MANOWAR

The Sons Of Odin

2006 - Magic Circle Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
23/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Stanco dell'imposizione e delle regole imposte dalle etichette discografiche, che ormai si mangiato gran parte dei guadagni già diminuiti pesantemente a causa della diffusione di Internet, a Joey DeMaio non resta che mettersi in proprio, stimolato dalle clamorose vendite di "Warriors Of The World", e così, nel 2003, il bassista di una della band di punta di tutto l'heavy metal decide di fondare una propria casa di produzione all'interno del suo studio privato, dove poter avere il pieno controllo del suo marchio e del materiale firmato Manowar. Nasce la Magic Circle Music, con la quale il musicista mette sotto contratto una manciata di band (tra cui i Rhapsody, gli HolyHell, i Burning Starr di Jack Starr e i David Shankle Group, formazione capitanata dall'ex chitarrista degli stessi Manowar) ed è pronto a lanciarsi in una nuova avventura, questa volta non solo come musicista ma anche come business-man. Inizia, dunque, una nuova avventura per i Manowar, una nuova sfida da affrontare, e il nuovo percorso scelto denota coraggio e grosse ambizioni. Ci vuole ancora qualche anno per rodare e diffondere la nuova etichetta, tanto che i nostri si affidando ancora a una major per lanciare il nuovo singolo "King Of Kings" nel 2005, ma appena un anno dopo, nel 2006, la band decide che è giunto il momento di autoprodursi, senza tenere conto di niente e di nessuno, gestendo il materiale al 100%. Terminato il lunghissimo tour in giro per il mondo, esce il primo lavoro targato Magic Circle Music, e si tratta di un EP che desta grande interesse tra il pubblico, non solo perché tutti sono curiosi di testare la produzione manowariana gestita dallo stesso bassista, ma anche perché i nostri annunciano di aver abbracciato un nuovo stile musicale, molto più sinfonico, che riporta all'epic metal solenne dei primi incredibili album ma che ne è, allo stesso tempo, la sua evoluzione e modernizzazione. Voci di corridoio parlano della composizione di un imponente concept-album sulla figura di Odino ed allora i fans sono in fibrillazione. Nell'autunno del 2006 quelle voci vengono confermate dal rilascio del mini "The Sons Of Odin", un ep composto da cinque meravigliosi pezzi che trasudano epic metal da tutti i pori e che riportano i Manowar indietro di trenta anni, per la gioia di tutti. Nei 25 minuti troviamo il singolo "King Of Kings", già rilasciato nel 2005, impreziosito dall'introduzione "The Ascension" e nella versione live eseguita l'anno precedente all'Earthshaker Fest in Germania, davanti a quarantamila fans in visibilio e dalla cui performance verrà tratto il live-dvd "The Absolute Power", uno dei concerti più straordinari che una band abbia mai eseguito, con i cori di una vera orchestra posizionata accanto al palco, motociclette sul palco, fuochi d'artificio e tutta la famiglia Manowar (con tanto di ex colleghi: Rhino, Ross "The Boss", David Shankle e Donnie Hamzik) al completo e chiamata a rapporto per suonare con tre chitarre e addirittura tre batterie ripercorrendo tutta l'imponente e leggendaria discografia manowariana, per il delirio totale di tutti i presenti. Oltre al singolo "King Of Kings" (con relativa intro) sono presenti altri tre clamorosi brani, di cui uno completamente orchestrale e la futura title-track del full-length del 2007, costruiti su imponenti riff e su melodie trascinanti, dei veri gioielli di epic metal che lasciano a bocca aperta i fedeli della band più fracassona del mondo, dotati di una produzione scintillante e curata nei minimi dettagli che ne mette in risalto le piccole accortezze adottate dalla band per scolpire il nuovo sound, molto più aulico e sinfonico rispetto al passato e composto di testi sacri atti ad omaggiare gli dei del nord. "The Sons Of Odin" è una piccola anticipazione dell'album che verrà, ma può essere inteso anche come un concept visto che le cinque tracce (ribattezzate Immortal Version e leggermente differenti rispetto a quelle che troveremo nel full) hanno un comune denominatore: venerano il dio Odino, raccontandone le gesta. Il risultato è eccellente, come non se ne sentiva da tempo, stampato in due versioni, quella standard dalla copertina blu che comprende il disco singolo, e la versione digipack dalla copertina rossa e arricchita dall'ennesimo (e inutile) dvd contenente il trailer promozionale dell'Earthshaker Festival e un piccolo documentario sulla fan convention tenutasi prima del festival, il tutto ben confezionato (anche grazie all'artwork del solito grande Ken Kelly, disegnatore ufficiale della band, che in questo caso immortala il particolare superiore, cioè quello del cielo nuvolo sul quale si impongono le spade infuocate incrociate, della futura cover-art di "Gods Of War", anche se nel booklet c'è un geniale disegno-poster che raffigura il guerriero simbolo dei Manowar su una biga trainata da una coppia di cavalli, una di tigri e una di cani) e ben prodotto sotto la supervisione del mastermind Joey DeMaio. A questo punto possiamo tuffarci nel breve lavoro che i nostri eroi dell'epos ci hanno donato nell'ottobre 2006, ad anticipare l'album più coraggioso e più controverso della loro carriera, capace ancora oggi (a dieci anni di distanza) di spaccare in due il pubblico metal.

