MANOWAR

Hail to England

1984 - Music For Nations

A CURA DI
ANDREA CERASI
27/01/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

Il 1983 è l'anno in cui nasce l'epic metal, sottocategoria destinata a raccogliere grandi consensi, trainata da mostri sacri come Virgin Steele, Manilla Road, Cirith Ungol e Omen, tutte band americane. Ma tra queste, una sola riesce ad imporsi in modo concreto sul mercato, tanto da sbaragliare gli avversari e guadagnare la stessa popolarità che hanno le metal band inglesi. Alla fine dell'anno, grazie a un disco fondamentale come "Into Glory Ride", i Manowar conquistano legioni di fans, comunicando, attraverso la nuova veste musicale, un modo inedito di intendere il metallo, dove tutto è estremizzato, portato all'eccesso, a cominciare dal look barbarico che i nostri quattro cavalieri adottano, senza dimenticare gli enfatici proclami inseriti nei loro testi battaglieri ma anche nelle interviste e che, se da una parte fomentano i metallari più orgogliosi, dall'altra parte rischiano di dare alla band una risibile aria da spacconi. Il fatto è che tutto è calcolato fin nei minimi dettagli per far parlare di sé, anche se, ancora oggi (e siamo nel 2016) molti non hanno ancora capito il significato piuttosto esplicito di tali appelli al conservatorismo e al culto dell'acciaio, tacciando la band di essere ridicola, tronfia e volgare. Forse una cosa non è ben chiara a molti, i Manowar incarnano lo spirito dell'heavy metal, spesso e volentieri tamarro e forzato, quasi sempre portato all'eccesso, ma che è metafora di amore incondizionato e passione ancestrale per la musica dura. La musica pura, che non scende a compromessi con niente e nessuno, che fa di testa propria e che si alimenta da sola, rigenerandosi negli anni senza perdere un briciolo di genuinità. Ecco, se questi musicisti hanno il merito di aver cambiato una piccola parte della storia, lo devono proprio al loro controverso atteggiamento, tanto da essere amati e idolatrati da molti e odiati e presi in giro da tanti altri. Alla fine del 1983, la band di New York si imbarca in un tour nord-americano assieme ai cugini Virgin Steele, spargendo il verbo del metallo epico, destando l'attenzione di molti addetti ai lavori, riuscendo a fare sold-out in più occasioni e comparendo in copertina sulle riviste musicali. Tutti vogliono vedere gli eroi dell'epos e accorrono numerosi alle loro esibizioni. Grazie alle band sopraccitate inizia una nuova era per il rock americano, che proprio in questo periodo riesce a togliere lo scettro alla musica inglese, lanciando una serie di band emergenti da una parte all'altra della costa statunitense e diffondendo diversi generi (U.S. power / thrash / Sleaze / AOR) destinati a conquistare il mondo intero. Purtroppo il tour europeo si interrompe bruscamente nella primavera del 1984, quando il manager dei Manowar è costretto a rientrare a New York per problemi personali, annullando tutte le tappe in Inghilterra tra lo scontento del pubblico, assetato e affamato di acciaio portato nel vecchio continente dai due gruppi capostipiti del nuovo sottogenere. Per farsi perdonare, i ragazzi affrettano i lavori del nuovo album e si chiudono in studio per tutto il mese di giugno. Joey DeMaio e Ross "The Boss" buttano giù alcuni testi sulla scia del precedente lavoro, rilasciato appena un anno prima, evidenziandone le componenti mitologiche e le atmosfere barbariche. Quello che viene fuori sono sette brani incredibili, che prendono a piene mani dal precedente album ma che ne amplificano i toni, i tempi si dilatano, lo spirito bellicoso viene pompato all'inverosimile e le sezioni vocali si delineano con maggiore chiarezza giocando maggiormente sull'impatto dei ritornelli, dei veri e propri capolavori di intensità emozionale ma anche di orecchiabilità, studiati per essere cantati a squarciagola durante i concerti. "Hail To England", titolo-omaggio al popolo inglese per la toppa rifilata, esce nel luglio 1984 per la Music For Nations, presentandosi con una cover-art spaccona disegnata dall'illustratore Ken Landgraf e confermando il talento creativo dei quattro cavalieri di Auburn, tanto da raccogliere critiche entusiastiche in tutte le parti del globo, ricevendo l'ammirazione dei colleghi e aumentando la già folta schiera di adepti al culto dell'acciaio professato da DeMaio e soci.

