MANOWAR

Gods Of War

2007 - Magic Circle Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
10/02/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Nel 2003, a causa di alcuni bisticci con la politica contrattuale imposta dalle varie etichette musicali che si prendono la quasi totalità dei guadagni degli artisti, nonché la diffusione di Internet che uccide il concetto stesso di arte e di prodotto artistico, stravolgendo il modo di concepire e di diffondere musica, Joey DeMaio, bassista di una della band di punta di tutto l'heavy metal, decide di fondare una propria casa di produzione all'interno del suo studio privato, dove poter avere il pieno controllo del suo marchio e del materiale firmato Manowar. Il nome dato alla nuova etichetta è Magic Circle Music, con la quale il musicista si mette subito a lavoro, senza perdere tempo, stipulando una manciata di contratti con band più o meno famose (tra cui i nostrani Rhapsody, gli HolyHell, i Burning Starr di Jack Starr ed i David Shankle Group, formazione capitanata dall'ex chitarrista degli stessi Manowar), riciclandosi quindi come businessman per una nuova avventura che lo impegna al 100%. Sono tempi difficili per la musica, ma nonostante tutto DeMaio e soci si danno da fare, inaugurando una serie di concerti in giro per il mondo e soprattutto organizzando un proprio festival: The Earthshaker Fest, tenutosi nel 2005 in Germania, che sarà interamente registrato e lanciato sul mercato in una bella confezione DVD per uno dei più straordinari concerti mai tenuti da una metal band. Forti dell'incredibile successo dell'ultimo studio-album "Warriors Of The World" e della grande forma fisica testimoniata dalle esibizioni live, i Manowar sono pronti a raccogliere una nuova sfida, intraprendendo un nuovo percorso coraggioso e dalle grosse ambizioni. Terminato il lunghissimo tour in giro per il mondo, nel 2006 esce il primo lavoro prodotto dalla Magic Circle Music, un lavoro che si intitola "The Sons Of Odin"; si tratta di un mini che desta grande interesse tra il pubblico perché mostra un ulteriore evoluzione nello stile della band: più sinfonico e aulico, dove la musica epica segue un filo narrativo per il primo concept-album mai partorito dai Manowar. La band annuncia così la volontà di tributare Odino attraverso un lavoro possente, dai suoni cristallini, ma supportato da una parte orchestrale, tutta riprodotta in studio, per un'esperienza inedita, differenziandosi perciò dalle produzioni precedenti e puntando tutto (ovviamente con le debite distanze) sulla pomposità tipica della musica del compositore Wagner, da sempre beniamino del bassista. L'ep comporta cinque grandi pezzi che trasudano epic metal da tutti i pori e che riportano i Manowar indietro di trenta anni ma che ne sono un ulteriore evoluzione, anche se non tutti vedono la cosa di buon auspicio. Nonostante tutto, quei 25 minuti di musica solenne convincono i fans, dimostrando una vena creativa non ancora esaurita e una voglia di sperimentare più forte che mai. Bisogna attendere ancora qualche mese per trovare conferma nel full-length, esattamente nel febbraio 2007, quando viene pubblicato "Gods Of War", uno degli album più controversi della storia del metal e ancora oggi in grado di spaccare in due il pubblico. L'album, che si snoda in ben settantacinque minuti di musica, è composto da brani classici e altri totalmente narrati, più altri solamente orchestrali, per un esperimento uditivo che si avvicina molto a quello di una colonna sonora cinematografica, dove le parole recitate sono importanti tanto quanto le melodie dei ritornelli o i fraseggi di chitarra. L'intento è chiaro a tutti: i Manowar vogliono stupire il proprio pubblico, magari esagerando pure, ma condensando quasi trenta anni di carriera e di proclami altisonanti in un lavoro a tratti stupefacente e a tratti discontinuo, a tratti affascinante e a tratti risibile. Eh già, perché i nostri cavalieri di Auburn fanno di tutto per eccedere, a cominciare da un booklet totalmente scritto con caratteri runici per rimandare ad epoche antiche e che per interpretare le didascalie bisogna perderci ore, passando per un art-work sborone disegnato dal fedele Ken Kelly, il quale ci consegna una bella tavola dai toni scuri e tendenti al blu che raffigura i quattro muscolosi guerrieri (i Manowar che rappresentano proprio i musicisti) che tendono le spade infuocate verso un cielo plumbeo e infestato da demoni, mentre ai loro piedi strisciano, cavalcando alcuni serpenti, le sensuali e onnipresenti valchirie, mischiando in questo modo le cover di "The Triumph Of Steel" e di "Fighting The World". L'artwork però, nonostante la sua eccentricità, è ben poca cosa rispetto alla musica che in esso è contenuta, poiché si tratta di un prodotto dalla produzione scintillante, una delle più pulite e curate al mondo (almeno in ambito heavy metal), dove ogni strumento, persino quelli orchestrali e riprodotti tramite computer in studio, gode di suoni praticamente perfetti. Il lavoro in studio è eccellente e frutto delle migliori tecnologie, così come la spinta pubblicitaria è imponente, tanto da risultare uno dei dischi rock più venduti e famosi del nuovo millennio. Oltre all'immagine però, ciò che desta clamore sono le canzoni, poiché la dinamica dell'opera richiede un ascolto attento e protratto nel tempo per via della sua discutibile struttura. Inoltre, per non farci mancare nulla, "Gods Of War" viene rilasciato in tre differenti versioni: cd singolo, doppio vinile e l'edizione limitata cd più dvd contenuti in un box argentato simil acciaio, ma ciò che è interessante notare è l'inserimento della bonus track finale, "Die For Metal", in realtà non arricchimento della limited edition ma presente in tutte le versioni, intesa però come estranea dal contesto narrativo e che assume stranamente il ruolo di singolo di lancio dell'album, essendo dotata di un video-clip specifico. Insomma, nonostante il successo di vendite, tra stranezze e furberie varie, il concept solleva una marea di critiche e di opinioni diverse tra gli ascoltatori, andando a dividere persino gli stessi fans della band che si trovano spiazzati da cotanta sregolatezza e che molti interpretano come follia e tanti altri come originalità. Ma addentriamoci nell'analisi delle sedici tracce presenti all'interno di questo imponente lavoro, per scoprire i numerosi punti deboli dell'opera ma anche le sue molteplici qualità, forse non troppo sfruttate dagli stessi Manowar.

