MANOWAR

Fighting the World

1987 - Atco

A CURA DI
ANDREA CERASI
18/03/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Il 1987 comporta grosse trasformazioni in casa Manowar e già dal singolo di lancio "Blow Your Speakers", antipasto dell'imminente lavoro, il pubblico avverte il sentore che qualcosa, nell'approccio musicale, sia drasticamente cambiato. "Fighting the World", infatti, rappresenta senza dubbio uno spartiacque nella carriera discografica della band. Pubblicato nel maggio 1987 per la Atco, dopo il divorzio dalla Ten Records  (promotrice, lo ricordiamo, del precedente "Sign of the Hammer"), è l'album che consente alla band di incrementare a dismisura il seguito di fans sparsi per il mondo, soprattutto nel lato europeo, con Inghilterra e Germania in prima fila; luoghi dove i Manowar diventano una delle realtà più influenti e osannate, senza dimenticare la nostra penisola, forse una delle roccaforti per eccellenza della band americana. Il nuovo disco però è destinato a far parlare di sé: le critiche si sprecano, molti dei vecchi fans restano delusi dall'inedito approccio apparentemente più commerciale (termine da utilizzare con le pinze quando si parla di questa band), mentre altre campane, specie la stampa di settore, li rimproverano di essersi allontanati dalle atmosfere epiche e di essersi prodigati a favore di tematiche trite e a tratti banali. Per molti, "Fighting the World" è il principio della lenta parabola discendente del gruppo, per altri è l'entrata nella vera e propria era del "true metal", per altri ancora semplicemente uno dei tanti ottimi album sfornati dalla band di DeMaio. Tuttavia, è bene chiarire che questo lavoro, in quanto a suoni, produzione e scelte melodiche, ha ben poco di cui rimproverarsi. Costituito (senza ombra di dubbio) da un taglio più orecchiabile rispetto ai precedenti album,  non per questo risulta di minore qualità musicale. Possiamo dire che il periodo di riposo di quasi un anno, praticamente quasi tutto il 1986, abbia portato consiglio; nel frattempo i tempi sono velocemente cambiati e così il combo newyorkese, tanto per non restare indietro, cerca di inserirsi nel contesto, tenendo conto del delicato momento storico infestato dai continui attacchi da parte dei media, secondo cui l'heavy metal è un genere musicale malefico, troppo critico nei confronti della società e perciò considerato pericoloso per i giovani. Un incrementarsi della severità degli organi preposti al "controllo", che di fatto attuano una politica destinata quasi boicottare il nostro genere preferito con le prime drastiche censure e con il conseguente allontanamento dalle tv e dalle radio. E' proprio in questo turbolento periodo che la band americana, armata di orgoglio e fedele al proprio credo, decide di scendere in campo facendo forza ancor di più sulle proprie ideologie ma anche sul proprio concetto di arte, arrivando spesso al parossismo attraverso proclami tanto efficaci quanto risibili; il tutto misto ad atteggiamenti da duri imperturbabili, custodi del sacro verbo del metallo. Un insieme che, se da una parte fomenta effettivamente una buona fetta di pubblico, dall'altra comporta anche critiche e prese in giro da parte di molti. Dunque, è in un'epoca così travagliata e di battaglie legali per far valere la libertà di espressione, che "Fighting The World" vede la luce. Il disco, come già accennato, mostra connotati diversi rispetto a quanto proposto in precedenza, meno epico e più improntato sull'heavy classico (anche se non mancano le sfuriate epic), ha il coraggio di introdurre una nuova fase per i Manowar, non solo per quanto riguarda l'aspetto musicale dei singoli brani contenuti nell'Lp ma anche per la sua veste grafica, dando inizio a una lunga collaborazione con il popolare illustratore fantasy Ken Kelly (Rainbow, Burnig Starr, Kiss), da qui in poi autore di tutti i loro artwork, e che rappresenterà i componenti della band, ma anche il loro simbolo: il possente Barbaro, dal volto scuro ed i lunghi capelli neri. Per quel che riguarda il concept di "Fighting..",  l'illustratore lo ha realizzato prendendo palesemente spunto da alcuni suoi precedenti disegni (come la copertine di "Love Gun" e "Destroyer" dei Kiss, specialmente quest'ultima), molto simili tra loro e dotati della stessa stupefacente carica emotiva in grado di adattarsi alla perfezione alla musica e allo stile concettuale e politico espresso dagli stessi Manowar, dove le parole chiave sono l'onore, l'orgoglio, la fedeltà, l'amicizia, il divertimento, la lotta per la sopravvivenza, l'epicità, la coerenza, la libertà e soprattutto la forza dell'unione e della fratellanza.

