbei. Gli antichi Dei chiamano gli eroi per la sfida finale che li consegnerà tutti alla morte, e intanto seguiamo le gesta nel nostro eroe dal cuore impavido, pronto alla gloria eterna. Egli cavalca il suo drago e si confonde con la tempesta in arrivo, mimetizzandosi tra i fulmini e le saette che tagliano l'aria, abbattendo all'improvviso parecchi nemici e gridando loro: "Dobbiamo morire per poi rinascere". Il refrain è d'impatto, ben architettato, risultando potente ma anche melodico. Si prosegue la cavalcata con foga assurda, il basso di DeMaio emerge ovunque con suono metallico, mentre Rhino continua a picchiare come un dannato dietro le pelli in un vortice sonoro senza precedenti. Adams si scatena al microfono e intona il secondo ritornello accennando alcuni acuti, mentre continua la narrazione di questa lotta fantasiosa. L'eroe del brano indossa un talismano magico, lo tocca facendo un segno con le dita, a questo punto succede qualcosa, il regno dell'inferno apre le porte e lui si lancia verso quei cancelli accompagnato alla forza indomita del vento. David Shankle esegue un grandioso assolo, molto virtuoso, granitico e veloce, dove evidenzia le sue doti tecniche e poi lascia spazio a quello di basso, dunque riprende la strofa che vede un Adams ancora più malvagio e che non si risparmia in acuti spacca timpani, dopodiché il chorus viene ripetuto un paio di volte, terminando con l'ultimo acuto animalesco del nostro mitico cantante. Il brano si smorza con lo stesso verso del drago che abbiamo avuto modo di ascoltare all'inizio. Diciamo che "Ride The Dragon" è un ottima canzone, suonata bene e dall'indole selvaggia in grado di trascinare l'ascoltatore, ma non solo, poiché troviamo i Manowar in una versione inedita, ovvero quella fantasy, con un testo che di certo non appartiene alla loro mitologia ma più che altro caratteristico di band legate al power sinfonico (penso ai nostrani Rhapsody o Kaledon), dove testi di questo tipo sono all'ordine del giorno.

Spirit Horse Of The Cherokee

 Ma in un album come "The Triumph Of Steel" ce ne è per tutti i gusti, dal poema epico all'anthem metallaro, dal testo sui draghi sparafuoco alla preghiera per gli indiani d'America, come notiamo nella traccia seguente, la strepitosa "Spirit Horse Of The Cherokee (Lo Spirito Libero Dei Cherokee)", aperta appunto da una preghiera indiana, e tradotta da Adams che recita, sovrastando voci sinistre, nitriti di cavalli e fischi in lontananza, del sentiero di lacrime che appartiene alla razza dei Cherokee, una delle razze di pellerossa più colpite dall'arrivo dell'uomo bianco nei territori americani. Molti di questi sono stati uccisi con i fucili, altri lasciati annegare in mare, altri ridotti in schiavitù, tutto in nome del commercio e del colonialismo più brutale da parte dei bianchi. Rhino attacca con colpi martellanti, mentre Shankle esegue un riffing portante davvero incisivo e graffiante, dalla potenza inaudita. Sulle linee di basso, a dir poco spettacolari, il vocalist inizia a cantare, ponendosi dalla parte di un indiano che ha perso tutto e che maledice il giorno in cui l'uomo del vecchio continente è approdato sulle loro coste. Gli indiani hanno dato il benvenuto perché sono sempre stati un popolo pacifico, ma hanno ignorato l'indole irrequieta e guerrafondaia del bianco, che subito li ha ridotti in prede da cacciare ed eliminare; loro, che sono nati cacciatori, discendenti degli animali, nati liberi, si sono visti massacrare da colui che è venuto dal nulla e che ha calpestato i loro territori senza motivo. Le liriche ricordano anche il massacro di Wounded Knee, dove, in seguito a una rivolta, morirono ben trecento indiani, sterminati dall'esercito degli Stati Uniti, nel 1890. Dopo un attimo di silenzio e dopo una sezione cadenzata, si prende ritmo con l'arrivo del ritornello, dotato di magia e fascino, per uno dei migliori pezzi mai composti dalla band. Nel testo si invoca l'antico Spirito Guida, lo si chiama in segno di disperazione per un popolo nato selvaggio e libero, nato per combattere e morire per le proprie terre. Proprio questa disperazione, la ferita ancora aperta, la lacerazione subita e ancora sanguinante è resa stupendamente dagli acuti straziati di Eric Adams al termine di ogni refrain. Il ritmo si smorza ancora una volta, poggiato tutto sulla cadenza virtuosa della batteria e si riprende a narrare di un rito sacro, riprodotto magnificamente dagli strumenti, di una danza indiana per l'evocazione degli spiriti della guerra. Gli indiani si dipingono i volti, pronti per la vendetta, affilano le armi, e danzano per essere protetti dagli antichi spiriti. Scorrerà del sangue, ma i Cherokee sono persone coraggiose, veri guerrieri, pronti a sacrificarsi per le proprie terre. Ancora gli acuti strazianti del singer ed ecco che si passa subito al favoloso bridge, gridato al cielo tramite acuti pazzeschi, dove Adams elenca i leggendari capi tribù e invoca il loro spirito: Geronimo, Cavallo Pazzo, Nuvola Rossa, Falco Nero, Toro Seduto, tutti uniti per il popolo indiano. Ancora un cambio di tempo, Rhino si fa più audace, dunque attacca con la terza parte, il riffing portante ritorna a potenziare il tutto e la coda finale è da cardiopalma, gli strumenti accelerano in una corsa che sembra non abbia fine, i colpi inferti alla batteria sono mortali, così come le pulsazioni di basso o i riffs sprigionati dalla chitarra, in un crescendo da togliere il fiato. Lo sciamano sta danzando, vuole il sangue dei nemici, incita i suoi guerrieri a spargere il sangue dei nemici. E' guerra. Eric Adams alza i toni, urla, lancia acuti animaleschi, versi selvaggi, ed è l'apoteosi di questo capolavoro musicale che reca in sé un grandissimo messaggio a favore delle popolazioni native delle Americhe.