Overture To The Hymn Of The Immortal Warriors

"Overture To The Hymn Of The Immortal Warriors (Overture Per L'Inno Dei Guerrieri Immortali)" è una lunga traccia orchestrale, dove il genio creativo di Joey DeMaio raggiunge la sua maturità dopo le singole prove orchestrali dei precedenti lavori, come "The March", contenuta in "Warriors Of The World", o "Odin", estratta dall'ep "The Sons Of Odin". Non ci troviamo al cospetto di un miracolo musicale, sia chiaro, l'estro creativo del bassista, in fatto di musica classica, è abbastanza limitato, visto che ripete sempre le stesse cose, ma comunque l'artista riesce a creare un'atmosfera malinconica ed estremamente epica, tramite l'utilizzo di archi, tamburi e tastiere, tutti strumenti riprodotti in studio grazie alle nuove tecnologie. Questo brano è perfetto per immergersi nell'ambientazione narrata dal concept, trasportando l'ascoltatore nel mondo lontano del mito, strizzando l'occhio a quella che potrebbe essere benissimo una colonna sonora di un film storico. Le tastiere fanno capolino di qua e di là divincolandosi in mezzo a trombe, tamburi e campanelli, dialogando spesso con cori angelici che aumentano di intensità mano a mano che la canzone va avanti col minutaggio. La sensazione di trionfo e di pura magia viene trasmessa perfettamente dall'orchestra, che ripete per quattro volte le stesse dinamiche seppur cambiando tonalità, e così troviamo le tastiere sempre più in primo piano e che si ritagliano un posto d'onore sovrastando i violini e le percussioni, fino a portare a termine il proprio lavoro dopo ben sei minuti. Sei minuti per introdurre al pubblico la nuova fatica dei Manowar, e sin dall'inizio si ha la consapevolezza che per il decimo album in studio la band abbia pensato in grande, registrando qualcosa di particolare e inedito. Ma la goliardia orchestrale, più che altro uno sfogo del mastermind del gruppo newyorkese, è solo la conseguenza di uno studio che lo stesso DeMaio ha perseguito negli ultimi anni di carriera, avvicinandosi alla musica classica, soprattutto al dramma lirico di metà 800 e in particolare alla pomposità musicale del compositore tedesco Richard Wagner, da egli stesso considerato, in modo scherzoso, l'inventore dell'heavy metal. E bisogna ammettere che la traccia ha una sua funzionalità e una sua riuscita, preparando il fan all'ascolto dell'album.

The Ascension

"The Ascension (L'Ascensione)", che avevamo conosciuto già dalla sua presentazione al festival Earthshaker in Germania, è una breve introduzione che rivela il lato sinfonico della musica dei Manowar, chiave stessa di lettura di "Gods Of War". Tra i cori epici e onnipresenti in nell'album, attacca l'orchestra con squilli di trombe che annunciano a tutti l'inizio della battaglia, dove è propro Odino a scendere in campo affianco al guerriero. Tra i tamburi che sembrano riprodurre venti di tempesta emerge registrata la voce di Joey DeMaio, nelle veci di Odino per tutto il disco, intervenendo diverse volte lungo la sua durata, che ci introduce nel mondo epico raccontando che la forza dell'universo, tanto tempo fa, ha generato un figlio, battezzato dai quattro elementi terrestri: il fuoco, il vento, la terra e l'acqua, e che dalle tenebre questo bambino è nato per portare la luce sul mondo e trionfare sull'ingiustizia. Egli sarà per sempre conosciuto come il "Re dei re". A questo punto interviene Eric Adams e si impone sull'orchestra, sovrastando tutti con la sua potenza vocale e lanciandosi in un elogio a se stesso, incarnazione del Re: lui è la Luce Infinita, chiamato a correggere questo mondo peccaminoso e perduto nel buio sotto il segno e i comandi del suo dio Odino, che lo guida nell'impresa. Appena due minuti, drammatici, soavi, altamente profondi, capaci di scaraventare l'ascoltatore nella magia della mitologia e in una realtà mitologica scaturita dalla musica epica dei Manowar. Grandissima introduzione e atmosfera eccellente, peccato che questa intro segua un'altra introduzione, quella "Overture To The Hymn Of The Immortal Warriors" che doveva già scaraventarci nella tormenta metallica e nella foga della battaglia, risultando perciò un anticlimax che non fa altro che allungare l'attesa e soffocare il pathos.

King Of Kings

"King Of Kings (Re Dei Re)" prosegue su toni aulici uniti a una potenza inaudita in grado di rievocare immaginari lontani. Finalmente la guerra è iniziata e la musica metal trova il suo spazio in un incedere tipicamente manowariano. La violenza della sezione ritmica è strettamente legata all'immaginario epico, quindi costantemente contornata da cori bellici che fomentano e, in sottofondo si nota una nobiltà scaturita dalle tastiere di DeMaio, vero Deus Ex Machina che tutto controlla e tutto organizza nel suo studio privato. La pomposità del brano è evidenziata dall'utilizzo dell'orchestra riprodotta in studio, a donare quel tocco di magia e di regalità in più. La chitarra di Logan si snoda come una serpe in un riffing velenoso, facendo coppia col muscoloso basso, mentre Scott Columbus è alle prese col doppio pedale per ricreare la possente base speed e fomentare sin dall'attacco gli ascoltatori. I cori emergono subito sin dall'inizio e percorrono tutto il brano fino alla fine dei quattro i minuti; Eric Adams fa la sua entrata in scena appena dopo dieci secondi e succede il delirio, voce sporchissima e incazzata che si inerpica in versi sparati velocissimi, pesanti come macigni. Il tema del brano è sempre lo stesso dei Manowar: si tratta di un inno gli Dei del nord, dove sangue, acciaio, guerra e ricerca di immortalità si fondono. Voci di vittoria proclamano l'ascesa di uomo a re del regno, la sua incoronazione avviene quando il giorno incontra la notte, al crepuscolo, tra fuochi che illuminano il buio e che sembrano provenire direttamente dall'inferno. Il re si inchina agli Dei che hanno scelto il suo destino e così si attacca col bellissimo e trascinante ritornello che ci proietta nella scena bellica, tra tempeste di sabbia e pioggia battente ove l'acciaio stride e affonda nella carne. La melodia accresce grazie ai cori che aumentano di intensità coinvolgendo l'ascoltatore, lanciandolo alla corte del re dei re, nel tempio del Valhalla, dove Odino in persona lo benedice. Si prosegue senza sosta con un Adams in grande spolvero e che decanta le altre strofe, lanciandosi persino in risate diaboliche mentre narra della paura visibile negli occhi dei nemici, i quali alzano lo sguardo in cielo e pregano affinché il re dei re non appaia dinanzi a loro. Le loro paure hanno creato un castello di tenebre, molti pensano di sognare e che tutto ciò sia solo un incubo, ma la realtà è altra e il re, col suo esercito di valorosi guerrieri, marcia contro di loro per annientarli. Il re è una grande guida, capace di trasformare semplici uomini in demoni assetati di sangue, scagliandoli contro il nemico, in mezzo alla folla mentre lui aspetta sulla sella del suo destriero. Arriva inaspettato il mistico break centrale, dove i suoni brutali si spengono e restano i cori di contorno che si confondono con qualche effetto sonoro, così ecco che torna la voce di Odino (già udita in "The Ascension"), interpretata da Joey DeMaio con timbro modificato e fiero, il quale parla all'eroe del testo, il suo figlio prediletto dicendo di vivere con onore per tutti i giorni della sua vita, di fortificare gli animi dei suoi amici e di glorificare le divinità rendendo loro grazia per i poteri che ha ottenuto nel mondo degli uomini. Si torna a cantare e allora con aria solenne si arriva alla parte magica del brano, quella più profetica, dove il vocalist si rivolge al suo dio asserendo che la sua spada è la proiezione della sua anima, sempre al servizio di Odino e al servizio del suo regno, il regno dei re, pronti a guidare i popoli verso un mondo migliore. Karl Logan esegue un furioso assolo di chitarra e poi, come da tradizione Manowar, la parte finale è un turbine di potenza e di inossidabili acuti sparati dal nostro amato singer.

