MANOWAR

Kings Of Metal / Herz Aus Stahl

1988 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
16/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

"Fighting The World" ci aveva rivelato una band nuova, che aveva a saputo rimettersi in gioco strizzando l'occhio alle stazioni radio e ai canali musicali, ovvero tutta quella musica da classifica odiata e dileggiata dagli stessi Manowar. Ciò non ha significato un tradimento da parte dei nostri, e infatti, nonostante la veste più radiofonica, la dignità e l'anima sono rimaste intatte. Nella seconda metà degli anni '80, la band di DeMaio è in cerca di un nuovo percorso da intraprendere, perciò alleggerisce il suono e semplifica la struttura (e dunque la durata) dei singoli brani, ma senza mai scendere a compromessi con niente e nessuno, custodendo gelosamente la propria attitudine e la propria filosofia di vita. E così, il lavoro del 1987 ha messo in mostra una doppia anima, seppur a tratti dispersiva e traballante: mentre la prima parte era improntata maggiormente sull'heavy classico, con inni alla musica, alla birra, alle motociclette e alla fratellanza, la seconda metà, composta da due intro e un vecchio brano riarrangiato ("Defender") invece era orientata sull'aspetto epico, e dunque più in linea con le coordinate stilistiche della band americana, capostipite di un intero genere. Al di là delle critiche ricevute (e che ancora oggi dividono il pubblico), "Fighting The World" ha venduto molto bene sin dalla sua uscita e ha conquistato immediatamente nuove legioni di fans grazie alla sua orecchiabilità (qiuasi) sfacciatamente glam metal, riuscendo a trovare un buon compromesso tra passato e futuro della band stessa. Ecco, proprio da questo capitolo prende forma la seconda era dei Manowar, sfatando il mito infondato dell'immobilità stilistica, ponendo "Fighting The World" come un ottimo album di transizione, un ibrido tra passato e presente, e che indicherà la strada portando alla realizzazione del disco più famoso della carriera della band americana, nonché uno dei dischi fondamentali di tutto l'heavy metal: il leggendario "Kings Of Metal". I Manowar vogliono sorprendere, così si chiudono in studio per tutto il 1988, ritardando persino il tour prefissato con i cugini Virgin Steele (che partirà l'anno seguente), e iniziano a comporre i brani che costituiranno il nuovo album. L'idea a quella di prendere i tratti caratteristici dell'opera precedente, correggendone i difetti palesati e criticati da molti, per poi contaminare il tutto con la vena epica tipica dei primi lavori, in un'evoluzione stilistica che ha del sorprendente e che consegnerà definitivamente i Manowar alla storia della musica. La volontà di osare, di sfidare la critica ma anche il proprio pubblico, è evidente ancora prima della pubblicazione stessa di "Kings Of Metal", tanto che troviamo la sbruffona title-track ad anticipare il tutto: si tratta del singolo omonimo del disco, ("Kings Of Metal", appunto), lanciato nell'autunno del 1988 e avente coordinate sfacciatamente Heavy, poco epic e tanto auto celebrative. Inoltre la seconda traccia è la versione tedesca della mitica ballad "Heart Of Steel" (con liriche in lingua teutonica per omaggiare i numerosissimi fans in Germania). La band di DeMaio osa sin dalla presentazione riproponendo lo stile tanto criticato del precedente album ma evolvendolo, azzardando una scommessa piuttosto pericolosa, soprattutto alla luce delle recenti critiche ricevute per l'orecchiabilità di "Fighting The World", ma i Manowar sembrano avere tutto sotto controllo e, in effetti, questo biglietto da visita viene accolto in modo favorevole un po' da tutti.

