MANOWAR

Louder Than Hell

1996 - Geffen Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
30/08/2016
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Dal blocco di acciaio e dalla durata imponente che porta il titolo di "The Triumph Of Steel", nel quale abbiamo trovato condensato il vero spirito della band di DeMaio, in casa Manowar è ancora tempo di cambiamenti. Questi cambiamenti sono dovuti principalmente a due fattori: da una parte l'esigenza di adeguarsi a un periodo delicato come quello degli anni 90, nei quali tutto drasticamente cambia con l'insorgere di tanti nuovi generi musicali che mettono in ombra la produzione metal classica, dall'altra parte l'ennesima evoluzione (ma molti la definiscono involuzione) tra le fila della epic metal band per eccellenza, disposta non solo a modificare ancora una volta il proprio sound, componendo brani più immediati e scarni per favorirne l'assimilazione, ma sostituendo due fuoriclasse come il chitarrista David Shankle e il batterista Rhino che di certo fornivano elevate doti tecniche all'interno del combo newyorkese, di gran lunga superiori rispetto al passato (e anche al futuro). Così, dall'epopea ambiziosa di "The Triumph Of Steel", album che affrontava varie tematiche e che dall'epica classica passava all'esaltazione individuale, dagli inni al metallo attraversava paesaggi infernali popolati da demoni ma anche da guerrieri coraggiosi e leali, risultando appunto il lavoro più curato e complesso dei Manowar, nonché disco dotato di un certo coraggio essendo stato pubblicato nell'era più disperata per il metal tradizionale e dominata dal grunge e dalle produzioni megalomani trainate dall'omonimo disco dei Metallica, si passa all'album che evidenzia una netta spaccatura con la prima metà di carriera, creando un solco incolmabile tra il prima e il dopo e inaugurando una nuova era per la musica dei Re del Metallo. Il coraggio che i Manowar avevano dimostrato col disco del 1992 e che li aveva portati a sfidare il rock da classifica, le produzioni milionarie e le novità artistiche dell'epoca, tramite composizioni violente, lunghissime e abbastanza complesse, si smorza con l'arrivo del nuovo lavoro, quel "Louder Than Hell" che a tanti fece storcere il naso, perché basato, come accennato prima, su uno snellimento generale, un minutaggio meno corposo e un appeal del tutto facile, grazie alla costruzione di orecchiabili e melodici ritornelli e depurate strutture dei pezzi atte ad attrarre nuove legioni di metal kids, fedeli al sacro verbo dell'heavy metal classico. In questo tortuoso contesto, non bisogna minimamente pensare a una svendita da parte della band, poiché le coordinate stilistiche restano le stesse, la fedeltà nei confronti del genere e la fierezza epica anche, nonostante l'inevitabile cambiamento; dunque, anche nel nuovo capitolo targato Manowar troviamo gli stessi inni all'acciaio, la stessa potenza sonora, gli stessi proclami di appartenenza a un gruppo e la stessa esaltazione individuale che hanno reso immortale questa band e che sono un marchio di fabbrica imprescindibile della loro musica. I limiti ci sono, inutile negarlo, ma il lavoro che, a breve, analizzeremo costituisce l'ennesimo colpo vincente da parte di una delle band più importanti in ambito metal. "Louder Tahn Hell", anticipato dal singolo "Return Of The Warlord", si presenta al pubblico nella primavera del 1996 e ciò che salta subito all'occhio è la dipartita di chitarrista e batterista, un vero dispiacere perché i due musicisti, essendo decisamente di un livello tecnico superiore agli altri, avrebbero potuto dare maggiore linfa ai brani firmati Manowar, e se da una parte possiamo capire le motivazioni (affettive) che hanno spinto DeMaio e Adams a reintegrare il batterista Scott Columbus, amico e collega di vecchia data, non riusciamo a capire il perché abbiano preso la decisione di lasciare per strada un chitarrista virtuoso come Shankle per favorire l'ingresso di Karl Logan, conosciuto dallo stesso Joey DeMaio durante un motoraduno, pochi mesi prima di iniziare le registrazioni del nuovo materiale. Fatto sta che anche in questo caso, il barbaro disegnato dal fedele Ken Kelly e che irrompe con tutta la sua forza sulla copertina dell'album spezzando le catene di una vita convenzionale e limitata, ricorda a tutti che i Manowar sono tornati per suonare puro e sacro heavy metal, questa volta meno epico e più stradaiolo, consegnando una manciata di brani diventati dei veri e proprio inni generazionali e destinati a fare la gioia di tutti i defenders del mondo.

