MANOWAR

Metal Warriors

1992 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
27/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

All'inizio degli anni 90 i Manowar erano ormai diventati una delle metal band più popolari al mondo. Il successo di vendite di "Kings Of Metal" li aveva proiettati persino oltre i confini del mondo Heavy Metal, andando a colpire anche un tipo di pubblico poco avvezzo a certe sonorità; a testimonianza del fatto che, nonostante l'aria da duri, i proclami filosofici e la coerenza stilistica, persino I Re dell'Acciaio cercarono, almeno in quel periodo, consensi per racimolare dollari (giustamente, si intende, essendo la musica il loro mestiere!), mettendo d'accordo due frange di pubblico: i puristi legati ai primi album e quelli a cui piaceva il rock da classifica. E così, dopo la sbornia della trilogia epica dei primi anni '80, costituita dai capolavori "Into Glory Ride", "Hail To England" e "Sign Of The Hammer", Joey DeMaio e soci virarono verso sonorità più accessibili a tutti, creando brani più diretti, ritornelli orecchiabili e dalla struttura meno articolata, accorciando il minutaggio e colpendo l'ascoltatore con la potenza scaturita dagli strumenti ultra pompati, oltre che dall'ugola onnipotente di Eric Adams. Abbiamo visto, nelle precedenti recensioni, come "Fighting The World" fece da apripista al nuovo corso intrapreso pur non convincendo appieno, restando sì un grande album, ma probabilmente troppo in bilico tra vecchio e nuovo, sospeso in un dualismo che faceva perdere sostanza e coesione all'opera intera. Andò sicuramente meglio con la pubblicazione di "Kings of Metal", album che non solo sancì la definitiva (auto) incoronazione dei Manowar come "Re" del loro genere, ma che di pari passo conquistò notevoli successi in campo di vendite e di classifica. Un lavoro più maturo di "Fighting..", più potente e meglio delineato, un disco che funse da definitiva consacrazione, per la band Newyorkese. Dunque, quando uscì il singolo che ci apprestiamo ad analizzare e che anticipò "The Triumph Of Steel", la gente pensò che l'imminente album non sarebbe stato altro che il proseguimento di "Kings Of Metal", aspettandosi così la terza parte del nuovo ciclo, per una nuova trilogia musicale firmata Manowar. In effetti, ascoltando un pezzo come "Metal Warriors" (il quale dà effettivamente nome al singolo in questione), fu lecito pensare che ci si sarebbe trovati di fronte a un disco costituito da anthem, con ritornelli catchy e dalla base strumentale ridotta all'osso (ma per quello bisognerà attendere l'essenziale, nel senso di elementare e semplice, "Louder Than Hell"), eppure il combo americano riuscì a stupire di nuovo i propri fans con il rilascio del disco più ambizioso in carriera, quello più tecnico, quello più duro, andando incontro al periodo storico più buio per quanto riguardava il metal classico; ossia, quello dominato dal grunge e dall'alternative metal, generi di fatto "sfidati" apertamente mediante un'opera di puro e brutale epic metal. Ma di ciò ne parleremo più avanti. La natura di questo singolo è comunque subdola, perché all'epoca fuorviò le aspettative legate all'album, e i Manowar, furbescamente, inserirono questo singolo, breve, orecchiabile, semplice e diretto, in un contesto artistico (il grandioso "The Triumph Of Steel" che a breve recensiremo) che non lo era affatto, tanto da risultare il passo più coraggioso intrapreso dalla formazione di New York in tutta la carriera. Tuttavia, nonostante la semplicità di fondo di questa canzone, l'apporto di due nuovi innesti, David Shankle alla chitarra e Rhino alla batteria, si sente eccome. Un cambio dunque "ai vertici", con DeMaio ed Adams che si ritrovano improvvisamente a dover fare a meno degli storici Scott Columbus e Ross The Boss. E' per il momento ancora impossibile riuscire a valutare in toto l'operato dei due nuovi membri; tuttavia, già in questa breve comparsa possiamo percepire piccole avvisaglie di come le cose, in casa Manowar, stiano cambiando per l'ennesima volta.

