MANOWAR

Live In Germany

1999 - Nuclear Blast

A CURA DI
ANDREA CERASI
27/12/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Durante il quadriennio che va dal 1996 al 1999, i "Re dell'acciaio" si dedicano anima e corpo alla promozione non solo dell'album campione di incassi "Louder Than Hell", ma anche e soprattutto all'accoppiata "Hell On Wheels" (1997) e "Hell On Stage" (1999), le prime due live-compilation che fanno la loro comparsa sul finire degli anni 90 per onorare quasi un ventennio di carriera all'insegna del metallo più intransigente e quasi privo di errori da parte dei nostri quattro cavalieri di Auburn. Le due raccolte, la prima prodotta dalla Metal Blade e la seconda dalla Nuclear Blast, sono due successi clamorosi e confermano l'idea di una band nata per lo stage, per incendiare le folle e per mantenere uno stretto contatto con i fans. Non c'è ombra di dubbio, i Manowar sono una delle più grandi live band della storia e i due album ne danno conferma, raccogliendo una serie di brani epic metal diventati simboli del genere e che ogni metallaro conosce a memoria. "Hell On Wheels" e "Hell On Stage" però non sono due compilation identiche (non avrebbe avuto senso rilasciare due registrazioni uguali tanto per perdere tempo, facendo storcere il naso al pubblico) ma sono gestite con intelligenza, andando a scegliere tutti brani differenti e che costellano l'intera carriera della band americana, andando a pescare da tutti gli album partoriti sin dal 1982, data che diede i natali al mitologico, venerato, storico, immortale, fondamentale "Battle Hymns". Per volere della nuova etichetta, la Nuclear Blast, i Manowar si dedicano a una serie di singoli "personalizzati", cioè destinati ad essere venduti a seconda della nazione sia in coppia con il doppio album "Hell On Stage", sia venduti separatamente tramite la mail-order della casa di produzione. L'operazione di marketing sembra funzionare a meraviglia, e così il manipolo di fans della band epic per eccellenza sembra essere soddisfatto della fedeltà dimostrata da questa, perché, come abbiamo avuto modo di ribadire più volte, i Manowar sono la band del popolo, nata per cantare di un credo spesso identificato come religione, di una filosofia che ha pochi eguali in ambito musicale, potendo contare su una fan-base inossidabile e sempre unita. Uno dei quattro singoli usciti nel 1999 che andiamo ad analizzare è "Live In Germany", composto da tre brani estrapolati dalle date del mini tour intrapreso proprio in Germania, il paese che conta più apparizioni da parte della band, dove lì ha una roccaforte ben consolidata ormai da tempo immemore. A scelta, presenti sul dischetto ottico, troviamo l'ennesima esecuzione di due cavalli di battaglia, due pezzi simbolo dell'heavy metal firmato Manowar, ovvero l'incendiaria "Kings Of Metal" e l'irriverente "Metal Warriors", due canzoni che parlano di "fratellanza metallara", di unione, di amicizia, dedicate al pubblico e immancabili dal vivo. Ad arricchire il tutto c'è la versione tedesca della meravigliosa ballad "Heart Of Steel", dal titolo di "Herz Aus Stahl", che abbiamo avuto già modo di scoprire come singolo nel 1988, per la promozione del disco "King Of Metal" e poi inserita nella discreta antologia (che tra l'altro presenta un art-work orribile disegnato da Norbert Iten, artista americano ma di origini tedesche che presenta uno stile totalmente differente rispetto a quello del grande Ken Kelly, illustratore ufficiale della band) del 1994 "The Hell Of Steel". In questo "Live in Germany" notiamo la profonda devozione del gruppo newyorkese verso il popolo tedesco, a cominciare della copertina del singolo: la bandiera tedesca è in primo piano e conquista l'intero spazio del booklet, sul quale il logo color grigio acciaio della band svetta incontrastato, evidenziando questa unione inossidabile attraverso un vincolo di sangue che lega strettamente Manowar e Germania. Questa versione degli artwork però, come abbiamo già avuto modo di vedere analizzando il "Live In France", sarà prerogativa di ogni singolo personalizzato che i Manowar faranno uscire in quel periodo. Questo in particolare, come abbiamo sottolineato, presenta un paese con cui la band di DeMaio e soci ha un legame speciale e pluriennale; si potrebbe quasi dire infatti che, nonostante le origini e la formazione della band siano ovviamente da far risalire agli Stati Uniti, l'Epic Metal che i Manowar hanno contribuito a plasmare e rendere unico, trova le proprie fonde radici nella "Vecchia Signora" Europa. Particolarmente in Inghilterra (a cui la band, come ben sappiamo, ha dedicato anche un album), e nella dura terra germanica. Come se non bastasse, il legame con i teutoni per i Manowar ha radici anche "classiche", grazie al culto vero e proprio che i membri della band (DeMaio ed Adams in particolare), hanno sempre avuto nei confronti di Wagner, celebre compositore e fra i più influenti che la musica orchestrale ricordi. Per i Manowar è stato definito addirittura come "il creatore dell'Heavy Metal", grazie al sapiente uso che Wagner sapeva fare di epiche cavalcate e ritmiche pressanti e rocciose. Proprio da questa amalgama consolidata ci apprestiamo ad analizzare il contenuto di questo singolo personalizzato registrato durante i concerti del 1998 e uscito l'anno seguente.