Army Of The Dead, Part I

"Army Of The Dead, Part I (L'Armata Dei Morti, Parte I)" è ancora una breve introduzione, più che altro un semplice intermezzo melodico, dove Adams è il solo protagonista contornato da cori. Lo scroscio dell'acqua invade le casse dello stereo, poi un colpo di tamburo, dunque dei cori emergono per alcuni secondi fino a spegnersi, lasciando posto al vocalist che intona a cappella un canto di guerra, in un momento davvero aulico. Il guerriero protetto da Odino sta incitando il suo esercito prima di scagliarsi nella battaglia dice ai suoi uomini di alzare al cielo le armi e di prepararsi alla morte. Ma la morte non avverrà in solitudine, perché tutti saranno uniti, mentre le valchirie raccoglieranno i loro corpi e li riporteranno a casa, in Asgard, il regno dei gli Dei nordici. Le stanze del Valhalla sono ornate a festa per dare il benvenuto ai caduti, eroi impavidi onorati, venerati e accolti dall'immortalità. Questo interludio sacro esalta la morte, il concetto stesso di morte, vista come il principio per l'immortalità, ma è anche un incoraggiamento ai soldati che stanno per affrontare il nemico, consolandoli con la promessa id una vita ultraterrena sicuramente migliore di quella vissuta sulla terra. Si tratta di poche righe che si sviluppano in meno di due minuti, la melodia è vincente, perfetta da cantare, dove Eric Adams dimostra la sua grandezza, che prende forma definitiva con l'immancabile acuto finale. Peccato aver inserito questo brano in questo punto della scaletta, e cioè dopo due introduzioni, andando a spezzare ulteriormente il ritmo, il quale non sembra proprio partire.

Sleipnir

"Sleipnir (Sleipnir)" dovrebbe porsi come inizio vero e proprio della parte metallica, eppure sembra essere solo un fuoco di paglia in mezzo a tanta prolissità. Anche questo è introdotto da una parte recitata dallo stesso DeMaio, ancora una volta, mentre dei cavalli scalpitano e in lontananza si odono grida ribelli e scontri. Sleipnir, secondo la mitologia norrena, è il cavallo a otto zampe di Odino, di colore grigio e veloce come la luce, è in grado di solcare i cieli e di passare da un mondo all'altro, attraversando le otto dimensioni che collegano l'universo. Odino lo manda in missione a raccogliere, assieme alle valchirie, i corpi dei caduti, per trasportarli su un carro dorato nei templi di Asgard. Terminata l'introduzione, della durata di un minuto e mezzo, ennesimo blocco al ritmo di un album fatto a singhiozzo, Adams attacca con voce impetuosa, lanciando finalmente la canzone, e lo fa dal ritornello. Il chorus è la prima parte a esordire, le linee melodiche sono eccezionali e trascinanti e sono presenti, anche qui, i cori dove la voce del cantante viene sommersa da una drammatica epicità che evidenzia la funzione principale dell'affascinante creatura Sleipnir; a lui si chiede di venire in soccorso dei morenti per trasportarli nel mondo ultraterreno di Asgard, nelle stanze del Valhalla, poiché Odino sta aspettando i suoi guerrieri morti con valore. A questo punto la sezione ritmica scalpita e dà una bruca accelerata al ritmo, snodandosi in un power song devastante. Doppia cassa, fraseggi altisonanti e basso pulsante sono gli ingredienti di cotanta potenza, e allora partono le prime due strofe, quasi sussurrate, che ripetono le funzioni assolte dal cavallo. Egli, dalla grigia pelle ghiacciata e la lunga criniera bianca, giunge dal mondo dei morti, inviato dal suo padrone, per fare la spola col mondo dei vivi. Nato dai Giganti e custodito dalle valchirie, Sleipnir cavalca gli oceani e le terre in cerca eroi. Adams alza la voce e con lui tutti gli strumenti si impennano, ecco che giunge il bellissimo pre-chorus, brutale e pieno di energia, dove il nostro urla che Sleipnir è partito da Asgard alla ricerca degli impavidi morti sul campo, e lì vi tornerà per donare ai soldati l'immortalità. Dopo il refrain Adams continua in tonalità adirata, alzando il tiro del brano, Columbus picca indemoniato e DeMaio si diverte con strani effetti sonori in sottofondo, molto metallici, come se sfregasse il suo basso contro un muro, ricreando l'effetto di una tormenta. Il vocalist ci racconta che il questo è il cavallo più veloce dell'universo, dalla muscolatura fortissima, fa la spola tra il mondo degli Dei e quello degli uomini, scalciando con le sue otto zampe e battendo i denti sui quali ha inciso lettere runiche che sono preghiere indirizzate a Odino. È una creatura divina e magica, che solo pochi hanno il privilegio di cavalcare. Secondo refrain, dunque Karl Logan si lancia in un bellissimo assolo, mentre gli altri musicisti continuano a picchiare forte, senza dare segni di cedimento, dopodiché si lascia spazio completamente a Eric Adams, il quale ci delizia con la ripetizione del ritornello fino al termine del brano.

