MANOWAR

Battle Hymns MMXI

2010 - Magic Circle Music

A CURA DI
ANDREA CERASI
14/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
5

Introduzione Recensione

La vita va avanti, scorre inesorabile come un fiume in piena che esce dagli argini e travolge gli eventi. Si cresce, si matura, si invecchia. Tutto ciò avviene perché siamo mortali e, a differenza dell'arte, immortale e immutabile, siamo destinati a fare i conti con i cambiamenti causati dal tempo. Già, proprio Lui, un vecchio dalla mutevole natura e dal comportamento ondivago, che travolge ogni cosa grazie all'imponenza del suo corpo e alla forza delle sue braccia; colui che fa sbiadire i ricordi, aumentando le fatiche che pochi anni prima sembravano sciocchezze, raggrinzendo la pelle e annebbiando la vista. E così il passato si trasforma in presente, e poi ancora in futuro, in un susseguirsi interminabile di giorni e di notti. Trenta anni sono tanti, trenta anni sono pesantissimi nella vita di un uomo, figuriamoci per la carriera di una band, intesa appunto come un nucleo, e in quanto tale costantemente alle prese con uscite e rientri in formazione, massacranti tour in giro per il mondo, scroscianti appalusi e aspre critiche. Se ti chiami Manowar sai che la gloria ha un prezzo da pagare, se sei una delle band più importanti e famose della storia del rock duro sai che prima o poi dovrai fare i conti con il pubblico, accettarne le critiche, anche quelle amare, e non solo convivere con gli elogi che ti hanno reso un gigante. Trenta anni, o quasi, da quando la band di New York si è affacciata sul mercato internazionale incarnando valori quali orgoglio, onore, potenza, strafottenza, dedizione totale al verbo dell'acciaio. Trenta anni dal leggendario esordio, quel "Battle Hymns" uscito nel 1982 e che ha saputo tracciare, sin da subito, un nuovo sentiero all'interno del panorama metal. Non solo uno dei dischi simbolo dell'epic metal e di tutta la musica hard rock degli anni 80, ma uno di quelli che è contornato da una strana aura magica, che tutto ammalia e tutto annichilisce, capace di fare proseliti, di generare e di crescere intere legioni di ascoltatori, di allevarli proprio come una madre con i suoi pargoli. Perciò il peso di questo lavoro è pesante come un macigno, è dannatamente pesante anche dopo tre decenni, tre decenni vissuti sulla bocca di tutti, calcando i palchi di tutto il pianeta Terra e rilasciando una serie infinita di album che fanno parte della crescita musicale di ognuno di noi. I Manowar ci sono ancora, audaci come sempre, forse non in forma smagliante, complice l'età avanzata e una crisi artistica che li circonda ormai da un ventennio, ma sono ancora tra noi comuni mortali, pronti a scuoterci a suon di metallo pesante. Questa volta però l'errore c'è, è evidente, è davanti agli occhi di tutti, perché il mito viene intaccato, sporcato da un'insensata voglia di intasare il mercato con l'ennesima uscita inutile, andando a rievocare emozioni remote e non ancora del tutto sopite provenienti da un'epoca lontana. E allora ecco che la band di DeMaio rispolvera l'aquila, simbolo di un credo ben definito, e tenta di farla volare di nuovo, così come fece trenta anni orsono. Dopo la silver version, pubblicata per commemorare le nozze d'argento e che vedeva un suono più pulito e una copertina dai toni scuri, arriva la versione per il trentennale del mitologico disco di esordio: "Battle Hymns MMXI", non un semplice restauro ma una pericolosa operazione di marketing. Un vero e proprio remake, utilizzando un termine cinematografico, ovvero la riproposizione dell'album interamente risuonato e riprodotto dall'etichetta discografica del bassista, la Magic Circle Music. L'aquila in copertina è lustrata e tirata a lucido, l'oro brilla più che mai e alle sue spalle non ci sono più fulmini e saette di colore rosso e arancione come nell'originale, ma un semplice sfondo nero che contorna il giallo accecante del rapace. I muscoli dell'animale sono in evidenza, scolpiti più che mai, e sembrano convincere gli ascoltatori che questa sia la versione definitiva dell'album. Quella che tutti noi stavamo aspettando. Ma sarà davvero così? In effetti, adesso i suoni sono potentissimi, frutto delle migliori tecnologie moderne, a contrasto con i suoni originari un po' scarni e un po' gracchianti; questa volta la batteria scuote a dovere, il basso pulsa come non mai e la chitarra elettrica scalcia che è una bellezza. Ma allora cosa c'è che non va? Perché, dopo un attento ascolto, questo lavoro, tra l'altro dedicato allo scomparso Ronnie James Dio, lascia l'amaro in bocca? La risposta la conosciamo tutti: un progetto che forse non sarebbe mai dovuto nascere, un album che mai avrebbe dovuto vedere la luce. Esatto, in "Battle Hymns MMXI" le basi del Mito vacillano, l'aquila non spicca il volo, questa volta. Andiamo a scoprire perché.

