MANOWAR

Defender

1983 - Music For Nations

A CURA DI
ANDREA CERASI
25/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

"Battle Hymns" è un successo planetario e proietta in pochissimo tempo i Manowar nell'olimpo delle metal band. La macchina da guerra guidata dal bassista Joey DeMaio si mette subito a lavoro per la registrazione del secondo lavoro, che prenderà il nome di "Into Glory Ride" e che sarà considerato uno dei capolavori massimi della formazione americana. Tra un concerto e l'altro ma anche tra un litigio e l'altro con i gestori dei locali per via dei suoni sparati al massimo volume, la band incide alcuni brani, questa volta tutti orientati sull'epicità e contenenti le stesse coordinate stilistiche delle ultime due tracce dell'album di debutto. La loro strada è quella, tutti lo sanno. Le idee sono chiare e il momento è propizio per la nascita vera e propria dell'epic metal come tutti noi lo conosciamo. Il primo brano composto per il nuovo lavoro si intitola "Defender(che darà poi il titolo al singolo vero e proprio rilasciato di lì a poco), il quale si avvale (come per la precedente "Dark Avenger") della preziosa partecipazione del genio cinematografico Orson Welles (grande amico della band) che recita la parte di un padre guerriero che si rivolge al figlio. DeMaio dichiarò che in origine il testo recitato era stato pensato per un altro grande attore scomparso di recente, Christopher Lee: scegliere fra due colossi come loro era quanto meno incredibile, anche se alla fine la scelta ricadde proprio su Welles che, divenuto grande ammiratore di questo quartetto di Epic Metallers, aiutò anche DeMaio e soci ad accasarsi presso una nuova etichetta, aiutandoli persino economicamente e non esigendo compensi per le sue collaborazioni. Il singolo però viene scartato dal disco tanto che lo ritroveremo, anni più tardi e in forma ri-arrangiata, in "Fighting The World". Per dare un assaggio della musica proposta nell'imminente disco, l'etichetta discografica, la popolarissima Music For Nations (subentrata alla Liberty Records) immette sul mercato un succulento singolo contenente due tracce che entreranno poi nell'immaginario metallico e conquisteranno milioni di fans in tutto il mondo. A questo punto, dopo il rodaggio in sede live, Donnie Hamzik decide di abbandonare il gruppo a causa dei ritmi asfissianti ai quali era costantemente sottoposto: impegni con la band ed il conseguente divertimento on the road, a tal proposito De Maio dichiarò che l'amico "faceva tutto al massimo, dal suonare al bere, allo stare con le donne", e che ben presto tutto ciò lo portò a dover gettare la spugna in cerca di una vita più tranquilla. Al suo posto subentra il possente Scott Columbus (R.I.P.) il quale, grazie ai suoi colpi potentissimi in grado di piegare i piatti della batteria, diventa icona stessa della band, anche se poi, a livello tecnico è sempre stato modesto e, diciamo pure la verità, in grado persino di involversi negli anni (divenuto celeberrimo per un drumming assai essenziale: se il compito di un buon batterista è soprattutto quello di portare il tempo, Scott ci riusciva benissimo anche perché evitava qualsiasi tipo di virtuosismo di sorta). Per il resto troviamo un Eric Adams in grande spolvero dietro al microfono e il micidiale Ross "The Boss" alla chitarra, autore insieme a DeMaio dei testi dei due brani presenti in questo singolo uscito nella primavera del 1983, anticipando di un mese soltanto l'uscita del full-lenght "Into Glory Ride".

