MANOWAR

Sign of the Hammer

1984 - 10 Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
26/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

I lavori per il quarto album firmato Manowar iniziano nell'estate del 1984, esattamente in agosto, e seguono un periodo davvero faticoso durante il quale i nostri ragazzi prima interrompono il tour europeo a causa di problemi personali del manager, poi pubblicano l'imponente "Hail To England" (che raccoglie successi ovunque) ed infine, tanto per non farsi mancare nulla in un anno pieno di impegni, lanciano il singolo "All Men Play On 10", preludio al nuovo disco. Due mesi di lavori in studio molto intensi che portano a sfornare il terzo e ultimo capitolo di quella che viene considerata la trilogia epica per eccellenza, insieme ad "Hail To England" e ad "Into Glory Ride". Il nuovo album, che  viene ad affiancarsi a quelli già citati e che chiude degnamente il cerchio, ponendosi come il terzo capolavoro di fila, prende il nome di "Sign Of The Hammer", un lavoro composto da otto brani micidiali e a tinte oscure contenuti in un'opera dalla cover-art semplice ma d'effetto; un artwork che vede, stilizzato e posto al centro, un Mjollnir. Il martello "alato" del dio Thor, simbolo stesso della band, elemento nel quale i nostri sembrano potersi identificare appieno. La traduzione italiana di "Mjollnir", infatti, è "frantumatore", in virtù della grande potenza intrinseca che l'arma possedeva, potenza ampliata dai poderosi colpi che Thor sapeva vibrare, con ferocia e foga durante la lotta. Caratteristica fondamentale di questo martello era l'infallibilità: poteva essere scagliato contro qualsiasi avversario od ostacolo, nessuno sarebbe mai riuscito a sfuggirgli. Insomma, un po' come l'ideale alla base della musica dei Manowar: musica potente, Heavy Metal, metallo pesante, un qualcosa di epico e magniloquente che avrebbe travolto chiunque. Non è un caso che dunque il "patrono" di questa nuova uscita fosse proprio il dio norreno Thor, rappresentante della forza del tuono e del fulmine, pronto sempre a combattere e a benedire ogni conflitto con la sua presenza sul campo di battaglia. Proprio a lui è dedicato il terzo brano del disco, ovvero "Thor (The Powerhead)". Un disco, "Sign..", che ancora una volta riprende a piene mani dalle più disparate tradizioni antiche e guerresche, non solo e non necessariamente vichinghe (anche se queste ultime sono sempre trattate a mo' di "nume tutelare" dell'intero apparato lirico dei Manowar). La carica epica, difatti, è fortemente presente, i toni sono solenni e oscuri, un contesto nel quale spicca l'eccellente lavoro di DeMaio col suo basso ipermodificato, qui davvero protagonista assoluto. La produzione, da parte della piccola etichetta "10 Records" nonché monitorata dal vigile sguardo dei produttori Jack Richardson e Tony Platt, non è certamente brillante ma comunque soddisfacente ed in linea con le produzioni metal dell'epoca; anche se ciò che colpisce di più è l'ennesima evoluzione dello stile musicale, l'ennesimo passo in avanti in fatto di tecnicismi compiuto all'interno di un percorso solido e studiato nei minimi particolari. Volendo proprio essere pignoli, si potrebbe fare un piccolo appunto circa le prime due canzoni del lotto: pur essendo queste ultime robuste e piacevoli (comunque sempre legate allo stile possente ed altisonante dei Manowar), in tutta onestà non sono il massimo, essendo poco articolate rispetto alle altre che seguono.. una caratteristica, quella di questi inizi, che purtroppo disperde l'atmosfera generale (quella epica) del lavoro. Ciò non rende perfetto il disco che ci apprestiamo ad analizzare, tuttavia è impossibile non restare affascinati da brani che sono senza ombra di dubbio tra i migliori mai composti dai Manowar e che sono entrati a far parte dell'immaginario collettivo dei metallari di tutto il mondo. Dunque, non resta che addentraci nell'analisi delle tracce per sviscerare i contenuti di questa magnifica opera.

