MANOWAR

Hell On Stage Live

1999 - Nuclear Blast

A CURA DI
ANDREA CERASI
01/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Con "Louder Than Hell" i Manowar marciano trionfali trascinando nelle classifiche del mondo ben tre singoli, pubblicizzati al massimo dalla Geffen, confermando anche nei bui 90s una popolarità incontrastata che non dà segni di cedimento, rimenendo sempre ai vertici della scena metal e sulla bocca di tutti. Alla fine del decennio riesplodono molti generi che, dalla fine degli anni 80, avevano perso smalto e non facevano più presa sui metallari del mondo, concentrati più che altro sulle nuove ondate di rock duro che, anno dopo anno, si stava evolvendo assumendo le forme più disparate. I Manowar, a differenza della quasi totalità delle altre metal band, non ha bisogno di scendere a compromessi e di modificare il proprio stile, procedendo a testa come nulla fosse. Le vendite sono dalla parte di DeMaio e company ed i numerosi tour sold-out gli danno ragione; i Re dell'acciaio non sono inclini a piegarsi di fronte a niente e nessuno ed allora, anche grazie alla ripresa e alla forte influenza dei classici degli anni 80 che esplode all'alba del nuovo millennio, si ha una netta virata verso determinate sonorità che guardano al passato ma che ne sono la naturale evoluzione, tanto per soddisfare vecchi e nuovi adepti al culto del metallo. L' epic, in particolare, sembra ritrovare nuova linfa vitale e una band come quella di Joey DeMaio, che ne è la massima incarnazione, di certo viene chiamata alle armi per dimostrare la propria supremazia sul territorio. Il successo dell'album del 1996 e dei relativi singoli dà modo alla band americana di imbarcarsi in un tour da guinness dei primati per lunghezza, che va a toccare ogni palcoscenico del globo terrestre, permettendo ai Manowar di restare on the road per quattro anni consecutivi prima di concedersi una breve pausa al fine di riordinare le idee e dare alle stampe materiale inedito (che confluirà in "Warriors Of The World" nel 2002) e poi subito ripartire per suonare instancabilmente ogni anno fino ad oggi, per un'attività live irrefrenabile che, molto probabilmente, non ha precedenti né similitudini con altri. Durante il periodo che separa i due studio-album la band decide che è il momento giusto per pubblicare il primo live-album in carriera, un doppio disco dal titolo di "Hell On Wheels", uscito nel novembre del 1997 e prodotto da un'altra importante etichetta discografica dopo il divorzio con la major Geffen: la Metal Blade Records. Le ventitré tracce che troviamo lungo il nostro percorso non sono estrapolate dallo stesso concerto, ma sono riprese da vari live tenuti in giro per il mondo, e così abbiamo brani eseguiti in Germania, alcuni in Spagna, altri in Italia, e così via fino a coprire quasi ogni paese in cui i Manowar hanno fatto tappa nel biennio 1996-1997. Dato il successo clamoroso, che tra l'altro testimonia la grandezza del combo newyorkese sul palco, appena due anni dopo si opta per l'ardita scelta di rilasciare una seconda live-compilation, inserendo tutti quei brani che per forza di cose erano stati esclusi da "Hell On Wheels", ma che erano stati richiesti a gran voce da tutti fans; e allora la voglia di accontentare il proprio pubblico è il motivo principale per il quale sia i Manowar sia l'etichetta discografica, questa volta la Nuclear Blast, assemblano sedici tracce famosissime e importanti per tutti i defenders eseguite durante il 1998, confezionandole nel doppio "Hell On Stage" (anche questo uscito in doppio cd, triplo vinile, doppia mc nell'ottobre 1999). Il lavoro e la sua riuscita sono studiati fin nei minimi dettagli, a partire dalla promozione mirata attraverso il rilascio di quattro singoli personalizzati e smerciati nei diversi paesi assieme al disco o reperibili singolarmente ("Live In Spain", "Live In France", "Live In Germany" e "Live In Portugal" che già abbiamo avuto modo di analizzare), tanto da renderli pezzi da collezione, ognuno dei quali ha l'intento di omaggiare il popolo al quale è destinato, e grazie anche a uno degli art-work più significativi della carriera della band, un disegno diventato oggi famosissimo e che ha dato origine a tanti gadget firmati Manowar, dalle t-shirt alle bandiere, dalle toppe agli accendini, incrementando così gli introiti e accontentando la Nuclear Blast, che garantirà alla band una budget enorme per la produzione del prossimo disco (e infatti "Warriors Of The World" gode di una produzione assolutamente straordinaria). L'illustrazione che compare su questa compilation è un vero capolavoro fantasy che vede, ma solo per questa occasione, il barbaro icona della formazione americana sostituito da un demonio adirato, in posa da eroe che alza al cielo una chitarra elettrica dalla forma di forcone infernale mentre sotto di lui arde un fuoco (degli inferi) che è sinonimo di potere e di energia e che divora tutto, gli strumenti musicali, gli altoparlanti, alcuni teschi demoniaci, della legna e persino due seducenti valchirie prostrate in posa adorante attorno al loro signore. Insomma, un'iconografia importante che va a colpire immediatamente l'occhio dell'acquirente, ma è ben poca cosa rispetto a quanto troveremo all'interno dei due dischetti ottici: sedici potentissime tracce prodotte dalla band più caciarona del mondo, alcune delle quali divenute delle vere perle immortali in ambito heavy metal, conosciute praticamente da tutti e che vanno a costellare la carriera di una delle metal band per eccellenza.

