MANOWAR

Into Glory Ride

1983 - Megaforce Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
15/12/2015
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Il 1983 è l'anno in cui emerge una nuova concezione di metal classico. E' l'anno in cui i Manowar (ma non solo loro) forgiano quello che sarà comunemente etichettato come epic metal, dotando il loro hard rock sparato a tutto volume di atmosfere oscure e meditative. Il singolo "Defender", che è uno dei pezzi rappresentativi del nuovo sottogenere musicale, spopola in tutte le radio e vende piuttosto bene, anche se, misteriosamente, non viene incluso nell'album che segue, tanto da essere scartato, per motivi mai precisati, nelle ultime sessioni in studio. Dopo il furioso litigio con la Liberty che non è riuscita a garantire alla band una buona diffusione del disco di esordio, il mitologico "Battle Hymns", soprattutto in Europa, la band riscuote solo un terzo del ricavato delle vendite (12.500 dollari) e scinde il contratto, pronta a firmare per la Megaforce Records. La nuova etichetta però, contro ogni previsione, non mette a disposizione un elevato budget (solo 6.000 dollari), perciò le registrazioni del nuovo lavoro vengono fatte in economia e in tempi brevissimi (circa tre mesi). Bisogna ammettere che i Manowar non hanno avuto vita facile. Infatti, il rapporto con le case discografiche non è mai stato dei migliori, tanto che, se ci fate caso, ogni album inciso dalla band americana è stato distribuito da etiche diverse, tutte importanti, certo, ma con le quali gli stessi hanno discusso violentemente e a più riprese. Incassati i soldi e superate le divergenze artistiche, il gruppo si mette a lavoro sul nuovo materiale. Il primo titolo preso in considerazione per l'imminente album è "Symphonies Of Steel", tramutato subito dopo l'inizio dei lavori in "Into Glory Ride". Nel luglio del 1983 esce il secondo capitolo griffato Manowar, concepito inizialmente come un Ep costituito da cinque lunghi brani, al quale vengono aggiunti, proprio in fase finale, altri due pezzi. Quello che salta subito all'orecchio è la netta differenza tra l'album in questione e il precedente, l'hard rock degli esordi diventa un pallido ricordo, il suono si irrobustisce, diventa ancora più potente e solenne, sulla scia della canzone "Battle Hymn", salutata da tutto il popolo metallico come uno degli inni più belli mai concepiti e diventato sin da subito un simbolo del metal in generale. I Manowar, che stupidi non sono, capiscono che è il momento di affondare il colpo, proseguendo sulla stessa scia del loro cavallo di battaglia e concependo materiale avente le stesse coordinate stilistiche. Quello che ne esce fuori sono sette brani, sette gioielli di epic metal, ispirati dal film cult "Conan il barbaro", di John Milius (1982) e con un maestoso Arnold Schwarzenegger come protagonista. L'art-work del disco è estremo, "tamarro", che ha la precisa volontà di mettere in luce tutte le caratteristiche della musica suonata dai quattro cavalieri newyorkesi e che vede i nostri fotografati in pose da macho, vestiti da barbari con mutandoni di pelo e che puntano minacciosi l'obiettivo alzando al cielo le spade. Il nuovo batterista, il gigante Scott Columbus (che sostituisce il dimissionario Donnie Hamzik) si integra alla perfezione con gli altri membri, grazie alla sua innata potenza e alla sua indiscussa precisione che gli permettono di superare il provino al primo colpo, nonostante una tecnica poco più che discreta. La leggenda narra che il bassista Joey DeMaio sia entrato in contatto con lui tramite la sua fidanzata, la quale, adescata da un tizio nel bar in cui lavora, prende invece il numero di telefono dell'amico, un giovane batterista con la passione per le Harley Davidson e interessato a far parte di una band professionista. All'epoca, Columbus lavora come operaio in una fabbrica di alluminio, e forgia di tutto, da parti per motociclette a pezzi per il giardinaggio ma, in seguito a un incidente che gli ustiona le braccia, si licenzia deciso a diventare musicista professionista. Risarcito per il danno subìto, con gli stessi soldi compra una batteria costosissima, adattandosi così alla politica dei Manowar, che utilizzano, già da allora, strumenti all'avanguardia. Roba che ben poche band possono permettersi. Ma se si vuole suonare più forti di tutti per rivelare al mondo una visione inedita di metallo, bisogna avere i migliori strumenti. Quegli stessi strumenti disposti sui palchi, durante i concerti, e sparati a un volume assordante che hanno causato e che continuano a causare numerose liti con i gestori dei locali che li ospita. Questi ragazzi fanno di tutto pur di conservare il titolo di Band più rumorosa del mondo, perseverando diabolicamente nell'errore.

