MANOWAR

Hell On Wheels

1997 - Metal Blade

A CURA DI
ANDREA CERASI
30/11/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Il successo dell'album "Louder Than Hell", trascinato dai tre singoli pubblicizzati al massimo dalla Geffen, conferma i Manowar ai vertici della scena metal, nonché come una delle pochissime band storiche a superare indenni quasi un decennio di buio artistico che colpisce tutti i generi di rock classico, mantenendo pubblico e fedeltà al proprio credo musicale. Nel 1997 si comincia a vedere la luce fuori dal tunnel, e allora riesplodono generi che, dalla fine degli anni 80, avevano perso smalto e non facevano più presa sui metallari del mondo, concentrati più che altro sull'alternative, il gothic, il grunge, il crossover, l'industrial, il death o il prog, ossia quelle nuove categorie di rock duro uscite a cavallo tra i due decenni e diventate popolari proprio negli anni 90. Grazie alla ripresa e alla forte influenza dei classici degli anni 80 e grazie alla nascita di numerose band dedite proprio a generi fino a poco prima dimenticati, troviamo una nuova epoca d'oro per tutto ciò che riguarda l'heavy/power classico. Il symphonyc metal (di cui noi italiani siamo stati tra i trascinatori grazie a band come Rhapsody e Labyrinth) o il power scandinavo guidato dai veterani Stratovarius, ma anche HammerfallSonata Arctica e tanti altri gruppi usciti in quei mesi conquistano il mercato e trovano terreno fertile non solo tra i vecchi adepti ma soprattutto tra le nuove generazioni di ascoltatori che ben presto creano nuovi miti da proiettare nel nuovo millennio. In tutto ciò e nonostante i numerosi cambiamenti, l'epic metal sembra ritrovare nuova linfa vitale e una band come quella di DeMaio, che ne è la massima incarnazione, di certo riesce a confermare una supremazia incontrastata in tale ambito musicale. E' il momento giusto per pubblicare il primo live-album in carriera, e così i Manowar, forti del grande successo di "Louder Than Hell" e del relativo tour mondiale, nonché del ritorno in auge di certe sonorità legate all'heavy/power classico, decidono di rilasciare un doppio disco dal titolo di "Hell On Wheels", uscito nel novembre del 1997 in ben tre diversi formati (doppio cd, triplo vinile e doppia cassetta) e prodotto da un'altra importante etichetta discografica dopo il divorzio con la major Geffen: la Metal Blade Records (Armored Saint, Amon AmarthLizzy BordenAnvilCandlemassCannibal CorpseKing DiamondSlayer). Trattasi non di un live comune, perché le ventitré tracce che troviamo lungo il nostro percorso non sono estrapolate dallo stesso concerto, ma sono riprese da vari live tenuti in giro per il mondo, e così abbiamo brani eseguiti in Germania, alcuni in Spagna, altri in Italia, e così via fino a coprire quasi ogni paese in cui i Manowar hanno fatto tappa nel biennio 1996-1997. Una compilation che si pone il compito di ringraziare tutti i fans sparsi per il globo, soprattutto quei paesi dove la band americana è ancora un punto di riferimento e gode di uno status prezioso; va da sé che la maggior parte degli estratti arriva dal vecchio continente, dove i Manowar sono ancora venerati sia dalle vecchie che dalle nuove generazioni, mentre, in quegli anni, perdono appeal proprio negli U.S.A., come del resto gran parte dei gruppi storici, forse perché gli Stati Uniti, di solito diffusori di mode, sono più attenti al "nuovo" da commerciare e rendere appetibile. Emblematico è il ringraziamento che possiamo trovare all'interno dello scarno booklet, dove si esprime la gioia del primo atteso live-album, dedicato appunto a tutti gli uomini e alle donne selvaggi, a tutti i fratelli e sorelle dell'acciaio, al popolo dell''heavy metal che continua a crederci. Un inno al divertimento, alla follia, alla libertà da sempre professata dai Manowar, una lunga festa fatta di tanta birra, tette e culi, borchie e bandiere, motociclette e folla indemoniata, il tutto per combattere la noia della realtà e rifugiarsi nella musica che più amiamo. Un ringraziamento speciale, dunque, a tutti i fedeli che negli anni sono rimasti vicini alla band e che hanno fatto km per raggiungerli e vederli dal vivo, per gridare insieme ai quattro cavalieri dell'epic un maestoso "Fanculo!" a tutti coloro che ci impediscono di vivere come vogliamo. Insomma, un ringraziamento tipico di DeMaio e soci, il quale si premura di assicurare che ogni brano della compilation è registrato dal vivo, non manipolato in studio e dunque non perfetto nel suono, a testimoniare che i Kings of Metal sono veri e genuini, anche con le inevitabili pecche che un concerto potrebbe comportare, come rumori molesti in sottofondi o fischi degli altoparlanti dovuti al volume altissimo della strumentazione; ma è anche tutto questo che rende un concerto magico e indimenticabile, soprattutto se si tratta di una performance dei Manowar, ovvero una delle live-band più grandi di sempre. La copertina, molto semplice e scarna, riprende in parte le metriche dei concept anni '80, in cui la parola "semplicità" era all'ordine del giorno. Vediamo infatti una quadrupla foto della band, sormontata dal gigantesco logo in rosso fuoco, succeduto dalla parola "live" sottostante, con anch'essa lo stesso font del logo dei Manowar. Il disco è uscito ufficialmente nel novembre del 1997, il 18 per la precisione, e come abbiamo accennato nelle scorse righe, la Metal Blade avvolse questo omaggio del gruppo ai fan in un packaging di tutto rispetto; venne addirittura creata una limited edition in triplo vinile (rosso, per omaggiare probabilmente il sangue dei guerrieri), un supporto che, alle soglie del 2000 e del digitale, si stava perdendo, ma non per tutti. Verrà anche stampato dalla Universal in forma non ufficiale (sempre in formato doppio CD), ma anche in cassetta, che nel 1997, per quanto ormai il supporto ottico fosse entrato praticamente nelle case di tutti, ancora spesso e volentieri faceva sentire la sua voce. Una enorme suite prendendo qui e là i brani più celebri del gruppo, registrati durante il gargantuesco Hell on Wheels Tour 1996/1997, che portò DeMaio, Adams e soci in giro per il mondo a promuovere il nuovo album. Le tracce poi vennero masterizzate presso i Quadium Studios di Los Angeles. Bando ad ulteriori indugi però, la battaglia sta per imperversare, e noi abbiamo bisogno di sangue. 

Manowar

Manowar (Uomo Di Guerra) è il brano cui la band apre ogni concerto sin dal 1982, ovvero dai tempi dell'esordio, e non a caso la canzone è esternazione stessa della filosofia manowariana e autocitazione di questi quattro cavalieri americani. In effetti non c'è niente di meglio di questa canzone per presentare la band sui palchi di tutto il mondo, poiché narra della storia di come sia stato fondato il gruppo, partendo dall'incontro del bassista col chitarrista (in quel caso era Ross The Boss) durante il tour con i Black Sabbath, grazie ad un pilastro sacro della musica, quale Ronnie J. Dio era, e  che li fece incontrare. Nascono così i Manowar, e nascono per vivere in eterno, per conquistare ogni costa, fracassare il terreno e incendiare palchi come nel caso che stiamo analizzando, dove suona in Repubblica Ceca, tra il delirio del pubblico presente che li invoca a gran voce. L'ambizione (e anche l'ego) smisurata della band gli creerà non poche critiche, i detrattori negli anni saranno tanti e tanto sarà persino l'odio del pubblico nei loro confronti, ma sarà enorme anche l'amore dei propri fedeli, sempre pronti a supportare questo fantastico gruppo. Poche band riusciranno a creare un vero e proprio credo e a essere idolatrati come loro e la traccia qui presente ne è testimonianza, la band spinge al massimo, è strepitosa sul palco e il pubblico pare divertirsi. E' anche grazie a questi ragazzi e alla canzone eseguita che oggi l'heavy metal non è solo musica ma un culto da venerare in eterno. "Manowar" è una canzone trascinante, metal puro e dall'andamento veloce, dove emerge il basso "metallico" di Joey DeMaio e soprattutto l'incontenibile voce di Admas, che con i suoi acuti fomenta non poco. Le strofe sono scintillanti e trascinano nella foga anche l'ascoltatore più distratto, Eric Adams da sfoggio delle sue doti canore con un'interpretazione magistrale e proprio qui nascono (come asserisce il testo) i Manowar che tutti noi conosciamo, quelli destinati alla gloria dell'epic metal. Questo pezzo è il punto di inizio della carriera dalla band e di ogni live, una marcia destinata a farsi sempre più veloce e potente, il refrain è strepitoso, concepito, come in questo caso, per creare sfaceli dal vivo con i cori del pubblico ad accompagnare le note più alte e persino gli acuti unici e inimitabili di Adams. La chitarra di Karl Logan è fedele all'originale in studio  il biondo chitarrista ci cimenta, tra l'altro, in un solo fantasmagorico e non è un caso, visto che questa è la loro traccia, l'esaltazione delle idee dei quattro musicisti e la dichiarazione dei loro intenti.