Metal Daze

"Metal Daze (Frastuono Di Metallo)" proviene dal live tenutosi il 26 settembre 98 a San Paulo, in Brasile, durante il Monsters Of Rock, davanti a trentamila spettatori adoranti. Basta il riff iniziale,  violento, primordiale, che fuoriesce dagli altoparlanti a tutto volume, per scaldare l'arena. Il brano è un vortice di acciaio e di metallo incandescenze, cantato da un Adams in grande spolvero e che, sin da subito, sbatte in faccia all'ascoltatore la sua verità, concepita come una sorta di introduzione, dove alza talmente il tiro che sembra raggiungere gli ultrasuoni con un acuto spaccatimpani, meno pulito rispetto al brano inciso originariamente quindici anni prima ma pur sempre devastante. La sezione ritmica si invigorisce e subentrano basso e batteria, attraverso un ritmo ancora sospeso tra hard rock e heavy metal primordiale; non a caso le influenze hard rock degli anni 70 sono palesi, dettate dalla chitarra di Karl Logan, anche se in sede live il tutto viene altamente potenziato. Le tematiche epico-fantasy in questa veste sono lontane, questo è heavy metal tradizionale, veloce e diretto come quello della scuola inglese. Questi sono i Manowar nella veste hard & heavy, i quali puntano più sulla robustezza e sulla compattezza rispetto ai toni aulici dell'epica, ed il pubblico è in delirio, difficilmente si resiste a tale irruenza. Dopo la sfuriata iniziale i toni si abbassano, seppur di poco, e il vocalist intona la lunga strofa che si distacca dalla quartina iniziale cantata a squarciagola risultando più quieta e un po' più lenta, il microfono sibila, le casse spinte al massimo, ma Adams è un mostro e resiste alle difficoltà che un pezzo del genere posso generare. Una lunga strofa contenente un pre-chorus appena accennato dove il cantante alza la voce e si prepara per il semplicissimo ma onnipotente ritornello, accompagnato dai cori dei presenti che danno il via per l'acuto, quando gli strumenti si spengono improvvisamente facendo risaltare l'innata potenza del vocalist e la foga della gente accalcata sotto al palco. L'heavy metal diventa uno stile di vita, una religione da seguire, e il suo nome va cantato a voce alta e chi meglio di Eric Adams può decantare la potenza di questo genere? In questo leggendario brano il muscoloso cantante ha molto spazio a disposizione e la riuscita è basata praticamente tutta sulla sua ugola d'oro, oltre che dal riffing serrato di Logan che intreccia con gli accordi di basso di DeMaio. Il basso e la chitarra, infatti, lavorano in sintonia e si incrociano in un nuovo duello facendo scintille, poi DeMaio, da egocentrico qual è, lo accompagna con continui effetti stranianti del suo strumento, cose se lo stesse molestando. Non c'è un bridge in questo pezzo, poiché dopo l'assolo si riprende la strofa e dunque il magico refrain, fino alla fine quando la quartina iniziale viene di nuovo cantata e concepita come epilogo, dando lo slancio per l'ultimo chorus, cantato da trentamila fans in delirio. Le liriche non spiccano per originalità, ma la band americana non è certo campione di tematiche; il brano è ovviamente un inno alla musica dura, alla potenza degli strumenti, alle nottate trascorse a bere e a suonare in compagnia di amici e partner. L'heavy metal fa sentire liberi, un po' come le motociclette, e l'emozione di suonare davanti un pubblico su di un palco è qualcosa di indescrivibile, un'esperienza che coinvolge ogni senso. Tutti si sentono fratelli e sono uniti dalla musica. Un musicista deve nascere per suonare, un uomo con una chitarra urlante che molesta su un palco illuminato e, in breve, inonda l'ambiente con le note elettriche. È un modo di vivere, bastano uno strumento musicale, un paio di jeans e una maglietta strappata e le ragazze vengono sedotte. Vivere da selvaggi, come se non ci fosse un domani, godersi la vita al confine del perbenismo, senza ipocrisie e senza limitarsi, abbiamo tutti un cuore di metallo e nelle nostre vene scorre sangue regale perché siamo gli adepti dell'acciaio e vogliamo ascoltare musica sempre più pesante per sentirci davvero vivi. Questa è la filosofia per la quale i Manowar sono entrati nella storia, creando un vero e proprio culto sotto cui radunare flotte di metallari e con i quali instaurare un legame intimo, fortissimo, e in nel live questa alchimia è dannatamente evidente.

Dark Avenger

"Dark Avenger (Il Vendicatore Oscuro)" ci fa entrare nel concetto stesso di epic metal. Eseguita il 18 maggio in Svizzera, questa oscura e lunga traccia si avvale della collaborazione di uno dei più grandi geni del cinema, il regista/attore Orson Welles, amico della band, la cui voce registrata, in questo caso, viene sparata a tutto volume davanti a centinaia di fans. Un arpeggio cupo e metallico apre il brano, la cadenza è lenta e crudele, basso e chitarra in primo piano che si snodano in un andamento dal sapore doom dove Eric Adams emerge cantando in tonalità grave. Due strofe, lente e mefistofeliche, irrorano la sala, annebbiando le menti dei presenti, scaraventandoli in guerra, in un tempo remoto, che affonda le sue radici nel mito. All'improvviso, tutti gli strumenti si impennano ed ecco che la calda e impostata voce di Welles comincia a narrare di eventi mitologici, sovrastando un dolce arpeggio di chitarra protratto da Logan. La narrazione è lunga, dura parecchi secondi e cresce di pathos, mentre la batteria di Columbus resta cauta protraendosi con qualche fendente tirato qua e là senza essere invadente e non disturbare la registrazione. Dunque un acuto impressionante di Eric Adams introduce la seconda parte del pezzo ed il pubblico è pronto a scatenarsi nel pogo, il ritmo cambia, il tempo accelera inaspettatamente e gli strumenti passano da un andamento lento e oscuro a una cavalcata heavy metal infarcita di assoli e controtempi. Seguono altre strofe, differenti dalle prime, dove il vocalist è incazzato nero e canta con voce arcigna e demoniaca su di una linea melodica spettacolare, mente gli ultimi secondi sono dominati dalla chitarra elettrica e dal basso che si cimentano in assoli e strani effetti sonori confusi. Qui siamo all'origine dell'epic metal, non a caso "Dark Avenger" è uno dei primi pezzi epic della storia, incisa nel 1982 per il disco di esordio, capace di dare la spinta per la nascita id un nuovo genere di rock. Il testo racconta di un vendicatore misterioso che ha osato infrangere le leggi degli anziani e loro lo hanno catturato, accecato, hanno preso la sua terra e infine lo hanno lasciato affogare sul litorale, legato a testa in giù e con gli avvoltoi a cibarsi del corpo (un po' come il mito di Prometeo che aveva disubbidito al volere degli Dei, rubando loro il segreto del fuoco per donarlo agli uomini, ed era stato punito severamente). Le carni muoiono, ma lo spirito resta e gli Dei, sconvolti dalle sue agonie, gli giungono incontro, lo trasportano nel proprio regno e lo preparano per la vendetta. Dall'alto la sua anima osserva la terra, il suo paese guidato dagli anziani, gli stessi che lo hanno ucciso, e che ora intonano canti di gioia e pregano. Lo spirito della vittima raggiunge i cancelli dell'Ade, lì il guardiano gli dice di vendicare non solo lui ma tutti gli innocenti perseguitati e uccisi. Gli dona una spada forgiata nello zolfo e temprata nelle disgrazie, gli sella un cavallo chiamato Morte Nera e lo spedisce dritto sulla terra dalle tenebre. Il vendicatore raggiunge il paese, uccide tutte le figlie e le mogli dei suoi assassini e beve il loro sangue, poi dirige la sua spada contro gli impostori, concludendo questa parabola mitologica, che trasforma l'eroe da ribelle in portavoce del volere divino, in grado di punire tutti gli infedeli.