All Men Play On 10

"All Men Play On 10 (Tutti Gli Uomini Puntano Sul 10)" è il singolo scelto per rappresentare l'album e messo in apertura. E' un brano piuttosto classico, dove l'epicità, in fase di scrittura, viene per un momento accantonata anche se recuperata dalle atmosfere che rimandano al barbarico "Into Glory Ride". L'introduzione è da brividi, Scott Columbus è possente dietro le pelli, mentre la chitarra di Ross "The Boss" scalcia in un riffing serrato, deciso a lanciarsi in una lunga e furiosa corsa, sempre sotto il vigile controllo di un Joey DeMaio dal basso potenziato che si erige al di sopra di tutti gli strumenti. L'andamento è cadenzato, ciò dona maggiore epicità al pezzo, poi il tutto si smorza e resta solo la batteria a supportare l'imponente voce di Eric Adams che divora le strofe fino a giungere allo strabiliante e lungo pre-chorus dotato di una piacevole intensità melodica e che è costruito su linee di basso davvero fenomenali. Il refrain è semplice ma dall'accattivante appeal, dove emergono cori a supportare il vocalist e a donare alla traccia una particolare forza indomita. Eppure risulta una canzone strana, basata tutta sulla versatilità di Adams e con una sezione ritmica piuttosto cauta, ed è ancora più particolare il fatto che sia stata scelta come opening track dell'album, ovvero un lavoro scatenato e formato da cavalcate epiche dalla potenza devastante. Il brano però funziona, è fresco e ben prodotto, cantato divinamente da quello che è forse il più grande vocalist della storia del metal tutto, sempre pronto a scatenarsi con urla e acuti agghiaccianti, come troviamo al termine di ogni ritornello. Emerge Ross "The Boss" che si lancia in un sensuale assolo che prende quasi tutta la seconda parte della canzone, per poi lasciare spazio, ancora una volta, alla coda formata da cori animaleschi, rasoiate di basso (modificato per l'occasione) e rullate di batteria. In definitiva, una traccia molto semplice e di breve durata, costruita su di un testo che è rappresenta un omaggio all'etichetta discografica e che, allo stesso tempo, è un modo per ironizzare sulla rischiosa scommessa che ha portato i Manowar a firmare per la stessa. Tutti gli uomini puntano sul numero dieci, come se si trovassero in un casinò a giocare alla roulette, sperperando migliaia di dollari. Eppure sono fomentati, i cori da stadio li incitano a rilanciare e a correre il rischio, le orecchie infuocate, gli occhi iniettati di sangue, l'adrenalina in corpo, tutto pur di vincere la scommessa. Le grida del pubblico sono pura musica per un giocatore incallito, ed a quanto sembra il detto "l'importante è partecipare" non sembra neanche lontanamente contemplabile. Bisogna scendere in campo per vincere, ad ogni costo. Combattendo con onore, giocando lealmente ed impegnandosi fino in fondo, almeno per accettare un'eventuale sconfitta in maniera meno amara. Perdere non ha importanza solamente se è fatalmente ed assolutamente scritto nel nostro destino. Se combattiamo, dobbiamo combattere unicamente per uscirne vittoriosi. E qualora venissimo sopraffatti, dovremmo ripresentarci più agguerriti di prima, per vendicare l'onta subita. 

