MANOWAR

Return Of The Warlord

1996 - Geffen Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
30/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

La prima metà degli anni 90 è testimone di un drastico cambiamento nell'ambiente culturale che travolge ogni cosa e ogni forma artistica. Le novità in campo musicale sono tante e quasi tutte valide, l'ascesa dell'alternative, del grunge e del metal estremo incidono pesantemente sull'evoluzione di molti generi rock, contribuendo persino alla distruzione e alla riorganizzazione delle basi sulle quali poggia l'intero mondo hard 'n' heavy. L'intuizione avviene con l'uscita dell'omonimo album (il cosiddetto "Black Album") dei Metallica, probabilmente la metal band più in vista al mondo, che grazie a una produzione semplicemente perfetta, l'ammorbidimento delle sonorità e i rallentamenti delle ritmiche, pur sempre vorticose e metalliche, danno inizio a una nuova epoca, costringendo tutte le altre rock band ad adeguarsi a taluni canoni. La favolosa epopea dell'heavy metal classico giunge qui al termine e molte metal band si arenano, altre vivono di rimpianti e di glorie passate e altre ancora attuano le dovute modifiche al proprio sound pur di sopravvivere. Nel declino generale che coinvolge tutti i generi tradizionali, ben poche band riescono a resistere e a superare indenni questo sconfortante periodo; tra queste la spuntano i Manowar, forti non solo dei continui successi che li hanno proiettati nell'Olimpo dell'heavy metal confermandoli veri e propri idoli ma anche e soprattutto grazie alla fedeltà dimostrata negli anni dai fans, sempre in prima linea per difendere e sostenere i propri beniamini. Ecco così che un nuovo disco della ditta DeMaio e co. è un graditissimo ritorno, soprattutto alla luce di una pausa piuttosto lunga dal pluripremiato e osannato "The Triumph Of Steel", quasi quattro anni di silenzio e di cambiamenti di line-up che vedono la dipartita di David Shankle e di Kenny Edwards detto "Rhino", sostituiti da Karl Logan, chitarrista molto veloce e tecnico conosciuto da Joey DeMaio durante un motoraduno, e il reintegro dello storico batterista Scott Columbus il quale, risolti una volta per tutte i vari problemi famigliari che lo hanno colpito nel 1990, è pronto a tornare in scena. Dunque, il 1996 vede il ritorno in pista di una delle band più acclamate della storia della musica dura e così, prima di pubblicare il nuovo lavoro, che porta il rassicurante titolo di "Louder Than Hell", i Manowar danno in pasto ai proprio sfegatato esercito di ascoltatori il primo singolo: "Return Of The Warlord", uscito per la Geffen Records nel marzo dello stesso anno e dotato di un divertente videoclip che vede i quattro cavalieri girare in città in sella alle loro Harley Davidson, facendo pose da macho, baciando belle fanciulle e proclamando di essere tornati per suonare il solito potente e grintoso heavy metal, rassicurando quindi tutto il popolo metallaro di essere ancora loro stessi: coerenti, audaci, sbruffoni, dei veri guerrieri che non hanno intenzione di cambiare una sola virgola del loro stile, sfidando a testa alta la supremazia imperante dei generi musicali più in voga in quel periodo. Il singolo presenta anche, come ci hanno abituato i Manowar in tutti questi anni, anche la sua "tamarra" copertina, che consta di un disegno in stile fumetto, che sembra quasi estratto dalla grafica primordiale di un gioco di ruolo. Al centro campeggia l'insanguinata ascia del signore della guerra, mentre dietro di lui un litico altare di pietra ed una colonna incatenata, fanno da contrasto con gli altrettanto insanguinati teschi che si trovano dietro la lama della enorme ascia. Tutto questo viene sormontato dal logo della band nei caratteristici colori rosso e bordi gialli, e con lo stesso font sono stati anche disegnati i caratteri che danno il nome al singolo stesso. Sul retro la grafica continua alla stessa maniera, sfumando poi in nero nei credits. Come abbiamo detto il singolo è uscito per la Geffen records esattamente nel Marzo 1996, ma successivamente ne sono state pubblicate anche altre due versioni. Si tratta perlopiù di copie non ufficiali, o comunque non autorizzate dalla label, in formato cassetta per la Moroz Records. Le due cassette contenevano, oltre ad un artwork diverso, anche un titolo diverso, chiamandosi sempre Return of The Warlord, ma seguiti da Number 1. Contenevano anche molte più tracce, ben otto, inframezzando brani storici con pezzi registrati live. Essendo la Moroz russa si spiega abbastanza bene il perché di questa strana "manovra" commerciale; spesso e volentieri nella terra sovietica, soprattutto post-guerra fredda, si tendeva comunque a non far arrivare molto materiale proveniente dall'occidente, e ci si arrangiava come si poteva.