March For Revenge

"March For Revenge (Marcia Per La Vendetta)" è presa dal live di Budapest del 15 giugno. Questa è una magniloquente storia che racconta di tutte le sfide che dobbiamo affrontare nella vita, dove Columbus è protagonista indiscusso di questa perla, perché tutto è incentrato sul suo drumming, incentrato su rullate d'effetto che riproducono una vera marcia bellicosa. Eric Adams incita la folla mentre il basso esegue dei giri particolari, contornato da effetti sonori stranianti che stordiscono per potenza. La chitarra di Logan si snoda in un riffing graffiante, dall'andamento epico e piuttosto cadenzato, che fa vibrare le casse per il volume assordante. Si tratta di una delle tracce più solenni mai scritte dai Manowar, avente un sapore trionfale e nobile, dove la melodia fa capolino alla fine di ogni strofa, quando la voce di Adam si addolcisce e declama un breve chorus accompagnato da effetti creati dal basso di Joey DeMaio che donano al momento una sensazione mistica, quasi surreale, come se si stesse sognando. La prima sezione si chiude così, secondo una struttura compatta e dura come un macigno, poi si ha una pausa silenziosa e il tempo cambia drasticamente una volta giunti a metà, tanto che sembra di assistere a un funerale dove i toni si tingono di tristezza e dolore. L'arpeggio intimista da parte di DeMaio smorza i toni, il pubblico si placa e dondola sognante e così la scena è tutta di Adams che può dare sfoggio delle sue immense doti interpretative. L'intermezzo è drammatico, molto soave, dopodiché si passa a un bridge ripetuto dove esplodono all'unisono tutti gli strumenti e Eric Adams risale con la voce per poi arrivare all'atteso acuto spaccatimpani. Ecco la terza sezione, per un brano che cambia pelle, dalla composizione ardita e ricca di idee. L'assolo di chitarra si erige sugli altri strumenti, seguito a ruota dalla marcia cadenzata protratta dalla batteria e dal basso, ed ecco un secondo bridge prima dell'ultima strofa. Qui siamo di fronte a una delle più grandi ed entusiasmanti band della storia del metal e dal vivo l'impatto della loro musica è semplicemente imponente. Le liriche puntano tutto sull'effetto e ci ritroviamo, ancora una volta, proiettati nel Valhalla, dove riposano i guerrieri defunti. Questi soldati tornano dall'inferno, metà uomini e metà demoni, per vendicarsi. I nemici devono tremare dalla paura, per loro non ci sarà scampo, i loro figli e le loro mogli saranno rapiti. Questa canzone è un inno alla morte, alla fratellanza, alla vendetta dei compagni caduti. La terra si nutre del sangue degli eroi, ma il sacrificio non sarà vano, poiché la loro forza e il loro acciaio cavalcherà al fianco dei vivi, per proteggerli, e spiriti demoniaci e guerrieri mortali si uniranno per combattere il nemico in una leggendaria unione. È anche un inno all'amicizia, perché l'unione fa la forza e la fratellanza è più forte persino della morte.

Hatred

"Hatred (Odio)" è un brano complesso, composto per evidenziare le doti vocali di Eric Adams. Ci troviamo in Germania, a Bonn, dove l'arena si scalda col riffing pesante, oscuro, cadenzato di Logan. La chitarra ringhia alle spalle della batteria e Joey DeMaio sperimenta vari effetti sonori (a tratti fastidiosi) col suo basso da combattimento. Pochi secondi e già si crea confusione nel pubblico, questa non è una cavalcata epica ma una musica vertiginosa, quasi magnetica, senza una struttura ben precisa. Eric Adams intona, con fare luciferino, le prime due quartine quasi recitando, su una base doom che fa paura per quanto è maligna ed esoterica. Al secondo minuto e il tempo cambia improvvisamente, facendo partire uno strano refrain, poco melodico e molto ipnotico, decorato con urla sgraziate del vocalist che incanta i fans accalcati sotto al palco. Dopo una breve parentesi chitarristica il tempo ha un nuovo cambiamento, così il brano si trasforma in una specie di cantilena dove Adams raggiunge vette inaudite, come su disco così dal vivo, giocando con la voce e fomentando con acuti degni della sua grandezza. Il riffing cadenzato e profondo prosegue spietato, sempre accompagnato da stranissimi e futuristici effetti sonori eseguiti da DeMaio. Le grida del vocalist aumentano a dismisura in una sorta di sfogo isterico per poi tornare al ritmo principale, dove si continua a recitare la terza strofa e terminare col chorus. Una canzone coraggiosa, che ha il pregio di mettere in risalto la voglia da parte della band di sperimentare, di scovare nuovi sentieri. Una composizione oscurissima e che sfiora l'isteria, poco conosciuta dia metallari ma molto apprezzata dai fans della band, che spesso e volentieri la richiedono dal vivo, e in questo caso i Manowar accontentano tutti, registrando questa straordinaria performance. Nel testo si parla di un combattimento tra due guerrieri, il sangue del nemico che bagna l'acciaio del protagonista, un eroe in preda all'odio, tanto incazzato che potrebbe persino mangiarsi il cuore dell'avversario. L'odio alimenta la sua forza, alimenta i suoi muscoli, rendendolo invincibile, quasi immortale. Questo sentimento è il fuoco che gli brucia in petto e che gli scorre nelle vene, tanto che chiunque cerchi di sfidarlo è destinato a morire, con le ossa rotte e la carne lacerata. Non delle liriche memorabili anzi, piuttosto canoniche per la tradizione manowariana, ma che riescono ad essere incisive grazie all'esecuzione mostruosa di Adams.

Gates Of Valhalla

"Gates Of Valhalla (I Cancelli Del Valhalla)" è una delle tracce più famose dei Manowar e di tutto l'heavy metal, eseguita in ogni concerto, per la gioia dei fans, e qui immortalata nella sede tedesca. Trattasi di una canzone dalla struttura atipica, perché suddivisa in tre parti diverse e aventi tempi differenti che vanno a creare una piccola opera. Joey DeMaio è alle prese con un delicato arpeggio col suo basso a otto corde, il pubblico intuisce subito di quale brano si tratta e allora esplode in grida id giubilo. La potentissima voce di Adams fa da introduzione, si inerpica in una lunga ed evocativa intro prima dell'esplosione, dove il cantante mostra tutta la sua estensione vocale e la sua tecnica, passando da tonalità basse ad acuti pazzeschi, ma mettendo anche in evidenza falsetti e giochetti vocali non proprio semplici da imitare. La sezione ritmica esplode dopo più di due minuti intensissimi, ed allora partono le prime strofe declamate con solennità e indomita energia. Columbus scalcia dietro le pelli e ci proietta sul campo di battaglia, mentre chitarra e basso si incrociano creando un vortice metallico e facendo scintille come due guerrieri che si sfidano a spadate. Giunge il portentoso ritornello che riprende le stesse parole dell'introduzione, ma questa volta viene accompagnato dagli strumenti e dalla loro irruenza stagliandosi sopra una solida base accompagnata dai cori del pubblico, fomentato come non mai. Logan è furioso alle sei corde, il suo riffing è robusto e di lunga durata e prepara il via alla terza parte del brano. Il bridge è l'acme della traccia, mette i brividi tanto è bello ed epico e Adams comincia a sfidare la sezione strumentale giocando con la voce e sparando acuti non replicabili da nessun altro vocalist, sovrastando addirittura la potentissima batteria di Columbus che sembra frantumarsi sotto i suoi colpi. "Gates Of Valhalla" è un pezzo leggendario, uno dei migliori in ambito epic e non solo, e probabilmente uno dei più amati dal pubblico, infatti il calore con cui viene accolto dice tutto. Il testo è ovviamente un omaggio allo spirito e al coraggio dei guerrieri del nord, ai vichinghi adoratori di Odino. Il Valhalla è, infatti, l'enorme sala del castello di Asgard, una delle dimore di Odino, tanto vasta da sembrare una città ultraterrena. Nel Valhalla (che in norreno significa appunto Sala dei morti) riposano i caduti in battaglia, uomini valorosi scortati lì dalle valchirie. In quel luogo li attende, ogni sera, un grande festino a base di birra e di carne, mentre, durante il giorno, i guerrieri si allenano per poi, in futuro, assistere il dio Odino per la battaglia finale, il Ragnarok, ossia lo scontro supremo contro i giganti per il dominio eterno del mondo. I cancelli del Valhalla si spalancano per l'ingresso dei caduti, con le spade in mano e ancora grondanti sangue nemico. Adesso i valorosi sono immortali, pronti a sedere accanto al proprio dio in vista della battaglia delle battaglie. Gli Dei li accolgono a braccia aperte e brindano con loro. Il regno dei morti è ornato a festa. Il pubblico apprezza e trasforma la sala nel Valhalla, pronto a festeggiare e a divertirsi a base di metallo pesante e suonato alla grande.