Blood Of My Enemies

"Blood Of My Enemies (Il sangue dei miei nemici)" è il primo di una serie di capolavori destinati a entrare nell'immaginario collettivo, dotato di una forza indomita e di una melodia accattivante tanto da scuotere al primo ascolto. Trenta secondi di arpeggio, l'aria è carica di polvere e la battaglia sta per iniziare, la chitarra di Ross "The Boss" e il basso di Joey DeMaio ci introducono nel mondo Manowar, caricando l'ascoltatore, mentre la batteria di Scott Columbus è cadenzata ma di una potenza inaudita. Si sente già l'odore del sangue e della carne trafitta e tutto è pronto per esplodere e per narrare le gesta degli eroi. Eric Adams esordisce con un acuto animalesco e la sezione ritmica ci proietta nella guerra. Il tempo è medio, piuttosto cadenzato, calcolato per ricreare il giusto clima epico, dove le asce dei musicisti sembrano spade innalzate al cielo e pronte a infierire e la batteria del gigante Columbus equivale a un carro armato trainato da cavalli scalcianti. Due quartine implorate con estrema cattiveria, la voce di Adams si fa dura, un poco sporca, quasi minacciosa, per poi spezzare le catene e librarsi in aria con passione e spirito bellico. Il ritornello esplode in un tripudio di melodia e di cori angelici (quasi da colonna sonora di un film fantasy) e catturano subito l'attenzione del pubblico, il refrain è trascinante, un vero capolavoro di intensità emotiva, dove le parole si tingono di atavica solennità. Il ritmo goliardico prosegue nella seconda sezione, approdando, come una nave da guerra approda nel porto, al brillante assolo di chitarra sostenuto dall'onnipresente e pompatissimo basso del collega DeMaio. Adams si lancia nel terzo chorus tempestandolo il finale di brutali acuti impossibili da imitare (un po' come si ascolta in "Battle Hymn" o in "Secret Of Steel"), terminando il pezzo nel più classico stile Manowar, ossia con una foga esasperata e in grado di strapparci dalle viscere i nostri istinti più perversi. Un brano quadrato, epico all'ennesima potenza, sorretto da strofe muscolose e da un testo vichingo che coinvolge ferocemente. Si narra di un guerriero chiamato a combattere per volere di Odino, suo dio. Ma egli non è solo, poiché può contare sull'aiuto di tre poteri: la ferocia, la malvagità e la fierezza, che lottano al suo fianco. L'ira pagana si scontra con i nemici, gli Dei sono con i guerrieri coraggiosi, il nostro protagonista solca l'aria con la lama bene in vista e pronta a squartare. Il sangue lo attira e lo eccita e lui sa che questo è il lasciapassare per Asgard. In cielo già riesce vedere una densa foschia che scende sulla terra e dalla quale fuoriescono le valchirie che raccolgono i corpi dei morti e li scortano nell'al di là, dove riposano i suoi compagni e anche i suoi nemici, tutti uniti per onorare gli Dei del nord.

