MANOWAR

The Dawn Of Battle

2002 - Nuclear Blast

A CURA DI
ANDREA CERASI
13/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

E' davvero inspiegabile il fatto per cui Joey DeMaio e compagni abbiano rilasciato questo singolo "slegato" dal contesto di "Warriors Of The World"; eh già, perché "The Dawn Of Battle" succede al full-length di soli tre mesi ed è da molti inteso come terzo singolo ufficiale estratto dall'album del 2002, preceduto appunto dai singoli che abbiamo già avuto modo di analizzare: "Warriors Of The World United" prima e "An American Trilogy" poi, entrambi usciti durante l'estate. Bene, nel novembre dello stesso anno, i Manowar ci riprovano immettendo sul mercato internazionale tre ottime tracce, di cui solo l'ultima di queste legata all'album, ossia la strepitosa "Call To Arms", uno dei maggiori capolavori composti dalla band americana e che aveva, in "Warriors Of The World", il compito di fungere da opening-track, tanto per introdurre l'ascoltatore nel mondo epico, battagliero e brutale dei nostri eroi di New York. Qui la ritroviamo nella sua versione originale, la stessa contenuta nel disco uscito a luglio, e perciò poco interessante dal punto di vista collezionistico. Tuttavia, a rendere felici i numerosissimi fans sono i due brani inediti, scandalosamente scartati dalle sessioni dell'album e qui incisi e dati in pasto al pubblico in via del tutto eccezionale. "The Dawn Of Battle" è un pezzo violento, animalesco nella perfetta tradizione manowariana, che poggia su una rocciosa sezione ritmica e su una bella melodia, mentre "I Believe", di cui è disponibile anche un bel videoclip, è una semi-ballad dall'animo orgoglioso, davvero interessante dal punto di vista melodico e dotata di efficaci linee vocali che conquistano al primo ascolto. Delicata sì, ma senza rinunciare alla potenza tipica della band. Ciò che risulta strano è però l'estromissione di queste due ottime canzoni all'interno dell'opera, tanto che, in termini di qualità, da sole potrebbero valere la metà di "Warriors Of The World", un album fin troppo statico, contenente troppi lenti che smorzano il ritmo generale e annoiano non poco l'udito, specie se ascoltati seguendo l'orribile ordine della track-list, dove troviamo una prima parte dedicata alle ballate e una seconda, di gran lunga inferiore nel minutaggio, dove vengono relegate le canzoni possenti. Ecco, i due brani di questo singolo avrebbero potuto migliorare di molto il risultato dell'album, magari andando a sostituire i punti deboli di quest'ultimo, quali possono essere le due tiepide cover: "An American Trilogy" (un pezzo scritto dal musicista country Milton Newbury nel 1971) e il "Nessun Dorma" (la leggendaria aria tratta dalla Turandot di Giacomo Puccini), certamente piacevoli ma piuttosto anonime, e pazienza se l'omaggio all'Italia sia stato accolto con grida di giubilo dai metallari italiani e che la performance di Eric Adams sia da molti considerata straordinaria, perché, ad essere sinceri, non lo è affatto: il vocalist (un mostro di talento e probabile candidato come miglior cantante metal della storia) sbiascica un risibile italiano maccheronico ed è a corto di ossigeno nel glorioso ritornello, adatto solo a grandi tenori che riescono ad intonarlo soltanto dopo anni e anni di studio. Dunque, un omaggio gradito, ma che ha dato sempre la sensazione di essere fuori luogo risultando fin troppo forzato (personalmente avrei inserito il brano alla fine dell'album, come bonus track a chiudere il lavoro, e non come terza in scaletta a rallentare i toni, allungando la serie di ballate presenti tutte attaccate tra loro). In quel contesto, i pezzi che ci apprestiamo a recensire avrebbero potuto innalzare le sorti del disco del 2002, donando una maggiore omogeneità e sicuramente più ritmo; fatto sta che ci dobbiamo accontentare di questo ulteriore lavoro firmato Manowar, una manciata di minuti che potremmo considerare come estensione aggiuntiva di "Warriors Of The World" e che si presenta come un'occasione ghiotta, da prendere al volo, per tutti i manowariani dal cuore d'acciaio. Insomma, un'operazione voluta fortemente dalla Nuclear Blast per incrementare le già eccezionali vendite dei prodotti della band, all'epoca all'apice del successo e punto di riferimento per la nuova ondata di epic metal nata alla fine degli anni 90. Ma entriamo nel dettaglio con l'analisi dei brani presenti all'interno di questo singolo dalla copertina fantastica, che vede l'iconico barbaro (il Manowar) alzare il braccio in tono trionfale, stringendo a sé due teste appena strappate e tenute per i capelli.