Kings Of Metal

"Kings Of Metal (Re Del Metallo)", eseguita proposta in versione rigorosamente live, ci trasporta nella data di tedesca, dove i Manowar hanno avuto il privilegio di suonare innumerevoli volte, tanto che proprio la Germania rappresenta una delle roccaforti della band americana. Nello specifico, proprio tra il 1998 e il 1999 Joey DeMaio e compagnia si sono esibiti per ben otto otto volte, intraprendendo quindi una specie di mini tour per i fans tedeschi, da sempre innamorati della musica epica e, ovviamente, di quella partorita da questi eroi newyorkesi. In questo pezzo ritroviamo tutta la potenza e l'energia dell'epic metal, una folgore che scende dal cielo e si schianta terra facendo rimbombare la sala. Questo è l'heavy metal puro e brutale dei Manowar, qui nella loro veste più barbarica e primordiale. Come tutti sappiamo "Kings Of Metal" è un pezzo entrato nella storia del genere, uno dei cavalli di battaglia del combo americano e, più in generale, una delle canzoni metal più famose nel mondo, così possiamo immaginare l'attesa e poi la gioia di tutti i presenti in questa magica notte tedesca. Scott Columbus scalpita dietro le pelli, non è mai stato un gran batterista, la sua tecnica è molto statica, ma dal vivo è precisissimo e potentissimo e ce ne accorgiamo sin dai primi battiti, delle vere martellate. Tra i cori del pubblico in sala, all'unisono esplodono la chitarra di Logan e il basso di Joey DeMaio per il puro delirio metallico. L'andamento è medio, non si eccede mai in velocità, ma si punta su un muro sonoro compatto e solido come un macigno, Eric Adams interviene di lì a poco, la sua voce è cattiva, ancora di più dal vivo per via della sua tecnica di respirazione che gli consente di risparmiare fiato, ma è comunque pronto a sfogarsi in una trionfale autocelebrazione senza precedenti: la band celebra, come si evince dall'allegorico testo, il ritorno dei Re del Metallo, cioè loro stessi e il barbaro senza volto che li rappresenta. Il vocalist narra ancora una volta le gesta della band, un progetto artistico nato per girare per il mondo e calcare palchi, mandando in subbuglio intere città, allontanando i fighetti grazie la loro musica suonata a tutto volume e radunando soltanto i veri adepti al culto dell'heavy metal. Il refrain diffonde adrenalina nel corpo, fomentando gli animi grazie a un ritornello elaborato costituito da due parti, la prima poggiata su una linea melodica fantastica nella quale Adams accenna un paio di acuti e la seconda più diretta incentrata sull'esaltazione stessa della band ("Other Bands Play, Manowar Kill!", frase urlata dai presenti come fosse un grido di giubilo) non supportata dai cori epici come nella versione studio e un Eric Adams lasciato solo a trascinare con la sua potenza vocale. Si torna alla seconda strofa, mentre la sezione ritmica pesta che è una bellezza, ed in questa quartina si parla della musica stessa, di come deve essere suonata e soprattutto ascoltata, ossia a un volume assordante e sparata alla velocità della luce. Gli amplificatori più pompati al mondo (e che a tratti sgranano il proprio sound, tanto sono spinti al massimo) fanno saltare e scatenare la folla, una folla vestita con jeans, pelle e borchie, che non segue le mode da perdenti e che non vuole pose o esibizioni, ma solo rock n'n roll. Terza quartina nella quale si evidenzia il trionfo manowariano, si autonominano Re e sono pronti a suonare in tutte le città, pronti ad esaltare i cuori dei proprio fedeli, dei fratelli radunati ai loro concerti, senza piegarsi a niente e nessuno, ubbidienti soltanto al sacro vincolo dell'acciaio. Un testo che trascende lo stesso concetto di autocelebrazione, mostrando in pompa magna l'atteggiamento che in tanti hanno amato criticare del combo americano: una "spocchia" fuori dal normale, se vogliamo, eppure tipica di chi non racconta bugie ma anzi è dedito ai fatti. Lo spirito del vero defender è pronto ad essere esaltato attraverso una celebrazione della propria persona ma anche una bella delineazione dello spirito del Metallaro, qui descritto magnificamente, ed in maniera più che esaustiva, fino al conclusivo acuto di Adams, qui al massimo della sua forma fisica e quasi più potente dal vivo che in studio nonostante gli anni che cominciano a farsi avanti, ma bisogna ammettere che questo brano riesce sempre alla perfezione e lascia ogni volta a bocca aperta il pubblico.