Kings Of Metal

"Kings Of Metal (I Re Del Metallo)" parte a cannone, e qui ritroviamo tutta la potenza e l'energia targata Manowar. Le coordinate stilistiche del precedente "Fighting The World" sono evidenti (Heavy Metal puro e diretto), ma vengono qui contaminate dalla patina epica dei primi lavori, in un mix letale che riconsegna la band sul podio degli eroi dell'epic metal americano. Se il precedente album strizzava l'occhio alla scena hard n' heavy californiana (specie con i brani "Blow Your Speakers", "Fighting The World" e "Carry On") qui ritorna tutta la potenza dell'heavy metal classico, per un singolo destinato ad entrare nella storia del genere e a diventare uno dei cavalli di battaglia del combo newyorkese. Scott Columbus scalpita dietro le pelli e all'unisono esplodono la chitarra di Ross "The Boss" e il basso di Joey DeMaio. L'andamento è medio, non si eccede mai in velocità ma si punta su un muro sonoro compatto e solido come un macigno. Eric Adams interviene di lì a poco, la sua voce è cattiva e pronta a sfogarsi in una trionfale autocelebrazione senza precedenti, in grado di superare in presunzione persino la celeberrima "Manowar", traccia auto intitolata appartenente al debut album. Ideali e proclami altisonanti sono qui uniti per celebrare il ritorno dei Re del Metallo, una delle pochissime band capaci di creare un vero e proprio culto musicale e pseudo-religioso dove osannare la sacralità della musica dura e gli ideali di fedeltà e di libertà.  Il vocalist narra ancora una volta le gesta della band, un progetto artistico nato per girare per il mondo e calcare palchi, mandando in subbuglio intere città, allontanando i fighetti con la loro musica suonata a tutto volume e radunando soltanto i veri adepti al culto dell'heavy metal. Si giunte presto al refrain, posizionato subito dopo la prima strofa, tanto per non perdere tempo, e l'adrenalina si diffonde nel corpo, fomentando gli animi grazie a un ritornello elaborato costituito da due parti, la prima poggiata su una linea melodica fantastica nella quale Adams accenna un paio di acuti e la seconda più diretta incentrata sull'esaltazione stessa della band ("Other Bands Play, Manowar Kill!") supportata da epici cori. Si torna alla seconda strofa, mentre la sezione ritmica pesta che è una bellezza, e in questa quartina si parla della musica stessa, di come deve essere suonata e soprattutto ascoltata, ossia a un volume assordante e sparata alla velocità della luce. Gli amplificatori più pompati al mondo fanno saltare e scatenare la folla, una folla vestita con jeans, pelle e borchie, che non segue le mode da perdenti e che non vuole pose o esibizioni, ma solo rock n'n roll. Dopo il secondo chorus, Ross "The Boss" si lancia in un interessante assolo, davvero energico, dialogando con la batteria di un Columbus come al solito statico ma dalla potenza devastante. Terza quartina nella quale si evidenzia il trionfo manowariano, si autonominano Re e sono pronti a suonare in tutte le città, pronti ad esaltare i cuori dei proprio fedeli, dei fratelli radunati ai loro concerti, senza piegarsi a niente e nessuno, ubbidienti soltanto al sacro vincolo dell'acciaio. Un testo che trascende lo stesso concetto di autocelebrazione, mostrando in pompa magna l'atteggiamento che in tanti hanno amato criticare, del combo americano: una "spocchia" fuori dal normale, se vogliamo.. eppure, tipica di chi non racconta bugie ma anzi è dedito ai fatti. Possiamo certo sorridere dinnanzi a dichiarazioni come "ci piace duro e veloce", "I veri Metallari vogliono rockeggiare, non far finta!", "vestiamo in jeans e pelle, non indossiamo abiti alla moda!!".. ma tant'è, questo è lo spirito dei Manowar. Uno spirito che sa esaltare, nel quale qualsiasi Metalhead di ieri e di oggi può vedersi e ritrovarsi. Basta voler vedere quel che effettivamente si cela, dietro certe frasi: voglia di divertirsi e di far parte di un qualcosa di speciale, di particolare. "Kings of Metal" rappresenta in pieno quel che i Manowar hanno sempre dichiarato di essere, un miscuglio di potenza ed orgoglio. Musica da ascoltare a volumi altissimi, attitudine incorruttibile, poca pietà per chi "cede" al lato oscuro (non in pochi hanno visto nel testo di questo brano attacchi velati a bands quali Motley Crue et simila); insomma, una celebrazione della propria persona ma anche una bella delineazione dello spirito del Metallaro, qui descritto magnificamente, ed in maniera più che esaustiva. Il lato B del singolo è rappresentato dalla traccia gemella di "Heart Of Steel", ovvero la sua versione cantata in lingua tedesca, stessa identica canzone ma dotata di maggiore cattiveria per via del linguaggio forzuto e composta in onore del popolo tedesco, nella cui terra i Manowar sono tutt'oggi acclamati quasi come divinità e dove hanno un seguito particolarmente numeroso, di gran lunga maggiore rispetto a tutte le atre nazioni. Proprio in Germania, la band si esibirà sempre più, organizzando persino festival autocelebrativi come il "Magic Circle Music Festival" (La "Magic Circle Music" è un'etichetta fondata dai Manowar stessi) e altri eventi particolari come esibizioni teatrali, gare canore e altro ancora, guadagnandosi così la fedeltà del pubblico e l'amore incondizionato dei proprio fans.