The Dawn Of Battle

"The Dawn Of Battle (L'Alba Della Battaglia)" è figlia delle sessioni del disco "Warrioris OF The World" e ne porta tutte le influenze che comprendono pregi e difetti. Tra i pregi troviamo una produzione scintillante che mette in evidenza i singoli strumenti, la potenza intrinseca della sezione ritmica, qui davvero martellante, e la grande performance demoniaca di Eric Adams che alterna voce pulita e voce cattiva arrivando, in più occasioni, al suo bellissimo e dannato ritornello. Tra i difetti, invece, ciò che emerge maggiormente è la sua somiglianza, sia strumentale che melodica, agli altri brani contenuti nell'album, tanto che questo pezzo potrebbe andare a sostituire una "Hand Of Doom" o un "House Of Death", senza tanti problemi e senza che l'ascoltatore se ne accorga. Non a caso, tra le pecche che costellavano l'album del 2002, c'era proprio questa immobilità stilistica, una furia fin troppo ripetuta, sintomo di ispirazione annebbiata più che di coerenza. In questo caso, però "The Dawn Of Battle", suona bene, non inventa nulla, certo, ma è una botta clamorosa di metallo epico, nella più classica tradizione manowariana, impreziosita da ottime linee melodiche, compreso un grande ritornello, e un break centrale ispirato. Un peccato che, nonostante la somiglianza estrema con le altre canzoni, non sia stata inserita nella parte più debole dell'album, ossia la prima, quella invasa da troppe ballate e piuttosto debole, poiché avrebbe potenziato il leitmotiv dell'opera e avrebbe donato maggiori ritmo, che è poi quello che il pubblico cerca in un disco heavy metal, specie in uno dei Manowar. Apertura terremotante con la sezione ritmica che tempesta e fa scintille, Columbus è granitico e Logan si divincola in una serie di fraseggi velocissimi e acidi. Dunque accompagnato dal basso metallico di DeMaio, Eric Adams intona le due strofe inziali, la sua voce è perfida, sporchissima, diabolica, pronta a trascinarci sul terreno di battaglia cullandoci attraverso simpatiche rime (le solite alla Manowar: "Falling/Calling/Finghting") e, senza cambi di tempo, diretti come un treno ad alta velocità, si giunge al possente ritornello, velenoso al punto giusto, in cui si esalta la gloria della musica epica attraverso cori bellici, che poi sono presenti in tutto il disco e in quasi ogni traccia. La melodia del chorus non è ariosa, anzi, rimane piuttosto velata, confondendosi con le linee delle strofe e risultando davvero accattivante. Non si respira, poiché si riparte alla grande con il seguente corpo che compone il brano e la velocità non accenna a diminuire, intanto le liriche ci parlano di un tuono spaventoso che si abbatte sulla terra avvertendo tutti che il giorno del giudizio è arrivato, un guerriero alza lo sguardo al cielo ed osserva il lampo che squarcia le nuvole, la sua anima è stata curata dal potere dell'acciaio e per lui il rombo del tuono è il suono della gloria, perché significa che il martello di Thor è stato scagliato sul mondo per distruggere gli impuniti e aiutare i puri di cuore. La battaglia finale sta per iniziare, ed i soldati sono pronti a uccidere e morire. Una voce possente si ode nella valle, qualcuno sta chiamando il nome del guerriero per incitarlo alla foga, mentre la sua spada è assetata di sangue, impaziente di scagliarsi nella battaglia. Continua la descrizione di questa eterna guerra al servizio degli Dei e allora dal caos, che sembra riprodotto dai riffs di chitarra e i tuoni dai colpi di batteria, emergerà soltanto un uomo che sarà signore incontrastato del suo popolo, dal carattere deciso, coerente, spietato con i nemici e fedele agli amici, e su tutti comanderà il proprio volere. Gli Dei chiamano il suo nome nella notte, lo gridano al vento che trasporta polvere e odori, così ecco il secondo refrain, glorioso come al solito, spietato come pochi. Break improvviso e restano solo i tamburi di Columbus a cullare l'ascoltatore, mentre Logan rallenta il tiro e si diverte a creare ossessivi riff che strizzano l'occhio al doom, tanto sono claustrofobici, potenti e lenti. Quindi, il ritmo si velocizza ancora, riemergono i fantastici cori, Columbus spinge col doppio pedale trasformando la canzone in una cavalcata power metal e Karl Logan esegue un brillante assolo, uno dei suoi migliori, lasciando poi spazio al solo del basso modificato di Joey DeMaio. Gli strumenti si smorzano improvvisamente e restano solo i cori a seguire la recitazione di Adams, il quale sospira parole di libertà e speranza creando un momento davvero evocativo, nel quale la filosofia del guerriero ha la sua massima espressione, aspettando la chiamata alla vita eterna da parte delle divinità del Valhalla. La coda finale è affidata alla ripetizione della strofa e del ritornello, in un tripudio di acuti e ritmiche violente e forsennate.

