MANOWAR

Battle Hymns

1982 - Liberty

A CURA DI
ANDREA CERASI
05/11/2015
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Joey DeMaio è un ragazzino che si fa le ossa come tecnico in vari gruppi rock, la sua storia come bassista inizia proprio sul prestigioso palco dei Black Sabbath, band con la quale ha intrapreso (per tutto il 1980) un lungo tour mondiale per promuovere il capolavoro "Heaven And Hell". Durante le faticose giornate trascorse a montare palchi e a provare gli strumenti, il giovane di origini italiane si cimenta col basso, suo primo amore, destando attenzione tra gli addetti ai lavori grazie alle sue abilità tecniche. In questo tour, tra le band di supporto ai mitici Black Sabbath ci sono gli Shakin' Street, punk rock band guidata dalla modella francese Fabienne Shine (alla voce) e Ross "The Boss" Funicello, talentuoso chitarrista qui nella sua seconda band dopo aver raggiunto un discreto successo con gli ottimi Dictators. Un giorno, durante le prove sul palco, Ross "The Boss" inizia a suonare con Ronnie James Dio (allora vocalist dei Sabbath), in breve si unisce a loro DeMaio che stupisce tutti col suo basso suonato come fosse una chitarra (caratteristica che lo identificherà per sempre) e i tre si ritrovano magicamente a improvvisare brani hard rock degli anni 70. Grazie alla complicità dello stesso Dio, Joey DeMaio e Ross Funicello si incontrano nel backstage della City Hall di Newcastle, dopo un concerto, e diventano amici, instaurando un rapporto di fiducia e condividendo la passione per la mitologia, per le saghe fantasy, per l'heavy metal potente e per le primissime band di stampo epico come Manilla Road e Cirith Ungol. Dopo questo incontro, durante le pause del tour, i due musicisti trascorrono ore e ore a suonare insieme e a stabilire le coordinate che avrà la loro futura band, ossia un suono diretto, epico e potentissimo, roba che nessuno ha mai sentito prima. Nel 1981 nascono i Manowar, nome che deriva da particolari navi da guerra europee utilizzate nel XVI secolo e che racchiude la filosofia adottata dalla band di New York (molti infatti vedono in questo termine una contrazione dell'espressione "Man of War", "l'uomo della Guerra" o più semplicemente "Guerriero". Come spiegato in seguito da DeMaio, i Manowar sono la band che vuole donare ad ogni combattente la colonna sonora perfetta per la propria vita, un'iniezione di fiducia, una musica che funge da alleata e compagna, un sostegno che aiuti a non arrendersi mai e poi mai nonostante i colpi bassi della vita). Terminato il tour, i due tornano in patria e si dedicano a mettere in piedi l'ambizioso progetto musicale, coinvolgendo Louis Marullo, in arte Eric Adams (nato dalla fusione dei nomi dei suoi due figli), amico di vecchia data e compagno di scuola di DeMaio, e Karl Kennedy, batterista che registra con la band soltanto il primo demo-tape. Joey DeMaio e Ross "The Boss", grazie alle precedenti esperienze lavorative, hanno già maturato buoni rapporti con l'etichetta discografica Liberty. Il demo-tape, che contiene "Shell Shock" e "Battle Hymn" in forma embrionale, riscuote grande attenzione, tanto che la Liberty punta tutto sulla band dando loro carta bianca per costruire il primo album. A questo punto, avendo troppi impegni, Kennedy lascia il gruppo per dedicarsi pienamente ai suoi The Rods, già autori di un paio di dischi di successo, e presto viene sostituito dal polacco Donnie Hamzik, conosciuto da DeMaio durante un viaggio in Florida nel popolare Rock Club Agora Ballroom. Nel giro di pochi mesi, i brani che costituiscono il primo parto targato Manowar sono quasi pronti e la stesura dei pezzi, sia dal punto di vista musicale che lirico, è affidata ai due fondatori. Per terminare le sessioni, per tutta la primavera del 1982 la band americana si chiude in una villa in Florida e raggruppa le varie idee sviluppandole nel migliore dei modi. Nell'agosto dello stesso anno esce in tutto il mondo "Battle Hymns", destinato a diventare leggenda, a conquistare un nuovo tipo di pubblico e a diffondere un nuovo tipo di heavy metal, proiettando i quattro ragazzi nell'olimpo della musica dura. Dato l'enorme successo, i Manowar diventano la prima band americana di heavy classico in grado di rivaleggiare con i gruppi appartenenti alla scena inglese (la N.W.O.B.H.M.), gettando le basi per un'idea di hard rock mai suonata e mai ascoltata prima, mischiando musica rock, violenta e oscura, a leggende mitologiche di origine vichinga, esaltando la guerra e le armi antiche ma anche valori quali l'onore, l'amicizia e il coraggio. In una parola nasce l'epic metal, già suonato da Cirith Ungol e Manilla Road, ma qui sviluppato ulteriormente e portato al successo. Grazie a tematiche fresche legate al mondo dei barbari, a un suono potente, a una buona tecnica e a quello che secondo il mio modesto parere è (insieme al "cugino epico" David DeFeis dei Virgin Steele) il più grande vocalist della storia del metal, "Battle Hymns" ha un successo strepitoso, scalando le classifiche di vendite e diventando, in pochissime settimane, una pietra miliare del rock duro. Dapprima la band si imbarca in un tour al fianco di Ted Nugent (leggende raccontano che il Leone di Detroit mal vedesse i Manowar, geloso della loro potenza dal vivo e dagli apprezzamenti che ricevevano) e poi intraprende un proprio tour (autofinanziato) in giro per tutti gli U.S.A., dove i suoni vengono spinti al massimo e a un volume assurdo e talmente alto che in molte date salta la corrente o si bruciano gli strumenti, creando diversi problemi o litigi con i gestori dei locali che li ospita, tanto che dalla stampa i Manowar saranno definiti la band più rumorosa al mondo, contendendosi il primato con i Motorhead. Basti pensare che, ironicamente, i quattro americani ribattezzarono questa serie di concerti come "The Soundcheck Tour", proprio perché molto spesso la serata finiva durante il soundcheck, quando i proprietari dei locali, infuriati per i volumi esagerati, discutevano con la band sino a cacciarla via dal posto.