Return Of The Warlord

Il singolo di lancio, "Return Of The Warlord (Il Ritorno Del Signore Della Guerra)", viene presentato nel marzo 1996, riprendendo la celeberrima "Warlord", presente sul secondo disco della band, quell'"Into Glory Ride" che ha cambiato la storia dell'heavy metal e che si apriva proprio con il brano appena citato. L'intento è chiaro a tutti, quello di tenere in alto e di sbandierare il vessillo dell'acciaio, nonché quello di suggellare il ritorno, anche in un'epoca di transizione come quella di metà anni 90, di una delle metal band più amate al mondo. I Manowar sono ancora tra noi per rimettere le cose al loro posto a suon di metallo pesante e ne troviamo conferma nell'immediato attraverso una scarica dinamitarda sorretta dall'incontrollata chitarra del nuovo entrato Karl Logan, non proprio un virtuoso delle sei corde ma piuttosto scaltro e veloce nell'esecuzione. Columbus pesta come un dannato, mettendo in risalto la sua innata potenza, sicuramente punto di forza della sua tiepida tecnica. Il tutto funziona a dovere, la macchina da guerra a nome Manowar è di nuovo in moto per schiacciare il nemico, così come si nota subito l'affilato basso del leader Joey DeMaio, vero protagonista in tutti i brani. Quando Eric Adams, dopo una serie di monolitici riffs, entra in gioco, si ha la netta sensazione che purtroppo la produzione non sia di qualità eccelsa e anzi lascia molto a desiderare; le vocals, infatti, tendono a restare in secondo piano e ed essere soffocate dalla sezione ritmica, togliendo quindi brillantezza al suono generale e perdendo persino potenza. Ma la band picchia duro, il drumming serrato la fa da padrone e Logan, senz'altro statico ma deciso, produce il tipo riffing heavy senza compromessi. Epicità e potenza che colpiscono dritti al cuore, nonostante la semplicità assoluta nell'esecuzione. La prima lunghissima strofa ci introduce le principali tematiche del lavoro, ossia moto, divertimento, fede nei confronti della musica, sacre amicizie, belle fanciulle e alcool per una festa musicale della durata di 50 minuti. L'attacco è travolgente, con voce rauca il prode Adams ci narra, quasi a singhiozzo e in preda al nervosismo, che il tempo è finalmente giunto, i Manowar sono tornati in sella alle loro moto, come è possibile notare nel divertente videoclip, per portare il verbo in città. Niente più tempi di attesa, ne momenti di noia, il gruppo è riunito ed è in forma smagliante, pronto a fare baldoria e a incendiare i palcoscenici del mondo. Borchie e vesti di cuoio rappresentano il look perfetto il quale, unito a una buona dose di sbruffoneria e arroganza, sottintende un modo di essere e di vivere che non ha eguali. La moto, simbolo di libertà e paragonata a un cavallo d'acciaio, romba che è una bellezza; lì sopra non si invecchia mai e l'eterna giovinezza scorre nelle vene. Giunge il fantastico ritornello, diventato negli anni un vero e proprio inno e il pubblico non può far altro che scapocciare in preda all'estasi. Dal punto di vista strumentale accade poco, il pezzo resta abbastanza immobile, tranne forse che nella battute di basso, ma è la fiera melodia che conquista all'istante, attraverso la quale il grande Eric Adams canta di libertà, lancia moniti ai perdenti che cercano di limitarli ed esprime individualità e sentimenti che soltanto chi è come loro è in grado di capire e di bruciare la notte. La chitarra di Logan si impenna per qualche secondo, creando uno stacco tra ritornello e secondo verso, poi si riparte con la narrazione sostenuta da una sezione ritmica travolgente, nella quale si ripete il principio della libertà e gli ideali che la governano: niente soldi, niente case lussuose, l'unica cosa preziosa è la vita che deve essere vissuta fino in fondo, rischiando persino di finire in prigione a seguito di una rissa. Una famiglia, un lavoro fisso, un'esistenza confortevole e convenzionale non va bene per un uomo nato per strada, un cavaliere sulla sua moto; solo gli amici, una birra e della buona musica metal lo fanno sentire in pace col mondo. E' una sua decisione e va rispettata, perciò a morte chi cerca di buttarlo giù e di fermare la sua corsa. Dopotutto emerge la metafora della vita che scorre come una corsa in moto, sulla cui sella si fanno innumerevoli esperienze, così il testo suggerisce un'interpretazione più profonda di quanto sembri, arricchendo un brano scatenato e di grande qualità. Il break centrale è introdotto dal rombo del motore di una motocicletta sul quale, dopo qualche secondo di sospensione dove Columbus picchia delicatamente i piatti, scaturisce il buon assolo di Logan, accompagnato dal ronzio continuo prodotto dal basso di DeMaio. Il bridge si appoggia tutto sulla potenza della batteria, voce e rullate alle quali poi si aggiunge ancora il rombo della Harley Davidson per ribadire il concetto di velocità e di autonomia. Un acuto e poi si torna a ripetere diverse volte il ritornello, concludendo così un favoloso pezzo. ?