I Believe

"I Believe (Io Credo)" è un'oscura semi-ballad dotata persino di un videoclip ufficiale dai toni cupi e dai colori tendenti al blu-viola-nero che trasmettono sensazioni tragiche e disperate, dove la band si esebisce in un'arena, davanti al suo pubblico in delirio, che scalpita e grida ad ogni posa dei musicisti. Eppure il messaggio del brano è molto chiaro, a cominciare dal titolo, perché alla fine ciò che emerge è un segno di speranza, la forza di credere in se stessi, di emergere dalla tenebre fino a ritrovarsi alla luce del sole. Le tastiere, dal suono solenne e accompagnate dai cori, emergono dal nulla trasmettendo quasi serenità e collegandosi inevitabilmente a un'altra ballata dello stesso periodo: "The Fight For Freedom", che possiamo considerare gemella tanta è la similitudine per liriche e per costruzione tra le due. I cori si spengono e così anche le tastiere, lasciando il campo alla voce di Admas che con fare sussurrato ci accompagna alla prima strofa. Tra un colpo di tamburo e una schitarrata il testo ci parla di un uomo che dal mondo delle ombre fugge incontro alla luce e appare davanti a noi per portare un messaggio destinato a tutta l'umanità. La seconda strofa è potenziata, non solo perché gli strumenti cominciano a carburare, ma anche perché adesso Adams canta a voce piena, declamando di essere giunto per aiutare i deboli, di istruirli ad essere forti, di consolidare in loro la fede e, soprattutto, di guidarli verso il regno dell'immortalità, un regno di cui lui è il guardiano e possessore della chiave. Il ritornello è freschissimo, melodico, in grano di colpire dritti al cuore, dotato pur sempre di potenza grazie all'andamento mid-tempo dettato dalla batteria di Columbus e poggiato sul riffing cadenzato ma decisamente heavy delle asce. Il messaggio che tutto noi dobbiamo ascoltare è che quello che dobbiamo essere uniti per essere forti, di non farci spaventare dalle avversità e di dare ascolto ai nostri sogni, combattendo per realizzarli, dobbiamo crederci e allora realizzeremo ciò che vogliamo. Come al solito, il messaggio dei Manowar è chiaro e tondo, semplice e diretto, ma importantissimo. D'altro canto loro sono i portavoce del popolo e da tanti anni ci danno la forza di andare avanti e di vincere la quotidianità attraverso la loro musica e la loro filosofia, un vero e proprio credo. Si prosegue con la seconda parte, che altro non è che la ripetizione di quanto già ascoltato, con la semplice differenza dell'introduzione dei cori per tutta la fase che accrescono il momento magico. Karl Logan esegue un bellissimo assolo e poi lascia spazio per la ripetizione del chorus, che da questo momento in poi si scontra ancora con le tastiere accrescendo l'intesa e aumentando l'aura profetica decantata nel testo. Certamente una canzone che non inventa niente ma che risulta deliziosa all'udito e profonda nel messaggio. Un'ottima ballata, efficace come tutte quelle sfornate dalla band.