The Ascension

"The Ascension (L'Ascensione) - Live Version" è una intro accompagnata dai cori del pubblico presente al festival Earthshaker di Germania, indetto proprio dai Manowar che qui la eseguono per la prima volta in assoluto, rivelando il lato sinfonico della loro musica e che sarà presente nell'album "Gods Of War". Tra le grida dei presenti, l'orchestra presente accanto al palco attira l'attenzione grazie ai cori e alle trombe che annunciano a tutti l'inizio della battaglia. Tra i tamburi che sembrano riprodurre venti di tempesta emerge registrata la voce di Joey DeMaio, nelle veci di Odino, che ci introduce nel mondo epico raccontando che la forza dell'universo, tanto tempo fa, ha generato un figlio, battezzato dal fuoco, dal vento, dalla terra e dall'acqua, e dalle tenebre questo bambino è nato per portare la luce sul mondo e trionfare sull'ingiustizia. Egli sarà per sempre conosciuto come il "Re dei re". A questo punto interviene Eric Adams e si impone sull'orchestra, sovrastando tutti con la sua potenza vocale e lanciandosi in un elogio a se stesso, incarnazione del Re: lui è la Luce Infinita, chiamato a correggere questo mondo peccaminoso e perduto nel buio sotto il segno e i comandi del suo dio Odino, che lo guida nell'impresa. Appena due minuti, drammatici, soavi, altamente profondi, capaci di scaraventare l'ascoltatore nella magia della mitologia e in una realtà mitologica scaturita dalla musica epica dei Manowar. Grandissima introduzione, atmosfera eccellente, perfetta per fare coppia con la traccia "King Of Kings", indicando al guerriero la giusta via da seguire.