Death Tone

Un rombo di motore e parte "Death Tone" (Il Tono Della Morte), inno alla vita on the road e alle motociclette. Nonostante l'aria da barbari i nostri quattro cavalieri sono orgogliosi motociclisti, tanto che nei concerti salgono addirittura sul palco in sella alle loro Harley Davidson. La corposa chitarra di Ross "The Boss" replica il rombo del motore con un riff violento e presto lo accompagna per tutta l'introduzione quasi a fondersi con le turbine della motocicletta. Il suono della batteria di Donnie Hamzik è così crudo e vero che non sembra sia stato ritoccato in studio (pratica molto in uso oggi e che fa risultare il suono artificioso). 30 secondi e si procede in un mid-tempo hard rock legato agli anni 70, poi emerge l'onnipotente voce di Eric Adams che emette grida spaventose nell'intonare le prime ipnotiche strofe che ti si appicciano addosso e ti costringono a ballare e a cantare con tutta la voce in corpo. Due semplici quartine e in poco si giunge all'arioso ritornello, sorretto da cori in stile glam rock che supportano l'ugola di Adams, che si divincola tra tonalità basse, ruvide, e tonalità altissime mettendo in evidenza un'estensione vocale senza precedenti e un nuovo approccio alla musica dura, fatto di acuti allucinanti mai uditi prima e che saranno caratteristica dell'heavy e del power metal futuro. Fase intermedia ed ecco che finalmente si rende protagonista il basso del mastemind Joey DeMaio che, più che accompagnare la composizione e dirigere la sezione ritmica, sembra voler sfidare la chitarra elettrica lanciandosi in pulsazioni frenetiche e ostentate che saranno il marchio di fabbrica dei Manowar, sia nei pregi che nei difetti, dato che si porrà molta attenzione su questo strumento e Joey si divertirà a improvvisare indigeste composizioni strumentali da inserire negli album e soprattutto a eseguire fastidiosi e inutilmente lunghi assoli durante i concerti. Ma l'eccentricità e l'esasperazione sono alla base della filosofia della band di Auburn (New York), termini spesso confusi con coerenza e fedeltà alla linea. Ross "The Boss" è un grande chitarrista e lo dimostra nel brillante assolo in grado di dare una nuova dimensione alla musica pesante, facendo da ponte tra la vecchia scuola anni 70 e la N.W.O.B.H.M. e andando oltre con riffing forsennati. Eric Adams torna protagonista con le ultime due strofe e la ripetizione del buon refrain, a dire il vero non troppo melodico ma sicuramente d'impatto. Come accennato in apertura, questo brano è un elogio ai motori e alla vita selvaggia, nel cui testo si descrivono le emozioni provate nel cavalcare una Harley Davidson, col culo sulla pelle del sellino e i piedi poggiati sull'acciaio dei pedali. Questa è la glorificazione delle due ruote che sfrecciano nel vento, i capelli lunghi mossi dall'aria e gli occhiali da sole poggiati sul naso, senza pensare ai problemi della vita e assaporando la libertà. Non bisogna sottovalutare la profondità di questo testo, apparentemente potrebbe sembrare scanzonato ma in realtà è una decisa critica alla società moderna, dove un uomo non ha nemmeno il tempo di dedicarsi alle proprie passioni o di rilassarsi, costretto a lavorare tutto il giorno per una paga misera, conducendo una vita onesta tanto per non finire in galera. Ma il protagonista sta per perdere il lavoro e dalla prossima settimana riceverà, ogni mese, gli assegni di disoccupazione. È un mondo pieno di preoccupazioni e di difficoltà ma il rimedio esiste: prendere la moto e partire nel cuore della notte per l'avventura. Dunque si ritorna in strada, ascoltando il tono della morte, ovvero il rombo del motore, e cercando di combattere la vita stessa.?