Loki, God Of Fire

"Loki, God Of Fire (Loki, Dio Del Fuoco)" è una bomba, la chitarra di Logan si snoda in un riffing feroce, sovrastato dal terremotante drumming di Columbus, ed inizia così una cavalcata che della potenza il suo punto di forza. Up-tempo poggiato su una sezione ritmica intensa e devastante, sulla quale Adams emerge con un acuto prima di intraprendere il primo verso nel quale narra di Loki, figlio adottivo di Odino e fratellastro di Thor, nato dal gigante Farbauti e dalla dea Nàl e considerato dagli antichi vichinghi una figura ambigua, a volte dalla parte dei buoni altre dei malvagi, ma comunque sempre dedito a creare caos e disordini. Egli aiuta Thor a recuperare il suo martello facendo da tramite tra il mondo degli umani e quello degli Dei. Le due quartine declamate da Adams sono molto dinamiche, poiché cambiano repentinamente melodia  rendendo orecchiabile il brano e veloce il ritmo, fino ad aprire il pre-chorus scandito dai potenti colpi del batterista che inaugura la parte più brutale del brano, ossia il buon ritornello, non troppo originale ma piuttosto fresco e trascinante, dove tutti gli strumenti, all'unisono, esplodono riprendendo il riffing dell'attacco iniziale e dove si invoca Loki, dio del fuoco, che incendia il cielo al suo passaggio. Il refrain non è altro che una semplice quartina, ma dall'animo marziale. Si prosegue con la seconda parte, altre due strofe, divorate dal singer come un tornado, nelle quali si apprende che Loki è padre dei lupi e dei serpenti di mare (non a caso, nell'iconografia classica, questi due animali identificano il dio e sono spesso raffigurati al suo fianco, oppure addirittura è la forma stessa che egli assume quando è sulla terra, in mezzo agli uomini). Loki è un gigante capace di trasformarsi per ingannare l'uomo e portare confusione e instabilità, è l'antitesi del fratellastro Thor, eroe giusto e portatore di equilibrio. Doppio ritornello che va a spegnersi nel bridge, senza sosta alcuna, dove il ritmo rallenta seppur la potenza di fondo resta integra, e allora Adams ci riferisce che Loki è fratello di Thor e figlio di Odino, personificazione della guerra e del fuoco che tutto divora, destinato a regnare per sempre, causando anche una marea di guai e di problemi, sia nel mondo terrestre che in quello divino. A questo punto incomincia una bellissima fase strumentale che vede la chitarra di Logan eseguire un solido assolo old-school, del giusto gusto melodico, e duettare con i pressanti accordi di basso, in un duello davvero micidiale. Ma questo pezzo è irrefrenabile, non si respira un istante, e allora si riparte in quinta ripetendo i versi già ascoltati in precedenza, con lo stesso testo, ma ora declamati con più grinta dal vocalist, il quale si lancia in una serie di acuti animaleschi. La coda finale è tempestosa, il ritornello viene ripetuto alla nausea, ma questa volta viene scandito assieme a un granitico assolo di chitarra e alle grida disumane del cantante, per una fase di pura confusione, di caos voluto, che è poi il tratto distintivo del dio Loki. Un pezzo piuttosto canonico ma decisamente trascinante, dall'animo d'acciaio e dalla grinta inaudita. Il tutto si infrange nel silenzio, dal quale emerge il rumore della pioggia a cullare l'ascoltatore dopo la sbornia metallica.

Blood Brothers

"Blood Brothers (Fratelli Di Sangue)" incomincia dove finisce "Loki, God Of Fire", ossia dal rumore di pioggia che soffoca ogni istinto animalesco e dona pace. Si percepisce subito che il momento è riflessivo ed intimista, dunque ecco che le tastiere prendono vita per narrare di un sentimento sacro. Eric Adams dà il via a questa intensa ballata che parla di amicizia, uno dei temi principali di tutta la filosofia manowariana. Tempo pochissimi secondi e ci ritroviamo in un mondo desolato e cupo, ma siamo cullati dalla delicata voce di Adams, questa volta angelico e dal tocco morbido, che sussurra che la vera forza consiste nell'essere tutti uniti. Quando il mondo si fa triste e pesante, carico dei suoi problemi, l'unica via da seguire per resistere e affrontarlo è quella di appoggiarsi agli amici. Nei peggiori momenti, negli istanti più oscuri, c'è sempre qualcuno s cui fare affidamento. Eric Adams scandisce bene queste parole di conforto, lo fa alzando la voce e riempiendo il cuore di una passione forte, così si avventura nel magico ritornello, orecchiabile e toccante, sempre accompagnato dal delicato motivetto delle tastiere suonate da DeMaio, e afferma che qualunque sia il problema, qualsiasi sia il posto in cui ci si trova, basta pensare agli amici per avere una spalla su cui piangere e ritrovare il coraggio di affrontare le giornate. L'amicizia è una cosa sacra, un vincolo di sangue che non tutti hanno il privilegio di avere, è un dono fatto dagli Dei agli uomini. Columbus interviene timidamente, poi subentrano le asce di Logan e di DeMaio che vanno a sostituire le tastiere. Il suono si gonfia, restando comunque in una fase intimista e quindi morbida, le due strofe narrando che gli amici sono benedetti sotto le stesse stelle e che nell'amicizia non esiste un prezzo da pagare, perché il dolore, ma anche le gioie, sono tutti in condivisione. I veri amici sono come fratelli, il loro legame è forte e puro. Karl Logan è sensuale, il suo assolo trasuda passione e sentimento, c'è anche un pizzico di malinconia nelle note, allora si ricomincia da refrain che si ripete per tuta la coda, risultando anche un po' troppo statico, ma è talmente bello da essere cantato a squarciagola, così come fa Adams in sottofondo, lanciando acuti a tutto spiano con l'accompagnamento dei selvaggi fraseggi di chitarra. La struttura della ballata è molto semplice e forse un po' statica, non ci sono cambi di tempi e nemmeno stacchi, tutto procede lineare e in modo ripetitivo, ma la melodia cattura sin da subito e impreziosisce il tutto. I Manowar si confermano dei giganti nell'invenzione di linee melodiche orecchiabili, andando a colpire dritti al cuore degli ascoltatori, senza contare poi il messaggio veicolato, di una profondità enorme, lo stesso che hanno sempre cercato di consegnare al proprio pubblico.

Overture To Odin

"Overture To Odin (Overture A Odino)" è un brano orchestrale della durata di tre minuti e mezzo. In questo contesto vengono riprese le coordinate stilistiche già ascoltate nell'overture iniziale dell'album, esasperandone i toni nostalgici attraverso il massiccio utilizzo delle tastiere e dei cori che rievocano un mondo lontano e funestato da continue guerre, ma anche da gesta eroiche fuori dal comune. Quando entrano in scena le trombe il cuore si gonfia di un sentimento goliardico, del tipo che verrebbe voglia di impugnare una spada e alzarla al cielo, fendendo l'aria in segno di vittoria. Il tema di questa traccia strumentale è lo stesso che troviamo nella canzone "Odin", posta quasi in chiusura di "Gods Of War", ma non è un inedito, infatti "Odin - Orchestral Version" già abbiamo avuto modo di analizzarla nell'ep "The Sons Of Odin", uscito pochi mesi prima dell'album. In questo caso specifico però, viene utilizzata per introdurre la seconda parte del concept, inaugurando la fase dedicata al dio Odino e alle sue gesta. Nonostante l'oggettiva bellezza, l'utilità di un brano del genere è alquanto discutibile, poiché non solo riprende a piene mani melodia e struttura già ascoltata in precedenza in "Overture To The Hymn Of The Immortal Warriors", ma perché ha lo scopo di un intermezzo, dividendo esattamente a metà il disco, spezzandone un ritmo che già fin qui ha avuto numerosi intoppi. Fatto sta che i quasi quattro minuti trascorrono con piacere e sono godibili presi a sé, funzionano e sono anche buoni a farci immergere nell'ambientazione, ma è nell'insieme che perdono di potere e di magia, senza contare il fatto che poi seguono una ballata e sono seguiti a ruota non da una canzone ma da una traccia narrata. Se non è prolissità questa.