Warlord

La storica e famosa "Warlord (Il Signore Della Guerra)" è la seconda traccia presente nel singolo e rappresenta, proprio come si evince dal titolo, la sua traccia gemella e qui riproposta in versione live registrata il 7 febbraio 1986 durante un concerto tenutosi a New York. L'anno non è casuale, visto che la prima stesura di "Return Of The Warlord" risale appunto al 1986 e proprio nello stesso concerto viene eseguita per la prima e forse unica volta prima di ritrovarla nella nuova veste dieci anni dopo. "Warlord" attacca con le chitarre sparate a mille, una colata di metallo classico ci invade i timpani e, nonostante una produzione grezza, gli strumenti si sentono piuttosto bene, la batteria di Columbus è potentissima e il basso di DeMaio pompato al massimo. Il riffing portante, eseguito da un grande Ross "The Boss" (uscito dalla band solo nel 1989), copre la prima parte e si protrae facendo da colonna portante per tutto il pezzo, dopodiché Eric Adams incomincia a intonare la prima lunga strofa, che è una sestina, dando subito sfoggio del suo potenziale. L'andamento è veloce, perciò si giunge in fretta al primo chorus, dalla struttura immediata e molto orecchiabile, dall'animo rock 'n' roll, niente di melodicissimo ma che trasmette una carica temeraria. Si riprende con la seconda parte senza un attimo di respiro e quindi seconda strofa e secondo refrain, che lasciano spazio all'assolo, dal piglio 70s, di Ross "The Boss". La parentesi strumentale dura pochi secondi, perché si riattacca subito con la terza strofa. Prima di concludere assistiamo a un bel dialogo tra il vocalist e la chitarra, un giochetto della durata di qualche secondo nel quale Eric Adams si diverte e imitare le note distese dell'ascia, alternandosi ad essa con brevi acuti. Ma non è ancora tempo di lasciarsi andare, perciò il singer si trattiene non sforzandosi più di tanto e incitando il pubblico con dei vocalizzi. "Warlord" è un pezzo diretto, molto semplice e vecchia scuola, lontano dalle atmosfere epic e più aderente alla tradizione classica, sulla scia di una "Manowar" o di una "Metal Daze" e riprendendo le coordinate che poi troveremo in un disco come "Louder Than Hell". Il testo è il trionfo del menefreghismo e dello spirito libero. Nonostante tutti i problemi della vita, di un'esistenza misera ostacolata da un mondo crudele, basta una moto per correre in strada, annusando l'odore dell'olio e della benzina, ed essere felici. Stufi di farsi stritolare da una società corrotta nella quale contano soltanto i soldi, la vita è una e va vissuta al massimo, divertendosi con gli amici, ascoltando musica e facendo l'amore. È uno stile vita, Harley Davidson, cuoio e borchie, bastano questi elementi per essere i signori della strada. Cavalcare la sella della motocicletta, magari con una pollastra abbracciata dietro, per sentirsi re e per non invecchiare mai, scacciando le delusioni quotidiane. I Manowar sono i cantori della società, attraverso l'aspetto fantasy e mitologico si erigono a paladini della giustizia, difensori dell'uomo comune, dei proletari che lottano ogni giorno per un minimo di soddisfazione. Bisogna mantenersi giovani, non cedere ai problemi, e spassarsela.?