Kings Of Metal

Kings Of Metal (Re Del Metallo) prosegue la corsa furiosa e ci trasporta nella data di Dusseldorf, in Germania; qui ritroviamo tutta la potenza e l'energia targata Manowar. Le coordinate stilistiche brano sono elementari ed evidenti: questo è heavy metal puro e brutale, ma qui vengono contaminate dalla patina epica dei vecchi lavori in studio. Qui ritorna tutta la potenza dell'heavy metal classico per un pezzo destinato ad entrare nella storia del genere e a diventare uno dei cavalli di battaglia del combo newyorkese. Scott Columbus scalpita dietro le pelli, non è mai stato un gran batterista, la sua tecnica è molto statica, ma dal vivo è precisissimo e potentissimo. Tra i cori del pubblico in sala, all'unisono esplodono la chitarra di Logan e il basso di Joey DeMaio per il puro delirio metallico. L'andamento è medio, non si eccede mai in velocità ma si punta su un muro sonoro compatto e solido come un macigno, Eric Adams interviene di lì a poco, la sua voce è cattiva, ancora di più dal vivo per via della sua tecnica di respirazione che gli consente di risparmiare fiato, ma è comunque pronto a sfogarsi in una trionfale autocelebrazione senza precedenti: la band celebra, infatti, il ritorno dei Re del Metallo, loro stessi, cioè una delle pochissime band capaci di creare un vero e proprio culto musicale e pseudo-religioso dove osannare la sacralità della musica dura e gli ideali di fedeltà e di libertà.  Il vocalist narra ancora una volta le gesta della band, un progetto artistico nato per girare per il mondo e calcare palchi, mandando in subbuglio intere città, allontanando i fighetti con la loro musica suonata a tutto volume e radunando soltanto i veri adepti al culto dell'heavy metal. Il refrain diffonde adrenalina nel corpo, fomentando gli animi grazie a un ritornello elaborato costituito da due parti, la prima poggiata su una linea melodica fantastica nella quale Adams accenna un paio di acuti e la seconda più diretta incentrata sull'esaltazione stessa della band ("Other Bands Play, Manowar Kill!", frase intonata dai presenti) non supportata dai cori epici come nella versione studio e un Eric Adams lasciato solo a trascinare con la sua potenza vocale. Si torna alla seconda strofa, mentre la sezione ritmica pesta che è una bellezza, e in questa quartina si parla della musica stessa, di come deve essere suonata e soprattutto ascoltata, ossia a un volume assordante e sparata alla velocità della luce. Gli amplificatori più pompati al mondo fanno saltare e scatenare la folla, una folla vestita con jeans, pelle e borchie, che non segue le mode da perdenti e che non vuole pose o esibizioni, ma solo rock n'n roll. Terza quartina nella quale si evidenzia il trionfo manowariano, si autonominano Re e sono pronti a suonare in tutte le città, pronti ad esaltare i cuori dei proprio fedeli, dei fratelli radunati ai loro concerti, senza piegarsi a niente e nessuno, ubbidienti soltanto al sacro vincolo dell'acciaio. Un testo che trascende lo stesso concetto di autocelebrazione, mostrando in pompa magna l'atteggiamento che in tanti hanno amato criticare del combo americano: una "spocchia" fuori dal normale, se vogliamo, eppure tipica di chi non racconta bugie ma anzi è dedito ai fatti. Lo spirito del vero defender è pronto ad essere esaltato attraverso una celebrazione della propria persona ma anche una bella delineazione dello spirito del Metallaro, qui descritto magnificamente, ed in maniera più che esaustiva, fino al conclusivo acuto di Adams, qui al massimo della sua forma fisica e quasi più potente dal vivo che in studio.

Kill With Power

Kill With Power (Uccidi Con Forza) è uno dei cavalli di battaglia della band americana, suonata dal vivo a Madrid, in Spagna, e intonata da tutto il pubblico, scandita da una foga corale senza precedenti. Un pezzo veloce e quasi isterico, potentissimo, dall'attitudine classica, che si incolla sulla pelle per non ti lasciarti più. Columbus si scatena dietro le pelli, è il suo momento e il pubblico sembra apprezzare, un tornado pronto a infrangere ogni cosa al suo passaggio, ma anche la chitarra e il basso sono sparati a una velocità incredibile e a un volume a limite della sopportazione. Non a caso i Manowar sono entrati nei guinness per essere la band più "rumorosa" al mondo, suonando a volumi pazzeschi e bruciando spesso gli amplificatori. In un contesto del genere, ogni musicista si ritaglia uno spazio nel quale può dare sfogo alle proprie capacità, Joey DeMaio e Karl Logan si lanciano su una serie di lisergici fraseggi che sembrano un terremoto, raggiungendo l'acme nel prezioso assolo che evidenzia le loro doti tecniche e la loro velocità di esecuzione. Il ritmo è sinuoso, energico, delirante anche, e Eric Adams è mefistofelico, sia nei versi che nel ritornello, crogiolo di emozioni intense e di istinti barbarici, sparando acuti inverosimili alternati a risate isteriche, soprattutto in prossimità del ritornello, dove troviamo un importante dialogo tra voce e batteria, che cresce attraverso una serie di intervalli stoppati nei quali Adams canta accompagnato dai cori della platea le ultime parole del refrain. Insomma, questo brano è un vero gioiello di metallo che fa della semplicità e dell'energia il suo punto di forza, riuscendo davvero a scuotere gli animi grazie alle sue turbolenze vocali e strumentali. L'arena si trasforma un campo di battaglia e ci troviamo in mezzo a un esercito assetato di sangue. Il destino di questi soldati è scritto nel vento, le loro frecce oscurano il cielo e cadono sui nemici calpestandoli e mandandoli all'altro mondo. La paura e il dolore si diffondono nell'aria, poiché nessun nemico è in grado di battersi degnamente, nessuna delle loro armi o delle loro tattiche funziona a dovere, perché si scontrano con uomini maledetti, provenienti dagli inferi e protetti da Odino. Quasi un esercito di spettri, immortale e invincibile. E la loro maledizione, passata da generazione in generazione, si abbatterà anche sui loro figli. Nessuno avrà scampo e gli impuri moriranno. 

Sign Of The Hammer

Sign Of The Hammer (Il Segno Del Martello) è una cavalcata epica di grande intensità emotiva suonata, questa volta, in Belgio. La chitarra emette un grido quasi all'unisono con la voce di Eric Adams, che irrompe ruggendo e declamando la prima strofa, serrata e quadrata, per poi lanciarsi, senza perdere tempo, nel popolare ritornello, espressione del genio epico di Joey DeMaio, maggiore compositore e songwriter del combo americano. La melodia è incredibile e il pubblico la canta a squarciagola nonostante il frastuono degli strumenti che un pochino fischiano. Non è un brano semplice da interpretare ma con un vocalist del genere tutto è possibile e infatti Adams ci mette cuore e sul palco è un vero animale, riuscendo a intonare persino le parti più difficili del brano tra lo sgomento del pubblico. Il chorus prosegue, ha una doppia anima visto che è suddiviso in due parti perfettamente sovrapponibili, ed è decorato con cori vichinghi e dalla galoppata di Columbus che utilizza i piatti come fossero tamburi da guerra e spingendo col doppio pedale. Il passaggio dalla prima fase alla seconda è interessante, la chitarra si sovrappone al basso metallico e danzano creando fraseggi davvero toccanti che portano dritto alla seconda quartina e al secondo refrain. L'assolo di Logan è abrasivo, non si tratta di un chitarrista virtuoso ma molto veloce nell'esecuzione e la sua ascia fende l'aria creando l'inferno per poi stopparsi improvvisamente sulle bordate di batteria che danno inizio a una nuova sezione. Intanto il pubblico intona cori e sembra divertirsi, mentre il break è inquietante, Adams intona il bridge con voce diabolica e poi si libera dalle catene svettando in cielo attraverso un acuto spacca-timpani che fomenta non poco prima di dirigersi verso l'ultimo ritornello. La coda è particolare, viene ripetuto il titolo del pezzo, aumentandone la potenza attraverso i cori e allungando la canzone di qualche secondo rispetto alla versione in studio, cosa che sfuggirà di mano ai nostri e prenderà il sopravvento nel nuovo millennio, allungando ogni pezzo con noiosi parti strumentali e rumori fastidiosi e piuttosto inutili. Un lunghissimo acuto, l'ennesimo, pone termine alla battaglia. Una delle migliori tracce mai composte, un inno epico supportato da un testo che è, ancora una volta, un omaggio a Thor e al suo martello. I nemici hanno paura e subiranno la vendetta del dio e dei suoi uomini, pronti a seguire le sue indicazioni. Il martello viene scagliato, è il segnale che tutti aspettano per dare inizio all'assalto ed è il putiferio sul campo di battaglia. Odio, vendetta, sangue, onore, trionfo e sconfitta, il tutto fuso in un breve istante, destinato a portare alla vittoria le forze del bene guidate proprio da Thor, il quale schiaccerà col suo martello il serpente velenoso di cui parlavamo nel terzo brano. Thor è il bene, è la luce, la forza, l'onore. Valori nei quali i Manowar si conoscono pienamente, valori che i Nostri cercano di immettere nella loro musica e nel loro stile di vita sempre dedicato alla nobile causa del Metallo.