Herz Aus Stahl

"Herz Aus Stahl (Cuore D'Acciaio)" è invece tutto ciò che i Manowar rappresentano: onore, trionfo, goliardia, ma anche passione, sacrificio, solitudine, combattimento, volontà di esprimere sé stessi e le emozioni provate. Il brano originale, scritto alla fine degli anni 80 e uscito soltanto come singolo (assieme alla sua versione inglese "Heart Of Steel" per il lancio dell'album "Kings Of Metal" e poi ritrovato nel 1994 per la compilation "The Hell Of Steel") viene eseguito dal vivo per omaggiare la Germania e tutto il popolo tedesco, forse quello più fedele di tutti alla band. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dal malinconico tocco del piano, accompagnato dal vento, e dunque emerge poetica la voce di un Eric Adams che intona il primo bellissimo verso nel quale decanta di una meta da raggiungere, un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti, e la platea è pronta a commuoversi riempiendosi di orgoglio per la splendida dedicata riserbata loro. Proprio una di quelle stesse in cielo brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di  trattenerlo, di evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Il ritornello è costruito sulle note del magico pianoforte, perciò abbiamo piano e voce come fosse un lied (parola guarda caso tedesca che significa proprio "canzone" e che indica, nella musica classica, l'esecuzione di una voce solista accompagnata solo dal piano) attraverso il quale Adams sfoggia la sua mostruosa tecnica in una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto sé stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. Senza perdere tempo riparte la seconda strofa e qui abbiamo l'esplosione di tutti gli strumenti, il pianoforte viene sommerso dalla potenza della batteria di Columbus e dalla chitarra elettrica anche se resta udibile per tutto il brano, mentre DeMaio riesce ad emergere soltanto nella seconda sezione di questo verso e irrobustendo tutta la base. Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di lasciare la scena al pubblico per il secondo refrain, per un momento di estasi e commozione senza precedenti, dove tutti cantano, uniti come fratelli. La sezione ritmica si intensifica, la battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire; il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Adams spara un acuto pazzesco al termine del ritornello intonato da tutti i presenti, ormai coinvolti pienamente, e poi si prosegue verso la coda finale, accompagnato da cori sempre più invasivi ed epici, fino alla conclusione del pezzo, in un trionfo di romanticismo e di epicità che mette i brividi sulla pelle. Una ballad spettacolare, anche nella versione in lingua tedesca

