MANOWAR

Number 1

1996 - Geffen

A CURA DI
ANDREA CERASI
10/10/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Negli anni 90 è dura sopravvivere suonando heavy tradizionale, i colpi inferti dal grunge, la rivoluzione thrash metal inaugurata dal cosiddetto "Black Album" dei Metallica, la nascita di nuovi generi di rock, ma anche il modo di intendere e di produrre musica viene completamente stravolto. Le tematiche e gli schemi tipicamente heavy non piacciono più e adescano sempre meno adepti, forse perché visti come un qualcosa di anacronistico e anche di superficiale. Difficile nel 1996 parlare ancora di birra, party selvaggi, raduni motociclistici, barbari assetati di sangue e inni al sacro metallo quando, ad esempio, in un genere come quello del gothic/doom metal, che prende piede durante questo periodo e trainato da Type O NegativeMy Dying BrideAnathemaMoonspellParadise Lost in prima linea, si affrontano liriche molto più mature, in grado di apparire come vere e proprie poesie decadenti. Ecco, in questa giungla metallica l'hard & heavy classico viene letteralmente schiacciato o addirittura schifato. Tra le pochissime band che riescono a sopravvivere, i Manowar sono quelle più vitali di tutti, sorprendentemente la loro "filosofia" conquista ancora legioni di fans, la loro coerenza convince i propri fedeli che l'epic metal tradizionale è il suono da venerare negli anni a venire e che la loro musica è "vera", non incline a subire influenze esterne e che non ha bisogno di piegarsi alle mode. L'avventura manowariana sa di miracoloso, poiché un disco semplice e molto legato agli anni 80 come "Louder Than Hell" ha un successo strepitoso e così, anche nel 1996, anche nel periodo più buio per l'hard rock vecchio stile, le vendite decollano e i singoli si posizionano in classifica, garantendo alla band gloria e successo, nonostante le numerose critiche ricevute dai fans storici, un poco delusi dall'elementarità di base presente nel disco e rispetto ai precedenti capitoli, soprattutto paragonata al predecessore: l'imponente "The Triumph Of Steel" (1992), che aveva inaugurato una nuova era e che metteva in luce un aspetto del tutto inedito della band americana, unendo tecnica, complessità e coraggio per ribadire che, anche in un così momento critico per le band storiche, i Manowar sono ancora i Re dell'acciaio e continuano a marciare schiacciando i nemici perché non hanno intenzione di abbassare la guardia. Quattro anni dopo, "Louder Than Hell" segue lo stesso principio e il combo newyorkese sfila a testa alta, nonostante i cambi di line-up che destabilizzano la formazione, ottenendo ancora una volta un grande successo e portando sulle spalle tutta l'eredità dell'heavy metal incontaminato e di quella scena musicale che li vede tra gli alfieri più importanti e sui quali si aggrappa per poter sopravvivere. Nell'agosto del 1996, tanto per ribadire chi sono e cosa fanno, i Manowar rilasciano il secondo singolo dell'album: "Number 1" il cui titolo è appunto l'esternazione massima del proprio credo e delle proprie volontà. Dalla cover-art molto scarna e diretta (come vedremo fra poco), "semplice" è dunque la parola chiave per descrivere un pezzo del genere, che poi rappresenta lo stile dell'intero album, così come snello era il singolo che anticipava l'album, "Return Of The Warlord", decisamente un brano superiore a quello che ci accingiamo ad analizzare ma forgiato dallo stesso fuoco e avente le stesse coordinate di "Number 1", che è in realtà un buonissimo pezzo heavy/epic metal il cui unico errore è quello di risultare un pochino statico nella struttura e nell'arrangiamento, cercando di fare resa sull'audience più che altro grazie alla trascinante melodia del chorus e sul riff di base dall'impatto devastante. Il singolo è uscito in una sola versione, per la storica Geffen Records (etichetta a cui i Manowar si sono affidati svariate volte nella seconda parte della loro carriera, e che negli anni ha prodotto i lavori di altrettante band importanti, dai Death Angel a Ozzy Osbourne, dai classic metallers albionici Tygers Of Pan Tang passando per White Zombie, Zakk Wylde e Diamond Head. Il singolo è stato pubblicato solamente in versione CD dalla Geffen stessa, e non esistono altre ristampe allegate o riprodotte nel corso degli anni successivi. Piccola chicca per i collezionisti, esiste però una versione cosiddetta "misprint" di questo singolo, vale a dire con un errore. Solitamente si definiscono in questo modo quando sulla copertina o all'interno della grafica troviamo alcuni errori di stampa, ma questa volta l'errore è imputabile alla casa di stampa stessa. Nella versione sbagliata infatti, non vennero inserite tracce live (come invece troviamo in quella recensita qui da noi), bensì solo tracce in studio, riproposizione di quelle che troviamo nei vari dischi da cui sono tratte. La copertina, pressoché scarna e con pochi fronzoli, prevede il gigantesco e celebre logo della band, adottato fin dagli esordi, proposto in salsa "metallica", vale a dire con una scala cromatica che lo fa sembrare realizzato e forgiato nel ferro stesso, bordato di rosso. Al di sotto di questo troviamo, sempre nello stesso font e gamma di colori, il numero 1 (riferimento ovviamente alla traccia che da il titolo al singolo), il tutto su sfondo completamente nero, senza disegni o foto della band stessa. Aprendo il jewelcase scopriamo che anche il CD è completamente nero, al centro del quale campeggia il logo della band, stavolta completamente in rosso. Mentre sul retro troviamo tracklist e marchio della casa produttrice. Come abbiamo detto questo è il secondo singolo estratto dal gargantuesco Louder, a cui poi  ne seguirà un terzo (Courage), proposto sempre dalla Geffen in due versioni, studio ed on stage. Inoltre, questo singolo è accompagnato dalla presenza di altre due tracce in versione live registrate due anni prima, appena dopo il ritorno del batterista Scott Columbus e l'innesto del chitarrista Karl Logan, durante un concerto in Finlandia, precisamente il 12 Febbraio 1994 ad Helsinki, ma andiamo ad analizzare il tutto.