Burning

"Burning (Bruciando)" ha un riffing letale, cattivissimo, massiccio, il tutto studiato per un pezzo strano, il meno convincente dell'album, quello meno amato dai fans, poiché non è cantato ma soltanto recitato. David Shankle crea un riff tanto semplice quanto possente, Rhino è devastante, DeMaio mai così ispirato, e tutto è merito della nuova line-up, compatta, ipertecnica, affiatata. Il pezzo in questione è particolare, suddiviso in tre parti e in tre strofe, tutte parlate, tanto che non sembra mai prendere quota, ma il fascino della parte strumentale è onnipresente, tanto da renderlo gustosissimo all'ascolto. La cattiveria monolitica si spegne quando giunge la prima quartina recitata, infatti, cosa piuttosto strana, si capovolgono le regole della canzone, relegando le fasi più concitate soltanto negli intermezzi tra una quartina e l'altra. Adams parla sopra una serie di sinistri effetti prodotti dalle asce e il testo è incentrato sulla nascita di una razza demoniaca, giunta sulla terra per fare incetta di sangue e di carne. È il volere degli Dei del male, essi esigono il sacrificio dell'umanità, vogliono bere il sangue dell'uomo come fosse vino, e banchettare con i corpi dei defunti onorandosi e compiacendosi sull'altare del dolore. La sezione ritmica riesplode al termine della strofa, per poi quietarsi quando si torna a narrare di un mondo a metà tra la vita e la morte, una realtà governata dal piacere della carne, dalla lussuria e dal peccato. Qui, Erica Adams alza il tono della voce, che a volte troviamo effettata, e che sembra si stia tramutando anche'esso in un demone. Terminato il secondo verso, Shankle esegue un assolo, poco dinamico e in linea col pezzo, perciò piuttosto alienante e metallico, come se provenisse da un'industria siderurgica. La terza strofa, dove abbiamo una accelerata nel ritmo, è totalmente folle perché Adams, voce completamente modificata, sovrappone sussurri e acuti decantando della forza arcana dei demoni, di questo mondo alla deriva, sprofondato nelle tenebre più oscure dove soltanto il più forte riuscirà a sopravvivere. La cosa che colpisce di più sono gli effetti utilizzati per confondere l'ascoltatore, il basso ruggisce componendo accordi interessanti atti ad alienare, Shankle invece lo accompagna con dei suoni che sembrano più che altro grida umane, quasi a voler imitare gli acuti e il falsetto di Adams, che finalmente mostra la sua tecnica con dei giochetti vocali impossibili da compiersi per chiunque altro. A mio avviso, un brano affascinante e oscuro, uno di quelli meno importanti ma che io ho sempre apprezzato. 