Call To Arms

"Call To Arms (Chiamata Alle Armi)" è una delle perle della band, le atmosfere epiche ritornano al massimo della loro espressione e l'attacco è semplicemente fenomenale, una tormenta che investe l'ascoltatore risvegliando i sensi. Drumming possente e riffs violentissimi annunciano che la guerra sta per cominciare e allora bisogna prepararsi alla lotta sfoderando le lame. I cori epici ci proiettano in un'epoca lontana, Eric Adams lancia nella mischia urlando ferocemente ed incitando gli animi. Per una questione di età l'acuto è molto più sporco e invecchiato rispetto al passato, quando le note erano acutissime e limpide, ma tant'è che il vocalist dimostra di essere ancora il numero uno sulla scena. Se i toni acuti sono ridimensionati, non si può dire lo stesso della sezione ritmica tempestosa; dunque si parte con le prime strofe indemoniate scandite da ritmiche brutali, espressione massima di heavy metal puro, e su vorticosi giri di basso eseguiti dal leader Joey DeMaio. Al comando di Adams l'esercito di guerrieri del mondo si scaglia contro i nemici e dopo poco questi sono già in fuga, molti soccombono altri pregano per la salvezza, ma non esiste pietà. Il campo di battaglia è un luogo ormai conosciuto, caro ai nostri, tanto che lo chiamano casa, l'attesa è stata lunga ma adesso è giunto il momento. Il cambio di ritmo è repentino, gli strumenti si potenziano e subentrano i cori per aumentare l'estasi, Adams continua a narrare di questa notte magica, incitando i suoi a combattere per il regno dell'acciaio, lottare fino alla morte, spargendo sul terreno il sangue dei nemici. Il ritornello è straordinario, bellico al punto giusto, ove la melodia si fa più distesa e allora ecco che i guerrieri sono pronti a uccidere, sono pronti a coprirsi le spalle l'uno con l'altro, sono pronti tutti a lanciarsi verso la vittoria e il sogno di gloria. La paura fa capolino negli occhi dei nemici, la si intravede alla fioca luce del giorno che sta lasciando spazio al crepuscolo, e tutti sanno che non avranno scampo. La notte appartiene ai difensori del metallo. I cori epici si fanno più incisivi e accompagnano questo rituale sacro, un culto fatto di sangue e di acciaio, ed ecco che si giunte al chorus, uno dei migliori refrain mai creati dai Manowar, che poggia sul solidissimo drumming di Columbus, che picchia più lentamente rispetto alle strofe ma lo fa con ancora più violenza, mentre Logan e DeMaio incrociano le asce creando un vortice di suono che spazza via ogni cosa. Il momento è liturgico, il regno tanto agognato si sta avvicinando, un regno fatto di gloria e immortalità, popolato da soldati col cuore d'acciaio, tutti fratelli uniti nell'avventura e con le spade ancora grondanti sangue nemico. Karl Logan si inerpica in un solo velocissimo poi gli strumenti si fermano lasciando spazio a Scott Columbus e ai soli cori che attaccano ancora col lungo pre-chorus, quindi Adams torna al microfono guidando tutta la band verso la vittoria attraverso l'imponente ritornello che trasuda epicità e magia.