Animals

"Animals (Animali)" prosegue sulle stesse coordinate del brano precedente, la vena epica è trascurata a favore della classicità, anche se una potenza così non credo sia mai stata udita in campo heavy. Infatti, ogni singolo strumento è potenziato al massimo proprio per colpire l'ascoltatore come fosse un pugno allo stomaco. Eric Adams emette delle urla e fa partire il pezzo subito in quarta, dove si evidenzia il protagonismo di DeMaio che si mette in luce grazie a riffs si basso molto veloci e alquanto muscolosi, ma anche la batteria e soprattutto la chitarra di "Ross "The Boss" sono ben presenti, in particolare quest'ultima, davvero portentosa e che sembra riscattarsi dal mixaggio sbagliato ascoltato in "Hail To England", dove forse era registrata troppo bassa. Bene, senza gridare al miracolo, la produzione questa volta è migliore e gli strumenti sono tutti bilanciati. il riffing è semplice ma trascinante, Adams intona le strofe con istinto battagliero, si tratta di un'unica quartina che anticipa il pre-chorus e che poi si evolve in un micidiale ritornello decorato con cori quasi in stile glam. In effetti, si tratta di una traccia piuttosto solare, veloce e scanzonata, composta proprio per scatenare i più beceri istinti. Di breve durata, ci dirigiamo subito alla seconda sezione, parallela alla prima, e si prosegue senza cambiare una virgola, fino a giungere al finale, saltando direttamente il solo di chitarra che in questo caso non è presente e al cui posto troviamo uno scambio tra gli strumenti, con la batteria in prima linea, che si smorzano e si impennano per qualche secondo creando una sensazione di vertigine e sulla quale si impongono la voce acuta di Adams e i coretti di supporto per ripetere diverse volte il buon refrain. Tutto sommato, una canzone divertente, potente e fresca, ma di certo la minore del lotto, poco articolata e dalla struttura semplice e probabilmente l'unica evirata dalle influenze epiche che avvolgono l'intero disco. Le liriche riguardano il sesso, una notte di sesso sfrenato, dove l'uomo è paragonabile a un animale in preda agli istinti più primitivi e pronto a far divertire la fanciulla di turno, per poi lasciarla al mattino col sorriso stampato in volto. Il testo è ripetitivo e molto banale, un tripudio di sentimenti animaleschi e grotteschi che collidono con il leitmotiv dell'album, andando a "disperdere" come detto nella intro il vero intento dei brani a seguire, ovvero quello di risultare epici ed imponenti. Insomma, una sessualità espressa in modo assai carnale e fisico, nella quale non vi sono spazi per sentimenti o comunque accortezze di sorta. I guerrieri stanno avendo i loro momenti di intimità con le proprie compagne e concubine, non gli interessa altro che giacere assieme a loro per poter sfogare gli istinti repressi durante mesi di battaglie e conflitti sanguinosi. In sostanza, mentre nel brano d'apertura il testo classico è affiancato ad atmosfere epiche, qui invece di epicità c'è poco e niente. Una piacevole momento ma decisamente sottotono rispetto al resto dell'opera. 