Return Of The Warlord

Il singolo di lancio, "Return Of The Warlord (Il Ritorno Del Signore Della Guerra)", presentato nel marzo 1996, introduce il nuovo lavoro della ditta DeMaio e co., riprendendo la celeberrima "Warlord", presente sul secondo disco della band, quell'"Into Glory Ride" che ha cambiato la storia dell'heavy metal e che si apriva proprio con il brano appena citato. L'intento è chiaro a tutti, quello di tenere in alto e di sbandierare il vessillo dell'acciaio, nonché quello di suggellare il ritorno, anche in un'epoca di transizione come quella di metà anni 90, di una delle metal band più amate al mondo. I Manowar sono ancora tra noi per rimettere le cose al loro posto a suon di metallo pesante e ne troviamo conferma nell'immediato attraverso una scarica dinamitarda sorretta dall'incontrollata chitarra del nuovo entrato Karl Logan, non proprio un virtuoso delle sei corde ma piuttosto scaltro e veloce nell'esecuzione. Columbus pesta come un dannato, mettendo in risalto la sua innata potenza, sicuramente punto di forza della sua tiepida tecnica. Il tutto funziona a dovere, la macchina da guerra a nome Manowar è di nuovo in moto per schiacciare il nemico, così come si nota subito l'affilato basso del leader Joey DeMaio, vero protagonista in tutti i brani. Quando Eric Adams, dopo una serie di monolitici riffs, entra in gioco, si ha la netta sensazione che purtroppo la produzione non sia di qualità eccelsa e anzi lascia molto a desiderare; le vocals, infatti, tendono a restare in secondo piano e ed essere soffocate dalla sezione ritmica, togliendo quindi brillantezza al suono generale e perdendo persino potenza. Ma la band picchia duro, il drumming serrato la fa da padrone e Logan, senz'altro statico ma deciso, produce il tipo riffing heavy senza compromessi. Epicità e potenza che colpiscono dritti al cuore, nonostante la semplicità assoluta nell'esecuzione. La prima lunghissima strofa ci introduce le principali tematiche del lavoro, ossia moto, divertimento, fede nei confronti della musica, sacre amicizie, belle fanciulle e alcool per una festa musicale della durata di 50 minuti. L'attacco è travolgente, con voce rauca il prode Adams ci narra, quasi a singhiozzo e in preda al nervosismo, che il tempo è finalmente giunto, i Manowar sono tornati in sella alle loro moto, come è possibile notare nel divertente videoclip, per portare il verbo in città. Niente più tempi di attesa, ne momenti di noia, il gruppo è riunito ed è in forma smagliante, pronto a fare baldoria e a incendiare i palcoscenici del mondo. Borchie e vesti di cuoio rappresentano il look perfetto il quale, unito a una buona dose di sbruffoneria e arroganza, sottintende un modo di essere e di vivere che non ha eguali. La moto, simbolo di libertà e paragonata a un cavallo d'acciaio, romba che è una bellezza; lì sopra non si invecchia mai e l'eterna giovinezza scorre nelle vene. Giunge il fantastico ritornello, diventato negli anni un vero e proprio inno e il pubblico non può far altro che scapocciare in preda all'estasi. Dal punto di vista strumentale accade poco, il pezzo resta abbastanza immobile, tranne forse che nella battute di basso, ma è la fiera melodia che conquista all'istante, attraverso la quale il grande Eric Adams canta di libertà, lancia moniti ai perdenti che cercano di limitarli ed esprime individualità e sentimenti che soltanto chi è come loro è in grado di capire e di bruciare la notte. La chitarra di Logan si impenna per qualche secondo, creando uno stacco tra ritornello e secondo verso, poi si riparte con la narrazione sostenuta da una sezione ritmica travolgente, nella quale si ripete il principio della libertà e gli ideali che la governano: niente soldi, niente case lussuose, l'unica cosa preziosa è la vita che deve essere vissuta fino in fondo, rischiando persino di finire in prigione a seguito di una rissa. Una famiglia, un lavoro fisso, un'esistenza confortevole e convenzionale non va bene per un uomo nato per strada, un cavaliere sulla sua moto; solo gli amici, una birra e della buona musica metal lo fanno sentire in pace col mondo. E' una sua decisione e va rispettata, perciò a morte chi cerca di buttarlo giù e di fermare la sua corsa. Dopotutto emerge la metafora della vita che scorre come una corsa in moto, sulla cui sella si fanno innumerevoli esperienze, così il testo suggerisce un'interpretazione più profonda di quanto sembri, arricchendo un brano scatenato e di grande qualità. Il break centrale è introdotto dal rombo del motore di una motocicletta sul quale, dopo qualche secondo di sospensione dove Columbus picchia delicatamente i piatti, scaturisce il buon assolo di Logan, accompagnato dal ronzio continuo prodotto dal basso di DeMaio. Il bridge si appoggia tutto sulla potenza della batteria, voce e rullate alle quali poi si aggiunge ancora il rombo della Harley Davidson per ribadire il concetto di velocità e di autonomia.

