MANOWAR

Kings Of Metal

1988 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
20/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Nella seconda metà degli anni 80, la band di DeMaio è in cerca di un nuovo percorso da intraprendere: ciò coincide con un alleggerimento del suono e una semplificazione nella struttura dei singoli brani, anche se il cuore (di metallo) dei Manowar è sempre presente, orgoglioso e tronfio, totalmente restio ad accettare compromessi con niente e nessuno, custodendo gelosamente la propria attitudine e la propria filosofia di vita. Il primo album della seconda era della band americana, ovvero il tanto criticato "Fighting The World", aveva messo in mostra una doppia anima, seppur a tratti dispersiva e traballante, nella quale coesistevano una band potente ed epica e allo stesso tempo una band in via di sperimentazione e in cerca di nuovi consensi. Al di là delle critiche ricevute e che ancora oggi dividono il pubblico, il disco del 1987 vendette tantissimo sin dalla sua uscita, proiettando la band ai vertici delle classifiche e conquistando immediatamente nuove legioni di fans grazie alla sua orecchiabilità sfacciatamente hard n' heavy in linea col periodo, riuscendo in questo modo a trovare un buon compromesso tra passato e futuro della band stessa. Ecco, proprio da questo destabilizzante capitolo discografico prese forma un nuovo concetto musicale, sfatando il mito infondato dell'immobilità stilistica della band, ponendo "Fighting The World" come un (ottimo) album di transizione, un ibrido tra passato e presente, che ebbe (a posteriori) l'onore e l'onere di indicare una strada inedita che portò alla realizzazione di uno dei dischi più famosi di tutto l'heavy metal: il leggendario "Kings Of Metal". Siamo nel 1988 e i Manowar vogliono sorprendere il pubblico, si chiudono in studio per diversi mesi, annullando il tour prefissato con i Virgin Steele (che comunque slitterà all'anno seguente), e iniziano a comporre i brani che costituiranno il nuovo atteso album. L'idea è quella di prendere i tratti caratteristici dell'opera precedente, correggendone i difetti palesati e criticati da molti, per poi contaminare il tutto con il retaggio epico dei primi lavori, partendo dal primo "Battle Hymns" ed arrivando fino al geniale "Sign Of The Hammer", il tutto concentrato in un'unica opera antologica che consegnerà definitivamente i Manowar alla storia della musica, facendoli diventare un gruppo "mainstream" conosciuto da tutti. La volontà di osare, di sfidare la critica ma anche il proprio pubblico è evidente in questa evoluzione stilistica che ha del sorprendente: l'orecchiabilità è un punto fondamentale, cruciale, l'elemento da cogliere immediatamente per capire meglio questo nuovo capitolo discografico, strutturato proprio su ritornelli trascinanti e su sezioni strumentali veloci. I testi, dal canto loro, diventano sempre più autocelebrativi, sfacciati, studiati e composti per esaltare l'Epic Metal.. ma soprattutto, a intensificarsi (da qui in poi) è l'iconografia manowariana, non solo dal punto di vista musicale (a cominciare con l'eloquente titolo del disco) ma anche da quello visivo, grazie alla confezione disegnata dall'illustratore Ken Kelly e che mostra per la prima volta il barbaro dal volto nascosto, il cosiddetto Manowar, che diventerà simbolo stesso della band e che apparirà su tutti gli album a seguire, testimoniando una volontà di autocompiacimento e di auto incoronazione a Re che proprio con questo "Kings Of Metal" raggiunge la sua natura più ampia. Autocompiacimento, certo, ma anche fedeltà verso chi ha potuto fare in modo che la band divenisse ciò che nel 1988 si ritrovava ad essere. Il ringraziamento ai fan è dovuto e palese sin dall'artwork, in quanto il barbaro senza volto spicca in un tripudio di bandiere poste ai suoi piedi, rappresentanti i paesi più disparati. In bella vista, quella americana e tedesca (le "roccaforti" dei Manowar, in quanto a fan), più "in disparte" Italia, Belgio, Inghilterra, Norvegia.. il senso delle posizioni non cambia quello che è il messaggio lanciato dalla band: i Manowar sono vicini a tutti i "defenders" del mondo, a chiunque voglia condividere con loro una grandiosa epopea, partita otto anni prima ed ora giunta ad un punto cruciale. Come non poter condividere questa gloria con il proprio "esercito"? Ogni buon generale è consapevole del ruolo che i suoi soldati (dagli scudieri alle guardie d'onore) hanno entro i suoi ranghi. Ed i nostri quattro americani si dimostrano in questo caso estremamente riconoscendi, mettendosi al servizio della loro truppa, donandogli un prodotto che possa aiutarli ad essere dei veri guerrieri. Del resto, le dichiarazioni di DeMaio non hanno mai voluto mascherare questo intento: il nome stesso del gruppo è sinonimo di coraggio, di forza d'animo, di audacia. Un nome collegato ad una musica potente, in grado di risvegliare i nostri poteri assopiti. E con questo "Kings of Metal", come vedremo a breve, il pensiero del gruppo è stato sicuramente ben sviluppato e definitivamente concretizzato.