Warlord

Una ragazza geme, sedotta da nostro Eric Adams, quando i genitori della stessa li colgono in flagrante. Disperata, la mamma della ragazzina afferma che sua figlia ha soltanto sedici anni e urla contro il nostro Adams, mettendolo in fuga. Il singer, messosi al sicuro dall'ira del padre che gliele vuole dare di santa ragione, si lascia andare a lunga e profonda risata. Un inizio spaccone, non c'è che dire, dunque "Warlord (Il Signore Della Guerra)" attacca con le chitarre sparate a mille in quella che è la traccia più veloce dell'album. Una colata di metallo classico ci invade i timpani e, nonostante una produzione grezza, gli strumenti si sentono piuttosto bene, la batteria di Columbus è potentissima e il basso di DeMaio pompato al massimo. Il riffing portante, eseguito da un grande Ross "The Boss", copre la prima parte e si protrae facendo da colonna portante per tutto il pezzo, dopodiché Eric Adams incomincia a intonare la prima lunga strofa, che è una sestina, dando subito sfoggio del suo potenziale. L'andamento è veloce, perciò si giunge in fretta al primo chorus, dalla struttura immediata e molto orecchiabile, dall'animo rock 'n' roll, niente di melodicissimo ma che trasmette una carica temeraria. Si riprende con la seconda parte senza un attimo di respiro e quindi seconda strofa e secondo refrain, che lasciano spazio all'assolo, dal piglio 70s, di Ross "The Boss". La parentesi strumentale dura pochi secondi, perché si riattacca subito con la terza strofa. Prima di concludere assistiamo a un bel dialogo tra il vocalist e la chitarra, un giochetto della durata di qualche secondo nel quale Eric Adams si diverte e imitare le note distese dell'ascia, alternandosi ad essa con brevi acuti. Ma non è ancora tempo di lasciarsi andare, perciò il singer si trattiene non sforzandosi più di tanto. "Warlord" è un pezzo diretto, il più semplice del lotto e probabilmente quello minore, più aderente alla tradizione classica e sulla scia di una "Manowar" o di una "Metal Daze", ma è perfetto per introdurre il nuovo lavoro della band, fomentando già al primo ascolto. Il testo è il trionfo del menefreghismo e dello spirito libero. Nonostante tutti i problemi della vita, di un'esistenza misera ostacolata da un mondo crudele, basta una moto per correre in strada, annusando l'odore dell'olio e della benzina, ed essere felici. Stufi di farsi stritolare da una società corrotta nella quale contano soltanto i soldi, la vita è una e va vissuta al massimo, divertendosi con gli amici, ascoltando musica e facendo l'amore. È uno stile vita, Harley Davidson, cuoio e borchie, bastano questi elementi per essere i signori della strada. Cavalcare la sella della motocicletta, magari con una pollastra abbracciata dietro, per sentirsi re e per non invecchiare mai, scacciando le delusioni quotidiane. I Manowar sono i cantori della società, attraverso l'aspetto fantasy e mitologico si erigono a paladini della giustizia, difensori dell'uomo comune, dei proletari che lottano ogni giorno per un minimo di soddisfazione. Bisogna mantenersi giovani, non cedere ai problemi, e spassarsela. 