Bridge Of Death

L'intensa "Bridge Of Death (Il Ponte Della Morte)" è un capolavoro di epicità, essendo una lunga ballata che si evolve di continuo, riuscendo a cambiare pelle e a trascinare del dramma anche lo spettatore più disattento. Basso e chitarra si divincolano in un arpeggio struggente, dannatamente malinconico e che apre le porte a un paesaggio oscuro, sofferente, dominato da un antico misticismo. Trascorre il primo minuto, intanto Eric Adams intona una cantilena dimostrando la sua mostruosa tecnica vocale, passando dal sussurrato ai toni gravi e arrivando ai toni alti attraverso una serie di scale che culminano con grida lancinanti in prossimità del primo cambio di tempo, quando emergono sia le chitarre che la batteria di Columbus. Trattasi di un intermezzo che si snoda nella seconda strofa, questa volta più potente e veloce rispetto la prima, anche se il ritmo resta cadenzato ed epico. Il passaggio da una sezione all'altra è repentino, comandato dagli acuti del vocalist e dall'ascia di Karl Logan che stride il suo strumento, molestandolo a dovere anche con parti di solo non proprio brillanti. A metà brano Columbus tempesta di colpi le pelli e mentre le chitarre si impennano in sonorità acute che fanno sanguinare i timpani arriva il bridge, solenne e costruito su un'apertura melodica bellissima, dall'andamento doomish, nella quale Adams declama le strofe finali. La canzone termina tra lo stridere della chitarra e del basso mentre le risate malefiche del vocalist si perdono tra gli appalusi e i fischi del pubblico. Una ballad geniale, un capolavoro dotato di magia e diventata ormai leggendaria. Le liriche sono probabilmente le più profonde del materiale firmato Manowar, perché più ricercate e intimiste: il passaggio tra la vita e la morte è un ponte sospeso nel vuoto e sotto, in lontananza, scorre un fiume nero. Oltre il ponte si intravede la casa degli spiriti, qualcuno chiama il nome del guerriero caduto, lo sta aspettando e accende un fuoco che lui dovrà seguire per non perdersi. La vita che egli ha avuto è stata ricca e piena di successi, ma prima o poi, tutto ha un prezzo e l'uomo ha pagato col sangue, morendo in battaglia. Gli anni trascorsi nel piacere sono terminati e adesso non gli rimane che attraversare il ponte della morte, vendendo l'anima al proprio dio. Le porte dell'inferno sono lì di fronte e il signore delle tenebre, Satana, lo accoglie a braccia aperte per gustare la sua lussuriosa anima, bere il suo sangue e lucidare le sue ossa, per poi trasformarlo in un suo messaggero alato. Un demone da rigettare sulla terra. Un racconto di terrore, di orrore che trastulla lo spettatore e lo culla nei suoi meandri oscuri.

William's Tale

"William's Tale (Il Racconto Di Guglielmo)" è un esperimento strumentale di Joey DeMaio prelevato dal glorioso album "Kings Of Metal", qui eseguito in Belgio durante un concerto che ha sfiorato le quattro ore di durata e nel quale sono state eseguite ben trenta canzoni. Raramente suonata dal vivo, DeMaio e il suo basso tritasassi sono protagonisti assoluti della scena, dove viene riprodotto il "Guglielmo Tell" del compositore italiano Gioachino Rossini, un'opera che narra di un leggendario eroe svizzero che sarebbe vissuto nel XIV secolo e che avrebbe, secondo la leggenda medievale, liberato il suo popolo e il suo paese dalla tirannia del monarca. DeMaio non ha mai nascosto la sua passione per la musica classica e per la lirica, tanto che in più interviste ha indicato il compositore Richard Wagner come l'inventore dell'heavy metal (tanto che si cercherà di avvicinarsi più volte alla pomposità del compositore ottocentesco), grazie alla vena drammatica e epica delle sue opere. L'esecuzione del pezzo è particolare, una manciata di minuti di accordi velocissimi e metallici senza una base sotto, soltanto il suono del basso dettato dall'abilità del musicista che riproduce la famosa aria in questo assolo un po' confuso e un po' noioso, che sarà riprodotto poco dal vivo ma in improbabili performance soliste allungate all'inverosimile, noiose, tamarre e inutili. In questo caso, l'assolo è breve per fortuna ma è fine a se stesso, non esalta ma l'ego smisurato di DeMaio deve avere pure il suo momento di sfogo, e allora va preso per quello che è: una pausa che serve alla band di riposare e a Eric Adams di riprendere fiato.

Guyana (Cult Of The Damned)

"Guyana (Cult Of The Damned) - Guyana (Il Culto Dei Dannati)" è il brano più ambizioso dei nostri, ispirato da un terribile fatto realmente accaduto nel 1978, nella Guyana, una piccola regione del sud America, dove il pastore Jim Jones fondò, nel cuore della giungla, un piccolo villaggio chiamato Jonestown nel quale radunò una congregazione religiosa, denominata Il Tempio del Popolo, con l'intento di dare inizio alla prima città utopica senza leggi definite ma governata soltanto dalla pace e dell'armonia. Ben presto però, i 1100 seguaci trasferitisi lì assieme al pastore, si accorsero che quello che doveva essere un progetto di liberazione dalle miserie della società moderna, in realtà si era rivelato una sorta di prigionia mascherata nella quale i disertori venivano puniti severamente e dove Jim Jones, più che un uomo di chiesa, assomigliava a un tiranno. Alcuni cittadini riuscirono ad inviare una lettera al deputato Leo Ryan, incaricato dal governo degli U.S.A. di recarsi sul posto per controllare se a Jonestown fosse tutto in ordine, ma appena atterrato all'aeroporto nella Guyana, lui e le sue guardie vennero uccisi con dei colpi di pistola. La situazione si fece subito tragica ed il reverendo Jones, a quel punto, si accorse di aver commesso un grave errore; così la sua folle mente partorì l'idea di un suicidio collettivo. Con la scusa di combattere il male che "avanzava verso le porte del villaggio", costrinse tutti gli adepti a prendere un cocktail, preparato dai discepoli stessi, a base di cianuro. Qualche giorno dopo, l'esercito mandato sul posto scopre ben 909 cadaveri, tra cui quello del pastore, suicidatosi con un proiettile nella testa. I 127 superstiti affermarono che quasi tutti i deceduti avevano accettato di buon grado il suicidio di massa, avvelenando persino i propri bambini, credendo scioccamente nella promessa di una vita ultraterrena fatta di pace e amore. Probabilmente il più grande e drammatico suicidio collettivo mai avvenuto nella storia, questa è la storia che il testo dei Manowar racconta; attraverso la musica viene messo in luce il folle e disperato progetto del pastore Jim Jones e dove la Guyana è metafora di divinità malefica, madre dei dannati verso la quale i discepoli venerano il culto della morte col fine di liberarsi dai peccati terrestri. Dal punto di vista musicale ci troviamo di fronte a un brano con numerosi cambi di tempo, abbastanza articolato e lungo, quasi mai eseguito dal vivo e perciò preziosa testimonianza della grandezza di questa band, che qui si dimena sul palco dello stadio di calcio di Murcia, in Spagna, il 26 giugno 1998, l'unico spettacolo all'aperto tenutosi in quel tour. Un fraseggio cupo e nostalgico introduce il pezzo, il basso ci introduce in un mondo oscuro, dominato dalla pazzia, dal veleno, dalla morte e dalla disperazione che prese piede in quegli anni. Trenta secondi e c'è il primo cambio di tempo dove il ritmo si velocizza attraverso un solo di basso, molto acuto, che poco dopo rallenta in un arpeggio malinconico. Sull'arpeggio svetta la voce di Eric Adams, sembra declamare una preghiera in favore del reverendo Jim Jones, e infatti lo cita anche nel testo, così Columbus fa il suo ingresso con una digressione trionfale che prepara il terreno per la galoppata. La prima strofa è quieta, la seconda, invece, cambia ritmo e si trasforma in ballad, riprendendo un motivetto squisitamente melodico e armonioso, ma ecco che giunge l'inarrestabile refrain, dove la chitarra di Logan esplode come dinamite ed Eric Adams alza la voce in un grido di disperazione, supportato da cori enfatici del pubblico che fanno acquisire al pezzo un'aurea molto più aulica. Ancora un cambio di tempo, questa volta la sezione ritmica è scatenata, il ritmo si velocizza per la strofa seguente, sostenuta, questa volta, dalla chitarra elettrica e non dal basso, poi torna lo splendido ritornello che culmina nell'acuto del vocalist. Parte l'assolo pungente ma anche passionale, poi inizia la coda finale dove tutti gli strumenti, compresa la voce, si impennano e corrono liberi fino alla chiusura, proseguendo su un riffing di grande impatto, dalla ferocia inaudita ma capace di mantenere melodia e tatto.