The Blood Of Odin

"The Blood Of Odin (Il Sangue Di Odino)" è una traccia narrativa, dove imperversano venti di guerra, cavalli che scalciano, lame che si scontrano, grida umane, il tutto intervallato da Columbus che ogni dieci secondi sferra un colpo alle pelli, accompagnando la voce di Joey DeMaio che recita parole per ben quattro minuti, descrivendo la figura di Odino. Sulle spalle del dio vi sono due corvi, Huginn e Muninn, mandati dalla divinità in giro per il mondo per poi tornare da lui, nella notte, e raccontare tutto ciò che hanno visto durante il giorno. Il dio veste d'oro, possiede una spada magica ed una lancia chiamata Gungnir, incise entrambe con delle rune dai significati sacri ed è sempre accompaganto da due fedeli lupi, sinonimo di forza e di sapienza. Sleipnir, il suo destriero a otto zampe, lo trasporta tra il mondo dei vivi e quello dei morti, per raccogliere i guerrieri più valori, chiamati Einherjer, e trasportarli direttamente nelle stanze del Valhalla dopo aver attraversato il ponte arcobaleno che collega i due mondi. Odino tutto conosce e tutto osserva, la sua saggezza suprema è proverbiale; è il dio della poesia, della magia e del destino, dell'agonia e del sacrificio, ma anche della guarigione e dell'amore, perciò di lui gli uomini hanno timore ma anche rispetto e venerazione. Dalle sue mani è nata la più grande stirpe di guerrieri, egli ha spaccato la terra in due e dalle sue viscere ha estratto sangue divino, spargendolo sul mondo e creando i suoi figli: i figli di Odino, guerrieri valorosi, i più grandi mai esistiti. In questo brano le parole assumono più importanza della musica, come se i Manowar cercassero di descrivere la immagini di un film, tanto che la traccia assume i connotati di colonna sonora, quindi poco adatta ad un album ma d'effetto per un prodotto cinematografico. Purtroppo, trattandosi di un disco di heavy metal, la sua resa è vana e sbiadita. La classica traccia da ascoltare un paio di volte e che poi si skippa tranquillamente, ma almeno serve a introdurre la figura di Odino, descrivendone, in estrema sintesi, chi è e cosa rappresenta per la tradizione nordica.

The Sons Of Odin

"The Sons Of Odin (I Figli Di Odino)" ha come protagonisti proprio i guerrieri nati dal sangue di Odino, i soldati più forti e coraggiosi del mondo. Attacco impetuoso con la chitarra di Logan che dà inizio a una cavalcata epica di grande impatto, poi arrivano i cori a impreziosire il tutto e la sezione ritmica segue il flusso, con basso pompato a dovere e batteria terremotante. Tempo trenta secondi e i toni si smorzano, rimane solo il basso potentissimo di DeMaio ad accompagnare i sospiri di Adams, il quale racconta di una lotta corpo a corpo, armatura contro armatura e spada contro spada, il rumore dell'acciaio che collide creando scintille e udibile in sottofondo attraverso lo sfregamento di due pugnali che lo stesso bassista ha portato in studio per ricreare l'effetto reale. Incomincia il lungo pre-chorus, dalla melodia stupefacente e con tutta la base ritmica in palla, i singoli musicisti sono scatenati, Logan esegue un fraseggio roccioso e Columbus comincia a scalciare col doppio pedale. Su tutti svetta Eric Adams inneggiando alla gloria e alla fama che un vero guerriero deve raggiungere per poter far parte della cerchia dei Degli del Valhalla. Un uomo, per sedersi accanto al suo dio, ha bisogno di coraggio, di un cuore d'acciaio, di un animo puro, tutte doti che gli permettono di uccidere il nemico e di onorare gli amici caduti tramite il sangue degli ingiusti. I ritmi si smorzano ancora, il basso riproduce i battiti di un cuore in tumulto, il protagonista delle liriche sa che anche lui un giorno entrerà nella sala del Valhalla e avrà l'onore di guardare in volto Odino, ci entrerà con la spada stretta in mano, fedele compagna di una intera vita, grondante ancora del sangue nemico. Si procede col pre-chorus e questa volta arrivando fino in fondo, ossia allo strepitoso ritornello, tremendamente epico, dove la melodia indica la grandezza di una band come i Manowar, magari semplici strumentalmente ma capaci sempre di trovare il guizzo melodico vincente, risultando orecchiabili e trascinanti, elementi dei quali non tutti riescono a godere e che poi sono altro che le qualità principali per creare buona musica. Le porte del Valhalla si aprono ed il mondo dell'oltretomba accoglie i figli dei Dei morti in guerra. In questo tripudio di lealtà e trionfo, il ritmo accelera e inizia la fase strumentale centrale, dove la sezione ritmica resta invariata, con i fraseggi intrecciati di Logan e di DeMaio e i colpi fragorosi di Columbus che corrono per quasi un minuto, giungendo all'ottimo assolo di Karl Logan, in questo periodo ispirato come non mai. Il ritmo resta invariato, si spinge sull'acceleratore e il pezzo si trasforma completamente in una cavalcata epica, Adams torna dietro al microfono e grida a tutti quanti che lui e il suo esercito è riunito per celebrare Odino e suo figlio Thor, e prima che sorga il sole tutti quanti saranno riuniti nel regno oscuro degli Dei nordici. Un acuto e si dà inizio al grandioso e pomposo refrain, irrobustito questa volta da cori bellici, ripetuto poi per tre volte, fomentando alla grande l'ascoltatore. Il brutale acuto finale di Adams si confonde con le tastiere che danno quel tocco di magia in più, ed ecco il momento poetico finale, dove la voce modificata di DeMaio, sempre nelle veci di Odino, si rivolge ai suoi valorosi uomini, mentre i suoni dell'orchestra, tastiere, tamburi, campanelli, immortalano le sue parole e le gesta dei soldati morti per lui. Adesso, questi uomini benedetti dalle divinità, sacrificati alla gloria, sono diventati gli Dei della guerra, i "Gods Of War", i cui valori sono glorificati attraverso questo inno alla fede e all'animo umano, alla mortalità del corpo e all'immortalità delle sue gesta. Un pezzo fantastico, da battaglia, anch'esso purtroppo allungato dalla preghiera parlata finale recitata dalla onnipresente voce del bassista spesso invadente e che toglie spazio alla musica.

Glory Majesty Unity

Ancora lo scroscio d'acqua ed ecco "Glory Majesty Unity (Gloria Maestà Unità)", altra traccia recitata che fa il verso a "The Warriors Prayers", la famosa traccia narrata di "Kings Of Metal", per via della sua struttura ma non solo; infatti, qui non c'è DeMaio che recita la parte di Odino, ma Arthur Pendragon Wilshire, vecchia conoscenza della band, ovvero colui che proprio in "The Warriors Prayer" prestava la voce al nonno che raccontava la storia dei guerrieri al nipotino. Con l'acquazzone in sottofondo Wilshire racconta le gesta di questi intrepidi guerrieri, tra i pochi sopravvissuti a un'estenuante battaglia che ha causato numerosi morti. I due eserciti si sono affrontati e molti sono periti, ma su tutti quattro uomini hanno trionfato, con l'aiuto arrivato dai cieli, giunto da Odino che ha scagliato sulla terra tormenta, lampi e saette, infondendo coraggio e ira funesta nelle loro menti. Li ha trasformati in Berserker, ossia guerrieri insensibili al dolore ed alla paura per via di una mente ottenebrata e in preda all'estasi, tanto che questi vengono considerati dei demoni selvaggi che tutto travolgono. A questo punto il clangore delle armi si intensifica, si odono grida di uomini che vengono trafitti e bruciati e il rumore di un incendio divampa dalla casse dello stereo. Quando il fumo sul campo di guerra svanisce restano pochi soldati ancora in vita, i quali si inginocchiano a ringraziare i quattro cavalieri benedetti dagli Dei, i quali intonano in coro la preghiera del guerriero: invocano gli Dei della guerra, la loro spada sempre al fianco, in cerca di una vita dignitosa e orgogliosa lontana dalla falsità. Una vita dedita all'unità, alla maestà e alla gloria, per poi ricevere una morte decorosa, ecco cosa pregano, e così salutano gli Dei tutti. Il momento è aulico e l'ascolto divertente, fomenta gli animi degli ascoltatori, però anche qui cadiamo nell'ambito delle colonne sonore, risultando prolisso, stanco e noioso, soprattutto alla luce dell'ascolto dell'album nella sua interezza.