Secret Of Steel

La prima vera incursione nel mondo epico arriva con "Secret Of Steel (Il Segreto Dell'Acciaio)", uno dei più grandi capolavori del gruppo e non solo. La batteria introduce la traccia, dal sapore doom, cadenzata e oscura. Il basso di Joey DeMaio è acutissimo, tanto da sembrare una seconda chitarra, affiancando Ross Funicello nello stesso terreno di battaglia. Quaranta secondi e il ritmo cambia, accelera attraverso una raffica di batteria e un riff lisergico, per poi affievolirsi nuovamente. L'atmosfera è catartica, la prima quartina parte in un mare di riff crepuscolari che fanno il filo ai Black Sabbath, poi la voce di Eric Adams svetta sugli strumenti, imponendosi con la sua versatilità e la sua innata potenza ed è subito un colpo al cuore. Le linee vocali sono struggenti, dannatamente epiche ed evocative, e mettono in risalto la tecnica del più grande vocalist della storia del metal. La strofa dura pochissimo e qui succede una cosa particolare, in breve ci troviamo di fronte al ritornello, ma non è un ritornello comune, perché è lunghissimo, lentissimo, velenoso, che si protrae con violenza fino a metà brano. L'aspetto melodico è divino ma anche la sezione strumentale è praticamente perfetta, coadiuvata persino dall'introduzione di cori vichinghi che emergono in alcune parti dando la sensazione di ritrovarsi proiettati nel film di Conan, per combattere al suo fianco, mentre Columbus improvvisa una marcia per fa il verso alla carica dei cavalli. In sottofondo, tanto per caricare il tutto, basso e chitarra emettono dei suoni strani, cavernicoli, primitivi. Questi sono i Manowar di un tempo, che avevano mille idee e sapevano come costruire un brano senza risultare pacchiani o ridicoli, e un po' piange il cuore sapere che questo modo di suonare è andato perduto per sempre. Ross "The Boss" si lancia in un assolo assassino, al vetriolo tanto è ruvido e magnetico, poi torna la voce di Adams per il secondo refrain. E qui si esagera davvero, perché lo stesso spara una serie di acuti inverosimili, onnipotenti, terminando i sei minuti della composizione. Un brano spaventosamente bello, dall'impatto sonoro che spazza via ogni cosa, dalle liriche mitologiche che onorano il film con Schwarzenegger a cominciare dal titolo, riprendendo la leggenda cimmerica, tribù dello stesso Conan, inventata da Robert E. Howard nel fumetto "Conan il cimmero", apparso per la prima volta nel 1932. In mente giungono le parole del padre di Conan in merito al segreto dell'acciaio, portato sulla terra dal dio Crom. Crom è un dio oscuro, che dalla cima di una montagna scruta il mondo sottostante e giudica gli esseri umani. Odia i deboli e apprezza i forti, i coraggiosi, in particolare Conan, suo protetto. Il tanto decantato segreto dell'acciaio è una speciale lavorazione del ferro per rendere indistruttibili le spade, ma sono in pochi a conoscerlo e a utilizzare quella speciale tecnica di tempra. Conan, così come suo padre, ne sono a conoscenza, per questo sono invincibili.