Wheels Of Fire

Il motore di una Harley Davidson romba, gli pneumatici stridono sull'asfalto e parte "Wheels Of Fire (Ruote Di Fuoco)", un evidente omaggio alle motociclette e alla libertà esse che rappresentano. Inizia così il nuovo viaggio musicale firmato Manowar, una corsa nell'epos ma anche nel divertimento fatto di moto, donne, birra e tanta musica metal, in un connubio stilistico che fonde perfettamente passato, presente e futuro. Scott Columbus devasta la batteria con possenti rullate e l'ascia di Ross Funicello, pronta alla guerra, fende l'aria riproponendo un suono molto simile al rombo della Harley. Un giro di basso sovrasta il tutto e infine emerge la demoniaca voce di Eric Adams, grande interprete di questo caos infernale. Il primo verso è al cardiopalma, cantato velocemente, praticamente divorato da un vocalist ispirato come non mai e che mette subito in mostra le sue doti canore narrando di un diavolo in sella alla sua motocicletta, assetato di catrame e di benzina, intento ad alzare un polverone, a evitare semafori rossi e ad aprire le turbine della sua creatura dalle curve cromate. Un acuto spacca timpani ed entra in scena il ritornello, dalla melodia accentuata che si stampa subito in mente, e ci troviamo davanti a un inno biker nel quale le due ruote sfrecciano per le strade della città, illuminando il cielo notturno con le loro scintille. E' interessante notare come sia Joey DeMaio che Ross "The Boss" utilizzino i propri strumenti riproducendo i tipici suoni dei motori, perciò si ha la sensazione di viaggiare su uno di quei bolidi, con sfuriate chitarristiche che sembrano accelerazioni e un basso travolgente che riprende il rumore degli ammortizzatori. Seconda parte nella quale si ribadisce il concetto, con tanto di acuti animaleschi, secondo il quale siamo nati per correre in sella a una moto. L'adrenalina sale in corpo, il cuore pompa sangue fino quasi a incendiare le vene, la carne diventa fuoco che illumina la notte, e intanto la strada continua ad essere divorata. Terminato il secondo refrain, ecco che abbiamo un'intensa sezione strumentale anticipata da un furioso break centrale che lega il tutto al veloce e metallico assolo di chitarra costruito su una solidissima performance di Columbus. Adams torna dietro al microfono per intonare il bridge prima di riprendere l'ultimo spietato chorus, la sua voce ridiventa acida, cattiva, osanna lo spirito indomito di queste ruote di fuoco, il vento tra i capelli, le grida degli pneumatici e il suo stile di vita selvaggio e dedito alle corse e ai motori. Un inno alle Harley Davidson ed in generale alle moto di grossa cilindrata, viste come degli odierni destrieri. Nell'epoca moderna, la motocicletta rappresenta dunque il fiero destriero dell'eroe, il quale deve necessariamente montare su di una belva del genere, per poter essere definito tale. Spessissimo i Manowar hanno prestato la loro immagine a diverse pubblicità o fotografie atte a celebrare il mondo delle due ruote, facendosi ritrarre in sella ai loro "animali"; rigorosamente in chiodo, pantaloni di pelle e stivali, of course! 