My Spirit Lives On

My Spirit Lives On (Il Mio Spirito Continua A Vivere) è un brano strumentale (nella versione studio era il proseguimento di "Today Is A Good Day To Die") poco apprezzato nella versione originale e alquanto inutile in quella live, eseguita da Logan a Budapest dopo la presentazione al microfono di DeMaio. Il ritmo accelera con violenza e l'assolo, che in questo caso raddoppia la dura per arrivare ai quattro minuti, si fa via via più dinamitardo, talmente veloce e metallico sul finire che fa quasi sanguinare le orecchie. Anche qui ci troviamo di fronte ad un preludio del brano successivo; non si riesce bene a capire come mai la band lo abbia inserito all'interno di questo doppio disco live, visto e considerato ciò che ci sarà dopo. Tuttavia, al di là della inutilità generale del brano, le ritmiche che vengono prodotte sono, come sempre, da antologia; la potenza che i Manowar riescono a sfornare dal vivo ha, ancora oggi a tanti anni dalla loro fondazione, davvero dell'incredibile. Momenti di pura estasi sonora, cacofonia che sputa direttamente dai loro amplificatori sul palco, pettinando letteralmente i capelli alla folla. Ed anche in questi momenti corali che forse non si inseriscono così bene all'interno della scaletta, riusciamo a vedere quanto questa band sia immortale. 

Piano Interlude

Piano Interlude è una breve introduzione al pianoforte eseguita da DeMaio, due minuti di musica romantica e atmosfera sognante che calmano il pubblico spagnolo, che dà inizio alla ballad successiva. Qui forse assistiamo al momento più intimista e melanconico di tutta la produzione live qui presente; un ritaglio di tempo che è stato appositamente pensato per stupire il pubblico, che sicuramente non si aspettava una produzione così. Joey dolcemente posa le proprie dita sui tasti eburnei del pianoforte, e produce questa nenia dal sapore romantico e passionale, un preludio certo (come dimostra il titolo stesso), ma anche una testimonianza diretta di quanto i Manowar sappiano essere anche profondi e passionali, oltre che chiassosi e difensori del sacro acciaio. La dimostrazione lampante anche di quanto i loro ascolti siano variegati (ricordiamo per esempio l'amore incondizionato pe Wagner, su cui la band ha montato parte intera della propria carriera), così come l'inserimento di tracce come questa o molte altre nel corso della carriera. Un gruppo le cui radici affondano tanto nel metallo di scuola albionica ed americana, quanto nella musica classica, andando a fondersi insieme con alcune scivolate di musica lirica e litica al tempo stesso (si pensi al celebre Nessun Dorma), dando vita ad atmosfere davvero particolari. 

Courage

Courage (Coraggio), profonda canzone scritta nel 1986 e tenuta per un decennio nel cassetto, qui suonata all'Auditorium di Valencia. I Manowar si fanno delicati, profondi, emozionali e intimisti, mettendo in luce l'innata classe che li contraddistingue e puntando tutto sulla melodia e sulle doti canore di un vocalist tanto delicato quanto versatile. La potenza si smorza per fare spazio al lato umano, alla fragilità dell'uomo, all'intimità di un animo scoraggiato dalle difficoltà della vita. La strofa è alquanto breve ma decisamente toccante, voce e piano che infondono coraggio alla persona smarrita, in difficoltà, depressa e che non vede una via d'uscita dai problemi che la affliggono. Il ritornello giunge quasi subito, dotato di una melodia sublime in grado di far scendere qualche lacrima tanto è disperata e sognante, anche se il pubblico non è molto partecipe, o almeno non si sente troppo. Adams alza la voce per farsi udire meglio e mette in mostra una versatilità unica al mondo, capace di essere demoniaca e angelica allo stesso tempo. Quello che il vocalist infonde è il coraggio di continuare, di non abbattersi mai e di tenere duro. Le tastiere crescono di intensità e poi sfociano nell'intrusione di tutti gli strumenti musicali, potenziando così questo etereo brano. Intanto Adams prosegue a incitare il disperato, e con esso anche la platea, dicendo che c'è sempre una speranza, consigliando di asciugare le lacrime dal viso e di rialzare la testa. La fase strumentale è ottima, un poco diversa rispetto alla studio-version ma pur sempre in pieno stile ballata anni 80, ma dura poco, ed ecco che arriva il bridge a infondere profondità ed eleganza e a ribadire il concetto di salvezza. Le battaglie sono vinte solo da coloro che hanno il coraggio di combattere e di credere nella propria forza e nella propria purezza di cuore. Se c'è una lotta allora bisogna armarsi di pazienza, affilare le unghie e gettarsi nella mischia per non soccombere, soltanto così si diventerà dei vincenti. Serve coraggio, da infondere nel cuore e nell'animo. L'ultima strofa è forse quella più evocativa, con l'inserimento di cori epici a fare da contorno a questo splendido pezzo, donando magia e riportando alla mente le composizioni più epiche della band. Insomma, una delle migliori ballate firmate Manowar, tra le più celebrate, tra le più adorate dai fans, tanto breve quanto fenomenale.

Spirit Horse Of The Cherokee

Spirit Horse Of The Cherokee (Lo Spirito Libero Dei Cherokee), che nella versione studio era aperta da una preghiera indiana, qui attacca subito con le chitarre in favore di un ritmo sinistro. Columbus non è di certo Rhino ma si dà da fare alla grande colpendo i piatti con colpi martellanti, mentre Logan esegue un riffing portante davvero incisivo e graffiante, dalla potenza inaudita. Sulle linee di basso, a dir poco spettacolari, il vocalist inizia a cantare, ponendosi dalla parte di un indiano che ha perso tutto e che maledice il giorno in cui l'uomo del vecchio continente è approdato sulle loro coste, alternandosi con il pubblico che intona la seconda metà di ogni strofa in uno scambio dialettico davvero emozionante. Il testo del pezzo parla degli indiani d'America e della loro sofferenza per essere sempre stati un popolo pacifico, sottovalutando l'indole irrequieta e guerrafondaia del bianco, che subito li ha ridotti in prede da cacciare ed eliminare; loro, che sono nati cacciatori, discendenti degli animali, nati liberi, si sono visti massacrare da colui che è venuto dal nulla e che ha calpestato i loro territori senza motivo. Le liriche ricordano anche il massacro di Wounded Knee, dove, in seguito a una rivolta, morirono ben trecento indiani, sterminati dall'esercito degli Stati Uniti, nel 1890. Dopo un attimo di silenzio e dopo una sezione cadenzata dove emergono applausi e gridi di giubilo da parte dell'audience tedesca, si prende ritmo con l'arrivo del ritornello, dotato di magia e fascino, per uno dei migliori pezzi mai composti dalla band. Nel testo si invoca l'antico Spirito Guida, lo si chiama in segno di disperazione per un popolo nato selvaggio e libero, nato per combattere e morire per le proprie terre. Proprio questa disperazione, la ferita ancora aperta, la lacerazione subita e ancora sanguinante è resa stupendamente dagli acuti straziati di Eric Adams al termine di ogni refrain. Il ritmo si smorza ancora una volta, poggiato tutto sulla cadenza virtuosa della batteria e si riprende a narrare di un rito sacro, riprodotto magnificamente dagli strumenti, di una danza indiana per l'evocazione degli spiriti della guerra. Gli indiani si dipingono i volti, pronti per la vendetta, affilano le armi, e danzano per essere protetti dagli antichi spiriti. Scorrerà del sangue, ma i Cherokee sono persone coraggiose, veri guerrieri, pronti a sacrificarsi per le proprie terre. Ancora gli acuti strazianti del singer ed ecco che si passa subito al favoloso bridge, gridato al cielo tramite acuti pazzeschi, dove Adams elenca i leggendari capi tribù e invoca il loro spirito: Geronimo, Cavallo Pazzo, Nuvola Rossa, Falco Nero, Toro Seduto, tutti uniti per il popolo indiano. Ancora un cambio di tempo e si giunge alla terza parte, il riffing portante ritorna a potenziare il tutto e la coda finale è da cardiopalma, gli strumenti accelerano in una corsa che sembra non abbia fine, i colpi inferti alla batteria sono mortali, così come le pulsazioni di basso o i riffs sprigionati dalla chitarra, in un crescendo da togliere il fiato. Lo sciamano sta danzando, vuole il sangue dei nemici, incita i suoi guerrieri a spargere il sangue dei nemici. E' guerra. Eric Adams alza i toni, urla, lancia acuti animaleschi, versi selvaggi, ed è l'apoteosi di questo capolavoro musicale che reca in sé un grandissimo messaggio a favore delle popolazioni native delle Americhe. 