Thor - The Powerhead

Con "Thor - The Powerhead (Thor - Il Possente)" si comincia a fare sul serio e qui ci troviamo di fronte ad uno dei pezzi più importanti della discografia Manowar, nonché un brano leggendario, conosciuto praticamente da tutti i defenders del mondo. La batteria impetuosa di Columbus assomiglia a un tuono che si scaglia a terra e devasta ogni cosa, il basso di DeMaio impenna e dà il via a una sinuosa ed epica danza portata avanti dalla grinta indomita di un Adams scatenato e inimitabile. Il fraseggio di chitarra di Ross Funicello è sinuoso, evocativo e bramoso di potenza. Le strofe sono mistiche, magiche, evocative, dove Eric Adams alterna tonalità gravi ad altre altissime per poi giungere agli immancabili acuti. I cori che anticipano il chorus sono incredibilmente epici e sono il preludio di uno dei ritornelli più belli mai ascoltati, dove le chitarre rallentano per poi caricare nel momento più aulico del refrain, coinvolgendo tutti i sensi e proiettando il pubblico sul campo di battaglia o alla corte degli Dei del nord. Ancora un urlo agghiacciante ed ecco il bellissimo assolo che si protrae a lungo e che finalmente mette in primo piano la classe di Ross "The Boss". Si passa alla terza strofa e terzo chorus, dunque c'è il primo cambio di tempo e succede qualcosa di inedito, infatti viene ripreso l'intro di batteria e di basso, la sezione ritmica rallenta di botto per poi dare spazio all'acuto più lungo mai sentito nella storia della musica, dove il vocalist raggiunge trenta secondi esatti di durata (superato soltanto da se stesso in "Black, Wind, Fire And Steel", contenuta nel seguente "Fighting The World") e sotto la sua voce, timidamente, il basso e la chitarra emettono dei suoni effettati e spiazzanti, come se si sfidassero a duello facendo collidere le corde e producendo suoni strani e futuristici. In realtà, la struttura del pezzo è molto semplice, ma la melodia cattura nell'immediato e trascina grazie alla sua bellezza, inoltre l'ispirazione dei musicisti è al massimo delle proprie facoltà. "Thor" è l'apoteosi dell'epic metal, c'è poco da fare, un inno generazionale diventato immortale. Ovviamente il testo parla di Thor, figlio di Odino e dio del tuono e della pioggia, che combatte assieme ai suoi adepti contro i giganti, trascinato dal suo magico carro che scende dal cielo lasciando alle spalle una scia nera. Il suo martello alato, chiamato Mjollnir (in norreno significa Frantumare), che solo lui è in grado di sollevare, fracassa le ossa dei giganti e li spazza via con un colpo. Lui è Thor il coraggioso, Thor il potente, combatte uccidendo gli infedeli, calpestandoli, il suo martello spacca il cielo e crea i tuoni che scaglia sulla terra. Mentre torna da suo padre Odino, pensa con intensità al giorno del giudizio (quello che in lingua nordica è il Ragnarok), dove divinità, mostri ed umani moriranno insieme e partiranno per l'oltretomba, a seguito di una violenta battaglia fra le forze del bene e del male. Un guerriero non riposa mai, egli sa bene che la Veggente (nella ben nota profezia dell'Edda Poetica) gli ha predetto un violentissimo confronto nel quale sarà antagonista di uno dei più potenti figli dell'ingannatore Loki: Midgardsormr, l'enorme serpente velenoso talmente grande da cingere il mondo con le sue spire. 

Mountains

Dopo un capolavoro assoluto cosa può esserci? Esatto, un altro capolavoro, questa volta più intimista e lento, ed ecco che spunta la ballata "Mountains (Montagne)", introdotta da accordi di basso, un basso metallico che somiglia molto a una chitarra elettrica e che potrebbe confondere l'ascoltatore. In effetti, Joey DeMaio sperimenta tantissimo nel nuovo disco, costruendosi addirittura un basso dalle corde ravvicinate per simulare i suono di una chitarra e avere così maggiore agilità e che metterà in risalto nella strumentale "Thunderpick", ma anche nella strumentale già sentita nel precedente lavoro in studio, ovvero "Black Arrows". Sovrastando appunto le linee di basso, arriva Eric Adams carico di pathis che intona la prima eterea quartina, dal sentimento profondo e carica di romanticismo, pronta ad esplodere dopo un minuto e mezzo di estasi, quando la sezione ritmica si potenzia con Columbus in prima linea a Ross "The Boss" che impenna il suo strumento con rasoiate affilate ma controllate, poiché la velocità è sempre cadenzata, incentrata soprattutto sull'atmosfera. Si giunge subito al ritornello, ed è un ritornello complesso, abbastanza lungo e articolato, dotato di una melodia sublime ed evocativa sostenuta da cori battaglieri che sembrano usciti dal film "Conan". Si ritorna su ritmi quieti, Adams declama la seconda strofa sulle note di bassi di DeMaio che effettua particolari suoni e arpeggi effettati mai uditi prima, per poi giungere al secondo refrain, dove il singer alza ancora di più il tiro fino a sfumare nel break centrale dove assistiamo all'incantevole dialogo tra chitarra e basso strutturato da ritmi sopiti dove il bassista si cimenta in brevi e strani assoli che cullano il pubblico e dunque lasciare spazio al solo di chitarra, che altro non è che un preludio alla tempesta che si abbatte poco dopo con gli immancabili acuti indemoniati di un Adams incredibilmente eroico, il quale prosegue replicando il ritornello, tra urla, acuti, scale e contro-cori epici che sfumano con un soffio di vento. "Mountains" è uno dei migliori brani mai composti dalla band e non solo, un tripudio di acciaio che si tinge di poesia e di delicatezza, intriso di mitologia e di malinconia. Un anthem dedicato alla volta celeste, alle nuvole, alle cime delle montagne, dove l'altezza è sinonimo di fierezza ed i libertà. Un aldilà che accoglie i guerrieri deceduti in battaglia, gli eroi caduti sul campo e accolti tra le braccia degli Dei del cielo. Il cielo viene sorvolato soltanto dagli uomini liberi, coloro che sono in grado di scalare le montagne e di volare come aquile al fine di raggiungere la grandezza e l'immortalità. Per diventare eroi bisogna essere come montagne, cioè erigersi a giganti di pietra, svettare sulla folla e sulla mediocrità, ed essere irremovibili, insuperabili, toccando vette che soltanto pochi raggiungono. E' una sfida con sé stessi ma il premio è alto e vale la pena tentare. Dunque, una power ballad toccante, un inno alla libertà e al trionfo. Si chiude il lato A di "Sign Of The Hammer" e si apre il lato B proprio con la title-track. 