Gods Of War

"Gods Of War (Dei Della Guerra)" si apre con i possenti tamburi che ci proiettano in un mondo lontano. Il suono è molto epico e l'andamento cadenzato. Qui ci sono echi dei primi lavori dei Manowar, cioè quelli più epici ed anche più elaborati, costruiti su brani abbastanza lunghi e un po' più intelligenti. La base orchestrale riprodotta da DeMaio è sempre presente, le trombe accompagnano la batteria regalandoci un momento trionfale, poi intervengono i cori a trasmettere magia e incanto. L'introduzione è lunga, lentamente cala l'ascoltatore nella vicenda, poi i toni si smorzano ed entra in scena Eric Adams, nella veste di narratore. Il primo verso è da brividi, il singer è un interprete favoloso e prega Odino, adesso è un guerriero che chiede aiuto al dio del nord, si inginocchia, chiude gli occhi e aspetta un segno dalla divinità, un cenno con la mano. Intanto l'uomo riferisce che è pronto a combattere, perché è nato sotto il segno del martello e perciò audace, così come il suo esercito, impaziente di sacrificarsi per la propria libertà. La strofa è abbastanza lunga, ma c'è tutto il tempo, i Manowar se la prendono comoda, ed allora inizia una fantastica fase di pre-chorus, dalla melodia più accentuata e arricchita di cori suoi quali la batteria di Columbus si intensifica, picchiando più forte, mentre ancora chitarra e basso restano in penombra. La preghiera continua, onora la grandezza di Odino, e i guerrieri, questa volta tutti insieme, cantano di avere i cuori tonanti pieni di ira e di gloria, pronti a gettarsi nella mischia della battaglia, illuminando il cielo notturno con il bagliore delle loro spade. Sperano che gli Dei siano clementi con loro e che presto i loro animi facciano festa nel Valhalla. A questo punto parte il bellissimo ritornello, studiato per essere cantato dal vivo da tutta la platea, la melodia è trascinante, eppure gli strumenti elettrici si tengono calmi, ancora indecisi se esplodere potenziando la composizione. Eric Adams svetta sui cori e ci dice che è giunto il giorno fatidico, delle voci giungono dalla sala del Valhalla, stanno chiamando il suo nome e quello dei suoi compagni. L'immortalità li sta aspettando e loro sono incoronati Dei della guerra. Karl Logan esegue un assolo eccellente, forse uno dei suoi migliori, prima di lasciare spazio alla seconda sezione del brano, dove Adams riprende a cantare, questa volta con voce più alta, interpellando Odino. I caduti stanno aspettando di inginocchiarsi davanti alla divinità, adesso il campo di battaglia è pieno di sangue e le porte del Valhalla si stanno aprendo. Dopo il secondo refrain si giunge alla coda, che si trascina per altri due minuti, e sono due minuti emozionanti, dominati dalla grida di Adams e dai colpi inferti alla batteria da parte di Columbus, dopodiché Logan crea un polverone eseguendo dei riff massicci che vanno a confondersi con gli acuti del vocalist. Ben sette minuti di epicità come non se ne sentiva da tempo, e una grandissima interpretazione del cantante, che si conferma ugola d'oro e punto di forza dei Manowar. Forse il punto più alto toccato dal disco.

Army Of The Dead, Part II

"Army Of The Dead, Part II (L'Armata Dei Morti, Parte II)", come suggerisce il titolo è la seconda parte dell'interludio che abbiamo visto precedentemente, solo che è uguale in tutto e per tutto alla prima parte e perciò inutile. L'unica differenza è l'intervento più invasivo dell'organo, sempre riprodotto in studio tramite tastiere dal prode DeMaio, ma si tratta di pochi secondi, una decina al massimo, dopodiché il pezzo è identico alla prima parte, almeno fino agli ultimi istanti quando ritorna l'organo. Questo momento corale è davvero magico, come già accennato, la melodia tocca il cuore, davvero bella e orecchiabile, perfetta magari per essere intonata dal pubblico e a cappella durante i concerti, e in effetti sarà eseguita nel Gods Of War Tour e registrata persino nel live-album "Gods Of War Live" del 2007, dove i Manowar tentano di riprodurre dal vivo tutto l'album per intero, comprese le parti recitate, tra l'ira del pubblico presente, visibilmente annoiato. Ancora un inno ai guerrieri, alla guerra, e a tutto ciò che ruota attorno alla morte in battaglia, come le valchirie, le anime dei soldati caduti trasportati nel Valhalla e l'onore nei confronti del dio Odino. L'interludio è breve, inutile data la sua duplicazione, ma pur sempre piacevole, con Adams il solo protagonista, in tutta la sua maestria, il tutta la sua potenza vocale.

Odin

Anche in "Odin (Odino)" Joey DeMaio si improvvisa direttore d'orchestra grazie alle nuove tecnologie che permettono, tramite computer, di creare il suono di qualsiasi strumento e di mettere in piedi un'orchestra casalinga, e proprio in questa traccia l'orchestra assume un peso maggiore del solito, poiché tutto è incentrato su una base sinfonica che si adatta alla perfezione con quella metal. "Odin" è l'accesso alla sinfonia adottato dai quattro musicisti e la prima composizione scritta per l'album, tanto che era stata inserita in versione orchestrale nell'ep precedente, quella stessa versione che adesso si trova a metà scaletta e col titolo di "Overture To Odin". In questo brano, basato tutto su cori angelici, viole e tamburi, la musica conquista, colpisce dritto al cuore, è struggente e decisamente vincente, perfetta come colonna sonora per un film epico, ma anche come singolo per una metal-opera, perché la parte metal, con tanto di testo, fa assumere al pezzo un peso maggiore rispetto alla versione embrionale/strumentale. Dunque la potenza fa il resto, a cominciare dall'attacco a mo' di galoppata della sezione ritmica, qui in grande spolvero; i fraseggi inventati da Karl Logan sono splendidi e ricchi di sentimento, Columbus è impetuoso dietro le pelli, ed il basso di DeMaio, questa volta, si sente benissimo. Il mid-tempo presenta un'epicità innata, che trasuda eroismo in ogni singola nota, mentre Adams è solenne nel cantare le quattro quartine che ci portano dritte a metà brano e che descrivono bene le stanze del castello di Asgard, dove valchirie e guerrieri attendono con gioia gli spiriti dei nuovi caduti, per festeggiare la loro immortalità. Nelle imponenti sale girano corvi e lupi, amici fedeli di Odino e dei suoi sudditi, mentre i segreti della magia, della vita e della morte si stanno rivelando lentamente alle anime immortali, e tutto è pronto per il banchetto dove si mangerà e si berrà senza sosta, per tutta l'eternità. Una corona, l'anello e una spada sacra saranno i doni per i caduti, i quali diventeranno tutti re nel regno dei morti e avranno poteri illimitati. È interessante notare che questo brano è suddiviso in due blocchi distinti, il primo, quello che abbiamo analizzato, dotato di solo strofe, mentre il secondo blocco presenta il lungo ritornello, che altro non è che la ripresa che delle due "Army Of The Dead" e che segue un bellissimo assolo di chitarra. Cinque minuti che volano, in una magia sonora di rara bellezza che incornicia la prestazione dei Manowar, in questo caso perfetti nel trovare il giusto compromesso tra sinfonia e epic metal. Una perla di grande impatto emotivo, che si spegne nel soffio di vento che si eleva negli ultimi secondi, quasi a testimoniare che i cancelli del Valhalla adesso sono spalancati.