Kings Of Metal

"Kings Of Metal (Re Del Metallo)" prosegue questa corsa furiosa, e qui ritroviamo tutta la potenza e l'energia targata Manowar. Le coordinate stilistiche del precedente "Fighting The World" sono evidenti, heavy metal puro e brutale, ma qui vengono contaminate dalla patina epica dei primi lavori, in un mix letale che riconsegna la band sul podio degli eroi dell'epic metal americano. Se il precedente album strizzava l'occhio alla scena hard n' heavy californiana (specie con i brani "Blow Your Speakers", "Fighting The World" e "Carry On") qui ritorna tutta la potenza dell'heavy metal classico, per un singolo destinato ad entrare nella storia del genere e a diventare uno dei cavalli di battaglia del combo newyorkese. Scott Columbus scalpita dietro le pelli e all'unisono esplodono la chitarra di Ross "The Boss" e il basso di Joey DeMaio. L'andamento è medio, non si eccede mai in velocità ma si punta su un muro sonoro compatto e solido come un macigno. Eric Adams interviene di lì a poco, la sua voce è cattiva e pronta a sfogarsi in una trionfale autocelebrazione senza precedenti, in grado di superare in presunzione persino la celeberrima "Manowar", traccia auto intitolata appartenente al debut album. Ideali e proclami altisonanti sono qui uniti per celebrare il ritorno dei Re del Metallo, una delle pochissime band capaci di creare un vero e proprio culto musicale e pseudo-religioso dove osannare la sacralità della musica dura e gli ideali di fedeltà e di libertà.  Il vocalist narra ancora una volta le gesta della band, un progetto artistico nato per girare per il mondo e calcare palchi, mandando in subbuglio intere città, allontanando i fighetti con la loro musica suonata a tutto volume e radunando soltanto i veri adepti al culto dell'heavy metal. Si giunte presto al refrain, posizionato subito dopo la prima strofa, tanto per non perdere tempo, e l'adrenalina si diffonde nel corpo, fomentando gli animi grazie a un ritornello elaborato costituito da due parti, la prima poggiata su una linea melodica fantastica nella quale Adams accenna un paio di acuti e la seconda più diretta incentrata sull'esaltazione stessa della band ("Other Bands Play, Manowar Kill!") supportata da epici cori. Si torna alla seconda strofa, mentre la sezione ritmica pesta che è una bellezza, e in questa quartina si parla della musica stessa, di come deve essere suonata e soprattutto ascoltata, ossia a un volume assordante e sparata alla velocità della luce. Gli amplificatori più pompati al mondo fanno saltare e scatenare la folla, una folla vestita con jeans, pelle e borchie, che non segue le mode da perdenti e che non vuole pose o esibizioni, ma solo rock n'n roll. Dopo il secondo chorus, Ross "The Boss" si lancia in un interessante assolo, davvero energico, dialogando con la batteria di un Columbus come al solito statico ma dalla potenza devastante. Terza quartina nella quale si evidenzia il trionfo manowariano, si autonominano Re e sono pronti a suonare in tutte le città, pronti ad esaltare i cuori dei proprio fedeli, dei fratelli radunati ai loro concerti, senza piegarsi a niente e nessuno, ubbidienti soltanto al sacro vincolo dell'acciaio. Un testo che trascende lo stesso concetto di autocelebrazione, mostrando in pompa magna l'atteggiamento che in tanti hanno amato criticare, del combo americano: una "spocchia" fuori dal normale, se vogliamo.. eppure, tipica di chi non racconta bugie ma anzi è dedito ai fatti. Possiamo certo sorridere dinnanzi a dichiarazioni come "ci piace duro e veloce","I veri Metallari vogliono rockeggiare, non far finta!", "vestiamo in jeans e pelle, non indossiamo abiti alla moda!!".. ma tant'è, questo è lo spirito dei Manowar. Uno spirito che sa esaltare, nel quale qualsiasi Metalhead di ieri e di oggi può vedersi e ritrovarsi. Basta voler vedere quel che effettivamente si cela, dietro certe frasi: voglia di divertirsi e di far parte di un qualcosa di speciale, di particolare. "Kings of Metal" rappresenta in pieno quel che i Manowar hanno sempre dichiarato di essere, un miscuglio di potenza ed orgoglio. Musica da ascoltare a volumi altissimi, attitudine incorruttibile, poca pietà per chi "cede" al lato oscuro (non in pochi hanno visto nel testo di questo brano attacchi velati alle band glam metal del perido); insomma, una celebrazione della propria persona ma anche una bella delineazione dello spirito del Metallaro, qui descritto magnificamente, ed in maniera più che esaustiva.

Heart Of Steel

Le note di un pianoforte, suonato da Ross "The Boss", introducono la meravigliosa power-ballad "Heart Of Steel (Cuore D'Acciaio)", già ascoltata sul singolo di "Kings Of Metal" dove era cantata in lingua tedesca. Questo brano è espressione di tutto ciò che i Manowar rappresentano: onore, trionfo, goliardia, ma anche passione, sacrificio, solitudine, combattimento per esprimere se stessi e le emozioni provate. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dal malinconico tocco del piano, accompagnato dal vento, e dunque emerge poetica la voce di Eric Adams che intona il primo bellissimo verso nel quale decanta di una meta da raggiungere, un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti. Proprio una di esse brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di  trattenerlo, evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Parte il primo ritornello, costruito ancora sulle note del pianoforte, perciò abbiamo piano e voce come fosse un lied (parola tedesca dal significato di "canzone" e che indica, nella musica classica, l'esecuzione di una voce solista accompagnata solo dal piano) attraverso il quale Adams sfoggia la sua mostruosa tecnica in una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto se stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. Senza perdere tempo riparte la seconda strofa e qui abbiamo l'esplosione di tutti gli strumenti, il pianoforte viene sommerso dalla potenza della batteria di Columbus e dalla chitarra elettrica anche se resta udibile per tutto il brano, mentre DeMaio riesce ad emergere soltanto nella seconda sezione di questo verso e irrobustendo tutta la base. Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di intonare il secondo refrain, questa volta potenziato sia dalla sezione ritmica che da corri guerreschi a far da cornice. La battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire, il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Adams spara un acuto pazzesco al termine del ritornello, evidenziando le sue enormi doti vocali, e poi prosegue imperterrito la coda finale, accompagnato da cori sempre più invasivi ed epici, fino alla conclusione del pezzo, in un trionfo di romanticismo e di epicità che mette i brividi sulla pelle.