Fighting The World

La trascinante title-track apre il disco. "Fighting The World (Combattendo contro Il Mondo)" è un concentrato di potenza e di orecchiabilità allo stesso tempo, un pezzo dotato di un'anima ambivalente, degna rappresentate dell'album stesso, lavoro sempre in bilico tra passato e presente, tra attitudine epica e ostentata virilità. La vena goliardica è sempre presente, anche se butta l'occhio alle classifiche cercando di accaparrarsi nuovi consensi e di conseguenza nuovi adepti, grazie al piglio moderno e l'aria ruffiana che conquista nell'immediato. La forza animalesca di un batterista come Columbus è palese, il gigante picchia come un forsennato fino quasi a piegare i piatti e dona alla canzone un aspetto cattivo, interrotto però dall'arrivo dei cori stile glam metal ma comunque fieri e dallo spirito bellico. La chitarra di Ross "The Boss" emerge con un riff tostissimo mettendo in evidenza la scintillante produzione, degna delle migliori rock band, e subito il brano si tramuta in una cavalcata metallica, robusta ma che non dimentica l'orecchiabilità e l'impatto melodico. La semplicità della sua struttura, così come quella delle altre tracce, è sottolineata dall'immediatezza con cui giunge il refrain, appena dopo la prima quartina e dopo appena quaranta secondi, ma che sorprende grazie alla sua bellezza distesa su ben due fasi melodiche che catturano subito l'orecchio dell'ascoltatore. L'aria scanzonata e da classifica è evidentissima, qui ci troviamo davanti a un brano di heavy metal melodico e d'impatto, ma è anche da notare la classe di questi ragazzi, sempre bravi a trovare l'appeal giusto e a rendere dei pezzi semplici delle vere e prorie bombe musicali. Durante le strofe, decantate da un Eric Adams come al solito divino, va evidenziato l'ottimo il lavoro di accompagnamento da parte di Joey DeMaio, il quale, per una volta, suona il basso come tale, senza imitare la chitarra elettrica attraverso modifiche e suoni ricercati, ed il suo è uno strumento che pulsa sangue e che ha cuore. A mio avviso questo "Fighting The World" è uno degli album in cui DeMaio suona meglio (forse perché sperimenta di meno), anche se l'apice del suo lavoro sui suoni arriverà con il grande e molto tecnico "The Triumph Of Steel" (1992). L'assolo di Ross "The Boss" è feroce, fatto con gusto, e sovrasta la potenza impressionante della batteria grazie alla sua voracità. Si giunge alla fase finale, gli strumenti si smorzano, resta solo Columbus a dirigere il ritmo mentre i coretti infarciscono gli ultimi ritornelli. Meno di quattro minuti che racchiudo un po' tutta la filosofia della band e che lanciano un forte attacco alla società e a tutti coloro che li criticano di essersi venduti. E qui trasudano l'orgoglio e la coerenza targati Manowar, la cui corazzata è fatta di acciaio e non di argilla, perché loro non cambiano, non c'è verso, sono fieri di essere così e di portare avanti i propri propositi. Combattono il mondo ogni singolo giorno per far valere i propri diritti, per dire ciò che gli pare e piace, per diffondere il verbo del metallo, perché l'heavy metal è vita, e le televisioni e le radio che passano solo stronzate devono capirlo. Suonare questo genere musicale è terribilmente difficile, in molti si sono arresi ed hanno ceduto al cosiddetto "lato oscuro".. non certo i Nostri barbari, che con la spada ben in vista continuano a mietere vittime, portando avanti le loro campagne di saccheggi e conquista. Se suonare Heavy Metal vorrà significare dichiarare guerra la mondo.. ebbene, i Manowar lo faranno. Non è difficile immaginare quanto, per un sedicenne dell'epoca, questo testo significasse praticamente tutto. Lyrics in grado di riportarci indietro negli anni e di farci rivivere le lotte contro gli insegnanti, i genitori, el autorità in genere. Quelle figure che ci volevano ad ogni costo inquadrati e con i capelli rigorosamente corti.