Each Dawn I Die

"Each Dawn I Die (Muoio Ad Ogni Alba)" irrompe in modo brusco con un basso in primo piano, suonato come fosse una chitarra e che si eleva sulla batteria e sulla chitarra emettendo un suono metallico e acuto. Eric Adams intona le quartine con una voce modificata, come se provenisse dall'oltretomba e simulando il sospiro di uno spettro, per poi terminare il verso con un paio di acuti. L'andamento del brano è piuttosto particolare, siamo nuovamente di fronte a un mid-tempo dalla struttura monolitica ma che, in questo caso, riporta elementi sperimentali nel sound, risultando un pezzo coraggioso e poco orecchiabile, nel quale la melodia non è un accessorio fondamentale ma che riesce comunque a insinuarsi subdolamente in prossimità di un brevissimo refrain cantato a squarciagola e anticipato da un pre-chorus deliziosamente epico e trionfale. Questa è una canzone fantastica, le cui linee vengono messe in risalto dalla potenza e dalla versatilità del vocalist, vero numero uno di tutta la scena. Il primo cambio di tempo si ha con la sezione strumentale, i fraseggi armonici di DeMaio contrastano con l'ascia di Ross "The Boss" in una unione screziata di ruggine e di polvere, evidenziando un suono pazzesco per l'epoca, potentissimo e sulfureo, messo in risalto dall'abrasivo assolo chitarristico. Si riprende il ritmo iniziale saltando le quartine e intonando direttamente il pre-chorus, Eric Adams riempie d'aria i polmoni e si lancia in un ritornello prolungato e declamato con ferocia inaudita. Un ultimo acuto, poi un grido che fa rabbrividire e si giunge alla conclusione. "Each Dawn I Die" è una delle tracce meno considerate della discografia della band, tanto che raramente è stata eseguita dal vivo, eppure trasuda epicità da tutti i pori, tanto da risultare una delle mie preferite, proprio grazie alla sua particolarità e al suo coraggio. Il testo è un serpente che si divincola cercando di mordersi la coda e la cui morsa è velenosa, fatale. Un guerriero è condotto dai suoi demoni attraverso la tempesta che segna il confine tra il mondo degli uomini e quello degli Dei. Il suo passaggio alla vita ultraterrena si sta per compiere, dopo ed essere stato catturato in flagrante per aver ucciso alcune sacerdotesse pagane nel loro templio. Una delle sacre donne, labbra velenose e occhi di gatto, lo lega ad un albero, lo bacia maledicendolo attraverso la stregoneria e poi lo brucia. Il corpo del guerriero arde violentemente ma il suo spirito viene circondato dalle ombre dei demoni e scortato altrove, dove potrà rigenerarsi ogni giorno, all'alba, per l'orgia finale. Il suo sacrificio è obbligatorio, bisogna rendere omaggio agli Dei e le sacerdotesse, ogni mattina, gli infliggono pene differenti e lo vedono morire. E' un po' come la leggenda di Prometeo, punito da Zeus per aver rubato il fuoco agli Dei dell'Olimpo e destinarlo agli uomini, legato su una scogliera in balia delle aquile che si cibano continuamente delle sue viscere poiché queste hanno il potere, ogni notte, di rigenerarsi, costringendo il titano a una sofferenza infinita, fino alla liberazione avvenuta grazie all'eroe Eracle.

