MANOWAR

Hail And Kill

2019 - Magic Circle Music/Warner

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
06/10/2019
TEMPO DI LETTURA:
6,5

Introduzione Recensione

Eccoci qui con una nuova uscita dei Manowar. No, non è un album di inediti e no, non è neanche una ri-registrazione di qualche lavoro classico. È solo una raccolta, l'ennesima. I fan dei Manowar sono certamente abituati alle loro raccolte, dato che hanno sempre accompagnato la band durante la loro lunga carriera, insieme ovviamente ai vari live CD e DVD, ma si sa che ad un certo punto tutto questo può stancare. Dico questo perché, in un periodo di magra per la band che si apprezza tanto, vedere come nuova uscita discografica una raccolta non è proprio il massimo, tanto più perché la qui presente "Hail and Kill" neanche usce in formato CD ma resta una compilation digitale. Tutto ciò quindi è molto discutibile, sia perché i veri fan molto probabilmente hanno già tutto della band, sia perché nell'era di internet non è molto difficile crearsi una propria raccolta scaricando brani qua e là. Inoltre, aggiungerei pure che negli ultimi anni gli album dei Manowar si contano sulle dita di una mano, perciò un insieme di brani già raccolti presumibilmente su altri lavori di questo tipo è abbastanza inutile. Vi ricordo infatti che la band dal 1996 ad oggi ha pubblicato soltanto quattro album: "Louder than Hell", "Warriors of the World", "Gods of War" e "The Lord of Steel". Album in cui emerge la grandezza ma che mostrano anche il fianco, ora con scelte discutibili ("Warriors" e "Gods") ora con pezzi sottotono ("Louder" e "The Lord"). Poi, aggiungiamo anche che DeMaio ha deciso di ri-registrare due super classici come "Battle Hymns" (1982) e "Kings of Metal" (1988), che quindi non possono essere contati come veri e propri album, ma per quello che sono, delle semplici (e discutibili anche qui) ri-registrazioni. Tutto questo fa pensare ad una band che forse non ha più tanta voglia, o forse non ha più l'ispirazione, perché a giudicare dal numero e la qualità dei concerti pare che la voglia ancora ci sia. Ma c'è di più, la cosa bizzarra è che questo "lavoro" comprenda soltanto pezzi presi dal periodo che va da "Fighting the World" (1986) a "The Triumph of Steel" (1992). Perché questo? Molto difficile da dire, si possono solo azzardare ipotesi, ma la verità è che forse non c'è una risposta. Ergo, se è vero che negli ultimi anni i Manowar hanno pubblicato pochissimo materiale inedito, è anche vero che qui sopra non ve n'è neanche traccia. Torno quindi a ripetere che tutto ciò è molto bizzarro. Se proprio vogliamo essere ottimisti, una raccolta recente, con brani dagli ultimi 4 album, sarebbe potuta servire ai nuovi fan, magari per avvicinarli ancora di più alla musica della band americana; oppure sarebbe potuto servire per dare un certo lustro ad alcuni pezzoni che rischiano di passare in secondo piano a causa dei grandi classici del periodo d'oro. Così non è, quindi dobbiamo attenerci a quello che vediamo in scaletta, una scaletta bella corposa, che non tiene presenti limiti di spazio e di minutaggio, essendo in digitale. Il titolo, che richiama uno dei loro brani più famosi, come tutti sapete, cerca di far emergere una certa forza barbarica, quella forza che era tipica della band e che ci faceva alzare il pugno al cielo, quella forza che era parte integrante dell'omonimo brano. Purtroppo però, leggendo questo titolo, ci viene quasi da sorridere pensando al fatto che quella forza barbarica si sia così indebolita. La copertina anche è davvero minimale, con la famosa spada che appare in "Battle Hymns" e in "Into Glory Ride" ad ergersi lì solitaria in mezzo al nulla. Neanche la soddisfazione di guardare delle illustrazioni eroiche e gloriose. Eppure c'è un punto di sollievo, ovvero che per fortuna questa raccolta contiene tantissime canzoni grandiose che non possiamo fare a meno di amare ogni volta che le ascoltiamo.

Kings Of Metal

Kings Of Metal (Re Del Metallo) è sinonimo di corsa furiosa, un po' come quando si corre nell'arena, per arrivare alle transenne, sotto al palco e godersi i propri beniamini. Qui troviamo tutta la potenza e l'energia dei Manowar, in un'autoesaltazione senza precedenti. Le coordinate stilistiche che vengono in mente sono heavy metal puro e brutale, anche se vengono contaminate dalla patina epica dei primi lavori, creando un mix letale che riconsegna la band sul podio degli eroi dell'epic metal americano. Qui ritorna tutta la potenza dell'heavy metal classico, per un singolo che, nel 1988, è entrato di diritto nella storia del genere, diventando uno dei cavalli di battaglia del combo newyorkese. Scott Columbus scalpita dietro le pelli e, all'unisono, esplodono la chitarra di Ross "The Boss" e il basso di Joey DeMaio. L'andamento è medio, non si eccede mai in velocità ma si punta su un muro sonoro compatto e solido come un macigno. Eric Adams interviene di lì a poco, la sua voce è cattiva e pronta a sfogarsi in una trionfale autocelebrazione in grado di superare in presunzione persino la celeberrima "Manowar", traccia auto intitolata appartenente al debut. Ideali e proclami altisonanti sono qui uniti per celebrare il ritorno dei Re del Metallo, una delle pochissime band capaci di creare un vero e proprio culto musicale e pseudo-religioso dove osannare la sacralità della musica dura e gli ideali di fedeltà e di libertà.  Il vocalist narra ancora una volta le gesta della band, un progetto artistico nato per girare per il mondo e calcare palchi, mandando in subbuglio intere città, allontanando i fighetti con la loro musica suonata a tutto volume e radunando soltanto i veri adepti al culto dell'heavy metal. Il refrain, posizionato subito dopo la prima strofa tanto per non perdere tempo, è pura adrenalina che si diffonde nel corpo, fomentando gli animi grazie alla suddivisione di due corpi ben amalgamati, il primo poggiato su una linea melodica fantastica, nella quale Adams accenna un paio di acuti, e il secondo più diretto e incentrato sull'esaltazione stessa della band supportata da epici cori. Mentre la sezione ritmica pesta che è una bellezza si prosegue imperterriti, e in questo caso si parla della musica stessa, di come deve essere suonata e soprattutto ascoltata, ossia a un volume assordante e sparata alla velocità della luce. Gli amplificatori più pompati al mondo fanno saltare e scatenare la folla, una folla vestita con jeans, pelle e borchie, che non segue le mode da perdenti e che non vuole pose o esibizioni, ma solo rock n' roll. Dopo il secondo chorus, Ross "The Boss" si lancia in un interessante assolo, davvero energico, dialogando con la batteria di un Columbus come al solito statico ma dalla potenza devastante. Terza quartina nella quale si evidenzia il trionfo manowariano, si autonominano Re e sono pronti a suonare in tutte le città, pronti ad esaltare i cuori dei propri fedeli, dei fratelli radunati ai loro concerti, senza piegarsi a niente e nessuno, ubbidienti soltanto al sacro vincolo dell'acciaio. Un testo che trascende lo stesso concetto di autocelebrazione, mostrando in pompa magna l'atteggiamento che in tanti hanno amato criticare, del combo americano: una "spocchia" fuori dal normale. Il testo è ovviamente ironico e tamarro, come intuibile, ma tant'è, questo è lo spirito dei Manowar, uno spirito che sa esaltare, nel quale qualsiasi metalhead di ieri e di oggi può vedersi e ritrovarsi. Basta voler vedere quel che effettivamente si cela, dietro certe frasi: voglia di divertirsi e di far parte di un qualcosa di speciale, di particolare, di una famiglia unita e allegra. "Kings of Metal" rappresenta in pieno quel che i Manowar hanno sempre dichiarato di essere, un miscuglio di potenza ed orgoglio. Musica da ascoltare a volumi altissimi, attitudine incorruttibile, poca pietà per chi si vende.

Fighting The World

Fighting The World (Combattendo Il Mondo) è un concentrato di potenza e di orecchiabilità allo stesso tempo, un pezzo dotato di un'anima ambivalente, degna di introdurci al lavoro. È presente una certa vena goliardica, anche se butta l'occhio alle classifiche cercando di accaparrarsi nuovi consensi e di conseguenza nuovi adepti grazie al piglio moderno e all'aria ruffiana che conquista nell'immediato. La forza animalesca di un batterista come Columbus è palese, il gigante picchia come un forsennato fino quasi a piegare i piatti e dona alla canzone un aspetto cattivo, interrotto però dall'arrivo dei cori glam metal ma comunque fieri e dallo spirito bellico. La chitarra di Ross "The Boss" emerge con un riff tostissimo mettendo in evidenza la scintillante produzione di cui godeva l'omonimo album, uscito nel 1987, e degna delle migliori rock band. Il brano si tramuta in una cavalcata metallica, robusta ma che non dimentica l'orecchiabilità e l'impatto melodico. La semplicità della sua struttura è sottolineata dall'immediatezza con cui giunge il refrain, appena dopo la prima quartina e dopo appena quaranta secondi, ma che sorprende grazie alla sua bellezza distesa su ben due fasi melodiche che catturano subito l'orecchio dell'ascoltatore. L'aria scanzonata e da classifica è evidentissima, qui ci troviamo davanti a un brano di heavy metal melodico e d'impatto, ma è anche da notare la classe di questi ragazzi, sempre bravi a trovare l'appeal giusto e a rendere dei pezzi semplici delle vere e proprie bombe musicali. Durante le strofe, decantate da un Eric Adams come al solito divino, va evidenziato l'ottimo lavoro di accompagnamento da parte di Joey DeMaio, il quale, per una volta, suona il basso come tale, senza imitare la chitarra elettrica attraverso modifiche e suoni ricercati, ed il suo è uno strumento che pulsa sangue e che ha cuore. L'assolo di Ross "The Boss" è sentito e feroce, fatto con gusto, e sovrasta la potenza impressionante della batteria grazie alla sua voracità. Nella fase finale gli strumenti si smorzano, resta solo Columbus a dirigere il ritmo mentre i coretti infarciscono gli ultimi ritornelli. Meno di quattro minuti che racchiudo un po' tutta la filosofia della band e che lanciano un forte attacco alla società e a tutti coloro che li criticano di essersi venduti. E qui trasudano l'orgoglio e la coerenza targati Manowar, la cui corazzata è fatta di acciaio e non di argilla, perché loro non cambiano, non c'è verso, sono fieri di essere così e di portare avanti i propri propositi. Combattono il mondo ogni singolo giorno per far valere i propri diritti, per dire ciò che gli pare e piace, per diffondere il verbo del metallo, perché l'heavy metal è vita, mentre le televisioni e le radio passano solo stronzate. Suonare questo genere musicale è terribilmente difficile, in molti si sono arresi e hanno ceduto al cosiddetto "lato oscuro", ma non certo i nostri barbari, che con la spada ben in vista continuano a mietere vittime, portando avanti le loro campagne di saccheggi e conquista. Se suonare Heavy Metal vuol significare dichiarare guerra la mondo, ebbene, i Manowar lo fanno ne migliore dei modi e con la grinta giusta. Non è difficile immaginare quanto, per un adolescente dell'epoca, questo testo significasse praticamente tutto. Dunque, liriche in grado di riportarci indietro negli anni e di farci rivivere le lotte contro gli insegnanti, i genitori a tutte le autorità.