Death Tone

Saliamo a bordo di un bolide a due ruote per intraprendere un viaggio on the road. Un rombo di tuono introduce "Death Tone" (Il Tono Della Morte), inno alla vita selvaggia e alla libertà del viaggio, inteso come fuga dalla quotidianità ma anche come introspezione. In sella alle loro Harley Davidson emergono le vere caratteristiche dei quattro musicisti, veri e propri filosofi da strada. Logan, attraverso la possente chitarra elettrica a forma di freccia, replica il rombo del motore con un riff aggressivo che sembra fondersi con le turbine della motocicletta. Il suono della batteria di Donnie Hamzik è così crudo e vero, sicuramente migliore rispetto alla versione originaria che aveva un deficit proprio nella registrazione. Il mid-tempo dal sapore hard rock ci invita a seguire i nostri protagonisti per le strade del nord America, ed ecco che emerge l'onnipotente voce di Eric Adams, invecchiata, certo, ma sempre unica e intramontabile, nonostante la fatica che traspare nelle tonalità più alte. L'esaltazione del motore, metafora di cuore umano e di vita selvaggia, è sottinteso nel semplice testo nel quale hanno risonanza speciale le emozioni provate nel cavalcare una Harley Davidson, col culo ben piantato sul sedile e i piedi poggiati sull'acciaio dei pedali, lasciandosi trasportare da questo mostro meccanico verso l'infinito e oltre. Chiudete gli occhi e vedrete la glorificazione dell'uomo sulle due ruote: un guerriero che sfreccia nel vento, i capelli lunghi mossi dall'aria e gli occhiali da sole poggiati sul naso, che dimentica i problemi della vita e assapora con gusto la libertà. L'arioso ritornello giunge implacabile, sorretto da cori maggiormente accentuati rispetto a un tempo proprio per dar modo ad Adams di riprendere fiato, la semplicità di base è il punto di forza, si insinua nel cervello senza complicazioni e l'acuto finale è il colpo fatale. È il momento dell'entrata in scena del basso di Joey DeMaio che, più che accompagnare la composizione e dirigere la sezione ritmica, sembra voler sfidare la chitarra elettrica lanciandosi in pulsazioni frenetiche e ostentate, da sempre marchio di fabbrica dei Manowar, sia nei pregi che nei difetti, dato gli eccessi strumentali, a tratti indigesti, che il bassista esegue sia in studio che dal vivo. L'eccentricità e l'esasperazione sono alla base della filosofia della band, e tale elemento viene evidenziato dall'irrequieto solo di Logan, pungente, gelido. Il brano, essendo stato concepito nel 1982, oggi potrebbe suonare anacronistico, ma qui giungono echi della vecchia scuola anni 70 e della N.W.O.B.H.M., irrobustendo la base ritmica con riffing forsennati che oggi sono nella norma ma che un tempo erano tanto violenti da lasciare a bocca aperta. Eric Adams torna protagonista con le ultime battute ripetendo il buon refrain, dalla melodia che non spicca per originalità ma che è sicuramente d'impatto. Il testo, che potrebbe sembrare scanzonato, in realtà non andrebbe sottovalutato, poiché il potenziale c'è. Ovvio, si tratta di un potenziale sottile e bisogna interpretarlo in maniera simbolica, ma la critica alla società moderna è sincera, perché dimostra, tra le righe, l'impossibilità dell'uomo di dedicarsi alle proprie passioni, a concedersi del tempo libero dove rilassarsi. Quest'uomo, figlio dell'era contemporanea, schiavo del sistema, che si spacca la schiena tutti i santi giorni per una paga misera, che conduce una vita piatta che si snoda tra bollette, assegni di lavoro e disoccupazione. L'onestà è l'unico modo per tirare avanti, tra difficoltà e dolori, conservando un cuore puro, ma quando si perde un impiego si perde una parte di anima, vengono a mancare le basi sulle quali costruire il futuro. L'incertezza genera smarrimento e l'esistenza si riempie di preoccupazioni; l'unico rimedio è prendere la moto, compagna di avventura dal sinuoso corpo d'acciaio, e partire nel pieno della notte, col favore delle stelle. La strada ci attende, la mente sgombra di ogni pensiero, combattendo la vita stessa attraverso la libertà, quella maledetta libertà che ci è stata negata. E intanto il rombo del motore scalcia sotto le gambe e assomiglia tanto a un'anima in tumulto, al tono della morte..