Gloves Of Metal

"Gloves Of Metal (Guanti Di Metallo)" è introdotta dalle potentissime chitarre di Ross "The Boss", mai così ruvide, poi tutta la sezione ritmica esplode in un mid-tempo bellicoso, nella quale svetta la favolosa voce di Eric Adams che intona dei versi aspri, precisamente due quartine che si erigono su una base vorticosa guidata dalla batteria di Scott Columbus ma nella quale è prezioso l'apporto di DeMaio al basso, suonato quasi all'unisono con la chitarra elettrica aumentandone l'energia. Si giunge al pre-chorus melodico per poi entrare nel ritornello intensamente epico nel quale il vocalist si sfoga con una serie di acuti, accompagnato da cori guerreschi di grande impatto. Trascorsi i due minuti iniziali Ross Funicello si lancia in un brillante solo mentre DeMaio lo segue facendo la parte della seconda chitarra. Ritorna il refrain e poi c'è uno stupendo bridge nel quale gli strumenti si impennano rendendo il suono ancora più vorticoso tramite una serie di ritmi sincopati, protratti a singhiozzo. Infine si procede con gli ultimi chorus e con un Eric Adams che spara un acuto impossibile da riprodurre. "Gloves Of Metal", anche se si trova come B side, è in realtà il singolo dell'album, dotato persino di un gustoso videoclip che vede i nostri quattro cavalieri, vestiti con pellicce stile Conan, andare a cavallo brandendo spade e catene per poi esibirsi su un palcoscenico davanti ai propri fans in delirio. Questo si che è pacchiano, eppure le pose da macho e le vesti da barbari (le stesse che troveremo sulla copertina del disco) non fanno altro che identificare il nuovo genere di musica, portato al successo dai Manowar stessi e tramite la loro iconografia. Il testo è ovviamente un inno alla battaglia, alle notti in cui le armi scintillano. Il richiamo dell'acciaio è troppo forte ed è impossibile rifiutarlo, perciò i cavalieri si riuniscono per portare il potere e la forza, vestiti di borchie e di cuoio. Alle prime luci dell'alba si sentono le grida di coloro che si sono svegliati dai loro sogni ma il suono carico del metallo ancora riecheggia in aria spezzando i tiepidi raggi di sole. La musica dei Re del Metallo (appellativo con il quale la band si autodefinisce e con il quale saranno presto identificati da tutti) è giunta per scuotere l'uomo dal suo torpore. L'uomo comune perciò diventa un eroe che lotta ogni giorno contro la quotidianità, ma non solo perché trova persino dei compagni con i quali condividere gli stessi ideali. Non è solo e quindi si crea una nuova legione di disillusi che combattono contro il mondo per far valere i propri ideali. I guanti di metallo sono quelli indossati dai metallari del mondo e che vengono sventolati durante i concerti con dita strette e concentrate nel pugno. È il pugno della resistenza, della foga notturna, del divertimento, della fratellanza, della lotta alla società. Il testo è più profondo di quanto possa sembrare, perché è un vero e proprio inno generazionale che riunisce il pubblico di tutto il mondo sotto lo stesso vessillo, quello dell'heavy metal, della passione per la musica, per i vestiti di pelle borchiata, per la birra. In una parola: Manowar, nome definito dallo stesso leader Joey DeMaio come l'uomo-guerriero che ogni mattina si sveglia per andare a lavoro e combatte contro una società corrotta e vigliacca che lo vuole rendere schiavo-burattino.