King Of Kings

"King Of Kings (Re Dei Re)" presenta toni aulici uniti a una potenza inaudita, in grado di rievocare immaginari lontani, nonostante la semplicità che la contraddistingue; ci troviamo di fronte a un pezzo tipicamente manowariano, sicuramente uno dei migliori concepiti nella storia recente della band, qui eseguito dal vivo durante il mega concerto all'EarthShaker Fest in Germania, tenutosi nell'estate 2005. La violenza della sezione ritmica è strettamente legata all'immaginario epico, quindi costantemente contornata da cori bellici che fomentano e, in sottofondo si nota una nobiltà scaturita dalle tastiere suonate dal pianista Joe Rozler. La pomposità del brano (elemento che contraddistinguerà tutto "Gods Of War" ma che è ben presente nell'EP "The Sons Of Odin") è evidenziata dall'utilizzo di una vera orchestra, posta accanto al palco, che accompagna la band nell'arena strapiena di gente (circa quarantamila fans). La chitarra di Logan si snoda come una serpe in un riffing velenoso, facendo coppia col muscoloso basso, mentre Scott Columbus è alle prese col doppio pedale per ricreare la possente base speed e fomentare sin dall'attacco gli ascoltatori. I cori emergono subito sin dall'inizio e percorrono tutto il brano fino alla fine dei quattro i minuti; Eric Adams fa la sua entrata in scena appena dopo dieci secondi ed accade il delirio, voce sporchissima e infiammata, che si inerpica in versi sparati velocissimi, pesanti come macigni. Il tema del brano è sempre lo stesso dei Manowar: si tratta di un inno gli Dei del nord, dove sangue, acciaio, guerra e ricerca di immortalità si fondono. Voci di vittoria proclamano l'ascesa di uomo a re del regno, la sua incoronazione avviene quando il giorno incontra la notte, al crepuscolo, tra fuochi che illuminano il buio e che sembrano provenire direttamente dall'inferno. Il re si inchina agli Dei che hanno scelto il suo destino e così si attacca col bellissimo e trascinante ritornello che ci proietta nella scena bellica, tra tempeste di sabbia e pioggia battente ove l'acciaio stride ed affonda nella carne. La melodia accresce grazie ai cori che aumentano di intensità coinvolgendo l'ascoltatore, lanciandolo alla corte del re dei re, nel tempio del Valhalla, dove Odino in persona lo benedice. Si prosegue senza sosta con un Adams in grande spolvero e che decanta le altre strofe, lanciandosi persino in risate diaboliche mentre narra della paura visibile negli occhi dei nemici, i quali alzano lo sguardo in cielo e pregano affinché il re dei re non appaia dinanzi a loro. Le loro paure hanno creato un castello di tenebre, molti pensano di sognare e che tutto ciò sia solo un incubo, ma la realtà è altra e il re, col suo esercito di valorosi guerrieri, marcia contro di loro per annientarli. Il re è una grande guida, capace di trasformare semplici uomini in demoni assetati di sangue, scagliandoli contro il nemico, in mezzo alla folla mentre lui aspetta sulla sella del suo destriero. Arriva inaspettato il mistico break centrale, dove i suoni brutali si spengono e restano i cori di contorno che si confondono con qualche effetto sonoro, così emerge la voce di Odino, interpretata da Joey DeMaio con timbro modificato e fiero, il quale parla all'eroe del testo, il suo figlio prediletto dicendo di vivere con onore per tutti i giorni della sua vita, di fortificare gli animi dei suoi amici e di glorificare le divinità rendendo loro grazia per i poteri che ha ottenuto nel mondo degli uomini. Si torna a cantare e allora con aria solenne si arriva alla parte magica del brano, quella più profetica, dove il vocalist si rivolge al suo dio asserendo che la sua spada è la proiezione della sua anima, sempre al servizio di Odino e al servizio del suo regno, il regno dei re, pronti a guidare i popoli verso un mondo migliore. Karl Logan esegue un furioso assolo di chitarra e poi, tra gli immancabili acuti del singer, si torna all'immaginifico chorus per concludere la canzone in bellezza con l'accompagnamento delle tastiere oltre che dalle grida del pubblico.

Odin

"Odin (Odino)" è la versione orchestrale della traccia che troveremo nel disco "Gods Of War" (dove non sarà esclusa, ma assumerà il titolo di "Overture To Odin" e sarà posta a metà scaletta avendo la funzione di interludio). Nell'ep invece la troviamo in versione strumentale con suoni riprodotti in studio da Joey DeMaio che si improvvisa direttore d'orchestra grazie alle nuove tecnologie che permettono, tramite computer, di creare il suono di qualsiasi strumento e di mettere in piedi un'orchestra casalinga; ma non è la prima incursione nella sinfonia che il nostro bassista affronta, infatti già in "Warriors Of The World" erano presenti due brani orchestrali ("The March" e "Valhalla") dedicati a colui che dallo stesso mastermind è definito come il padre dell'heavy metal: il compositore tedesco Richard Wagner, principale ispiratore della musica dei Manowar. Non a caso, proprio in questi anni la band è alla ricerca di qualcosa di nuovo, un nuovo stile che affonda le proprie radici nella musica pomposa di Wagner, tanto che il concept "Gods Of War" può essere inteso come una spassionata dedica al musicista tedesco, cantore di storie leggendarie che onorano gli Dei del nord. "Odin" è il primo passo verso l'opera più controversa della carriera della band americana, è l'accesso alla sinfonia adottato dai quattro musicisti e la prima composizione che fa presagire il futuro stile dei nuovi Manowar. Molti fans restano sorpresi dalla svolta sinfonica, alcuni anche amareggiati perché speravano in un ritorno al classico sound della band, un ritorno agli anni 80, mentre tanti altri abbracciano questo cambio inaspettato. Certo è che DeMaio non è Wagner e così le sue composizioni "classiche" restano sempre sempliciotte e piuttosto lineari, anche se l'atmosfera è ben delineata, capace di trasmettere malinconia e di suscitare sentimenti profondi e nobili, sintomo che non tutto è gestito male. In questo brano, basato tutto su cori angelici, viole e tamburi, la musica conquista, colpisce dritto al cuore, è struggente e decisamente vincente, perfetta come colonna sonora per un film epico ma anche come introduzione a un'ipotetica metal-opera. In effetti, la prima e unica metal-opera firmata Manowar possiede una bella introduzione strumentale/orchestrale ("Overture To The Hymn Of The Immortal Warriors"), magari un po' troppo lunga, ma piuttosto efficace, il problema però è che non è l'unica, e tra brani simili, intro/outro e parti narrate, il lavoro procede a singhiozzo con diverse pause che ne spezzano la dinamica. Prese singolarmente, invece, queste tracce sono molto buone ed "Odin" rimane un bel interludio, tutto giocato sui tamburi che, agilmente, si divincolano dapprima su un tappeto di viole e campanelli, e poi su auliche tastiere che aggiungono pathos incoronando un momento regale. Qui dentro c'è tutto l'animo di DeMaio, tutta la sua filosofia e tutto il suo amore per la sinfonia, anche se la stessa atmosfera e la stessa melodia vengono un po' troppo sfruttate dal bassista (la somiglianza tra "Overture To The Hymn?", "The March" e "Odin" è palese), sintomo che la fantasia e l'ispirazione non sono proprio al massimo livello in questo campo.