Metal Warriors

"Metal Warriors (Guerrieri Del Metallo)" è il classico titolo alla Manowar, band del popolo, una delle poche in grado di radunare intorno a sé folle di metallari incalliti; tutti uniti sotto il vessillo dell'acciaio, per urlare al mondo che l'Heavy Metal non è solo musica ma anzi una vera e propria religione, da venerare fino alla morte. Dal silenzio, Eric Adams emerge con ghigno famelico, e subito si ha la sensazione che qualcosa sia cambiato nella sua voce; il timbro, infatti, è più pieno e cattivo, a volte anche più sporco, e tutto ciò è dovuto all'età e all'inevitabile cambio di rotta della band. Ma è sempre lui, il migliore di tutti, che ci accompagna in questa battaglia sonora. La batteria di Rhino fa la differenza nonostante la semplicità che appartiene a un pezzo come questo, ma tanto basta che capire che il musicista in questione è un mostro di tecnica, sicuramente meno statico del suo illustre predecessore. Mentre Adams intona le prime strofe, emerge anche la virtuosa chitarra del giovane David Shankle, musicista scovato tra più di centocinquanta candidati accorsi per sostituire un gigante come Ross "The Boss", qui alle prese con un semplice ma efficace riffing. Ovviamente si parla di un raduno di metallari, tutti coloro che hanno udito la chiamata sono invitati a partecipare e così, come fratelli uniti nel sacro vincolo del metallo, si divertono creando un'atmosfera magica dove ognuno fa la sua parte, perché c'è magia nella musica ma c'è anche magia in ognuno di noi, per un'energia devastante quanto si è uniti. A questo punto parte l'ormai leggendario ritornello, orecchiabile, che si memorizza all'istante, ultramelodico, capace di fomentare non poco grazie a un Adams spaventoso che inneggia all'Heavy Metal e caccia via chi non lo apprezza, invitando delicatamente sfigati e fighetti ad togliersi dalle palle lasciando la sacra aula del metallo. Impossibile non ridere di fronte a tanta veemenza (I soliti vecchi Manowar!) ma anche impossibile restare fermi all'ascolto di tanta potenza sonora, irrobustita dall'entrata in scena del basso di Joey DeMaio, sempre protagonista. Non si prende fiato perché si prosegue subito con la seconda quartina, dove il mondo deve conoscere il decreto finale del popolo metallaro, ossia quello di suonare sempre più potenti, di farlo con piacere, e soprattutto si prendere a calci chi non ascolta rock duro. Tale arroganza raggiunge il culmine nella frase "If you're no tinto metal, you are not my friend", attraverso la quale i Manowar esprimono la loro filosofia e la loro appartenenza a un determinato mondo. Subito dopo il secondo refrain parte l'assolo e subito Shankle mette in evidenza la sua tecnica, incrociando poi l'ascia con quella di DeMaio e poi lasciando di nuovo spazio alla voce impetuosa di Adams, il quale si lancia negli immancabili acuti che lo hanno reso immortale nella terza strofa, praticamente tutta cantata in questo modo, spingendo al massimo e alternandosi con un altro brillante assolo di chitarra. Ma non finisce qui, perché inizia il bridge, dalla velocità media e proprio su questo mid tempo a mò di cavalcata epica la band ci costruirà metà dei brani che verranno, intanto il vocalist torna calmo, ma qui a premere è Rhino che pesta come un dannato dietro le pelli, e nell'aria c'è profumo di musica, il rock conquista lentamente la notte, e se non si hanno le palle per questo genere e meglio lasciare la sala all'istante. Questo è l'ordine perentorio del singer, il quale si lancia in un finale da brividi, ripetendo il chorus ma questa volta accompagnato, in sottofondo, da urla e acuti pazzeschi. Un brano "tamarro", sicuramente non eccelso liricamente ed anzi, molto basilare, ma sempre in grado di trasmettere una buona dose di energia, potente e da cantare a squarciagola, specie in sede live. Un anthem che sicuramente avrà avuto modo di incalzare i giovani dell'epoca, donando loro una frase largamente utilizzata e pressoché perfetta per ogni giovane metalhead che, per l'appunto, voglia comportarsi da "guerriero del metallo": "whimps and posers, leave the hall! - mezze seghe e poser.. sgomberate il campo!!". Un invettiva che molti hanno voluto supporre fosse indirizzata ai gruppi più radiofonici e commerciali, alle bands alternative e "rap" metal. Insomma, un brano atto a definire l'identità di ogni metallaro intransigente e fiero. Un testo forse troppo manesco e tronfio.. ma cosa vogliamo farci. Sono, in fin dei conti e pur sempre, i Manowar.