Blow Your Speakers

Così come in apertura, anche con la seguente traccia, "Blow Your Speakers (Fate Saltare Gli Amplificartori!)", si affronta la stessa tematica, ma si ha anche la stessa strana sensazione che qualcosa, nell'approccio metallico, sia cambiato. Le atmosfere epiche, ascoltate fino a poco tempo prima, si disperdono come fumo e l'aspetto primitivo che tanti fans ha fatto innamorare viene tralasciato in favore di un suono più orecchiabile e da classifica. La cavalcata di stampo mitologico, con cori da film fantasy e cadenze suggestive, lascia spazio a una struttura semplificata e radiofonica improntata più che altro su un ritornello solare e melodico che strizza l'occhio alle produzioni glam metal tanto in voga in quel periodo. L'intro è breve, a differenza di quanto ascoltato fino al momento (secondo cui i Manowar erano soliti aprire con arpeggi ricreando un'atmosfera bellica e remota), e diretta, recuperando l'attitudine sempliciotta del primo album, il glorioso "Blattle Hymns", costruito quasi interamente sull'hard & heavy degli anni 70. Columbus scandisce il tempo, evidenziando un'andatura più hard rock che epic metal, e Ross "The Boss" infarcisce il brano con una serie di riffs crudi ma decisamente poco oscuri. Siamo dalle parti di una "Animals" o di una "Death Tone", perciò i ritmi non sono vorticosi e non si respira un clima post-apocalittico. Eric Adams esordisce dopo pochi secondi con un grido isterico e incomincia a intonare il primo verso, molto semplice e trascinante per poi giungere brevemente al bel ritornello, contornato da cori hair metal, sul quale svetta la sua ugola onnipotente e che alza il tiro in prossimità dell'ultima frase quando pronuncia un Rock 'n' Roll sempre più acuto e in grado di accendere gli animi. La seconda strofa ha un piccolo cambiamento, poiché la chitarra viene sostituita dal basso di Joey DeMaio, il quale esegue una serie di accordi simulando il muscoloso riffing dell'ascia e donando al pezzo un aspetto alquanto originale. Il ritmo è medio, improntato su un hard rock che ricorda molto lo stile dei Kiss, persino nel divertente e colorato videoclip, laddove la batteria di Scott Columbus è decisamente protagonista, anche se molto statica e tenuta a freno, ma comunque in evidenza rispetto agli altri strumenti. Infatti si ha la sensazione che non si voglia pestare troppo, proprio per rientarre in classifica e mandare a segno una hit radiofonica. Ross "The Boss" si mette in luce in un breve assolo, a dire il vero poco incisivo, per poi lasciare spazio alla terza fase nella quale troviamo un'altra strofa cui segue il refrain che vede un Adams sempre più indemoniato. Ome accennato pocanzi, questi sono i Manowar più sempliciotti e divertenti, i proclami di guerra, gli inni agli Dei del Valhalla e la fede nell'acciaio, al sangue alla gloria in battaglia, sono sostituiti da un testo moderno ma che trasuda comunque orgoglio e che è in grado di destare attenzione. È un attacco a tutto il sistema americano, ai benpensanti, alla finta arte, alla musica mediocre. A questo punto, come suggerisce il videoclip, entriamo nei panni di tre giovani ragazzi appassionati di musica pesante, chiusi in cantina a guardare la tv. Il canale è sintonizzato su Mtv ma loro non sembrano apprezzare, così, dopo l'ennesimo inutile video, decidono di spegnere e di mettere su un disco. Ovviamente è heavy metal, ovviamente sono i Manowar, e le note dei nostri eroi li cullano mentre scrivono una lettera adirata proprio all'emittente musicale, accusandola di mandare in onda sempre la solita merda. Loro vogliono la potenza del Rock 'n' roll, perché è il genere giusto per sfogarsi, per ballare, bere birra e fare sesso. A loro non importa nulla delle Label, dei soldi che girano nel mondo musicale, della robaccia commerciale. I giovani hanno bisogno di musica vera. 

