MANOWAR

Gods Of War Live

2007 - Magic Circle Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
06/03/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

"Gods Of War", uscito nel febbraio 2007, si è rivelato uno degli album più controversi della storia del metal, tanto che ancora oggi divide in due il pubblico, c'è chi lo considera un capolavoro e chi un prodotto mediocre; la verità, come ho avuto modo di sottolineare nella recensione dell'album, è nel mezzo. Un album che si snoda in ben settantacinque minuti di musica, composto da brani classici e altri totalmente narrati, più altri solamente orchestrali, per un esperimento uditivo che si avvicina molto a quello di una colonna sonora cinematografica, dove le parole recitate sono importanti tanto quanto le melodie dei ritornelli o i fraseggi di chitarra, e perciò dal risultato non troppo convincente, dato che da un disco heavy metal ci si aspetta musica dura, diretta, potente, senza minuti di noia o pause che spezzano dinamica e atmosfera. Un vero peccato, perché con una maggiore attenzione alla track-list e l'omissione delle tracce narrative, il disco sarebbe stato eccellente, invece ci ritroviamo tra le mani un lavoro a tratti stupefacente ed a tratti discontinuo, a tratti affascinante ed a tratti risibile, tant'è che resta uno dei dischi metal più venduti e più famosi del nuovo millennio. Ma i nostri cavalieri di Auburn fanno di tutto per eccedere (non è una novità, ma tutto si intensifica proprio negli anni che stiamo trattando), non solo consegnandoci un disco fin troppo pomposo e arzigogolato, ma anche una serie di dvd live tutti uguali e dalla dubbia utilità (la serie "Hell On Earth"), e non è finita qui, perché ecco che ad alimentare le solite polemiche riguardanti la pubblicazione di lavori consecutivi e poco utili, dopo appena cinque mesi dal rilascio del decimo studio-album in carriera, nel luglio 2007, giunge il conseguente doppio live, dal titolo di "Gods Of War Live", ennesima compilation di pezzi registrati durante il Demons, Dragons & Warriors Tour che i Manowar hanno tenuto in compagnia di Rhapsody e Holyhell, entrambi prodotti dall'etichetta di DeMaio, la Magic Circle Music. Se il concept aveva sollevato una marea di critiche e di opinioni contrastanti tra gli ascoltatori, andando a dividere persino gli stessi fans della band, questo live getta ulteriore benzina sul fuoco, perché riprende i difetti già espressi in "Gods Of War" trasportandoli in sede live, durante i vari concerti, specialmente quelli tenuti in Germania, davanti a un pubblico che si è dovuto sorbire per intero l'album della discordia, incluse le tracce parlate e pre-registrate che fanno da sottofondo a quella che sembra più una rappresentazione teatrale che un metal show, dato che sul palco viene assoldata una compagnia teatrale che interpreta un gruppo di vichinghi al servizio di Odino, accompagnata da una stupenda scenografia comprendente una nave vichinga e la riproduzione del territorio nordico, nonché costumi e armi di epoca medievale. Così, oltre alla musica epica della band americana la recitazione prende vita, soprattutto quando vengono suonati i brani di "Gods Of War", e noi ne possiamo assaggiare degli estratti proprio nel secondo cd del curatissimo digipack. Magari dal punto di vista dello spettacolo visivo tutto ciò ha un senso e fa la sua bella figura, ma viene inevitabilmente meno su supporto ottico, in cd; in questo caso troviamo una parte musicale concentrata quasi tutta nel primo cd e una parte teatrale e condotta a singhiozzo condensata nel secondo cd, dove viene esposto quasi tutto l'album "Gods Of War". Inutile dire quale sia la metà più riuscita, visto che la stessa pretenziosità e la stessa precarietà dell'album in studio la ritroviamo tutta in questo contesto, senza sconti di sorta. È evidente che l'enorme potenziale viene sfruttato approssimativamente, focalizzandosi troppo sulla narrazione a discapito dello scorrimento e del divertimento, visto che ci troviamo di fronte a uno spettacolo musicale, e non è chiaro del perché manchino canzoni che avrebbero fatto la felicità dei fans, come ad esempio la dirompente "King Of Kings", la trascinante "Sleipnir" e la terremotante "Loki, God Of Fire", che avrebbero potuto benissimo sostituire le pallose "Glory Majesty Unity" e "The Blood Of Odin", in questo caso più irritanti che mai. Purtroppo le scelte discutibili che avevano quasi affossato la decima opera firmata Manowar ricadono in maniera ancora più pesante nella seconda parte di questa compilation, comunque buona, perché dal vivo questi quattro signori di Auburn non si discutono, anche quando le loro scelte non sono troppo mirate.?

Manowar

Come da tradizione, in apertura troviamo la possente "Manowar", brano cui la band apre ogni concerto sin da inizio carriera, in una sorta di esternazione stessa della filosofia manowariana attraverso la quale esaltare le gesta dei questi quattro cavalieri americani. Non c'è niente di meglio di questa canzone per presentare la band sui palchi di tutto il mondo, poiché narra della storia di come sia stato fondato il gruppo, partendo dall'incontro del bassista col chitarrista (in quel caso era Ross The Boss) durante il tour con i Black Sabbath, grazie ad un pilastro sacro della musica, il grande e compianto Ronnie J. Dio che li fece incontrare in un uggioso pomeriggio durante una data inglese. Una stretta di mano e nascono così i Manowar, si formano per vivere in eterno, per conquistare ogni costa, fracassare il terreno e incendiare palchi come nel caso che stiamo analizzando, in una data non specificata durante il Demons, Dragons And Warriors tour 2007, tra il delirio del pubblico presente che li invoca a gran voce non appena sente i cori epici tratti dalla colonna sonora di "Conan il Barbaro" che introduce il concerto. L'ambizione smisurata della band, molto probabilmente, non trova eguali non mondo della musica dura, e sin dal 1982 giù critiche a non finire per i comportamenti ortodossi al limite del ridicolo, ma sarà enorme anche l'amore dei propri fedeli, sempre pronti a supportare questo fantastico gruppo in tutte le vesti affrontate nel corso degli anni e in tutte le trasformazioni subite. Poche band riusciranno a creare un vero e proprio credo e a essere idolatrati come loro e la traccia qui presente ne è testimonianza, dove  la band spinge al massimo nonostante gli anni sulle spalle (parliamo di gente che si avvicina ai sessanta ), è strepitosa sul palco e il pubblico pare divertirsi. E' anche grazie a questi ragazzi e alla canzone eseguita (che ricordo incisa sul disco di debutto nel lontano 1982) che oggi l'heavy metal non è solo musica, ma un culto da venerare in eterno. "Manowar" è una canzone trascinante, metallo puro, primordiale e dall'andamento veloce, dove emerge il basso "metallico" di Joey DeMaio e soprattutto l'incontenibile voce di Admas, che con i suoi acuti micidiali, che hanno del miracoloso anche a questa età, fomenta non poco. Le strofe sono scintillanti e trascinano nella foga anche l'ascoltatore più distratto, Eric Adams da sfoggio delle sue doti canore con un'interpretazione magistrale e proprio qui nascono (come si evince dalle liriche) i Manowar che tutti noi conosciamo, quelli destinati alla gloria dell'epic metal. Questo pezzo è il punto di inizio della carriera dalla band e di ogni live, una marcia destinata a farsi sempre più veloce e potente, il refrain è strepitoso, concepito, come in questo caso, per creare sfaceli dal vivo con i cori del pubblico ad accompagnare le note più alte e persino gli acuti unici e inimitabili di Adams. La chitarra di Karl Logan cambia di volta in volta grazie all'improvvisazione, niente di magistrale, sia chiaro, ma almeno è un mondo per mettersi in mostra attraverso la semplicità di fondo che avvolge questo leggendario pezzo. Inoltre, il biondo chitarrista ci cimenta in un solo fenomenale, velocissimo e dallo spirito metallico e non è un caso, visto che questa è la traccia che rappresenta i quattro musicisti, il barbaro immortalato su ogni disco firmato Manowar e l'esaltazione delle loro idee e dei loro intenti bellici.?