Number 1

Scritta nel 1986 ed eseguita per la prima volta dal vivo in alcuni concerti di quell'anno ma mai incisa ufficialmente, "Number 1 (Numeri 1)" viene ripresa e ri-arrangiata per "Louder Than Hell". La traccia attacca con un riff sinistro, di natura demoniaca a causa delle distorsioni che le asce emettono e, tempo pochi secondi, Adams intona con voce solenne e quasi liturgica il quinto brano. L'apparente quiete è destinata a infrangersi quando subentra il metallico basso di DeMaio a contrastare la potenza della chitarra di Logan e così la canzone prende il via. Il testo è esaltazione non solo della band, ma anche del suo seguito, le orde di fans che si porta dietro da tanti anni, ma più generalmente si parla del fedele appassionato di musica e del coraggioso che affronta a testa alta la vita. Come accade spesso nelle liriche dei Manowar, anche in questo caso troviamo l'elogio all'uomo comunque che ogni giorno lotta per sopravvivere, e tutto ciò infonde forza e speranza nell'ascoltatore. La musica dei Manowar non è solo motociclette, birra, sesso, sangue e preghiere agli Dei del nord, ma è anche simbolo di collettività, di speranza, di libertà dello spirito umano, di realizzazione personale; magari la forma utilizzata è quasi sempre semplice e diretta, ma il senso è profondo. La prima strofa trascorre così, procedendo per gradi, dunque si passa alla seconda quartina che vede il potenziamento della sezione ritmica grazie all'intervento di Scott Columbus e allora i nostri musicisti lanciano una sfida al pubblico: li sfidano a prendere coraggio e ad accettare la lotta. Siamo tutti riuniti per vincere, per dimostrare che gli anni hanno forgiato la nostra anima e il nostro corpo rendendoli infrangibili. Gli arrangiamenti sono un po' statici e si evolvono in maniera lenta e prevedibile, inoltre la produzione non aiuta molto, i suoni sono bilanciati male e la voce resta perennemente in secondo piano, ma il ritmo conquista e trascina comunque, impreziosito dalla forsennata melodia che si divincola tra strofe, pre-chorus e ritornello crescendo di intensità risultando eccellente. Il ritornello vede una maggiore intensità melodica, Eric Adams alza la voce e ci racconta dell'inizio del gioco, sottolineato dallo sparo di una pistola come fosse una gara di corsa, per poi proseguire in una sfida che verrà affrontata con tutto il cuore. Muscoli, sangue e passione che smuovo l'essenza dell'uomo saranno il punto di forza e, qualora si dovessero possedere tali elementi, la vittoria sarà assicurata. Gli eroi sono nati per essere numero uno e la morale è che noi tutti, seguendo la disciplina dello spirito, del cuore e della dedizione, possiamo essere eroi, i primi. Si procede con la seconda parte della canzone e poco cambia rispetto alla prima, la forma quadrata facilita l'ascolto e rende semplice l'assorbimento delle atmosfere generate dagli strumenti e dalla magnifica voce che incita a buttarsi nel duello. La sfida è iniziata, è arrivato il gran giorno, si punta dritti al primo posto perché anche il secondo è inaccettabile, solo così arriveranno fama, gloria e immortalità; intanto i muscoli sono allentati e pronti all'uso, il sangue scorre frenetico nelle vene e tutto è pronto per il conteggio finale che ci vedrà vincitori. Il ritornello termina con una serie di acuti, in questo album quasi centellinati dal cantante rispetto agli altri dischi della band, e così Karl Logan si lancia in un vorace assolo accompagnato solo dal calmo drumming di Columbus, creando un particolare effetto e una bella e quasi apocalittica atmosfera che s protrae per più di un minuto, sfociando infine nella coda dominata dalla (forzata) ripetizione del bellissimo chorus.