Kill With Power

"Kill With Power (Uccidi Con Forza)" è uno dei cavalli di battaglia della band americana, suonata sempre dal vivo e intonata da tutto il pubblico, scandita da una foga corale senza precedenti. Un pezzo veloce e quasi isterico, potentissimo, dall'attitudine classica, che si incolla sulla pelle e non ti lascia più. Columbus si scatena dietro le pelli, è il suo momento, un tornado pronto a infrangere ogni cosa al suo passaggio, ma anche la chitarra e il basso sono sparati a una velocità incredibile, anticipando quasi il power metal europeo (che nascerà di lì a poco con gli Helloween in prima fila) grazie una sezione ritmica indemoniata e grazie alla doppia cassa usata per tutta la durata del pezzo. In un contesto del genere, ogni musicista si ritaglia uno spazio nel quale può dare sfogo alle proprie capacità, Joey DeMaio le prova tutte col suo basso, riuscendo a emergere in più occasioni e suonando più forte di Ross "The Boss", dall'altra parte il chitarrista continua su una serie di lisergici fraseggi che sembrano un terremoto, raggiungendo l'acme nel prezioso assolo che evidenzia le sue doti tecniche e la sua velocità di esecuzione. Il ritmo è sinuoso, energico, delirante anche, e Eric Adams è mefistofelico, sia nei versi che nel ritornello, crogiolo di emozioni intense e di istinti barbarici, sparando acuti inverosimili alternati a risate isteriche, soprattutto in prossimità del ritornello, dove troviamo un importante dialogo tra voce e batteria, che cresce attraverso una serie di intervalli stoppati nei quali Adams canta a cappella le ultime parole del refrain. Insomma, questo brano è un vero gioiello di metallo, che fa della semplicità e dell'energia il suo punto di forza, riuscendo davvero a scuotere gli animi grazie alle sue turbolenze vocali e strumentali. Siamo proiettati nuovamente sul campo di battaglia, in mezzo a un esercito assetato di sangue. Il destino di questi soldati è scritto nel vento, le loro frecce oscurano il cielo e cadono sui nemici calpestandoli e mandandoli all'altro mondo. La paura e il dolore si diffondono nell'aria, poiché nessun nemico è in grado di battersi degnamente, nessuna delle loro armi o delle loro tattiche funziona a dovere, perché si scontrano con uomini maledetti, provenienti dagli inferi e protetti da Odino. Quasi un esercito di spettri, immortale e invincibile. E la loro maledizione, passata da generazione in generazione, si abbatterà anche sui loro figli. Nessuno avrà scampo e gli impuri moriranno.

Hail To England

 Il lato A si chiude con la title-track, "Hail To England (Ave All'Inghilterra)". Il titolo è un omaggio a tutti i fans delusi della cancellazione del tour in terra d'Albione, ma è anche una sfida a tutte le band inglesi, fino ad allora padrone incontrastate del metallo classico. I Manowar sanno che è il loro momento, il momento di colpire provando la scalata all'immortalità, e proprio in Inghilterra (almeno per quanto riguarda gli anni 80) i nostri ottengono i maggiori successi commerciali. Il pezzo è più sereno rispetto agli altri, l'andamento è frizzante ma che non dimentica ferocia ed eclettismo, sapendo destreggiarsi tra passaggi cadenzati ad altri solenni e trionfali. Le strofe sono veloci e molto brevi, infatti, dopo appena due versetti, senza perdere tempo si passa subito al pre-chorus, esaltando la terra e il popolo inglesi, per poi approdare a un ritornello epico, corale, sicuramente trascinante, poggiato sui tamburi (che imitano una sorta di parata) di Columbus e sul basso modificato di DeMaio ed eseguito dal coro della chiesa di St. Mary di New York in uno sposalizio metal-musica sacra riuscito alla perfezione. DeMaio è sempre in primo piano e dona potenza e anche particolarità alla composizione, mentre Ross "The Boss" si mette in evidenza durante i fraseggi e nel dirompente assolo, che ha il pregio di aumentare l'intensità della canzone. Ottimi sono i cambi di tempo, i rallentamenti inaspettati dopo la furia sonora, specie nella seconda parte della traccia, dove un Eric Adams spietato si lancia in acuti e scale. "Hail To England" è una canzone perfetta, dalla struttura compatta e dai toni rallentati, in un'intervista dell'epoca i membri della band affermano che la prerogativa del sound Manowar è quella di rallentare i ritmi e di accrescere così le atmosfere, contrastando la moda nell'heavy metal (nel 1984 altamente influenzato dal thrash) di suonare sempre più veloce e a ritmi assurdi. Perciò si può dire che la potenza della musica epica non è scaturita dalla velocità ma dall'attitudine, dal clima mitologico/apocalittico e dall'emotività intrinseca, tanto che l'epic metal, negli anni, subisce le influenze più disparate, mescolando elementi tipici dell'heavy, del power, del doom, del folk e molte altre ancora. Dunque, è un sottogenere che si alimenta di altri generi. Il testo è ovviamente un inno all'Inghilterra e un ringraziamento ai fans. Tutto nasce da lì, non solo la musica pesante ma anche la società statunitense, perciò è una specie di ritorno alle origini, dove gli americani sono nati. Il ritorno in Inghilterra è una grande emozione che riempie i cuori, li carica di speranza e di passione. La nave vichinga salpa da un continente e approda sulle coste inglesi, la marcia è lunga e prosegue attraverso il territorio collinoso, fino a giungere nella città di Londra. 