Hymn Of The Immortal Warriors

"Hymn Of The Immortal Warriors (Inno Dei Guerrieri Immortali)" è una ballata mozzafiato, destinata a chiudere questa avventura mitologica di lunga durata. Le tastiere di DeMaio si librano soavi, mentre Logan esegue un arpeggio nostalgico, accompagnando la morbida voce di Adams che intona tre sofferte strofe che parlano di un eroe morto. Evidentemente ci troviamo al suo funerale, dove i guerrieri sono radunati per tributargli i giusti meriti, per onorare la sua vita, le sue gesta e le sue parole. Il caduto è stato un uomo d'onore, un vero soldato che ha servito il proprio popolo, ma adesso ha pagato con la vita, sacrificandosi per i giusti ideali, e ora è finalmente libero, immortale. Le tastiere si impennano e Adams alza la voce per gridare al mondo il suo dolore, in una parentesi melodica di grande profondità, nella quale celebra la morte del compagno, adesso chiamato al cospetto di Odino, con la spada stretta in pugno ed il cuore colmo di felicità. Adesso incomincia la sua immortalità, il suo nome non sarà mai dimenticato da nessuno. Columbus picchia sui piatti dando inizio a una fase più intensa, dove il vocalist prosegue imperterrito a narrare le gesta dell'amico caduto in battaglia, dei suoi nemici spediti al creatore, del sangue versato sul suo acciaio e dei suoi valori bellici, sempre al servizio degli Dei. Ogni tanto Logan interviene portando con sé riffs graffianti ma senza mai essere invasivo, la morbidezza di questa ballata non viene mai meno in tutta la sua durata, ma il sentimento di fierezza è dietro l'angolo, poiché arriva lo strepitoso ritornello, dalla forza corale che omaggia l'eroe. La voce di Adams viene soffocata dai cori e tutti insieme incitano il guerriero a impugnare scudo e spada e tutto ciò di cui ha bisogno perché presto sarà chiamato da Odino per affrontare il Ragnarok, il giorno del giudizio, nel quale egli tornerà in vita, resusciterà dalla fossa e combatterà al fianco delle divinità. Questo è dono offerto solo ai migliori, ai più coraggiosi, i quali potranno solcare i cieli insieme alle valchirie. Karl Logan spezza l'idillio con un grande assolo, dunque ritornano le tastiere, riportandoci al giorno del funerale, alla celebrazione dell'individuo, ed ecco la preghiera recitata da DeMaio, sempre con voce alterata, nelle vesti di Odino, che ricorda a tutti che il guerriero è ormai diventato una leggenda e che siede al suo fianco, ha oltrepassato i cancelli del Valhalla ed è pronto per l'eternità. Segue una lunga coda finale dai toni trionfali e gioiosi, rispettando la sacralità del momento e omaggiando tutti i guerrieri che si sono sacrificati e tutti gli Dei che hanno preso parte a questa guerra. I cori tornano protagonisti, così come il cantante, e seguendo le coordinate imposte dal drumming tutti intonano canti sacri invitando tutti i soldati a risorgere dal regno della morte e unirsi a questa festa di gloria, rinascendo dal proprio acciaio in un corpo nuovo, senza ferite. I figli di Odino sono radunati, ora sono diventati re, prendono posto al banchetto dell'immortalità. Le loro anime non moriranno mai più. Il momento di giubilo viene riempito dal suono delle tastiere ma non solo, perché torna l'orchestra, con tamburi e trombe a riempire l'aria, fino all'ultimo acuto di Eric Adams, che pone la parola fine al concept. Una ballata mozzafiato, dalla carica pazzesca e dalla melodia incantata che solo i grandi sanno evocare.

Die For Metal

"Die For Metal (Moriremo Per Il Metallo)" si apre direttamente con un ritornello catchy e molto tamarro, studiato appunto per essere memorizzabile all'istante e fare sfaceli dal vivo, riprendendo un po' le scelte stilistiche di un disco come "Fighting The World". I quattro cavalieri intonano in coro un canto in onore dell'heavy metal, asserendo che sono pronti a morire per esse e che nessuno può fermarli, rivelando così il ritornello del brano. La sezione ritmica allora è pronta ad esplodere, tutta basata sulla potenza e meno sulla velocità, dato che si tratta di un mid-tempo hard rock dal sapore 70s e che ricorda vagamente l'incedere di una "Kashmir" dei Led Zeppelin. La sua struttura è molto semplificata, tutta giocata su un adrenalinico riffing portante dove poi prendono vita le varie strofe dal classico tema disimpegnato alla Manowar, ossia inni alla musica, alla fratellanza e alla birra. Basso e chitarra duellano in una serie di fraseggi mentre si canta di un uomo che fa una vita noiosa e stancante per colpa di un lavoro misero, quando tutto quello che desidera è solo essere libero come aquile e ascoltare musica tutto il giorno. Dunque, dopo aver staccato da lavoro, il nostro ragazzo passeggia per strada e sente in lontananza delle grida e dei cori, incuriosito entra nell'edificio dove c'è caos e subito un tipo gli offre una birra chiamandolo "fratello" e "amico". Attorno a lui una vasta schiera di metallari con i pugni al cielo, mentre dagli altoparlanti una scarica di metallo invade le loro orecchie. Loro si considerano immortali, puri, veri e si sentono vivi. Si attacca col pre-chorus, che è un autoproclamo, un inno al metal e a tutti i fedeli dei Manowar, Adams scalda la voce e si lancia in grida e acuti fomentando l'ipotetica folla, e allora, tra la velenosa chitarra di Logan e la funesta batteria di Columbus, si inserisce il refrain, cafonissimo: "Nessuno ci fermerà, per l'heavy metal moriremo!". Non c'è un attimo di pausa, così si riparte delle strofe, in cui si incitano i metallari a restare uniti e a festeggiare la nobiltà dell'heavy metal, Logan si divincola attraverso una serie di brevi assoli che decorano il tutto, mentre i cori aumentano presi dalla goliardia. Sembra un pezzo dal vivo, sicuramente studiato per essere eseguito dal vivo, e mette in luce la furbizia di questa band, sempre grata ai propri fans tanto da chiamarli spesso in causa. Questo pezzo è proprio per loro, per tutti gli adepti, fratelli uniti sotto un unico vincolo. La seconda parte della canzone non aggiunge altro, snodandosi su una serie di assoli, acuti animaleschi e la ripetizione a profusione del chorus, a volte scandito a cappella, altre solo dai cori, altre ancora accompagnato dalle asce. "Die For Metal" è il classico brano di serie B all'interno della discografia manowariana, scontato e banale, ma fa comunque la sua discreta figura grazie alla sua grinta e alla sua orecchiabilità