Metal Warriors

"Metal Warriors (I Guerrieri Del Metallo)" è praticamente un brano fisso nelle scalette di tutti i concerti intrapresi dai Manowar, e non è un caso, d'altronde questa è la band del popolo, in grado di radunare intorno a sé folle di metallari incalliti tutti uniti sotto il vessillo dell'acciaio, per urlare al mondo che l'Heavy Metal non è solo musica, ma anzi, una vera e propria religione, da venerare fino alla morte. Perciò tutta la filosofia manowariana e del barbaro, icona stessa dell'epic metal dei quattro cavalieri di Auburn, sono alla base del testo espresso nella traccia, studiato appunto per essere intonato dal vivo e dedicato ai numerosi fans, i cosiddetti "brothers of metal". Il timbro di Eric Adams è pieno e cattivo e coinvolge i numerosi fans tedeschi accorsi al concerto, gli acuti del muscoloso singer si confondo con gli applausi del pubblico in un duello incredibile che coinvolge senza distinzione nuovi e vecchi fans, tanto che l'alchimia creata on stage tra la band e i suoi adepti è palpabile in ogni singola nota e in ogni singola data del tour. La batteria di Columbus fa la differenza nonostante la semplicità che appartiene a un pezzo come questo, ma tanto basta che capire che il musicista in questione possiede una potenza devastante, sicuramente statico ma preciso e terremotante, in conformità con la canzone stessa, molto semplice ma dotata di una potenza inarrivabile. Mentre Adams intona le prime strofe, emerge anche la virtuosa chitarra di Karl Logan, qui alle prese con un semplice ma efficace riffing che riecheggia nella sala-concerto (non sappiamo di quale città delle otto tappe in Germania). Ovviamente si parla di un raduno di metallari, tutti coloro che hanno udito la chiamata sono invitati a partecipare e così, come fratelli uniti nel sacro vincolo del metallo, si divertono creando un'atmosfera magica dove ognuno fa la sua parte, perché c'è magia nella musica, ma c'è anche magia in ognuno di noi, per un'energia devastante quanto si è uniti. A questo punto, il pubblico si prepara ad accogliere l'ormai leggendario ritornello e a cantarlo assieme al vocalist. L'orecchiabilità del pezzo è anche la sua forza, perché si memorizza all'istante, ed è tanto melodico quanto capace di fomentare non poco grazie a un Adams spaventoso che inneggia all'Heavy Metal e caccia via chi non lo apprezza, invitando delicatamente sfigati e fighetti ad togliersi di mezzo lasciando la sacra aula del metallo. Il pubblico lo accompagna con cori gioiosi impadronendosi ben presto del refrain e risulta impossibile restare fermi all'ascolto di cotanta potenza sonora, irrobustita dall'entrata in scena del basso di Joey DeMaio, vero e proprio showman, sempre molto protagonista dal vivo e capace di divertire il pubblico come pochi altri grazie alle sue movenze da macho e da sbruffone. Non si prende fiato perché si prosegue subito con la seconda quartina, dove il mondo deve conoscere il decreto finale del popolo metallaro, ossia quello di suonare sempre più potenti, di farlo con piacere, e soprattutto si prendere a calci chi non ascolta rock duro. Con la frase "If you're no tinto metal, you are not my friend", cantata da tutti i presenti, i Manowar esprimono la loro filosofia e la loro appartenenza a un determinato mondo. Il secondo refrain si infrange sulla folla e allora parte l'assolo per poi lasciare di nuovo spazio alla voce impetuosa di Adams, il quale si lancia negli immancabili acuti che lo hanno reso immortale, spingendo al massimo e alternandosi con un altro brillante assolo di chitarra e con le grida entusiastiche del pubblico. Si dà inizio al brillante bridge, intanto il vocalist esprime gli ultimi acuti spaccatimpani, ma qui a premere è Columbus che pesta come un dannato dietro le pelli, e così nell'aria si sente profumo di musica, l'odore del rock che conquista lentamente la notte, e se non si hanno le palle per questo genere è meglio lasciare la sala all'istante. Questo è l'ordine perentorio del singer, il quale si lancia in un finale da brividi, fomentando i presenti e dimostrando che i Manowar, dal vivo, sono sempre portentosi, vere macchine da guerra.