The Power Of Thy Sword

"The Power Of Thy Sword (Il Potere Della Tua Spada)" è una delle hit del disco, nonché quella più classica e in perfetto stile Manowar. L'acciaio sfrega, probabilmente si sta affilando una spada, pronta a lacerare carni e a bagnarsi di sangue, dunque l'affilata (proprio come la spada) chitarra di Shankle e il granitico basso di DeMaio si lanciano in una lunga corsa introduttiva e a dir poco spettacolare, un viaggio nell'epos, decorato da cori barbarici e da duelli con le armi. La batteria di Rhino entra in gioco e sembra scoccare colpi di frusta, poi il ritmo accelera, doppio pedale e sezione ritmica sparata a mille. Eric Adams intona ben tre strofe prima di giungere al refrain, praticamente le divora con voce arcigna e poi si sfoga in tutta la sua potenza con la melodia incredibile di un chorus trionfale e liberatorio che conquista al primo ascolto. Ancora il rumore di due spade che scontrano in duello e riparte senza sosta la nuova strofa. Intanto i nostri eroi ci stanno narrando della preparazione per l'imminente battaglia, i guerrieri affilano le armi e pregano gli Dei di non cadere. Su tutti spicca il capo, colui che è benedetto dalle divinità, l'impavido che affronta uomini e belve senza paura alcuna e che comanda il suo esercito in guerra, per celebrare il dolore e la distruzione per cui sono nati. Così gli eserciti finalmente si scontrano, ed è una lotta nel cuore della notte, dove gli unici bagliori provengono dall'acciaio che si riflette sotto la tiepida luce della luna. L'ordine impartito è quello di rimanere in piedi e combattere, mentre gli altri cadono, mentre gli Dei del nord infondono potere indomito alla spada dell'eroe. Intanto proseguono altre due quartine, nelle quali il guerriero è assetato di sangue, feroce come la sua spada e spietato come il suo odio, poiché è nato per morire in battaglia. Egli sorride al suo fato e ne accetta le conseguenze in coraggio. Ecco il secondo meraviglioso ritornello che si infrange con il forsennato solo di chitarra elettrica, mentre DeMaio esegue degli effetti metallici che replicano il duello in atto. Ma tutto finisce presto, perché la sezione ritmica si smorza concedendo una piccola e improvvisa pausa. Qualche secondo di silenzio ed ecco giungere un bridge davvero geniale e toccante, ricco di sentimento e di profondità, costruito sulle tastiere e sulla grande interpretazione di Adams. Sull'acuto si riprende a spingere sull'acceleratore, le spade vengono nuovamente affilate e ci si prepara per la conclusione. Il vocalist prosegue con altre due strofe, ma questa volta intonate con una grinta immane, studiate per risaltare la sua potentissima voce e per dargli modo di sfogarsi con acuti pazzeschi, mentre si narra che l'eroe è pronto a morire dopo aver spillato l'ultima goccia di sangue dal nemico. In conclusione troviamo un altro assolo di chitarra, velocissimo e molto tecnico che va a sfumare fino alla seguente 

The Demon's Whip

Traccia dal titolo di "The Demon's Whip (La Frusta Del Demonio)", altro pezzo violento e con un testo infernale. Alcune voci sovrapposte sussurrano al vento, o forse è la voce del Demonio che introduce questo mid-tempo in grado di riserbare grandissime sorprese lungo il proseguo. All'unisono esplodono tutti gli strumenti e subito Adams comincia a cantare questo brano, a dire la verità, poco amato dai fans e spesso snobbato, ma che io considero una perla di assoluto valore. Le tre quartine iniziali sono imponenti masse che procedono con lentezza e potenza, molto compatte, nella quali Adams ci descrive un regno infernale. Delle candele bruciano nella notte, zanne bianche e occhi lucenti emergono dal buio, dei fuochi si accendono intorno indicano che si sta svolgendo un rituale sacro. I rintocchi di campane si odono nella valle degli inferi, dunque dei simboli mistici appaiono sul terreno, sono i simboli dell'ordine degli angeli neri e che stanno invocando il loro re. I toni trionfali vengono a galla quando giunge il sottile ritornello, sicuramente d'impatto, molto evocativo, che termina con uno schiocco di frusta dopo che i demoni hanno bevuto sangue e veleno, mangiato cuori ancora palpitanti offerti in sacrificio alla Bestia; e qui ecco la prima sorpresa, perché questo brano è una massa in movimento che muta forma di continuo, dato che le strofe che seguono accelerano sempre di più fino a protendersi verso un nuovo ritornello che resta uguale musicalmente al primo ma con un testo diverso. Qui le divinità infernali lanciano maledizioni di distruzione sulla terra e contro i poveri mortali nati per ingannare e per farsi ingannare. All'inferno la morte vive e la vita muore, lì le sacre scritture, i sermoni, le prediche religiose non hanno significato perché l'unico stimolo che si ha è quello di peccare e le punizioni inflitte sono peccati più grandi ancora. Appare il re dell'inferno, il Demonio in persona, e si alza un vento gelido che contrasta con il calore dei fuochi che illuminano la notte eterna. Il tempo rallenta di nuovo e parte l'assolo lunghissimo di David Shankle, sovrapposto a quello di basso, creando così un momento quasi confusionario che rende bene l'idea del caos che regna in questi luoghi oscuri. Ma non finisce qui, quindi ecco che arriva la terza parte del brano, il Demonio si è risvegliato, farfuglia qualcosa di indecifrabile e dà il via alla coda dominata dalla velocità degli strumenti. Le ultime due quartine sono portentose, sparate a mille, Adams le divora quasi vomitando le parole del testo e sparando ogni tanto degli acuti, le asce sono impennate e Rhino, dietro le pelli, è un demonio che ci mette cuore e anima. Così abbiamo il terzo cambio di tempo per un canzone suddivisa in tre parti distinte e ognuna delle quali costruita su tempi diversi. Questa traccia, tra l'altro una delle mie preferite in assoluto della discografia Manowar, subisce tre brusche accelerazioni, diventando sempre più irrequieta. Insomma, io la trovo fantastica nella sua mutabile trasformazione. 