Black Wind, Fire And Steel

Black Wind, Fire And Steel (Vento Nero, Fuoco E Acciaio). Basterebbe solo il titolo per far tremare le ginocchia, poiché il contenuto, musicale e lirico, è la summa di tutta la carriera dei Manowar. Joey DeMaio plettra col suo basso modificato, emettendo uno strano suono zanzaresco già sperimentato in passato e che resta tale per tutta la durata della strofa, accompagnando la voce isterica di Adams, ogni tanto frammentata da un colpo tonante di Columbus per dare maggior impeto. Questo è un brano frenetico, nervoso, che non lascia scampo, il ritornello è dietro l'angolo, tanto che giunge appena dopo venti secondo, ed è dotato di un gusto melodico che si memorizza all'istante, supportato dall'esplosione di tutta la sezione ritmica in un crescendo che mette i brividi, dove risalta la potenza della batteria e l'istintivo fraseggio di Ross "The Boss". È il momento giusto per far scatenare un mostro di bravura come Eric Adams, dopo che per quasi tutto l'album si è trattenuto, almeno rispetto ai dischi precedenti, e la sua performance è celestiale, prima divora le strofe e poi si lancia nel famosissimo refrain, in una struttura alternata molto classica, concludendo con l'immancabile acuto finale divenuto un marchio di fabbrica. La cosa interessante da notare è che il testo termina prima di metà canzone, dopodiché abbiamo un grande assolo di chitarra che fa scintille, dunque torna il chorus, ripetuto decine di volte con tutta la sezione ritmica a supporto fino sorprendere tutti con un colpo di scena, il ritmo rallenta, il vocalist segue gli strumenti e riprende fiato perché sta per emettere l'acuto più lungo di sempre, entrato nei guinness con i suoi trenta secondi di durata. Seguono dei rumori alienanti suonati da DeMaio che allungano il pezzo di due minuti e chiudono l'intero lavoro nel caos generale. Il testo è in perfetto stile Manowar: sangue, acciaio, sacrificio in battaglia; ecco i temi affrontati, dove un soldato figlio del Nord, nato dalla polvere e dal fuoco, si scaglia contro i nemici in groppa al suo cavallo infernale. È protetto dagli Dei e sa che, comunque vada, sarà lui a trionfare, la spada è al suo fianco e l'estasi della guerra lo fomenta. L'attende il regno promesso dove potrà divertirsi nella sala dagli immortali e banchettare tutte le notti. La tematica epica è fortemente presente, riprendendo un discorso interrotto quasi totalmente in un album come "Fighting The World", opera dal quale è tratta questa perla, e recuperando direttamente la oramai mitologica trilogia epica di inizio carriera, a testimonianza che i Manowar sono ancora gli stessi, nonostante il cambio di direzione intrapreso dalla seconda metà degli anni 80. Conan il Barbaro rimane il loro riferimento favorito, il cimmero dell'era iboriana continua con la sua virile ostentazione di potere a dominare l'immaginario guerresco di una band che ha basato la sua fortuna su determinate atmosfere e determinati sfondi. Eroismo, valore, vendetta, fede, tutto è meravigliosamente compendiato in questi versi al fulmicotone, i quali suonano esattamente come una dichiarazione di guerra.

Blow Your Speakers

In Blow Your Speakers (Fate Saltare Gli Amplificartori!) le atmosfere epiche, ascoltate fino a poco tempo prima, si disperdono come fumo e l'aspetto primitivo che tanti fans ha fatto innamorare viene tralasciato in favore di un suono più orecchiabile e da classifica. La cavalcata di stampo mitologico, con cori da film fantasy e cadenze suggestive, lascia spazio a una struttura semplificata e radiofonica improntata più che altro su un ritornello solare e melodico che strizza l'occhio alle produzioni glam metal tanto in voga in quel periodo. L'intro è breve e diretta, recuperando l'attitudine sempliciotta del primo album, il glorioso "Blattle Hymns", costruito quasi interamente sull'hard & heavy degli anni 70. Columbus scandisce il tempo, evidenziando un'andatura più hard rock che epic metal, e Ross "The Boss" infarcisce il brano con una serie di riffs crudi ma decisamente poco oscuri. Siamo dalle parti di una "Animals" o di una "Death Tone", perciò i ritmi non sono vorticosi e non si respira un clima post-apocalittico. Eric Adams esordisce dopo pochi secondi con un grido isterico e incomincia a intonare il primo verso, molto semplice e trascinante per poi giungere brevemente al bel ritornello, contornato da cori hair metal, sul quale svetta la sua ugola onnipotente e che alza il tiro in prossimità dell'ultima frase quando pronuncia un Rock 'n' Roll sempre più acuto e in grado di accendere gli animi. La seconda strofa ha un piccolo cambiamento, poiché la chitarra viene sostituita dal basso di Joey DeMaio, il quale esegue una serie di accordi simulando il muscoloso riffing dell'ascia e donando al pezzo un aspetto alquanto originale. Il ritmo è medio, improntato su un hard rock che ricorda molto lo stile dei Kiss, persino nel divertente e colorato videoclip, laddove la batteria di Scott Columbus è decisamente protagonista, anche se molto statica e tenuta a freno, ma comunque in evidenza rispetto agli altri strumenti. Infatti si ha la sensazione che non si voglia pestare troppo, proprio per rientarre in classifica e mandare a segno una hit radiofonica. Ross "The Boss" si mette in luce in un breve assolo, a dire il vero poco incisivo, per poi lasciare spazio alla terza fase nella quale troviamo un'altra strofa cui segue il refrain che vede un Adams sempre più indemoniato. Come accennato pocanzi, questi sono i Manowar più sempliciotti e divertenti, i proclami di guerra, gli inni agli Dei del Valhalla e la fede nell'acciaio, al sangue alla gloria in battaglia, sono sostituiti da un testo moderno ma che trasuda comunque orgoglio e che è in grado di destare attenzione. È un attacco a tutto il sistema americano, ai benpensanti, alla finta arte, alla musica mediocre. A questo punto, come suggerisce il videoclip, entriamo nei panni di tre giovani ragazzi appassionati di musica pesante, chiusi in cantina a guardare la tv. Il canale è sintonizzato su Mtv ma loro non sembrano apprezzare, così, dopo l'ennesimo inutile video, decidono di spegnere e di mettere su un disco. Ovviamente è heavy metal, ovviamente sono i Manowar, e le note dei nostri eroi li cullano mentre scrivono una lettera adirata proprio all'emittente musicale, accusandola di mandare in onda sempre la solita merda. Loro vogliono la potenza del Rock 'n' roll, perché è il genere giusto per sfogarsi, per ballare, bere birra e fare sesso. A loro non importa nulla delle Label, dei soldi che girano nel mondo musicale, della robaccia commerciale. I giovani hanno bisogno di musica vera. 

Carry On

Carry On (Vai Avanti) è dotata dello stesso appeal di "Fighting The World", riuscendo a coniugare potenza e furbizia melodica attraverso linee melodiche molto orecchiabili e infarcite di cori. Un giro di basso, delicato e nostalgico, incontra l'arpeggio di chitarra, poi Adams intona la strofa introduttiva, talmente poetica che sembra proporre una raffinata ballata, invece il cambio di tempo è dietro l'angolo, infatti dopo pochi secondi Columbus riprende esattamente il ritmo del brano di apertura sul quale, inaspettatamente, si costruisce il ritornello. In questo caso abbiamo una struttura della traccia rovesciata, perché troviamo il chorus prima dei versi a fare da intro all'intero brano. L'impatto sonoro è da capogiro, i cori fomentano e la melodia fa centro al primo colpo, anche se tutta questa solarità da una band come i Manowar è del tutto inaspettata. Le strofe, veloci e forzute, sono costruite su una valaga di riffs e su accordi di basso sapientemente suonati dai due axe-men e, ancora una volta, risulta ottimo il lavoro sul basso, protagonista anche nei refrain. "Carry On" è un pezzo divertente, in grado persino di stravolgere le regole della composizione, alternando una strofa e un ritornello per tutta la sua durata e creando un percorso fatto a singhiozzo. L'asso di Ross "The Boss" è di scuola hard rock, meno veloce rispetto a quelli a cui ci ha abituati e molto contenuto, e fa da scia per la coda finale dominata da chorus ripetuti all'infinito, supportati da una miriade di coretti e dalle urla e dagli acuti del mitico vocalist, primo vero sfogo canoro del disco. Il contesto nel quale si sviluppa il testo vede una band che si rivolge ai propri fedeli, dice loro di proseguire il proprio cammino, senza farsi traviare da nessuno, poiché la stella del nord li guida e li raduna tutti insieme in una specie di famiglia indistruttibile. Da soli sono deboli e plagiabili ma uniti sono in grado di sovvertire le regole imposte dal mondo e di trovare la vera libertà. Combattere il mondo e trovare la strada della giustizia e del benessere, liberarsi dai limiti imposti da questa ipocrita società e radunarsi con gli altri per intonare un canto di gloria e di felicità. Un inno alla musica e alla leggerezza, al contempo, un testo a metà fra l'impegnato ed il messaggio semplice. I Manowar fanno bene intendere che, anche qualora un giorno loro non dovessero più essere su questa terra, noi tutti dovremmo continuare a diffondere il verbo del Metallo. Andare avanti, sempre e comunque, non arrendersi mai e soprattutto non lasciarsi abbattere da nulla e da nessuno. Ci sarà da versare lacrime e sangue.. ma possiamo farcela. 