Gates Of Valhalla

"Gates Of Valhalla (I Cancelli Del Valhalla)" è la traccia più popolare del platter, eseguita in ogni concerto, per la gioia dei fans, e capolavoro immortale massima espressione di epicità. Trattasi di una canzone particolare, dalla struttura atipica suddivisa in tre parti quasi fosse una piccola opera: intro, strofe e chorus, outro. Joey DeMaio esegue un delicato arpeggio col suo basso a otto corde, che da un effetto simile a quello di una chitarra, e poi irrompe la potentissima voce di Adams a fare da introduzione. Una lunga ed evocativa intro prima dell'esplosione, dove il cantante mostra tutta la sua estensione vocale e la sua tecnica, passando da tonalità basse ad acuti pazzeschi, ma mettendo anche in evidenza falsetti e giochetti vocali non proprio semplici da imitare. La sezione ritmica esplode dopo due minuti intensissimi e partono le prime strofe, due quartine declamate con solennità e indomita energia. Columbus scalcia dietro le pelli e ci proietta sul campo di battaglia, mentre chitarra e basso si incrociano creando un vortice metallico e facendo scintille come due guerrieri che si sfidano a spadate. Infine, dopo uno spaventoso acuto di Eric Adams, giunge il portentoso ritornello (ripetuto solo una volta in tutta la canzone) che riprende le stesse parole dell'introduzione, ma questa volta viene accompagnato dagli strumenti e dalla loro irruenza stagliandosi sopra una solida base. Ross "The Boss" si lancia in un assolo furioso e davvero robusto che dura a lungo e che prepara il via alla terza parte del brano. Il bridge mette i brividi tanto è bello ed epico (sicuramente l'acme della traccia), e sfido chiunque a interpretarlo con la stessa intensità di Adams, il quale, non contento della prestazione, comincia a sfidare la sezione strumentale giocando con la voce e sparando acuti non replicabili da nessun altro vocalist, sovrastando addirittura la potentissima batteria di Columbus che sembra frantumarsi sotto i suoi colpi. "Gates Of Valhalla" è un pezzo leggendario, uno dei migliori in ambito epic e non solo, e probabilmente uno dei più amati dal pubblico. Il testo è ovviamente un omaggio allo spirito e al coraggio dei guerrieri del nord, ai vichinghi adoratori di Odino. Il Valhalla è, infatti, l'enorme sala del castello di Asgard, una delle dimore di Odino, tanto vasta da sembrare una città ultraterrena. Nel Valhalla (che in norreno significa appunto Sala dei morti) riposano i caduti in battaglia, uomini valorosi scortati lì dalle valchirie. In quel luogo li attende, ogni sera, un grande festino a base di birra e di carne, mentre, durante il giorno, i guerrieri si allenano per poi, in futuro, assistere il dio Odino per la battaglia finale, il Ragnarok, ossia lo scontro supremo contro i giganti per il dominio eterno del mondo. I cancelli del Valhalla si spalancano per l'ingresso dei caduti, con le spade in mano e ancora grondanti sangue nemico. Adesso i valorosi sono immortali, pronti a sedere accanto al proprio dio in vista della battaglia delle battaglie. Gli Dei li accolgono a braccia aperte e brindano con loro. Il regno dei morti è ornato a festa.

Hatred

"Hatred (Odio)" è un brano complesso, molto particolare, composto più che altro per evidenziare le doti vocali di Eric Adams. Si apre con un riffing pesante, oscuro, cadenzato. La chitarra ringhia alle spalle della batteria e Joey DeMaio sperimenta vari effetti sonori col suo basso da combattimento. Pochi secondi e già si crea confusione nell'ascoltatore, questa non è una cavalcata epica ma una musica vertiginosa, quasi magnetica, senza una struttura ben precisa. Eric Adams intona, con fare luciferino, le prime due quartine quasi recitando, su una base doom metal che fa paura per quanto è maligna. Si giunge al secondo minuto e il tempo cambia improvvisamente, facendo partire uno strano refrain, poco melodico e molto ipnotico, decorato con urla sgraziate. Sembra di ascoltare un pezzo dei Black Sabbath per via del suo andamento così quadrato, ma ecco che il tempo cambia ancora con una breve parentesi chitarristica, una specie di cantilena fiabesca, dove Adams raggiunge vette inaudite giocando con la voce e fomentando con acuti degni della sua grandezza. Si prosegue con un riffing cadenzato e profondo, sempre accompagnato da stranissimi e futuristici effetti sonori eseguiti da DeMaio. Le grida del vocalist aumentano a dismisura in una sorta di sfogo isterico, dunque torna il ritmo principale, quello doom, e si continua a recitare la terza strofa per terminare col chorus. Non c'è che dire, una canzone coraggiosa, che ha il pregio di mettere in risalto la voglia da parte della band di sperimentare, di scovare nuovi sentieri. A mio avviso una composizione dannatamente riuscita, oscurissima e che sfiora l'isteria, purtroppo poco conosciuta dal pubblico e poco considerata persino dagli stessi fans. Nel testo si parla di un combattimento tra due guerrieri, il sangue del nemico che bagna l'acciaio del protagonista, un eroe in preda all'odio, tanto incazzato che potrebbe persino mangiarsi il cuore dell'avversario. L'odio alimenta la sua forza, alimenta i suoi muscoli, rendendolo invincibile, quasi immortale. Questo sentimento è il fuoco che gli brucia in petto e che gli scorre nelle vene, tanto che chiunque cerchi di sfidarlo è destinato a morire, con le ossa rotte e la carne lacerata.