Master Of The Wind

Un colpo di frusta e tutto termina bruscamente, lasciando la conclusione del disco alla famosissima ballad "Master Of The Wind (Il Signore Del Vento)". Questa ballata, diventata ormai leggendaria tra i metallari, è molto semplice nella sua composizione, nonché nella sua esecuzione, essendo povera a livello strumentale e giocata tutta sull'atmosfera e sulla profondità del testo. Le strofe si poggiano su timidi arpeggi di chitarra e su suoni sibillini prodotti da sonagli, flauti e tastiere, ma che mai sono invadenti o protagonisti della scena. Infatti, la riuscita del brano è affidata completamente all'interpretazione di un Eric Adams, come al solito, unico e magnifico interprete anche nelle tonalità più delicate. La composizione è molto classica, doppia strofa/ritornello, senza intermezzi strumentali, dunque è davvero essenziale, ma di certo non perde in emozioni, dato che possiede una melodia stupenda, molto melodica e raffinata, ogni tanto esaltata da un colpo di tamburo da parte di Rhino. Cinque minuti che sembrano una ninna nanna e che volano via come il vento, appunto! Nel silenzio delle tenebre un uomo dorme e sogna, nel sogno chiama lo spirito del Vento, allegoria per indicare il viaggio della vita, l'avventura e l'esperienza dell'uomo mortale. Gli angeli cantano e lo cullano in questa dolce illusione, mentre il sole sta per sorgere dal cielo dell'est, illuminando con i tiepidi raggi mattutini le tenebre. La luce della candela, servita per illuminare la stanza durante la notte si spegne per il soffio del vento che si alzato all'improvviso, accompagnando il nuovo giorno, ed è il vento del cambiamento che dona fortuna al dormiente, al sognatore. Il ritornello, sublime nel suo aspetto melodico, ha anche un grande valore a livello lirico, perché contiene un messaggio fantastico, cioè quello di proseguire la ricerca interiore per migliorare se stessi, laddove una strada finisce ne inizia un'altra che porta a una meta diversa, e così all'infinito; proprio come un arcobaleno in cielo che non ha confini. Le nostre lacrime, i nostri sogni, i nostri pensieri e obiettivi sono affidati al vento e portati lontano come sussurri sparsi nel mondo. Ben poche volte i Manowar sono stati così poetici, a testimonianza che quando vogliono fare sul serio, al di là dei proclami al sesso, alle birre, alle moto e agli inni di guerra, riescono a rivelare persino una sensibilità fuori dal comune. Il Vento è una divinità che tutto conosce e che segna il destino degli uomini, indica loro la via e illumina i loro sogni, ma la tematica della realizzazione personale non è la prima volta che viene affrontata dalla band, basta ricordare i testi di "Heart Of Steel" o "Fighting The World", ma anche quello di "Courage", anche se un po' tutti i loro testi sono disseminati di proclami a favore della libertà individuale, della realizzazione dei proprio sogni, al coraggio di combattere quotidianamente. "Master Of The Wind" conclude l'album nel migliore dei modi, e dopo tanta potenza e violenza sparpagliate in sette tracce, ecco la perla più delicata sfornata dalla ditta DeMaio e Co.