Hail And Kill

Hail And Kill (Acclama E Uccidi) è uno dei massimi capolavori dell'epic metal, tanto che è impossibile non amarlo, quantomeno criticarlo. Ci troviamo al centro della battaglia e i nostri quattro cavalieri sono ispirati più che mai, basta soltanto l'introduzione con tutta la sezione ritmica impennata per trasmettere ferocia e per liberare gli istinti più animaleschi. Il fraseggio iniziale è la massima espressione di epicità, mentre la batteria, che scalcia ogni tanto, interviene a ricordarci che i toni sono solenni ma oscuri e perciò crea la giusta atmosfera apocalittica. È la quiete prima della tempesta, perché Eric Adams inizia a cantare con tono deciso ma delicato sopra un arpeggio emozionante e intimo, attraverso il quale i guerrieri pronti alla lotta si stanno radunando sulla cima di una collina. Quello che si va a formare è un esercito di uomini, in sella ai cavalli, decisi a gettarsi nella mischia, scendendo dal colle con passo svelto facendo tremare la terra e riproducendo lo scoppio di un tuono in cielo, le spade strette in mano e assetate di sangue e i martelli alzati in aria in onore degli Dei. Il lungo verso si stoppa improvvisamente, si sente solo il sibilo del vento per qualche istante e tutto si carica per poi sfociare nell'ira funesta guidata da un Adams infernale che intona la seconda strofa con quanta più energia in corpo. La morte e il sangue stanno aspettando in cielo come corvi dallo sguardo attento, in cerca di cadaveri da prosciugare, la vita e la morte sono impresse negli occhi dei combattenti, eroi che si sacrificano per la volontà divina. La cattiveria vocale è ben supportata da una sezione ritmica spaventosa, il riffing di Ross "The Boss" è tagliente quanto pesante, il basso pulsa febbrilmente e Columbus è monolitico. Si giunge allo spietato refrain, velenoso come un serpente, adrenalinico al punto giusto, costruito sulle parole del titolo, semplici ma di sicuro impatto, potenziate da cori guerreschi. L'ennesimo acuto del vocalist, vero marchio di fabbrica della musica dei Manowar, e si riparte con la stessa velocità e foga. Il terzo verso parla del nostro protagonista, il capo dell'esercito, un uomo cresciuto nei boschi, che si considera figlio dei lupi, abituato a tutto. Questi sa che sta per morire, ma prima di abbandonare la terra reca con sé odio, disprezzo per i deboli e vendetta, ma anche salvezza per coloro che difende. È ormai giunta la sua fine, il suo Dio ha deciso così, non gli resta che salutare e uccidere. Si passa a una meravigliosa e incisiva fase strumentale, assoli di chitarra e di basso all'unisono e poi il fraseggio iniziale viene riproposto con l'aggiunta di cori da stadio che incitano all'uccisione. Un urlo disumano e Adams si lancia in falsetto per la parte finale, trascinandoci direttamente in guerra, dove assistiamo a corpi lacerati, schizzi di sangue, cuori in fermento, stupri delle donne sottomesse, rapite ai nemici morti, e lamenti dei vinti. Finale apocalittico, un'orgia di sangue e di violenza che va in crescendo fino a ripartire col refrain.

Holy War

La sacra guerra, la quale è in arrivo con Holy War (Guerra Sacra), scandita da un incedere cattivissimo e oscuro, che ci riporta ai tempi di "Hail To England" e "Sign Of The Hammer". La sezione ritmica è pacata ma fa già presagire che da lì a poco ci sarà una tremenda sfuriata, ed intanto dei cori sinistri e dai timbri modificati introducono il pezzo. Eric Adams esordisce su un giro di basso davvero prezioso e incomincia a intonare le prime due strofe, belle compatte, cadenzate, evocative, poi succede che il ritmo cambia all'istante, dalla fiera lentezza dei versi si passa alla velocità animalesca dell'arioso pre-chorous prima e del bellissimo ritornello dopo, contornato dai soliti cori da guerra ma che in questo caso evocano lande remote ed epoche in cui imperava il verbo delle spade. Qui sì che siamo in campo epico, per la gioia di vecchi e nuovi fans e non a caso è proprio qui che i Manowar danno il meglio di sé, creando un crescendo che da toni cupi e solenni arriva a violente sferzate metalliche che si aprono a melodie da urlo. Nel break centrale parte l'assolo di Ross "The Boss", prima lento, velenoso e subdolo, che potrebbe richiamare qualche colonna sonora di film western, poi accelera assieme agli altri strumenti e il brano si trasforma in una speed song con la doppia cassa di Columbus e il basso modificato del buon DeMaio. Viene riproposto il magico ritornello, i cori si fanno più presenti, Adams accenna a qualche acuto, anche se non si lascia andare del tutto, non è ancora giunto il momento, per quello ci sarà da attendere ancora un poco, ovvero l'ultima traccia del disco. Il mondo descritto è quello barbaro, dominato dalla religione, dalle preghiere agli Dei, dall'acciao e dal fuoco. L'esercito degli immortali si sta preparando alla lotta, gli infedeli blasfemi pagheranno con la morte, il sole in cielo è luminoso e sembra indicare la strada giusta. I fratelli del metallo non hanno padroni, perciò combattono questa guerra sacra, attuale ancora oggi, contro il sistema, contro i corrotti, per rendere il mondo un posto migliore. La sacralità è data dal fatto che si combatte uniti per la libertà di espressione, contro la vita stessa che molto spesso è solo un peso da portare sulle spalle e che ogni giorno crea problemi che minano la felicità della povera gente.

Ride The Dragon

Un lamento animalesco e parte Ride The Dragon (Cavalca Il Drago), speed song dal testo fantasy e trainata dalla potenza della batteria e dall'incrocio tra basso e chitarra che sembrano sfregare ottenendo un suono molto particolare, metallico, riproducendo i versi di una bestia. Eric Adams canta velocissimo, seguendo appunto il ritmo degli strumenti, e ci parla di un regno infernale popolato da demoni e draghi, da sangue e fuoco, che si sfidano solcando cieli tersi e plumbei. Gli antichi Dei chiamano gli eroi per la sfida finale che li consegnerà tutti alla morte, e intanto seguiamo le gesta nel nostro eroe dal cuore impavido, pronto alla gloria eterna. Egli cavalca il suo drago e si confonde con la tempesta in arrivo, mimetizzandosi tra i fulmini e le saette che tagliano l'aria, abbattendo all'improvviso parecchi nemici e gridando loro: "Dobbiamo morire per poi rinascere". Il refrain è d'impatto, ben architettato, risultando potente ma anche melodico. Si prosegue la cavalcata con foga assurda, il basso di DeMaio emerge ovunque con suono metallico, mentre Rhino continua a picchiare come un dannato dietro le pelli in un vortice sonoro senza precedenti. Adams si scatena al microfono e intona il secondo ritornello accennando alcuni acuti, mentre continua la narrazione di questa lotta fantasiosa. L'eroe del brano indossa un talismano magico, lo tocca facendo un segno con le dita, a questo punto succede qualcosa, il regno dell'inferno apre le porte e lui si lancia verso quei cancelli accompagnato alla forza indomita del vento. David Shankle esegue un grandioso assolo, molto virtuoso, granitico e veloce, dove evidenzia le sue doti tecniche e poi lascia spazio a quello di basso, dunque riprende la strofa che vede un Adams ancora più malvagio e che non si risparmia in acuti spacca timpani, dopodiché il chorus viene ripetuto un paio di volte, terminando con l'ultimo acuto animalesco del nostro mitico cantante. Il brano si smorza con lo stesso verso del drago che abbiamo avuto modo di ascoltare all'inizio. Diciamo che "Ride The Dragon" è un ottima canzone, suonata bene e dall'indole selvaggia in grado di trascinare l'ascoltatore, ma non solo, poiché troviamo i Manowar in una versione inedita, ovvero quella fantasy, con un testo che di certo non appartiene alla loro mitologia ma più che altro caratteristico di band legate al power sinfonico (penso ai nostrani Rhapsody o Kaledon), dove testi di questo tipo sono all'ordine del giorno.

The Demon's Whip

Traccia dal titolo di The Demon's Whip (La Frusta Del Demonio), altro pezzo violento e con un testo infernale. Alcune voci sovrapposte sussurrano al vento, o forse è la voce del Demonio che introduce questo mid-tempo in grado di riserbare grandissime sorprese lungo il proseguo. All'unisono esplodono tutti gli strumenti e subito Adams comincia a cantare questo brano, a dire la verità, poco amato dai fans e spesso snobbato, ma che io considero una perla di assoluto valore. Le tre quartine iniziali sono imponenti masse che procedono con lentezza e potenza, molto compatte, nella quali Adams ci descrive un regno infernale. Delle candele bruciano nella notte, zanne bianche e occhi lucenti emergono dal buio, dei fuochi si accendono intorno indicano che si sta svolgendo un rituale sacro. I rintocchi di campane si odono nella valle degli inferi, dunque dei simboli mistici appaiono sul terreno, sono i simboli dell'ordine degli angeli neri e che stanno invocando il loro re. I toni trionfali vengono a galla quando giunge il sottile ritornello, sicuramente d'impatto, molto evocativo, che termina con uno schiocco di frusta dopo che i demoni hanno bevuto sangue e veleno, mangiato cuori ancora palpitanti offerti in sacrificio alla Bestia; e qui ecco la prima sorpresa, perché questo brano è una massa in movimento che muta forma di continuo, dato che le strofe che seguono accelerano sempre di più fino a protendersi verso un nuovo ritornello che resta uguale musicalmente al primo ma con un testo diverso. Qui le divinità infernali lanciano maledizioni di distruzione sulla terra e contro i poveri mortali nati per ingannare e per farsi ingannare. All'inferno la morte vive e la vita muore, lì le sacre scritture, i sermoni, le prediche religiose non hanno significato perché l'unico stimolo che si ha è quello di peccare e le punizioni inflitte sono peccati più grandi ancora. Appare il re dell'inferno, il Demonio in persona, e si alza un vento gelido che contrasta con il calore dei fuochi che illuminano la notte eterna. Il tempo rallenta di nuovo e parte l'assolo lunghissimo di David Shankle, sovrapposto a quello di basso, creando così un momento quasi confusionario che rende bene l'idea del caos che regna in questi luoghi oscuri. Ma non finisce qui, quindi ecco che arriva la terza parte del brano, il Demonio si è risvegliato, farfuglia qualcosa di indecifrabile e dà il via alla coda dominata dalla velocità degli strumenti. Le ultime due quartine sono portentose, sparate a mille, Adams le divora quasi vomitando le parole del testo e sparando ogni tanto degli acuti, le asce sono impennate e Rhino, dietro le pelli, è un demonio che ci mette cuore e anima. Così abbiamo il terzo cambio di tempo per un canzone suddivisa in tre parti distinte e ognuna delle quali costruita su tempi diversi. Questa traccia, tra l'altro una delle mie preferite in assoluto della discografia Manowar, subisce tre brusche accelerazioni, diventando sempre più irrequieta. Insomma, io la trovo fantastica nella sua mutabile trasformazione. 