The Warriors Prayer

L'esagerazione prende forma in "The Warriors Prayer (La Preghiera Dei Guerrieri)", uno dei punti più risibili in casa Manowar, i quali ci deliziano con questo simpatico brano narrato. La sede è quella di Madrid, in Spagna, ed il pubblico sembra apprezzare, tanto che ripete a memoria l'intera narrazione. In questo caso c'è chi apprezza e chi, come me, ci ride su perché trova che inserire una simile traccia in un disco è follia, riprodurla dal vivo è inutile, se non ridicolo. Questo momento fiabesco, completamente narrato, è ovviamente un nastro registrato e posto a metà scaletta durante il concerto come pausa per far riposare la band. Alle voci troviamo gli attori Arthur "Pendragon" Wilshire e Grant Williams che vestono i panni rispettivamente di nonno e di nipotino. Come in tutte le fiabe, il piccolo deve andare a letto e prima di addormentarsi desidera ascoltare racconti leggendari, gesta di eroi, e così il nonno lo accontenta narrando di quando era giovane. Inizia un racconto lungo quattro minuti, nel quale ascoltiamo il nitrire di cavalli, la loro corsa nei boschi del nord e immaginiamo un esercito riunito in una vallata in attesa dell'arrivo di quattro cavalieri, ognuno con un'arma letale stretta in mano: una spada, una mazza chiodata, un'ascia bipenne e un martello da guerra. Negli occhi dell'esercito non sembra esserci paura, ma solo consapevolezza, è il loro destino perciò tutti sanno che se non dovessero vincere moriranno onorando gli Dei. Poi cala il silenzio, un vento gelido comincia ad alzarsi e a sferzare tra gli alberi, un tuono rimbomba in cielo lanciando saette e grandine, dunque i quattro cavalieri incitano il proprio esercito alla lotta e li guidano in battaglia. Nella vallata si scontrano le due fazioni, le armi impattano producendo rumori metallici, grida, lamenti, gli zoccoli dei nobili destrieri sollevano la terra e la polvere e in breve il campo è pieno di cadaveri e di sangue fresco. Quando il polverone della mischia svanisce, la visuale si fa più chiara, c'è sangue ovunque, i corpi degli uomini uccisi restano in balia del vento. Al centro, quattro cavalieri radunano i propri soldati, sono quasi tutti sopravvissuti e hanno vinto la battaglia, li fanno inginocchiare e insieme recitano una preghiera verso gli Dei della guerra. Al termine della preghiera, l'esercito degli immortali si lancia in un grido di vittoria che riecheggia in tutto il bosco, il pubblico in sala grida replicando le parole del nastro. A questo punto la narrazione ha termine, il nonno afferma che questo è quanto accaduto molto tempo prima e chiede al nipote se è rimasto colpito, il piccolo sembra entusiasta, è colpito dal fantastico racconto ma ha ancora un dubbio e allora chiede al nonno chi siano quei quattro eroi misteriosi venuti dal nulla. Il vecchio, con voce piena di orgoglio, urla I Re del Metallo!. "The Warriors Prayer" è sicuramente una traccia simpatica, autocelebrativa, tamarra, diventata famosissima e molto apprezzata tra i fans dei Manowar; certo è che poco aggiunge alla magia del live.

Blood Of The Kings

Con "Blood Of The Kings (Il Sangue Dei Re)" DeMaio ha la bella idea di prendere i titoli di quasi tutte le canzoni composte in passato e che troviamo negli album e di fare il collage che andrà a strutturare il testo di questo pezzo, memorizzabile all'istante e perfetto per essere cantato dal vivo, a squarciagola, da tutto il pubblico. Il vocabolario dei Manowar, di appena trenta parole, in questo contesto live risulta vincente, superando i limiti. Columbus picchia duro sulle pelli e sui piatti, Adams lancia una serie di acuti che mettono i brividi, mentre DeMaio si improvvisa nuovamente chitarrista, visto che è proprio lui ad eseguire i riffs portanti col suo basso modificato e suonato come fosse una chitarra, creando un effetto interessante che va a sovrastare la sezione ritmica. Come tutti sappiamo, la strofa riporta numerosi titoli del catalogo Manowar, ed Eric Adams si destreggia egregiamente su una linea vocale perfetta e molto melodica incitando tutti i fratelli del metallo a prendere parte alla rivolta, cantando tutti insieme inni di battaglia per poi cavalcare nella gloria guidati dal martello di Thor e sfidando il mondo intero. Cambio di tempo nel quale gli strumenti si potenziano, la batteria in particolare e l'agile chitarra di Logan, passando al bellissimo e corale ritornello dove il vocalist alterna acuti e timbro pulito, fomentando non poco gli ascoltatori. La melodia è trionfale, altamente epica, e per l'ennesima volta troviamo la celebrazione del mito manowariano, con i quattro cavalieri del metallo pronti a sovvertire le leggi che governano il mondo, a organizzare una crociata per la libertà individuale, massacrando i nemici, i falsi, e tingendo di rosso le spade e le mani col sangue dei perdenti. Si prosegue con la citazione di altri titoli, ed esaltando i popoli dove i Manowar sono accolti con favore, così troviamo tutte le nazioni europee unite sotto il vessillo del martello, legate dalla passione per l'heavy metal, ma in questo caso viene citata la Repubblica Ceca, dove la band si sta esibendo (e in ogni data cambierà la lista delle nazioni citate facendo gioire la folla). Strofa/ritornello e ancora strofa/ritornello dove le liriche inneggiano a prendere parte a questa marcia per la vendetta, al ritmo di un suono funebre, spargendo il sangue nemico, facendo giuramenti di fedeltà e amicizia, tutto per combattere questa guerra sacra a suon di metallo. Le due asce si intrecciano per eseguire due buonissimi assoli, uno di chitarra e l'altro di basso, dove la sinergia tra DeMaio e Karl Logan è incredibile (quest'ultimo alle prese con uno dei suoi migliori assoli), dunque Eric Adams torna dietro al microfono con voce adirata che conclude il tutto con gli ultimi due ritornelli. In sostanza, un brano che celebra non solo la band ma anche tutti i seguaci conquistati nel corso degli anni. Una schiera di fans resa numerosissima e compatta, che come abbiamo visto affonda le sue radici in ogni parte del mondo. Dall'America all'Europa, senza problemi di barriere o distanze. I Manowar riescono a farci sentire come dei fratelli, facendoci parlare una lingua franca, universale: il verbo del metallo.