Sting Of The Bumbleblee

Tanto per non farci mancare nulla, anche in questo album DeMaio ribadisce che è lui il leader e il vero protagonista della band, perciò si ritaglia un piccolo spazio dove mettere in evidenza le sue doti tecniche con un'esibizione strumentale al basso. Così, come già abbiamo avuto modo di ascoltare nei precedenti lavori e in brani quali "Black Arrows", "Willem's Tale" e "Thunderpick", anche in questo caso non poteva mancare il lungo (e come al solito inutile) assolo con "Sting Of The Bumbleblee (L'Aculeo Del Calabrone)", nel quale il bassista si cimenta nel rifacimento dello storico terzo episodio dell'opera "La Favola Dello Zar Santan" (composta dal musicista russo Nikolaj Andreevi? Rimskij-Korsakov nel 1900) battezzato "Il Volo Del Calabrone". Il brano, accompagnato dalla batteria di Columbus, è caratterizzato da una veloce e continua serie di note cromatiche, dove troviamo un andamento molto veloce e confusionario nel quale si tenta di ricostruire, in chiave musicale, il ronzio di un insetto. Inoltre, le note che compongono le singole sezioni della composizione, oscillano velocemente in diverse gamma di altezze, riproducendo il movimento fluttuante, ma regolare, di un grosso insetto. Il basso modificato fa il resto, aumentando la sensazione di confusione, di stordimento, di capogiro che potrebbe provare un insetto durante il volo. A mio avviso, un breve episodio non proprio da buttare (anche se da qualche rivista specializzata è stato definito come uno degli assoli più brutti della storia del rock) ma decisamente inutile e che stranamente è interposto tra due ballate incredibili e diventate popolarissime, facendo da ponte con la seconda ballad del disco.

The Crown And The Ring - Lament Of The Kings

Ovvero, la famosa "The Crown And The Ring - Lament Of The Kings (La Corona E L'Anello - Il Lamento Dei Re)", una delle tracce più belle e imponenti dell'heavy metal, dove torna con prepotenza tutto lo spirito epico della band americana, supportata dal Coro Maschile della Cattedrale di St. Paul di Birmingham che ne aumenta inevitabilmente il pathos. Ross "The Boss" suona l'organo per dare quel tocco mitico in più, e subito entra in scena il coro inglese proiettandoci in un'epoca lontana. Campane e tamburi fanno da contorno, crescendo di intensità insieme alle voci, poi attacca Eric Adams, evocativo come non mai, perfetto interprete di questo racconto mitologico. Il verso è intenso, solenne, e ci racconta di un guerriero tornato dalla battaglia con l'animo triste perché ha perduto molti amici e fratelli, ma è pronto lo stesso a partire per un'altra guerra, dopotutto è il suo destino e lui non può sottrarsi ed esso. Intervengono i cori della cattedrale per battezzare il primo sacro refrain, la melodia è pazzesca, colpisce dritta al cuore, e molte immagini si stagliano davanti agli occhi dell'ascoltatore, a cominciare da una corona e un anello coperti di sangue e offerti in dono a dei re orgogliosi ma stanchi di combattere. Adams riprende a cantare, adesso è di nuovo sul campo di battaglia, sa che rischia di morire, i nemici gli girano intorno ma non sanno che questa è la loro ultima corsa, così sella il suo cavallo, prende la spada, butta giù l'ultimo sorso di birra e si getta nella mischia. Secondo ritornello, le tastiere si potenziano e danno il via per la terza parte del pezzo, nella quale Adams finalmente si scatena con un acuto inverosimile dopo che ha rivolto una preghiera a Odino, è giunto il tempo di lasciare questo mondo, i nemici avanzano e sono troppi ma lui di fronte a nessun uomo è pronto a inginocchiarsi, così sfodera l'acciaio e va incontro alla morte. La sofferenza è palpabile, Adams è un divino interprete, poi il coro cresce intonando ancora una volta lo splendido e toccante ritornello. Un brano evocativo, un capolavoro epico da pelle d'oca, poco metal ma tanta emozione. In maniera certamente più "fine", possiamo in queste liriche rivedere un immaginario epic-fantasy molto caro ai nostri Manowar, i quali sembrano quasi farci rivedere Conan il Barbaro votarsi al dio Crom, nell'atto di intraprendere l'ultima e sanguinosa battaglia contro il dispotico Thulsa Doom. Ancora una volta un brano che presenta un eroe consapevole della sua forza ma anche delle difficoltà donategli dalla sua posizione. Una corona ed un anello, simbolo di potere e regalità: ma anche di sacrificio, di sangue innocente riversato sulle proprie mani.