Brothers Of Metal Pt. 1

"Brothers Of Metal Pt. 1 (Fratelli Del Metallo Pt. 1)" è una delle tre canzoni presenti nell'album recuperate dalle sessioni di "Fighting The World" e perciò risalenti a un decennio prima (tanto che la parte 2 è "Metal Warriors", contenuta nel precedente disco "The Triumph Of Steel"). Non a caso, l'appeal stradaiolo è lo stesso del famoso disco del 1987, lavoro che scansava la vena epica favorendo composizioni tipicamente heavy e più da classifica. In questo modo, possiamo dire che "Louder Than Hell" segue la scia tracciata quasi dieci anni prima da "Fighitng the World", perseguendone gli stessi intenti. Il classico acuto pazzesco di Eric Adams dà origine alla seconda traccia, quindi esplodono le chitarre in un riffing feroce ma che lascia spazio al basso modificato, usato quasi come una seconda chitarra, per creare accordi che vanno ad accompagnare la prima strofa. DeMaio e Adams uniscono le forze e si prendono la scena, dipingendo un suggestivo paesaggio fatto di acciaio e battaglie contro i nemici del metallo che tendono a intralciare il cammino degli eroi. L'unione fa la forza e allora la band riunisce tutti i fedeli sotto i proprio proclami, lo spirito dei metallari è fiero e forte, duro come il metallo, e con l'unione le loro anime saranno immortali. La melodia è parecchio accentuata ma è solo quando Columbus torna a picchiare duro dietro le pelli che la musica esplode in un trionfo di armonia e di seduzione, inneggiando alla fratellanza del pubblico e alla passione che il metal sa regalare. Il refrain è sublime, tanto scarno e snello quanto leggendario, composto da cori epici che esaltano all'ascolto coinvolgendo l'ascoltatore per farlo sentire parte di un gruppo, di una categoria ben precisa. I fratelli del metallo sono uniti, legati dalla musica dei Manowar, e combattono contro tutti per il potere e per i propri ideali, alzano le braccia al cielo e invocano gli Dei dell'acciaio. Si prosegue con la seconda strofa, questa volta poggiata non solo sulle linee di basso ma anche su quelle di chitarra, aumentando così potenza e anche epicità. L'omaggio alla musica è evidenziato nella parole profuse dal vocalist, laddove i metallari si cibano di note e si dissetano col suono, quasi gli appassionati di musica fossero degli adepti, dei guerrieri che tutti insieme si ritrovano nella sala del Valhalla, alla corte degli Dei, per banchettare e per godersi l'immortalità che l'arte dona al puro di cuore. Il pre-chorus è potente ed eloquente, non si sa quante volte viene ripetuta la parola metal, ma è così che deve essere, e allora il cuore si riempie di metallo, poiché il metallo tutto guarisce, e non ci sono padroni per questi intrepidi guerrieri. L'assolo di Logan è migliore del precedente e anticipa il bellissimo bridge che riprende le frasi del ritornello intonandole con una melodia differente e ugualmente magnetica. Dunque giunge la coda finale che vede la ripetizione del chorus, al quale vanno ad aggiungersi le fenomenali scale in acuto, che vagamente ricordano la parte conclusiva del capolavoro "Kingdom Come", di un Adams scatenato.?

The Gods Made Heavy Metal

"The Gods Made Heavy Metal (Gli Dei Crearono L'Heavy Metal)", parabola mitologia sulla nascita del nostro amato genere e altra traccia tritasassi costruita su una sezione ritmica che fagocita tutto quello che si para davanti. Eric Adams è solenne nel raccontare le vicende che hanno portato gli Dei a inventare il metallo, qui inteso non come materiale ma come genere musicale. Nel silenzio e nell'oscurità della terra un buco si è generato in cielo, poi un vento gelido si è alzato d'improvviso e un lampo ha illuminato la volta celeste schiantandosi al suolo e incendiando il terreno. Dalla strofa si apre un margine di melodia ed ecco il fantastico pre-chorus nel quali i ritmi rallentano e la chitarra prepara la carica per inaugurare il bel ritornello di natura epica, dove gli Dei hanno creato il metallo e hanno visto che era cosa buona, lo hanno consegnato agli uomini e hanno detto loro di suonarlo al massimo volume, più carico dell'inferno (citando appunto la strofa che dà il titolo all'album), e gli umani hanno promesso di conservarlo con gelosia e di rispettare le regole impartite dall'alto, sapendo che il nemico non potrà mai fermare la vittoriosa marcia del fedele. L'heavy metal non morirà mai e tutti i maniaci di questa musica lo posso giurare; niente e nessuno potrà mai contrastare tale realtà. I pesanti colpi inferti da Columbus alla batteria sembrano tuoni che si scagliano a terra facendo da monito, mentre il basso di DeMaio è suadente e sacro nel suo andamento. La seconda quartina si basa sullo stesso basso, suonato a mò di chitarra, così Logan ha modo di tessere riffs continui che fanno da contorno alla scena, durante la quale si consacra la fedeltà dell'ascoltatore, un vero credente che mostra al mondo intero di che pasta è fatto e che dedica la sua vita per la causa del metallo, come fosse una religione, anzi più importante, poiché questa musica rappresenta un modo di vivere, uno stile di vita. Le divinità che hanno concepito la musica sono riunite davanti a noi stanotte e perciò dobbiamo celebrarle suonando la nostra più bella canzone. Giunge così il secondo martellante refrain, per una notte di conquiste, di gesta eroiche, di canti gloriosi e di divertimento assicurato. L'acuto del singer suggella il tutto e così Karl Logan si lascia andare a un brillante e veloce assolo che rende onore al pubblico e soprattutto ai miti che assistono ai festeggiamenti. Adams, a questo punto, è scatenato, con una serie di acuti e giochetti vocali procede nel canto intonando il bridge, sovrastando l'inferno creato dagli strumenti dove chitarra e basso duellano e si intrecciano in una simbiosi perfetta. Quando non c'è più nulla da aggiungere, Eric Adams, nelle vesti del sacerdote, ci congeda sparando l'ultimo acuto tra lo stridio delle asce che alzano un polverone soffocante.