Sting Of The Bumblebee

"Sting Of The Bumblebee (La Coda Del Calabrone)" è massima espressione dell'importanza del ruolo che riveste il basso del leader Joey DeMaio, inteso come parte integrante della musica dei Manowar. Immancabili sono le parti solistiche che il musicista si ritaglia durante i concerti in giro per il mondo, sezioni strumentali allungate a dismisura per la noia di tutti ma che gonfiano il suo ego, e da una parte va anche accettato, visto che è lui l'uomo della guerra, il Manowar per eccellenza, e allora il musicista italoamericano può permettersi di tutto davanti al proprio pubblico, persino sperimentare nuovi suoni direttamente sul palco. Così il lungo assolo di "Sting Of The Bumbleblee" viene eseguito in Germania, nel giungo del 1998, con l'accompagnamento di due decine di enormi altoparlanti per stordire e spaccare i timpani dei presenti, perché, come sappiamo, la sua musica deve essere suonata carica e possente. In questo contesto il bassista si cimenta nel rifacimento dello storico terzo episodio dell'opera "La Favola Dello Zar Santan" (composta dal musicista russo Nikolaj Andreevii Rimskij-Korsakov nel 1900) battezzato "Il Volo Del Calabrone". Il brano è accompagnato dalla batteria di Columbus ed è caratterizzato da una veloce e continua serie di note cromatiche, dove troviamo un andamento molto veloce e confusionario nel quale si tenta di ricostruire, in chiave musicale, il ronzio di un insetto. In studio la performance è un po' confusionaria, ma abbastanza lineare, live invece i toni svolazzanti delle note assumono maggiore astrazione e allora il basso di DeMaio si snoda a velocità triplicata e con suoni che sembrano fatti casualmente. Inoltre, le note che compongono le singole sezioni della composizione, oscillano velocemente in diverse gamma di altezze, riproducendo il movimento fluttuante, ma regolare, di un grosso insetto. Il basso modificato fa il resto, aumentando la sensazione di confusione, di stordimento, di capogiro che potrebbe provare un insetto durante il volo. Se la performance originale era comunque discreta, questa è decisamente grottesca, laddove l'ottima tecnica del musicista si scontra con un senso dell'armonia poco riuscito. E' solo casino, un casino certamente voluto, in grado di stordire gli spettatori attraverso i volumi distruttivi delle casse, come se fossero insetti fulminati dalle piastre elettriche.

Heart Of Steel

"Heart Of Steel (Cuore D'Acciaio)" è espressione di tutto ciò che i Manowar rappresentano: onore, trionfo, goliardia, ma anche passione, sacrificio, solitudine, combattimento per esprimere se stessi e le emozioni provate. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dalla malinconica plettrata (a sostituire le tastiere della versione in studio) di Logan e dunque emerge poetica la voce di Eric Adams che intona, assieme a tutto il pubblico raccolto in platea, il primo bellissimo verso nel quale decanta di una meta da raggiungere, un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti. Proprio una di esse brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di  trattenerlo, evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Parte il primo ritornello, costruito ancora su un arpeggio di chitarra, attraverso il quale Adams sfoggia la sua mostruosa tecnica in una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso, ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto se stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. Si riparte con la seconda strofa e quindi abbiamo l'esplosione di tutti gli strumenti, il tutto viene sommerso dalla potenza della batteria di Columbus e dalla chitarra elettrica, mentre DeMaio riesce ad emergere soltanto nella seconda sezione di questo verso e irrobustendo tutta la base. Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di lasciare intonare ai fans il secondo refrain, creando un'atmosfera magica, da lacrime sul volto. La battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire, il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Adams spara un acuto pazzesco al termine del ritornello, evidenziando le sue enormi doti vocali, e poi prosegue imperterrito la coda finale, accompagnato da cori della gente sempre più invasivi ed epici, in un trionfo di romanticismo e di epicità che mette i brividi sulla pelle. Una curiosità è data dal fatto che questa ballata sia stata eseguita in Germania nella sua versione originale, ossia quella in lingua inglese, per la prima volta dal 1988, dato che da sempre i Manowar, in questo terra, sono soliti suonare la versione tedesca di "Heart Of Steel", chiamata appunto "Herz Aus Stahl".

Master Of The Wind

"Master Of The Wind (Il Signore Del Vento)" è la strepitosa ballata eseguita in Spagna. La sua melodia è diventata ormai leggendaria tra i metallari poiché è molto semplice nella sua composizione, nonché nella sua esecuzione, giocata tutta sull'atmosfera e sulla profondità del testo e adatta per la produzione live. Nelle note del booklet c'è scritto che prima di registrare questo brano la band ha dovuto ripetere l'attacco ben tre volte perché i fans accalcati in prima fila erano letteralmente stritolati dalla massa che sopraggiungeva da dietro, tanto che ci volle l'intervento della sicurezza per placare gli animi e persino l'intervento di un'autoambulanza per portare via e medicare i feriti. Le strofe si poggiano su timidi arpeggi di chitarra e su suoni sibillini prodotti da sonagli, flauti e tastiere, ma che mai sono invadenti o protagonisti della scena. Infatti, la riuscita del brano è affidata completamente all'interpretazione di un Eric Adams, come al solito, unico e magnifico interprete anche nelle tonalità più delicate. La composizione è molto classica, doppia strofa/ritornello, senza intermezzi strumentali, dunque è davvero essenziale, ma di certo non perde in emozioni, dato che possiede una melodia stupenda, molto melodica e raffinata, ogni tanto esaltata da un colpo di tamburo da parte di Columbus che risveglia i fans sognanti (e forse mezzi addormentati, visto che il concerto si è tenuto poco prima della mezzanotte del 24 giugno, durante il Macumba Summer Festival. Orari proibitivi, ma che hanno il loro fascino, una notte dominata dalla musica heavy metal dei Manowar, che in questa occasione hanno terminato di suonare verso le 3 del mattino). Se la notte è l'ambientazione perfetta, allora i cinque minuti del pezzo assomigliano a una ninna nanna; nel silenzio delle tenebre un uomo dorme e sogna, nel sogno chiama lo spirito del Vento, allegoria per indicare il viaggio della vita, l'avventura e l'esperienza dell'uomo mortale. Gli angeli cantano e lo cullano in questa dolce illusione, mentre il sole sta per sorgere dal cielo dell'est, illuminando con i tiepidi raggi mattutini le tenebre. La luce della candela, servita per illuminare la stanza durante la notte si spegne per il soffio del vento che si alzato all'improvviso, accompagnando il nuovo giorno, ed è il vento del cambiamento che dona fortuna al dormiente, al sognatore. Il ritornello, sublime nel suo aspetto melodico, ha anche un grande valore a livello lirico, perché contiene un messaggio fantastico, cioè quello di proseguire la ricerca interiore per migliorare se stessi, laddove una strada finisce ne inizia un'altra che porta a una meta diversa, e così all'infinito; proprio come un arcobaleno in cielo che non ha confini. Le nostre lacrime, i nostri sogni, i nostri pensieri e obiettivi sono affidati al vento e portati lontano come sussurri sparsi nel mondo. Ben poche volte i Manowar sono stati così poetici, a testimonianza che quando vogliono fare sul serio, al di là dei proclami al sesso, alle birre, alle moto e agli inni di guerra, riescono a rivelare persino una sensibilità fuori dal comune. Il Vento è una divinità che tutto conosce e che segna il destino degli uomini, indica loro la via e illumina i loro sogni, ma la tematica della realizzazione personale non è la prima volta che viene affrontata dalla band, anche se un po' tutti i loro testi sono disseminati di proclami a favore della libertà individuale, della realizzazione dei propri sogni, al coraggio di combattere quotidianamente. "Master Of The Wind" è la perla più delicata sfornata dalla ditta DeMaio e Co. In tutta la loro carriera, un masterpiece da ricordare in eterno e da cantare durante i concerti, perché frutto di pura magia.