Kingdom Come

Ancora una volta, dopo la parentesi magica e poetica torniamo su territori musicali più consoni ai nostri, ed è la volta della potente "Kingdom Come (Il Regno Che Verrà)", personalmente uno dei miei brani preferiti di sempre, dove Adams tocca vette mai udite prima. Una rullata di batteria e il vocalist, con voce effettata, introduce questa magnifica perla di epic metal, declamando due quartine molto melodiche ma che non perdono un briciolo di potenza perché costruite su un riffing spietato che va ad incrociarsi col muscoloso basso di DeMaio, in questo caso molto simile a una seconda chitarra. Qui si narra di una luce bianca e sacra che giunge dal cielo e che va a illuminare il corpo di un uomo, fino ad insinuarsi dentro di lui: è la luce della conoscenza, che indica la via da seguire e che da guida per la sapienza. E' una sorta di preveggenza, consapevolezza di un regno destinato ad arrivare. Segue un ritornello tanto scarno quanto affascinante, incentrato solo sulle parole del titolo e accompagnato dai cori che si infrangono sulla mastodontica performance di Eric Adams che spara acuti a destra e a manca sovrastando i piatti di Columbus, qui davvero tonanti. Si prosegue così, parlando sempre del lume della conoscenza e della speranza, preambolo di vittoria per tutti gli adepti, alternando strofe e ritornelli, conditi con acuti, tamburi e cori fino alla sezione strumentale che vede Ross "The Boss" dettare legge con uno splendido assolo, dal sapore apocalittico ma sempre regale, che va spegnersi contro l'ennesimo acuto che dà inizio alla coda finale dove si sta erigendo il nuovo regno mentre tutti gli altri sono destinati a cadere miseramente. Il nuovo luogo sacro sorgerà tra le rovine e gli adepti saranno ricompensati per la lunga attesa a cui sono stati sottoposti. Ma la vera magia è nella parte finale, per più di un minuto Adams si lancia in lunghi acuti, contornati da cori e da una sezione ritmica quieta ma gloriosa, dove emerge un basso cadenzato a fare da supporto al coro epico che sembra riprendere quello della precedente traccia. Un finale epico, sublime, trionfale, testimonianza di un regno tanto atteso e che finalmente è giunto per illuminarci un cammino fatto di speranza e di sogni, costruito proprio sulle macerie di un mondo allo sbando, misero e buio. Una speranza di luce, dove la musica gioca un ruolo fondamentale. Insomma, "Kingdom Come" è Manowar al 100%. Un pezzo che nel suo incedere dipinge questa "nuova era", questo mondo che avanza, sorretto da inni guerreschi e sferragliare di spade. I cavalli sono ben sellati, scalpitanti: i guerrieri sono pronti a partire alla volta della conquista, fiancheggiando i loro quattro generali in quest'epica impresa. Perché si è quasi "leggendari" anche solo ascoltando, un brano del genere. Il protagonista è indubbiamente anch'egli abbagliato dal profilarsi di un futuro radioso, ed accoglie tutto questo con gioia e fervore. I Nostri sanno sempre come far centro nell'animo di chiunque, pur presentando topoi assai utilizzati e sfruttati in tutto il loro repertorio.

Pleasure Slave

La provocatoria "Pleasure Slave (Schiava Del Piacere)", eliminata dalla prima versione in vinile di "Kings Of Metal" e reinserita poi come bonus track nella versione in formato cd, riprende le tematiche, ma anche le sonorità, del capolavoro "Into Glory Ride", e così come "Warlord" (traccia d'apertura del disco del 1983) anch'essa si apre con i gemiti di più donne, sottomesse all'uomo-padrone incarnato da un Eric Adams incredibilmente convincente, a cominciare dalla sua esilarante risata che giunge dopo i primi secondi di pluri orgasmo femminile. La sezione ritmica interviene ad accompagnare l'orgiastico racconto, e lo fa con un riffing lento, letale, cadenzato, costruito su una batteria possente e su un basso velenoso, creando un ambientazione epic doom metal a dir poco strepitosa. Adams intona la prima quartina, lo fa quasi parlando, rivolgendosi a una delle fanciulle con cui ha giaciuto, intimandole di baciare la sua mano in cambio della libertà, dopo che è stata portata lì in catene come bottino di guerra e costretta a inginocchiarsi al suo nuovo padrone. Inizia così il sublime ritornello, gli strumenti acquistano dinamica, Eric Adams alza i toni per declamare parole incise su una lastra di marmo, decorate con suoni cadenzati, rocciosi e privi di melodia. Nel refrain, emerge solo una claustrofobica e sprezzante cattiveria ma capace di conquistare al primo ascolto perché è pura epicità e quando questo termina, la sezione ritmica si quieta per dare luce al secondo verso, cantato con voce aspra, quindi non più parlato, dove si elogia la nuova vita della schiava, ora non più moglie di un bugiardo ma serva di un uomo vero. Il secondo chorus mantiene la stessa idea melodica del primo ma cambiano le parole, la schiava è incatenata al suo letto, pronta ad essere domata, poiché il suo corpo appartiene al suo signore. Servirlo è la sua ragione di vita, il dono più prezioso che possa desiderare, quindi non deve abbattersi. Il break centrale vede la stessa prosecuzione della sezione ritmica ma tornano i gemiti delle ragazze che sovrastano sempre più gli strumenti, mentre Adams ordina alla sua donna di raggiungerlo, la comanda con un fischio, come fosse un cagnolino addestrato, e le tuona contro, intimandole di togliersi gli indumenti e di prostrarsi ai suoi piedi. Succede il putiferio, il cantante spara un acuto pazzesco e le due asce si scambiano alcuni fraseggi fino ad arrivare al granitico solo di chitarra. I gemiti si intensificano, gli acuti del vocalist anche, il basso comincia a farsi protagonista accompagnando il riff portante, Columbus picchia come un dannato e presto risate e urla lancinanti si mischiano al baccano. E' un orgia musicale, un rituale di sangue, di violenza, di possessione. Una danza barbarica emotivamente coinvolgente e che ha causato alla band numerose accuse di misoginia per via di un testo scabroso e maschilista. Fatto sta che il pezzo in questione è fenomenale, trascinante, selvaggio e davvero barbarico anche se non tutti i fans lo apprezzano. Del resto, anche il già citato Conan era solito ribadire quanto il meglio della vita fosse "..ascoltare i lamenti delle femmine!", fra le tante cose. Come sempre, i Manowar non si smentiscono: "hard and fast", come detto già in "Kings of Metal".. ed a giudicare da quanto udiamo in apertura di brano, le fanciulle sembrano essere tutto meno che tristi o scontente. Del resto, questa passione per la donne rispecchia in pieno quella che, fino a qualche anno fa, era pratica "standard" della band: ovvero, far accomodare sul palco qualche graziosa fan, disposta a mostrare le sue grazie al pubblico o concedersi un momento di "intimità" con DeMaio, scapolone del gruppo, il quale era solito lasciarsi andare a baci appassionati ed ai limiti dello spinto, con le diverse ammiratrici. 