The Warrior's Prayer

L'esagerazione raggiunge uno dei punti cardine in casa Manowar, il momento fiabesco porta il nome di The Warrior's Prayer (La Preghiera Del Guerriero), che altro non è che una traccia completamente narrata, nella quale troviamo gli attori Arthur Pendragon Wilshire e Grant Williams che vestono i panni rispettivamente di nonno e di nipotino. Come in tutte le fiabe, il piccolo deve andare a letto e prima di addormentarsi desidera ascoltare racconti leggendari, gesta di eroi, e così il nonno lo accontenta narrando di quando era giovane. Inizia un racconto lungo quattro minuti, nel quale ascoltiamo il nitrire di cavalli, la loro corsa nei boschi del nord e immaginiamo un esercito riunito in una vallata in attesa dell'arrivo di quattro cavalieri, ognuno con un'arma letale stretta in mano: una spada, una mazza chiodata, un'ascia bipenne e un martello da guerra. Negli occhi dell'esercito non sembra esserci paura ma solo consapevolezza, è il loro destino perciò tutti sanno che se non dovessero vincere moriranno onorando gli Dei. Poi cala il silenzio, un vento gelido comincia ad alzarsi e a sferzare tra gli alberi, un tuono rimbomba in cielo lanciando saette e grandine, dunque i quattro cavalieri incitano il proprio esercito alla lotta e li guidano in battaglia. Nella vallata si scontrano le due fazioni, le armi impattano producendo rumori metallici, grida, lamenti, gli zoccoli dei nobili destrieri sollevano la terra e la polvere e in breve il campo è pieno di cadaveri e di sangue fresco. Quando il polverone della mischia svanisce, la visuale si fa più chiara, c'è sangue ovunque, i corpi degli uomini uccisi restano in balia del vento. Al centro, quattro cavalieri radunano i propri soldati, sono quasi tutti sopravvissuti e hanno vinto la battaglia, li fanno inginocchiare e insieme recitano una preghiera verso gli Dei della guerra. Al termine della preghiera, l'esercito degli immortali si lancia in un grido di vittoria che riecheggia in tutto il bosco. A questo punto la narrazione ha termine, il nonno afferma che questo è quanto accaduto molto tempo prima e chiede al nipote se è rimasto colpito, il piccolo sembra entusiasta, è colpito dal fantastico racconto ma ha ancora un dubbio e allora chiede al nonno chi siano quei quattro eroi misteriosi venuti dal nulla. Il vecchio, con voce piena di orgoglio, urla "I Re del Metallo!". "The Warrior's Prayer" è sicuramente una traccia simpatica, diventata famosissima e molto apprezzata dai fans dei Manowar; altrettanto certo, però, è che sì, è autocelebrativa, divertente e tamarra, ma per certi versi proprio inutile.

Kingdom Come

È la volta della potente Kingdom Come (Il Regno Che Verrà), dove il prode Adams tocca vette mai udite prima. Una rullata di batteria e il vocalist, con voce effettata, introduce questa magnifica perla di epic metal, declamando due quartine molto melodiche ma che non perdono un briciolo di potenza perché costruite su un riffing spietato che va ad incrociarsi col muscoloso basso di DeMaio, in questo caso molto simile a una seconda chitarra. Qui si narra di una luce bianca e sacra che giunge dal cielo e che va a illuminare il corpo di un uomo, fino ad insinuarsi dentro di lui: è la luce della conoscenza, che indica la via da seguire e che da guida per la sapienza. È una sorta di preveggenza, consapevolezza di un regno destinato ad arrivare. Segue un ritornello tanto scarno quanto affascinante, incentrato solo sulle parole del titolo e accompagnato dai cori che si infrangono sulla mastodontica performance di Eric Adams che spara acuti a destra e a manca sovrastando i piatti di Columbus, qui davvero tonanti. Si prosegue così, parlando sempre del lume della conoscenza e della speranza, preambolo di vittoria per tutti gli adepti, alternando strofe e ritornelli, conditi con acuti, tamburi e cori fino alla sezione strumentale che vede Ross "The Boss" dettare legge con uno splendido assolo, dal sapore apocalittico ma sempre regale, che va spegnersi contro l'ennesimo acuto che dà inizio alla coda finale dove si sta erigendo il nuovo regno mentre tutti gli altri sono destinati a cadere miseramente. Il nuovo luogo sacro sorgerà tra le rovine e gli adepti saranno ricompensati per la lunga attesa a cui sono stati sottoposti. Ma la vera magia è nella parte finale, per più di un minuto Adams si lancia in lunghi acuti, contornati da cori e da una sezione ritmica quieta ma gloriosa, dove emerge un basso cadenzato a fare da supporto al coro epico che sembra riprendere quello della precedente traccia. Un finale epico, sublime, trionfale, testimonianza di un regno tanto atteso e che finalmente è giunto per illuminarci un cammino fatto di speranza e di sogni, costruito proprio sulle macerie di un mondo allo sbando, misero e buio. Una speranza di luce, dove la musica gioca un ruolo fondamentale. Insomma, "Kingdom Come" è Manowar al 100%. Un pezzo che nel suo incedere dipinge questa nuova era, questo mondo che avanza, sorretto da inni guerreschi e sferragliate di spade. I cavalli sono ben sellati, scalpitanti: i guerrieri sono pronti a partire alla volta della conquista, fiancheggiando i loro quattro generali in quest'epica impresa. Perché si è quasi "leggendari" anche solo ascoltando un brano del genere. Il protagonista è indubbiamente anch'egli abbagliato dal profilarsi di un futuro radioso, e accoglie tutto questo con gioia e fervore. I Nostri sanno sempre come far centro nell'animo di chiunque, pur presentando topoi assai utilizzati e sfruttati in tutto il loro repertorio.

Thy Power Of Thy Sword

The Power of Thy Sword (Il Potere Della Tua Spada) è una delle migliori canzoni della band. L'acciaio sfrega, probabilmente si sta affilando una spada, pronta a lacerare carni e a bagnarsi di sangue, dunque l'affilata (proprio come la spada) chitarra di Shankle e il granitico basso di DeMaio si lanciano in una lunga corsa introduttiva e a dir poco spettacolare, un viaggio nell'epos, decorato da cori barbarici e da duelli con le armi. La batteria di Rhino entra in gioco e sembra scoccare colpi di frusta, poi il ritmo accelera, doppio pedale e sezione ritmica sparata a mille. Eric Adams intona ben tre strofe prima di giungere al refrain, praticamente le divora con voce arcigna e poi si sfoga in tutta la sua potenza con la melodia incredibile di un chorus trionfale e liberatorio che conquista al primo ascolto. Ancora il rumore di due spade che scontrano in duello e riparte senza sosta la nuova strofa. Intanto i nostri eroi ci stanno narrando della preparazione per l'imminente battaglia, i guerrieri affilano le armi e pregano gli Dei di non cadere. Su tutti spicca il capo, colui che è benedetto dalle divinità, l'impavido che affronta uomini e belve senza paura alcuna e che comanda il suo esercito in guerra, per celebrare il dolore e la distruzione per cui sono nati. Così gli eserciti finalmente si scontrano, ed è una lotta nel cuore della notte, dove gli unici bagliori provengono dall'acciaio che si riflette sotto la tiepida luce della luna. L'ordine impartito è quello di rimanere in piedi e combattere, mentre gli altri cadono, mentre gli Dei del nord infondono potere indomito alla spada dell'eroe. Intanto proseguono altre due quartine, nelle quali il guerriero è assetato di sangue, feroce come la sua spada e spietato come il suo odio, poiché è nato per morire in battaglia. Egli sorride al suo fato e ne accetta le conseguenze con coraggio. Ecco il secondo meraviglioso ritornello che si infrange con il forsennato solo di chitarra elettrica, mentre DeMaio esegue degli effetti metallici che replicano il duello in atto. Ma tutto finisce presto, perché la sezione ritmica si smorza concedendo una piccola e improvvisa pausa. Qualche secondo di silenzio ed ecco giungere un bridge davvero geniale e toccante, ricco di sentimento e di profondità, costruito sulle tastiere e sulla grande interpretazione di Adams. Sull'acuto si riprende a spingere sull'acceleratore, le spade vengono nuovamente affilate e ci si prepara per la conclusione. Il vocalist prosegue con altre due strofe, ma questa volta intonate con una grinta immane, studiate per risaltare la sua potentissima voce e per dargli modo di sfogarsi con acuti pazzeschi, mentre si narra che l'eroe è pronto a morire dopo aver spillato l'ultima goccia di sangue dal nemico.