Herz Aus Stahl

"Herz Aus Stahl (Cuore D'Acciaio)" è tutto ciò che i Manowar rappresentano: onore, trionfo, goliardia, ma anche passione, sacrificio, solitudine, combattimento, volontà di esprimere sé stessi e le emozioni provate. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dal malinconico tocco del piano, accompagnato dal vento, e dunque emerge poetica la voce di un Eric Adams che intona il primo bellissimo verso nel quale decanta di una meta da raggiungere, un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti. Proprio una di esse brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di  trattenerlo, evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Parte il primo ritornello, costruito ancora sulle note del pianoforte, perciò abbiamo piano e voce come fosse un lied (parola tedesca dal significato di "canzone" e che indica, nella musica classica, l'esecuzione di una voce solista accompagnata solo dal piano) attraverso il quale Adams sfoggia la sua mostruosa tecnica in una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto sé stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. Senza perdere tempo riparte la seconda strofa e qui abbiamo l'esplosione di tutti gli strumenti, il pianoforte viene sommerso dalla potenza della batteria di Columbus e dalla chitarra elettrica anche se resta udibile per tutto il brano, mentre DeMaio riesce ad emergere soltanto nella seconda sezione di questo verso e irrobustendo tutta la base. Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di intonare il secondo refrain, questa volta potenziato sia dalla sezione ritmica che da corri guerreschi a far da cornice. La battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire, il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Adams spara un acuto pazzesco al termine del ritornello, evidenziando le sue enormi doti vocali, e poi prosegue imperterrito la coda finale, accompagnato da cori sempre più invasivi ed epici, fino alla conclusione del pezzo, in un trionfo di romanticismo e di epicità che mette i brividi sulla pelle.


Bonus Track: Pleasure Slave

In aggiunta alle due tracce, ne troviamo una terza, la provocatoria "Pleasure Slave (Schiava Del Piacere)", eliminata dalla prima versione in vinile di "Kings Of Metal" e reinserita poi in settima posizione nella versione in formato cd. Questo pezzo riprende le tematiche, ma anche le sonorità, del capolavoro "Into Glory Ride", e così come fu per "Warlord" (traccia d'apertura del disco del 1983) anch'essa si apre con i gemiti di più donne, sottomesse all'uomo-padrone incarnato da un Eric Adams incredibilmente convincente, a cominciare dalla sua esilarante risata che giunge dopo i primi secondi di pluri orgasmo femminile. La sezione ritmica interviene ad accompagnare l'orgiastico racconto, e lo fa come la chitarra con un andamento lento, letale, cadenzato, costruito su una batteria possente e su un basso velenoso, creando un ambientazione epic doom metal a dir poco strepitosa. Adams intona la prima quartina, lo fa quasi parlando, rivolgendosi a una delle fanciulle con cui ha giaciuto, intimandole di baciare la sua mano in cambio della libertà, dopo che è stata portata lì in catene come bottino di guerra e costretta a inginocchiarsi al suo nuovo padrone. Inizia così il sublime ritornello, gli strumenti acquistano dinamica, Eric Adams alza i toni per declamare parole incise su una lastra di marmo, decorate con suoni cadenzati, rocciosi e privi di melodia. Nel refrain, emerge solo una claustrofobica e sprezzante cattiveria ma capace di conquistare al primo ascolto perché è pura epicità e quando questo termina, la sezione ritmica si quieta per dare luce al secondo verso, cantato con voce aspra, quindi non più parlato, dove si elogia la nuova vita della schiava, ora non più moglie di un bugiardo ma serva di un uomo vero. Il secondo chorus mantiene la stessa idea melodica del primo ma cambiano le parole, la schiava è incatenata al suo letto, pronta ad essere domata, poiché il suo corpo appartiene al suo signore. Servirlo è la sua ragione di vita, il dono più prezioso che possa desiderare, quindi non deve abbattersi. Il break centrale vede la stessa prosecuzione della sezione ritmica ma tornano i gemiti delle ragazze che sovrastano sempre più gli strumenti, mentre Adams ordina alla sua donna di raggiungerlo, la comanda con un fischio, come fosse un cagnolino addestrato, e le tuona contro, intimandole di togliersi gli indumenti e di prostrarsi ai suoi piedi. Succede il putiferio, il cantante spara un acuto pazzesco e le due asce si scambiano alcuni fraseggi fino ad arrivare al granitico solo di chitarra. I gemiti si intensificano, gli acuti del vocalist anche, il basso comincia a farsi protagonista accompagnando il riff portante, Columbus picchia come un dannato e presto risate e urla lancinanti si mischiano al baccano. E' un orgia musicale, un rituale di sangue, di violenza, di possessione. Una danza barbarica emotivamente coinvolgente e che ha causato alla band numerose accuse di misoginia per via di un testo scabroso e maschilista. Fatto sta che il pezzo in questione è fenomenale, trascinante, selvaggio e davvero (effettivamente!) barbarico. Del resto, anche Conan era solito ribadire quanto il meglio della vita fosse "..ascoltare i lamenti delle femmine!", fra le tante cose. Come sempre, i Manowar non si smentiscono: "hard and fast", come detto già in "Kings of Metal".. ed a giudicare da quanto udiamo in apertura di brano, le fanciulle sembrano essere tutto meno che tristi o scontente. Del resto, questa passione per la donne rispecchia in pieno quella che, fino a qualche anno fa, era pratica "standard" della band: ovvero, far accomodare sul palco qualche graziosa fan, disposta a mostrare le sue grazie al pubblico o concedersi un momento di "intimità" con DeMaio, scapolone del gruppo, il quale era solito lasciarsi andare a baci appassionati ed ai limiti dello spinto, con le diverse ammiratrici.