Metal Daze

"Metal Daze" (Stordimento metallico) è una bomba assoluta, il riff iniziale ricorda la precedente traccia ed un riff violento, primordiale, fuoriesce dagli altoparlanti. Come evidenzia il titolo della canzone, è uno stordimento di metallo, un vortice di acciaio intonato da una delle più potenti voci mai esistite, quella di Eric Adams che nella prima strofa, sbattuta letteralmente in faccia all'ascoltatore e concepita come una sorta di intro, alza talmente il tiro che sembra raggiungere gli ultrasuoni con un acuto spaccatimpani. La sezione ritmica si invigorisce e subentrano il basso e la batteria, il ritmo è ancora un misto tra l'hard rock e l'heavy metal primordiale, dove la band ancora non osa spingersi oltre certe velocità e restando col freno a mano tirato. Le influenze hard rock della decade precedente sono palesi, dettate maggiormente dalla chitarra di Ross "The Boss", il quale riprende l'energia appartenuta alle sue due punk rock band precedenti (Dictators e Shackin' Street) e ne sviluppa i concetti attraverso distorsioni continue, legandole agli stilemi dell'hard 'n' heavy americano che va di moda in quel periodo. Siamo ancora lontani dai fasti e dalle tematiche epico-fantasy, ma siamo lontani anche da un metal veloce e diretto come quello della scuola inglese. Questi sono i Manowar in versione hard rock, che puntano più sulla robustezza e compattezza rispetto alla velocità e alla potenza. Dopo la sfuriata iniziale i toni si abbassano, seppur di poco, e il vocalist intona la lunga strofa che si distacca dalla quartina iniziale (quella cantata a squarciagola) risultando più quieta e un po' più lenta. Una lunga strofa contenente un pre-chorus appena accennato dove il cantante alza la voce e si prepara per il semplicissimo ma onnipotente ritornello, anch'esso composto da cori che danno il via per l'acuto a cappella (visto che gli strumenti si spengono improvvisamente). L'heavy metal diventa uno stile di vita, una religione da seguire, e il suo nome va cantato a voce alta e chi meglio di Eric Adams può decantare la potenza di questo genere? Non a caso la band gli lascia molto spazio, puntando sulla sua ugola d'oro, roba che all'epoca quasi nessuno aveva mai osato tanto. Il basso e la chitarra lavorano in sintonia e si incrociano in un nuovo duello facendo scintille, Funicello ha un tocco magico e una buona tecnica di fondo e mentre esegue l'assolo, DeMaio lo accompagna con continui effetti stranianti del suo strumento, ciò denota una continua sperimentazione da parte sua e una ricerca sonora quasi maniacale. Donnie Hamzik non è un batterista molto tecnico ma risulta fresco e preciso, e proprio freschezza e precisione i Manowar perderanno con l'ingresso di Scott Columbus (che sostituirà Hamzik già dal secondo disco), un batterista potentissimo ma lento e statico. Non c'è un bridge in questo pezzo, poiché dopo l'assolo si riprende la strofa e dunque il magico refrain, fino alla fine quando la quartina iniziale viene di nuovo cantata e concepita come epilogo, dando lo slancio per l'ultimo chorus. Le liriche non spiccano per originalità ma la band americana non è certo campione di tematiche, ma già in "Metal Daze" ci sono tutte le caratteristiche per le quali i Manowar diventeranno leggendari. Il brano è ovviamente un inno alla musica dura, alla potenza degli strumenti, alle nottate trascorse a bere e a suonare in compagnia di amici e partner. L'heavy metal che fa sentire liberi, un po' come le motociclette, e l'emozione di suonare davanti un pubblico e su un palco è qualcosa di indescrivibile. Tutti si sentono fratelli e sono uniti dalla musica. Un musicista afferma di essere nato per suonare, un uomo con una chitarra urlante che molesta su un palco illuminato e, in breve, inonda l'ambiente con le note elettriche. È un modo di vivere, bastano uno strumento musicale, un paio di jeans e una maglietta strappata e le ragazze vengono sedotte. Vivere da selvaggi, come se non ci fosse un domani, godersi la vita al confine del perbenismo, senza ipocrisie e senza limitarsi, abbiamo tutti un cuore di metallo e nelle nostre vene scorre sangue regale perché siamo gli adepti dell'acciaio e vogliamo ascoltare musica sempre più pesante per sentirci davvero vivi. La band ha già le idee chiare e diventerà famosa proprio per i suoi proclami altisonanti che molti definiranno al limite del ridicolo, eppure è grazie anche (e soprattutto) a questi che il metal raggiungerà lo status di vera e propria religione, cosa che nessun altro genere musicale ha mai raggiunto?.