Harz Aus Stahl

"Harz Aus Stahl (Cuore D'Acciaio)" è un pezzo già conosciuto e ascoltato, risalente al 1988 e contenuto nel singolo di "Kings Of Metal". Non è altro che la versione in lingua tedesca della meravigliosa ballad "Heart Of Steel" e può essere intesa, a livello filosofico, come tutto ciò che i Manowar rappresentano: onore, trionfo, goliardia, ma anche passione, sacrificio, solitudine, combattimento, volontà di esprimere sé stessi e le emozioni provate. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dal malinconico tocco del piano, accompagnato dal vento, e dunque emerge poetica la voce di un Eric Adams che intona il primo bellissimo verso nel quale decanta di una meta da raggiungere, un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti. Proprio una di esse brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di  trattenerlo, evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Parte il primo ritornello, costruito ancora sulle note del pianoforte, perciò abbiamo piano e voce come fosse un lied (parola tedesca dal significato di "canzone" e che indica, nella musica classica, l'esecuzione di una voce solista accompagnata solo dal piano) attraverso il quale Adams sfoggia la sua mostruosa tecnica in una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto sé stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. Senza perdere tempo riparte la seconda strofa e qui abbiamo l'esplosione di tutti gli strumenti, il pianoforte viene sommerso dalla potenza della batteria di Columbus e dalla chitarra elettrica anche se resta udibile per tutto il brano, mentre DeMaio riesce ad emergere soltanto nella seconda sezione di questo verso e irrobustendo tutta la base. Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di intonare il secondo refrain, questa volta potenziato sia dalla sezione ritmica che da corri guerreschi a far da cornice. La battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire, il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Adams spara un acuto pazzesco al termine del ritornello, evidenziando le sue enormi doti vocali, e poi prosegue imperterrito la coda finale, accompagnato da cori sempre più invasivi ed epici, fino alla conclusione del pezzo, in un trionfo di romanticismo e di epicità che mette i brividi sulla pelle. 

Fighting The World

Come terzo brano troviamo "Fighting The World (Combattere Il Mondo)" in versione live, ripresa da uno dei recenti concerti della band, ed è un concentrato di potenza e di orecchiabilità allo stesso tempo, un pezzo dotato di un'anima ambivalente, degna rappresentate dell'album di cui fa parte, lavoro sempre in bilico tra passato e presente, tra attitudine epica e ostentata virilità. La vena goliardica è sempre presente, anche se butta l'occhio alle classifiche (come del resto la stessa "Metal Warriors") cercando di accaparrarsi nuovi consensi e di conseguenza nuovi adepti, grazie al piglio moderno e l'aria ruffiana che conquista nell'immediato. La forza animalesca di un batterista come Columbus è palese, il gigante picchia come un forsennato fino quasi a piegare i piatti e dona alla canzone un aspetto cattivo, interrotto però dall'arrivo dei cori stile glam metal ma comunque fieri e dallo spirito bellico. La chitarra di Ross "The Boss" emerge con un riff tostissimo mettendo in evidenza la scintillante produzione, degna delle migliori rock band, e subito il brano si tramuta in una cavalcata metallica, robusta ma che non dimentica l'orecchiabilità e l'impatto melodico. La semplicità della sua struttura, così come quella delle altre tracce, è sottolineata dall'immediatezza con cui giunge il refrain, appena dopo la prima quartina e dopo appena quaranta secondi, ma che sorprende grazie alla sua bellezza distesa su ben due fasi melodiche che catturano subito l'orecchio dell'ascoltatore. L'aria scanzonata e da classifica è evidentissima, qui ci troviamo davanti a un brano di heavy metal melodico e d'impatto, ma è anche da notare la classe di questi ragazzi, sempre bravi a trovare l'appeal giusto e a rendere dei pezzi semplici delle vere e prorie bombe musicali. Durante le strofe, decantate da un Eric Adams come al solito divino, va evidenziato l'ottimo il lavoro di accompagnamento da parte di Joey DeMaio, il quale, per una volta, suona il basso come tale, senza imitare la chitarra elettrica attraverso modifiche e suoni ricercati, ed il suo è uno strumento che pulsa sangue e che ha cuore. L'assolo di Ross "The Boss" è feroce, fatto con gusto, e sovrasta la potenza impressionante della batteria grazie alla sua voracità. Si giunge alla fase finale, gli strumenti si smorzano, resta solo Columbus a dirigere il ritmo mentre i coretti infarciscono gli ultimi ritornelli. Meno di quattro minuti che racchiudo un po' tutta la filosofia della band e che lanciano un forte attacco alla società e a tutti coloro che li criticano di essersi venduti. E qui trasudano l'orgoglio e la coerenza targati Manowar, la cui corazzata è fatta di acciaio e non di argilla, perché loro non cambiano, non c'è verso, sono fieri di essere così e di portare avanti i propri propositi. Combattono il mondo ogni singolo giorno per far valere i propri diritti, per dire ciò che gli pare e piace, per diffondere il verbo del metallo, perché l'heavy metal è vita, e le televisioni e le radio che passano solo stronzate devono capirlo.