Hail And Kill

"Hail And Kill (Acclama E Uccidi)" è uno dei massimo capolavori dell'epic metal, e se il brano precedente non accontenta molti, questo pezzo è impossibile da non a amare, quantomeno criticare. Ci troviamo al centro della battaglia e i nostri quattro cavalieri sono ispirati più che mai, basta soltanto l'introduzione con tutta la sezione ritmica impennata per trasmettere ferocia e per liberare gli istinti più animaleschi. Il fraseggio iniziale è la massima espressione di epicità, mentre la batteria, che sclacia ogni tanto, interviene a ricordarci che i toni sono solenni ma oscuri e perciò crea la giusta atmosfera apocalittica. E'è la quiete prima della tempesta, perché Eric Adams inizia a cantare con tono deciso ma delicato sopra un arpeggio emozionante e intimo, attraverso il quale i guerrieri pronti alla lotta si stanno radunando sulla cima di una collina. Quello che si va a formare è un esercito di uomini, in sella ai cavalli, decisi a gettarsi nella mischia, scendendo dal colle con passo svelto facendo tremare la terra e riproducendo lo scoppio di un tuono in cielo, le spade strette in mano e assetate di sangue e i martelli alzati in aria in onore degli Dei. Il lungo verso si stoppa improvvisamente, si sente solo il sibilo del vento per qualche istante e tutto si carica per poi sfociare nell'ira funesta guidata da un Adams infernale che intona la seconda strofa con quanta più energia in corpo. La morte e il sangue stanno aspettando in cielo come corvi dallo sguardo attento, in cerca di cadaveri da prosciugare, la vita e la morte sono impresse negli occhi dei combattenti, eroi che si sacrificano per la volontà divina. La cattiveria vocale è ben supportata da una sezione ritmica spaventosa, il riffing di Ross "The Boss" è tagliente quanto pesante, il basso pulsa febbrilmente e Columbus è monolitico. Si giunge allo spietato refrain, velenoso come un serpente, adrenalinico al punto giusto, costruito sulle parole del titolo, semplici ma di sicuro impatto, potenziate da cori guerreschi. L'ennesimo acuto del vocalist, vero marchio di fabbrica della musica dei Manowar, e si riparte con la stessa velocità e foga. Il terzo verso parla del nostro protagonista, il capo dell'esercito, un uomo cresciuto nei boschi, che si considera figlio dei lupi, abituato a tutto. Questi sa che sta per morire, ma prima di abbandonare la terra reca con sé odio, disprezzo per i deboli e vendetta, ma anche salvezza per coloro che difende. E' ormai giunta la sua fine, il suo Dio ha deciso così, non gli resta che salutare e uccidere. Si passa a una meravigliosa e incisiva fase strumentale, assoli di chitarra e di basso all'unisono e poi il fraseggio iniziale viene riproposto con l'aggiunta di cori da stadio che incitano all'uccisione. Un urlo disumano e Adams si lancia in un falsetto/misto acuto per la parte finale trascinandoci direttamente in guerra, dove assistiamo a corpi lacerati, schizzi di sangue, cuori in fermento, stupri delle donne sottomesse, rapite ai nemici morti, e lamenti dei vinti. Finale apocalittico, un'orgia di sangue e di violenza che va in crescendo fino a ripartire col refrain.

