MANOWAR

King Of Kings

2005 - SPV

A CURA DI
ANDREA CERASI
14/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

A seguito del grandissimo successo di vendite di "Warriors Of The World", pubblicato nel 2002 e diventato subito un album di culto in ambito metal, i Manowar si imbarcano in un nuovo lunghissimo tour che durerà ben cinque anni, battendo ogni record, calpestando più di cento palchi consecutivamente e suonando in ogni parte del mondo. Nel frattempo, i nostri quattro cavalieri newyorkesi decidono che è giunto il momento apportare qualche cambiamento in casa e, complice la diffusione di Internet e la nuova tecnologia che facilita la registrazione (e ciò sarà un'arma a doppio taglio per tutti, perché se da un lato semplifica il modo di comporre musica, dall'altro lato fa perdere professionalità e svendere attrezzature costosissime sui quali gli addetti al settore hanno campato per decenni;  il risultato è sotto gli occhi di tutti: registrazioni e produzioni dai suoni pessimi e casalinghi persino per le opere di band più famose), Joey DeMaio fonda una propria casa di produzione nel suo studio privato, dove poter avere il pieno controllo del suo marchio e del materiale firmato Manowar. Così nasce, nel 2003, la Magic Circle Music, con la quale il bassista metterà sotto contratto una manciata di band (tra cui i Rhapsody, gli HolyHell, i Burning Starr di Jack Starr e i David Shankle Group, formazione capitanata dall'ex chitarrista degli stessi Manowar). Nonostante il coraggio e le ambizioni di DeMaio, ci vuole ancora qualche anno per rodare e diffondere la nuova etichetta, cosicché la band si affida ancora nelle mani esperte di una label importante; questa volta la scelta cade sulla SPV Steamhammer, la storica casa di produzione tedesca che ha sotto la sua supervisione centinaia di metal band tanto da ritenersi ormai un colosso consolidato in ambito musicale. Da questa brevissima collaborazione, che durerà soltanto un anno, viene partorito un singolo, lanciato nel 2005, che va a spezzare in due il tour intrapreso dai quattro musicisti di Auburn, tanto per ricordare a tutti che sì, i Manowar sono sempre on the road per incenerire città a suon di metallo, ma non hanno perso la voglia di comporre nuovo materiale da dare in pasto ai propri fedeli, ed allora si susseguono voci che stia prendendo forma un concept-album super epicissimo, super imponente e di imminente uscita. Tanto imminente non sarà, visto che trascorreranno altri due anni prima che "Gods Of War" veda la luce, ma tanto basta per mandare in subbuglio tutti i fans di una delle più gloriose band della storia. Il singolo rilasciato nel 2005, appunto, consistente di una sola traccia, prende il titolo di "King Of Kings", abbastanza scontato, ma in linea con la tradizione manowariana, e il risultato è davvero eclatante. Trattasi un brano epic metal davvero intrigante, possente, molto veloce e dalle atmosfere solenni che fanno intravedere un nuovo stile adottato dalla band per iniziare un nuovo corso in carriera, l'ennesimo (tanto per sfatare il mito dell'immobilità stilistica). E così abbiamo un singolo pezzo capace di glorificare un nome, quello dei Manowar, veri eroi dell'heavy metal classico e portabandiera di una filosofia tanto semplice quanto sacra e importante: la musica prima di tutto. A ribadire questo concetto una sola canzone (prima reperibile sul sito della band o dell'etichetta discografica, e poi contenuta in un cd dalla copertina rigida tutta nera sulla quale svetta il logo della band), eseguita per la prima volta dal vivo nel 2006 all'Earthshaker Fest in Germania, davanti a quarantamila fans in visibilio e dalla cui performance verrà tratto il live-dvd "The Absolute Power", ossia uno dei concerti più straordinari che una band abbia mai eseguito, con i cori di una vera orchestra posizionata accanto al palco, motociclette sul palco, fuochi d'artificio e tutta la famiglia Manowar (con tanto di ex colleghi: Rhino, Ross "The Boss", David Shankle e Donnie Hamzik) al completo e chiamata a rapporto per suonare con tre chitarre e addirittura tre batterie ripercorrendo tutta l'imponente e leggendaria discografia manowariana, per il delirio totale di tutti i presenti. "King Of Kings" fa presagire lo stile che la band americana adotterà sull'album in lavorazione, in realtà dalla gestazione complicata e più volte interrotta per via degli sfiancanti concerti in giro per il mondo e anche per la crisi del mercato musicale che, da questo momento in poi, non permette a nessun artista di essere economicamente al sicuro (ed ecco forse spiegati i mille dvd live e le mille compilation rilasciate), avvicinandosi alla pomposità del metal sinfonico di cui molti imputeranno l'influenza ai nostrani Rhapsody, in quegli anni in tour proprio con i Manowar e prodotti dalla stessa Metal Circle Music di DeMaio. Il singolo, tuttavia, viene accolto con grida di giubilo (e non come "Gods Of War" che dividerà in due il pubblico come mai accaduto prima, diventando uno degli album più discussi della storia del metal) perché presenta una band affiatata e piuttosto ispirata, coerente con sé stessa e davvero impetuosa, con una punta di originalità in più che fa presagire una nuova strada adottata, più sinfonica e aulica rispetto al passato.