Carry On

"Carry On (Vai Avanti)" è dotata dello stesso appeal di "Fighting The World", riuscendo a coniugare potenza e furbizia melodica attraverso linee melodiche molto orecchiabili e infarcite di cori. Un giro di basso, delicato e nostalgico, incontra l'arpeggio di chitarra, poi Adams intona la strofa introduttiva, talmente poetica che sembra proporre una raffinata ballata, invece il cambio di tempo è dietro l'angolo, infatti dopo pochi secondi Columbus riprende esattamente il ritmo del brano di apertura sul quale, inaspettatamente, si costruisce il ritornello. In questo caso abbiamo una struttura della traccia rovesciata, perché troviamo il chorus prima dei versi a fare da intro all'intero brano. L'impatto sonoro è da capogiro, i cori fomentano e la melodia fa centro al primo colpo, anche se tutta questa solarità da una band come i Manowar è del tutto inaspettata. Le strofe, veloci e forzute, sono costruite su una valaga di riffs e su accordi di basso sapientemente suonati dai due axe-men e, ancora una volta, risulta ottimo il lavoro sul basso, protagonista anche nei refrain. "Carry On" è un pezzo divertente, in grado persino di stravolgere le regole della composizione, alternando una strofa e un ritornello per tutta la sua durata e creando un percorso fatto a singhiozzo. L'asso di Ross "The Boss" è di scuola hard rock, meno veloce rispetto a quelli a cui ci ha abituati e molto contenuto, e fa da scia per la coda finale dominata da chorus ripetuti all'infinito, supportati da una miriade di coretti e dalle urla e dagli acuti del mitico vocalist, primo vero sfogo canoro del disco. Il contesto nel quale si sviluppa il testo è lo stesso della opening-track, anche in questo caso la band si rivolge ai proprio fedeli, dice loro di proseguire il proprio cammino, senza farsi traviare da nessuno, poiché la stella del nord li guida e li raduna tutti insieme in una specie di famiglia indistruttibile. Da soli sono deboli e plagiabili ma uniti sono in grado di sovvertire le regole imposte dal mondo e di trovare la vera libertà. Combattere il mondo e trovare la strada della giustizia e del benessere, liberarsi dai limiti imposti da questa ipocrita società e radunarsi con gli altri per intonare un canto di gloria e di felicità. Un inno alla musica e alla leggerezza, al contempo, un testo a metà fra l'impegnato ed il messaggio semplice. I Manowar fanno bene intendere che, anche qualora un giorno loro non dovessero più essere su questa terra, noi tutti dovremmo continuare a diffondere il verbo del Metallo. Andare avanti, sempre e comunque, non arrendersi mai e soprattutto non lasciarsi abbattere da nulla e da nessuno. Ci sarà da versare lacrime e sangue.. ma possiamo farcela. 