Revelation (Death's Angel)

Si giunge al mio pezzo preferito, parlo di "Revelation (Death's Angel) - Rivelazione (L'Angelo Della Morte)", di una potenza incredibile e con un Eric Adams, tanto per cambiare, indomabile dietro al microfono. E' un brano sull'apocalisse, perciò è violento, dove i Manowar danno sfogo alla propria cattiveria, a cominciare da una sezione ritmica che sembra una belva assetata di sangue e di carne pronta a mietere vittime. Scott Columbus è devastante dietro le pelli e sembra riprodurre una marcia per la vittoria, il basso di DeMaio, invece, è registrato altissimo (è una sua prerogativa in fase di produzione) proprio per essere da ausilio alla chitarra elettrica e, quando serve, sovrapporsi come fosse una seconda chitarra. I fraseggi di Ross "The Boss" alimentano i più feroci istinti, ed è grazie al suo tocco che il brano prende quell'aurea oscura e maligna. Abbiamo due strofe velocissime e molto lunghe, nelle quali il cantante esprime tutta la sua potenza, seguendo di pari passo la parte strumentale, e quindi alzando e abbassando i toni come se si trovasse su una montagna russa. Le strofe, infatti, hanno una peculiarità precisa, perché sono costituite da due sezioni, la prima diretta e compatta, la seconda dal piglio melodico e pronta a lanciare il ritornello quasi fosse un pre-chorus. Il ritmo si fa più elettrico quando arriva il refrain, stupendo, orecchiabilissimo, in grado di fomentare al primo ascolto. Adams si trattiene ancora e comincia a declamare la terza strofa senza perdere tempo. Secondo ritornello e assolo assassino, la marcia non accenna ad arrestarsi, mantenendo sempre lo stesso andamento. Splendido il dialogo tra chitarra e batteria e dunque si riprende più volte il magico refrain, quindi si ha una coda dal tono più esteso, dove Adams si cimenta in diversi acuti e scale che mettono i brividi e che pongono la parola fine a uno dei massimi capolavori firmati Manowar. "Revelation" è stata raramente eseguita dal vivo negli anni, rispolverata soltanto di recente per arricchire la scaletta e per dare un motivo in più ai fans di comprare gli ultimi DVD. Come già accennato, la canzone tratta di apocalisse, la Rivelazione è la comunicazione tra Dio e un suo profeta in terra, attraverso la quale manifesta la sua volontà. Dio è adirato con gli uomini per la loro blasfemia, dunque è deciso a radere a suolo tutto per ricominciare daccapo. Manda la Bestia nel nostro mondo, l'Angelo della Morte scagliato dall'alto dei cieli, e proprio dalle nuvole si abbatte su di noi la sua ira. Satana è libero di distruggere ogni cosa, assieme al suo esercito di demoni, poiché tutto ciò è stato scritto nel destino. La fine sta arrivando, fuoco e sangue sono sparsi ovunque, non c'è più speranza per il genere umano, soltanto i prescelti saranno salvati dalla grazia di Dio. Satana, capelli bianchi e occhi di fuoco, diffonde pestilenze partendo dalle sette città dell'Asia Minore dove ebbe origine il culto monoteista. Sette perché è il numero divino che rimanda a Dio. Il Giudizio Universale è vicino e giungono dal cielo i quattro cavalieri dell'apocalisse (Pestilenza, Guerra, Conquista, Carestia) cavalcando i loro bellissimi e imponenti cavalli. 