Blood Of My Enemies

Il primo dei due brani live che troviamo è la favolosa "Blood Of My Enemies (Il sangue dei miei nemici)", che poi altro non è che il primo di una serie di capolavori destinati a entrare nell'immaginario collettivo, sempre richiesto dal vivo perché dotato di una forza indomita e di una melodia accattivante che scuote e fomenta al primo ascolto. Trenta secondi di arpeggio, l'aria è carica di polvere e la battaglia sta per iniziare, la chitarra di Ross "The Boss" ed il basso di Joey DeMaio ci introducono nel mondo Manowar, caricando l'ascoltatore, mentre la batteria di Scott Columbus è cadenzata ma di una potenza inaudita, dal vivo come su disco. Si sente già l'odore del sangue e della carne trafitta e tutto è pronto per esplodere e per narrare le gesta degli eroi. Eric Adams esordisce con un acuto animalesco e la sezione ritmica ci proietta nella guerra. Il tempo è medio, piuttosto cadenzato, calcolato per ricreare il giusto clima epico, dove le asce dei musicisti sembrano spade innalzate al cielo e pronte a infierire e la batteria del gigante Columbus equivale a un carro armato trainato da cavalli scalcianti. Due quartine implorate con estrema cattiveria, la voce di Adams si fa dura, un poco sporca, quasi minacciosa, per poi spezzare le catene e librarsi in aria con passione e spirito bellico. Il ritornello esplode in un tripudio di melodia e di cori angelici (quasi da colonna sonora di un film fantasy) e catturano subito l'attenzione del pubblico, il refrain è trascinante, un vero capolavoro di intensità emotiva, dove le parole si tingono di atavica solennità. Il ritmo goliardico prosegue nella seconda sezione, approdando, come una nave da guerra approda nel porto, al brillante assolo di chitarra sostenuto dall'onnipresente e pompatissimo basso del collega DeMaio. Adams si lancia nel terzo chorus tempestandolo il finale di brutali acuti impossibili da imitare (un po' come si ascolta in "Battle Hymn" o in "Secret Of Steel"), terminando il pezzo nel più classico stile Manowar, ossia con una foga esasperata e in grado di strapparci dalle viscere i nostri istinti più perversi. Un brano quadrato, epico all'ennesima potenza, sorretto da strofe muscolose e da un testo vichingo che coinvolge ferocemente il pubblico in platea. Si narra di un guerriero chiamato a combattere per volere di Odino, suo dio. Ma egli non è solo, poiché può contare sull'aiuto di tre poteri: la ferocia, la malvagità e la fierezza, che lottano al suo fianco. L'ira pagana si scontra con i nemici, gli Dei sono con i guerrieri coraggiosi, il nostro protagonista solca l'aria con la lama bene in vista e pronta a squartare. Il sangue lo attira e lo eccita e lui sa che questo è il lasciapassare per Asgard. In cielo già riesce vedere una densa foschia che scende sulla terra e dalla quale fuoriescono le valchirie che raccolgono i corpi dei morti e li scortano nell'al di là, dove riposano i suoi compagni e anche i suoi nemici, tutti uniti per onorare gli Dei del nord. 