Army Of The Immortals

Finalmente, dopo una lunga attesa, è il momento di ritrovarsi e di fare baldoria, in una festa che durerà tutta la notte. "Army Of The Immortals (L'Esercito Degli Immortali)" apre il lato B del disco. La chitarra di Ross "The Boss" emette un suono pungente, un riffing crudele e che non lascia scampo, dopo pochi secondi interviene il singer per la prima strofa e, in contemporanea, esplode la batteria di Columbus. Il basso di DeMaio si sovrappone ai riffs della chitarra elettrica risultando una seconda ascia e aumentando la potenza scaturita. I colpi inferti da Columbus alla batteria sono un po' statici ma dalla violenza inaudita, mente Eric Adams alza la voce e intona le strofe a pieni polmoni giungendo, quasi inaspettatamente, al velato ritornello che si mischia ai versi data la struttura in forma di quartina ma che risalta grazie al piglio melodico facile da memorizzare. La particolarità di un brano del genere è la sua costruzione, suddivisa in tre anime frammentate, ognuna di esse basata su una strofa, un refrain e un assolo. Più quadrato e circolare di così si muore, ma è proprio questo l'intento della composizione, quello di risultare roccioso e quindi erigersi come un monumento all'immobilità e alla resistenza, ricordando appunto un esercito in assetto da guerra. La terza fase si arricchisce di una coda ripetuta da Adams e all'interno della quale vengono inseriti gli immancabili acuti finali. In questo caso, il basso si fa da parte, limitandosi a replicare gli accordi della chitarra, eppure avrei preferito sentirlo di più, per dare maggiore compattezza all'intero brano, tuttavia il risultato è eccellente e "Army Of The Immortals" si conferma un classico della band. Il testo è un inno ai metallari del mondo e esaltazione della musica metal. La band sputa sangue per deliziare i propri fans e gli piace stringere un contatto così intimo con loro, quasi fossero tutti fratelli, e ai loro occhi il popolo è un esercito di immortali che vivrà per sempre attraverso le loro canzoni. Le liriche sono anche l'esaltazione della band stessa, paragonata all'incarnazione dei desideri di ogni appassionato di musica dura, nata dai sogni del popolo per suonare più forte di tutti. l'heavy metal rende forti e liberi, ma rende anche fratelli, tutti unito sotto lo stesso vessillo. Nella sua semplicità, il messaggio è funzionale, bello da ascoltare, magari a molti potrà sembrare infantile e banale, ma i Manowar sono così, lo sono sempre stati, prendere o lasciare.