Fast Taker

La fede nell'acciaio prosegue con "Fast Taker" (Colui che ne approfitta), brano dal piglio rock 'n' roll sorretto da un basso potentissimo e dalla granitica chitarra di Funicello, ottima la prova dietro le pelli da parte di Hamzik. Il ritmo è scanzonato e veloce, questa volta molto vicino alla N.W.O.B.H.M. e a band quali Vardis o Tank, insomma le formazioni più punk 'n' roll della scena, e una versione dei Manowar che non troveremo più nei lavori seguenti. I versi sono veloci e d'effetto, Eric Adams non si lancia in acuti inverosimili e controlla la voce senza eccedere, almeno fino al brillante ritornello, uno dei migliori dell'album, nel quale si arrampica su cime altissime con un timbro tanto potente quanto limpido. La melodia del refrain è eccellente e solare, a dispetto di un andamento di base non proprio entusiasmante, certamente non brutto ma nemmeno memorabile, dove l'intero pezzo viene salvato dal chorus appunto, interpretato con maestria dal vocalist. Nemmeno l'aspetto strumentale è eclatante, i membri del gruppo si limitano a svolgere il compito senza guizzi ulteriori, anche se la simbiosi tra chitarra e basso è esaltante e, mentre l'assolo di Ross "The Boss" è elementare seppur buono, quello di DeMaio è particolare e ambizioso, tanto che il suo strumento sembra essere una seconda chitarra che emette una specie di ronzio interessante che sorprende l'ascoltatore. Diciamo che la traccia ha due ottimi spunti, uno è il ritornello ispirato e di difficilissima esecuzione e il secondo è la prova di Joey DeMaio al basso, il suo strumento pulsa che è una bellezza, è sempre protagonista e si lancia persino in uno pseudo assolo. Per il resto ci troviamo di fronte a un brano semplice e piacevole, con un testo sempre attuale incentrato sui problemi in famiglia, ovvero i litigi tra genitori e figli. La mamma che si lamenta per ogni minima cosa e il papà, alcolista da tanti anni, che considera il proprio pargolo un fallito soltanto perché al ragazzo piace essere libero e non seguire le regole imposte dalla società moralista e bigotta. I genitori pregano affinché il proprio figlio segua la retta via ma egli è pronto a fuggire, a fare i propri comodi, portandosi dietro la fidanzatina di 16 anni dopo averla prelevata sotto casa, di notte per non essere visto dal padre che lo odia, e con la quale appartarsi per fare l'amore a ritmo di musica. E' una innocente fuga d'amore da parte di due adolescenti, i quali vogliono soltanto divertirsi prima di entrare nel noioso mondo degli adulti, e qui subentra la vita un po' canonica e noiosa della vita di una classica provincia americana, dove i giovani sono costantemente contrastati dai proprio genitori e ai quali viene negato loro un poco di divertimento. ?