Defender

Defender (Difensore) è traccia molto conosciuta, apparsa nella sua versione originale, a inizio carriera, soltanto come singolo. È l'inno all'epic metal, diventato leggendario col tempo, soprattutto nella sua versione riarrangiata che troviamo nel disco "Fighting The World", ovvero quella qui presente. Una delle composizioni più affascinanti della storia del genere, in grado di conquistare sin dal mistico arpeggio iniziale. Dopo qualche secondo Columbus irrompe con la sua potenza accompagnando la chitarra di Ross "The Boss" e poi, giunti allo scoccare del primo minuto, subentra la profonda voce di Orson Welles, uno dei registi/attori più grandi e importanti della storia del cinema, uno di quelli che ha dato al mondo quello che, da alcuni, è considerato il più grande film di sempre, ossia "Quarto Potere" (1940), ma non solo, basta citare anche "Storia Immortale", "L'infernale Quinlan" o "La Signora di Shanghai" per capire di chi stiamo parlando. Il leggendario regista culla l'ascoltatore con voce impostata, identificandosi in un vecchio guerriero, suddito di divinità nordiche sulle cui gesta i Manowar baseranno la propria filosofia, dedicando a Odino e a tutto il pantheon della mitologia nordica numerosi brani che contribuiranno a identificare meglio un sottogenere come quello dell'epic metal. Praticamente tutta la prima parte della canzone è un lento recitato, la batteria è quieta, la chitarra sognante, mentre emerge prepotente l'indole graffinate del basso di Joey DeMaio, sempre pompato a dovere. Al secondo minuto c'è il primo cambio di tempo, gli strumenti si smorzano, seppur per un breve istante, e Orson Welles tuona impartendo ordini, sovrastando la sezione strumentale che incomincia a prendere quota fino a dare il via alla prima parte cantata, dove entra in scena il mitico Eric Adams. Sono trascorsi ben tre minuti e il vocalist esordisce facendo delle scale e mettendo in mostra le impareggiabili doti tecniche. I versi sono intonati alternando toni gravi ad acuti pazzeschi, la prima strofa se ne va via così, ed ecco che i riflettori si spostano sul magnetico assolo di Ross "The Boss", di grande gusto e precisione, che si protrae a lungo per più di un minuto. Nella terza parte troviamo un duetto inaspettato, Eric Adams e Orson Welles che intonano lo splendido ed epicissimo refrain, l'uno canta l'altro recita, ed è una sensazione incredibilmente bellicosa, feroce, istintiva, come una chiamata alle armi. In definitiva abbiamo un pezzo, che oserei etichettare come un capolavoro, della durata di sei minuti e con una struttura tripartita. L'andamento è un mid-tempo di rara bellezza nel quale troviamo una parte recitativa, una fase centrale cantata e con un evocativo assolo, e infine una parte conclusiva nella quale esplode l'atipico ritornello duettato. Questi sono i Manowar che vorremmo tutti sentire, quelli più coraggiosi ed epici, in grado di infrangere gli schemi tradizionali e proiettare la propria musica verso lidi inediti, complessi, inaspettati, senza risultare pacchiani. Questo è uno dei brani più belli dei Kings, qui ripreso in una versione differente e velocizzata di poco rispetto all'originale del 1983. Praticamente quasi tutto il testo è scandito dalle parole di Welles, mentre al singer è riservato solo un piccolo spazio canoro. Le liriche sono di stampo mitologico, nelle quali il vecchio guerriero scrive una lettera a suo figlio ancora non nato prima di partire per l'ultima battaglia dove sa già che perderà la vita. Le parole sulla carta solo il lascito di un padre nei confronti di un pargolo che mai vedrà crescere, perché la guerra chiama e lui deve rispondere alla chiamata. Impartisce soltanto un ordine, quello di diventare un grande guerriero, di combattere per la giustizia, di difendere i bisognosi fino alla fine, così come ha fatto lui in tutta la sua lunga vita. Odino ha sentenziato, il piccolo sarà un grande combattente, un difensore del regno e del popolo, adesso il vecchio alza lo sguardo in cielo e invoca la divinità, preparandosi al destino che Egli ha scelto per lui. La lettera termina proprio quando le tenebre incontrano l'aurora e le stelle spariscono alla luce del giorno, così come svaniscono i sogni.

Master Of The Wind

Si giunge alla struggente Master Of The Wind (Il Signore Del Vento), che a sua volta chiudeva il grande "The Triumph Of Steel". Questa ballata, diventata ormai leggendaria tra i metallari, è molto semplice nella sua composizione, nonché nella sua esecuzione, essendo povera a livello strumentale e giocata tutta sull'atmosfera e sulla profondità del testo. Le strofe si poggiano su timidi arpeggi di chitarra e su suoni sibillini prodotti da sonagli, flauti e tastiere, ma che mai sono invadenti o protagonisti della scena. Infatti, la riuscita del brano è affidata completamente all'interpretazione di un Eric Adams, come al solito, unico e magnifico interprete anche nelle tonalità più delicate. La composizione è molto classica, doppia strofa/ritornello, senza intermezzi strumentali, dunque è davvero essenziale, ma di certo non perde in emozioni, dato che possiede una melodia stupenda, molto melodica e raffinata, ogni tanto esaltata da un colpo di tamburo da parte di Rhino. Cinque minuti che sembrano una ninna nanna e che volano via come il vento, appunto! Nel silenzio delle tenebre un uomo dorme e sogna, nel sogno chiama lo spirito del Vento, allegoria per indicare il viaggio della vita, l'avventura e l'esperienza dell'uomo mortale. Gli angeli cantano e lo cullano in questa dolce illusione, mentre il sole sta per sorgere dal cielo dell'est, illuminando con i tiepidi raggi mattutini le tenebre. La luce della candela, servita per illuminare la stanza durante la notte si spegne per il soffio del vento che si alzato all'improvviso, accompagnando il nuovo giorno, ed è il vento del cambiamento che dona fortuna al dormiente, al sognatore. Il ritornello, sublime nel suo aspetto melodico, ha anche un grande valore a livello lirico, perché contiene un messaggio fantastico, cioè quello di proseguire la ricerca interiore per migliorare se stessi, laddove una strada finisce ne inizia un'altra che porta a una meta diversa, e così all'infinito; proprio come un arcobaleno in cielo che non ha confini. Le nostre lacrime, i nostri sogni, i nostri pensieri e obiettivi sono affidati al vento e portati lontano come sussurri sparsi nel mondo. Ben poche volte i Manowar sono stati così poetici, a testimonianza che quando vogliono fare sul serio, al di là dei proclami al sesso, alle birre, alle moto e agli inni di guerra, riescono a rivelare persino una sensibilità fuori dal comune. Il Vento è una divinità che tutto conosce e che segna il destino degli uomini, indica loro la via e illumina i loro sogni, ma la tematica della realizzazione personale non è la prima volta che viene affrontata dalla band, basta ricordare i testi di "Heart Of Steel" ma anche quello di "Courage", anche se un po' tutti i loro testi sono disseminati di proclami a favore della libertà individuale, della realizzazione dei proprio sogni, al coraggio di combattere quotidianamente.

Blood Of The Kings

Con Blood Of The Kings (Il Sangue Dei Re), tanto per rimanere in tema di auto citazionismo, DeMaio ha la bella idea di prendere i titoli di quasi tutte le canzoni composte in passato e che troviamo negli album precedenti e di fare il collage che andrà a strutturare il testo di questo pezzo. Parliamoci chiaro, i Manowar hanno un vocabolario di appena trenta parole, perciò non risulta troppo difficile assemblare i vari titoli e le varie frasi per dare un senso logico alle frasi. Il risultato è comunque ottimo, la band è musicalmente ispirata e la canzone diventa immediatamente l'ennesimo cavallo di battaglia. Columbus è meno statico del solito, picchia duro sulle pelli e sui piatti, Adams lancia una serie di acuti che mettono i brividi e poi tornano le campane a dare quell'aria solenne ed epica tanto ricercata dalla band. DeMaio si improvvisa nuovamente chitarrista, visto che è proprio lui ad eseguire i riffs portanti col suo basso modificato e suonato come fosse una chitarra, creando un effetto interessante che va a sovrastare la sezione ritmica. Come accennato pocanzi, la strofa riporta numerosi titoli del catalogo Manowar, Eric Adams si destreggia egregiamente su una linea vocale perfetta e molto melodica incitando tutti i fratelli del metallo a prendere parte alla rivolta, cantando tutti insieme inni di battaglia per poi cavalcare nella gloria guidati dal martello di Thor e sfidando il mondo intero. Cambio di tempo nel quale gli strumenti si potenziano, la batteria in particolare e la chitarra di Ross "The Boss", passando al bellissimo e corale ritornello dove il vocalist alterna acuti e timbro pulito, fomentando non poco gli ascoltatori. La melodia è vincente, altamente epica, e per l'ennesima volta troviamo la celebrazione del mito manowariano, con i quattro cavalieri del metallo pronti a sovvertire le leggi che governano il mondo, a organizzare una crociata per la libertà individuale, massacrando i nemici, i falsi, e tingendo di rosso le spade e le mani col sangue dei perdenti. Si prosegue con la citazione di altri titoli ed esaltando i popoli dove i Manowar sono accolti con favore, così troviamo tutte le nazioni europee unite sotto il vessillo del martello, legate dalla passione per l'heavy metal, ma c'è un frase che ha comportato numerose critiche all'epoca, ossia quando Adams grida "Back to the glory of Germany" ("Ritorno alla gloria della Germania"), dove molti hanno letto un inneggiamento del periodo nazista, accusando la band stessa di appoggiare una politica di estrema destra. Ma le accuse (rivelatesi infondate) di essere filonazista affondano le radici nel passato, sin dagli esordi, quando un'aquila campeggiava sulla copertina di "Battle Hymns", primo album dei Manowar. Strofa/ritornello e ancora strofa/ritornello dove le liriche inneggiano a prendere parte a questa marcia per la vendetta, al ritmo di un suono funebre, spargendo il sangue nemico, facendo giuramenti di fedeltà e amicizia, tutto per combattere questa guerra sacra a suon di metallo. Le due asce si intrecciano per eseguire due buonissimi assoli, uno di chitarra e l'altro di basso, dove la sinergia tra DeMaio e Ross "The Boss" è incredibile, dunque Eric Adams torna dietro al microfono con voce modificata che sembra demoniaca e conclude con gli ultimi due ritornelli. In sostanza, un brano che celebra non solo la band ma anche tutti i seguaci (duri a morire) conquistati nel corso degli anni. Una schiera di fan resa numerosissima e compatta, che come abbiamo visto affonda le sue radici in ogni parte del mondo. Dall'America all'Europa, senza problemi di barriere o distanze. Non importa che tu sia finlandese od olandese.. i Manowar riescono a farci sentire come dei fratelli, facendoci parlare una lingua franca, universale: il verbo del metallo. Appreso questo, potremo comunicare con il mondo, sventolando fieri la nostra bandiera, sentendoci parte di questa immensa crociata che il gruppo comunica di voler guidare: una crociata atta a cambiare il mondo, a suon di altoparlanti al massimo e di chitarre elettriche.