March For Revenge (By The Soldiers Of Death)

Sette, dicevamo, perché rappresenta il numero sacro, magari è stato fatto consapevolmente, magari no, fatto sta che giungiamo alla settima e ultima traccia (nonché la più lunga dell'album con i suoi 8:30 minuti di durata) di "Into Glory Ride", "March For Revenge (By The Soldiers Of Death) - Marcia Per La Vendetta (Dei Soldati Della Morte)". Columbus è protagonista indiscusso di questa perla, la sua batteria è impetuosa, grazie a rullate d'effetto che riproducono una vera marcia bellicosa. Eric Adams incita alla foga mentre il basso esegue dei giri particolari, contornato da effetti sonori stranianti. Emerge la chitarra di Ross "The Boss" e si snoda in un riffing graffiante, dall'andamento epico e piuttosto cadenzato. Probabilmente si tratta della traccia più solenne del disco, meno oscura rispetto alle altre e dal sapore trionfale. La melodia fa capolino alla fine di ogni strofa, quando la voce di Adam si addolcisce e declama un breve chorus accompagnato da sonagli che donano al momento una sensazione mistica, quasi surreale, come se si stesse sognando. La prima sezione si chiude così, secondo una struttura compatta e dura come un macigno, poi si ha una pausa silenziosa e il tempo cambia drasticamente una volta giunti a metà. Arpeggio intimista da parte di DeMaio al basso e la scena è tutta di Adams che può dare sfoggio delle sue doti interpretative. Quello che ascoltiamo è un intermezzo drammatico, soave, che ricorda un po' lo stesso della canzone "Battle Hymn", dopodiché gli viene incollato un bridge ripetuto dove esplodono all'unisono tutti gli strumenti e Eric Adams risale con la voce per poi arrivare all'atteso acuto spaccatimpani. Inizia la terza sezione, evidenziando un brano che cambia pelle e dalla composizione ardita, di una giovane band che osa e che sa mescolare tante idee. L'assolo di chitarra si erge sugli altri strumenti, seguito a ruota dalla marcia cadenzata protratta dalla batteria e dal basso, ed ecco un secondo bridge prima dell'ultima strofa. Tornano i cori stile colonna sonora di Conan che fanno del pezzo un'opera di epicità assoluta dove svetta l'acuto mostruoso del mitico singer. In definitiva, abbiamo più di otto minuti di epicità assoluti, ricchi di sfumature e di genialità compositiva. Non c'è una grande tecnica alla base ma poco conta, qui siamo di fronte a una delle più grandi e entusiasmanti band della storia del metal. Le liriche puntano tutto sull'effetto e ci ritroviamo, ancora una volta, proiettati nel Valhalla, dove riposano i guerrieri defunti. Questi soldati tornano dall'inferno, metà uomini e metà demoni, per vendicarsi. I nemici devono tremare dalla paura, per loro non ci sarà scampo, i loro figli e le loro mogli saranno rapiti. Questa canzone è un inno alla morte, alla fratellanza, alla vendetta dei compagni caduti. La terra si nutre del sangue degli eroi, ma il sacrificio non sarà vano, poiché la loro forza e il loro acciaio cavalcherà al fianco dei vivi, per proteggerli, e spiriti demoniaci e guerrieri mortali si uniranno per combattere il nemico in una leggendaria unione.