Call To Arms

"Call To Arms (Chiamata Alle Armi)" è il trionfo del credo dei Manowar, ancora assetati di sangue. Le atmosfere epiche tornano a farsi sentire prepotentemente per la gioia di tutti fans della band e l'attacco nemico e furioso sul campo di battaglia. La traccia è semplicemente fenomenale, uno dei più recenti capolavori, potentissima in studio come dal vivo. Il drumming possente, nonostante qualche colpo perduto, e i riffs violentissimi investono i timpani dell'ascoltatore alle prime note. La guerra sta per cominciare ed allora bisogna che i guerrieri chiamati in causa siano pronti a sfoderare le lame e lanciarsi nella mischia. I cori epici ci introducono in un mondo barbaro e di epoca lontana, Eric Adams fatica non poco nel grido iniziale, ma fomenta gli animi lo stesso, i suoi acuti sono marchio della sua tecnica e dello stile del gruppo e perciò immancabili. Certo, l'età comincia a farsi sentire e l'acuto è molto più sporco e invecchiato rispetto al passato, la limpidezza della giovinezza è andata perduta ma non possiamo certo lamentarci, tanto che il vocalist dimostra di essere ancora il numero uno sulla scena, oggi come trenta anni fa. Se i toni acuti sono ridimensionati, la voce è ancora potentissima e maestosa, così come le ritmiche costruite sul brutale riffing, espressione massima di heavy metal puro, e su vorticosi giri di basso eseguiti da Joey DeMaio. Adams incita alla foga, al suo comando l'esercito di guerrieri del mondo si scaglia contro i nemici e dopo poco questi sono già in fuga, molti soccombono altri pregano per la salvezza, ma non esiste pietà. Ora l'esercito è a casa, il campo di battaglia è il luogo chiamato casa, l'attesa è stata lunga ma adesso è giunto il momento. Il pubblico è in delirio e canta per tutto il tempo, accompagnando la narrazione con cori, fischi e applausi. Intanto arriva il cambio di ritmo, gli strumenti si potenziano e aumenta l'estasi, Adams continua a narrare di questa notte magica, incitando i suoi a combattere per il regno dell'acciaio e lottare fino alla morte, spargendo sul terreno il sangue dei nemici. I versi che seguono ci proiettano verso lo straordinario ritornello, la melodia si fa più distesa, ed allora ecco che i guerrieri sono pronti a uccidere, sono pronti a coprirsi le spalle l'uno con l'altro, sono pronti a lanciarsi verso la vittoria. Lo sguardo dei nemici è attonito, la paura brilla nelle loro orbite e non hanno via di scampo. La notte appartiene ai difensori del metallo, alla band e al pubblico presente. Le note si fanno più incisive e sembrano evocare questo rituale sacro della guerra, un culto fatto di sangue e di acciaio, così veniamo trasportati verso uno dei chorus migliori mai creati dai Manowar, che poggia tutto sul solidissimo drumming di Columbus, il quale picchia più lentamente rispetto alle strofe, ma lo fa con ancora più violenza, mentre Logan e DeMaio incrociano le asce creando un vortice di suono che spazza via ogni cosa. Il momento è saliente, quasi liturgico, il regno tanto agognato si sta avvicinando, un regno fatto di gloria, popolato da soldati col cuore d'acciaio, tutti fratelli uniti nell'avventura e con le spade ancora grondanti sangue nemico. Karl Logan si inerpica in un solo velocissimo che si protrae per diversi secondi, poi arriva la seconda parte del brano, gli strumenti si fermano lasciando spazio a Scott Columbus e ai cori del pubblico, e allora si attacca ancora col lungo pre-chorus, dove Adams torna al microfono guidando tutta la band verso la vittoria, attraverso la ripetizione dell'incredibile refrain e sgolandosi in una serie di acuti da capogiro lasciando l'ascoltatore col ghigno malefico stampato in volto e il palato soddisfatto per un capolavoro di epicità di rara bellezza. Un brano da antologia, eseguito in maniera magistrale.?

Gloves Of Metal

"Gloves Of Metal (Guanti Del Metallo)" mette in luce il potentissimo basso di DeMaio, poi tutta la sezione ritmica esplode in un mid-tempo bellicoso nella quale svetta la favolosa voce di Eric Adams che intona dei versi aspri che si erigono su una base vorticosa guidata dalla batteria di Scott Columbus ma nella quale è prezioso l'apporto di Logan, agguerrito come non mai. Bastano pochi secondi e si giunge al pre-chorus melodico per poi entrare nel ritornello intensamente epico nel quale il vocalist si sfoga con una serie di acuti pazzeschi. Trascorsi i due minuti iniziali lo stesso chitarrista si lancia in un brillante solo mentre DeMaio lo segue facendo la parte della seconda chitarra e irrobustendo il corpo di questa canzone, tra il clamore dei presenti al concerto. Ritorna il refrain e poi c'è uno stupendo bridge nel quale gli strumenti si impennano rendendo il suono ancora più vorticoso tramite una serie di ritmi sincopati, protratti a singhiozzo. Infine si procede con gli ultimi chorus e con un Eric Adams in grande spolvero che spara possente acuto. "Gloves Of Metal" è uno di quei brani quasi dimenticati dagli stessi Manowar, quasi mai eseguita dal vivo nonostante la grande reputazione d cui gode da parte dei fans. In questo caso la troviamo in una veste ancora più metallica, tirata a lucido e data in pasto, con grande soddisfazione, al popolo europeo. Il testo è ovviamente un inno alla battaglia, alle notti in cui le armi scintillano; il richiamo dell'acciaio è troppo forte ed è impossibile rifiutarlo, perciò i cavalieri si riuniscono per portare il potere e la forza, vestiti di borchie e di cuoio. Alle prime luci dell'alba si sentono le grida di coloro che si sono svegliati dai loro sogni ma il suono carico del metallo ancora riecheggia in aria spezzando i tiepidi raggi di sole. La musica dei Re del Metallo è giunta per scuotere l'uomo dal suo torpore. L'uomo comune diventa così un eroe che lotta ogni giorno contro la quotidianità, ma non è solo perché trova persino dei compagni con i quali condividere gli stessi ideali e farsi forza per andare avanti. Non è solo e quindi si crea una nuova legione di disillusi, tutti uniti attraverso questo vincolo di sangue, che combattono contro il mondo per far valere i propri ideali. I guanti di metallo sono quelli indossati dai metallari del mondo e che vengono sventolati durante i concerti con dita strette e concentrate nel pugno. È il pugno della resistenza, della foga notturna, del divertimento, della fratellanza, della lotta alla società. Il testo è più profondo di quanto possa sembrare, perché è un vero e proprio inno generazionale che riunisce il pubblico di tutto il mondo sotto lo stesso vessillo, quello dell'heavy metal, della passione per la musica, per i vestiti di pelle borchiata, per la birra. Questa à la massima espressione targata Manowar, il cui significato è definito dallo stesso leader Joey DeMaio come l'uomo-guerriero che ogni mattina si sveglia per andare a lavoro e combatte contro una società corrotta e vigliacca che lo vuole rendere schiavo-burattino. Un pezzo di ribellione, di libertà, di autonomia, di fiducia, che parla di tutti noi.?

Each Dawn I Die

"Each Dawn I Die (Ogni Alba Muoio)" irrompe col basso sparato in primo piano e pompato al massimo, poi appena qualche secondo e interviene Eric Adams a intonare le seducenti strofe con voce malvagia per poi alzare i toni fino a raggiungere spaventosi acuti. L'andamento del brano è particolare, si tratta di un possente mid-tempo dalla struttura monolitica ma che, in questo caso, riporta elementi sperimentali nel sound, risultando un pezzo coraggioso e poco orecchiabile, nel quale la melodia non è un accessorio fondamentale ma che riesce comunque a insinuarsi subdolamente in prossimità di un brevissimo refrain cantato a squarciagola e anticipato da un pre-chorus deliziosamente epico e trionfale. Questa è una canzone fantastica, molto sottovalutata persino dalla band, le cui linee vengono messe in risalto dalla potenza e dalla versatilità del vocalist, vero numero uno di tutta la scena, che qui si impegna oltre ogni limite per riportare in vita la grinta di questo vecchio e difficilissimo brano. Il primo cambio di tempo si ha con la sezione strumentale, i fraseggi armonici di DeMaio contrastano con l'ascia di Karl Logan in una unione screziata di ruggine e di polvere, evidenziando un suono pazzesco, potentissimo e sulfureo, messo in risalto dall'abrasivo assolo chitarristico che fa gracchiare gli altoparlanti. Si riprende il ritmo iniziale saltando le quartine e intonando direttamente il pre-chorus, Eric Adams riempie d'aria i polmoni e si lancia in un ritornello prolungato e declamato con ferocia inaudita. Un ultimo acuto, poi un grido che fa rabbrividire e si giunge alla conclusione. Il testo è un serpente che si divincola cercando di mordersi la coda e la cui morsa è velenosa, fatale. Un guerriero è condotto dai suoi demoni attraverso la tempesta che segna il confine tra il mondo degli uomini e quello degli Dei. Il suo passaggio alla vita ultraterrena si sta per compiere, dopo ed essere stato catturato in flagrante per aver ucciso alcune sacerdotesse pagane nel loro templio. Una delle sacre donne, labbra velenose e occhi di gatto, lo lega ad un albero, lo bacia maledicendolo attraverso la stregoneria e poi lo brucia. Il corpo del guerriero arde violentemente ma il suo spirito viene circondato dalle ombre dei demoni e scortato altrove, dove potrà rigenerarsi ogni giorno, all'alba, per l'orgia finale. Il suo sacrificio è obbligatorio, bisogna rendere omaggio agli Dei e le sacerdotesse, ogni mattina, gli infliggono pene differenti e lo vedono morire. E' un po' come la leggenda di Prometeo, punito da Zeus per aver rubato il fuoco agli Dei dell'Olimpo e destinarlo agli uomini, legato su una scogliera in balia delle aquile che si cibano continuamente delle sue viscere poiché queste hanno il potere, ogni notte, di rigenerarsi, costringendo il titano a una sofferenza infinita, fino alla liberazione avvenuta grazie all'eroe Eracle. "Each Dawn I Die" purtroppo è una delle tracce meno considerate della discografia della band, forse mai eseguita dal vivo prima di questo tour, eppure trasuda epicità da tutti i pori grazie alla sua particolarità nella composizione e al suo coraggio nella struttura ed è un vero piacere, finalmente, di avere l'opportunità di ascoltarla live.?