Sign Of The Hammer

Si chiude il lato A di "Sign Of The Hammer" e si apre il lato B proprio con la title-track. "Sign Of The Hammer (Il Segno Del Martello)" è una cavalcata epica di grande intensità emotiva, la chitarra emette un grido quasi all'unisono con la voce di Eric Adams che irrompe ruggendo e declamando la prima strofa, serrata e quadrata, per poi lanciarsi, senza perdere tempo, nel popolare ritornello, espressione del genio epico di Joey DeMaio, maggiore compositore e songwriter del combo americano. La melodia è incredibile, baciata da qualche divinità scesa in terra, dove il cantante accarezza le note per poi salire di qualche tono ed emettere acuti pazzeschi, già accennati alla fine della quartina. Non è un brano semplice da interpretare ma con un vocalist del genere tutto è possibile. Il chorus prosegue, ha un doppia anima visto che è suddiviso in due parti perfettamente sovrapponibili, ed è decorato con cori vichinghi e dalla galoppata di Columbus che utilizza i piatti come fossero tamburi da guerra e spingendo col doppio pedale. Il passaggio dalla prima fase alla seconda è interessante, la chitarra si sovrappone al basso metallico e danzano creando fraseggi davvero toccanti che portano dritto alla seconda quartina e al secondo refrain. L'assolo di Ross "The Boss" è abrasivo, la sua ascia fende l'aria e crea l'inferno (a mio avviso il miglior solo dell'album) per poi stopparsi improvvisamente sulle bordate di batteria che danno inizio a una nuova sezione. Il break è inquietante, Adams intona il bridge con voce modificata e che lo trasforma in un demone declamando le stesse parole della prima strofa, dunque si libera dalle catene e svetta in cielo attraverso un acuto spacca-timpani che fomenta non poco prima di dirigersi verso l'ultimo ritornello. La coda è particolare, viene ripetuto il titolo del pezzo, aumentandone la potenza attraverso i cori, inoltre si accentua la vena epica dovuta dalla batteria e dal basso. Un lunghissimo acuto, l'ennesimo, pone termine alla battaglia. Una delle migliori tracce mai composte, un inno epico supportato da un testo che è, ancora una volta, un omaggio a Thor e al suo martello, ben rappresentato dalla iconica e stilizzata cover-art. Il vento soffia forte, le nuvole diventano nere, l'incanto è spezzato e il maleficio scagliato. I nemici hanno paura e subiranno la vendetta del dio e dei suoi uomini, pronti a seguire le sue indicazioni. Il martello viene scagliato, è il segnale che tutti aspettano per dare inizio all'assalto ed è il putiferio sul campo di battaglia. Odio, vendetta, sangue, onore, trionfo e sconfitta, il tutto fuso in un breve istante, destinato a portare alla vittoria le forze del bene guidate proprio da Thor, il quale schiaccerà col suo martello il serpente velenoso di cui parlavamo nel terzo brano. Thor è il bene, è la luce, la forza, l'onore.. il non arrendersi mai, il Dio Patrono dell'umanità, la perfetta incarnazione dei valori del guerriero. Valori nei quali i Manowar si conoscono pienamente, valori che i Nostri cercano di immettere nella loro musica e nel loro stile di vita sempre dedicato alla nobile causa del Metallo. Essi sono proprio come gli adepti di Thor: forti, vigorosi e sempre intenzionati a far valere la propria forza sui campi di battaglia. Nessuno potrà mai fermarli, nessuno potrà mai fermare la musica dei Manowar!