Conclusioni

"The Triumph Of Steel" è un blocco di acciaio della durata totale che sfiora i settanta minuti e nei quali troviamo il vero spirito manowariano. Un'epopea ambiziosa che affronta varie tematiche e che dall'epica classica passa all'esaltazione individuale, dagli inni al metallo attraversa paesaggi infernali popolati da demoni ma anche da guerrieri coraggiosi e leali. Insomma, questo è il lavoro più curato e complesso dei Manowar, pubblicato in un'epoca delicata o deleteria per il metal tradizionale, dominata dall'esplosione grunge e dalle produzioni megalomani trainate dall'omonimo disco dei Metallica e che esigevano suoni più morbidi e commerciali, ma perfetti in tutto e adatti alle classifiche. Nonostante ciò, la band di DeMaio ebbe il coraggio di buttarsi in questa avventura, componendo un album dotato di canzoni potentissime e tecniche, dal minutaggio piuttosto elevato, andando in contrasto con quanto ricercato dal mercato dei primi anni '90. Eppure la storia, ancora una volta, diede ragione ai Manowar; il successo fu immediato e l'album vendette benissimo, trainato dal singolo "Metal Warriors", brano destinato a diventare leggendario, ma che è anche l'anello debole dell'opera, data la sua semplicità strutturale e tematica, e che, pur essendo comunque buono, viene letteralmente inghiottito dalla magnificenza di una "Achilles..", dalla sacralità disperata di "Spirit Horse Of The Cherokee", dalla profondità emotiva di una "Master Of The Wind" o dalla sontuosità intelligente di "The Power Of Thy Sword". In questo contesto i Manowar offrono una prova di coraggio, di fede verso un genere che loro stessi hanno contribuito a rendere immortale, e soprattutto di coerenza e di rispetto nei confronti del loro pubblico. Nel 1992 la band dimostra di essere davvero nell'Olimpo della musica e di poter fare ciò che gli pare senza tenere conto di nessuno, né delle mode imperanti al momento, né degli obblighi dettati da certe etichette discografiche, e proprio per imporre il verbo dell'acciaio si lanciarono in quello che apparentemente poteva sembrare un suicidio artistico, mettendo in apertura dell'album proprio il loro brano più difficile, una specie di monito per far capire a tutti chi sono i Manowar e che musica propongono. "The Triumph Of Steel" rappresenta una summa di quanto proposto fin qui dal combo americano, sottolineando l'ennesima evoluzione stilistica che non subisce le influenze di niente e di nessuno e che va dritta per la propria strada. Questo disco resterà un unicum all'interno della discografia della band, come una specie di esperimento alla ricerca di nuove sonorità ma che spazia anche a livello tematico. Peccato che i due innesti, Rhino e David Shankle, rimasero in formazione solo per un breve periodo, e dopo il tour lasciarono la band per far posto al ritorno dello storico Scott Columbus e all'entrata del nuovo chitarrista Karl Logan. Un vero dispiacere, perché i due musicisti, essendo decisamente di un livello tecnico superiore agli altri, avrebbero potuto dare maggiore linfa ai futuri brani firmati Manowar, e se da una parte possiamo capire le motivazioni (affettive) che hanno spinto DeMaio e Adams a reintegrare il batterista Columbus, amico e collega di vecchia data, non riusciamo a capire perché abbiano preso la decisione di lasciare per strada un chitarrista virtuoso come Shankle, degno sostituto di Ross "The Boss". Poco male, comunque. Nei primi anni '90, e quindi nel periodo più buio per tutto l'hard n' heavy, che ha trasformato l'anima di numerose di band costrette ad abbassarsi alle leggi del mercato e che ne ha mandato letteralmente in malora la carriera di tante altre, i Manowar dimostraono di essere davvero i Re dell'Acciaio, di non piegarsi davanti a nessuno. Per molti, questo capitolo rappresenta l'inizio della fine per la band, il giro di boia per l'involuzione, il termine ultimo dell'ispirazione artistica. Sinceramente, ho sempre trovato del buono anche negli album che seguiranno: è ovvio che l'ispirazione di un tempo si sia in qualche modo appannata con gli anni, ma il calo fisiologico è inevitabile per chiunque. Proprio per questo ho sempre difeso questi eroi dell'epic metal e tutto quello che hanno sfornato in trentacinque anni di carriera. Anche se, a dirla tutta, avrei senz'altro preferito che avessero continuato su questa strada e con questa formazione. Ma la storia, come tutti sappiamo, ha deciso diversamente.

1) Achilles, Agony And Ecstasy In Eight Parts
2) Metal Warriors
3) Ride The Dragon
4) Spirit Horse Of The Cherokee
5) Burning
6) The Power Of Thy Sword
7) The Demon's Whip
8) Master Of The Wind
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