Holy War

"Holy War (Guerra Santa)" è scandita da un incedere cattivissimo e oscuro protratto dall'esecuzione velocissima delle note di basso che riproducono le eliche di un elicottero. La sezione ritmica è pacata ma fa già presagire che da lì a poco ci sarà una tremenda sfuriata, ed intanto DeMaio domina la scena. Eric Adams esordisce su questo giro di basso e incomincia a intonare le prime due strofe, belle compatte, cadenzate, evocative, poi succede che il ritmo cambia all'istante, dalla fiera lentezza dei versi si passa alla velocità animalesca dell'arioso pre-chorous prima e del bellissimo ritornello dopo, contornato dai soliti cori da guerra ma che in questo caso evocano lande remote ed epoche in cui imperava il verbo delle spade. Qui sì che siamo in campo epico, per la gioia di vecchi e nuovi fans e non a caso è proprio qui che i Manowar danno il meglio di sé, creando un crescendo che da toni cupi e solenni arriva a violente sferzate metalliche che si aprono a melodie da urlo. Epic metal, signori! Nel break centrale parte l'assolo di chitarra, Logan è dapprima lento, velenoso e subdolo, dopodiché accelera assieme agli altri strumenti e il brano si trasforma in una speed song con la doppia cassa di Columbus e il basso modificato del buon DeMaio. Viene riproposto il magico ritornello, i cori si fanno più presenti, Adams accenna a qualche acuto, anche se non si lascia andare del tutto, non è ancora giunto il momento, perché soltanto alla fine potrà librarsi e scatenare la sua foga. Il mondo descritto è quello barbaro, dominato dalla religione, dalle preghiere agli Dei, dall'acciaio e dal fuoco. L'esercito degli immortali si sta preparando alla lotta, gli infedeli blasfemi pagheranno con la morte, il sole in cielo è luminoso e sembra indicare la strada giusta. I fratelli del metallo non hanno padroni, perciò combattono questa guerra sacra, attuale ancora oggi, contro il sistema, contro i corrotti, per rendere il mondo un posto migliore. La sacralità è data dal fatto che si combatte uniti per la libertà di espressione, contro la vita stessa che molto spesso è solo un peso da portare sulle spalle e che ogni giorno crea problemi che minano la felicità della povera gente. In definitiva, il brano è piuttosto semplice e perciò molto incisivo dal vivo, pronto a conquistare tutti con la sua spietata melodia e il suo ritmo incendiario.?

Mountains

"Mountains (Montagne)" è il capolavoro intimista e lento che tutti noi stavamo aspettando, introdotta da accordi di basso, un basso metallico che somiglia molto a una chitarra elettrica e che potrebbe confondere l'ascoltatore per via dell'arpeggio virulento eseguito da Joey DeMaio. In effetti, il bassista sperimenta tantissimo nuovi suoni e perciò è un vero piacere ascoltare dal vivo una traccia simile, una delle migliori mai concepite dalla band americana. Sovrastando le linee di basso, arriva Eric Adams carico di pathis che intona la prima eterea quartina, dal sentimento profondo e carica di romanticismo, pronta ad esplodere qualche minuto di estasi, quando la sezione ritmica si potenzia con Columbus in prima linea e Logan che impenna il suo strumento con rasoiate affilate, dai frasegi sempre controllati e che non eccedono mai in velocità, trattandosi di una semi-ballad incentrata soprattutto sull'atmosfera. Il ritornello è complesso, abbastanza lungo e articolato, dotato di una melodia sublime ed evocativa sostenuta dalle voci del pubblico, felice di poter ascoltare tale magnificenza. Si ritorna su ritmi quieti, Adams declama la seconda strofa sulle note di bassi di DeMaio che effettua particolari suoni e arpeggi effettati che riempiono il teatro, per poi giungere al secondo refrain, dove il singer alza ancora di più il tiro fino a sfumare nel break centrale dove assistiamo all'incantevole dialogo tra chitarra e basso strutturato da ritmi sopiti dove il bassista si cimenta in brevi e strani assoli che cullano il pubblico e dunque lasciare spazio al solo di chitarra di Logan, che altro non è che un preludio alla tempesta che si abbatte poco dopo con gli immancabili acuti indemoniati di un Adams incredibilmente eroico e al limite delle sue doti. Tra urla, acuti, scale giunge l'ultimo refrain che va a sfumare tra gli applausi. "Mountains" è un tripudio di acciaio che si tinge di poesia e di delicatezza, intriso di mitologia e di malinconia. Un anthem dedicato alla volta celeste, alle nuvole, alle cime delle montagne, dove l'altezza è sinonimo di fierezza e di libertà. Un aldilà che accoglie i guerrieri deceduti in battaglia, gli eroi caduti sul campo e accolti tra le braccia degli Dei del cielo. Il cielo viene sorvolato soltanto dagli uomini liberi, coloro che sono in grado di scalare le montagne e di volare come aquile al fine di raggiungere la grandezza e l'immortalità. Per diventare eroi bisogna essere come montagne, cioè erigersi a giganti di pietra, svettare sulla folla e sulla mediocrità, ed essere irremovibili, insuperabili, toccando vette che soltanto pochi raggiungono. E' una sfida con sé stessi ma il premio è alto e vale la pena tentare.?

The Oath

"The Oath (Il Giuramento)" possiede una carica impressionante, dall'andamento è veloce e cattivo dove Il basso si mette in evidenza sin dall'intro bizzarra attraverso un assolo metallico che sembra una vera chitarra, dotato di un'armonia particolare. La furia sanguinolenta della chitarra elettrica si scatena con un riffing portentoso, mentre Columbus pesta come un dannato dettando il tempo di questa speed song. Se la sezione ritmica è furiosa allora Eric Adams segue tale irruenza, intonando le due strofe con voce posseduta e maligna riuscendo persino a inserire un acuto animalesco nell'ultima frase. Non un pezzo semplice da cantare e il vocalist resta a corto di ossigeno in alcuni punti, eppure la sensazione di una performance straordinaria è palese. Ciò che colpisce è, oltre alla potenza, è un innato gusto melodico che fa capolino ogni tanto, andando a braccetto con l'energia scaturita. Si prosegue con la seconda sezione dove Adams è ancora più adirato, giungendo infine al breve ma intenso ritornello, certamente stupendo e perfetto da intonare dal vivo. Pur essendo un pezzo spesso snobbato o dimenticato dai più, il pubblico manowariano ne è profondamente innamorato e infatti si sente tutto il calore da parte dei presenti, che intonano all'unisono ogni singola nota eseguita sul palco. Segue un assolo caciarone di Karl Logan, molto strano ed eseguito con estrema foga e così inizia la terza parte ancora più veloce e mefistofelica, nella quale il vocalist raggiunge il suo apice di espressione e Columbus gli dà giù col doppio pedale. Dopo ancora due chorus, un secondo assolo di chitarra ci sommerge i timpani chiudendo questa cavalcata in un polveorne sonoro davvero trascinante. Il tempo del giuramento è finalmente giunto, il guerriero protagonista promette di seguire il suo destino e di rendere omaggio a Odino, di combattere per lui, fino alla fine dei suoi giorni. Davanti al fuoco, nel cuore della notte, tramite il suo sangue promette di proteggere la sua tribù e di sterminare le altre, di servire il suo dio, soltanto lui, né re né uomini religiosi. È un guerriero coraggioso, pronto al trionfo, pronto alla morte, pronto a diventare un eroe e sacrificarsi per il suo credo. La tematica del "giuramento" è assai importante all'interno dell'immaginario dei Manowar, in quanto loro stessi (e lo si può ben dedurre analizzando tutto l'arco della loro carriera dagli inizi sino ad oggi) si sono letteralmente consacrati all'Heavy Metal, giurando di non tradirne mai i principi e gli ideali.?