Defender

"Defender (Difensore)" è l'inno all'epic metal, diventato leggendario col tempo. Una delle composizioni più affascinanti della storia del genere, in grado di conquistare sin dal mistico arpeggio iniziale. Dopo qualche secondo Columbus irrompe con la sua potenza accompagnando la chitarra di Ross "The Boss" e poi, giunti allo scoccare del primo minuto, subentra la profonda voce di Orson Welles, uno dei registi/attori più grandi e importanti della storia del cinema e che ha dato al mondo quello che da molti è considerato il più grande film di sempre, ossia "Quarto Potere" (1940), ma non solo, basta citare anche "Storia Immortale", "L'infernale Quinlan" o "La Signora di Shanghai" per capire di chi stiamo parlando. Il leggendario regista culla l'ascoltatore con voce impostata, identificandosi in un vecchio guerriero, suddito di divinità nordiche sulle cui gesta i Manowar baseranno la propria filosofia, dedicando a Odino e a tutto il pantheon della mitologia nordica numerosi brani che contribuiranno a identificare meglio un sottogenere come quello dell'epic metal. Praticamente tutta la prima parte della canzone è un lento recitato, la batteria è quieta, la chitarra sognante, mentre emerge prepotente l'indole graffinate del basso di Joey DeMaio, sempre pompato a dovere. Giunti al minuto 2:20 c'è il primo cambio di tempo, gli strumenti si smorzano, seppur per un breve istante, e Orson Welles tuona impartendo ordini, sovrastando la sezione strumentale che incomincia a prendere quota fino a dare il via alla prima parte cantata, dove entra in scena il mitico Eric Adams. Sono trascorsi ben tre minuti e il vocalist esordisce facendo delle scale e mettendo in mostra le impareggiabili doti tecniche. I versi sono intonati alternando toni gravi ad acuti pazzeschi, la prima strofa se ne va via così, ed ecco che i riflettori si spostano sul magnetico assolo di Ross "The Boss", di grande gusto e precisione, che si protrae a lungo per più di un minuto. Nella terza parte troviamo un duetto inaspettato, Eric Adams e Orson Welles che intonano lo splendido ed epicissimo refrain, l'uno canta l'altro recita, ed è una sensazione incredibilmente bellicosa, feroce, istintiva, come una chiamata alle armi. In definitiva abbiamo un pezzo, che oserei etichettare come un capolavoro, della durata di sei minuti e con una struttura tripartita. L'andamento è un mid-tempo di rara bellezza nel quale troviamo una parte recitativa, una fase centrale cantata e con un evocativo assolo, e infine una parte conclusiva nella quale esplode l'atipico ritornello duettato. Questi sono i Manowar che vorremmo tutti sentire, quelli più coraggiosi, in grado di infrangere gli schemi tradizionali e proiettare la propria musica verso lidi inediti, complessi, inaspettati, senza risultare pacchiani. Questo è uno dei brani più belli dei Re dell'acciaio, scartato chissà perché dall'album che segue ma che ritroveremo in versione differente (e per quanto mi riguarda peggiore) su "Fighting The World" (1987). Praticamente quasi tutto il testo è scandito dalle parole di Welles, mentre al singer è riservato solo un piccolo spazio canoro. Le liriche sono di stampo mitologico, nelle quali il vecchio guerriero scrive una lettera a suo figlio ancora non nato prima di partire per l'ultima battaglia dove sa già che perderà la vita. Le parole sulla carta solo il lascito di un padre nei confronti di un pargolo che mai vedrà crescere, perché la guerra chiama e lui deve rispondere alla chiamata. Impartisce soltanto un ordine, quello di diventare un grande guerriero, di combattere per la giustizia, di difendere i bisognosi fino alla fine, così come ha fatto lui in tutta la sua lunga vita. Odino ha sentenziato, il piccolo sarà un grande combattente, un difensore del regno e del popolo, adesso il vecchio alza lo sguardo in cielo e invoca la divinità, preparandosi al destino che Egli ha scelto per lui. La lettera termina proprio quando le tenebre incontrano l'aurora e le stelle spariscono alla luce del giorno, così come svaniscono i sogni.