Shell Shock

"Shell Shock" (Psicosi Traumatica) segue le stesse coordinate di "Fast Taker", la chitarra esegue un ritmo sincopato e la batteria di Donnie Hamzik rulla come fosse a una parata, il basso di DeMaio è ancora protagonista, il suo suono è limpido e pieno ed è bellissimo il dialogo che intraprende con la voce di Adams. In realtà sono belli tutti gli intrecci tra i vari strumenti, dove ogni membro della band si ritaglia il proprio spazio, aiutato anche dalla buona produzione messa a punto dalla Liberty Records, che non riesce a donare un grande impatto sonoro (a livello di potenza) ma che sicuramente dona limpidezza alle parti strumentali. Non a caso, proprio per rimediare al piccolo difetto, i Manowar faranno ristampare (alla fine del 2001) "Battle Hymns - Silver Edition", con una copertina argentata e con suoni potenziati in onore dei venti anni dalla prima uscita del disco. L'andamento è medio, molto hard rock anni 70 e la struttura è semplice, ma a differenza della precedente traccia qui non colpiscono molto né le strofe né il ritornello, un po' anonimo a dire la verità, anche se Eric Adams riesce in qualche modo a farlo apprezzare al pubblico. Invece, ed è quasi scontato affermarlo, l'assolo di "The Boss" è ottimo, fulmineo, grintoso, insomma la parte migliore del pezzo. Diciamo che i Manowar ancora devono forgiare il proprio sound e si sente che questo genere gli va stretto, non sapendo ancora quale direzione prendere, cosa che riserveranno nella parte finale dell'album andando in crescendo, sia a livello di atmosfere che di qualità. "Shell Shock" è la traccia minore del lotto, non colpisce e risulta innocua anche se è comunque discreta e godibile, inoltre la melodia è basica così come la sua costruzione con l'alternanza tra strofe e ritornelli troppo statici e ripetuti. Il testo invece è il più impegnato della scaletta, nel quale si narra dell'arruolamento di un soldato per la guerra in Vietnam, lo Zio Sam (ovvero il manifesto disegnato nel 1917 da James Montgomery Flagg per la campagna di reclutamento per la Prima Guerra Mondiale e diventato personificazione nazionale dell'esercito U.S.A.) manda una lettera a casa del giovane con su scritto: Lo Zio ha una missione per te. Subito il trasferimento a Saigon, una delle principali città del Vietnam e fulcro della tragica guerra avvenuta tra il 1960 e il 1974, e l'addestramento con le bombe e le armi da fuoco, infine il ritorno a casa dopo anni trascorsi nella giungla con l'ombra della morte. Qualcosa è cambiato nella testa del soldato, forse è diventato pazzo, il trauma è stato talmente forte che egli rivive quotidianamente quei tragici momenti e quando guida la sua auto gli sembra di portare un carrarmato e a volte ha come la sensazione di voler entrare in un bar per sparare a tutti. Sa che la sua mente è andata e ora è in preda a una crisi isterica, lo sa nonostante sia salvo a casa, nella sua terra, ma ormai l'innocenza è perduta. La triste esperienza non sarà mai superata. ?