Secret Of Steel

La batteria, dal sapore doom, cadenzata e oscura, e il basso acutissimo introducono la splendida "Secret Of Steel (Segreti Dell'Acciaio)", preparando il campo di battaglia. Quasi un minuto e il ritmo cambia, accelera attraverso una raffica di batteria e un riff lisergico, per poi affievolirsi nuovamente. L'atmosfera è catartica, protratta a singhiozzo, dove la prima quartina è sommersa da un mare di riff crepuscolari dal sapore esoterico. La voce di Eric Adams svetta sugli strumenti, imponendosi con la sua versatilità e la sua innata potenza e gli spettatori gridano entusiasti per l'ascolto di un brano mai eseguito sul palco, pur facendo parte dei capolavori assoluti della band. Le linee vocali sono struggenti, dannatamente epiche ed evocative, e mettono in risalto la tecnica di un vocalist mostruoso quasi come quando aveva la metà degli anni. La strofa dura pochissimo e qui succede una cosa particolare, in breve ci troviamo di fronte al ritornello, ma non è un ritornello comune, perché è lunghissimo, lentissimo, velenoso, che si protrae con violenza fino a metà brano. L'aspetto melodico è divino ma anche la sezione strumentale è praticamente perfetta, guidata da Columbus che improvvisa una marcia che fa il verso alla carica dei cavalli, come fosse una parata. In sottofondo, tanto per caricare il tutto, basso e chitarra emettono dei suoni strani, cavernicoli, primitivi. I Manowar di un tempo avevano mille idee e sapevano come costruire un brano senza risultare pacchiani o ridicoli, mettendoci anche molto coraggio nella composizione e le gesta di Conan e di tutti i leggendari guerrieri epici qui rivivono sul palcoscenico e attraverso questa straordinaria performance. Karl Logan si lancia in un assolo al vetriolo tanto è ruvido e magnetico, quindi torna la voce di Adams per il secondo spietato refrain. E qui si esagera davvero, perché lo stesso spara una serie di acuti inverosimili per un cinquantacinquenne, terminando la magnifica composizione nel migliore die modi. Un brano spaventosamente bello, dall'impatto sonoro che spazza via ogni cosa, dalle liriche mitologiche che onorano il film con Schwarzenegger a cominciare dal titolo, riprendendo la leggenda cimmerica, tribù dello stesso Conan, inventata da Robert E. Howard nel fumetto "Conan il cimmero", apparso per la prima volta nel 1932. In mente giungono le parole del padre di Conan in merito al segreto dell'acciaio, portato sulla terra dal dio Crom. Crom è un dio oscuro, che dalla cima di una montagna scruta il mondo sottostante e giudica gli esseri umani. Odia i deboli e apprezza i forti, i coraggiosi, in particolare Conan, suo protetto. Il tanto decantato segreto dell'acciaio è una speciale lavorazione del ferro per rendere indistruttibili le spade, ma sono in pochi a conoscerlo e a utilizzare quella speciale tecnica di tempra. Conan, così come suo padre, ne sono a conoscenza, per questo sono invincibili. Questo brano non poteva che essere scritto dai massimi esponenti di un certo tipo di acciaio.?

Sons Of William's Tale

"Sons Of William's Tale (I Figli Del Racconto Di William) " è un esperimento strumentale di Joey DeMaio prelevato dal glorioso album "Kings Of Metal" ma qui totalmente stravolta a livello melodico, accompagnata costantemente dai cori degli spettatori. Raramente suonata dal vivo, DeMaio e il suo basso tritasassi sono protagonisti assoluti della scena, dove viene riprodotto il "Guglielmo Tell" del compositore italiano Gioachino Rossini, un'opera che narra di un leggendario eroe svizzero che sarebbe vissuto nel XIV secolo e che avrebbe, secondo la leggenda medievale, liberato il suo popolo e il suo paese dalla tirannia del monarca. DeMaio non ha mai nascosto la sua passione per la musica classica e per la lirica, tanto che in più interviste ha indicato il compositore Richard Wagner come l'inventore dell'heavy metal (e che ha cercato grossolanamente di omaggiarlo nell'album sinfonico "Gods Of War"), grazie alla vena drammatica e epica delle sue opere. L'esecuzione del pezzo è particolare, una manciata di minuti di accordi velocissimi e metallici senza una base sotto, soltanto il suono del basso dettato dall'abilità del musicista che riproduce la famosa aria in questo assolo un po' confuso e un po' noioso, in una performance solista completamente diversa dalla versione in studio, abbastanza tediosa e sborona, anche se in questo contesto il pubblico sembra apprezzare, applaude di continuo e asseconda le note con grida e fischi.?

The Gods Made Heavy Metal

E' l'ora della parabola mitologia sulla nascita del nostro amato genere e così ecco "The Gods Made Heavy Metal (Gli Dei Fecero L'Heavy Metal)", traccia tritasassi costruita su una sezione ritmica che fagocita tutto quello che si para davanti ma sempre poggiata su a un'idea melodica vincente. DeMaio introduce le danze, dando il tempo a tutta la band, i fans applaudono a ritmo, poi Eric Adams emerge con tono solenne per raccontare le vicende che hanno portato gli Dei a inventare il metallo, inteso non come materiale, ma come genere musicale. Nel silenzio e nell'oscurità della terra un buco si è generato in cielo, poi un vento gelido si è alzato d'improvviso e un lampo ha illuminato la volta celeste schiantandosi al suolo e incendiando il terreno. Dalla strofa si apre un margine di melodia ed ecco il fantastico pre-chorus nel quali i ritmi rallentano e la chitarra prepara la carica per inaugurare il bel ritornello di natura epica, dove gli Dei hanno creato il metallo e hanno visto che era cosa buona, lo hanno consegnato agli uomini e hanno detto loro di suonarlo al massimo volume, più carico dell'inferno, e gli umani hanno promesso di conservarlo con gelosia e di rispettare le regole impartite dall'alto, sapendo che il nemico non potrà mai fermare la vittoriosa marcia del fedele. L'heavy metal non morirà mai e tutti i maniaci di questa musica lo posso giurare; niente e nessuno potrà mai contrastare tale realtà. I pesanti colpi inferti da Columbus alla batteria sembrano tuoni che si scagliano a terra facendo da monito, mentre il basso di DeMaio è suadente e sacro nel suo andamento. La seconda parte si basa sullo stesso basso, suonato a mo' di chitarra, così Logan ha modo di tessere riffs continui che fanno da contorno alla scena, durante la quale si consacra la fedeltà dell'ascoltatore, un vero credente che mostra al mondo intero di che pasta è fatto e che dedica la sua vita per la causa del metallo, come fosse una religione, anzi più importante, poiché questa musica rappresenta un modo di vivere, uno stile di vita. Le divinità che hanno concepito la musica sono riunite davanti a noi stanotte e perciò dobbiamo celebrarle suonando la nostra più bella canzone. Giunge così il secondo martellante refrain, per una notte di conquiste, di gesta eroiche, di canti gloriosi e di divertimento assicurato. L'acuto del singer suggella il tutto, e così Karl Logan si lascia andare a un brillante e veloce assolo, più lungo rispetto alla versione originale, che rende onore al pubblico in sala e soprattutto ai miti nordici che assistono ai festeggiamenti. Adams, a questo punto, è scatenato, con una serie di acuti e giochetti vocali procede nel canto intonando il bridge, sovrastando l'inferno creato dagli strumenti dove chitarra e basso duellano e si intrecciano in una simbiosi perfetta. Quando non c'è più nulla da aggiungere, Eric Adams, nelle vesti del sacerdote, si congeda sparando gli acuti finali.?

Die For Metal

"Die For Metal (Morire Per il Metallo)" non si apre con il ritornello catchy e molto tamarro della versione in studio, ma procede con la batteria di Columbus, tagliandolo completamente. La sezione ritmica, dopo qualche secondo e con il contorno dello scroscio di applausi da parte dei fans presenti, è pronta ad esplodere basandosi tutta sulla potenza e meno sulla velocità, dato che si tratta di un mid-tempo hard rock dal sapore 70s e che ricorda vagamente l'incedere di alcuni pezzi dei Led Zeppelin. La sua struttura è molto semplificata, tutta giocata su un adrenalinico riffing portante dove poi prendono vita le varie strofe dal classico tema disimpegnato alla Manowar, ossia inni alla musica, alla fratellanza e alla birra. Basso e chitarra duellano in una serie di fraseggi mentre si canta di un uomo che fa una vita noiosa e stancante per colpa di un lavoro misero, quando tutto quello che desidera è solo essere libero come aquile e ascoltare musica tutto il giorno. Dunque, dopo aver staccato da lavoro, il nostro ragazzo passeggia per strada e sente in lontananza delle grida e dei cori, incuriosito entra nell'edificio dove c'è caos e subito un tipo gli offre una birra chiamandolo "fratello" ed "amico". Attorno a lui una vasta schiera di metallari con i pugni al cielo, mentre dagli altoparlanti una scarica di metallo invade le loro orecchie. Loro si considerano immortali, puri, veri e si sentono vivi. Si attacca col pre-chorus, che è un autoproclamo, un inno al metal e a tutti i fedeli dei Manowar, tanto che tutti i presenti sono chiamati in causa, Adams scalda la voce e si lancia in grida e acuti fomentando la folla, e allora, tra la velenosa chitarra di Logan e la funesta batteria di Columbus, si inserisce il refrain, cafonissimo: "Nessuno ci fermerà, per l'heavy metal moriremo!", intonato da tutti, per poi terminare con l'acuto del vocalist. Non c'è un attimo di pausa, così si riparte delle strofe, in cui si incitano i metallari a restare uniti e a festeggiare la nobiltà dell'heavy metal, Logan si divincola attraverso una serie di brevi assoli che decorano il tutto, mentre i cori aumentano presi dalla goliardia. Sembra un pezzo dal vivo, sicuramente studiato per essere eseguito dal vivo, e mette in luce la furbizia di questa band, sempre grata ai propri fans tanto da chiamarli spesso in causa. Questo pezzo è proprio per loro, per tutti gli adepti, fratelli uniti sotto un unico vincolo, ancora più speciale durante il concerto, eseguita dal vivo, poiché è proprio sul palco che avviene il contatto tra artisti e appassionati. La seconda parte della canzone non aggiunge altro, snodandosi su una serie di assoli, acuti animaleschi e la ripetizione a profusione del chorus, a volte scandito solo dal pubblico, altre solo da Adams. "Die For Metal" è il classico brano di serie B all'interno della discografia manowariana, scontato e banale, ma fa comunque la sua discreta figura grazie alla sua grinta e alla sua orecchiabilità, dalla natura prettamente live, proprio perché studiato per far scatenare i fedeli durante i concerti; in effetti, come è facilmente riscontrabile in questa traccia e in questo contesto, si sente tutto il calore del popolo quando intona il graffiante e iconico ritornello.?