Blood Of My Enemies

Blood Of My Enemies (Il sangue dei miei nemici) è uno di quei brani destinati a entrare nell'immaginario collettivo, dotato di una forza indomita e di una melodia accattivante tanto da scuotere al primo ascolto. Ci troviamo a San Paulo, in Brasile, uno di quei paesi dove i Manowar hanno più successo e infatti il pubblico partecipa alla grande accompagnando i nostri sul palco. Purtroppo la registrazione non è il massimo, ed infatti la voce si perde perché registrata bassa, a cominciare dal prezioso acuto che a mala pena si ode e che segue i trenta secondi di arpeggio, durante i quali l'aria è carica di polvere e la battaglia sta per iniziare. La batteria di Scott Columbus, invece, è cadenzata ma di una potenza inaudita, tanto che a tratti si sente solo quella. L'odore del sangue e della carne trafitta si sparge nell'aria e la folla radunata all'Olympia Stadium è fomentata. Tutto è pronto per esplodere e per narrare le gesta degli eroi, il tempo è medio, piuttosto cadenzato, calcolato per ricreare il giusto clima epico, dove le asce dei musicisti sembrano spade innalzate al cielo e pronte a infierire e la batteria del gigante Columbus equivale a un carro armato trainato da cavalli scalcianti. Due quartine implorate con estrema cattiveria, la voce di Adams si fa dura, un poco sporca, quasi minacciosa, per poi spezzare le catene e librarsi in aria con passione e spirito bellico. Il ritornello esplode in un tripudio di melodia e di cori provenienti dalla platea, il refrain è trascinante, un vero capolavoro di intensità emotiva, dove le parole si tingono di atavica solennità. Il ritmo goliardico prosegue nella seconda sezione, approdando, come una nave da guerra approda nel porto, al brillante assolo di chitarra di Logan sostenuto dall'onnipresente e pompatissimo basso del collega DeMaio. Adams si lancia nel terzo chorus tempestandolo il finale di brutali acuti impossibili da imitare terminando il pezzo nel più classico stile Manowar, ossia con una foga esasperata e in grado di strapparci dalle viscere i nostri istinti più perversi, allungando anche in questo caso, il minutaggio del brano a causa di una coda strumentale confusa e rumorosa dove i due axe-men duellano incrociando basso e chitarra e facendo stridere tra loro le corde. Un brano quadrato, epico all'ennesima potenza, sorretto da strofe muscolose e da un testo vichingo che coinvolge ferocemente. Lo stadio viene trasformato in un campo di battaglia e si narra di un guerriero chiamato a combattere per volere di Odino, suo dio. Ma egli non è solo, poiché può contare sull'aiuto di tre poteri: la ferocia, la malvagità e la fierezza, che lottano al suo fianco. L'ira pagana si scontra con i nemici, gli Dei sono con i guerrieri coraggiosi, il nostro protagonista solca l'aria con la lama bene in vista e pronta a squartare. Il sangue lo attira e lo eccita e lui sa che questo è il lasciapassare per Asgard. In cielo già riesce vedere una densa foschia che scende sulla terra e dalla quale fuoriescono le valchirie che raccolgono i corpi dei morti e li scortano nell'al di là, dove riposano i suoi compagni e anche i suoi nemici, tutti uniti per onorare gli Dei del nord. 

Hail And Kill

Hail And Kill (Acclama E Uccidi) è una delle più popolari canzoni epic metal e una delle più amate. Ci troviamo al centro della battaglia (in questo caso durante un concerto in Portogallo) e i nostri quattro cavalieri sono ispirati più che mai, basta soltanto l'introduzione con tutta la sezione ritmica impennata per trasmettere ferocia e per liberare gli istinti più animaleschi. Il fraseggio iniziale è la massima espressione di epicità, mentre la batteria, che scalcia ogni tanto, interviene a ricordarci che i toni sono solenni ma oscuri e perciò crea la giusta atmosfera apocalittica. E' la quiete prima della tempesta, perché Eric Adams inizia a cantare con tono deciso ma delicato sopra un arpeggio emozionante e intimo, attraverso il quale i guerrieri pronti alla lotta si stanno radunando sulla cima di una collina. Quello che si va a formare è un esercito di uomini, in sella ai cavalli, decisi a gettarsi nella mischia, scendendo dal colle con passo svelto facendo tremare la terra e riproducendo lo scoppio di un tuono in cielo, le spade strette in mano e assetate di sangue e i martelli alzati in aria in onore degli Dei. L'acuto di Adams è lunghissimo, molto di più rispetto alla versione originale, evidenziando la potenza di uno dei più grandi vocalist della storia del rock. Il lungo verso si stoppa improvvisamente, si sente solo il sibilo del vento per qualche istante, e tutto si carica per poi sfociare nell'ira funesta guidata da un Adams infernale che intona la seconda strofa con quanta più energia in corpo. La morte e il sangue stanno aspettando in cielo come corvi dallo sguardo attento, in cerca di cadaveri da prosciugare, la vita e la morte sono impresse negli occhi dei combattenti, eroi che si sacrificano per la volontà divina. La cattiveria vocale è ben supportata da una sezione ritmica spaventosa, il riffing di Logan è tagliente quanto pesante e anche un po' confuso, il basso pulsa febbrilmente e Columbus è monolitico. Si giunge allo spietato refrain intonato solo dal pubblico portoghese, velenoso come un serpente, adrenalinico al punto giusto, costruito sulle parole del titolo, semplici ma di sicuro impatto, potenziate da cori guerreschi. L'ennesimo acuto del vocalist, vero marchio di fabbrica della musica dei Manowar, e si riparte con la stessa velocità e foga. Il terzo verso parla del nostro protagonista, il capo dell'esercito, un uomo cresciuto nei boschi, che si considera figlio dei lupi, abituato a tutto. Questi sa che sta per morire, ma prima di abbandonare la terra reca con sé odio, disprezzo per i deboli e vendetta, ma anche salvezza per coloro che difende. E' ormai giunta la sua fine, il suo Dio ha deciso così, non gli resta che salutare e uccidere. Si passa a una meravigliosa e incisiva fase strumentale, assoli di chitarra e di basso all'unisono e poi il fraseggio iniziale viene riproposto con l'aiuto del pubblico che incitano all'uccisione. Un urlo disumano e Adams, un po' a corto di ossigeno e sovrastato dagli strumenti, si lancia in un falsetto/misto acuto per la parte finale trascinandoci direttamente in guerra, dove assistiamo a corpi lacerati, schizzi di sangue, cuori in fermento, stupri delle donne sottomesse, rapite ai nemici morti, e lamenti dei vinti. Finale apocalittico, un'orgia di sangue e di violenza dove Adams fomenta la folla e Columbus spacca la batteria tra il rumore molesto e apocalittico del basso di DeMaio.

Warriors Of The World

Warriors Of The World (I Guerrieri Del Mondo) non è la famosa traccia del 2002, ovviamente, in quanto non era ancora stata scritta, ma si tratta soltanto di un outro di pochi minuti che raccoglie alcune delle frasi di Adams o di Joey DeMaio dette sul palco, come proclami ed elogi al pubblico. Al teatro Cemento di Buenos Aires il motore di una Harley Davidson romba e il pubblico si scalda, gli pneumatici stridono sull'asfalto, le motociclette rombano i loro motori, scintillanti tubi di scappamento che splendono al sole. Bellissime donne che si chinano sui sedili di pelle dei choppers americani, quelli che abbiamo visto tante e tante volte nei telefilm. Un momento scanzonato e quasi ironico da un certo punto di vista, che permette ai Manowar di scaldare appieno gli animi per la comparsa della track successiva. Un preludio pieno di roboante ispirazione, in cui la band da fondo alla sua parte più dissacrante e celebrativa, la moto sul palco (un riferimento anche ai sempiterni Judas Priest, fra i primi a compiere un'azione del genere on stage), lo speech di Joey e tutta l'atmosfera che si viene a creare, danno vita ad un siparietto fantastico, e che fa ben trasparire quale sia sempre stato il fine ultimo di questa band, vivere e suonare con il pubblico. 

Wheels Of Fire

Wheels Of Fire (Ruote Di Fuoco), un evidente omaggio alle motociclette e alla libertà che queste rappresentano. Inizia così la corsa nell'epos ma anche nel divertimento fatto di moto, donne, birra e tanta musica metal, in un connubio stilistico che fonde perfettamente passato, presente e futuro. Scott Columbus devasta la batteria con possenti rullate e l'ascia di Logan, pronta alla guerra, fende l'aria riproponendo un suono molto simile al rombo della Harley. Un giro di basso, sempre in primo piano per volere di Joey, sovrasta il tutto e infine emerge la demoniaca voce di Eric Adams, grande interprete di questo caos infernale anche se sforza troppo, evidentemente stanco, ma c'è da ricordare che questo pezzo non è proprio semplice da cantare, specie dal vivo. Il primo verso è al cardiopalma, cantato velocemente, dove si narra di un diavolo in sella alla sua motocicletta, assetato di catrame e di benzina, intento ad alzare un polverone, a evitare semafori rossi e ad aprire le turbine della sua creatura dalle curve cromate. Un acuto spacca timpani ed entra in scena il ritornello, dalla melodia accentuata che si stampa subito in mente, e ci troviamo davanti a un inno biker nel quale le due ruote sfrecciano per le strade della città, illuminando il cielo notturno con le loro scintille. E' interessante notare come i due axe-men utilizzino i propri strumenti riproducendo i tipici suoni dei motori, perciò si ha la sensazione di viaggiare su uno di quei bolidi, con sfuriate chitarristiche che sembrano accelerazioni e un basso travolgente che riprende il rumore degli ammortizzatori. Seconda parte nella quale si ribadisce il concetto, con tanto di acuti animaleschi, secondo il quale siamo nati per correre in sella a una moto. L'adrenalina sale in corpo, il cuore pompa sangue fino quasi a incendiare le vene, la carne diventa fuoco che illumina la notte, e intanto la strada continua ad essere divorata. Terminato il secondo refrain, ecco che abbiamo un'intensa sezione strumentale anticipata da un furioso break centrale che lega il tutto al veloce e metallico assolo di chitarra, famelico ma non proprio elegante, ma poggiato su una solidissima performance di Columbus. Adams torna dietro al microfono per intonare il bridge prima di riprendere l'ultimo spietato chorus, la sua voce ridiventa acida, cattiva, osanna lo spirito indomito di queste ruote di fuoco, il vento tra i capelli, le grida degli pneumatici e il suo stile di vita selvaggio e dedito alle corse e ai motori. Un inno alle Harley Davidson ed in generale alle moto di grossa cilindrata, viste come degli odierni destrieri. Il tutto si infrange sugli appalusi della folla e sul rombo della moto, che sgomma verso chissà quali orizzonti. 