Conclusioni

Anticipare l'uscita di un nuovo album, in questo caso il potente "Kings Of Metal", con la meravigliosa e significativa title-track, risulta una mossa vincente. All'epoca, niente e nessuno sembra fermare la marcia degli autoproclamatosi Re dell'Acciaio e così il singolo di "Kings Of Metal" venne accolto bene in tutto il mondo, specie in Germania (ovviamente!), dove la versione in tedesco di "Heart Of Steel" (che ritroveremo nella raccolta del 1994 "The Hell Of Steel", per la gioia dei collezionisti più accaniti) diventò immediatamente un inno, riuscendo a conquistare tanti altri appassionati. Il successo del singolo e del successivo album sono comunque da imputarsi non solo alla qualità delle composizioni, ma anche alla decisiva spinta ricevuta della nuova importante etichetta (l'ennesima): la Atlantic, la quale dimostrò di credere fermamente nella realtà dei Manowar, mettendoli in condizione di poter esprimere loro stessi senza censure o imposizioni. Non furono quindi casuali, in virtù di questa totale libertà, le tantissime accuse di misoginia ricevute per il testo di "Pleasure Slave"; accuse da intendersi però in due modi differenti, visto che se da una parte recarono alla band alcune rogne, dall'altra portarono una pubblicità enorme in casa Manowar (un po' come successe ai Type O Negative del periodo "Slow, Deep and Hard"). Ma tornando a parlare prettamente della musica, come accennato in apertura di recensione, questo singolo ha un significato potente: non solo è eccellente dal punto di vista compositivo e melodico, ma è dotato di testi tanto semplici quanto significativi, poiché racchiudono l'immagine stessa dei Manowar, un gruppo formato da musicisti onesti, veri amanti della musica dura e soprattutto irreprensibili nei confronti dei fans, ai quali non smettono tutt'oggi di offrire stimoli su come affrontare la vita, su come affrontare le fatiche della quotidianità, dando loro quella grinta in più per combattere, nel proprio piccolo, la realtà che li circonda. Potenza, acciaio, passione, cuore, questi sono gli ingredienti che anticipano e che poi troveremo nel seguente album, un disco che cambierà una piccola parte della storia dell'Heavy Metal, tanto da divenire a dir poco leggendario. L'evoluzione iniziata con "Fighting The World" è ormai giunta a compimento e il risultato è decisamente superiore. Insomma, epica e musica sbruffona strettamente legate in un vincolo di sangue.

1) Kings Of Metal
2) Herz Aus Stahl
3) Bonus Track: Pleasure Slave
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