Gods Of War

"Gods Of War (Dei Della Guerra)" si apre con i possenti tamburi che ci proiettano in un mondo lontano. Il suono è molto epico e l'andamento cadenzato. Qui ci sono echi dei primi lavori dei Manowar, cioè quelli più epici e anche più elaborati, costruiti su brani abbastanza lunghi e un po' più intelligenti. La base orchestrale riprodotta da DeMaio è sempre presente, le trombe accompagnano la batteria regalandoci un momento trionfale, poi intervengono i cori a trasmettere magia e incanto. L'introduzione è lunga, lentamente cala l'ascoltatore nella vicenda, poi i toni si smorzano ed entra in scena Eric Adams, nella veste di narratore. Il primo verso è da brividi, il singer è un interprete favoloso e prega Odino, adesso è un guerriero che chiede aiuto al dio del nord, si inginocchia, chiude gli occhi e aspetta un segno dalla divinità, un cenno con la mano. Intanto l'uomo riferisce che è pronto a combattere, perché è nato sotto il segno del martello e perciò audace, così come il suo esercito, impaziente di sacrificarsi per la propria libertà. La strofa è abbastanza lunga, ma c'è tutto il tempo, i Manowar se la prendono comoda, ed inizia una fantastica fase di pre-chorus, dalla melodia più accentuata e arricchita di cori suoi quali la batteria di Columbus si intensifica, picchiando più forte, mentre ancora chitarra e basso restano in penombra. La preghiera continua, onora la grandezza di Odino, e i guerrieri, questa volta tutti insieme, cantano di avere i cuori tonanti pieni di ira e di gloria, pronti a gettarsi nella mischia della battaglia, illuminando il cielo notturno con il bagliore delle loro spade. Sperano che gli Dei siano clementi con loro e che presto i loro animi facciano festa nel Valhalla. A questo punto parte il bellissimo ritornello, studiato per essere cantato dal vivo da tutta la platea, la melodia è trascinante, eppure gli strumenti elettrici si tengono calmi, ancora indecisi se esplodere potenziando la composizione. Eric Adams svetta sui cori e ci dice che è giunto il giorno fatidico, delle voci giungono dalla sala del Valhalla, stanno chiamando il suo nome e quello dei suoi compagni. L'immortalità li sta aspettando e loro sono incoronati Dei della guerra. Karl Logan esegue un assolo eccellente, forse uno dei suoi migliori, prima di lasciare spazio alla seconda sezione del brano, dove Adams riprende a cantare, questa volta con voce più alta, interpellando Odino. I caduti stanno aspettando di inginocchiarsi davanti alla divinità, adesso il campo di battaglia è pieno di sangue e le porte del Valhalla si stanno aprendo. In tutto ciò, quello che si nota è la quasi assenza delle linee di basso, come se il nostro DeMaio, preso a registrare la base orchestrale, si fosse dimenticato di suonare il suo strumento preferito. Di certo, data la bellezza del pezzo, è una pecca sulla quale si può soprassedere, ma la produzione brillante e chiarissima ne mette in evidenza anche le piccole imperfezioni. Dopo il secondo refrain si giunge alla coda, che si trascina per altri due minuti, e sono due minuti emozionanti, dominati dalla grida di Adams e dai colpi inferti alla batteria da parte di Columbus, dopodiché Logan crea un polverone eseguendo dei riff massicci che vanno a confondersi con gli acuti del vocalist. Ben sette minuti di epicità come non se ne sentiva da tempo, e una grandissima interpretazione del cantante, che si conferma ugola d'oro e punto di forza dei Manowar. Un capolavoro.