Conclusioni

Il singolo "The Dawn Of Battle" è davvero eccellente, capace di mettere in mostra il vero spirito guerriero dei Manowar attraverso due cavalcate epiche di grande valore e una semi-ballata accattivante. Tutto ciò rende questo lavoro uno dei migliori singoli firmati dalla band in tutta la carriera ma che, per uno scherzo del destino ed in modo del tutto inspiegabile, non rientra a far parte di nessun disco, restando un pezzo isolato nel puzzle musicale della band di Auburn. Come accennato nell'introduzione, il perché della scelta quasi scellerata di non inserire questa manciata di minuti all'interno di "Warriors Of The World" è ancora oggi un mistero, roba che nel caso in cui sia "The Dawn Of Battle" che "I Believe" fossero stati inclusi nella scaletta avrebbero certamente giovato alla qualità dell'album, ed avrebbero dato un forte contributo allo stesso alzandone le sorti e, di conseguenza, il giudizio finale. Purtroppo il discreto "Warriors Of The World", proprio alla luce di questo bellissimo singolo uscito quasi in contemporanea, appare mutilato di una decina di minuti, come se a una parete fossero stati sottratti due mattoni fondamentali e fossero rimaste lì due fessure vuote e mai riempite. Diciamo quindi che i brani che abbiamo appena analizzato avrebbero potuto riempire in modo compatto quel muro, rendendolo più solido e meno traballante. L'uscita del CD durante l'autunno 2002 è stata una vera sorpresa per tutti i fans della band i quali, appena dopo tre mesi dalla data di diffusione del full-length, si ritrovano nella mani una vera chicca stampata in tre differenti versioni: cd singolo, vinile e cd più dvd, dove in quest'ultimo sono inseriti un documentario della performance dei Manowar al Ringfest di Germania, tenutosi nell'agosto di quell'anno, e il trailer promozionale dell'imminente dvd "Fire & Blood" (uscito a Natale 2002), secondo capitolo di una lunga serie di dvd live dal titolo di "Hell On Earth", iniziata nel 2000 e conclusasi ben dieci anni dopo. Un peccato non poter godere di questi pezzi all'interno di un album completo, anche perché i singoli, nel tempo, sono destinati un po' a perdersi forse perché non troppo considerati dal pubblico (ammetto io stesso di non porre la giusta attenzione ai singoli e di comprarli di rado, giusto in occasioni speciali), e infatti "The Dawn Of Battle" è un lavoro che in pochi conoscono, se non i più appassionati fans della band che esigono di possedere proprio tutta la produzione manowariana. Ma in questo caso, ed è il caso di dirlo, l'acquisto del singolo è doveroso per tutti coloro che cercano qualcosa di appetitoso e "singolare" in casa Manowar, roba che non si trova altrove e che rappresenta un unicum. La Nuclear Blast è sempre al servizio di DeMaio e soci e si impegna al massimo per trarre profitto e mandare i brani in rotazione nelle classifiche americane ma, un po' per l'uscita a sorpresa che tanti ha spiazzato, un po' per la subdola mossa commerciale che costringe i fans all'acquisto dell'album prima e del singolo dopo (tra l'altro venduto quasi allo stesso prezzo del full), questo mini non vende bene, o almeno non vende quanto gli altri lavori usciti nello stesso anno, creando persino polemiche tra il pubblico che si sente preso in giro dalla doppia pubblicazione. Il 2002 rappresenta l'anno di gloria dei Manowar, reduce dal pluripremiato "Warriors Of The World" e da una lunga serie di tour imponenti e quasi tutti sold-out, ma è anche l'anno in cui la credibilità degli stessi viene meno, accusati da molti di pensare più ai soldi che alla musica dato che sfruttano il momento propizio lanciando sul mercato sempre meno album di inediti e sempre più compilation e dvd curatissimi in tutti i dettagli, ma decisamente tutti uguali tra loro e, a ben vedere, piuttosto inutili. Lungi da me fare polemiche nei confronti della politica commerciale adottata dall'etichetta e dalla band americana, sulla quale penso che ognuno sia libero di acquistare ciò che vuole e che nessuno lo costringe a farlo (anche io sono un mega fan dei Manowar, ma di sicuro non ho comprato le innumerevoli compilation e le decine di dvd che ci propinano ormai da quasi venti anni), giudico questo singolo un prezioso lavoro, ben composto, ben prodotto, ben suonato, e se la subdola mossa commerciale può far storcere il naso è indubbio che il materiale proposto in questi sedici minuti non viene alterato da tale meccanismo, rimanendo più che ottimo.

1) The Dawn Of Battle
2) I Believe
3) Call To Arms
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