Kings Of Metal

"Kings Of Metal (Dei Del Metal)" non può mancare dal vivo e allora ecco tutta la potenza e l'energia targate Manowar. Questo è un brano di heavy metal puro e brutale, contaminato dalla patina epica appartenuta a certi lavori in studio. Qui ritorna tutta la potenza dell'heavy metal classico per un pezzo che è entrato nella storia del genere, dove Scott Columbus scalpita dietro le pelli, in questo caso molto preciso e potente. Tra i cori del pubblico in sala, all'unisono esplodono la chitarra di Logan e il basso di Joey DeMaio per il puro delirio metallico. L'andamento è medio, non si eccede mai in velocità ma si punta su un muro sonoro compatto e solido come un macigno, Eric Adams interviene di lì a poco, la sua voce è cattiva, ancora di più dal vivo per via della sua tecnica di respirazione che gli consente di risparmiare fiato, ma è comunque pronto a sfogarsi in una trionfale autocelebrazione senza precedenti: la band celebra, infatti, il ritorno dei Re del Metallo, loro stessi, cioè una delle pochissime band capaci di creare un vero e proprio culto musicale e pseudo-religioso dove osannare la sacralità della musica dura e gli ideali di fedeltà e di libertà.  Il vocalist narra ancora una volta le gesta della band, un progetto artistico nato per girare per il mondo e calcare palchi, mandando in subbuglio intere città, allontanando i fighetti con la loro musica suonata a tutto volume e radunando soltanto i veri adepti al culto dell'heavy metal. Il refrain diffonde adrenalina nel corpo, fomentando gli animi grazie a un ritornello elaborato costituito da due parti, la prima poggiata su una linea melodica fantastica nella quale Adams accenna un paio di acuti e la seconda più diretta incentrata sull'esaltazione stessa della band ("Other Bands Play, Manowar Kill!", frase intonata dai presenti tutti) non supportata dai cori epici come nella versione studio e un Eric Adams lasciato solo a trascinare con la sua potenza vocale. Si torna alla seconda strofa, mentre la sezione ritmica pesta che è una bellezza, e in questa quartina si parla della musica stessa, di come deve essere suonata e soprattutto ascoltata, ossia a un volume assordante e sparata alla velocità della luce. Gli amplificatori più pompati al mondo fanno saltare e scatenare la folla, una folla vestita con jeans, pelle e borchie, che non segue le mode da perdenti e che non vuole pose o esibizioni, ma solo rock n' roll. Terza quartina nella quale si evidenzia il trionfo manowariano, si autonominano Re e sono pronti a suonare in tutte le città, pronti ad esaltare i cuori dei fans, dei fratelli radunati ai loro concerti, senza piegarsi a niente e nessuno, ubbidienti soltanto al sacro vincolo dell'acciaio. Un testo che trascende lo stesso concetto di autocelebrazione, lo spirito del vero defender che è pronto ad essere esaltato attraverso una celebrazione della propria persona ma anche una bella delineazione dello spirito del Metallaro. Se siamo orgogliosi di quello che siamo lo dobbiamo anche a un pezzo del genere.?

Warriors Of The World

Un riffing evocativo e di natura epica apre "Warriors Of The World United (Guerrieri Del Mondo Uniti)". Columbus è controllato ma terremotante, capace di infliggere colpi strazianti alla sua batteria, dal vivo, ovviamente, non ci cori aulici ma l'animo epico è più palpabile che mai. I colpi inferti alla batteria si trascinano per un minuto prima didare inizio alla battaglia per la gloria, rafforzando il concetto di epicità insito nella traccia. Sin da subito ci troviamo di fronte a un gioiello di potenza, di adrenalina e di classe come pochi se ne sentono in giro, pietra preziosa che soltanto i grandi sanno comporre. Karl Logan e Joey DeMaio si alternano nell'esecuzione di suoni alienanti e lisergici, trasmettendo ruvidità e claustrofobia, come se ci trovassimo all'interno di una fabbrica dove fuochi, scintille e oggetti metallici, tra cui numerose catene, fanno parte del contesto e soprattutto del suono. Il basso pulsa adrenalina e scalda gli animi, accostandosi al furioso riffing di Logan, dunque entra in scena un demoniaco Eric Adams che, con voce sospirata, intona la prima cattivissima strofa, narrando del ritrovo di soldati, uniti per combattere il nemico, pronti alla mischia e al pianto della battaglia. Le spade innalzate al cielo in segno di rispetto agli Dei, i cuori in preda all'adrenalina, gli eroi vanno incontro alla morte o alla vittoria, senza alternativa alcuna. Adams potenzia la seconda quartina incitando i compagni ma anche l'ascoltatore, totalmente imbambolato da un pezzo così forzuto e ipnotico. La sezione ritmica cambia andamento, diventando ancora più aggressiva e feroce, e allora la guerra prosegue, le armi stridono omaggiano la sacralità del metallo. Tutti noi combattiamo per una filosofia di vita importante, per la libertà di espressione, per le nostre passioni, per le amicizie, per gli amori, per la musica, e allora i guerrieri citati nel testo rappresentano tutti noi ascoltatori, nonché tutti i presenti uniti sotto un cielo torbido e plumbeo, presagio di morte e di vittoria. Il ritornello è un colpo al cuore, un grido di trionfo, un comando per battersi e per vincere, roba che incita a impugnare una spada per andare in città a spaventare i passanti. La melodia è accentuata, molto orecchiabile e composta per essere cantata a squarciagola durante i live, cosicché i fans sono in delirio e cantano tutti a perdifiato. I guerrieri del mondo sono invitati a prendere parte alla guerra e ad alzare le braccia in alto sfoderando le lame luccicanti e assetate di sangue per poi gettarsi nella mischia paragonandosi un tuono che si infrange a terra. I nemici intralciano il cammino dei guerrieri, ma questi non l'avranno vinta, cederanno alla disperazione e al dolore, perché i Manowar e i loro seguaci sono protetti dagli Dei, sono come la pioggia, il tuono e il fuoco, perciò hanno una forza distruttiva implacabile. Tutto ciò viene narrato nelle due strofe che seguono, ma non solo, perché gli avversari sono uomini falsi, ipocriti e vigliacchi, e dovranno confessare le loro colpe prima di morire, andando ad infrangere tutti i loro sogni, non meritevoli di salvezza. Secondo refrain, decorato con cori epici che mettono i brividi, e poi all'improvviso arriva il break centrale, spesso utilizzato dalla formazione americana al fine di inserire la fase poetica all'interno delle cavalcate epiche. Questo momento poetico è evidenziato dall'arpeggio di chitarra che evoca tempi remoti, proiettandoci in un contesto antico, quando le battaglie epiche si facevano realmente. Adams è enorme come interprete e recita bene la scena tragica, che è poi una preghiera rivolta ai suoi cari prima di scendere in guerra morire, accompagnato dagli spettatori che cantano insieme a lui. Le tastiere presenti nella versione originale qui sono assenti ma il pathos non diminuisce affatto, così tutto cambia repentinamente e allora un acuto spezza l'idillio e si riparte con lo splendido chorus che si trascina fino alla fine del brano tra acuti disperati, cori celestiali e sezione ritmica tritasassi.?