Violence And Bloodshed

"Violence And Bloodshed (Violenza E Spargimento Di Sangue)", ha un titolo che è tutto un programma. Qui si recupera la forza genuina della band, e dopo la parentesi heavy-glam, si torna su lidi a loro più congeniali. Le sirene dell'allarme ci proiettano in un mondo post-apocalittico infestato da terribili band. Questa volta Columbus pesta come un dannato e DeMaio si mette subito in mostra con un giro di basso davvero metallico. Eric Adams è furioso, declama i versi velocemente ma mantiene un timbo basso, quasi soffocato che incute timore, per poi lasciarsi andare nel potentissimo pre-chorus e dimenarsi nel grandiso ed epico refrain, dove la chitarra di Ross "The Boss" ruggisce insieme lui e la batteria ferma la sua corsa. È sicuramente un brano atipico, dalla struttura sinuosa, affascinante, ma molto particolare, dove gli strumenti sono letteralmente invertiti, con il basso a fare le veci della chitarra, la batteria quelle del basso e con una vocalist dalla voce sommessa e che viene soffocata dall'energia del basso stesso, ma che si libera dalle catene in fase di ritornello. La struttura non ha una forma ben precisa, infatti, appena dopo la seconda parte, un lungo assolo, protratto a singhiozzo, si snoda fino alla fine, sostituendo bridge e coda finale solitamente occupata da la ripetizione del chorus. Eppure questa originalità colpisce l'ascoltatore, riesce a ricreare perfettamente l'atmosfera narrata nelle liriche mettendo in evidenza la continua sperimentazione della band che, seppur alleggerendo il sound e allontanandosi dai connotati epici, riesce comunque a svettare sulla massa e a conquistare legioni di fans grazie all'orgoglio e al gusto melodico che fa presa su tutti. Pacchiani, boriosi, tronfi, ma pur sempre grandiosi, incanazione becera ma essenziale del nostro amato heavy metal. Quello ricreato nel testo è un mondo allo scatafascio, la fine della civilizzazione, dove la gente ha ormai paura di andare in giro. Le strade sono pericolose, infestate da band criminali, e l'unico modo per difendersi è impugnare una pistola e sparare ai maleintenzionati. Il nostro protagonista è un guerriero nato con l'arma in mano, carica e pronta all'uso in ogni evenienza. Egli è un soldato e lotta per il suo paese, per difenderlo dal male, lotta per la libertà in quella landa desolata chiamata Vietnam, gettato lì dal potente di turno, lasciato nella giungla a combattere un nemico che non conosce e che non ha colpe ma che è costretto a uccidere. Una guerra inutile, comandata dai ricchi che mandano a morire i poveracci e che confondono la libertà con la violenza e lo spargimento di sangue, parandosi dietro proclami tanto altisonanti quanto sciocchi e falsi. 

Defender

iolenza e lo spargimento di sangue, parandosi dietro proclami tanto altisonanti quanto sciocchi e falsi. "Defender (Difensore)", traccia già conosciuta dai fans e apparsa nella sua versione originale qualche anno prima come singolo, è l'inno all'epic metal, diventato leggendario col tempo. Una delle composizioni più affascinanti della storia del genere, in grado di conquistare sin dal mistico arpeggio iniziale. Dopo qualche secondo Columbus irrompe con la sua potenza accompagnando la chitarra di Ross "The Boss" e poi, giunti allo scoccare del primo minuto, subentra la profonda voce di Orson Welles, uno dei registi/attori più grandi e importanti della storia del cinema e che ha dato al mondo quello che da molti è considerato il più grande film di sempre, ossia "Quarto Potere" (1940), ma non solo, basta citare anche "Storia Immortale", "L'infernale Quinlan" o "La Signora di Shanghai" per capire di chi stiamo parlando. Il leggendario regista culla l'ascoltatore con voce impostata, identificandosi in un vecchio guerriero, suddito di divinità nordiche sulle cui gesta i Manowar baseranno la propria filosofia, dedicando a Odino e a tutto il pantheon della mitologia nordica numerosi brani che contribuiranno a identificare meglio un sottogenere come quello dell'epic metal. Praticamente tutta la prima parte della canzone è un lento recitato, la batteria è quieta, la chitarra sognante, mentre emerge prepotente l'indole graffinate del basso di Joey DeMaio, sempre pompato a dovere. Giunti al minuto 2:20 c'è il primo cambio di tempo, gli strumenti si smorzano, seppur per un breve istante, e Orson Welles tuona impartendo ordini, sovrastando la sezione strumentale che incomincia a prendere quota fino a dare il via alla prima parte cantata, dove entra in scena il mitico Eric Adams. Sono trascorsi ben tre minuti e il vocalist esordisce facendo delle scale e mettendo in mostra le impareggiabili doti tecniche. I versi sono intonati alternando toni gravi ad acuti pazzeschi, la prima strofa se ne va via così, ed ecco che i riflettori si spostano sul magnetico assolo di Ross "The Boss", di grande gusto e precisione, che si protrae a lungo per più di un minuto. Nella terza parte troviamo un duetto inaspettato, Eric Adams e Orson Welles che intonano lo splendido ed epicissimo refrain, l'uno canta l'altro recita, ed è una sensazione incredibilmente bellicosa, feroce, istintiva, come una chiamata alle armi. In definitiva abbiamo un pezzo, che oserei etichettare come un capolavoro, della durata di sei minuti e con una struttura tripartita. L'andamento è un mid-tempo di rara bellezza nel quale troviamo una parte recitativa, una fase centrale cantata e con un evocativo assolo, e infine una parte conclusiva nella quale esplode l'atipico ritornello duettato. Questi sono i Manowar che vorremmo tutti sentire, quelli più coraggiosi ed epici, in grado di infrangere gli schemi tradizionali e proiettare la propria musica verso lidi inediti, complessi, inaspettati, senza risultare pacchiani. Questo è uno dei brani più belli dei Kings of Metal, qui ripreso in una versione differente e velocizzata di poco rispetto all'originale del 1983. Praticamente quasi tutto il testo è scandito dalle parole di Welles, mentre al singer è riservato solo un piccolo spazio canoro. Le liriche sono di stampo mitologico, nelle quali il vecchio guerriero scrive una lettera a suo figlio ancora non nato prima di partire per l'ultima battaglia dove sa già che perderà la vita. Le parole sulla carta solo il lascito di un padre nei confronti di un pargolo che mai vedrà crescere, perché la guerra chiama e lui deve rispondere alla chiamata. Impartisce soltanto un ordine, quello di diventare un grande guerriero, di combattere per la giustizia, di difendere i bisognosi fino alla fine, così come ha fatto lui in tutta la sua lunga vita. Odino ha sentenziato, il piccolo sarà un grande combattente, un difensore del regno e del popolo, adesso il vecchio alza lo sguardo in cielo e invoca la divinità, preparandosi al destino che Egli ha scelto per lui. La lettera termina proprio quando le tenebre incontrano l'aurora e le stelle spariscono alla luce del giorno, così come svaniscono i sogni. 