The Oath

Proseguiamo avanti tutta con il sesto pezzo, ovvero "The Oath (Il Giuramento)", l'unica traccia scritta da DeMaio e Ross "The Boss" insieme (le altre sono tutte opera del bassista). Ci troviamo, nemmeno bisogno di dirlo, dinnanzi all'ennesimo pezzo da novanta. Un brano che possiede una carica impressionante, il cui andamento è veloce, il più veloce del disco, e possiede un'anima a dir poco intrinsecamente "cattiva". Il basso si mette in evidenza sin dall'intro bizzarra attraverso un assolo metallico che sembra una vera chitarra, l'armonia è particolare, così come il suono. Tempo dieci secondi e la furia sanguinolenta della chitarra elettrica si scatena con un riffing portentoso, mentre Columbus pesta come un dannato dettando il tempo di questa speed song. Se la sezione ritmica è furiosa, di certo Eric Adams non è da meno, intonando le due strofe con voce posseduta e maligna riuscendo persino a inserire un acuto animalesco nell'ultima frase. Ciò che colpisce è, oltre alla potenza, una innato gusto melodico che fa capolino ogni tanto, andando a braccetto con l'energia scaturita. Uno dei segreti (dell'acciaio) dei Manowar è proprio quello di saper comporre melodie accattivanti, facili da assimilare e da cantare, e unirle alla potenza grandiosa della strumentazione. Insomma, va bene la potenza, ma senza dimenticare l'orecchiabilità. Si prosegue con la seconda sezione dove Adams è ancora più "incazzato" e, a tratti, fa il cosiddetto "vocione", ed infine si giunge al breve ma intenso ritornello, stupendo, condito da cori epici che lo rendono magico. Pur essendo un pezzo spesso snobbato o dimenticato dai più (non è di certo la punta di diamante di questo disco) io ne sono profondamente innamorato. Segue un assolo caciarone del chitarrista, molto strano ed eseguito con estrema foga e così inizia la terza parte ancora più veloce e mefistofelica, nella quale il vocalist raggiunge il suo apice di espressione e Columbus gli dà giù col doppio pedale. Dopo ancora due chorus, un secondo assolo di chitarra ci sommerge i timpani e chiude questa cavalcata. Il tempo del giuramento è finalmente giunto, il guerriero protagonista promette di seguire il suo destino e di rendere omaggio a Odino, di combattere per lui, fino alla fine dei suoi giorni. Davanti al fuoco, nel cuore della notte, tramite il suo sangue promette di proteggere la sua tribù e di sterminare le altre, di servire il suo dio, soltanto lui, né re né uomini religiosi. È un guerriero coraggioso, pronto al trionfo, pronto alla morte, pronto a diventare un eroe e sacrificarsi per il suo credo. La tematica del "giuramento" è assai importante all'interno dell'immaginario dei Manowar, in quanto loro stessi (e lo si può ben dedurre analizzando tutto l'arco della loro carriera dagli inizi sino ad oggi) si sono letteralmente consacrati all'Heavy Metal, giurando di non tradirne mai i principi e gli ideali. Tante loro dichiarazioni (soprattutto quelle di DeMaio) possono effettivamente far sorridere per la tronfia convinzione delle quali sono condite, ma tant'è: amiamo i Manowar proprio per questo, per la loro coerenza e per il grande impegno profuso nella causa del Metal. Grandi dischi, grandi canzoni.. ci hanno donato assolutamente un patrimonio di inestimabile valore, dobbiamo riconoscerlo tutti. Dai detrattori ai seguaci.