Burning

Burning (Bruciando) ha un riffing letale, cattivissimo, massiccio, il tutto studiato per un pezzo strano, il meno convincente della raccolta, forse quello meno amato dai fans, poiché non è cantato ma soltanto recitato. David Shankle crea un riff tanto semplice quanto possente, Rhino è devastante, DeMaio mai così ispirato, e tutto è merito della nuova line-up, compatta, ipertecnica, affiatata. Il pezzo in questione è particolare, suddiviso in tre parti e in tre strofe, tutte parlate, tanto che non sembra mai prendere quota, ma il fascino della parte strumentale è onnipresente, tanto da renderlo gustosissimo all'ascolto. La cattiveria monolitica si spegne quando giunge la prima quartina recitata, infatti, cosa piuttosto strana, si capovolgono le regole della canzone, relegando le fasi più concitate soltanto negli intermezzi tra una quartina e l'altra. Adams parla sopra una serie di sinistri effetti prodotti dalle asce e il testo è incentrato sulla nascita di una razza demoniaca, giunta sulla terra per fare incetta di sangue e di carne. È il volere degli Dei del male, essi esigono il sacrificio dell'umanità, vogliono bere il sangue dell'uomo come fosse vino, e banchettare con i corpi dei defunti onorandosi e compiacendosi sull'altare del dolore. La sezione ritmica riesplode al termine della strofa, per poi quietarsi quando si torna a narrare di un mondo a metà tra la vita e la morte, una realtà governata dal piacere della carne, dalla lussuria e dal peccato. Qui, Erica Adams alza il tono della voce, che a volte troviamo effettata, e che sembra si stia tramutando anche'esso in un demone. Terminato il secondo verso, Shankle esegue un assolo, poco dinamico e in linea col pezzo, perciò piuttosto alienante e metallico, come se provenisse da un'industria siderurgica. La terza strofa, dove abbiamo una accelerata nel ritmo, è totalmente folle perché Adams, voce completamente modificata, sovrappone sussurri e acuti decantando della forza arcana dei demoni, di questo mondo alla deriva, sprofondato nelle tenebre più oscure dove soltanto il più forte riuscirà a sopravvivere. La cosa che colpisce di più sono gli effetti utilizzati per confondere l'ascoltatore, il basso ruggisce componendo accordi interessanti atti ad alienare, Shankle invece lo accompagna con dei suoni che sembrano più che altro grida umane, quasi a voler imitare gli acuti e il falsetto di Adams, che finalmente mostra la sua tecnica con dei giochetti vocali impossibili da compiersi per chiunque altro. A mio avviso, un brano affascinante e oscuro, uno di quelli meno importanti ma che io ho sempre apprezzato. 

Violence And Bloodshed

Violence And Bloodshed (Violenza E Spargimento Di Sangue), ha un titolo che è tutto un programma. Qui si recupera la forza genuina della band. Le sirene dell'allarme ci proiettano in un mondo post-apocalittico infestato da terribili band. Questa volta Columbus pesta come un dannato e DeMaio si mette subito in mostra con un giro di basso davvero metallico. Eric Adams è furioso, declama i versi velocemente ma mantiene un timbo basso, quasi soffocato che incute timore, per poi lasciarsi andare nel potentissimo pre-chorus e dimenarsi nel grandiso ed epico refrain, dove la chitarra di Ross "The Boss" ruggisce insieme lui e la batteria ferma la sua corsa. È sicuramente un brano atipico, dalla struttura sinuosa, affascinante, ma molto particolare, dove gli strumenti sono letteralmente invertiti, con il basso a fare le veci della chitarra, la batteria quelle del basso e con una vocalist dalla voce sommessa e che viene soffocata dall'energia del basso stesso, ma che si libera dalle catene in fase di ritornello. La struttura non ha una forma ben precisa, infatti, appena dopo la seconda parte, un lungo assolo, protratto a singhiozzo, si snoda fino alla fine, sostituendo bridge e coda finale solitamente occupata da la ripetizione del chorus. Eppure questa originalità colpisce l'ascoltatore, riesce a ricreare perfettamente l'atmosfera narrata nelle liriche mettendo in evidenza la continua sperimentazione della band che, seppur alleggerendo il sound e allontanandosi dai connotati epici, riesce comunque a svettare sulla massa e a conquistare legioni di fans grazie all'orgoglio e al gusto melodico che fa presa su tutti. Pacchiani, boriosi, tronfi, ma pur sempre grandiosi, incanazione becera ma essenziale del nostro amato heavy metal. Quello ricreato nel testo è un mondo allo scatafascio, la fine della civilizzazione, dove la gente ha ormai paura di andare in giro. Le strade sono pericolose, infestate da band criminali, e l'unico modo per difendersi è impugnare una pistola e sparare ai maleintenzionati. Il nostro protagonista è un guerriero nato con l'arma in mano, carica e pronta all'uso in ogni evenienza. Egli è un soldato e lotta per il suo paese, per difenderlo dal male, lotta per la libertà in quella landa desolata chiamata Vietnam, gettato lì dal potente di turno, lasciato nella giungla a combattere un nemico che non conosce e che non ha colpe ma che è costretto a uccidere. Una guerra inutile, comandata dai ricchi che mandano a morire i poveracci e che confondono la libertà con la violenza e lo spargimento di sangue, parandosi dietro proclami tanto altisonanti quanto sciocchi e falsi. 

Drums Of Doom

Drums Of Doom (I Tamburi Del Destino) prosegue la scia epica e l'album acquista un aspetto maggiormente solenne, passando da un heavy metal melodico e catchy a un epic metal regale e più in linea con i vecchi Manowar. Questo brano è, in realtà, una breve introduzione strumentale di appena un minuto, nella quale ascoltiamo dei cavalieri a cavallo che, tra nitriti e tuoni che sferzano l'aria, corrono verso il campo di battaglia accompagnati dal sinistro suono di un corno che, in lontananza, avverte del loro arrivo e dell'imminente guerra.

Heart Of Steel

Heart Of Steel (Cuore D'Acciaio), lanciata come singolo nel 1998, è la ballad più famosa della band americana, nella quale i Manowar rappresentano l'onore, il trionfo, la goliardia, ma anche la passione, il sacrificio, la solitudine, il combattimento, la volontà di esprimere sé stessi e le emozioni provate. Proprio il sentiero della solitudine viene illustrato dal malinconico tocco del piano, accompagnato dal vento, e dunque emerge poetica la voce di un Eric Adams che intona il primo bellissimo verso nel quale decanta di una meta da raggiungere, un posto oltre la sfera celeste, nell'universo dominato da comete incandescenti. Proprio una di esse brilla più di tutte, illuminando il lunghissimo cammino che il nostro eroe deve percorrere per tornare a casa, quasi fosse un alieno che deve lasciare la terra verso un mondo ignoto. Qualcuno lassù grida il suo nome, lo implora di tornare a casa, di combattere coloro che cercano di trattenerlo, evadere dal mondo e sfidare il vento gelido che ora soffia sul suo viso. La strada è lunga e pericolosa ma egli sa come comportarsi, deve lottare da solo contro il mondo, anche se una fitta gli penetra nel cuore e lo atterrisce. Parte il primo ritornello, costruito ancora sulle note del pianoforte, perciò abbiamo piano e voce come fosse un lied (parola tedesca dal significato di "canzone" e che indica, nella musica classica, l'esecuzione di una voce solista accompagnata solo dal piano) attraverso il quale Adams sfoggia la sua mostruosa tecnica in una melodia bella da togliere il fiato e in grado di colpire l'ascoltatore dritto al cuore e nella mente. Non solo l'aspetto melodico è strepitoso ma anche le liriche proseguono su questa scia barbarico-romantica dove il protagonista decide di restare e di combattere, di vivere secondo quanto suggeritogli dall'animo, di esprimere le proprie sensazioni; capisce quindi che è inutile sognare di fuggire da questo mondo, bisogna lottare con tutto sé stessi per farsi valere e per cambiare le regole. Bisogna essere eroi, puri, onesti, dal cuore d'acciaio. Senza perdere tempo riparte la seconda strofa e qui abbiamo l'esplosione di tutti gli strumenti, il pianoforte viene sommerso dalla potenza della batteria di Columbus e dalla chitarra elettrica anche se resta udibile per tutto il brano, mentre DeMaio riesce ad emergere soltanto nella seconda sezione di questo verso e irrobustendo tutta la base. Gli animi si infiammano ed Eric Adams lancia il suo primo acuto prima di intonare il secondo refrain, questa volta potenziato sia dalla sezione ritmica che da corri guerreschi a far da cornice. La battaglia è scoppiata, c'è solo un modo per tornare a casa, bisogna combattere i meschini, i bastardi che si divertono a tagliare gole, ma questi pagheranno con la vita, moriranno e spariranno come neve al sole. Il nostro eroe non ha paura di morire, il fuoco gli illumina gli occhi e si getta nella mischia, sottomettendo il nemico, facendolo inginocchiare e gridandogli in faccia che il suo è un cuore d'acciaio, impossibile da spezzare, troppo difficile da convertire. Un cuore puro che si batte per degli ideali di libertà. Adams spara un acuto pazzesco al termine del ritornello, evidenziando le sue enormi doti vocali, e poi prosegue imperterrito la coda finale, accompagnato da cori sempre più invasivi ed epici, fino alla conclusione del pezzo, in un trionfo di romanticismo e di epicità che mette i brividi sulla pelle.

Master Of Revenge

Sull'ennesimo testo apparentemente tronfio e pregno di orgoglio, dove la fratellanza è motore di tutte le idee scaturite, ma che in realtà si rivela un velato (nemmeno troppo) attacco ai governi che rendono schiavi i bravi cittadini, la musica sfuma e viene inglobata nella seguete Master Of Revenge (Il Signore Della Vendetta), creando un continuum avente le stesse coordinate. Quest'ultima, è una seconda intro della stessa breve durata di "Drums Of Doom", poggiata sulla chitarra e sulle urla allucinanti del singer che narra del ritorno del signore della Vendetta, messaggero solitario, accompagnato da lupi che ululano nella notte. Quando questi giunge in città, i peccatori devono tremare. Proprio questo tremolio spinto dalla paura è ben riprodotto dal suono distoro della chitarra elettrica e dai colpi dei tamburi che, cullati dal basso, sembrano scoppi di tuoni. L'oscurità è padrona del disco, le atmosfere epiche e maligne sono al massimo livello, e ci si prepara per chiudere l'opera con uno dei pezzi simbolo della band e di tutto l'heavy metal. 