Metal Warriors

Metal Warriors (Guerrieri Del Metallo) si tratta del classico titolo alla Manowar, immancabile dal vivo e con un ritornello studiato proprio per essere cantato da tutti nelle arene. I Manowar, d'altronde, sono la band del popolo, una delle poche in grado di radunare intorno a sé folle di metallari incalliti tutti uniti sotto il vessillo dell'acciaio, per urlare al mondo che l'Heavy Metal non è solo musica ma anzi una vera e propria religione, da venerare fino alla morte. Dal silenzio, Eric Adams emerge con ghigno famelico, e subito si ha la sensazione che il brano sia difficilissimo da riprodurre dal vivo, almeno dal punto di vista vocale, ma Adams è un animale e sul palco ci mette cuore e anima scaldando i numerosi fans portoghesi; il timbro è pieno e cattivo, a volte anche più sporco e i suoi acuti si confondo con gli applausi del pubblico in un duello incredibile. L'alchimia creata on stage tra la band e i suoi adepti è unica. La batteria di Columbus fa la differenza nonostante la semplicità che appartiene a un pezzo come questo, ma tanto basta che capire che il musicista in questione possiede una potenza devastante, sicuramente molto statico ma preciso. Mentre Adams intona le prime strofe, emerge anche la virtuosa chitarra di Karl Logan, qui alle prese con un semplice ma efficace riffing che riecheggia nell'arena. Ovviamente si parla di un raduno di metallari, tutti coloro che hanno udito la chiamata sono invitati a partecipare e così, come fratelli uniti nel sacro vincolo del metallo, si divertono creando un'atmosfera magica dove ognuno fa la sua parte, perché c'è magia nella musica ma c'è anche magia in ognuno di noi, per un'energia devastante quanto si è uniti. A questo punto parte l'ormai leggendario ritornello, orecchiabile, che si memorizza all'istante, melodico e capace di fomentare non poco grazie a un Adams spaventoso che inneggia all'Heavy Metal e caccia via chi non lo apprezza, invitando delicatamente sfigati e fighetti ad togliersi dalle scatole, lasciando la sacra aula del metallo. Impossibile non ridere di fronte a tanta veemenza, ma anche impossibile restare fermi all'ascolto di tanta potenza sonora, irrobustita dall'entrata in scena del basso di Joey DeMaio, sempre protagonista. Non si prende fiato perché si prosegue subito con la seconda quartina, dove il mondo deve conoscere il decreto finale del popolo metallaro, ossia quello di suonare sempre più potenti, di farlo con piacere, e soprattutto si prendere a calci chi non ascolta rock duro. Tale arroganza raggiunge il culmine nella frase "If you're no tinto metal, you are not my friend" cantata da tutti i presenti, attraverso la quale i Manowar esprimono la loro filosofia e la loro appartenenza a un determinato mondo. Subito dopo il secondo refrain parte l'assolo per poi lasciare di nuovo spazio alla voce impetuosa di Adams, il quale si lancia negli immancabili acuti che lo hanno reso immortale, spingendo al massimo e alternandosi con un altro brillante assolo di chitarra e con le grida entusiastiche del pubblico. Ma non finisce qui, perché inizia il bridge, dalla velocità media e proprio su questo mid tempo a mo' di cavalcata epica, su cui la band ha fatto fortuna, intanto il vocalist torna calmo, ma qui a premere è Columbus che pesta come un dannato dietro le pelli, e nell'aria c'è profumo di musica, il rock conquista lentamente la notte, e se non si hanno le palle per questo genere e meglio lasciare la sala all'istante. Questo è l'ordine perentorio del singer, il quale si lancia in un finale da brividi, ripetendo il chorus ma questa volta accompagnato, in sottofondo, da urla e acuti dei fans. Un brano "tamarro", sicuramente non eccelso liricamente ed anzi, molto basilare, ma sempre in grado di trasmettere una buona dose di energia, potente e da cantare a squarciagola, specie come in questo caso in sede live.

Army Of The Immortals

Army Of The Immortals (L'Esercito Degli Immortali) chiama in causa il basso, suonato come fosse una chitarra, del leader DeMaio e la chitarra di Logan per un riffing crudele e che non lascia scampo, dopo pochi secondi interviene il singer per la prima strofa e, in contemporanea, esplode la batteria di Columbus. Il basso di DeMaio si sovrappone ai riffs della chitarra elettrica risultando una seconda ascia e aumentando la potenza scaturita. I colpi inferti da Columbus alla batteria sono un po' troppo controllati ma dalla violenza inaudita, mente Eric Adams alza la voce e intona le strofe a pieni polmoni giungendo, quasi inaspettatamente, al velato ritornello che si mischia ai versi data la struttura in forma di quartina ma che risalta grazie al piglio melodico facile da memorizzare. La particolarità di un brano del genere è la sua costruzione, suddivisa in tre anime frammentate, ognuna di esse basata su una strofa, un refrain e un assolo. Più quadrato e circolare di così si muore, ma è proprio questo l'intento della composizione, quello di risultare roccioso e quindi erigersi come un monumento all'immobilità e alla resistenza, ricordando appunto un esercito in assetto da guerra. La terza fase si arricchisce di una coda ripetuta da Adams (che dà il massimo fino quasi a perdere fiato) e all'interno della quale vengono inseriti gli immancabili acuti finali. In questo caso, il basso si fa da parte, limitandosi a replicare gli accordi della chitarra, quest'ultima un po' troppo bassa e soffocata dall'acustica. "Army Of The Immortals" si conferma un classico della band, molto apprezzato dal vivo. Il testo è un inno ai metallari del mondo e esaltazione della musica metal. La band sputa sangue per deliziare i propri fans e gli piace stringere un contatto così intimo con loro, quasi fossero tutti fratelli, e ai loro occhi il popolo è un esercito di immortali che vivrà per sempre attraverso le loro canzoni. Le liriche sono anche l'esaltazione della band stessa, paragonata all'incarnazione dei desideri di ogni appassionato di musica dura, nata dai sogni del popolo per suonare più forte di tutti. l'heavy metal rende forti e liberi, ma rende anche fratelli, tutti unito sotto lo stesso vessillo. Nella sua semplicità, il messaggio è funzionale, bello da ascoltare, magari a molti potrà sembrare infantile e banale, ma i Manowar sono così, lo sono sempre stati, prendere o lasciare. 

Black Arrows

Black Arrows (Frecce Nere) è un tripudio strumentale del bassista e introdotto proprio dalla sua voce, modificata, che recita una condanna al falso metallo. Ogni nota che suona è come una freccia nera che dona la morte trafiggendo i cuori degli adepti al falso culto del metallo, asserisce. E noi ci crediamo. Dopodiché parte con un assolo della durata di qualche minuto (forse troppo lungo) e che più che un basso sembra di sentire una chitarra. Il suono è acutissimo, sinergico e metallico, come lo sfregare di due sbarre di acciaio, evidenziando la continua sperimentazione del musicista ai danni del suo strumento preferito. Cosa che ritroveremo in molti altri brani strumentali disseminati qua e là all'interno della discografia Manowariana. Però diciamolo, tali composizioni raramente colpiscono in positivo, facendo storcere il naso a molti ascoltatori, messe lì a casaccio infastidendo e spezzando il ritmo, sia su disco che dal vivo, costringendo i presenti a sorbirsi minuti di assoli lunghissimi ma non proprio riusciti. Anche in questo caso, sarebbe stato meglio eliminare l'esecuzione di "Black Arrows", che è non solo un'esaltazione fine a se stessa ma anche un intermezzo di dubbia qualità e che qui troviamo raddoppiato e prelevato da due concerti distinti, uno in Spagna e uno in Belgio. Ma si sa, DeMaio si compiace troppo, in studio come sul palco. 