Metal Daze

Il riff di "Metal Daze" (Stordimento metallico) è una sostanza violenta, primordiale, che fuoriesce dagli altoparlanti e punta dritta al cuore, perché è il simbolo stesso del metallo. Impossibile restare fermi, la natura battagliera ci chiama a gran voce come le sirene chiamavano il prode Ulisse e i suoi uomini. Lo stordimento metallico, questa volta, incide meno rispetto all'illustre predecessore, è come se si perdesse potenza effettiva, il che è un paradosso perché dovrebbe essere il contrario: suoni e produzione potenti e brillanti, ma si ha il sentore che qualcosa sia andata perduta. Eric Adams non raggiunge più gli ultrasuoni nell'intorare il clamoroso incipit, che altro non è che un vortice di acciaio eseguito da una delle più potenti voci mai esistite. La sezione ritmica si invigorisce e subentrano il basso e la batteria, il ritmo è ancora un misto tra l'hard rock e l'heavy metal primordiale, anche se Hamzik e DeMaio ci danno dentro alla grande, ma a mancare è la sincerità, nonostante le continue distorsioni di Logan che ricreano un vortice sonoro a metà strada tra hard rock e heavy americano. In questo caso i Manowar puntano più sulla robustezza e sulla compattezza rispetto alla velocità e alla potenza. Dopo la sfuriata iniziale i toni si abbassano, seppur di poco, e il vocalist grida al mondo gli elementi base che hanno reso leggendaria la band: la musica, il divertimento, l'amicizia e il credo. Questo è un inno alla musica dura, alla potenza degli strumenti, alle nottate trascorse a bere e a suonare in compagnia di amici e partner. L'heavy metal che fa sentire liberi, un po' come le motociclette, e l'emozione di suonare davanti un pubblico e su un palco è qualcosa di indescrivibile. Tutti si sentono fratelli e tutti uniti dalla musica sotto un unico vessillo. Il ritornello si carica lentamente, la melodia appena accennata, il cantante alza la voce e si prepara per il semplicissimo ma onnipotente ritornello, composto da cori più marcati rispetto all'originale, e infine l'animalesco acuto. L'heavy metal è uno stile di vita, una religione da seguire, e il suo potere e la sua magia vanno cantate a voce alta, e chi meglio di Eric Adams può decantare la potenza di questo genere? Lo spazio a disposizione del vocalist è enorme, praticamente tutto il brano è incentrato sulla sua voce, ma se trenta anni prima l'ascoltatore restava a bocca aperta e con i timpani fusi, oggi il tutto viene ridimensionato, e la furia tempestosa del 1982 si dissolve come per incanto. Basso e chitarra lavorano in sintonia e si incrociano in un nuovo luminescente duello, Karl Logan ha un buon tocco e una buona tecnica di fondo e mentre esegue l'assolo DeMaio lo accompagna con continui effetti stranianti, grazie al suo strumento pompato al massimo dalla produzione curata dallo stesso, denotando una continua sperimentazione e una ricerca sonora quasi maniacale, mentre Donnie Hamzik risulta fresco e preciso ai tamburi. Liriche sempliciotte ma alla base del credo manowariano: un musicista nato per suonare, un uomo con una chitarra urlante che molesta su un palco illuminato da calde luci e, in breve, inonda l'ambiente con le note elettriche. Pura magia della musica. Musica come modo di vivere, dove bastano uno strumento musicale, un paio di jeans e una maglietta strappata per sedurre le ragazze. Vivere da selvaggi, come se non ci fosse un domani, godersi la vita al confine del perbenismo, senza ipocrisie e senza limiti. Tutti noi possediamo un cuore di metallo e nelle nostre vene scorre sangue regale perché siamo gli adepti dell'acciaio e vogliamo ascoltare musica sempre più pesante per sentirci davvero vivi. Il bridge è inesistente, poiché dopo l'assolo torna il magico refrain, declamato fino alla fine con alternanza di cori e contro-cori. Un brano che è un altisonante proclamo: l'heavy metal sinonimo di religione, di culto da venerare, status che probabilmente nessun altro genere ha mai assunto.