Black Arrows

 Forse per sopperire alla mancanza di protagonismo in questo pezzo, Joey DeMaio decide di inserire "Black Arrows (Frecce Nere)", tripudio strumentale del proprio ego introdotto dalla sua voce, modificata, che recita una condanna al falso metallo. Ogni nota che suona è come una freccia nera che dona la morte trafiggendo i cuori degli adepti al falso culto del metallo, asserisce. E noi ci crediamo. Dopodiché parte con un assolo della durata di tre minuti e che più che un basso sembra di sentire una chitarra. Il suono è acutissimo, sinergico e metallico, come lo sfregare di due sbarre di acciaio, evidenziando la continua sperimentazione del musicista ai danni del suo strumento preferito. Cosa che ritroveremo in molti altri brani strumentali disseminati qua e là all'interno della discografia Manowariana. Però diciamolo, tali composizioni raramente colpiscono in positivo, facendo storcere il naso a molti ascoltatori, messe lì a casaccio infastidendo e spezzando il ritmo dell'opera. Anche in questo caso, sarebbe stato meglio eliminare l'esecuzione di "Black Arrows", che è non solo un'esaltazione fine a se stessa ma anche un intermezzo di dubbia qualità. Ma si sa, DeMaio si compiace troppo, in studio come dal vivo.

Bridge Of Death

Si giunge a conclusione con un altro capolavoro di epicità, l'intensa "Bridge Of Death (Il Ponte Della Morte)", una lunga ballata che si evolve in tutti i suoi otto minuti, riuscendo a cambiare pelle e a trascinare del dramma anche l'ascoltatore più disattento. Basso (DeMaio ed il suo leggendario "8 strings" tornano a colpire, dandoci quasi l'illusione di ascoltare ben due sei corde all'opera, viste le pesanti modifiche alle quali è solito sottoporre i suoi strumenti) e chitarra si divincolano in un arpeggio struggente, dannatamente malinconico e che apre le porte a un paesaggio oscuro, sofferente, dominato da un antico misticismo. Trascorre il primo minuto, DeMaio abbandona il basso e si posiziona dietro le tastiere, intanto che Eric Adams, sovrastando l'arpeggio di Ross "The Boss", intona una cantilena dimostrando la sua mostruosa tecnica vocale, passando dal sussurrato ai toni gravi e arrivando ai toni alti attraverso una serie di scale che culminano con grida lancinanti in prossimità del primo cambio di tempo, quando emergono sia le chitarre che la batteria di Columbus. Ma non è finita qui, perché è solo un intermezzo che si evolve nella seconda strofa, questa volta più potente e veloce rispetto al prima, anche se il ritmo resta cadenzato e fottutamente epico, facendo il filo al doom metal. Il passaggio da una sezione all'altra è repentino, comandato dagli acuti del vocalist e dall'ascia di Ross Funicello che stride il suo strumento, molestandolo a dovere. A metà brano, ecco l'ennesimo cambio di tempo, Joey DeMaio ripropone un recitato modificato, come nella traccia precedente, mentre Columbus tempesta di colpi le pelli e mentre le chitarre si impennano in sonorità acuti che fanno sanguinare i timpani. Bridge solenne costruito su un'apertura melodica bella da morire e che in realtà si rivela essere il chorus, l'unico in tutto il pezzo e che dà inizio all'ultima sezione, nella quale viene ripresa l'andatura già riscontrata nella seconda porzione, quella cadenzata e doomish nella quale Adams declama le strofe finali. La canzone termina tra lo stridere della chitarra e del basso e i rintocchi di campane, mentre il singer ride di gusto. Insomma, una conclusione epocale, una ballad capolavoro dotata di magia e diventata leggendaria. Le liriche sono probabilmente le più profonde del lotto, quelle un po' più ricercate e intimiste. Il passaggio tra la vita e la morte è un ponte sospeso nel vuoto, sotto, in lontananza, scorre un fiume nero. Oltre il ponte si intravede la casa degli spiriti, qualcuno chiama il nome del guerriero caduto, lo sta aspettando e accende un fuoco che lui dovrà seguire per non perdersi. La vita che egli ha avuto è stata ricca e piena di successi, ma prima o poi, tutto ha un prezzo e l'uomo ha pagato col sangue, morendo in battaglia. Gli anni trascorsi nel piacere sono terminati e adesso non gli rimane che attraversare il ponte della morte, vendendo l'anima al proprio dio. Le porte dell'inferno sono li di fronte e il signore delle tenebre, Satana, lo accoglie a braccia aperte per gustare la sua lussuriosa anima, bere il suo sangue e lucidare le sue ossa, per poi trasformarlo in un suo messaggero alato. Un demone da rigettare sulla terra.