Black Wind Fire And Steel

"Black Wind Fire And Steel (Vento Nero, Fuoco ed Acciaio)" è il calderone, musicale e lirico, della summa di tutta la carriera dei Manowar. Joey DeMaio plettra col suo basso modificato, emettendo uno strano suono ronzante che resta tale per tutta la durata della strofa, accompagnando la voce isterica di Adams che coinvolge il pubblico, stordito da tanta potenza e da un attacco così repentino e furioso. Questo è un brano frenetico, nervoso, che non lascia scampo, il ritornello è dietro l'angolo, tanto che giunge subito, ed è dotato di un gusto melodico che si memorizza all'istante, supportato dall'esplosione di tutta la sezione ritmica in un crescendo che mette i brividi e dove risalta la potenza della batteria e l'istintivo fraseggio di Logan. E' il momento giusto per far scatenare un mostro di bravura come Eric Adams (e di conseguenza anche i fans), anche se non è molto facile stare dietro alla violenza della sezione ritmica, ma nonostante l'età la sua performance è celestiale, anche quando perde fiato in più punti. Il testo è in perfetto stile Manowar, sangue, acciaio, sacrificio in battaglia, sono i temi affrontati, dove un soldato figlio del Nord, nato dalla polvere e dal fuoco, si scaglia contro i nemici in groppa al suo cavallo infernale. E' protetto dagli Dei e sa che, comunque vada, sarà lui a trionfare, la spada è al suo fianco e l'estasi della guerra lo fomenta. L'attende il regno promesso dove potrà divertirsi nella sala dagli immortali e banchettare tutte le notti. Eroismo, valore, vendetta, fede, tutto è meravigliosamente compendiato in questi versi al fulmicotone, i quali suonano esattamente come una dichiarazione di guerra. Il famosissimo refrain è difficile da cantare, soprattutto perché si conclude con l'immancabile acuto finale divenuto un marchio di fabbrica della band, e in questo caso il vocalist fa la sua grande figura, testimoniando che è ancora un animale da palco. La cosa interessante da notare è che il testo termina prima di metà canzone, dopodiché abbiamo un grande assolo di chitarra che fa scintille, dunque torna il chorus, ripetuto decine di volte con tutta la sezione ritmica a supporto fino sorprendere tutti con un colpo di scena, il ritmo rallenta, il vocalist segue gli strumenti e riprende fiato perché sta per emettere l'acuto che, nella versione studio, si profilava come il più lungo di sempre, entrato addirittura nei guinness con i suoi trenta secondi di durata, anche se qui la durata è minore (e ci mancherebbe!) ma impressionante comunque. Seguono dei rumori alienanti e abbastanza inutili suonati da DeMaio e da Logan che allungano stancamente il pezzo di due minuti, tra gli applausi di tutti.?

The Blood Of Odin

"The Blood Of Odin (Il Sangue Di Odino)" è una traccia narrativa, ripresa pari pari dal disco e sparata dagli altoparlanti della sala mentre un gruppo di uomini vestita da vichinghi si aggira sul palco con le spade al cielo, scendendo da una nave di legno portata direttamente al centro del palcoscenico. Qui imperversano venti di guerra, si odono cavalli che scalciano, lame che si scontrano, grida umane, il tutto intervallato da Columbus (sul disco) che ogni dieci secondi sferra un colpo alle pelli, accompagnando la voce di Joey DeMaio che recita parole per ben quattro minuti, descrivendo la figura di Odino. Sulle spalle del dio vi sono due corvi, Huginn e Muninn, mandati dalla divinità in giro per il mondo per poi tornare da lui, nella notte, e raccontare tutto ciò che hanno visto durante il giorno. Il dio veste d'oro, possiede una spada magica ed una lancia chiamata Gungnir, incise entrambe con delle rune dai significati sacri ed è sempre accompaganto da due fedeli lupi, sinonimo di forza e di sapienza. Sleipnir, il suo destriero a otto zampe, lo trasporta tra il mondo dei vivi e quello dei morti, per raccogliere i guerrieri più valori, chiamati Einherjer, e trasportarli direttamente nelle stanze del Valhalla dopo aver attraversato il ponte arcobaleno che collega i due mondi. Odino tutto conosce e tutto osserva, la sua saggezza suprema è proverbiale; è il dio della poesia, della magia e del destino, dell'agonia e del sacrificio, ma anche della guarigione e dell'amore, perciò di lui gli uomini hanno timore ma anche rispetto e venerazione. Dalle sue mani è nata la più grande stirpe di guerrieri, egli ha spaccato la terra in due e dalle sue viscere ha estratto sangue divino, spargendolo sul mondo e creando i suoi figli: i figli di Odino, guerrieri valorosi, i più grandi mai esistiti. Le tastiere emergono lentamente tra l'impeto della folla e allora la parte teatrale si conclude facendo riprendere la musica heavy.?

The Sons Of Odin

"The Sons Of Odin (Figli Di Odino)" ha un attacco impetuoso, la chitarra di Logan dà inizio a una cavalcata epica di grande impatto, il pubblico acclama i nostri musicisti, intanto DeMaio impreziosisce il tutto con il suo basso pompato a dovere. Tempo trenta secondi e i toni si smorzano, rimane solo il basso potentissimo ad accompagnare i sospiri di Adams, il quale racconta di una lotta corpo a corpo, armatura contro armatura e spada contro spada, e allora incomincia il lungo pre-chorus, dalla melodia stupefacente e con tutta la base ritmica in palla, i singoli musicisti sono scatenati, Logan esegue un fraseggio roccioso e Columbus comincia a scalciare col doppio pedale. Su tutti svetta Eric Adams inneggiando alla gloria e alla fama che un vero guerriero deve raggiungere per poter far parte della cerchia dei Degli del Valhalla. Un uomo, per sedersi accanto al suo dio, ha bisogno di coraggio, di un cuore d'acciaio, di un animo puro, tutte doti che gli permettono di uccidere il nemico e di onorare gli amici caduti tramite il sangue degli ingiusti. I ritmi si smorzano ancora, il basso riproduce i battiti di un cuore in tumulto, il protagonista delle liriche sa che anche lui un giorno entrerà nella sala del Valhalla e avrà l'onore di guardare in volto Odino, ci entrerà con la spada stretta in mano, fedele compagna di una intera vita, grondante ancora del sangue nemico. Si procede col pre-chorus e questa volta arrivando fino in fondo, ossia allo strepitoso ritornello (con tanto di cori pre-registrati), tremendamente epico, dove la melodia indica la grandezza di una band come i Manowar, magari semplici strumentalmente ma capaci sempre di trovare il guizzo melodico vincente, risultando orecchiabili e trascinanti, elementi dei quali non tutti riescono a godere e che poi sono altro che le qualità principali per creare buona musica. Le porte del Valhalla si aprono ed il mondo dell'oltretomba accoglie i figli dei Dei morti in guerra. In questo tripudio di lealtà e trionfo, il ritmo accelera e inizia la fase strumentale centrale, dove la sezione ritmica resta invariata, con i fraseggi intrecciati di Logan e di DeMaio e i colpi fragorosi di Columbus che corrono per quasi un minuto, giungendo all'ottimo assolo di Karl Logan, in questo periodo ispirato come non mai. Il ritmo resta invariato, si spinge sull'acceleratore e il pezzo si trasforma completamente in una cavalcata epica, Adams torna dietro al microfono e grida a tutti quanti che lui e il suo esercito è riunito per celebrare Odino e suo figlio Thor, e prima che sorga il sole tutti quanti saranno riuniti nel regno oscuro degli Dei nordici. Un acuto e si dà inizio al grandioso e pomposo refrain, irrobustito questa volta da cori bellici della base orchestrale registrata, ripetuto poi per tre volte, fomentando alla grande l'ascoltatore. Le tastiere danno quel tocco di magia in più ed ecco il momento poetico finale, dove la voce modificata di DeMaio (sempre registrata e prelevata direttamente dal disco originale), sempre nelle veci di Odino, si rivolge ai suoi valorosi uomini, mentre i suoni dell'orchestra, tastiere, tamburi, campanelli, immortalano le sue parole e le gesta dei soldati morti per lui. Adesso, questi uomini benedetti dalle divinità, sacrificati alla gloria, sono diventati gli Dei della guerra, i "Gods Of War".?

Glory Majesty Unity

"Glory Majesty Unity (Gloria Unità Maestosità))" prosegue la parte recitata della performance live, per un concerto che unisce musica e teatralità. Questa traccia fa il verso a "The Warriors Prayers", la famosa traccia narrata di "Kings Of Metal", per via della sua struttura ma non solo; infatti, ritroviamo Arthur Pendragon Wilshire, vecchia conoscenza della band, ovvero colui che proprio in "The Warriors Prayer" prestava la voce al nonno che raccontava la storia dei guerrieri al nipotino. Con l'acquazzone in sottofondo Wilshire racconta le gesta di questi intrepidi guerrieri, tra i pochi sopravvissuti a un'estenuante battaglia che ha causato numerosi morti. I due eserciti si sono affrontati e molti sono periti, ma su tutti quattro uomini hanno trionfato, con l'aiuto arrivato dai cieli, giunto da Odino che ha scagliato sulla terra tormenta, lampi e saette, infondendo coraggio e ira funesta nelle loro menti. Li ha trasformati in Berserker, ossia guerrieri insensibili al dolore ed alla paura per via di una mente ottenebrata e in preda all'estasi, tanto che questi vengono considerati dei demoni selvaggi che tutto travolgono. A questo punto il clangore delle armi si intensifica, si odono grida di uomini che vengono trafitti e bruciati e il rumore di un incendio divampa dalla casse dello stereo. Quando il fumo sul campo di guerra svanisce restano pochi soldati ancora in vita, i quali si inginocchiano a ringraziare i quattro cavalieri benedetti dagli Dei, i quali intonano in coro la preghiera del guerriero: invocano gli Dei della guerra, la loro spada sempre al fianco, in cerca di una vita dignitosa e orgogliosa lontana dalla falsità. Una vita dedita all'unità, alla maestà e alla gloria, per poi ricevere una morte decorosa, ecco cosa pregano, e così salutano gli Dei tutti. Il momento è aulico e l'ascolto divertente, fomenta gli animi degli ascoltatori, però anche qui cadiamo nell'ambito delle colonne sonore, risultando prolisso, stanco e noioso, soprattutto alla luce dell'ascolto dell'album nella sua interezza. Possiamo solo immaginare il gruppo di attori che si aggira per il palco coinvolgendo il pubblico e recitando questa sacra preghiera. Il pubblico fischia e alla fine urla "Hail!" per salutare gli Dei.?