Fighting The World

Fighting The World (Combattendo Il Mondo) è un concentrato di potenza e di orecchiabilità allo stesso tempo, un pezzo dotato di un'anima ambivalente, degna rappresentate dell'omonimo album dal quale è prelevato, un lavoro in bilico tra passato e presente, tra attitudine epica e ostentata virilità. La vena goliardica è sempre presente, anche se butta l'occhio alle classifiche cercando di accaparrarsi nuovi consensi e di conseguenza nuovi adepti, grazie al piglio moderno e l'aria ruffiana che conquista nell'immediato. La forza animalesca di un batterista come Columbus è palese, il gigante picchia come un forsennato fino quasi a piegare i piatti e dona alla canzone un aspetto cattivo, interrotto però dall'arrivo dei cori fieri e dallo spirito bellico ricreati tutti da un Adams mai aiutato dagli altri membri della band e che porta da solo tutto l'aspetto scenico-musicale sulle spalle. La chitarra di Logan emerge con un riff tostissimo mettendo in evidenza la realistica produzione live, non sempre perfetta come è giusto che sia, e subito il brano si tramuta in una cavalcata metallica, robusta ma che non dimentica l'orecchiabilità e l'impatto melodico. La semplicità della sua struttura, così come quella delle altre tracce, è sottolineata dall'immediatezza con cui giunge il refrain, appena dopo la prima quartina e dopo appena quaranta secondi, ma che sorprende grazie alla sua bellezza distesa su ben due fasi melodiche che catturano subito l'orecchio dell'ascoltatore anche se Adams è costretto a rinunciare ai contro cori e a fare tutto da solo. L'aria scanzonata e da classifica è evidentissima, qui ci troviamo davanti a un brano di heavy metal melodico e d'impatto, ma è anche da notare la classe di questi ragazzi, sempre bravi a trovare l'appeal giusto e a rendere dei pezzi semplici delle vere e proprie bombe musicali, anche se in questo caso il pubblico svizzero non sembra partecipare molto, o comunque non si sente. Durante le strofe, decantate da un Eric Adams come al solito mostruoso, va evidenziato l'ottimo il lavoro di accompagnamento da parte di Joey DeMaio, il quale, per una volta, suona il basso come tale, senza imitare la chitarra elettrica attraverso modifiche e suoni ricercati, ed il suo è uno strumento che pulsa sangue e che ha cuore. L'assolo di chitarra è feroce, fatto con gusto, e sovrasta la potenza impressionante della batteria grazie alla sua voracità. Si giunge alla fase finale, gli strumenti si smorzano, resta solo Columbus (ringraziato poi da Adams a fine brano, che avverte tutti del suo ritorno nella band dopo qualche anno di assenza) a dirigere il ritmo mentre i timidi coretti della folla infarciscono gli ultimi ritornelli. Meno di quattro minuti che racchiudo un po' tutta la filosofia della band e che lanciano un forte attacco alla società e a tutti coloro che li criticano di essersi venduti. E qui trasudano l'orgoglio e la coerenza targati Manowar, la cui corazzata è fatta di acciaio e non di argilla, perché loro non cambiano, non c'è verso, sono fieri di essere così e di portare avanti i propri propositi. Combattono il mondo ogni singolo giorno per far valere i propri diritti, per dire ciò che gli pare e piace, per diffondere il verbo del metallo, perché l'heavy metal è vita, e le televisioni e le radio che passano solo stronzate devono capirlo.

Thor The Powerhead

Con Thor - The Powerhead (Thor - Il Possente), registrata a Tilburg, in Olanda, ci troviamo di fronte ad uno dei pezzi più importanti della discografia Manowar, nonché un brano leggendario, conosciuto praticamente da tutti i defenders del mondo. La batteria impetuosa di Columbus assomiglia a un tuono che si scaglia a terra e devasta ogni cosa, il basso di DeMaio impenna e dà il via a una sinuosa ed epica danza portata avanti dalla grinta indomita di un Adams scatenato e inimitabile, qui in forma smagliante. Il fraseggio di chitarra di Karl Logan è sinuoso, evocativo e bramoso di potenza. Le strofe sono mistiche, magiche, evocative, dove Eric Adams alterna tonalità gravi ad altre altissime per poi giungere agli immancabili acuti. I cori che anticipano il chorus sono incredibilmente epici e sono il preludio di uno dei ritornelli più belli mai ascoltati, dove le chitarre rallentano per poi caricare nel momento più aulico del refrain, coinvolgendo tutti i sensi e proiettando il pubblico presente sul campo di battaglia o alla corte degli Dei del nord. Ancora un urlo agghiacciante ed ecco il bellissimo assolo che si protrae a lungo e che finalmente mette in primo piano la classe del biondo e smilzo chitarrista Si passa alla terza strofa e terzo chorus, dunque c'è il primo cambio di tempo e succede qualcosa di inedito; infatti viene ripreso l'intro di batteria e di basso, la sezione ritmica rallenta di botto per poi dare spazio all'acuto finale, non lungo quanto quello in studio, ma quasi. Timidamente il basso e la chitarra emettono dei suoni effettati e spiazzanti, come se si sfidassero a duello facendo collidere le corde e producendo suoni strani e futuristici. In realtà, la struttura del pezzo è molto semplice, ma la melodia cattura nell'immediato e trascina grazie alla sua bellezza, inoltre la performance dei musicisti è al massimo delle proprie facoltà. "Thor" è l'apoteosi dell'epic metal, c'è poco da fare, un inno generazionale diventato immortale. Ovviamente il testo parla di Thor, figlio di Odino e dio del tuono e della pioggia, che combatte assieme ai suoi adepti contro i giganti, trascinato dal suo magico carro che scende dal cielo lasciando alle spalle una scia nera. Il suo martello alato, chiamato Mjollnir (in norreno significa Frantumare), che solo lui è in grado di sollevare, fracassa le ossa dei giganti e li spazza via con un colpo. Lui è Thor il coraggioso, Thor il potente, combatte uccidendo gli infedeli, calpestandoli, il suo martello spacca il cielo e crea i tuoni che scaglia sulla terra. Mentre torna da suo padre Odino, pensa con intensità al giorno del giudizio (quello che in lingua nordica è il Ragnarok), dove divinità, mostri ed umani moriranno insieme e partiranno per l'oltretomba, a seguito di una violenta battaglia fra le forze del bene e del male. Un guerriero non riposa mai, egli sa bene che la Veggente (nella ben nota profezia dell'Edda Poetica) gli ha predetto un violentissimo confronto nel quale sarà antagonista di uno dei più potenti figli dell'ingannatore Loki: Midgardsormr, l'enorme serpente velenoso talmente grande da cingere il mondo con le sue spire. 

King

King (Re), titolo non molto originale e tratto dal precedente studio-album, incorpora lo spirito goliardico dei Manowar, sempre sbruffoni e in prima linea nel ricordare agli ascoltatori la loro reputazione. Joey DeMaio salta tutta la bellissima introduzione alla tastiere che potevamo trovare nella versione originale e si attacca subito con le chitarre. Dunque, la delicata introduzione di tastiera viene omessa, proiettando la folla tedesca direttamente in un'epoca remota, alla corte del re. Questa è l'ennesima canzone di coraggio e di speranza, dedicata a tutti i fans della band che adesso devono rimboccarsi le maniche per affrontare i dispiaceri della vita, prendendosi per mano per cantare storie di eroi e divinità e per attendere il sorgere di un nuovo giorno che porterà nuova linfa e una nuova speranza di vita. Nello strepitoso ritornello, il vocalist inneggia allo spirito umano, alla sua forza, affermando che ognuno di noi può diventare re. La chitarra elettrica e il basso creano una serie di riffs rocciosi e allora capiamo che il brano affronta un percorso di natura epica, nel più classico stile della band americana. La canzone si snoda in un velenoso mid-tempo che non lascia scampo. La strofa è lunghissima e il testo ritrae un paesaggio apocalittico sferzato dal vento che spazza via sogni e speranze distruggendo i desideri della gente. I nemici sono giunti per distruggere la felicità del popolo, spargendo dolore e morte, ma il popolo metallico è coraggioso, possiede il potere di combattere e di affrontare gli avversari, per riprendersi la corona e l'anello che rendono re, simboli di libertà e di fratellanza. Il chorus è adrenalina pura, i coretti del pubblico in sottofondo sono dannatamente epici, poi si riparte descrivendo la guerra per riappropriarsi dei propri sogni, la lotta contro il mondo intero e contro chi cerca di fermare la corsa alla libertà. La giustizia del cuore è quella che governa e dobbiamo rispettarla. La sezione strumentale, di natura hard rock, ricorda da vicino quanto lo stile scarno di un disco come "Louder Than Hell", album dal quale è tratta la traccia, dove troviamo l'assolo di chitarra stagliarsi su una base abbastanza leggera e danzereccia, quindi ecco che arriva il bridge dove si recupera la profondità indomita dell'epos grazie alle atmosfere che ricordano l'importanza dei sogni, poiché i sogni fortificano l'anima attraverso i quali ogni uomo può essere re. 

The Gods Made Heavy Metal

The Gods Made Heavy Metal (Gli Dei Crearono L'Heavy Metal), parabola mitologia sulla nascita del nostro amato genere e altra traccia tritasassi costruita su una sezione ritmica che fagocita tutto quello che si para davanti, viene ripresa dal concerto tenutosi a Passau, in Germania. Eric Adams è solenne nel raccontare le vicende che hanno portato gli Dei a inventare il metallo, qui inteso non come materiale ma come genere musicale. Nel silenzio e nell'oscurità della terra un buco si è generato in cielo, poi un vento gelido si è alzato d'improvviso e un lampo ha illuminato la volta celeste schiantandosi al suolo e incendiando il terreno. Dalla strofa si apre un margine di melodia ed ecco il fantastico pre-chorus nel quali i ritmi rallentano e la chitarra prepara la carica per inaugurare il bel ritornello di natura epica, dove gli Dei hanno creato il metallo e hanno visto che era cosa buona, lo hanno consegnato agli uomini e hanno detto loro di suonarlo al massimo volume, più carico dell'inferno (citando appunto la strofa che dà il titolo all'album), e gli umani hanno promesso di conservarlo con gelosia e di rispettare le regole impartite dall'alto, sapendo che il nemico non potrà mai fermare la vittoriosa marcia del fedele. L'heavy metal non morirà mai e tutti i maniaci di questa musica lo posso giurare; niente e nessuno potrà mai contrastare tale realtà. I pesanti colpi inferti da Columbus alla batteria sembrano tuoni che si scagliano a terra facendo da monito, mentre il basso di DeMaio è suadente e sacro nel suo andamento. La seconda parte si basa sullo stesso basso, suonato a mo' di chitarra, così Logan ha modo di tessere riffs continui che fanno da contorno alla scena, durante la quale si consacra la fedeltà dell'ascoltatore, un vero credente che mostra al mondo intero di che pasta è fatto e che dedica la sua vita per la causa del metallo, come fosse una religione, anzi più importante, poiché questa musica rappresenta un modo di vivere, uno stile di vita. Le divinità che hanno concepito la musica sono riunite davanti a noi stanotte e perciò dobbiamo celebrarle suonando la nostra più bella canzone. Giunge così il secondo martellante refrain, per una notte di conquiste, di gesta eroiche, di canti gloriosi e di divertimento assicurato. L'acuto del singer suggella il tutto, e così Karl Logan si lascia andare a un brillante e veloce assolo che rende onore al pubblico in sala e soprattutto ai miti nordici che assistono ai festeggiamenti. Adams, a questo punto, è scatenato, con una serie di acuti e giochetti vocali procede nel canto intonando il bridge, sovrastando l'inferno creato dagli strumenti dove chitarra e basso duellano e si intrecciano in una simbiosi perfetta. Quando non c'è più nulla da aggiungere, Eric Adams, nelle vesti del sacerdote, ci congeda sparando l'ultimo acuto tra lo stridio delle asce che alzano un polverone soffocante. 