Conclusioni

"Hail To England" conferma il talento dei Manowar e replica quanto di grande già espresso in "Into Glory Ride", facendo una scorpacciata di critiche entusiastiche e di ottime vendite, aumentando la folta schiera di fans che, da questo momento in poi, abbraccia in tutto e per tutto il verbo e il credo espresso dai ragazzi americani. La produzione è meno grezza rispetto a quella del suo illustre predecessore, nonostante ciò, si riscontrano dei piccoli difetti, come la chitarra di Ross "The Boss" registrata troppo bassa rispetto agli altri strumenti, tuttavia il risultato è buono e non inficia in modo pesante sulla bontà del prodotto. Dopotutto, la leggenda vuole che l'album sia stato inciso in soli sei giorni, in fretta e in furia, dopo l'annullamento del tour europeo, e infatti il minutaggio ne risente abbastanza, superando di poco la mezz'ora di durata totale contro i tre quarti d'ora dell'album rilasciato un anno prima e i quaranta minuti e passa del successivo. Comunque, "Hail To England" è un capolavoro di epicità, da molti considerato il miglior disco mai partorito dalla band, grazie a una serie di inni all'acciaio diventati, nel tempo, cavalli di battaglia conosciuti da tutti i metallari del mondo, delle vere e proprie hit che rispondono al nome di "Blood Of My Enemies""Kill With Power" o della tilte-track, e che, affiancandosi ad altri brani importantissimi come "Battle Hymns" o "Secret Of Steel", proiettano i Manowar ai vertici della scena americana e tra le metal band più popolari di sempre. Nel luglio 1984, la band di New York licenziata la terza fatica per poi prendersi una piccola pausa estiva durante la quale riordina le idee. Frutto di tali riflessioni è il quarto album,"Sign Of The Hammer", che esce appena quattro mesi dopo "Hail To England", nell'ottobre 1984. Nello stesso autunno, senza perdere tempo, i Manowar si imbarcano in un lungo tour, a cominciare proprio dall'Inghilterra dove organizzano diversi spettacoli per accontentare i fans più accaniti. Le date fissate prevedono di farli suonare come gruppo spalla dei mitici Mercyful Fate di Kind Diamond, ma visto il crescente successo di pubblico e l'interesse della critica specializzata, lo stesso manager dei Manowar opta per un tour personale. Ormai i tempi sono maturi e la band di Auburn è sulla bocca di tutti, spaccando in due, all'ora come oggi, il popolo metallico, proprio perché dietro a questo moniker si cela uno studio maniacale che fa degli eccessi il suo marchio di fabbrica: il culto dell'acciaio e della purezza degli istinti. Idolatria o derisione? Amore o odio? Coerenza o ingenuità? Al di là di come stanno le cose, è anche grazie al loro contributo se la musica dura aggiunge una nuova sfumatura alla propria crescita, una piccola modifica in grado di trasformare ulteriormente la storia dell'heavy metal, tradendo un concetto musicale fatto di istinti, di caratteri ancestrali, in grado di suscitare le più recondite emozioni e i più stupefacenti vizi, come l'egocentrismo e la fedeltà al credo. Insomma, il mondo ha sempre avuto bisogno di queste band, soprattutto in quei primordiali anni (ma ancora oggi, aggiungerei) e i Manowar arrivano al posto giusto e al momento giusto. Critiche o no, elogi o beffe, in questo album vive la storia della nostra amata musica, e ciò basta e avanza. Capolavoro!

1) Blood Of My Enemies
2) Each Dawn I Die
3) Kill With Power
4) Hail To England
5) Army Of The Immortals
6) Black Arrows
7) Bridge Of Death
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