King Of Kings

"King Of Kings (Re Dei Re)" è il classico pezzo alla Manowar, toni aulici e potenza inaudita che rievoca immaginari lontani, nonostante la semplicità che la contraddistingue; eppure ci troviamo di fronte a uno dei migliori brani mai composti dalla band nella sua storia recente. I toni epici qui ritrovano lucentezza e freschezza e fanno intravedere varie sfumature dell'epos firmato Manowar, ponendosi come una sorta di prosecuzione di quanto già ascoltato nel precedente "Warriors Of The World" ma con un occhio puntato al futuro. La violenza della sezione ritmica, costantemente contornata da cori bellici, si accompagna a una nobiltà di fondo scaturita dalle tastiere suonate da Karl Logan (e questa è una novità, visto che si è sempre occupato DeMaio della parte tastieristica) e che donano al pezzo maggiore pomposità. La stessa pomposità (elemento che contraddistinguerà tutto "Gods Of War") è inoltre evidenziata da una produzione talmente perfetta da sembrare quasi innaturale, come se al posto di esseri umani suonassero delle macchine, e tutto ciò è palese nell'orchestrazione riprodotta in studio attraverso il computer, quando, fino a qualche anno prima, per avere gli stessi risultati bisognava farsi in quattro, ma tant'è che i suoni sono brillanti e ogni strumento è pompato al massimo. La chitarra di Logan si snoda in un riffing micidiale, facendo coppia col basso ricco di steroidi del mastermind DeMaio, intanto Scott Columbus è alle prese col doppio pedale per ricreare la possente base speed e fomentare sin dall'attacco gli ascoltatori. I cori emergono subito, sin dal primo secondo, e non si smorzeranno mai per tutti e quattro i minuti, mentre Eric Adams fa la sua entrata in scena appena dopo dieci secondi. Voce sporchissima e versi sparati velocissimi per creare un polverone mistico che stordisce come un pugno in faccia; il tema è sempre lo stesso che i Manowar ci propinano dal 1982: inno gli Dei del nord, sangue, acciaio, guerra e ricerca di immortalità. Voci di vittoria proclamano l'ascesa di uomo a re del regno, la sua incoronazione avviene quando il giorno incontra la notte, al crepuscolo, tra fuochi che illuminano il buio e che sembrano provenire direttamente dall'inferno. Il re si inchina agli Dei che hanno scelto il suo destino e così si attacca col bellissimo e trascinante ritornello che ci proietta nella scena bellica, tra tempeste di sabbia e pioggia battente ove l'acciaio stride e affonda nella carne. La melodia è incredibile, accresce grazie ai cori che aumentano di intensità e fanno venire voglia di denudarsi e andare in giro brandendo una spada. Il re dei re è stato guidato dagli Dei del Valhalla, Odino in persona lo ha benedetto, perciò questi ha tutto il diritto di impartire ordini in terra e di ricevere pagamenti e i giusti tributi. Si prosegue senza riposo ed Adams decanta le altre strofe, lanciandosi persino in risate diaboliche e narrando della paura visibile negli occhi dei nemici, che alzano lo sguardo in cielo e pregano affinché il re dei re non appaia dinanzi a loro. Le loro paure hanno creato un castello di tenebre, molti pensano di sognare e che tutto ciò sia solo un incubo, ma la realtà è altra e il re, col suo esercito di valorosi guerrieri, marcia contro di loro per annientarli. Il re è una grande guida, capace di trasformare semplici uomini in demoni assetati di sangue, scagliandoli contro il nemico, in mezzo alla folla mentre lui aspetta sulla sella del suo destriero. Dopo il secondo refrain ecco che arriva il mistico break centrale, i suoni brutali si spengono e restano i cori di contorno che si confondono con qualche effetto sonoro, poi emerge la voce di Odino, interpretata da Joey DeMaio con timbro modificato e fiero, il quale parla all'eroe del testo, il suo figlio prediletto dicendo di vivere con onore per tutti i giorni della sua vita, di fortificare gli animi dei suoi amici e di glorificare le divinità rendendo loro grazia per i poteri che ha ottenuto nel mondo degli uomini. Torna il vocalist al microfono, e con aria solenne e supportato dalle tastiere, intona la parte magica del brano, quella più profetica, recitando rivolgendosi al suo dio che la sua spada è la proiezione della sua anima, sempre al servizio di Odino e al servizio del suo regno, il regno dei re, pronti a guidare i popoli verso un mondo migliore. Karl Logan si lancia in un furioso assolo di chitarra e poi, tra gli immancabili acuti del singer, si torna all'immaginifico chorus per concludere la canzone in bellezza. Elettrizzante, emozionante, epica, "The King Of Kings" è davvero una perla di inestimabile valore che certo, non aggiunge niente alla carriera dei Manowar, dotata di una struttura abbastanza semplice, con un testo scontato e letto mille volte nella produzione di questa band, ma capace di muovere e scuotere gli istinti più barbarici dell'uomo come solo il grande epic metal sa fare.