Manowar

Il lato B dell'album si apre con un inno generazionale, uno di quei brani diventati pietre miliari del metallo, parliamo di "Manowar" (Uomo Di Guerra), autocitazione della band e traccia destinata ancora oggi ad aprire tutti gli spettacoli dal vivo. E in effetti non c'è niente di meglio di questa canzone per presentare la band sui palchi di tutto il mondo, poiché narra della storia di come sia stato fondato il gruppo, partendo dall'incontro del bassista col chitarrista durante il tour con i Black Sabbath, precisamente durante una data a Birmingham in Inghilterra, nel backstage, e grazie a una grande persona quale Ronnie J. Dio che li ha fatti incontrare. Dal momento in cui i due si sono abbracciati è scoccata la scintilla, guidata dalla passione per la musica, e hanno intrapreso una nuova battaglia. Nascono i Manowar, nascono per vivere in eterno, per conquistare ogni costa, fracassare il terreno e incendiare palchi. La lotta non avrà mai termine, è una missione che i quattro ragazzi si sono prefissati con orgoglio e coerenza, marciando su ogni città, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio e generando guerrieri figli della loro musica. L'ambizione (e anche l'ego) smisurata della band gli creerà non poche critiche, i detrattori negli anni saranno tanti e tanto sarà persino l'odio del pubblico nei loro confronti, ma sarà enorme anche l'amore dei propri fedeli, sempre pronti a supportare questo fantastico gruppo. Poche band riusciranno a creare un vero e proprio credo e a essere idolatrati come loro. E' anche grazie a questi ragazzi che oggi l'heavy metal non è solo musica ma un culto da venerare in eterno. "Manowar" è una canzone trascinante, metal puro e dall'andamento veloce, per la prima volta nell'album i ritmi vengono accelerati e pompati e si crea una frattura tra ciò che il disco è stato fin qui e ciò che sarà fino alla fine. Si ha subito, infatti, la sensazione che sia cambiato qualcosa a livello di suono, gli strumenti sono più feroci, il basso di DeMaio è muscoloso ma anche la batteria di Hamzik è scatenata, mentre Ross "The Boss" esegue un riffing serrato e crudele, che sarà tipico dello U.S. power metal. Le strofe sono scintillanti e trascinano nella foga anche l'ascoltatore più distratto, Eric Adams da sfoggio delle sue doti canore con un'interpretazione magistrale e proprio qui nascono (come asserisce il testo) i Manowar che tutti noi conosciamo, quelli destinati alla gloria dell'epic metal. Questo pezzo è il punto di inizio, una marcia destinata a farsi sempre più veloce e potente e da questo momento il mondo del rock non sarà più lo stesso. Il refrain è strepitoso, concepito per creare sfaceli dal vivo con i cori del pubblico ad accompagnare le note più alte e persino gli acuti unici e inimitabili di Adams. Il basso di DeMaio è potentissimo, così come la chitarra di Ross Funicello, il quale ci cimenta, tra l'altro, in un solo fantasmagorico e non è un caso, visto che questa è la loro traccia, l'esaltazione delle idee dei due giovani musicisti e la dichiarazione dei loro intenti. Loro due sono gli attori principali di questo teatrino, i due leader incontrastati, non a caso quando il chitarrista lascerà per sempre la band (siamo nel 1989), la stessa perderà un pezzo importante della line-up e, di conseguenza, il perno centrale della propria musica. A detta di molti i Manowar perderanno magia, e in parte è vero.?

Dark Avenger

Si entra nel concetto stesso di epic metal con l'oscura e lunga "Dark Avenger" (Vendicatore Oscuro), che si avvale della collaborazione di uno dei più grandi geni del cinema, il mito Orson Welles, (regista e attore di capolavori quali "Quarto Potere", "La Signora Di Shangai", "L'infernale Quinlan" e "Storia Immortale"), già abituato a bizzarrie del genere, basti ricordare la sua partecipazione nel 1938 al programma radio "La Guerra Dei Mondi" attraverso quale terrorizzò l'America raccontando lo sbarco degli alieni sulla terra che molti spettatori presero sul serio. Un arpeggio cupo e metallico apre il brano, la cadenza è lenta e cruda, il basso e la chitarra si snodano in un andamento doom e dal sapore epico, Eric Adams emerge cantando in tonalità grave, la sua voce è profonda e malvagia per poi alzarsi nella seconda parte della strofa e continuando su questo registro per la seconda quartina. Poi altre due strofe, lente e mefistofeliche, dall'antico sapore. Dunque un impennata di tutti gli strumenti ed ecco che la calda e impostata voce di Welles comincia a narrare, come fosse alla radio, di eventi mitologici, sovrastando un dolce arpeggio di chitarra. La narrazione è lunga, dura parecchi secondi e cresce di pathos, mentre la batteria di Hamzik resta cauta protraendosi con qualche fendente tirato qua e la ma senza essere invadente. C'è il maestro che parla e non bisogna interromperlo né rubargli la scena, quando termina un acuto impressionante di Eric Adams introduce la seconda parte del pezzo. Cambia il ritmo, il tempo accelera inaspettatamente e gli strumenti si impennano passando da un andamento lento e oscuro a una cavalcata heavy metal infarcita di assoli e controtempi. Seguono altre strofe, differenti dalle prime, dove il vocalist è incazzato nero e canta con voce arcigna e demoniaca su di una linea melodica spettacolare e giocando con la voce alzando e abbassando il tiro. Gli ultimi secondi sono dominati dalla chitarra di Ross "The Boss" che si cimenta nell'ennesimo assolo strabiliante mettendo fine a un capolavoro di epicità. Queste sonorità renderanno famosi i Manowar gettando le basi per una nuova espressione musicale che si diffonderà nella metà degli anni 80 grazie a loro, ai Virgin Steele e agli Omen, ottenendo un vasto successo e un grosso consenso da parte di tutti i defenders. Orson Wells diventerà amico stretto della band, tanto che collaborerà ancora con loro nel meraviglioso singolo dell'anno seguente "Defender" e che sarà poi contenuto in una forma ri-arrangiata (e a mio avviso peggiore) nell'album "Fighting The World" del 1987. Il testo racconta di questo vendicatore misterioso che ha osato infrangere le leggi degli anziani e loro lo hanno catturato, accecato, hanno preso la sua terra e infine lo hanno lasciato affogare sul litorale, legato a testa in giù e con gli avvoltoi a cibarsi del corpo. Le carni muoiono ma lo spirito resta e gli Dei, sconvolti dalle sue agonie, gli giungono incontro, lo trasportano nel proprio regno e lo preparano per la vendetta. Dall'alto la sua anima osserva la terra, il suo paese guidato dagli anziani, gli stessi che lo hanno ucciso, e che ora intonano canti di gioia e pregano. Lo spirito della vittima raggiunge i cancelli dell'Ade, lì il guardiano gli dice di vendicare non solo lui ma tutti gli innocenti perseguitati e uccisi. Gli dona una spada forgia nello zolfo e temperata nelle disgrazie, gli sella un cavallo chiamato Morte Nera e lo spedisce dritto sulla terra dalle tenebre. Il vendicatore raggiunge il paese, uccide tutte le figlie e le mogli dei suoi assassini e beve il loro sangue, poi dirige la sua spada contro gli impostori.