Conclusioni

Il singolo "Live In Germany" è un portento perché mette in luce l'inarrivabile classe "on stage" della band di DeMaio, terremotante e trascinante, in grado di far innamorare chiunque, colpendo dritti al cuore dei fans. Due classici della band, due bordate di metallo incandescente che parlano di ritrovi di amici appassionati di musica pesante e una ballata toccante e poetica esaltazione della filosofia di vita in perfetto stile heavy metal sono la riposta ai fans tedeschi, per un lavoro a loro dedicato e studiato, cosa che i Manowar faranno per quasi ogni paese del mondo, confermando una dedizione totale alla causa del metallo in favore del popolo, in modo tale da spargere il "verbo" tra tutti i fedeli dell'epic. Quattro sono i singoli presi dal tour del 1998 ("Live In France", "Live In Germany", "Live In Portugal", "Live in Spain") ma sono tante altre le dediche ufficiali nei confronti delle singole nazioni, come è possibile ascoltare nell'Ep "Thunder In The Sky" del 2009, dove troviamo un secondo dischetto contenente quindici versioni della profonda ballad "Father", ognuna delle quali cantata in una lingua diversa, oppure l'omaggio all'Italia e a noi italiani nel 2002 (d'altronde anche Adams e DeMaio hanno origini italiane) con il rifacimento dell'aria "Nessun Dorma" di Giacomo Puccini, interpretato discretamente (ma molti affermano "miracolosamente") da un mito assoluto come Eric Adams, tra i migliori vocalist rock della storia, se non il migliore di tutti, anche se l'italiano maccheronico, in questo caso, ne contamina in negativo la performance. Di tutt'altra pasta invece "Herz Aus Stahl", a quanto pare cantata egregiamente con una pronuncia ottima del tedesco, per un omaggio davvero sentito e fatto col cuore. Ai fans va bene così (e ci mancherebbe) ed il singolo svetta nelle classifiche in Germania, così come l'intero album "Hell On Stage", venduto insieme ad esso nei negozi di musica del territorio. Dunque, i metallari tedeschi posso avvalersi di questa stupenda ballata sia della versione in studio, incisa anni prima e già conosciuta nel mondo, sia della versione dal vivo, cantata, da questo momento in poi, sempre in lingua tedesca durante i concerti in Germania e diventata oramai quasi un inno nazionale o un canto popolare in patria, tanto da essere conosciuta anche al di fuori del contesto hard rock. A questo punto difficile assegnare un voto a brani che tutti noi conosciamo a memoria e che abbiamo ascoltato milioni di volte e riproposti per l'ennesima volta dal vivo, ma va detto che i Manowar sono vere macchine da guerra, il palco è il loro habitat naturale e ogni volta danno il 100% per onorare la sacra dottrina dell'acciaio. Ascoltarli live è sempre un piacere, perché la loro esecuzione è sempre e comunque fenomenale, nonostante alcuni limiti tecnici che spesso fanno capolino, ma possiamo tranquillamente asserire che questa band è un incanto in versione live, potentissima, trascinante, terremotante, capace di trascinare la folla tra le note della loro musica come un torrente in piena, e questa prerogativa appartiene solo ai grandi. I Manowar lo sono, grandi, lo hanno testimoniato più volte, innumerevoli volte, dagli album in studio ai concerti sparsi per il globo e bisogna ammettere che dal vivo non ce n'è per nessuno. "Live In Germany" è soltanto un pezzo del puzzle che va ad arricchire la corposa produzione della band americana, una testimonianza non fondamentale (almeno non fondamentale come "Hell On Wheels" o "Hell On Stage", ovviamente più completi) di quel momento storico ma sicuramente succulenta e che farà la gioia di tutti i collezionisti, visto che oggi, questo singolo è fuori catalogo e quindi piuttosto raro da reperire.

1) Kings Of Metal
2) Herz Aus Stahl
3) Metal Warriors
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