Drums Of Doom

"Drums Of Doom (I Tamburi Del Destino)" prosegue la scia epica inaugurata con "Defender" e l'album acquista tutt'altro aspetto, passando da un heavy metal melodico e catchy a un epic metal solenne e più in linea con i vecchi Manowar. Questo brano è, in realtà, una breve introduzione strumentale di appena un minuto, nella quale ascoltiamo dei cavalieri a cavallo che, tra nitriti e tuoni che sferzano l'aria, corrono verso il campo di battaglia accompagnati dal sinistro suono di un corno che, in lontananza, avverte del loro arrivo e dell'imminente guerra.

Holy War

La sacra guerra, la quale è in arrivo con "Holy War (Guerra Sacra)", scandita da un incedere cattivissimo e oscuro, che ci riporta ai tempi di "Hail To England" e "Sign Of The Hammer". La sezione ritmica è pacata ma fa già presagire che da lì a poco ci sarà una tremenda sfuriata, ed intanto dei cori sinistri e dai timbri modificati introducono il pezzo. Eric Adams esordisce su un giro di basso davvero prezioso e incomincia a intonare le prime due strofe, belle compatte, cadenzate, evocative, poi succede che il ritmo cambia all'istante, dalla fiera lentezza dei versi si passa alla velocità animalesca dell'arioso pre-chorous prima e del bellissimo ritornello dopo, contornato dai soliti cori da guerra ma che in questo caso evocano lande remote ed epoche in cui imperava il verbo delle spade. Qui sì che siamo in campo epico, per la gioia di vecchi e nuovi fans e non a caso è proprio qui che i Manowar danno il meglio di sé, creando un crescendo che da toni cupi e solenni arriva a violente sferzate metalliche che si aprono a melodie da urlo. Nel break centrale parte l'assolo di Ross "The Boss", prima lento, velenoso e subdolo, che potrebbe richiamare qualche colonna sonora di film western, poi accelera assieme agli altri strumenti e il brano si trasforma in una speed song con la doppia cassa di Columbus e il basso modificato del buon DeMaio. Viene riproposto il magico ritornello, i cori si fanno più presenti, Adams accenna a qualche acuto, anche se non si lascia andare del tutto, non è ancora giunto il momento, per quello ci sarà da attendere ancora un poco, ovvero l'ultima traccia del disco. Il mondo descritto è quello barbaro, dominato dalla religione, dalle preghiere agli Dei, dall'acciao e dal fuoco. L'esercito degli immortali si sta preparando alla lotta, gli infedeli blasfemi pagheranno con la morte, il sole in cielo è luminoso e sembra indicare la strada giusta. I fratelli del metallo non hanno padroni, perciò combattono questa guerra sacra, attuale ancora oggi, contro il sistema, contro i corrotti, per rendere il mondo un posto migliore. La sacralità è data dal fatto che si combatte uniti per la libertà di espressione, contro la vita stessa che molto spesso è solo un peso da portare sulle spalle e che ogni giorno crea problemi che minano la felicità della povera gente.