The Sons Of Odin

"The Sons Of Odin (I Figli Di Odino)" ha un attacco impetuoso, la chitarra di Logan dà inizio a una cavalcata epica di grande impatto, poi arrivano i cori a impreziosire il tutto e la sezione ritmica segue il flusso, con basso pompato a dovere e batteria terremotante. Tempo trenta secondi e i toni si smorzano, rimane solo il basso potentissimo di DeMaio ad accompagnare i sospiri di Adams, il quale racconta di una lotta corpo a corpo, armatura contro armatura e spada contro spada, il rumore dell'acciaio che collide creando scintille e udibile in sottofondo attraverso lo sfregamento di due pugnali che lo stesso bassista ha portato in studio per ricreare l'effetto reale. Incomincia il lungo pre-chorus, dalla melodia stupefacente e con tutta la base ritmica in palla, i singoli musicisti sono scatenati, Logan esegue un fraseggio roccioso e Columbus comincia a scalciare col doppio pedale. Su tutti svetta Eric Adams inneggiando alla gloria e alla fama che un vero guerriero deve raggiungere per poter far parte della cerchia dei Degli del Valhalla. Un uomo, per sedersi accanto al suo dio, ha bisogno di coraggio, di un cuore d'acciaio, di un animo puro, tutte doti che gli permettono di uccidere il nemico e di onorare gli amici caduti tramite il sangue degli ingiusti. I ritmi si smorzano ancora, il basso riproduce i battiti di un cuore in tumulto, il protagonista delle liriche sa che anche lui un giorno entrerà nella sala del Valhalla e avrà l'onore di guardare in volto Odino, ci entrerà con la spada stretta in mano, fedele compagna di una intera vita, grondante ancora del sangue nemico. Si procede col pre-chorus e questa volta arrivando fino in fondo, ossia allo strepitoso ritornello, tremendamente epico, dove la melodia indica la grandezza di una band come i Manowar, magari semplici strumentalmente ma capaci sempre di trovare il guizzo melodico vincente, risultando orecchiabili e trascinanti, elementi dei quali non tutti riescono a godere e che poi sono altro che le qualità principali per creare buona musica. Le porte del Valhalla si aprono e il mondo dell'oltretomba accoglie i figli dei Dei morti in guerra. In questo tripudio di lealtà e trionfo, il ritmo accelera ed inizia la fase strumentale centrale, dove la sezione ritmica resta invariata, con i fraseggi intrecciati di Logan e di DeMaio e i colpi fragorosi di Columbus che corrono per quasi un minuto, giungendo all'ottimo assolo di Karl Logan, in questo periodo ispirato come non mai. Il ritmo resta invariato, si spinge sull'acceleratore e il pezzo si trasforma completamente in una cavalcata epica, Adams torna dietro al microfono e grida a tutti quanti che lui e il suo esercito sono riuniti per celebrare Odino e suo figlio Thor, e prima che sorga il sole tutti quanti saranno riuniti nel regno oscuro degli Dei nordici. Un acuto e si dà inizio al grandioso e pomposo refrain, irrobustito questa volta da cori bellici, ripetuto poi per tre volte, fomentando alla grande l'ascoltatore. Il brutale acuto finale di Adams si confonde con le tastiere che danno quel tocco di magia in più, ed ecco il momento poetico finale, dove la voce modificata di DeMaio, come già nel pezzo "King Of Kings", interpreta Odino che si rivolge ai suoi valorosi uomini, e la sua voce è immersa dai suoni dell'orchestra, tastiere, tamburi, campanelli che immortalano le sue parole e le gesta dei soldati morti per lui. Adesso, questi uomini benedetti dalle divinità, sacrificati alla gloria, sono diventati gli Dei della guerra, i "Gods Of War" citati spesso nell'opera omonima, perché alla fine, il concpet manowariano non è altro che la glorificazione del genere umano e dei suoi valori, un inno alla fede e all'animo umano, alla mortalità del corpo e all'immortalità delle sue gesta.