Black Wind, Fire And Steel

Black Wind, Fire And Steel (Vento Nero, Fuoco E Acciaio), basterebbe solo il titolo per far tremare le ginocchia, poiché il contenuto, musicale e lirico, è la summa di tutta la carriera dei Manowar. Joey DeMaio plettra col suo basso modificato, emettendo uno strano suono ronzante che resta tale per tutta la durata della strofa, accompagnando la voce isterica di Adams che coinvolge il pubblico di Valencia. Questo è un brano frenetico, nervoso, che non lascia scampo, il ritornello è dietro l'angolo, tanto che giunge subito, ed è dotato di un gusto melodico che si memorizza all'istante, supportato dall'esplosione di tutta la sezione ritmica in un crescendo che mette i brividi e dove risalta la potenza della batteria e l'istintivo fraseggio di Logan. E' il momento giusto per far scatenare un mostro di bravura come Eric Adams (e di conseguenza anche i fans), e la sua performance è celestiale, prima divora le strofe e poi si lancia nel famosissimo refrain, concludendo con l'immancabile acuto finale divenuto un marchio di fabbrica e che impressiona per la potenza scaturita anche dal vivo come fosse una macchina da guerra. La cosa interessante da notare è che il testo termina prima di metà canzone, dopodiché abbiamo un grande assolo di chitarra che fa scintille, dunque torna il chorus, ripetuto decine di volte con tutta la sezione ritmica a supporto fino sorprendere tutti con un colpo di scena, il ritmo rallenta, il vocalist segue gli strumenti e riprende fiato perché sta per emettere l'acuto che, nella versione studio, si profilava come il più lungo di sempre, entrato addirittura nei guinness con i suoi trenta secondi di durata, anche se qui la durata è minore (e ci mancherebbe!) ma impressionante comunque. Seguono dei rumori alienanti suonati da DeMaio che allungano inutilmente il pezzo di due minuti e Adams ringrazia la folla spagnola. Il testo è in perfetto stile Manowar, sangue, acciaio, sacrificio in battaglia, sono i temi affrontati, dove un soldato figlio del Nord, nato dalla polvere e dal fuoco, si scaglia contro i nemici in groppa al suo cavallo infernale. E' protetto dagli Dei e sa che, comunque vada, sarà lui a trionfare, la spada è al suo fianco e l'estasi della guerra lo fomenta. L'attende il regno promesso dove potrà divertirsi nella sala dagli immortali e banchettare tutte le notti. Eroismo, valore, vendetta, fede, tutto è meravigliosamente compendiato in questi versi al fulmicotone, i quali suonano esattamente come una dichiarazione di guerra. 

Return Of The Warlord

Return Of The Warlord (Il Ritorno Del Signore Della Guerra) ha l'intento di chiarire a tutti chi sono i Manowar, tra i pochi in grado di tenere in alto e di sbandierare il vessillo dell'acciaio. I Manowar sono ancora tra noi per rimettere le cose al loro posto a suon di metallo pesante e ne troviamo conferma nell'immediato attraverso una scarica dinamitarda sorretta dall'incontrollata chitarra di Karl Logan, non proprio un virtuoso delle sei corde ma piuttosto scaltro e veloce nell'esecuzione. Columbus pesta come un dannato, mettendo in risalto la sua innata potenza, sicuramente punto di forza della sua tiepida tecnica. Il tutto funziona a dovere, la macchina da guerra a nome Manowar è di nuovo in moto (e sul palco) per schiacciare il nemico, così come si nota subito l'affilato basso del leader Joey DeMaio, vero protagonista in tutti i brani. Quando Eric Adams, dopo una serie di monolitici riffs, entra in gioco, il pubblico si fomenta e comincia a gridare entusiasta; le vocals, a differenza della versione in studio che erano parecchio soffocate da una produzione non certo brillante, restando in secondo piano rispetto alla sezione ritmica, qui si sentono bene e mettono in risalto la mostruosità di un vocalist come Adams. La band picchia duro, il drumming serrato la fa da padrone e Logan, senz'altro monotono nell'esecuzione ma deciso, produce il tipo riffing heavy senza compromessi. Epicità e potenza che colpiscono dritti al cuore, nonostante la semplicità assoluta nell'esecuzione. La prima lunghissima strofa ci introduce nel mondo tipicamente manowariano: moto, divertimento, fede nei confronti della musica, sacre amicizie, belle fanciulle e alcool per una festa musicale della durata illimitata. L'attacco è travolgente, con voce rauca il prode Adams ci narra, quasi a singhiozzo e in preda al nervosismo, che il tempo è finalmente giunto, i Manowar sono tornati in sella alle loro moto, come è possibile notare nel divertente videoclip, per portare il verbo in città. Niente più tempi di attesa, ne momenti di noia, il gruppo è riunito ed è in forma smagliante, pronto a fare baldoria e a incendiare i palcoscenici del mondo. Borchie e vesti di cuoio rappresentano il look perfetto il quale, unito a una buona dose di sbruffoneria e arroganza, sottintende un modo di essere e di vivere che non ha eguali. La moto, simbolo di libertà e paragonata a un cavallo d'acciaio, romba che è una bellezza; lì sopra non si invecchia mai e l'eterna giovinezza scorre nelle vene. Giunge il fantastico ritornello, diventato negli anni un vero e proprio inno e il pubblico non può far altro che muovere la testa in preda all'estasi. Dal punto di vista strumentale accade poco, il pezzo resta abbastanza immobile, tranne forse che nella battute di basso, ma è la fiera melodia che conquista all'istante, attraverso la quale il grande Eric Adams canta di libertà, lancia moniti ai perdenti che cercano di limitarli ed esprime individualità e sentimenti che soltanto chi è come loro è in grado di capire e di bruciare la notte. La chitarra di Logan si impenna per qualche secondo, creando uno stacco tra ritornello e secondo verso, poi si riparte con la narrazione sostenuta da una sezione ritmica travolgente, nella quale si ripete il principio della libertà e gli ideali che la governano: niente soldi, niente case lussuose, l'unica cosa preziosa è la vita che deve essere vissuta fino in fondo, rischiando persino di finire in prigione a seguito di una rissa. Una famiglia, un lavoro fisso, un'esistenza confortevole e convenzionale non va bene per un uomo nato per strada, un cavaliere sulla sua moto; solo gli amici, una birra e della buona musica metal lo fanno sentire in pace col mondo. E' una sua decisione e va rispettata, perciò a morte chi cerca di buttarlo giù e di fermare la sua corsa. Dopotutto emerge la metafora della vita che scorre come una corsa in moto, sulla cui sella si fanno innumerevoli esperienze, così il testo suggerisce un'interpretazione più profonda di quanto sembri, arricchendo un brano scatenato e di grande qualità. Il break centrale è introdotto dal rombo del motore di una motocicletta sul quale, dopo qualche secondo di sospensione dove Columbus picchia delicatamente i piatti, scaturisce il buon assolo di Logan, accompagnato dal ronzio continuo prodotto dal basso di DeMaio. Il bridge si appoggia tutto sulla potenza della batteria, voce e rullate alle quali poi si aggiunge ancora il rombo della Harley Davidson per ribadire il concetto di velocità e di autonomia.