Master Of Revenge

Sull'ennesimo testo apparentemente tronfio e pregno di orgoglio, dove la fratellanza è motore di tutte le idee scaturite, ma che in realtà si rivela un velato (nemmeno troppo) attacco ai governi che rendono schiavi i bravi cittadini, la musica sfuma e viene inglobata nella seguete "Master Of Revenge (Il Signore Della Vendetta)", creando un continuum avente le stesse coordinate. Quest'ultima, è una seconda intro della stessa breve durata di "Drums Of Doom", poggiata sulla chitarra e sulle urla allucinanti del singer che narra del ritorno del signore della Vendetta, messaggero solitario, accompagnato da lupi che ululano nella notte. Quando questi giunge in città, i peccatori devono tremare. Proprio questo tremolio spinto dalla paura è ben riprodotto dal suono distoro della chitarra elettrica e dai colpi dei tamburi che, cullati dal basso, sembrano scoppi di tuoni. L'oscurità è padrona del disco, le atmosfere epiche e maligne sono al massimo livello, e ci si prepara per chiudere l'opera con uno dei pezzi simbolo della band e di tutto l'heavy metal. 

Black Wind, Fire And Steel

"Black Wind, Fire And Steel (Vento Nero, Fuoco E Acciaio)", basterebbe solo il titolo per far tremare le ginocchia, poiché il contenuto, musicale e lirico, è la summa di tutta la carriera dei Manowar. Joey DeMaio plettra col suo basso modificato, emettendo uno strano suono zanzaresco già sperimentato in passato e che resta tale per tutta la durata della strofa, accompagnando la voce isterica di Adams, ogni tanto frammentata da un colpo tonante di Columbus per dare maggior impeto. Questo è un brano frenetico, nervoso, che non lascia scmapo, il ritornello è dietro l'angolo, tanto che giunge appena dopo venti secondo, ed è dotato di un gusto melodico che si memorizza all'istante, supportato dall'esplosione di tutta la sezione ritmica in un crescendo che mette i brividi e dove risalta la potenza della batteria e l'istintivo fraseggio di Ross "The Boss". E' il momento giusto per far scatenare un mostro di bravura come Eric Adams, dopo che per quasi tutto l'album si è trattenuto, almeno rispetto ai dischi precedenti, e la sua performance è celestiale, prima divora le strofe e poi si lancia nel famosissimo refrain, in una struttura alternata come già esposto in "Carry On", concludendo con l'immancabile acuto finale divenuto un marchio di fabbrica. La cosa interessante da notare è che il testo termina prima di metà canzone, dopodiché abbiamo un grande assolo di chitarra che fa scintille, dunque torna il chorus, ripetuto decine di volte con tutta la sezione ritmica a supporto fino sorprendere tutti con un colpo di scena, il ritmo rallenta, il vocalist segue gli strumenti e riprende fiato perché sta per emettere l'acuto più lungo di sempre, entrato nei guinness con i suoi trenta secondi di durata. Seguono dei rumori alienanti suonati da DeMaio che allungano il pezzo di due minuti e chiudono l'intero lavoro nel caos generale. Il testo è in perfetto stile Manowar, sangue, acciaio, sacrificio in battaglia, sono i temi affrontati, dove un soldato figlio del Nord, nato dalla polvere e dal fuoco, si scaglia contro i nemici in groppa al suo cavallo infernale. E' protetto dagli Dei e sa che, comunque vada, sarà lui a trionfare, la spada è al suo fianco e l'estasi della guerra lo fomenta. L'attende il regno promesso dove potrà divertirsi nella sala dagli immortali e banchettare tutte le notti. La tematica epica è fortemente presente, riprendendo un discorso interrotto con la prima parte di questo album e recuperando direttamente la oramai mitologica trilogia epica, a testimonianza che i Manowar sono ancora gli stessi, nonostante il cambio di direzione. Conan il Barbaro rimane il loro riferimento favorito, il cimmero dell'era iboriana continua con la sua virile ostentazione di potere a dominare l'immaginario guerresco di una band che ha basato la sua fortuna su determinate atmosfere e determinati "sfondi". Eroismo, valore, vendetta, fede.. tutto è meravigliosamente compendiato in questi versi al fulmicotone, i quali suonano esattamente come una dichiarazione di guerra. Così come all'inizio, alla fine.