Courage

Si cambia registro ed è il momento della meravigliosa ballad "Courage (Coraggio)", profonda canzone scritta nel 1986 e tenuta per un decennio nel cassetto, che rievoca lo spettro della brillante "Heart Of Steel" attraverso l'utilizzo delle tastiere suonate dallo stesso bassista. Qui, i Manowar si fanno delicati, profondi, emozionali e intimisti, mettendo in luce l'innata classe che li contraddistingue e puntando tutto sulla melodia e sulle doti canore del vocalist. La potenza si smorza per fare spazio al lato umano, alla fragilità dell'uomo, all'intimità di un animo scoraggiato dalle difficoltà della vita. La strofa è alquanto breve ma decisamente toccante, voce e piano che infondono coraggio alla persona smarrita, in difficoltà, depressa e che non vede una via d'uscita dai problemi che la affliggono. Il ritornello giunge quasi subito, dotato di una melodia sublime in grado di far scendere qualche lacrima tanto è disperata e sognante. Adams alza la voce per farsi udire meglio e mette in mostra una versatilità unica al mondo, capace di essere demoniaca e angelica allo stesso tempo. Quello che il vocalist infonde è il coraggio di continuare, di non abbattersi mai e di tenere duro. Le tastiere crescono di intensità e poi sfociano nell'intrusione di tutti gli strumenti musicali, potenziando così questo etereo brano. Intanto Adams prosegue a incitare il disperato, il disilluso, dicendo che c'è sempre una speranza, consigliando di asciugare le lacrime dal viso e di rialzare la testa. La fase strumentale è ottima, in pieno stile ballata anni 80, ma dura poco, ed ecco che arriva il bridge a infondere profondità ed eleganza e a ribadire il concetto di salvezza. Le battaglie sono vinte solo da coloro che hanno il coraggio di combattere e di credere nella propria forza e nella propria purezza di cuore. Se c'è una lotta allora bisogna armarsi di pazienza, affilare le unghie e gettarsi nella mischia per non soccombere, soltanto così si diventerà dei vincenti. Serve coraggio, da infondere nel cuore e nell'animo. L'ultima strofa è forse quella più evocativa, con l'inserimento di cori epici a fare da contorno a questo splendido pezzo, donando magia e riportando alla mente le composizioni più epiche della band. Insomma, una delle migliori ballate firmate Manowar, tra le più celebrate, tra le più adorate dai fans, tanto breve quanto fenomenale.