Thunderpick

E così giungiamo alla già citata "Thunderpick (Bastone Tonante)", strumentale di ben tre minuti e mezzo dove il leader Joey DeMaio, come se non bastasse, si mette in luce. Il musicista è uno sperimentatore, sempre pronto a scovare, e poi eseguire, nuove sonorità tramite il suo basso ipermodificato. Il suono che ne esce è metallico, le corde ravvicinate donano agilità alla composizione, anche se spesso l'assolo è formato da rumori metallici che infastidiscono l'ascoltatore. A volte emergono dei delicati arpeggi, intermezzati da sfuriate affilate e sulfuree. In tutto ciò, però, si apre uno piccolo spiraglio di melodia alternato da parti inconsistenti. Diciamo la verità, le tracce strumentali dei Manowar, raramente soddisfano in pieno, non è questione di tecnica ma questione di gusto e anche di utilità. Anche in questo caso, come in quello di "Black Arrows" e come in molti altri casi che verranno e che analizzeremo in seguito con il resto della discografia, ci troviamo davanti a una composizione strumentale che nulla aggiunge alla bontà dell'intero lavoro, e forse disturba pure. Va bene sperimentare, va bene osare, ma almeno farlo con criterio e con un semplice gusto melodico. Dunque, un brano abbastanza anonimo, non proprio brutto, ma che lascia l'amaro in bocca.

Guyana - Cult Of The Damned

Fatto sta che si giunge al termine dell'opera con un altro capolavoro assoluto, "Guyana - Cult Of The Damned (Guyana - Il Culto Dei Dannati)", sicuramente il brano più ambizioso dei nostri, ispirato da un terribile fatto realmente accaduto nel 1978, nella Guyana, una piccola regione del sud America, dove il pastore Jim Jones fondò, nel cuore della giungla, un piccolo villaggio chiamato Jonestown nel quale radunò una congregazione religiosa, denominata Il Tempio del Popolo, con l'intento di dare inizio alla prima città utopica senza leggi definite ma governata soltanto dalla pace e dell'armonia. Ben presto però, i 1100 seguaci trasferitisi nella lì assieme al pastore, si accorsero che quello che doveva essere un progetto di liberazione dalle miserie della società moderna, in realtà si era rivelato una sorta di prigionia mascherata nella quale i disertori venivano puniti severamente e dove Jim Jones, più che un uomo di chiesa, assomigliava a un tiranno. Alcuni cittadini riuscirono ad inviare una lettera al deputato Leo Ryan, incaricato dal governo degli U.S.A. di recarsi sul posto per controllare se a Jonestown fosse tutto in ordine, ma appena atterrato all'aeroporto nella Guyana, lui e le sue guardie vennero uccisi con dei colpi di pistola. La situazione si fece subito tragica e il reverendo Jones, a quel punto, si accorse di aver commesso un grave errore; così la sua folle mente partorì l'idea di un suicidio collettivo. Con la scusa di combattere il male che "avanzava verso le porte del villaggio", costrinse tutti gli adepti a prendere un cocktail, preparato dai discepoli stessi, a base di cianuro. Qualche giorno dopo, l'esercito mandato sul posto scopre ben 909 cadaveri, tra cui quello del pastore, suicidatosi con un proiettile nella testa. I 127 superstiti affermarono che quasi tutti i deceduti avevano accettato di buon grado il suicidio di massa, avvelenando persino i propri bambini, credendo scioccamente nella promessa di una vita ultraterrena fatta di pace e amore. Probabilmente il più grande e drammatico suicidio collettivo mai avvenuto nella storia, il testo dei Manowar è fedele ai fatti accaduti, attraverso il quale viene messo in luce il folle e disperato progetto del pastore Jim Jones e dove la Guyana è metafora di divinità malefica, madre dei dannati verso la quale i discepoli venerano il cullto della morte col fine di liberarsi dai peccati terrestri. Non solo il testo è il più ambizioso dell'album, ma anche dal punto di vista musicale ci troviamo di fronte a un brano con numerosi cambi di tempo, abbastanza articolato e lungo. Un fraseggio cupo e nostalgico introduce il pezzo, il basso ci introduce in un mondo oscuro, dominato dalla pazzia, dal veleno, dalla morte e dalla disperazione. Trenta secondi e c'è il primo cambio di tempo dove il ritmo si velocizza attraverso un solo di basso, molto acuto, che poco dopo rallenta in un arpeggio malinconico. Sull'arpeggio svetta la voce di Eric Adams, sembra declamare una preghiera in favore del reverendo Jim Jones, lo cita anche nel testo, così Columus fa il suo ingresso con una digressione trionfale che prepara il terreno per la galoppata. La prima strofa è quieta, la seconda, invece, cambia ritmo e si trasforma in ballad, riprendendo un motivetto squisitamente melodico e armonioso, ma eco che giunge l'inarrestabile refrain, dove la chitarra di Ross "The Boss" esplode come dinamite ed Eric Adams alza la voce in un grido di disperazione, supportato da cori angelici (o demoniaci) che danno al pezzo quell'aurea epica tanto ricercata. Ancora un cambio di tempo, questa volta la sezione ritmica è scatenata, il ritmo si velocizza per la strofa seguente, sostenuta, questa volta, dalla chitarra elettrica e non dal basso, poi torna lo splendido ritornello che culmina nell'acuto del vocalist. Parte l'assolo, uno dei migliori ascoltati fin qui, Ross "The Boss" è pungente ma anche passionale, poi inizia la coda finale dove tutti gli strumenti, compresa la voce, si impennano e corrono liberi per chiudere un album leggendario.