Outlaw

"Outlaw (Fuorilegge)" ha uno stile che indirizza al power metal, quello di scuola nord europea, dove la melodia si congiunge alla velocità (rigorosamente col doppio pedale) per un matrimonio perfetto. Doppia cassa sparata a mille e ritmi forsennati costruiti per un headbanging vertiginoso sui quali Eric Adams è mefistofelico nel narrare di un fuorilegge in terra straniera e con la pistola sempre carica e dalla canna calda, sintomo che è stata appena usata, spargendo sangue e orrore in città. Ci troviamo al teatro Orpheum, in Austria, durante la notte del 19 giugno 1998, e gli spettatori fischiano e applaudono di continuo, incitando la band alla battaglia. La strofa è piuttosto lunga, ma viene letteralmente divorata grazie a un andamento veloce che ci conduce subito al ritornello, molto bello dal punto di vista melodico e molto scarno dal punto di vista lirico, dove il fuorilegge gira per gli stati dell'Ovest in cerca di vendetta e di nemici da uccidere per conquistare gloria, onore e orgoglio. Non che il brano brilli per intensità o per un testo travolgente, ma il senso generale funziona a dovere, piace e consegna una band devastante, carica e preparata. Certo è che gli animi si fomentano nel sentire Adams, sul finire del chorus, sparare acuti che fanno accapponare la pelle, quindi giunge il potente bridge, supportato da epici cori, a ricordarci il vero spirito battagliero della band. Il delirio omicida prosegue nella notte, un colpo di proiettile al cuore o in mezzo agli occhi delizia il nostro guerriero di strada, abile assassino che getta all'avventura con la sua fedele arma da fuoco. L'assolo di Logan è buono, granitico al punto giusto e un poco diverso da quello della versione in studio, e si procede senza sosta e senza respiro mentre il basso funge da seconda chitarra e si sovrappone all'ascia principale; il possente drumming del compianto Scott Columbus continua a pestare con violenza, tra le grida consistenti della platea. La legge della pistola comanda la natura dell'uomo, il quale deve sparare e muoversi veloce, con furbizia per non farsi beccare dai nemici e allora in mente si para un paesaggio da Far West, desertico e pericoloso, dove banditi duellano a colpi di fucile senza rispettare le regole imposte dalle cittadine. Tre minuti volano in un soffio sotto i martellanti colpi di acciaio inferti dai quattro musicisti e il risultato è molto buono, praticamente perfetto come in studio, segno che la band è una vera macchina da guerra sul palcoscenico.

The Power

"The Power (Il Potere)" è l'essenza dell'acciaio, alla stregua di "Black Wind, Fire And Steel" e immancabile dal vivo. Costruita su tre identici blocchi di granito, questa speed-song lascia l'ascoltatore con un ghigno sorridente in volto: potenza devastante, melodia azzeccata, resa sonora spettacolare. La forza della musica dei Manowar qui viene amplificata, per un brano schiacciasassi di innato potere, dove il muscoloso basso è sempre in prima linea ad accompagnare una batteria imponente il cui drumming è affilato e davvero metallico. Quando gli Dei dell'acciaio chiamano, i Manowar rispondono! Testo ridotto ai minimi termini, termine Power ripetuto milioni di volte ma grinta e aggressività alle stelle, e poco importa di tutto il resto e dei piccoli difetti quando Eric Adams intona strofe che fanno esplodere gli ormoni. Il potere di volare, il potere di essere liberi, il potere di morire per poi rigenerarsi dalle proprie ceneri. Questa è una canzone di esaltazione spirituale, dal concetto tanto chiaro e quasi banale quanto importante sia per i fans dell'heavy metal che per la band stessa. Il potere che è sinonimo di fuoco che tutto brucia, che illumina il buio cammino dell'individuo, il potere di poter sbagliare per poi ricominciare dagli errori fatti, il potere di governare all'inferno e non servire in paradiso, parafrasando così persino John Milton ed il suo "Paradiso Perduto". Dalla furia incendiaria del primo verso nasce uno dei ritornelli più violenti che possano esistere, con un vocalist indemoniato che si lancia in ripetuti acuti selvaggi, acuiti dalla doppia cassa di Columbus e dalle asce impennate in un vortice sonoro che fa tremare la terra. Secondo blocco, identico al primo, e si continuare a esaltare il potere che risiede in ognuno di noi, il potere che è più grande dell'amore e dell'odio messi insieme, il potere di sentire, emozionarsi, di combattere per il giusto e per i valori importanti della vita. A questo punto, dopo il secondo refrain, parte l'assolo di basso che crea un effetto estraniante ma che è decisamente efficace, migliaia di metallari incalliti pogano sotto al palco, in estasi, assumendo i toni di una tribale danza di guerra. Poi, la scena è della chitarra che fa si collega al break centrale, dannatamente epico e canticchiato da tutti i guerrieri presenti. Ecco che giunge il terzo blocco, una colata di acciaio musicale senza precedenti per ribadire il concetto: il segreto della vita e della morte, le tenebre e la luce, il sangue e la carne, tutti questi binomi sono racchiusi nella magia della forza, vero motore dell'animo umano. Allora, una volta terminata la nostra esistenza, una volta giunto il nostro destino, saremo pronti per festeggiare all'inferno, assieme agli altri demoni, alzando in alto i calici e brindando alla vita vissuta davvero. Si chiude in velocità, tra ritmiche pazzesche e tra vocalizzi impossibili questo pezzo prelevato dal Monsters Of Rock di San Paulo.