Number 1

Del 1986 ed eseguita per la prima volta dal vivo in alcuni concerti di quell'anno ma mai incisa ufficialmente, appartiene la seguente "Number 1 (Numero 1)", che poggia su un riff sinistro, alquanto infernale a causa delle distorsioni che le asce emettono e così Adams, solenne e liturgico come un prete che recita messa, declama parole altisonanti per questo quinto brano del disco. L'apparente quiete è destinata a infrangersi quando subentra il metallico basso di DeMaio a contrastare la potenza della chitarra di Logan e così la canzone si plasma e prende forma, una forma piuttosto concisa e quadrata. Il testo è esaltazione non solo della band ma anche del suo seguito, le orde di fans che si porta dietro da quindici anni, e più generalmente parla del fedele appassionato di musica e del coraggioso che affronta le difficoltà della quotidianità. Come accade spesso nelle liriche dei Manowar, anche in questo caso troviamo l'elogio all'uomo comune che ogni giorno lotta per sopravvivere, e tutto ciò infonde forza e speranza nell'ascoltatore. La musica dei Manowar non è solo motociclette, birra, sesso, sangue e preghiere agli Dei del nord, ma è anche simbolo di collettività, di speranza, di libertà dello spirito umano, di realizzazione personale; magari la forma utilizzata è quasi sempre semplice e diretta ma il senso generale comporta un messaggio più profondo. La strofa trascorre così, procedendo per gradi e formandosi lentamente, quindi arriviamo alla seconda quartina che vede il potenziamento della sezione ritmica grazie alla maggiore pressione di Scott Columbus dietro le pelli e allora i nostri musicisti lanciano una sfida al pubblico: li sfidano a prendere coraggio e ad accettare la lotta. Tutti uniti per vincere, per dimostrare che gli anni hanno forgiato la nostra anima e il nostro corpo rendendoli infrangibili. Gli arrangiamenti sono un po' statici e si evolvono in maniera lenta e prevedibile, inoltre la produzione non aiuta molto, i suoni sono bilanciati male e la voce resta perennemente in secondo piano per via di alcune discuibili scelte in fase di produzione, ma il ritmo conquista e trascina comunque, impreziosito dalla forsennata melodia che si divincola tra strofe, pre-chorus e ritornello crescendo di intensità. Il ritornello vede un maggiore psessore melodico, con Eric Adams che alza la voce e ci racconta dell'inizio del gioco, sottolineato dallo sparo di una pistola come fosse una gara di corsa, per poi proseguire in una sfida che verrà affrontata con tutto il cuore. Muscoli, sangue e passione che smuovo l'essenza dell'uomo saranno il punto di forza e, qualora si dovessero possedere tali elementi, la vittoria sarà assicurata. Gli eroi sono nati per essere numero uno e la morale della favola è che noi tutti, seguendo la disciplina dello spirito, del cuore e della dedizione, possiamo essere eroi, i primi in tutto. La seconda parte della canzone poco cambia rispetto alla prima, la forma quadrata facilita l'ascolto e rende semplice l'assorbimento delle atmosfere generate dagli strumenti e dalla magnifica voce che incita a buttarsi nel duello. Il gran giorno è dunque giunto, il giorno della competizione, e allora si punta dritti al primo posto perché il secondo è inaccettabile, solo al numero uno spetteranno fama, gloria e immortalità; intanto i muscoli sono allentati e pronti all'uso, il sangue scorre frenetico nelle vene e tutto è pronto per il conteggio finale che ci vedrà vincitori. Il ritornello termina con una serie di acuti, in questo album quasi centellinati dal cantante rispetto agli altri dischi della band, dunque Karl Logan si lancia in un vorace assolo accompagnato dal calmo drumming di Columbus, creando un particolare effetto e una bella e quasi apocalittica atmosfera che si protrae poco più di un minuto, fino alla ripetizione del bellissimo chorus.

Outlaw

"Outlaw (Fuorilegge)" è la traccia più furiosa, molto vicina, per sonorità e per violenza, ai brani estratti da "The Triumph Of Steel" e che strizza l'occhio al power metal, quello di scuola nord europea, dove la melodia si congiunge alla velocità per un matrimonio perfetto. Doppia cassa sparata a mille e ritmi forsennati costruiti per un headbanging vertiginoso sui quali Eric Adams è mefistofelico nel narrare di un fuorilegge in terra straniera e con la pistola sempre carica e dalla canna calda, sintomo che è stata appena usata, spargendo sangue e orrore in città. La strofa è piuttosto lunga ma viene letteralmente divorata grazie a un andamento veloce che ci conduce subito al ritornello, molto bello dal punto di vista melodico e molto scarno dal punto di vista lirico, dove il fuorilegge gira per gli stati dell'Ovest in cerca di vendetta e di nemici da uccidere per conquistare gloria, onore e orgoglio. Non che il brano brilli per intensità o per un testo travolgente ma il senso generale funziona a dovere, piace e consegna una band devastante, carica e preparata. Certo è che gli animi si fomentano nel sentire Adams, sul finire del chorus, sparare acuti che fanno accapponare la pelle, quindi giunge il potente bridge, supportato da epici cori, a ricordarci il vero spirito battagliero della band. Il delirio omicida prosegue nella notte, un colpo di proiettile al cuore o in mezzo agli occhi delizia il nostro guerriero di strada, abile assassino che getta all'avventura con la sua fedele arma da fuoco. L'assolo di Logan è buono, granitico al punto giusto, e si procede senza sosta e senza respiro, il basso funge da seconda chitarra e si sovrappone all'ascia principale, mentre il possente drumming del compianto Scott Columbus continua a pestare con violenza. La legge della pistola comanda la natura dell'uomo, il quale deve sparare e muoversi veloce, con furbizia per non farsi beccare dai nemici e allora in mente si para un paesaggio da Far West, desertico e pericoloso, dove banditi duellano a colpi di fucile senza rispettare le regole imposte dalle cittadine. Tre minuti volano in un soffio sotto i martellanti colpi di acciaio inferti dai quattro musicisti e il risultato è buono, onesto, soddisfa non poco gli appassionati di questa mitica band, seppur la staticità di esecuzione e un testo snello e adolescenziale ne limitano le qualità. ?