Conclusioni

Un'unica traccia per sbalordire fans e accontentare il pubblico che richiede a gran voce materiale inedito a distanza di qualche anno dall'uscita del nono studio-album "Warriors Of The World", che tanti aveva conquistato per poi perdere, col tempo, il suo carisma e il suo fascino risultando un album poco più che discreto, con molte ombre e qualche luce. Perciò la curiosità di ascoltare musica nuova da parte dei paladini dell'acciaio per constatare la loro condizione fisica è tanta e credo che un singolo come "King Of Kings" possa accontentare tutti quanti, perché è una canzone dall'animo nobile, secondo la tradizione manowariana, e in possesso di originalità e freschezza che fa intuire il nuovo cammino intrapreso dalla band. Un ritorno al passato per via delle atmosfere altamente epiche che riportano ai primi lavori dei Manowar, ma anche uno sguardo verso il futuro grazie a una produzione pomposa e moderna e l'utilizzo di parti sinfoniche mai adottate prima (se non nei due brani strumentali del disco del 2002: "The March" e "Valhalla") e che poi saranno sviluppate pienamente (e anche in modo errato) in "Gods Of War". Non a caso, proprio la voglia di sorprendere con orchestrazioni (riprodotte in studio, ovviamente) e attraverso lunghe fasi introduttive come intro/outro e parti narrate o strumentali molto simili alla colonna sonora di un film saranno il difetto principale del concept-album del 2007 (ma di questo lavoro avrò modo di parlarne in modo approfondito nella relativa recensione), dal quale non sarà esente nemmeno questo singolo; perfino la diretta e impetuosa "King Of Kings", che qui troviamo nella sua versione più embrionale, sarà impreziosita da una intro collegata della durata di quasi tre minuti, metà dei quali parlati e metà declamati da un Eric Adams liturgico e divino, che prenderà il nome di "The Ascension" e che ascolteremo per la prima volta per intero proprio all'Earthshaker Fest in Germania e la cui performance sarà inserita para para nell'Ep "The Sons Of Odin", licenziato nell'autunno del 2006 e contenete cinque nuovi brani che anticipano di "Gods Of War", facendo da antipasto per il disco più ambizioso (e forse criticato) dei nostri. Tuttavia, bisogna ammettere che "The Ascension" svolge bene il suo lavoro, ha una gran bella atmosfera epica e Adams è un interprete favoloso, ma nulla di tutto ciò in confronto alla potenza scaturita da "King Of Kings"; una tempesta d' acciaio e dai connotati mitologici che richiama a gran voce gli immortali cavalli di battaglia dei Manowar, echi di brani come "Army Of The Immortals", "Secret Of Steel", "Hail And Kill" o della recente "Warriors Of The World United" fanno capolino in questo brano, un autentico gioiello incastonato nella carriera della band e costruito da una parte vigorosa, metallica, violenta, e da una parte (il break centrale) evocativa e sognante, dove emerge tutto lo spirito e il credo dei quattro musicisti. Come ho avuto modo di accennare in apertura di recensione, molti, a seguito di questo pezzo e della sua introduzione contenute in "The Sons Of Odin", anche e soprattutto alla luce degli altri tre imponenti brani presenti nel mini e tutti dedicati a Odino, accuseranno i Manowar di essersi lasciati influenzare dai triestini Rhapsody (probabilmente la metal band italiana più famosa di sempre) che proprio in quel periodo collabora con DeMaio e soci e instaura con loro una profonda amicizia, tanto che il bassista produrrà, tramite la sua Magic Circle Music, l'ep "The Dark Secret" (2004), "Live In Canada" (2005) e il full-length "Triumph Or Agony" (2006), più gli album solisti di Luca Turilli ("The Infinite Wonders Of Creation" e "Lost Horizons"). Al di là delle critiche, l'influenza del power sinfonico (ribattezzato dallo stesso DeMaio Hollywood Metal perché somigliante a una colonna sonora cinematografica) dei Rhapsody, in un lavoro come "Gods Of War", lavoro sinfonico ma ancora ancorato alla tradizione heavy-epic, è praticamente inesistente, se non forse intuibile nelle inutili/prolisse tracce narrative che costituiscono e saturano, ahimè, il disco del 2007. L'accostamento tra le due band mi è sempre sembrato azzardato e improbabile, sia dal punto di vista compositivo che tematico, anche perché i Rhapsody l'epic metal non l'hanno mai suonato, nonostante molte persone pensano erroneamente di sì.

1) King Of Kings
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