Kill With Power

Seconda traccia, tratta dallo stesso album, ossia lo storico "Hail To England" del 1984, ecco che arriva "Kill With Power (Uccidi Con Forza)", altro cavallo di battaglia della band americana, immancabile dal vivo e intonata da tutto il pubblico, scandita da una foga corale senza precedenti. Un pezzo veloce e quasi isterico, potentissimo, dall'attitudine classica, che si incolla sulla pelle e non ti lascia più. Columbus si scatena dietro le pelli, è il suo momento, un tornado pronto a infrangere ogni cosa al suo passaggio, ma anche la chitarra e il basso sono sparati a una velocità incredibile, facendo il filo quasi al power metal di matrice europea grazie una sezione ritmica indemoniata ed alla doppia cassa usata per tutta la durata del pezzo. In un contesto del genere, ogni musicista si ritaglia uno spazio nel quale può dare sfogo alle proprie capacità, Joey DeMaio le prova tutte col suo basso, riuscendo a emergere in più occasioni e suonando più forte di Ross "The Boss", dall'altra parte il chitarrista continua su una serie di lisergici fraseggi che sembrano un terremoto, raggiungendo l'acme nel prezioso assolo che evidenzia le sue doti tecniche e la sua velocità di esecuzione. Il ritmo è sinuoso, energico, delirante anche, e Eric Adams è mefistofelico, sia nei versi che nel ritornello, crogiolo di emozioni intense e di istinti barbarici, sparando acuti inverosimili alternati a risate isteriche, soprattutto in prossimità del ritornello, dove troviamo un importante dialogo tra voce e batteria, che cresce attraverso una serie di intervalli stoppati nei quali Adams canta a cappella le ultime parole del refrain. Insomma, questo brano è un vero gioiello di metallo, che fa della semplicità e dell'energia il suo punto di forza, riuscendo davvero a scuotere gli animi grazie alle sue turbolenze vocali e strumentali. Siamo proiettati nuovamente sul campo di battaglia, in mezzo a un esercito assetato di sangue. Il destino di questi soldati è scritto nel vento, le loro frecce oscurano il cielo e cadono sui nemici calpestandoli e mandandoli all'altro mondo. La paura e il dolore si diffondono nell'aria, poiché nessun nemico è in grado di battersi degnamente, nessuna delle loro armi o delle loro tattiche funziona a dovere, perché si scontrano con uomini maledetti, provenienti dagli inferi e protetti da Odino. Quasi un esercito di spettri, immortale e invincibile. E la loro maledizione, passata da generazione in generazione, si abbatterà anche sui loro figli. Nessuno avrà scampo e gli impuri moriranno.