King

"King (Re)", titolo non molto originale e che incorpora lo spirito goliardico dei Manowar, sempre sbruffoni e in prima linea nel ricordare agli ascoltatori la loro reputazione. Joey DeMaio torna alle sue amate tastiere, riprendendo quasi la melodia della bella "Courage", componendo quella che potrebbe, di primo acchitto, sembrare la seconda ballata dell'opera. Infatti, la delicata introduzione tastieristica illude, facendoci respirare atmosfere sognanti e morbide. Eric Adams è soave e liturgico nel primo clamoroso verso, mette in mostra le sue doti canore e le sfumature calde del suo timbro interpretando una sublime sezione melodica dotata di malinconia e disperazione che incorona e innalza lo spirito umano. Questa è l'ennesima canzone di coraggio e di speranza, dedicata a tutti i fans della band che adesso devono rimboccarsi le maniche per affrontare i dispiaceri della vita, prendendosi per mano per cantare storie di eroi e divinità e per attendere il sorgere di un nuovo giorno che porterà nuova linfa e una nuova speranza di vita. Nello strepitoso ritornello, il vocalist inneggia allo spirito umano, alla sua forza, affermando che ognuno di noi può diventare re. Dopo la fase introduttiva c'è uno stacco di una frazione di secondo e l'atmosfera rilassata si spegne per lasciare spazio a un attacco rock 'n' roll. La chitarra elettrica e il basso creano una serie di riffs rocciosi, in linea con quanto ascoltato fin qui, e allora capiamo che il brano affronta un percorso differente, una trasformazione inattesa che ci scaraventa nella tempesta metallica creata dalla sezione ritmica. Inizia la seconda parte che si snoda in un velenoso mid-tempo che non lascia scampo. La strofa è lunghissima e il testo ritrae un paesaggio apocalittico sferzato dal vento che spazza via sogni e speranze distruggendo i desideri della gente. I nemici sono giunti per distruggere la felicità del popolo, spargendo dolore e morte, ma il popolo metallico è coraggioso, possiede il potere di combattere e di affrontare gli avversari, per riprendersi la corona e l'anello che rendono re, simboli di libertà e di fratellanza. Il chorus è adrenalina pura, i coretti in sottofondo sono dannatamente epici, poi si riparte descrivendo la guerra per riappropriarsi dei propri sogni, la lotta contro il mondo intero e contro chi cerca di fermare la corsa alla libertà. La giustizia del cuore è quella che governa e dobbiamo rispettarla. La sezione strumentale, di natura hard rock, ricorda da vicino quanto sperimentato in un disco come "Fighting The World", dove troviamo l'assolo di chitarra stagliarsi su una base abbastanza leggera e danzereccia, quindi ecco che arriva il bridge dove si recupera la profondità indomita dell'epos con cori e antiche atmosfere che ricordano l'importanza dei sogni, poiché i sogni fortificano l'anima attraverso i quali ogni uomo può essere re. L'intensità cresce nelle ultime battute, i cori aumentano durante i ritornelli ed Eric Adams si lancia in una serie di acuti per concludere in bellezza. ?

Today Is A Good Day To Die

"Today Is A Good Day To Die (Oggi E' Un Buon Giorno Per Morire)" è una composizione piuttosto cauta e atmosferica dedicata alle tribù degli indiani d'America, e infatti il titolo riprende un celebre detto pellerossa. Da molti criticata per l'eccessiva lunghezza o utilità, io invece l'ho sempre trovata interessante e funzionale. Una folata di vento ci proietta in questo mondo lontano, Columbus colpisce delicatamente i piatti ed emergono le tastiere a rendere il momento più catartico e magico. Le campane che si odono in sottofondo sembrano ricreare una marcia funerea, quasi il rituale funebre che accompagna la morte di un capo indiano. Il ritmo accelera impercettibilmente e la chitarra elettrica, condita da cori in secondo piano e molto deboli come se replicassero canti di disperazione, esegue dei brevi e incisivi riffs, quasi dei lamenti, della grida soffocate che aumentano la percezione di un giorno di sofferenza. Le parti concepite nell'ambizioso capolavoro "Achilles, Agony And Ecstasy In Eight Parts", qui tornano utili e infatti si ha la sensazione che l'idea originaria abbia luogo proprio nel brano estratto dal precedente lavoro del combo americano, in particolare nei movimenti strumentali più profondi come poteva essere la morte di Ettore. A metà brano il ritmo si rilassa, un arpeggio, eseguito dal basso modificato di DeMaio, ci culla in questa valle di lacrime, dunque riemergono chitarra e batteria in un frastuono generale comunque contenuto ma molto emozionante. Il tutto si infrange nel lungo e vibrante assolo di Logan.