Gods Of War

"Gods Of War (Dei Della Guerra)" si apre con i possenti tamburi che ci proiettano in un mondo lontano e con alcuni suoni pre-registrati e tratti dall'omonimo disco, presentando una resa live non proprio al 100%. Il suono è molto epico e l'andamento cadenzato si protraggono per diverso tempo, la base orchestrale riprodotta in studio da DeMaio è sempre presente, le trombe e i cori accompagnano la batteria regalandoci un momento trionfale ma facendo perdere genuinità alla performance. L'introduzione è lunga, lentamente cala l'ascoltatore nella vicenda, poi i toni si smorzano ed entra in scena Eric Adams, nella veste di narratore. Il primo verso è da brividi, il singer è un interprete favoloso e prega Odino, adesso è un guerriero che chiede aiuto al dio del nord, si inginocchia, chiude gli occhi e aspetta un segno dalla divinità, un cenno con la mano. Intanto l'uomo riferisce che è pronto a combattere, perché è nato sotto il segno del martello e perciò audace, così come il suo esercito, impaziente di sacrificarsi per la propria libertà. La strofa è abbastanza lunga, ma c'è tutto il tempo, i Manowar se la prendono comoda, ed allora inizia una fantastica fase di pre-chorus, dalla melodia più accentuata e arricchita di cori suoi quali la batteria di Columbus si intensifica, picchiando più forte, mentre ancora chitarra e basso restano in penombra. La preghiera continua, onora la grandezza di Odino, e i guerrieri, questa volta tutti insieme, cantano di avere i cuori tonanti pieni di ira e di gloria, pronti a gettarsi nella mischia della battaglia, illuminando il cielo notturno con il bagliore delle loro spade. Sperano che gli Dei siano clementi con loro e che presto i loro animi facciano festa nel Valhalla. A questo punto parte il bellissimo ritornello, clamorosamente intonato da tutta la platea che sovrasta persino i cori pre-registrati. Eric Adams svetta sui cori e ci dice che è giunto il giorno fatidico, delle voci giungono dalla sala del Valhalla, stanno chiamando il suo nome e quello dei suoi compagni. L'immortalità li sta aspettando e loro sono incoronati Dei della guerra. Karl Logan esegue un assolo eccellente, tale e quale a quello in studio, prima di lasciare spazio alla seconda sezione del brano, dove Adams riprende a cantare, con qualche pecca e facendo fatica a riprendere fiato, ma imperterrito e dopo un acuto alza la voce, interpellando Odino. I caduti stanno aspettando di inginocchiarsi davanti alla divinità, adesso il campo di battaglia è pieno di sangue e le porte del Valhalla si stanno aprendo. Dopo il secondo refrain si giunge alla coda, che si trascina per altri due minuti, e sono due minuti emozionanti, dominati dalla grida di Adams e dai colpi inferti alla batteria da parte di Columbus, dopodiché Logan crea un polverone eseguendo dei riff massicci che vanno a confondersi con gli acuti (incredibili per essere dal vivo) del vocalist.?

Army Of The Dead

"Army Of The Dead (Armata Dei Morti)" è una breve introduzione giocata su cori e tastiere, un intermezzo sacro dove Adams è il solo protagonista. Lo scroscio dell'acqua invade le casse dello stereo, poi un colpo di tamburo, dunque dei cori emergono per alcuni secondi fino a spegnersi, lasciando posto al vocalist che intona a cappella un canto di guerra, in un momento davvero aulico, mentre attorno al vocalist ruotano i sedici guerrieri scelti come attori. Il guerriero protetto da Odino sta incitando il suo esercito prima di scagliarsi nella battaglia dice ai suoi uomini di alzare al cielo le armi e di prepararsi alla morte. Ma la morte non avverrà in solitudine, perché tutti saranno uniti, mentre le valchirie raccoglieranno i loro corpi e li riporteranno a casa, in Asgard, il regno dei gli Dei nordici. Le stanze del Valhalla sono ornate a festa per dare il benvenuto ai caduti, eroi impavidi onorati, venerati e accolti dall'immortalità. Questo interludio sacro esalta la morte, il concetto stesso di morte, vista come il principio per l'immortalità, ma è anche un incoraggiamento ai soldati che stanno per affrontare il nemico, consolandoli con la promessa id una vita ultraterrena sicuramente migliore di quella vissuta sulla terra. Si tratta di poche righe che si sviluppano in meno di due minuti, la melodia è vincente, perfetta da cantare, dove Eric Adams dimostra la sua grandezza, che prende forma definitiva con l'immancabile acuto finale, sicuramente riuscito e che scalda gli animi. I presenti applaudono, incantati dalla sua voce.?

Odin

"Odin (Odino)" attacca con la chitarra di Karl Lorgan che si snoda in un fraseggio malinconico e teatrale. Il basso emerge subdolamente e la batteria comincia a muovere il ritmo. "Odin" è l'accesso alla sinfonia adottato dai quattro musicisti, ma in questo caso la parte sinfonica e orchestrale viene meno, facendo trasparire tutta la carica metallica della sua natura. In questo brano, che originariamente era basato tutto su cori angelici, viole e tamburi, la musica viene semplificata, lasciando dirigere solo gli strumenti classici del metal, ossia basso, chitarra e batteria, con un accenno di tastiere in sottofondo. La melodia colpisce dritto al cuore, è struggente e decisamente vincente, perfetta come colonna sonora per un film epico. I fraseggi inventati da Karl Logan sono splendidi e ricchi di sentimento, Columbus è impetuoso dietro le pelli, ed il basso di DeMaio, questa volta, è una vera macchina da guerra. Il mid-tempo presenta un'epicità innata, che trasuda eroismo in ogni singola nota, mentre Adams è solenne nel cantare le quattro quartine che ci portano dritte a metà brano e che descrivono bene le stanze del castello di Asgard, dove valchirie e guerrieri attendono con gioia gli spiriti dei nuovi caduti, per festeggiare la loro immortalità. Nelle imponenti sale girano corvi e lupi, amici fedeli di Odino e dei suoi sudditi, mentre i segreti della magia, della vita e della morte si stanno rivelando lentamente alle anime immortali, e tutto è pronto per il banchetto dove si mangerà e si berrà senza sosta, per tutta l'eternità. Una corona, l'anello e una spada sacra saranno i doni per i caduti, i quali diventeranno tutti re nel regno dei morti e avranno poteri illimitati. Questo brano è suddiviso in due blocchi distinti, il primo, quello che abbiamo analizzato, dotato di solo strofe, mentre il secondo blocco presenta il lungo ritornello, che altro non è che la ripresa che delle due "Army Of The Dead" presenti in "Gods Of War". In cotanta bellezza, i minuti sembrano volare, rivelando una perla di grande impatto emotivo, sia da studio che dal vivo.?