Fast Taker

La fede nell'acciaio si codifica in "Fast Taker" (Arraffatore), brano dal piglio rock 'n' roll sorretto da un basso potentissimo e dalla granitica chitarra del biondo crinito Karl Logan, il quale conduce un ritmo scanzonato e veloce, molto vicino alla leggendaria N.W.O.B.H.M., facendoci riassaporare quell'epoca lontana e ormai divenuta mitica. Le influenze rock 'n' roll dell'opera originale si consolidano grazie alla bella produzione che ne mette in risalto le sfumature. Questa volta possiamo parlare di brano riuscito, dove ogni strumento svolge il suo lavoro con competenza e meticolosità, senza trasmetterci quella patina di superficialità incontrata altrove. I versi sono veloci e d'effetto, Eric Adams non si lancia in acuti inverosimili e controlla maggiormente la voce senza mai eccedere, se non nel fulmineo ritornello, melodico e forzuto, nel quale si arrampica su cime altissime con un timbro potente e, alla soglia dei sessanta anni, anche un po' sporco. La lucentezza dell'età giovanile è andata a farsi benedire ma la melodia del refrain è eccellente e solare, a dispetto di un andamento di base non proprio entusiasmante, certamente non brutto ma nemmeno memorabile, dove l'intero pezzo viene salvato dal chorus, appunto. Di guizzi da segnalare non ce ne sono, ma se è per questo nemmeno nella versione primordiale, poiché "Fast Taker" è sempre stato un brano minore, banalotto e un po' piatto, anche se la simbiosi tra chitarra e basso è esaltante e, mentre l'assolo di Logan è elementare, quello di DeMaio è particolare e ambizioso, tanto che il suo strumento sorprende per potenza e invadenza. Pulsazioni muscolose che vanno a scontrarsi con il discreto drumming di Hamzik. Liriche sempre attuali, dove il tema principale è quello dei problemi in famiglia, ovvero i litigi tra genitori e figli. La mamma che si lamenta per ogni minima cosa e il papà, alcolista da tanti anni, che considera il proprio pargolo un fallito soltanto perché al ragazzo piace essere libero e non seguire le regole imposte dalla società moralista e bigotta. I genitori pregano affinché il proprio figlio segui la retta via ma egli è pronto a fuggire, a fare i propri comodi, portandosi dietro la fidanzatina di 16 anni dopo averla prelevata sotto casa, di notte per non essere visto dal padre che lo odia, e con la quale appartarsi per fare l'amore a ritmo di musica. E' una innocente fuga d'amore da parte di due adolescenti, i quali vogliono soltanto divertirsi prima di entrare nel noioso mondo degli adulti, e qui subentra l'esistenza un po' canonica e noiosa della vita nella classica provincia americana, dove i giovani sono costantemente contrastati dai propri genitori e ai quali viene negato loro un poco di divertimento. La libertà è il tema costante dei Manowar, il leitmotiv che collega ogni brano e ogni album della band newyorkese, non a caso il barbaro che campeggia su ogni disco è incarnazione stessa di battaglia per la libertà individuale, di ricerca ossessiva del proprio tempo libero, di divertimento e di fuga dalle regole che governano la società moderna, valori che i fans del gruppo ormai conoscono bene..