My Spirit Lives On

Il lungo e vibrante assolo di Logan prosegue sconfinando in "My Spirit Lives On (Il Mio Spirito Continua A Vivere)", altro brano strumentale e logico proseguimento di "Today Is A Good Day To Die", anche se qui il ritmo accelera con violenza e l'assolo, che dura appena due minuti, si fa più dinamitardo, talmente veloce e metallico che sul finire fa quasi sanguinare le orecchie. Se la precedente traccia aveva modo di esistere ed era curata nei minimi particolari, questa qui invece si conferma un inutile riempitivo, primo perché non ha senso inserire due tracce strumentali di seguito (si chiama anticlimax, seppur legate tra loro dal tema dello spirito del pellerossa che, secondo le leggende indiane, si dice viva per cento anni dopo la morte del corpo), secondo perché i Manowar non brillano certo per grandi doti tecniche e ogni volta che si sono cimentati in composizioni del genere, senza tanti giri di parole, toppano. Fatto sta che il pezzo è breve e indolore.

The Power

"The Power (Il Potere)" è probabilmente la più epica song di "Louder Than Hell" e riporta la band in territori a loro più congeniali. Costruita su tre identici blocchi di granito, questa speed-song lascia l'ascoltatore con un ghigno sorridente in volto: potenza devastante, melodia azzeccata, resa sonora spettacolare. La forza già riscontrata in "Outlaw" qui viene amplificata, e così il muscoloso basso è sempre in prima linea, costruito su una batteria imponente e su un riffing affilato e davvero metallico. Tutta la potenza della band viene concentrata negli ultimi minuti del disco e il risultato è fantastico; quando gli Dei dell'acciaio chiamano, i Manowar rispondono! Testo ridotto ai minimi termini, termine Power ripetuto milioni di volte ma grinta e aggressività alle stelle, e poco importa di tutto il resto e dei piccoli difetti quando Eric Adams intona strofe che fanno esplodere gli ormoni. Il potere di volare, il potere di essere liberi, il potere di morire per poi rigenerarsi dalle proprie ceneri. Questa è una canzone di esaltazione spirituale, dal concetto tanto chiaro e quasi banale quanto importante sia per i fans dell'heavy metal che per la band stessa. Il potere che è sinonimo di fuoco che tutto brucia, che illumina il buio cammino dell'individuo, il potere di poter sbagliare per poi ricominciare dagli errori fatti, il potere di governare all'inferno e non servire in paradiso, parafrasando così persino John Milton e il suo "Paradiso Perduto". Dalla furia incendiaria del primo verso nasce uno dei ritornelli più violenti che possano esistere, con un vocalist indemoniato che si lancia in ripetuti acuti selvaggi, acuiti dalla doppia cassa di Columbus e dalle asce impennate in un vortice sonoro che fa tremare la terra. Secondo blocco, identico al primo, e si continuare a esaltare il potere che risiede in ognuno di noi, il potere che è più grande dell'amore e dell'odio messi insieme, il potere di sentire, emozionarsi, di combattere per il giusto e per i valori importanti della vita. A questo punto, dopo il secondo refrain, parte l'assolo di basso che crea un effetto estraniante ma che è decisamente efficace, lasciando poi la scena alla chitarra e infine ritornare nel break centrale e dannatamente epico decorato con i cori dei guerrieri. Ecco che giunge il terzo blocco, una colata di acciaio musicale senza precedenti per ribadire il concetto: il segreto della vita e della morte, le tenebre e la luce, il sangue e la carne, tutti questi binomi sono racchiusi nella magia della forza, vero motore dell'animo umano. Allora, una volta terminata la nostra esistenza, una volta giunto il nostro destino, saremo pronti per festeggiare all'inferno, assieme agli altri demoni, alzando in alto i calici e brindando alla vita vissuta davvero. Si chiude in velocità, tra ritmiche pazzesche e tra vocalizzi impossibili questo grande album del 1996, dalla struttura compatta e dagli intenti precisi: affermare che l'heavy metal non è affatto morto e che il suo sacro verbo non trova limiti temporali sapendo, anche nei momenti più difficili, rigenerarsi come l'araba fenice per poi conquistare nuovi adepti, nuove generazioni di ascoltatori, nuovi fedeli al verbo degli Dei. E in questa forza divulgatrice e dominante, i Manowar sono sempre stati maestri assoluti.