Conclusioni

L'EP "The Sons Of Odin" sorprende e, diciamolo pure francamente, illude, così come fece il singolo "Warriors Of The World United" nel 2002, che aveva fatto presagire un disco epicissimo e potentissimo, composto da inni di guerra che non si sentivano da tempo e che invece risultava essere un fuoco di paglia, dato che l'album intero aveva deluso alla grande, essendo composto da numerose ballate che andavano a prendersi la maggior parte del minutaggio a discapito dei pezzi veloci, tra l'altro nemmeno così brillanti e ispirati. Ecco, con questo mini si ha la stessa sensazione di illusione nei confronti dell'album che verrà alla luce soltanto quattro mesi dopo, il controverso "Gods Of War", imponente concept composto da atmosfere magiche e dotato di brani incredibili (non solo quelli analizzati in questa sede ma anche altri dannatamente efficaci), ma anche farcito di inutili intro/outro e tracce completamente parlate che rendono pesante l'ascolto di un'opera che, se da una parte si rivelerà affascinante e a tratti eccellente, dall'altra parte risulterà prolissa e dal ritmo a singhiozzo, spezzato proprio dagli irritanti inserti narrativi e orchestrali, creando numerosi anti-climax che fanno sbadigliare e innervosire persino il più fedele dei fans. Nel 2006 i Manowar provano la carta dell'ep per accontentare il pubblico che richiede a gran voce materiale inedito a distanza di qualche anno dall'uscita del nono studio-album "Warriors Of The World", che tanti aveva conquistato per poi perdere, col tempo, il suo carisma e il suo fascino risultando un album poco più che discreto, con molte ombre e qualche luce; a questo punto la curiosità di ascoltare musica nuova da parte dei paladini dell'acciaio per constatare la loro condizione fisica è tanta e questo ritorno al passato, per via delle atmosfere altamente epiche che riportano ai primi lavori, ma che contemporaneamente lanciano uno sguardo verso il futuro grazie a una produzione pomposa e moderna e l'utilizzo di parti sinfoniche mai adottate prima, accontenta i più che già si prefigurano un disco eccezionale, complesso e dalla lunga durata. In questo esiguo lavoro la potenza dell'epic metal manowariano si scontra con la narrativa tipica di una colonna sonora da film, a causa non solo dei suoni ma soprattutto degli inserti parlati, presenti nei singoli pezzi; in questo caso però, data la brevità complessiva del minutaggio, ciò non irrita ed ha persino una sua utilità, tanto da poterli considerare come una sorta di omaggio agli Dei e un continuo dialogo con Odino, ispiratore di tutta l'opera. "The Sons Of Odin", a differenza dell'album che prenderà forma l'anno seguente, riesce a unire musicalità e racconto senza appesantire l'ascolto; "The Ascension", ad esempio, svolge bene il suo lavoro di introduzione, ha una gran bella atmosfera epica e Adams è un interprete favoloso, mentre sono gasanti e insieme commoventi la title-track e il brano "Gods Of War", intesi come vere e proprie preghiere che danno la sensazione di assistere a un film. Fin qui tutto sembra funzionare a meraviglia, l'ep colpisce al cuore tutti gli adepti dei Manowar che già pregustano l'uscita di un disco coraggioso, mentre la produzione a cura di DeMaio tramite la sua Magic Cirlce Music è semplicemente perfetta, la migliore mai avuta, dove i suoni sono scintillanti e pomposi, degni di una metal-opera di grande qualità e dalle ambizioni elevate. Qui troviamo cinque brani ottimi, tra i migliori mai composti dalla band americana negli ultimi anni, "Gods Of War" e "Odin" sono lunghi e solenni mid-tempo dotati di magnetiche melodie ("Odin" acquisterà maggiore spessore sul disco, visto che quella qui presente è orchestrale e priva sia di testo e che di base metal) e "The Sons Of Odin" e "King Of Kings" (con la poetica ed evocativa "The Ascension") sono due micidiali inni bellici composti da efficaci parti strumentali e sezioni di brutale potenza. Insomma, questo ep accontenta quasi tutti (sottolineo quasi, poiché non tutti apprezzano la svolta sinfonica), anche se fa presagire le influenze che investiranno "Gods Of War", un lavoro (comunque buono) a metà strada tra opera classica e heavy metal non del tutto riuscito, con un potenziale enorme ma sfruttato in modo approssimativo.

1) The Ascension
2) King Of Kings
3) Odin
4) Gods Of War
5) The Sons Of Odin
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