Shell Shock

"Shell Shock" (Psicosi Traumatica) segue le stesse coordinate rock 'n' roll di "Fast Taker", vecchia scuola all'ennesima potenza. La chitarra esegue un ritmo sincopato e la batteria di Donnie Hamzik rulla come fosse a una parata, il basso di DeMaio è ancora protagonista e il suo suono è limpido e pieno, frutto delle nuove tecnologie di registrazione. L'andamento è medio, un hard rock derivato dagli anni 70 e la struttura è semplice, ma a differenza della precedente traccia qui non colpiscono molto né le strofe né il ritornello, un po' anonimo a dire la verità, anche se Eric Adams riesce in qualche modo a farlo apprezzare al pubblico, complice il fatto che non debba urlare come un forsennato e portando a casa una performance positiva. Certo è che l'aspetto strumentale non colpisce proprio, neanche ora che ogni suono gode di maggior potenza e limpidezza, ma è forse quel sentore anacronistico e che aleggia come un fantasma uscendo dalle casse dello stereo a ricordare agli ascoltatori che non c'era proprio bisogno di questo restyling. Strano a dirsi, ma se musicalmente "Shell Shock" funziona poco, concettualmente offre un testo profondo e ragionato. In questo caso si narra dell'arruolamento di un soldato per la guerra del Vietnam, lo Zio Sam (ovvero il manifesto disegnato nel 1917 da James Montgomery Flagg per la campagna di reclutamento per la Prima Guerra Mondiale e diventato personificazione nazionale dell'esercito U.S.A.) manda una lettera a casa del giovane con su scritto: Lo Zio ha una missione per te. Subito il trasferimento a Saigon, una delle principali città del Vietnam e fulcro della tragica guerra avvenuta tra il 1960 e il 1974, e l'addestramento con le bombe e le armi da fuoco, infine il ritorno a casa dopo anni trascorsi nella giungla con l'ombra della morte sempre al suo fianco. Qualcosa è cambiato nella testa del soldato, forse è diventato pazzo, il trauma è stato talmente forte che egli rivive quotidianamente quei tragici momenti e quando guida la sua auto gli sembra di portare un carrarmato e, a volte, ha come la sensazione di voler entrare in un bar per sparare a tutti. Sa che la sua mente è andata e ora è in preda a una crisi isterica, lo sa nonostante sia salvo a casa, nella sua terra, ma ormai l'innocenza è perduta. La triste esperienza non sarà mai superata. L'assolo di Logan è ottimo, totalmente differente rispetto a quello eseguito da Ross "The Boss" nel lontano 1982 ma ugualmente grintoso e fulmineo. Insomma, la parte migliore del pezzo si trova proprio in questa fase centrale, perché si tratta decisamente di una traccia minore, lo era trenta anni fa e lo è ancora oggi. "Shell Shock" non colpisce e non va a segno, risultando indubbiamente innocua, anonima e dalla struttura fin troppo statica; discreta e godibile, certo, ma è ben poca cosa rispetto a quello che ha creato una band simile nel corso degli anni.