Conclusioni

Il singolo mette in mostra la volontà, da parte dei Manowar, di riappropriarsi del posto d'onore che gli spetta di diritto, dopo che quattro anni di assenza dalle scene, nonostante comunque l'interminabile tour del disco precedente durato quasi due anni, ne avrebbero potuto minare fortemente il cammino, soprattutto nel delicato momento storico in cui ci troviamo e che sta sgretolando praticamente tutta l'eredità  del metal classico. Invece, gli spettri di una carriera in salita spariscono nel momento in cui questo singolo vede la luce, nel marzo del 1996, anticipando di un mese la pubblicazione dell'ennesimo fortunato album firmato Manowar, quel "Louder Than Hell" tanto criticato dalla vecchia guardia per via di arrangiamenti più statici rispetto al passato, brani più orecchiabili e sempliciotti e testi molto spesso adolescenziali, ma in grado comunque di piazzare ben tre singoli nella classifiche di mezzo mondo, di donare agli ascoltatori di taluni generi diversi anthem da cantare in eterno e di vendere migliaia e migliaia di copie che valgono il disco d'oro e tanta soddisfazione. Insomma, nonostante le critiche, il disco vende tanto e la band si conferma tra i miti indiscussi della musica dura, proseguendo imperterrita la propria marcia trionfale alla conquista di nuovi fedeli. Certo è che, ascoltando un pezzo come "Return Of The Warlord", si ha da subito la netta sensazione che le atmosfere epiche e le lunghe trame concepite nel glorioso "The Triumph Of Steel" siano solo un ricordo e infatti l'album intero confermerà tali sensazioni, evidenziando l'aspetto più sbruffone e goliardico dei Manowar, quello più vicino all'heavy metal che all'epic metal, quello legato alle tematiche più leggere: birra, divertimento, elogi alla musica e alle motociclette, semplificando di molto non solo le liriche ma anche le strutture dei singoli brani, così come abbiamo avuto già modo di osservare in un lavoro come "Fighting The World" (anch'esso assai criticato dai fans), per certi versi ripreso dallo stesso "Louder Than Hell", ma se in quel caso, il singolo di "Blow Your Speakers" si omologava troppo alla musica da classifica, strizzando l'occhio al glam metal in auge negli anni 80, questo "Return Of The Warlord", oltre ad essere un grande pezzo heavy, ha la presunzione di sfidare la supremazia del grunge e dell'alternative e di combattere faccia a faccia non solo per confermare i propri ideali ma per affermare che l'heavy metal è ancora vivo perché il suo corpo è d'acciaio e la sua anima è immortale e i Manowar non sono altro che i messaggeri di tale messaggio divino. Nonostante il cambio di direzione che delude molti ascoltatori, soprattutto quelli che avevano amato il precedente, ambizioso e complesso album in studio, gli elementi che hanno reso grande il combo americano sono gli stessi e il muscoloso barbaro che appare sull'art-work è pronto a spezzare le catene che limitano la libertà di espressione e a impugnare la sua fedele spada ancora assetata di sangue.?

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