The Warriors Prayer

Detto ciò, passiamo alla traccia numero nove, dove l'esagerazione raggiunge uno dei punti cardine in casa Manowar e che talvolta sfiora il ridicolo. Anche in questo caso c'è chi apprezza e chi, come me, ci ride su pur di non piangere. Questo momento fiabesco porta il nome di "The Warriors Prayer (La Preghiera Dei Guerrieri)", una traccia completamente narrata nella quale troviamo gli attori Arthur Pendragon Wilshire e Grant Williams che vestono i panni rispettivamente di nonno e di nipotino. Come in tutte le fiabe, il piccolo deve andare a letto e prima di addormentarsi desidera ascoltare racconti leggendari, gesta di eroi, e così il nonno lo accontenta narrando di quando era giovane. Inizia un racconto lungo quattro minuti, nel quale ascoltiamo il nitrire di cavalli, la loro corsa nei boschi del nord e immaginiamo un esercito riunito in una vallata in attesa dell'arrivo di quattro cavalieri, ognuno con un'arma letale stretta in mano: una spada, una mazza chiodata, un'ascia bipenne e un martello da guerra. Negli occhi dell'esercito non sembra esserci paura ma solo consapevolezza, è il loro destino perciò tutti sanno che se non dovessero vincere moriranno onorando gli Dei. Poi cala il silenzio, un vento gelido comincia ad alzarsi e a sferzare tra gli alberi, un tuono rimbomba in cielo lanciando saette e grandine, dunque i quattro cavalieri incitano il proprio esercito alla lotta e li guidano in battaglia. Nella vallata si scontrano le due fazioni, le armi impattano producendo rumori metallici, grida, lamenti, gli zoccoli dei nobili destrieri sollevano la terra e la polvere e in breve il campo è pieno di cadaveri e di sangue fresco. Quando il polverone della mischia svanisce, la visuale si fa più chiara, c'è sangue ovunque, i corpi degli uomini uccisi restano in balia del vento. Al centro, quattro cavalieri radunano i propri soldati, sono quasi tutti sopravvissuti e hanno vinto la battaglia, li fanno inginocchiare e insieme recitano una preghiera verso gli Dei della guerra. Al termine della preghiera, l'esercito degli immortali si lancia in un grido di vittoria che riecheggia in tutto il bosco. A questo punto la narrazione ha termine, il nonno afferma che questo è quanto accaduto molto tempo prima e chiede al nipote se è rimasto colpito, il piccolo sembra entusiasta, è colpito dal fantastico racconto ma ha ancora un dubbio e allora chiede al nonno chi siano quei quattro eroi misteriosi venuti dal nulla. Il vecchio, con voce piena di orgoglio, urla I Re del Metallo!. "The Warriors Prayer" è sicuramente una traccia simpatica, diventata famosissima e molto apprezzata tra i fans dei Manowar; altrettanto certo, però, è che si ascolta una paio di volte e poi la si "skippa" volentieri, durante l'ascolto dell'album. Autocelebrativa, divertente, "tamarra", per certi versi inutile, così come le tracce strumentali che non sono altro che uno sfoggio egocentrico fine a sé stesso.

Blood Of The Kings

Dopo la parentesi parlata e che spezza il ritmo dell'opera si torna alla musica con la conclusiva "Blood Of The Kings (Il Sangue Dei Re)" e, tanto per rimanere in tema di auto citazionismo, DeMaio ha la bella idea di prendere i titoli di quasi tutte le canzoni composte in passato e che troviamo negli album precedenti e di fare il collage che andrà a strutturare il testo di questo pezzo. Parliamoci chiaro, i Manowar hanno un vocabolario di appena trenta parole, perciò non risulta troppo difficile assemblare i vari titoli e le varie frasi per dare un senso logico alle frasi. Il risultato è comunque ottimo, la band è musicalmente ispirata e la canzone diventa immediatamente l'ennesimo cavallo di battaglia. Columbus è meno statico del solito, picchia duro sulle pelli e sui piatti, Adams lancia una serie di acuti che mettono i brividi e poi tornano le campane a dare quell'aria solenne ed epica tanto ricercata dalla band. DeMaio si improvvisa nuovamente chitarrista, visto che è proprio lui ad eseguire i riffs portanti col suo basso modificato e suonato come fosse una chitarra, creando un effetto interessante che va a sovrastare la sezione ritmica. Come accennato pocanzi, la strofa riporta numerosi titoli del catalogo Manowar, Eric Adams si destreggia egregiamente su una linea vocale perfetta e molto melodica incitando tutti i fratelli del metallo a prendere parte alla rivolta, cantando tutti insieme inni di battaglia per poi cavalcare nella gloria guidati dal martello di Thor e sfidando il mondo intero. Cambio di tempo nel quale gli strumenti si potenziano, la batteria in particolare e la chitarra di Ross "The Boss", passando al bellissimo e corale ritornello dove il vocalist alterna acuti e timbro pulito, fomentando non poco gli ascoltatori. La melodia è vincente, altamente epica, e per l'ennesima volta troviamo la celebrazione del mito manowariano, con i quattro cavalieri del metallo pronti a sovvertire le leggi che governano il mondo, a organizzare una crociata per la libertà individuale, massacrando i nemici, i falsi, e tingendo di rosso le spade e le mani col sangue dei perdenti. Si prosegue con la citazione di altri titoli ed esaltando i popoli dove i Manowar sono accolti con favore, così troviamo tutte le nazioni europee unite sotto il vessillo del martello, legate dalla passione per l'heavy metal, ma c'è un frase che ha comportato numerose critiche all'epoca, ossia quando Adams grida "Back to the glory of Germany" ("Ritorno alla gloria della Germania"), dove molti hanno letto un inneggiamento del periodo nazista, accusando la band stessa di appoggiare una politica di estrema destra. Ma le accuse (rivelatesi infondate) di essere filonazista affondano le radici nel passato, sin dagli esordi, quando un'aquila campeggiava sulla copertina di "Battle Hymns", primo album dei Manowar. Strofa/ritornello e ancora strofa/ritornello dove le liriche inneggiano a prendere parte a questa marcia per la vendetta, al ritmo di un suono funebre, spargendo il sangue nemico, facendo giuramenti di fedeltà e amicizia, tutto per combattere questa guerra sacra a suon di metallo. Le due asce si intrecciano per eseguire due buonissimi assoli, uno di chitarra e l'altro di basso, dove la sinergia tra DeMaio e Ross "The Boss" è incredibile, dunque Eric Adams torna dietro al microfono con voce modificata che sembra demoniaca e conclude con gli ultimi due ritornelli. In sostanza, un brano che celebra non solo la band ma anche tutti i seguaci (duri a morire) conquistati nel corso degli anni. Una schiera di fan resa numerosissima e compatta, che come abbiamo visto affonda le sue radici in ogni parte del mondo. Dall'America all'Europa, senza problemi di barriere o distanze. Non importa che tu sia finlandese od olandese.. i Manowar riescono a farci sentire come dei fratelli, facendoci parlare una lingua franca, universale: il verbo del metallo. Appreso questo, potremo comunicare con il mondo, sventolando fieri la nostra bandiera, sentendoci parte di questa immensa crociata che il gruppo comunica di voler guidare: una crociata atta a cambiare il mondo, a suon di altoparlanti al massimo e di chitarre elettriche.