Hymn Of The Immortal Warrior

"Hymn Of The Immortal Warrior (Inno Del Guerriero Immortale)" è una ballata intimista e toccante dove le tastiere si librano soavi, mentre Logan esegue un arpeggio nostalgico, accompagnando la morbida voce di Adams che intona tre sofferte strofe che parlano di un eroe morto. I cori sono registrati e ciò è evidente, così come è evidentemente ci troviamo al funerale di un eroe, dove i guerrieri sono radunati per tributargli i giusti meriti, per onorare la sua vita, le sue gesta e le sue parole. Il caduto è stato un uomo d'onore, un vero soldato che ha servito il proprio popolo, ma adesso ha pagato con la vita, sacrificandosi per i giusti ideali, e ora è finalmente libero, immortale. Le tastiere si impennano e Adams alza la voce per gridare al mondo il suo dolore, in una parentesi melodica di grande profondità, nella quale celebra la morte del compagno, adesso chiamato al cospetto di Odino, con la spada stretta in pugno ed il cuore colmo di felicità. Adesso incomincia la sua immortalità, il suo nome non sarà mai dimenticato da nessuno. Columbus picchia sui piatti dando inizio a una fase più intensa, dove il vocalist prosegue imperterrito a narrare le gesta dell'amico caduto in battaglia, dei suoi nemici spediti al creatore, del sangue versato sul suo acciaio e dei suoi valori bellici, sempre al servizio degli Dei. Ogni tanto Logan interviene portando con sé riffs graffianti ma la morbidezza di questa ballata non viene mai meno in tutta la sua durata, ma il sentimento di fierezza è dietro l'angolo, poiché arriva lo strepitoso ritornello, dalla forza corale che omaggia l'eroe. La voce di Adams viene soffocata dai cori e tutti insieme incitano il guerriero a impugnare scudo e spada e tutto ciò di cui ha bisogno perché presto sarà chiamato da Odino per affrontare il Ragnarok, il giorno del giudizio, nel quale egli tornerà in vita, resusciterà dalla fossa e combatterà al fianco delle divinità. Questo è dono offerto solo ai migliori, ai più coraggiosi, i quali potranno solcare i cieli insieme alle valchirie. Karl Logan spezza l'idillio con un grande assolo, dunque ritornano le tastiere, riportandoci al giorno del funerale, alla celebrazione dell'individuo, ed ecco la preghiera recitata da DeMaio, sempre con voce alterata, nelle vesti di Odino, che ricorda a tutti che il guerriero è ormai diventato una leggenda e che siede al suo fianco, ha oltrepassato i cancelli del Valhalla ed è pronto per l'eternità. Segue una lunga coda finale dai toni trionfali e gioiosi, rispettando la sacralità del momento e omaggiando tutti i guerrieri che si sono sacrificati e tutti gli Dei che hanno preso parte a questa guerra. I cori tornano protagonisti, così come il cantante, e seguendo le coordinate imposte dal drumming tutti intonano canti sacri invitando tutti i soldati a risorgere dal regno della morte e unirsi a questa festa di gloria, rinascendo dal proprio acciaio in un corpo nuovo, senza ferite. I figli di Odino sono radunati, ora sono diventati re, prendono posto al banchetto dell'immortalità. Le loro anime non moriranno mai più. Il momento di giubilo viene riempito dal suono delle tastiere ma non solo, perché torna l'orchestra, con tamburi e trombe a riempire l'aria, fino all'ultimo acuto di Eric Adams. L'impatto live in questo caso però è troppo sintetico e l'orchestra registrata sotto resta fin troppo imponente, anche se non va a discapito della magia di questa song e dell'esecuzione generale dei musicisti, qui davvero in forma. Eric Adams saluta il pubblico, lo ringrazia e il sipario cala.?

The Crown And The Ring

"The Crown And The Ring (La Corona E L'Anello)" chiude il concerto (come ogni concerto della band) e la troviamo, come al solito tranne qualche rara eccezione, nella versione in studio, ad accompagnare l'uscita dei nostri cavalieri. Questa resta una delle tracce più belle e imponenti dell'heavy metal, dove torna con prepotenza tutto lo spirito epico della band americana, supportata dal Coro Maschile della Cattedrale di St. Paul di Birmingham che ne aumenta inevitabilmente il pathos. Organo, campane e tamburi fanno da contorno, crescendo di intensità, ma ciò che svetta è la voce divina di Eric Adams, evocativo come non mai, perfetto interprete di questo racconto mitologico. Melodia, pathos, intensità, potenza anche, sono gli ingredienti di questo leggendario brano del 1988 che parla di re orgogliosi ma stanchi di combattere. Una guerra che avrà termine solo con la morte del Re. Un brano evocativo, un capolavoro epico da pelle d'oca, poco metal ma tanta emozione. Ancora una volta un brano che presenta un eroe consapevole della sua forza ma anche delle difficoltà donategli dalla sua posizione. Una corona ed un anello, simbolo di potere e regalità: ma anche di sacrificio, di sangue innocente riversato sulle proprie mani. Il tutto per salutare i fedeli che hanno assistito al concerto, un inchino e poi le voci di Adams e di DeMaio che li ringraziano tra gli applausi e tra i cori di delirio.?

Conclusioni

"Gods Of War Live" risente del calo accusato nella seconda parte, quando viene eseguito dal vivo quasi tutto l'omonimo album in studio, a causa dell'inserimento delle tracce interamente narrate o introduttive che non fanno altro che spezzare il ritmo dell'album, portando allo sfinimento l'ascoltatore e annoiando i presenti in sala. Va bene mettere in scena la guerra tra gli Dei, le azioni vichinghe, la cura delle scenografie e il maxi schermo che proietta bellissime immagini di un epoca lontana, con giochi di luci strepitosi che creano un'atmosfera fenomenale, ma la musica deve restare sempre in primo piano e mai essere offuscata dalla recitazione e dalla parte narrata? che poi, parliamoci chiaramente, i Manowar non è che siano così tanto eruditi da potersi permettere di flirtare con la sacralità del teatro classico, risultando, se è per questo, ancora più pacchiani del solito. Tuttavia, la loro dedizione agli eccessi, non va a scalfire la resa sonora, come al solito strepitosa, nonostante le pecche che ogni tanto traspaiono a favore di una genuinità in fase di post-produzione (come da tradizione manowariana, che si impegna sempre nel dare al proprio pubblico una versione veritiera della resa sonora di un concerto, senza alcun ritocco in studio), come ad esempio Columbus che perde colpi in più occasioni, qualche assolo di Logan non proprio memorabile e un Eric Adams a volte a corto di fiato, ma parliamo di una delle più grandi live band della storia, anche alla soglia dei sessanta anni, capace sempre e comunque di offrire una performance da brividi che ha del miracoloso. Dunque abbiamo un percorso a singhiozzo che sfocia nel secondo dischetto, ma i brani cantati e suonati sono comunque ottimi, testimoniando l'ancora buona ispirazione della band nei pezzi recenti, e sfido chiunque a dire che "Odin", "Gods Of War" o "Hymn Of The Immortal Warriors" siano brutti pezzi, in studio come dal vivo. Peccato non siano state inserite, inspiegabilmente tra l'altro, "Sleipnir", "Loki, God Of Fire" e il singolo "King Of Kings", ad arricchire una seconda parte incerta e abbastanza corta rispetto alla prima (37 minuti del secondo cd contro i 77 del primo), dove troviamo tutti gli inni che hanno reso grandi i Manowar e anche alcune chicche mai eseguite o registrate prima d'ora dal vivo, rendendo la confezione molto più succulenta: basti pensare a brani come "Mountains", "Gloves of Metal" e "Secret Of Steel" che da sole valgono l'acquisto dell'album. Ma nel primo cd troviamo persino la poco esaltante "Die For Metal", brano che fa parte di "Gods Of War", estraneo al contesto narrativo del concept e perciò estromesso dalla seconda parte, quella dedicata all'ultimo album in studio. L'aspetto strumentale comunque evidenzia un grande lavoro da parte di tutti i musicisti, accompagnati da ospiti come i tastieristi Joe Rozler e Francisco Palomo e, come già accennato, da una compagnia teatrale formata da sedici uomini nelle vesti di un gruppo di guerrieri che si aggira sul palco mentre la band suona, tra immagini proiettate sullo schermo e fuochi sputati fuori dagli angoli dello stage, impugnando le spade e facendo finta di combattere, contribuendo altamente a creare un'esperienza unica al mondo, dannatamente, orgogliosamente epica. Insomma, questo doppio digipack, dal colorato booklet contenente bellissime foto e dalla copertina "infuocata" dai toni giallorossi che mostra la maestosità scenica messa a disposizione durante un concerto, testimonia ancora una volta l'energia devastante dell'epic metal targato Manowar, primordiale e diretto ma che sa tingersi di regalità nella sua espressione più sinfonica. Qualche accorgimento in più e sarebbe stato perfetto, ma non si può certo recriminare sulla performance generale della band (anche se l'età comincia a farsi sentire) e sull'adrenalina che quasi tutti i brani riescono a trasmettere agli ascoltatori, tanto sono genuini e potenti dal vivo come da studio. Certo è che sorge spontanea la questione sull'utilità di un prodotto del genere, che si presenta come l'ennesimo parto in casa Manowar atto a suggellare l'attività estenuante di questi musicisti, ma che in pratica, aggiunge poco o nulla (se non quei pochi brani mai ascoltati in versione live) alla discografia di una delle metal band per eccellenza, in questi anni preoccupata più che altro a immettere sul mercato raccolte, live e singoli piuttosto che materiale inedito. Tuttavia, l'utilità del disco non incide affatto sulla bellezza oggettiva che vi contiene, perché "Gods Of War Live" potrebbe essere inteso come il live definitivo dei quattro guerrieri di New York, il più completo, dato che contiene quasi tutte le migliori canzoni composte in carriera, dai leggendari inni all'acciaio risalenti ai primi album fino a quelli più recenti.?

1) Manowar
2) Call To Arms
3) Gloves Of Metal
4) Each Dawn I Die
5) Holy War
6) Mountains
7) The Oath
8) Secret Of Steel
9) Sons Of William's Tale
10) The Gods Made Heavy Metal
11) Die For Metal
12) Kings Of Metal
13) Warriors Of The World
14) Black Wind Fire And Steel
15) The Blood Of Odin
16) The Sons Of Odin
17) Glory Majesty Unity
18) Gods Of War
19) Army Of The Dead
20) Odin
21) Hymn Of The Immortal Warrior
22) The Crown And The Ring
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