Pleasure Slave

La provocatoria Pleasure Slave (Schiava Del Piacere), eliminata dalla prima versione in vinile di "Kings Of Metal" e reinserita poi come bonus track nella versione in formato cd, riprende le tematiche, ma anche le sonorità, del capolavoro "Into Glory Ride", e così come "Warlord" (traccia d'apertura del disco del 1983) anch'essa si apre con i gemiti di più donne, sottomesse all'uomo-padrone incarnato da un Eric Adams incredibilmente convincente, a cominciare dalla sua esilarante risata che giunge dopo i primi secondi di pluri orgasmo femminile. La sezione ritmica interviene ad accompagnare l'orgiastico racconto, e lo fa con un riffing lento, letale, cadenzato, costruito su una batteria possente e su un basso velenoso, creando un ambientazione epic doom metal a dir poco strepitosa. Adams intona la prima quartina, lo fa quasi parlando, rivolgendosi a una delle fanciulle con cui ha giaciuto, intimandole di baciare la sua mano in cambio della libertà, dopo che è stata portata lì in catene come bottino di guerra e costretta a inginocchiarsi al suo nuovo padrone. Inizia così il sublime ritornello, gli strumenti acquistano dinamica, Eric Adams alza i toni per declamare parole incise su una lastra di marmo, decorate con suoni cadenzati, rocciosi e privi di melodia. Nel refrain, emerge solo una claustrofobica e sprezzante cattiveria ma capace di conquistare al primo ascolto perché è pura epicità e quando questo termina, la sezione ritmica si quieta per dare luce al secondo verso, cantato con voce aspra, quindi non più parlato, dove si elogia la nuova vita della schiava, ora non più moglie di un bugiardo ma serva di un uomo vero. Il secondo chorus mantiene la stessa idea melodica del primo ma cambiano le parole, la schiava è incatenata al suo letto, pronta ad essere domata, poiché il suo corpo appartiene al suo signore. Servirlo è la sua ragione di vita, il dono più prezioso che possa desiderare, quindi non deve abbattersi. Il break centrale vede la stessa prosecuzione della sezione ritmica ma tornano i gemiti delle ragazze che sovrastano sempre più gli strumenti, mentre Adams ordina alla sua donna di raggiungerlo, la comanda con un fischio, come fosse un cagnolino addestrato, e le tuona contro, intimandole di togliersi gli indumenti e di prostrarsi ai suoi piedi. Succede il putiferio, il cantante spara un acuto pazzesco e le due asce si scambiano alcuni fraseggi fino ad arrivare al granitico solo di chitarra. I gemiti si intensificano, gli acuti del vocalist anche, il basso comincia a farsi protagonista accompagnando il riff portante, Columbus picchia come un dannato e presto risate e urla lancinanti si mischiano al baccano. E' un orgia musicale, un rituale di sangue, di violenza, di possessione. Una danza barbarica emotivamente coinvolgente e che ha causato alla band numerose accuse di misoginia per via di un testo scabroso e maschilista. Fatto sta che il pezzo in questione è fenomenale, trascinante, selvaggio e davvero barbarico anche se non tutti i fans lo apprezzano. Come sempre, i Manowar non si smentiscono: "hard and fast", ed a giudicare da quanto udiamo in apertura di brano, le fanciulle sembrano essere tutto meno che tristi o scontente. Del resto, questa passione per la donne rispecchia in pieno quella che, fino a qualche anno fa, era pratica "standard" della band: ovvero, far accomodare sul palco qualche graziosa fan, disposta a mostrare le sue grazie al pubblico o concedersi un momento di "intimità" con DeMaio, scapolone del gruppo, il quale era solito lasciarsi andare a baci appassionati ed ai limiti dello spinto, con le diverse ammiratrici. 

Spirt Horse Of The Cherokee

In un album come "The Triumph Of Steel" ce ne è per tutti i gusti, dal poema epico all'anthem metallaro, dal testo sui draghi sparafuoco alla preghiera per gli indiani d'America, come notiamo nella traccia Spirit Horse Of The Cherokee (Lo Spirito Libero Dei Cherokee), aperta appunto da una preghiera indiana, e tradotta da Adams che recita, sovrastando voci sinistre, nitriti di cavalli e fischi in lontananza, del sentiero di lacrime che appartiene alla razza dei Cherokee, una delle razze di pellerossa più colpite dall'arrivo dell'uomo bianco nei territori americani. Molti di questi sono stati uccisi con i fucili, altri lasciati annegare in mare, altri ridotti in schiavitù, tutto in nome del commercio e del colonialismo più brutale da parte dei bianchi. Rhino attacca con colpi martellanti, mentre Shankle esegue un riffing portante davvero incisivo e graffiante, dalla potenza inaudita. Sulle linee di basso, a dir poco spettacolari, il vocalist inizia a cantare, ponendosi dalla parte di un indiano che ha perso tutto e che maledice il giorno in cui l'uomo del vecchio continente è approdato sulle loro coste. Gli indiani hanno dato il benvenuto perché sono sempre stati un popolo pacifico, ma hanno ignorato l'indole irrequieta e guerrafondaia del bianco, che subito li ha ridotti in prede da cacciare ed eliminare; loro, che sono nati cacciatori, discendenti degli animali, nati liberi, si sono visti massacrare da colui che è venuto dal nulla e che ha calpestato i loro territori senza motivo. Le liriche ricordano anche il massacro di Wounded Knee, dove, in seguito a una rivolta, morirono ben trecento indiani, sterminati dall'esercito degli Stati Uniti, nel 1890. Dopo un attimo di silenzio e dopo una sezione cadenzata, si prende ritmo con l'arrivo del ritornello, dotato di magia e fascino, per uno dei migliori pezzi mai composti dalla band. Nel testo si invoca l'antico Spirito Guida, lo si chiama in segno di disperazione per un popolo nato selvaggio e libero, nato per combattere e morire per le proprie terre. Proprio questa disperazione, la ferita ancora aperta, la lacerazione subita e ancora sanguinante è resa stupendamente dagli acuti straziati di Eric Adams al termine di ogni refrain. Il ritmo si smorza ancora una volta, poggiato tutto sulla cadenza virtuosa della batteria e si riprende a narrare di un rito sacro, riprodotto magnificamente dagli strumenti, di una danza indiana per l'evocazione degli spiriti della guerra. Gli indiani si dipingono i volti, pronti per la vendetta, affilano le armi, e danzano per essere protetti dagli antichi spiriti. Scorrerà del sangue, ma i Cherokee sono persone coraggiose, veri guerrieri, pronti a sacrificarsi per le proprie terre. Ancora gli acuti strazianti del singer ed ecco che si passa subito al favoloso bridge, gridato al cielo tramite acuti pazzeschi, dove Adams elenca i leggendari capi tribù e invoca il loro spirito: Geronimo, Cavallo Pazzo, Nuvola Rossa, Falco Nero, Toro Seduto, tutti uniti per il popolo indiano. Ancora un cambio di tempo, Rhino si fa più audace, dunque attacca con la terza parte, il riffing portante ritorna a potenziare il tutto e la coda finale è da cardiopalma, gli strumenti accelerano in una corsa che sembra non abbia fine, i colpi inferti alla batteria sono mortali, così come le pulsazioni di basso o i riffs sprigionati dalla chitarra, in un crescendo da togliere il fiato. Lo sciamano sta danzando, vuole il sangue dei nemici, incita i suoi guerrieri a spargere il sangue dei nemici. E' guerra. Eric Adams alza i toni, urla, lancia acuti animaleschi, versi selvaggi, ed è l'apoteosi di questo capolavoro musicale che reca in sé un grandissimo messaggio a favore delle popolazioni native delle Americhe.

Metal Warrios

Metal Warriors (Guerrieri del Metallo) è espressione di pochezza concettuale ma è anche un simbolo, perché è il classico titolo alla Manowar, la band del popolo, una delle poche in grado di radunare intorno a sé folle di metallari incalliti tutti uniti sotto il vessillo dell'acciaio, per urlare al mondo che l'Heavy Metal non è solo musica ma anzi, una vera e propria religione, da venerare fino alla morte. Dal silenzio, Eric Adams emerge con ghigno famelico, il timbro è pieno e cattivo, a tratti anche sporco, ma è sempre lui, il migliore di tutti, che ci accompagna in questa battaglia sonora. La batteria di Rhino fa la differenza nonostante la semplicità che appartiene a un pezzo come questo, ma tanto basta che capire che il musicista in questione è un mostro di tecnica, sicuramente meno statico del suo illustre predecessore Columbus. Mentre Adams intona le prime strofe, emerge anche la virtuosa chitarra del giovane David Shankle, musicista scovato tra più di centocinquanta candidati accorsi per sostituire un gigante come Ross "The Boss", qui alle prese con un semplice ma efficace riffing. Ovviamente si parla di un raduno di metallari, tutti coloro che hanno udito la chiamata sono invitati a partecipare e così, come fratelli uniti nel sacro vincolo del metallo, si divertono creando un'atmosfera magica dove ognuno fa la sua parte, perché c'è magia nella musica ma c'è anche magia in ognuno di noi, per un'energia devastante quanto si è uniti. A questo punto parte l'ormai leggendario ritornello, orecchiabile, che si memorizza all'istante, ultra melodico, capace di fomentare non poco grazie a un Adams spaventoso che inneggia all'Heavy Metal e caccia via chi non lo apprezza, invitando delicatamente sfigati e fighetti a togliersi dalle palle lasciando la sacra aula del metallo. Impossibile non ridere di fronte a tanta veemenza, ma anche impossibile restare fermi all'ascolto di tanta potenza sonora, irrobustita dall'entrata in scena del basso di Joey DeMaio, sempre protagonista. Non si prende fiato perché si prosegue subito con la seconda quartina, dove il mondo deve conoscere il decreto finale del popolo metallaro, ossia quello di suonare sempre più potenti, di farlo con piacere e, soprattutto, di prendere a calci chi non ascolta rock duro. Tale arroganza raggiunge il culmine nella frase "If you're not into metal, you are not my friend", attraverso la quale i Manowar esprimono la loro filosofia e la loro appartenenza a un determinato mondo. Subito dopo il secondo refrain parte l'assolo e Shankle mette in evidenza la sua tecnica, incrociando poi l'ascia con quella di DeMaio, lasciando di nuovo spazio alla voce impetuosa di Adams, il quale si lancia negli immancabili acuti che lo hanno reso immortale nella terza strofa, praticamente tutta cantata in questo modo, spingendo al massimo e alternandosi con un altro brillante assolo di chitarra. Ma non finisce qui, perché inizia il bridge, dalla velocità media e proprio su questo mid tempo, a mò di cavalcata epica, la band ci costruirà metà dei brani che verranno, intanto il vocalist torna calmo, ma qui, a premere, è Rhino che pesta come un dannato dietro le pelli; nell'aria c'è profumo di musica, il rock conquista lentamente la notte, e se non si hanno le palle per questo genere è meglio lasciare la sala all'istante. Questo è l'ordine perentorio del singer, il quale si lancia in un finale da brividi, ripetendo il chorus, ma questa volta accompagnato, in sottofondo, da urla e acuti pazzeschi. Un brano spaccone, sicuramente non eccelso liricamente ed anzi, molto basilare, ma sempre in grado di trasmettere una buona dose di energia, potente e da cantare a squarciagola, specie in sede live.