Conclusioni

Questo singolo, uscito per la major "Atlantic", contiene dunque tre tracce, tra cui "Herz Aus Stahl" (già conosciuta in precedenza nel singolo "Kings Of Metal") e "Fighting The World", qui riproposta live. Due brani non inediti e che nulla aggiungono al lavoro ed al giudizio finale; mentre l'unica inedita, "Metal Warriors" appunto, ebbe il compito di confermare la supremazia dei Manowar in campo metal e anche quello di avvicinarli, come era già successo con "Blow Your Speakers" (singolo di "Fighting The World"), alle classifiche mondiali, anche se il pezzo qui presente non è dotato di un videoclip ufficiale. Il successo non tardò ad arrivare, il brano venne passato spesso dalle radio e andò forte in Asia e in Europa, diventando in poco tempo l'ennesimo brano famosissimo, nonché un inno per il popolo metallico, che ancora oggi lo richiede a gran voce durante i concerti della band. "Metal Warriors" ha un'aria festaiola e presuntuosa, tipica tracotanza della band di DeMaio, il cui unico intento è quello di fomentare gli animi di tutti i Defenders. Una canzone basata su un testo sempliciotto, su un'atmosfera battagliera e su linee melodiche orecchiabili, elementi che ne fanno un pezzo d'impatto, istintivo, che di certo non brilla per originalità o per tecnica, ma che fa comunque la sua dignitosa figura all'interno di una discografia dei Nostri. Una discografia, fin qui, impeccabile. L'inserimento dei giovani e sconosciuti David Shankle e Kenny Earl Edwards (alias Rhino) all'iniziò sembrò un azzardo, visto che i due andavano a rimpiazzare gli storici Scott Columbus (allontanatosi per problemi di famiglia) e Ross "The Boss" (la cui dipartita è tutt'oggi un mistero), facendo storcere il naso a molti. Alla fine, però, il tempo scelse di essere un galantuomo e la scelta si rivelò una strategia vincente, proprio in virtù della superiore tecnica della quale il nuovo duo era dotato, nonché della capacità dei "giovani" di trasmettere nuova linfa creativa ai restanti Joey DeMaio e Eric Adams, soprattutto per quanto concerne la costruzione dei pezzi che saranno presenti nel terremotante "The Triumph Of Steel". Accorgimenti ed elementi che ne faranno il punto tecnicamente più alto di tutta la discografia della band, nonché l'opera che taglierà nettamente in due la storia manowariana. "Metal Warriors", dunque, non fu altro che un ulteriore conferma dell'indole orgogliosa e tronfia dei Manowar, ormai veri e propri portabandiera non solo di un genere (l'Epic, ovviamente) ma anche di un'intera scena che agli inizi degli anni '90 si andava esaurendo, lasciando per strada parecchie band, divorate dalla nascita di nuove sottocategorie, intimidite dalle nuove sperimentazioni, e calpestate dal successo planetario, e a volte effimero, di taluni generi di rock.

1) Metal Warriors
2) Harz Aus Stahl
3) Fighting The World
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