The Crown And The Ring

"The Crown And The Ring (La Corona E L'anello)" è la traccia di chiusura per ogni concerto della band. Si tratta di una delle più belle ed evocative canzoni dell'heavy metal, dove torna con prepotenza tutto lo spirito epico della formazione americana, supportata dal Coro Maschile della Cattedrale di St. Paul di Birmingham che ne aumenta inevitabilmente il pathos. Infatti, non si tratta di un versione live, ma dell'originale con la quale i nostri si congedano dal proprio pubblico al termine di ogni concerto. In effetti, raramente i Manowar l'hanno eseguita dal vivo (se non forse negli ultimi anni, preferendo cantarla e suonarla direttamente piuttosto che lasciare i fans con il brano registrato), e allora ritroviamo il buon vecchio "Ross "The Boss" che suona l'organo per dare quel tocco mitico in più, proiettandoci in un'epoca lontana. Campane e tamburi fanno da contorno, crescendo di intensità insieme alle voci, poi attacca Eric Adams, evocativo come non mai, perfetto interprete di questo racconto mitologico. Il verso è intenso, solenne, e ci racconta di un guerriero tornato dalla battaglia con l'animo triste perché ha perduto molti amici e fratelli, ma è pronto lo stesso a partire per un'altra guerra, dopotutto è il suo destino e lui non può sottrarsi ed esso. Intervengono i cori della cattedrale per battezzare il primo sacro refrain, la melodia è pazzesca, colpisce dritta al cuore, e molte immagini si stagliano davanti agli occhi dell'ascoltatore, a cominciare da una corona e un anello coperti di sangue e offerti in dono a dei re orgogliosi ma stanchi di combattere. Adams riprende a cantare, adesso è di nuovo sul campo di battaglia, sa che rischia di morire, i nemici gli girano intorno ma non sanno che questa è la loro ultima corsa, così sella il suo cavallo, prende la spada, butta giù l'ultimo sorso di birra e si getta nella mischia. Secondo ritornello, le tastiere si potenziano e danno il via per la terza parte del pezzo, nella quale Adams finalmente si scatena con un acuto inverosimile dopo che ha rivolto una preghiera a Odino, è giunto il tempo di lasciare questo mondo, i nemici avanzano e sono troppi ma lui di fronte a nessun uomo è pronto a inginocchiarsi, così sfodera l'acciaio e va incontro alla morte. La sofferenza è palpabile, Adams è un divino interprete, poi il coro cresce intonando ancora una volta lo splendido e toccante ritornello. Un brano evocativo, un capolavoro epico da pelle d'oca, poco metal ma tanta emozione per accompagnare i metallari portoghesi (visto che ci troviamo a Porto) verso l'uscita dal palazzetto.

Conclusioni

Come al solito, i Manowar danno prova di uno spaventoso talento live che è qualità solo dei grandi, e lo fanno a modo loro, consegnando un prodotto che suona autentico al 100%, senza manipolazioni o ritocchi in studio (come da tradizione manowariana) e che dimostra la potenza devastante della strumentazione del combo americano. Troviamo sedici tracce di granitico epic metal che ripercorrono tutta la storia della band newyorkese, dai brani dell'esordio "Battle Hymns" (1982) fino all'ultimo trionfale album "Louder Than Hell" (1996), per un totale di quindici anni di musica dura condensati in quasi cento minuti di musica epica che toglie il fiato, appassiona, a tratti commuove e molto spesso fomenta grazie a performance al cardiopalma eseguite sia in contesti di grande respiro come festival (e davanti a migliaia e migliaia di spettatori), sia in contesti più contenuti, come le piccole arene che contendono poche centinaia di fans, ma sempre eseguiti con professionalità, impegno e dedizione assoluti. La musica viscerale di questi quattro eroi del metallo si adatta alla perfezione all'estenuante attività concertistica, ma c'è da dire che non solo il suono ha il suo riuscito effetto, infatti, quando si parla di Manowar, andrebbe considerato anche l'aspetto visivo: le scenografie, le pose da sbruffoni, le motociclette sul palco, i fuochi d'artificio, i volumi talmente alti da entrare nei guinness dei primati; insomma, andrebbe considerato tutto il lavoro che c'è sotto per la riuscita di ogni concerto della band e che, in questa compilation, ovviamente non si vede ma si percepisce nitidamente, come elettricità nell'aria, per un'esperienza davvero miracolosa e unica che ben poche band al mondo sono in grado di trasmettere. I Manowar incarnano l'essenza stessa dell'heavy metal e anche in "Hell On Stage" riescono nell'intento di suonare veri, licenziando la seconda live-compilation consecutiva con intelligenza e mettendo a tacere tutte le critiche che li accusano di manovrare il proprio pubblico sfamandolo con continui prodotti di utilità incerta che servono soltanto a rimpinguare il conto dei musicisti e a diminuire quello degli ascoltatori. In effetti, una certa dose di intelligenza è presente in questo lavoro, poiché la band di DeMaio cerca di assemblare tutti quei brani scartati precedentemente in "Hell On Wheels" per problemi di minutaggio, accontentando tutti ma proprio tutti i fedeli inserendo bombe sonore come "Metal Daze" (sempre richiesta dal vivo), la leggendaria "Gates Of Valhalla", la leggiadra e drammatica "Guyana", le toccanti ballads "Heart Of Steel" e "Master Of The Wind", fino ad arrivare alle produzioni più recenti con le devastanti "The Power"  e "Outlaw". Ma questo non sarà l'unico caso in cui i Manowar sapranno essere furbi (e diciamolo pure, tanto furbi da invogliare all'acquisto), visto che nel 2007 rilasceranno la terza live-compilation battezzata "Gods Of War Live" per promuovere l'omonimo album uscito poco prima (tanto da ricantarlo quasi tutto in una data tenutasi in Germania e contenuta nel secondo dischetto), dove troveremo tantissimi altri pezzi mai registrati dal vivo primo d'ora (come ad esempio "Secret Of Steel", "Gloves Of Metal", "Each Down I Die", "Holy War", "Mountains"). Duque, in "Hell On Stage Live" c'è tutta la potenza dei Manowar, per un doppio album che deve per forza essere acquistato e ascoltato insieme al gemello "Hell On Wheels", uscito due anni prima, per un'esperienza da brividi sulla pelle. A seguito dell'imponente macchina messa in piedi dalla Nuclear Blast (una delle migliori case di produzione in ambito metal), il successo commerciale di questo doppio live è enorme, confermando che ogni prodotto sfornato dai Manowar è destinato a vendere tanto, perché ormai marchio simbolo di coerenza e di massima dedizione, qualità essenziali per mantenere fans e superare indenni i momenti artistici più critici. Gli anni 90 si chiudono con il ritorno prepotente delle sonorità degli anni 80, l'heavy metal, il power metal e l'epic metal tornano in auge e i metallari riscoprono un mondo che sembrava perduto. In tutto ciò, i nostri quattro musicisti continuano a macinare successi incredibili, tanto da entrare nel nuovo millennio con il secondo disco più venduto in carriera, quel "Warriors Of The World", uscito nel 2002 e che ha venduto vagonate di copie diventando un vero e proprio album di culto.

1) Metal Daze
2) Dark Avenger
3) March For Revenge
4) Hatred
5) Gates Of Valhalla
6) Bridge Of Death
7) William's Tale
8) Guyana (Cult Of The Damned)
9) The Warriors Prayer
10) Blood Of The Kings
11) Sting Of The Bumblebee
12) Heart Of Steel
13) Master Of The Wind
14) Outlaw
15) The Power
16) The Crown And The Ring
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