Conclusioni

"Gods Of War" è un album pretenzioso e altalenante, ma con un potenziale enorme sfruttato approssimativamente dalla band, focalizzata più sulla narrazione che sullo scorrimento. Un vero peccato perché risulta il miglior prodotto firmato Manowar dai tempi del glorioso "The Triumph Of Steel", tanto che si pone vicino a questi per imponenza e vena sperimentale, ma che purtroppo si perde in scelte discutibili che sfiorano il ridicolo, come le numerose tracce interamente narrate o introduttive, tra l'altro messe consecutivamente, che non fanno altro che spezzare il ritmo dell'album, portando allo sfinimento l'ascoltatore; inoltre le fasi parlate fanno capolino qua e là persino nei brani cantati, come ad esempio nell'introduzione di "Sleipnir", nella parte centrale di "King Of Kings" o nella parte finale di "The Sons Of Odin", senza contare i vari intermezzi ("The Ascension" e le due "Army Of The Dead", uguali in tutto e per tutto e perciò una delle due totalmente inutile) che si vanno a sommare ad altri intermezzi strumentali piuttosto lunghi per un percorso a singhiozzo che sfocia in pericolosi e prolissi anticlimax comportando tanta noia perfino al più irriducibile dei fans. Questo concept-album, tra l'altro dalla narrazione molto semplice e senza grosse pretese (non parliamo certo dei concept mitologici prodotti dai cugini Virgin Steele, di tutt'altro spessore, complessità e genialità), ha vari punti deboli, eppure presenta belle idee, ponendosi a metà strada tra disco heavy metal e colonna sonora per un immaginario film epico. Nonostante i difetti palesati, le atmosfere sono strepitose, capaci di avvolgere l'appassionato sin dalla traccia introduttiva fino alla conclusione della storia, affidata alla bellissima e toccante ballata "Hymn Of The Immortal Warriors", trasportandolo in un mondo lontano, alla corte degli Dei del freddo nord Europa. I brani, quelli veri, sono delle gemme, ispirati, ben composti e interpretati divinamente da un Eric Adams enorme, risultando i pezzi più genuini composti dai Manowar in tanti anni, così pregni di epicità, di potenza sonora e dotati di stupende melodie, tutti tranne la bonus "Die For Metal", mero riempitivo estraneo dal contesto e che io, personalmente, avrei fatto fuori dall'album. L'aspetto strumentale evidenzia un grande lavoro da parte di tutti i musicisti, Karl Logan sforna i suoi migliori assoli, Joey DeMaio è un ottimo direttore, occupandosi della totalità dell'opera, dalle corpose linee di basso agli affascinanti suoni orchestrali, mentre Scott Columbus, nonostante la staticità che da sempre lo contraddistingue, ci regala potentissime performances che ben si amalgamano alle parti auliche. Energia tipica dell'epic metal targato Manowar unita alla regalità della sinfonia per un tributo a Odino e alla sua stirpe, visto che sono citati anche i figli Thor e Loki, il tutto contenuto in un disco affascinante e d'impatto, che probabilmente ha bisogno di numerosi ascolti prima di essere apprezzato (o odiato) nella sua interezza. Certo è che resta un'occasione sprecata, si sarebbero potute tagliare numerosi parti piuttosto pesanti, come le due tracce narrate, "The Blood Of Odin" e "Glory Majesty Unity", con quest'ultima che fa il verso alla leggendaria "The Warriors Prayer", già riempitivo ai tempi di "Kings Of Metal", e sforbiciare di qua e di là al fine di diminuire l'esorbitante minutaggio, composto solo da poco più della metà da vere canzoni mentre il resto è immerso in un mare di prolissità e di idee grossolane. Va detto però che, ignorate le fasi che spezzano il ritmo e la dinamicità dell'album, i brani cantati sono ottimi ("Sleipnir", "Loki, God Of Fire", "Blood Brothers") e alcuni eccellenti ("Gods Of War", "Odin", "King Of Kings", "The Sons Of Odin"), segno della bontà del prodotto e della grandezza di una band che pure in fase calante (ed è anche normale dopo quasi trenta anni di carriera e dieci album sulle spalle) riesce a consegnare al proprio pubblico buona musica. Insomma, i Manowar anche nel 2007 dispongono di molte frecce al proprio arco, anche se poi esagerano nella messa in scena, andando a sforare e oltrepassando i limiti, e ciò è un vero rammarico perché "Gods Of War" sarebbe potuto essere un mezzo capolavoro. Confluire sinfonia, narrazione e metallo nello stesso canale, purtroppo, risulta un'arma a doppio taglio se non dosata in maniera adeguata e i Manowar incappano nell'errore di voler strafare, sconfinando dal mondo dell'epic metal e andando a sfociare in un ibrido (opera metal mista a soundtrack) che scontenta molti. Appena uscito, il disco viene stroncato da quasi tutte le testate musicali, e anche il pubblico si lancia in una feroce campagna contro i paladini dell'acciaio, tacciandoli di aver pisciato fuori dal vaso e di aver perduto l'obiettivo finale. Ormai, a dieci anni di distanza dall'uscita ufficiale, questo "Gods Of War" non si è rivelato tutto questo disastro, risultando comunque un onesto prodotto metal che ha tanto da offrire ma anche tanto da far discutere, come quasi ogni uscita targata Manowar sin dai tempi di "Fighting The World" (1987). Tuttavia, lasciando da parte la villana tradizione e le critiche che da sempre accompagnano questa band, la grande qualità c'è eccome, ed è sotto gli occhi di tutti, basta saper ascoltare, armarsi di pazienza e immergersi nelle avvolgenti atmosfere dell'opera, e se tutti gli inserti narrativi vi aggradano e non pesano sul vostro personale ascolto allora potete aumentare la mia votazione di mezzo punto.

1) Overture To The Hymn Of The Immortal Warriors
2) The Ascension
3) King Of Kings
4) Army Of The Dead, Part I
5) Sleipnir
6) Loki, God Of Fire
7) Blood Brothers
8) Overture To Odin
9) The Blood Of Odin
10) The Sons Of Odin
11) Glory Majesty Unity
12) Gods Of War
13) Army Of The Dead, Part II
14) Odin
15) Hymn Of The Immortal Warriors
16) Die For Metal
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