William's Tale

"William's Tale" (Il Racconto di William) è un esperimento strumentale di Joey DeMaio, eseguito con il suo basso tritasassi grazie al quale riproduce il "Guglielmo Tell" del compositore italiano Gioachino Rossini, un'opera che narra di un leggendario eroe svizzero che sarebbe vissuto nel XIV secolo e che avrebbe, secondo la leggenda medievale, liberato il suo popolo e il suo paese dalla tirannia del monarca. DeMaio non ha mai nascosto la sua passione per la musica classica e per la lirica, tanto che in più interviste ha indicato il compositore Richard Wagner come l'inventore dell'heavy metal, grazie alla vena drammatica e epica delle sue opere. L'esecuzione del pezzo è particolare, meno di due minuti di accordi velocissimi e metallici senza una base sotto, soltanto il suono del basso dettato dall'abilità del musicista che riproduce la famosa aria in questo assolo ben riuscito ma un po' confuso, che sarà riprodotto spesso dal vivo in improbabili performance soliste allungate all'inverosimile, noiose, tamarre e inutili. In questo caso, tuttavia, l'assolo è breve e si ascolta senza infastidire, inoltre funge da introduzione per l'ultima canzone del disco, la (è il caso di dirlo) mitologica title-track, una di quelle tracce entrate nella storia, conosciute da tutti e tra le più rappresentative di un genere musicale. ?

Battle Hymn

"Battle Hymn" (Inno Di Battaglia) è la canzone epic per eccellenza, senza se e senza ma, la summa della filosofia della band, un capolavoro di sette minuti dal fascino immutato nel tempo. Un delicato arpeggio suonato col basso a otto corde da DeMaio e che sembra una vera chitarra ci introduce nel regno epico degli eroi, la batteria è in attesa di scalciare per prepararsi alla battaglia, Hamzik colpisce i piatti prima con tocco leggero e poi irrobustendo i colpi. Dopo 50 secondi tutto è pronto per la rullata che dà inizio alla guerra, la chitarra di Ross "The Boss" è un aquila che sorvola libera il campo di battaglia e che è in cerca del nemico da distruggere, i toni trionfali degli strumenti sono evidenti e fomentano al primo ascolto, subentra il basso a infoltire il suono della composizione e infine arriva come un guerriero a cavallo un Eric Adams solenne e impavido che svetta sulle note con la sua voce divina. Dopo la prima strofa ecco il cambio di tempo e i cori da Conan Il Barbaro che incitano alla guerra e all'uccisione del nemico, Adams è un generale che guida l'esercito e Hamzik è il fante che ne detta l'andamento a ritmo di tamburi e gettandosi nella mischia. Seconda straordinaria strofa e ancora una breve parentesi bellicosa in cui si incita alla vittoria. I cori, come accennato pocanzi, riprendono vagamente quelli appartenenti alla colonna sonora del film "Conan Il Barbaro", uscito guarda caso lo stesso anno, e che influenzerà talmente tanto la band che dal seguente capitolo, "Into Glory Ride", vestirà (come si può osservare nella cover-art) come i barbari del film fantasy diretto da John Milius e tratto dal fumetto ideato nel 1932 da Robert Ervin Howard. Siamo a metà brano, i toni si placano, gli strumenti si quietano, il ritmo viene spezzato e cambia il tempo. Viene a crearsi una parentesi melodica di grande intensità, un bridge centrale da pelle d'oca incentrato tutto sulla voce di Eric Adams e sull'arpeggio nostalgico di Ross "The Boss". Il momento è mistico e passionale, cori angelici cullano l'ascoltatore prima che il singer squarci l'atmosfera con un acuto limpido e la batteria riprenda a correre come un cavallo impazzito. Giunge il tempo dell'antologico assolo di chitarra che si incrocia con quello di basso raggiungendo un pathos incredibilmente epico. Di nuovo torna la parentesi corale che può essere intesa come una sorta di ritornello, ma questa volta è ancora più potente, e Eric Adams si lancia nella quartina più difficile cantata quasi tutta su acuti pazzeschi che solo lui è in grado di eseguire. I cori accrescono per un finale pirotecnico, con fuochi d'artificio, rullate a non finire, impennate di basso e invocazione all'uccisione e alla morte del nemico. Il tutto termina con un coro epico e trionfale per una delle canzoni metal più belle e famose di tutti i tempi. Ovviamente il testo narra di una battaglia epica, fatta si spade, scudi e lance. Diecimila soldati che marciano sotto la pallida luna da parte a parte, con le spade sguainate al cielo e le armature scintillanti, pronti a uccidere le truppe nemiche. I giorni della libertà sono terminati e adesso il tempo è scandito dai colpi di armi da taglio, perciò i soldati si fanno strada con le catene nelle mani e l'orgoglio nel cuore, il suono della gloria è vicino ed emerge sopra i corpi dei vinti per incoronare i vincitori. Sul campo di battaglia gli uomini attraversano il tempo e lo spazio per restare immortali. Immortali come la musica contenuta in questo dischetto.?