Conclusioni

Tirando le somme, "Fighting The World" risulta essere un album in grado di rivelare una band nuova, che si mette in gioco sfidando gli avversari nel loro stesso ambiente, in questo caso le stazioni radio e i canali musicali, indossando una nuove veste più radiofonica ma senza perdere dignità e anima; i Manowar cercano e trovano un nuovo percorso da intraprendere, alleggerendo il suono e semplificando la struttura e la durata dei singoli brani, ma senza mai scendere a compromessi con niente e nessuno, conservando gelosamente la propria attitudine e la propria filosodia di vita. L'orgoglio e il coraggio, di certo non gli mancano, e anche in questo caso il risultato è soddisfacente, se non ottimo. Questo lavoro ha una doppia anima (probabilmente dispersiva e traballante): mentre la prima parte è improntata maggiormente sull'heavy classico, con inni alla musica, alla birra, alle motociclette e alla fratellanza, la seconda metà, composta da due intro e un vecchio brano ri-arrangiato ("Defender") invece è orientata sull'aspetto epico, e dunque più in linea con le coordinate stilistiche della band americana, capostipite di un intero genere. Al di là delle critiche, che ancora oggi dividono il pubblico, "Fighting The World" vende bene e conquista nuove legioni di fans, trovando un buon compromesso tra passato e futuro della band stessa. E' inevitabile che molti seguaci restano delusi, ma succede sempre così  quando un gruppo si evolve, e i Manowar, a differenza delle dicerie popolari, non sono mai rimasti fermi, attuando un percorso evolutivo ben preciso che li ha portati a registrare album (belli o meno belli) diversi tra loro. Va bene, i testi, più o meno banali, sono sempre gli stessi (impossibile negarlo), basati su un vocabolario di trenta parole al massimo, ma ogni opera gode di un'identità precisa. Così, dopo un esordio legato all'hard rock si passa alla trilogia epica di "Into Glory Ride", "Hail To England" e "Sign Of The Hammer", passando per l'era complessa di "The Triumph Of Steel", poi quella dell'heavy metal motociclistico di "Louder Than Hell", fino a giungere al concept sinfonico "Gods Of War". Ora, siete proprio sicuri che tutti gli album citati suonino alla stessa maniera? Ecco, sfatiamo il mito infondato della staticità della ditta DeMaio e co. e poniamo questo "Fighting The World", come del resto anche il seguente e più perfetto "Kings Of Metal", all'interno di questo percorso, trovando un compromesso tra ciò che i Manowar erano e ciò che diventeranno, inaugurando così una nuova fase (la terza) ricca di critiche ma anche di soddisfazioni, visto che i fans si moltiplicano in tutto il mondo e le vendite si incrementano a dismisura. Per molti è un tradimento dei vecchi valori, per altri la conferma della grandezza di una band sempre coerente ma alla ricerca di nuove soluzioni. I Manowar si sono commercializzati? Ma per favore! Lo stile cambia ma l'anima è la stessa. Questo disco è diverso, è vero, più orecchiabile e snello, magari non il miglior prodotto rilasciato dal combo newyorkese.. ma è comunque una bomba e con due/tre inni diventati immortali.

1) Fighting The World
2) Blow Your Speakers
3) Carry On
4) Violence And Bloodshed
5) Defender
6) Drums Of Doom
7) Holy War
8) Master Of Revenge
9) Black Wind, Fire And Steel
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