Conclusioni

Per molti, questo capitolo rappresenta l'inizio della fine per la band, il giro di boia per l'involuzione, il termine ultimo dell'ispirazione artistica. Sinceramente, ho sempre trovato del buono anche negli album che seguiranno, è ovvio che l'ispirazione di un tempo si è appannata con gli anni ma il calo fisiologico è inevitabile per chiunque, perciò ho sempre difeso questi eroi dell'epic metal e tutto quello che hanno sfornato in trentacinque anni di carriera, anche se, dirla tutta, avrei senz'altro preferito che avessero continuato con la formazione precedente e su coordinate stilistiche più ambiziose. "Louder Than Hell", tuttavia, conferma quanto di buono e sincero c'è nella musica dei Manowar, una delle pochissime band storiche ad attraversare indenni il periodo più buio per il metal classico, mantenendo fans e successo anche negli anni a seguire. Il contratto con la major Geffen Records, una delle migliori etichette dell'epoca, garantisce alla band una vasta diffusione del disco ma anche numerosi passaggi in radio e in tv del singolo di lancio, il fortunato e amato "Return Of The Warlord", che in breve scala le classifiche mondiali, piazzandosi piuttosto bene e conquistando il pubblico più giovane. Come abbiamo avuto modo di sottolineare lungo la nostra accurata analisi delle canzoni, questo album presenta evidenti limiti, a cominciare dalla produzione che nonostante sia frutto della collaborazione con la popolare Geffen (che, ricordiamo, aveva sotto contratto Guns 'n' RosesDeath AngelAerosmithWhitesnakeNirvanaSonic YouthWhite Zombie) non esalta a causa di bassi troppo invadenti e della voce quasi soffocata dagli strumenti, dove persino un mito assoluto come Eric Adams, che urla a squarciagola e spara acuti pazzeschi per tutta la durata dell'opera, non riesce ad emergere pienamente. Una produzione opaca non è però il difetto maggiore, perché a influenzare fortemente il giudizio complessivo di tale lavoro, comunque buono e soddisfacente, è la semplicità della forma-canzone adottata per tutti i brani presenti, costruiti su arrangiamenti poco ispirati e molto simili in ogni pezzo, penalizzati persino da un esecuzione tecnica piuttosto statica e a tratti piatta. La classe salva comunque la band, le buone idee partorite da DeMaio valgono l'acquisto dell'album, l'interpretazione e la mostruosità di un vocalist come Eric Adams (probabilmente il più grande cantante metal della storia) sono una certezza, senza contare il fatto che le linee melodiche sono azzeccatissime e ispirate, soprattutto per quanto riguarda i magnifici e trascinanti refrain, capaci di incollarsi addosso all'istante e di memorizzarsi in una frazione di secondo per non essere mai più dimenticati. Insomma, tecnica e tematiche (in questo album più orientate sull'heavy classico che sull'epic) sono ai limiti della sufficienza, ma l'aspetto melodico supera ogni cosa, soddisfacendo non poco e regalando al pubblico quei tre/quattro inni al metallo ("Return Of The Warlord", "Brothers Of Metal", "The Gods Made Heavy Metal", "The Power"), i quali seppur molto semplici e poco ambiziosi, sono diventati subito immortali tra i metalheads, contribuendo pesantemente alla diffusione e all'iconografia del genere musicale che amiamo di più e che negli anni 90 faceva grande fatica a tenersi a galla per poi ritornare in auge alla fine del decennio con l'esplosione del power europeo. Anche in questo caso e nonostante le critiche (che non furono poche e che continuano tutt'oggi), i Manowar escono vittoriosi e a testa alta dalla mischia, proseguendo dritti per la propria strada e confermando il loro impervio percorso artistico cominciato quindici anni prima e costellato da grandi e continui successi. Chi è in cerca di heavy metal complesso, articolato e temerario nella forma, non può apprezzare un disco come "Louder Than Hell", chi al contrario cerca anthem da cantare a squarciagola, inni alle moto e alla birra, in modo tale da onorare la sacralità del metal nella sua veste più barbarica e animalesca (ma oserei dire anche sempliciotta e irriverente) inserisca il dischetto ottico nel lettore e si goda, anche dopo venti anni dall'uscita e per la milionesima volta, questi 50 minuti di ottima musica heavy/epic. Anche nel periodo più drammatico per il metal classico, i Manowar centrano il bersaglio, assicurando che lo spirito del metallo arde con forza e la fiamma che lo alimenta non accenna a spegnersi.?

1) Return Of The Warlord
2) Brothers Of Metal Pt. 1
3) The Gods Made Heavy Metal
4) Courage
5) Number 1
6) Outlaw
7) King
8) Today Is A Good Day To Die
9) My Spirit Lives On
10) The Power
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