Conclusioni

A questo punto, niente e nessuno sembra poter fermare la marcia degli autoproclamatisi Re dell'Acciaio. "Kings Of Metal" viene accolto bene in tutto il mondo risultando l'album di venduto della band di Auburn, e così, tra risibili proclami, brani autocelebrativi, sperimentazioni egocentriche e tanta tantissima presunzione, i Manowar conquistano un posto di primo ordine nell'Olimpo dell'heavy metal. E meritatamente, aggiungerei, nonostante tutto l'egocentrismo un po' fine a se stesso. Potenza, acciaio, passione, cuore, questi sono gli ingredienti di un disco che cambierà una piccola parte della storia della musica, tanto da diventare a dir poco leggendario sin dalla sua uscita, nell'ottobre del 1988. L'evoluzione iniziata con "Fighting The World" è ormai giunta a compimento e il risultato è decisamente superiore, legando indissolubilmente epica e musica sbruffona in un vincolo di sangue che conquisterà adepti in ogni angolo di mondo. Certo, se da una parte questa evoluzione comporta maggiore visibilità e sempre più consensi tra il pubblico, dall'altra ne rivela tutti i limiti, costringendo la band all'utilizzo eterno degli stessi trenta maledetti vocaboli in una sorta di esasperazione auto celebrativa destinata ad appiattirsi nel proseguo di carriera, rivelando una stasi concettuale (ma non musicale, dato che ogni album dei Manowar suona differente) che sfiora il risibile. L'incaponimento su determinate tematiche procurerà numerose critiche, ma in questo caso, e nel caso di "Kings Of Metal" appunto, quando l'ispirazione c'è tutto fila liscio e la musica parla da sé. Nell'album, infatti, troviamo numerosi capolavori destinati ad entrare nell'immaginario collettivo, basti citare la selvaggia title-track, la monumentale "Hail And Kill", la toccante "Heart Of Steel", l'epica e poetica "The Crown And The Ring" o la soave "Kingdom Come" per capire che siamo di fronte a un capolavoro assoluto. Purtroppo non tutto è perfetto, accanto ai magnifici brani appena citati coesistono veri e propri scivoloni, come il testo provocatorio e risibile di "Pleasure Slave", l'inutilità strumentale di "Sting Of The Bumbeblee" o la ridicola/simpatica "The Warriors Prayer" che non fanno altro che spezzare la dinamicità dell'opera (Anche se ciò è poca cosa rispetto a quanto la band riuscirà a combinare quasi venti anni dopo con il concept mitologico "Gods Of War", album infarcito fino all'inverosimile di pezzi narrati, di intro, outro, cori alpini e letture bibliche). Inoltre, come già scritto, un vocabolario altamente limitato inficia sulla bontà complessiva del prodotto, mettendo in luce i primi germogli di una involuzione lirica (che si traduce in testi tutti uguali) che si paleserà sempre più in maniera massiccia. Ma i Manowar sono questi, eccessivi e (fin troppo) coerenti; "Kings Of Metal" è l'incarnazione stessa della filosofia manowariana, dove l'epic metal fomenta gli animi. Gli inni alle moto e alla birra uniscono i metallari di mezzo mondo, per molti l'ultimo vero capitolo degno di nota e primo sintomo di involuzione, di sicuro l'album della prima frattura all'interno della band, in grado di segnare un'epoca e di chiudere una decade magica per la musica dura. Nella primavera del 1989, i Manowar si imbarcano in un lungo tour in compagnia dei Virgin Steele, ma data l'estenuante vita on the road, all'alba degli anni 90, il chitarrista Ross "The Boss", colonna portante del combo americano, decide di abbandonare per tornare a suonare con i suoi The Dictators. Da lì a poco, anche il batterista Scott Columbus è costretto ad allontanarsi dai compagni a causa di alcuni problemi famigliari, ma Joey DeMaio ed Eric Adams non demordono e sono decisi a proseguire, reclutano gli sconosciuti David Shankle e Kenny Earl Edwards (detto Rhino) iniziando un nuovo percorso creativo (il terzo in carriera) che porterà una ulteriore evoluzione stilistica, sicuramente la più coraggiosa, che culminerà con la pubblicazione di un altro capolavoro, il grandissimo e tecnico "The Triumph Of Steel".

1) Wheels Of Fire
2) Kings Of Metal
3) Heart Of Steel
4) Sting Of The Bumbleblee
5) The Crown And The Ring - Lament Of The Kings
6) Kingdom Come
7) Pleasure Slave
8) Hail And Kill
9) The Warriors Prayer
10) Blood Of The Kings
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