Conclusioni

"Battle Hymns" è il primo capitolo di una saga che ancora oggi emoziona milioni di fans, magari all'epoca questo genere era accolto in modo diverso, la musica era più ingenua e l'heavy metal ancora poco sviluppato, eppure il disco in questione, nonostante siano trascorsi quasi trentacinque anni dalla sua uscita, ancora resta un esempio perfetto di ciò che significa essere puri, incontaminati e fedeli ai propri ideali. Questo è un disco di un'importanza spaventosa per tutto il metal americano e non solo, poiché da qui partono le prime coordinate che andranno a formare gli stilemi del cosiddetto epic metal, sottogenere che sarà portato in breve al successo dai Manowar stessi e dai cugini Virgin Steele, tanto che nascerà tra le due fazioni una rivalità tanto scontata quanto inutile, visto che i due gruppi opteranno per un percorso musicale totalmente differente donando al genere due gusti contrapposti. I primi, infatti suonano diretti, classici e senza fronzoli, con testi incentrati sulla guerra e sulle divinità nord europee, i secondi invece preferiranno dedicarsi a concept-album complessi e articolati, molto più progressivi e ambiziosi, incentrati sulla mitologia greco-romana. Insomma, due modi di intendere l'epos. Tornando a "Battle Hymns", si tratta di un debut eccellente in grado di mettere in risalto la freschezza compositiva e il talento dei musicisti, la produzione è buona e riesce a competere con le migliori produzioni dell'epoca, risultando persino attuale nei tempi moderni. Il risultato definitivo è ancora un po' acerbo, non tutte le canzoni sono perfette, sia a livello musicale che narrativo, con testi a tratti scontati e ingenui. Le idee da seguire e poi sviluppare non sono ancora del tutto chiare e si stagliano in bilico tra l'hard rock anni 70, il primo heavy metal e l'origine dell'epic, in un mix dispersivo e poco compatto. Infatti l'album diventa prettamente manowariano soltanto nella parte finale con le conclusive "Dark Avenger" e "Battle Hymn", le due canzoni più ambiziose, originali e epiche, non a caso le migliori dell'intera opera, senza tralasciare la magia di una "Manowar" o l'energia di una "Metal Daze". Questo è un lavoro che ha fatto la storia, c'è poco da dire, ma ci sono diversi errori che saranno corretti già a partire dal secondo grandissimo album ("Into Glory Ride") mentre le ottime idee qui presenti saranno ulteriormente sviluppate e perfezionate. La band di New York migliorerà nettamente nei seguenti capitoli ma con questo disco inizia la leggenda.

1) Death Tone
2) Metal Daze
3) Fast Taker
4) Shell Shock
5) Manowar
6) Dark Avenger
7) William's Tale
8) Battle Hymn
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