Carry On

Carry On (Vai Avanti) riesce a coniugare potenza e furbizia melodica attraverso linee melodiche molto orecchiabili ed infarcite di cori cantati dal pubblico, mai come in questo caso coinvolto nel refrain. La fase introduttiva viene omessa e si parte subito con grinta, tra l'incitamento del popolo radunato a Barcellona. L'impatto sonoro è da capogiro, i cori fomentano e la melodia fa centro al primo colpo, tutta la solarità della band si riversa sul pubblico, trascinandolo fino all'estasi. Le strofe, veloci e forzute, sono costruite su una valanga di riffs e su accordi di basso sapientemente suonati dai due axe-men e, ancora una volta, risulta ottimo il lavoro sul basso, protagonista anche nei refrain. "Carry On" è un pezzo divertente, in grado persino di stravolgere le regole della composizione, alternando una strofa e un ritornello per tutta la sua durata e creando un percorso fatto a singhiozzo. L'asso di Logan non è bellissimo, ma è di scuola hard rock, meno veloce rispetto a quelli a cui ci ha abituati e molto contenuto, e fa da scia per la coda finale dominata da chorus ripetuti all'infinito, supportati da una miriade di coretti (qui intonati dal pubblico) e dalle urla e dagli acuti del mitico vocalist. Il contesto nel quale si sviluppa il testo è tipicamente manowariano, anche in questo caso la band si rivolge ai propri fedeli, dice loro di proseguire il proprio cammino, senza farsi traviare da nessuno, poiché la stella del nord li guida e li raduna tutti insieme in una specie di famiglia indistruttibile. Da soli sono deboli e plagiabili ma uniti sono in grado di sovvertire le regole imposte dal mondo e di trovare la vera libertà. Combattere il mondo e trovare la strada della giustizia e del benessere, liberarsi dai limiti imposti da questa ipocrita società e radunarsi con gli altri per intonare un canto di gloria e di felicità. Un inno alla musica e alla leggerezza, al contempo, un testo a metà fra l'impegnato ed il messaggio semplice. I Manowar fanno bene intendere che, anche quando un giorno loro non saranno più su questa terra, noi tutti dovremo continuare a diffondere il verbo del Metallo. Andare avanti, sempre e comunque, non arrendersi mai e soprattutto non lasciarsi abbattere da nulla e da nessuno. 

Battle Hymn

Battle Hymn" (Inno Di Battaglia) è la canzone epic per eccellenza, senza se e senza ma, la summa della filosofia della band, un capolavoro di sette minuti dal fascino immutato nel tempo e qui eseguito al Gods Of Metal in Italia, il 7 giungo 1997. Un delicato arpeggio suonato col basso a otto corde da DeMaio e che sembra una vera chitarra ci introduce nel regno epico degli eroi, la batteria è in attesa di scalciare per prepararsi alla battaglia, Columbus colpisce i piatti prima con tocco leggero e poi irrobustendo i colpi. Dopo 50 secondi tutto è pronto per la rullata che dà inizio alla guerra, la chitarra di Logan è un aquila che sorvola libera il campo di battaglia e che è in cerca del nemico da distruggere, i toni trionfali degli strumenti sono evidenti e fomentano al primo ascolto, subentra il basso ad infoltire il suono della composizione e infine arriva come un guerriero a cavallo un Eric Adams solenne e impavido che svetta sulle note con la sua voce divina. Dopo la prima strofa ecco il cambio di tempo e i cori da Conan Il Barbaro protratti dalla numerosa folla del festival incitano alla guerra e all'uccisione del nemico, Adams è un generale che guida l'esercito e il forzuto batterista è il fante che ne detta l'andamento a ritmo di tamburi e gettandosi nella mischia. Seconda straordinaria strofa e ancora una breve parentesi bellicosa in cui si incita alla vittoria. Siamo a metà brano, i toni si placano, gli strumenti si quietano, il ritmo viene spezzato e cambia il tempo. Viene a crearsi una parentesi melodica di grande intensità, un bridge centrale da pelle d'oca incentrato tutto sulla voce di Eric Adams e sull'arpeggio nostalgico di Logan. Il momento è mistico e passionale, cori angelici cullano l'ascoltatore prima che il singer squarci l'atmosfera con un acuto limpido e la batteria riprenda a correre come un cavallo impazzito. Giunge il tempo dell'antologico assolo di chitarra, qui un po' diverso rispetto all'originale e un po' improvvisato, che si incrocia con quello di basso raggiungendo un pathos incredibilmente epico. Di nuovo torna la parentesi corale che può essere intesa come una sorta di ritornello, ma questa volta è ancora più potente, ed Eric Adams si lancia nella quartina più difficile cantata quasi tutta su acuti pazzeschi che solo lui è in grado di eseguire dal vivo. I cori accrescono per un finale pirotecnico, con fuochi d'artificio, rullate a non finire, impennate di basso e invocazione all'uccisione e alla morte del nemico. Il tutto termina con un coro epico e trionfale per una delle canzoni metal più belle e famose di tutti i tempi, anche se come al solito la band cerca di strafare e di allungare a vuoto il pezzo di qualche minuto, inserendo rumori e stridio di corde fino al nervosismo. Ovviamente il testo narra di una battaglia epica, fatta di spade, scudi e lance. Diecimila soldati che marciano sotto la pallida luna da parte a parte, con le spade sguainate al cielo e le armature scintillanti, pronti a uccidere le truppe nemiche. I giorni della libertà sono terminati e adesso il tempo è scandito dai colpi di armi da taglio, perciò i soldati si fanno strada con le catene nelle mani e l'orgoglio nel cuore, il suono della gloria è vicino ed emerge sopra i corpi dei vinti per incoronare i vincitori. Sul campo di battaglia gli uomini attraversano il tempo e lo spazio per restare immortali. Immortali come questa divina traccia che chiude ogni live dei Manowar.

Conclusioni

Il primo live-album di queste icone del metallo epico è un concentrato di potenza che dimostra come i nostri siano tra gli act più acclamati e portentosi, non solo in studio, ma soprattutto sul palco, ambito di prova per testimoniare l'effettiva grandezza di una band. D'altronde non è una novità, sin dagli inizi i Manowar hanno dato prova di innato talento live, tanto da essere riconosciuti come uno dei gruppi più forti e trascinanti che siano mai esistiti. Non solo la loro musica viscerale si presta perfettamente per le attività concertistiche ma anche l'aspetto visivo merita tantissimo, le scenografie, le pose da sbruffoni, le motociclette sul palco, i fuochi d'artificio, i volumi talmente alti da entrare nei guinness dei primati, tutto è studiato fin nei minimi dettagli per puntare dritto alla pancia degli spettatori e scuoterli dall'interno, in un crogiolo di emozioni solitamente rare da trovare in un concerto. Dal vivo i Manowar incarnano l'essenza stessa dell'heavy metal e lo fanno in un modo tutto loro, suonando col cuore e con l'anima, dando il 100% e spingendo al massimo per far contento ogni singolo fans, ed è proprio grazie ai loro fans, non solo amanti della loro musica va veri adepti della loro fede, che i musicisti si prodigano in ogni singolo spettacolo, che sia in un piccolo locale o all'interno di un'arena, per regalare agli spettatori una serata indimenticabile. Con questa filosofia nasce "Hell On Wheels", non un live-concert, ma una compilation di estratti registrati in giro per il mondo, durante il "Louder Than Hell Tour" del 96-97, che danno dimostrazione della prova maestosa della band newyorkese nelle varie tappe che hanno toccato. Finalmente, dopo quindici anni di frenetica attività, i fans possono assaporare per la prima volta un doppio album contenete tantissime tracce estrapolate da tutti gli album fin qui pubblicati e tutte suonate e cantate divinamente, alcune registrate da dio altre legate inevitabilmente ai piccoli problemi che ogni concerto può comportare, e ciò dimostra anche l'onesta dei Kings nel non effettuare modifiche di sorta in studio, lasciando tutto come è venuto, facendo assaporare la vera dimensione live anche a causa di alcune pecche, come amplificatori che fischiano, echi in sottofondo, suoni particolari degli strumenti e così via. Eppure, nonostante ciò, la produzione della Metal Blade soddisfa abbondantemente le aspettative, dando poi la sensazione che una band del livello dei Manowar non ha certo bisogno di modifiche in fase di post-produzione, visto che i nostri eroi sono nati per calcare palchi e scatenare i più reconditi istinti animaleschi grazie a performance strabilianti. Lo scarno booklet e le fotografie dei musicisti in copertina danno però la percezione che il tutto sia stato assemblato in fretta, tanto per cavalcare l'onda del successo dell'album "Louder Than Hell" ed accaparrarsi subito i servigi di una grande etiche come la Metal Blade, subito dopo il divorzio con la Geffen, ormai inglobata da altre case discografiche con conseguente perdita di identità. Ma questo è un discorso extramusicale che non influenza il giudizio complessivo del lavoro che abbiamo analizzato. Manco a dirlo, il successo commerciale di questo doppio live è enorme, non solo perché tutto ciò che sfornano i Manowar è destinato a vendere tanto, ma anche perché siamo in un'epoca transitoria, l'epic metal torna in auge e i metallari hanno voglia di queste sonorità più che mai, inoltre Internet è ancora in fase embrionale e la gente è costretta a comprare per sentire (a differenza di oggi, purtroppo). Dopo questo lavoro, la band si concede un lungo periodo di pausa, intermezzato comunque da alcuni concerti, che porterà alla realizzazione, dopo ben sei anni dall'ultimo album, di "Warriors Of The World". Proprio durante questa pausa, i Manowar daranno alle stampe un secondo live-album, consecutivo a questo, tra lo stupore generale, battezzandolo "Hell On Stage", altro doppio disco che conterrà molti brani esclusi da "Hell On Wheels", tanto per accontentare tutti quanti, andando a coprire, così, l'intera produzione manowariana. Quando si dice una band al servizio dei propri fans.        

1) Manowar
2) Kings Of Metal
3) Kill With Power
4) Sign Of The Hammer
5) My Spirit Lives On
6) Piano Interlude
7) Courage
8) Spirit Horse Of The Cherokee
9) Blood Of My Enemies
10) Hail And Kill
11) Warriors Of The World
12) Wheels Of Fire
13) Metal Warriors
14) Army Of The Immortals
15) Black Arrows
16) Fighting The World
17) Thor The Powerhead
18) King
19) The Gods Made Heavy Metal
20) Black Wind, Fire And Steel
21) Return Of The Warlord
22) Carry On
23) Battle Hymn
correlati