Conclusioni

Con "Sign Of The Hammer" si chiude la trilogia epica, considerata da tutti come il periodo di maggior splendore del combo americano. I Manowar raccolgono consensi e critiche entusiastiche e le vendite non tardano a decollare. Il loro modo di intendere la musica, in questo caso l'heavy metal, colpisce al cuore e segna un'epoca. A questo punto, la band diventa una delle più popolari realtà in ambito metal, così da essere richiesti ovunque. I fans, sparsi in tutto il mondo, chiedono a gran voce di vederli dal vivo, allora viene organizzato un lunghissimo tour, nel quale vengono recuperate persino le tappe europee saltate in quello precedente, ma che allo stesso tempo sfianca i ragazzi. Nel 1985 gli impegni si accumulano, tra concerti, interviste e varie apparizioni, e i nostri decidono di prendersi un anno di pausa. Il 1986 risulta essere il periodo giusto per riordinare le idee, stare a casa con la propria famiglia e per godersi i momenti con gli amici. Un anno di relax ma con la mente sempre rivolta alla musica, soprattutto perché ci troviamo di fronte a un particolare e delicato momento storico: in America, infatti, l'heavy metal subisce le prime censure ma non solo, perché viene consapevolmente allontanato dai canali musicali (MTV in prima linea) e dalle stazioni radio perché considerato scomodo, pericoloso per i ragazzi e troppo critico nei confronti della società. I Manowar, fedeli al proprio credo e dallo spiccato orgoglio, non restano certo a guardare, si sentono colpiti nell'animo e allora decidono di cambiare rotta, alleggerendo il suono, rendendolo più melodico e diretto e sfidando proprio la musica da classifica sul suo stesso territorio, lanciando il singolo "Blow Your Speakers" nei primi mesi del 1987, un brano fortemente critico nei confronti di MTV e dei maggiori diffusori musicali. Inoltre, la 10 Records si farà di lì a poco da parte, venendo inglobata dalla Virgin, e costringendo la band a cambiare nuovamente casa discografica; li accoglie quindi la Atco, con la quale sorprenderanno tutti pubblicando "Fighting The World", un disco dai connotati diversi da quanto proposto in precedenza, meno epico e più improntato sull'heavy classico e che darà inizio a un'altra era per la band di DeMaio.

1) All Men Play On 10
2) Animals
3) Thor - The Powerhead
4) Mountains
5) Sign Of The Hammer
6) The Oath
7) Thunderpick
8) Guyana - Cult Of The Damned
correlati