Wheels Of Fire

Il motore di una Harley Davidson romba, gli pneumatici stridono sull'asfalto e parte Wheels Of Fire (Ruote Di Fuoco), un evidente omaggio alle motociclette e alla libertà esse che rappresentano. Inizia così il nuovo viaggio musicale firmato Manowar, una corsa nell'epos ma anche nel divertimento fatto di moto, donne, birra e tanta musica metal, in un connubio stilistico che fonde perfettamente passato, presente e futuro. Scott Columbus devasta la batteria con possenti rullate e l'ascia di Ross Funicello, pronta alla guerra, fende l'aria riproponendo un suono molto simile al rombo della Harley. Un giro di basso sovrasta il tutto e infine emerge la demoniaca voce di Eric Adams, grande interprete di questo caos infernale. Il primo verso è al cardiopalma, cantato velocemente, praticamente divorato da un vocalist ispirato come non mai e che mette subito in mostra le sue doti canore narrando di un diavolo in sella alla sua motocicletta, assetato di catrame e di benzina, intento ad alzare un polverone, a evitare semafori rossi e ad aprire le turbine della sua creatura dalle curve cromate. Un acuto spacca timpani ed entra in scena il ritornello, dalla melodia accentuata che si stampa subito in mente, e ci troviamo davanti a un inno biker nel quale le due ruote sfrecciano per le strade della città, illuminando il cielo notturno con le loro scintille. E' interessante notare come sia Joey DeMaio che Ross "The Boss" utilizzino i propri strumenti riproducendo i tipici suoni dei motori, perciò si ha la sensazione di viaggiare su uno di quei bolidi, con sfuriate chitarristiche che sembrano accelerazioni e un basso travolgente che riprende il rumore degli ammortizzatori. Seconda parte nella quale si ribadisce il concetto, con tanto di acuti animaleschi, secondo il quale siamo nati per correre in sella a una moto. L'adrenalina sale in corpo, il cuore pompa sangue fino quasi a incendiare le vene, la carne diventa fuoco che illumina la notte, e intanto la strada continua ad essere divorata. Terminato il secondo refrain, ecco che abbiamo un'intensa sezione strumentale anticipata da un furioso break centrale che lega il tutto al veloce e metallico assolo di chitarra costruito su una solidissima performance di Columbus. Adams torna dietro al microfono per intonare il bridge prima di riprendere l'ultimo spietato chorus, la sua voce ridiventa acida, cattiva, osanna lo spirito indomito di queste ruote di fuoco, il vento tra i capelli, le grida degli pneumatici e il suo stile di vita selvaggio e dedito alle corse e ai motori. Un inno alle Harley Davidson ed in generale alle moto di grossa cilindrata, viste come degli odierni destrieri. Nell'epoca moderna, la motocicletta rappresenta dunque il fiero destriero dell'eroe, il quale deve necessariamente montare su di una belva del genere, per poter essere definito tale.

The Crown And The Ring

The Crown And The Ring - Lament Of The Kings (La Corona E L'Anello - Il Lamento Dei Re) è una delle tracce più belle e imponenti dell'heavy metal, dove torna con prepotenza tutto lo spirito epico della band americana, supportata dal Coro Maschile della Cattedrale di St. Paul di Birmingham che ne aumenta inevitabilmente il pathos. Ross "The Boss" suona l'organo per dare quel tocco mitico in più, e subito entra in scena il coro inglese proiettandoci in un'epoca lontana. Campane e tamburi fanno da contorno, crescendo di intensità insieme alle voci, poi attacca Eric Adams, evocativo come non mai, perfetto interprete di questo racconto mitologico. Il verso è intenso, solenne, e ci racconta di un guerriero tornato dalla battaglia con l'animo triste perché ha perduto molti amici e fratelli, ma è pronto lo stesso a partire per un'altra guerra, dopotutto è il suo destino e lui non può sottrarsi ed esso. Intervengono i cori della cattedrale per battezzare il primo sacro refrain, la melodia è pazzesca, colpisce dritta al cuore, e molte immagini si stagliano davanti agli occhi dell'ascoltatore, a cominciare da una corona e un anello coperti di sangue e offerti in dono a dei re orgogliosi ma stanchi di combattere. Adams riprende a cantare, adesso è di nuovo sul campo di battaglia, sa che rischia di morire, i nemici gli girano intorno ma non sanno che questa è la loro ultima corsa, così sella il suo cavallo, prende la spada, butta giù l'ultimo sorso di birra e si getta nella mischia. Secondo ritornello, le tastiere si potenziano e danno il via per la terza parte del pezzo, nella quale Adams finalmente si scatena con un acuto inverosimile dopo che ha rivolto una preghiera a Odino, è giunto il tempo di lasciare questo mondo, i nemici avanzano e sono troppi ma lui di fronte a nessun uomo è pronto a inginocchiarsi, così sfodera l'acciaio e va incontro alla morte. La sofferenza è palpabile, Adams è un divino interprete, poi il coro cresce intonando ancora una volta lo splendido e toccante ritornello. Un brano evocativo, un capolavoro epico da pelle d'oca, poco metal ma tanta emozione. In maniera certamente più "fine", possiamo in queste liriche rivedere un immaginario epic-fantasy molto caro ai nostri Manowar, i quali sembrano quasi farci rivedere Conan il Barbaro votarsi al dio Crom, nell'atto di intraprendere l'ultima e sanguinosa battaglia contro il dispotico Thulsa Doom. Ancora una volta un brano che presenta un eroe consapevole della sua forza ma anche delle difficoltà donategli dalla sua posizione. Una corona ed un anello, simbolo di potere e regalità: ma anche di sacrificio, di sangue innocente riversato sulle proprie mani.

Conclusioni

Dopo 25 canzoni dopo rieccoci qui. Due ore di musica, nella quale, una volta terminato l'ascolto, si resta con un dubbio lecito: serviva davvero rilasciare un progetto di questa portata? Molto probabilmente nessuno ascolterà mai questa raccolta tutta d'un fiato, o forse lo farà qualcuno che effettivamente abbia voglia di passare due ore a suon di Manowar e allora va bene, che la magia dell'epic metal sia con lui e con questo "Hail and Kill". Però va anche detto che di raccolte firmate Manowar ne troviamo a bizzeffe, e va anche detto che, oggigiorno, crearsi una propria raccolta prendendo pezzi qua e là dalla discografia sia una cosa facilissima, e aggiungerei prendendo pezzi anche dal resto della carriera dei Manowar qui tralasciata. In definitiva il dubbio resta: che senso ha una compilation del genere? Per quanto riguarda la mancanza di tantissimi album, colgo l'occasione per dire che la raccolta sarebbe stata apprezzabile se avesse compreso alcuni grandi brani sparsi negli EP, come ad esempio "Dawn of Battle", "Believe" o "Die With Honor", belle canzoni perdute in un mare di operazioni prive di logica; ma, come abbiamo visto, la raccolta prende in esame un periodo ben preciso. Ovviamente riascoltarsi i grandi classici della band Epic Metal per eccellenza è sempre una bella esperienza, i musicisti stessi ne sono consapevoli e fanno leva proprio sul sentimento di appartenenza dei "manowarriors" sparsi per il globo, molto spesso disposti a seguire i loro idoli in capo al mondo e di conseguenza anche a comprare quanto di più possibile rilasciato dal marchio Manowar. La raccolta si apre con un pezzo simbolico come "Kings of Metal", a dir poco leggendario, e si chiude con uno che lo è altrettanto, ovvero "The Crown and the Ring". Un inizio grintoso ed un finale solenne. Un inizio in cui DeMaio e soci affermano di essere i re dell'acciaio, come sappiamo tutti, ma sentircelo dire ancora e ancora ci dà sì un nostalgico senso di sollievo e di sicurezza, ma anche un leggero sentore di malinconia, perché potremmo subito pensare ai tempi andati e al fatto che i re non si siano sempre mantenuti all'apice, non tanto per la qualità dei lavori, piuttosto per le scelte discutibili che poi sono andate ad inficiare proprio sulla qualità degli album. Ed è così che come finale sentiamo il lamento dei re, una preghiera maestosa che pur essendo drammatica e solenne riesce a rinvigorirci e a convincerci che dopotutto, nonostante le varie cadute in carriera, i re sono comunque riusciti a costruire il loro invidiabile regno, costituito da fedeli sudditi e da immortali guerrieri. Ogni canzone dell'album è lì a ricordarcelo, anche se avremmo preferito una raccolta più esaustiva, con altri grandi classici tirati in ballo, come vi anticipavo già nell'introduzione. In effetti fa un po' storcere il naso la presenza di "Pleasure Slave", canzone beffarda e guascona, molto piacevole, ma che un po' stona in mezzo all'emozionante e delicata ballata "Master of Revenge" e alla fiera "Spirit Horse of the Cherokee" (entrambi estratti da "The Triumph of Steel), tanto più perché il succitato brano era addirittura una bonus-track di "Kings of Metal". Proprio a questo proposito, oserei dire quanto faccia piacere vedere quasi tutti i pezzi di "The Triumph Of Steel", dato che è un album che spesso e volentieri pare passare in sordina, quando invece è un grandissimo lavoro, interessante e coraggioso, e che avrebbe sicuramente meritato un erede. Che la band se ne sia resa finalmente conto? Alla fine dei conti, insomma, è sì un piacere riascoltarsi tutto il lascito degli Dei del metallo, ma non se ne sentiva proprio il bisogno. I fans dei Manowar aspettano ben altro dai loro beniamini e questa "Hail And Kill" rimarrà l'ennesima raccolta, ricca di grandi pezzi storici, ma che resterà nell'ombra.

1) Kings Of Metal
2) Fighting The World
3) Black Wind, Fire And Steel
4) Blow Your Speakers
5) Carry On
6) Hail And Kill
7) Holy War
8) Ride The Dragon
9) The Demon's Whip
10) The Warrior's Prayer
11) Kingdom Come
12) Thy Power Of Thy Sword
13) Defender
14) Master Of The Wind
15) Blood Of The Kings
16) Burning
17) Violence And Bloodshed
18) Drums Of Doom
19) Heart Of Steel
20) Master Of Revenge
21) Pleasure Slave
22) Spirt Horse Of The Cherokee
23) Metal Warrios
24) Wheels Of Fire
25) The Crown And The Ring
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