Conclusioni

Nel 1983 nasce definitivamente l'epic metal. Durante questo anno si succedono, infatti, i lavori di Virgin Steele ("Guardians Of The Flame"), Manilla Road ("Crystal Logic") e Warlord ("Deliver Us"), considerati i primi vagiti di questa nuova corrente musicale, mentre i Cirith Ungol tardano le registrazioni del secondo album "King Of The Dead", che uscirà soltanto l'anno seguente. All'appello mancano ancora gli Omen, (che esordiranno con "Battle Cry" nel 1984) ma i padrini dell'epic sono tutti concentrati in questo lasso di tempo, nei mesi a cavallo tra il 1983 e il 1984. Eppure, in questo periodo d'oro per il genere, "Into Glory Ride" batte tutti per importanza e per successo commerciale, diventando l'album simbolo dell'epic metal anni 80, e solo questo basta per affibbiargli il massimo dei voti. In 45 minuti non c'è un calo. Melodia e potenza sono calibrati alla perfezione in tutte e sette le divine tracce, le linee melodiche sono emozionanti, supportate da un Eric Adams che definire mostruoso è poco, e le atmosfere ricreate sono incredibilmente evocative, tanto che si viene scaraventati in un'epoca lontana, un'epoca popolata da barbari assetati di sangue, dove si combatte per il fuoco e per l'acciaio. In questo album rivive la mitologia nordica, inaugurando una saga che ancora oggi appassiona milioni di fans in tutto il mondo. Nel 1983 i Manowar suonano più potenti di tutti, questo disco è un concentrato di ferocia ed epicità allo stato puro, il primo vero lancio per la band statunitense, destinata a fare la storia e qui ripresa nel suo maggior splendore creativo, tanto che seguiranno altri due album ("Hail To England" e "Sign Of The Hammer") dello stesso livello che andranno a comporre la perfetta trilogia epica. Nell'autunno dello stesso anno i ragazzi si imbarcano in un tour locale (questa volta spesato dall'etichetta discografica) denominato "World War III", nel quale viene programmata una serie di concerti a fianco di Accept e Bodine ma improvvisamente sostituiti da Virgin Steele e Cities. A proposito di Virgin Steele, che avevano appena dato alle stampe il secondo ottimo album "Guardians Of The Flames" (giugno 1983), seguito poi dall'Ep "Wait For The Night" (dicembre 1983), durante il primo concerto, il chitarrista Jack Starr va dal manager dei Manowar per lamentarsi della numerosa attrezzatura che invade il palco e propone di togliere tutto per far spazio alla sua band, oppure di farli suonare con gli stessi strumenti per non perdere tempo, ma questi, mezzo stizzito, gli risponde che l'equipaggiamento dei suoi ragazzi non si tocca, perché è loro, lo hanno pagato col sudore ed è la migliore attrezzatura sul mercato, degna della migliore band in circolazione. Insomma, spacconi sin dagli esordi, e così ha inizio l'inutile rivalità tra le due epic metal band per eccellenza alimentata, più che nel modo di suonare, a dire il vero totalmente diverso, dagli stessi fans. In realtà, nel corso degli anni, Virgin Steele e Manowar intraprendono diversi tour insieme, testimoniando il buon rapporto di amicizia che li lega e fugando ogni dubbio sulla presunta rivalità additata dalla stampa specializzata. Tornando all'album appena esaminato, che altro c'è da aggiungere? "Into Glory Ride" è un capolavoro che ha cambiato l'aspetto della nostra amata musica. Qui rivivono gli Dei di Asgard e del Valhalla, tra le note di queste canzoni le divinità si fronteggiano sul campo di battaglia incrociando le spade tra sangue, scintille e sudore, in un'epica cavalcata che li consegnerà alla gloria eterna. La produzione non è il massimo, l'esiguo budget a disposizione e la velocità con cui l'album è stato assemblato influenzano la resa sonora, molto cruda e spoglia (mi verrebbe da dire barbarica, termine che calza a pennello), eppure l'opera in sé non viene affatto penalizzata, risultando incredibilmente fresca, pompata, genuina, maestosa. Immortale. Perché "Into Glory Ride" è un disco immortale. Uno dei pochissimi che vale davvero il massimo dei voti.

1) Warlord
2) Secret Of Steel
3) Gloves Of Metal
4) Gates Of Valhalla
5) Hatred
6) Revelation (Death's Angel)
7) March For Revenge (By The Soldiers Of Death)
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