Gloves Of Metal

Il lato B presenta un pezzo stratosferico e che sarà contenuto in "Into Glory Ride", si intitola "Gloves Of Metal (Guanti Di Metallo)" ed è introdotto dalle potentissime chitarre di Ross "The Boss", mai così ruvide, poi tutta la sezione ritmica esplode in un mid-tempo bellicoso, nella quale svetta la favolosa voce di Eric Adams che intona dei versi aspri, precisamente due quartine che si erigono su una base vorticosa guidata dalla batteria di Scott Columbus ma nella quale è prezioso l'apporto di DeMaio al basso, suonato quasi all'unisono con la chitarra elettrica aumentandone l'energia. Si giunge al pre-chorus melodico per poi entrare nel ritornello intensamente epico nel quale il vocalist si sfoga con una serie di acuti, accompagnato da cori guerreschi di grande impatto. Trascorsi i due minuti iniziali Ross Funicello si lancia in un brillante solo mentre DeMaio lo segue facendo la parte della seconda chitarra. Ritorna il refrain e poi c'è uno stupendo bridge nel quale gli strumenti si impennano rendendo il suono ancora più vorticoso tramite una serie di ritmi sincopati, protratti a singhiozzo. Infine si procede con gli ultimi chorus e con un Eric Adams che spara un acuto impossibile da riprodurre. "Gloves Of Metal", anche se si trova come B side, è in realtà il singolo dell'album, dotato persino di un gustoso videoclip che vede i nostri quattro cavalieri, vestiti con pellicce stile Conan, andare a cavallo brandendo spade e catene per poi esibirsi su un palcoscenico davanti ai propri fans in delirio. Questo si che è pacchiano, eppure le pose da macho e le vesti da barbari (le stesse che troveremo sulla copertina del disco) non fanno altro che identificare il nuovo genere di musica, portato al successo dai Manowar stessi e tramite la loro iconografia. Il testo è ovviamente un inno alla battaglia, alle notti in cui le armi scintillano. Il richiamo dell'acciaio è troppo forte ed è impossibile rifiutarlo, perciò i cavalieri si riuniscono per portare il potere e la forza, vestiti di borchie e di cuoio. Alle prime luci dell'alba si sentono le grida di coloro che si sono svegliati dai loro sogni ma il suono carico del metallo ancora riecheggia in aria spezzando i tiepidi raggi di sole. La musica dei Re del Metallo (appellativo con il quale la band si autodefinisce e con il quale saranno presto identificati da tutti) è giunta per scuotere l'uomo dal suo torpore. L'uomo comune perciò diventa un eroe che lotta ogni giorno contro la quotidianità, ma non solo perché trova persino dei compagni con i quali condividere gli stessi ideali. Non è solo e quindi si crea una nuova legione di disillusi che combattono contro il mondo per far valere i propri ideali. I guanti di metallo sono quelli indossati dai metallari del mondo e che vengono sventolati durante i concerti con dita strette e concentrate nel pugno. È il pugno della resistenza, della foga notturna, del divertimento, della fratellanza, della lotta alla società. Il testo è più profondo di quanto possa sembrare, perché è un vero e proprio inno generazionale che riunisce il pubblico di tutto il mondo sotto lo stesso vessillo, quello dell'heavy metal, della passione per la musica, per i vestiti di pelle borchiata, per la birra. In una parola: Manowar, nome definito dallo stesso leader Joey DeMaio come l'uomo-guerriero che ogni mattina si sveglia per andare a lavoro e combatte contro una società corrotta e vigliacca che lo vuole rendere schiavo-burattino.

Conclusioni

"Defender" è un singolo che contiene due autentiche perle, due bombe a orologeria che hanno il pregio di formare e di identificare, una volta per tutte, il sottogenere musicale conosciuto come epic metal. Il videoclip di "Gloves Of Metal" è una dichiarazione di intenti, la musica metal, in questo caso potentissima, si sposa per la prima volta con immagini epico-cavalleresche in uno scenario fantasy che raggiunge subito l'obiettivo prefissato: quello di conquistare il cuore di milioni di adepti, di migliaia di metallari pronti a sguainare la spada e a rivivere le gesta dei grandi eroi della mitologia. E' un successo planetario, il singolo gira in tutti i canali tv e in tutte le stazioni radio e la Music For Nations prepara tutto alla perfezione per il primo vero lancio della band. Nella tarda primavera del 1983, "Defender" è su tutti gli scaffali dei negozi di musica, pronto a colpire. Solo nel 1993, dieci anni dopo, sarà ristampato dalla Geffen, sia in vinile che in formato cd, per poi diventare un oggetto di culto. La produzione è ottima ma non brillante, sporca e graffiante e in linea con le produzioni del periodo, ma in grado di rendere perfettamente ciò che si andrà ad ascoltare su "Into Glory Ride" un mese dopo, ovvero un suono potentissimo ed epico, mai udito prima in campo heavy metal. A questo punto, dare un voto a questa esile realizzazione è molto difficile, ma la qualità dei due pezzi è davvero altissima, anche perché testimonia l'inizio del periodo d'oro per la band statunitense. I Manowar avevano ingranato la marcia giusta, e speditissimi si avviavano dunque ad immettersi in un panorama certamente pregno di concorrenza, ma non certo "spaventoso" per loro, quattro ragazzi col mondo in pugno e tanta voglia di dimostrare a tutti quel che sapevano (e sanno ancora oggi) fare. Guerrieri nella musica come nella vita, non si fecero intimorire dalle difficoltà ed anzi, diedero alla loro apparenza un'immagine ancor più decisa e volutamente esagerata (sono questi gli anni delle celebri "vesti barbare" sfoggiate in ogni servizio fotografico), come a dire: noi siamo i Manowar e siamo qui per comandare. Dopo un ottimo inizio come "Battle Hymns", questo singolo bissa il buono già ascoltato e ci introduce a quello che sarà uno dei prossimi capolavori che udiremo e recensiremo. Un bel duo, fino ad ora.. non c'è che dire.

1) Defender
2) Gloves Of Metal
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