Conclusioni

Questo singolo mostra l'anima di un disco come "Louder Than hell", scandito da una semplicità a tratti disarmante (non a caso oggetto di critiche da parte della stampa specializzata ma anche da parte dei vecchi fans, illusi magari di ritrovarsi tra le mani l'erede del grande "The Triumph Of Steel"), ma che comunque sa il fatto suo perché composto con classe (di certo, i nostri sanno come scrivere anthem orecchiabili e tronfi per tutti i Defenders del mondo) e con atteggiamento sbruffone diventati ormai marchio di fabbrica dei Manowar. Tecnica purtroppo al minimo sindacale, composizione il più delle volte scarna e priva di grossi cambi di tempo, dove il tutto è costruito su un solidissimo riff partorito da Logan, la cui struttura è piuttosto compatta, sicuramente potente ma che perde in sorpresa, risultando prevedibile. Nonostante ciò, la melodia vincente esplode subito in testa con strofe magnetiche e ritornelli catchy, conquistando la fiducia dell'ascoltatore e puntando dritto all'orgoglio, dimostrando che la band riesce sempre, in qualche modo, a smuovere i sentimenti che li lega ai propri fans, sempre fedeli al sacro vessillo dell'heavy metal primordiale. Ed è proprio la bella e ispirata melodia a salvare il pezzo, così come sono le melodie fresche e azzeccate ad elevare un lavoro tecnicamente povero come "Louder Than Hell", album che vale alla band numerose critiche per via della staticità strumentale espressa, critiche mosse persino dal vocalist degli Angra André Matos, grande fan dei Manowar, che in un'intervista dell'epoca definisce l'album come un concentrato di "heavy metal per ragazzini", rappresentando un po' l'opinione pubblica che ancora oggi traccia un solco netto tra la prima era della band (quella compresa tar il 1982 e il 1992 ed osannata da tutti) e la seconda (che dal 1992 giunge fino ai nostri giorni) molto più sottotono e spesso e volentieri criticata dai detrattori. In effetti, e come accennato in apertura, gli inni all'alcool, ai festini selvaggi, al sesso libero e all'amore nei confronti di un genere musicale risultano forzati e troppo fanciulleschi, specie negli anni 90, quando il mondo e l'industria artistica sono fortemente cambiati, diventando più seri e meno giocosi, scanditi da un nuovo tipo di pensiero, allo stesso tempo più intellettuale, ma anche più depressivo e drammatico e che ben presto contagia tutti (o quasi) i generi di rock. Ma l'intento della band non è certo quello di porsi fini intellettuali, i Manowar sono i Manowar, alfieri di un certo tipo di musica che fa della coerenza la propria filosofia, perciò il senso unico della loro musica è quello di gridare al popolo che il metal è potente e profondo quanto una religione, il cui unico fondamento è quello di unire i fedeli di tutto il mondo, di garantire amicizie e amori, di porsi al servizio del collettivo. Questo è un messaggio importante, soprattutto nel periodo di cui stiamo trattando, perché l'heavy metal affronta davvero un momento di crisi profonda che ne spezza le fondamenta e ne rivoluziona le basi, facendo collassare su se stessa una tradizione ventennale. Ed allora il messaggio lanciato dai Manowar non è mai stato così importante come in questo caso, visto che nel 1996 sono tra i pochi a portare sulle spalle la pesante eredità di tutte le storiche rock band e a insistere nel diffondere il verbo dell'acciaio. "Number 1" è un singolo discreto, sicuramente minore rispetto al predecessore "Return Of The Warlord", ma fomenta durante l'ascolto e contiene tutti i principi che governano la filosofia manowariana; la sua costruzione è snella, semplificata, ma nonostante ciò la band è pronta a raccogliere consensi e a scalare le classifiche. Se è vero il detto che "l'unione fa la forza", allora nessuno meglio dei Manowar riesce ad unire e a rendere fratelli gli appassionati di musica dura, così negli anni 80 come nei 90, e così la marcia dell'armata guidata da Joey DeMaio non accenna a fermarsi, facendo da ponte con una nuova era per l'heavy metal old school e per la rivalutazione dell'epic metal, grazie alla rinascita dell'heavy/power di fine anni 90 che ai Manowar (così come a tanti altri giganti degli anni 80) si ispira e a cui deve molto. Dunque, possiamo dire che i Manowar si confermano davvero i "numeri 1" del metallo più intransigente e incontaminato, se non per fini artistici almeno come divulgatori di un certo tipo di pensiero (e anche stile di vita) che fa parte di tutti noi appassionati di musica dura.

1) Number 1
2) Blood Of My Enemies
3) Kill With Power
correlati