Manowar

L'inno generazionale si intitola "Manowar" (Uomo Di Guerra), autocitazione della band e traccia destinata ancora oggi ad aprire tutti gli spettacoli dal vivo, uno di quei pezzi che rappresentano il mondo del metallo, una pietra miliare che ha ben poche rivali per importanza e popolarità. E in effetti non c'è niente di meglio di questa canzone per presentare la band sui palchi di tutto il mondo, poiché narra della storia di come sia stato fondato il gruppo, partendo dall'incontro del bassista col chitarrista durante il tour con i Black Sabbath, precisamente durante una data a Birmingham, in Inghilterra, dove nel backstage e grazie alla complicità di un mito quale Ronnie J. Dio, Joey DeMaio e Ross "The Boss" si strinsero la mano e siglarono il patto d'acciaio. La scintilla scoccò subito, attraverso la passione per la musica rock i due musicisti crearono il mito: i Manowar. Un mito nato per vivere in eterno, per conquistare ogni costa, fracassare il terreno e incendiare palchi. La lotta non avrà mai termine, è una missione che i quattro ragazzi si sono prefissati con orgoglio e coerenza, marciando su ogni città, abbattendo le barriere del tempo e dello spazio e generando guerrieri figli della loro musica. L'ambizione e l'ego smisurati gli ha creato, nel tempo, non poche critiche, i detrattori negli anni sono stati tanti e tanto è l'odio da parte del pubblico, ma è enorme anche l'amore dei propri fedeli, sempre pronti a supportare questo fantastico gruppo, ieri come oggi. Poche band sono riuscite a creare un vero e proprio credo e a essere idolatrati come loro, e questo è un dato di fatto. E' anche grazie a questi ragazzi che oggi l'heavy metal non è solo musica ma un culto da venerare in eterno e "Manowar", la canzone, è l'incarnazione stessa dell'heavy metal: trascinante, pura, sacra, dall'andamento veloce. Gli strumenti sono feroci, il basso di DeMaio è muscoloso ma anche la batteria di Hamzik è scatenata, Karl Logan esegue un riffing serrato e crudele, in linea con lo U.S. power metal degli anni 80. Le strofe sono scintillanti e trascinano nella foga anche l'ascoltatore più distratto, Eric Adams sfoggia le sue doti canore con un'interpretazione magistrale, più contenuta rispetto al passato ma di certo non possiamo chiedergli di più, e proprio sui suoi acuti nasce la storia dei Manowar, una storia che ormai abbiamo imparato a conoscere. Un band votata alla gloria dell'epic metal. Questo pezzo è il punto di inizio, una marcia destinata a farsi sempre più veloce e potente e dal momento in cui è uscita il mondo del rock non è stato più lo stesso. "Manowar" è bella lo stesso, anche nella sua versione restaurata e ri-arrangiata, che poi è la stessa che possiamo ascoltare in apertura di ogni singolo concerto, ossia più robusta e un po' più rallentata. Il refrain, entrato nel cuore di tutti i metallari del mondo, è strepitoso, concepito proprio per creare sfaceli dal vivo grazie al supporto dei cori del pubblico ad accompagnare le note più alte e persino gli acuti unici e inimitabili di Adams. Il basso di DeMaio è potentissimo, così come la chitarra elettrica del compagno d'asce, il quale si cimenta, tra l'altro, in un solo meravigliosamente sincero. Ma la sincerità è alla base del pezzo, simbolo stesso della musica della band americana, il che dona quell'aura magica presente in ogni singola nota qui espressa. Insomma, il mito ha origine da questo brano e il mito continua oggi, dopo trenta anni.

Dark Avenger

L'epic metal arriva con l'oscura e lunga "Dark Avenger" (Vendicatore Oscuro), che, così come l'originale si avvaleva della collaborazione di uno dei più grandi geni del cinema, il mito Orson Welles, qui chiama a rapporto un altro divo del cinema, Christopher Lee, attore già abituato a prestare la voce al mondo del metal, avendo recitato in alcuni brani dei nostrani Rhapsody. Si ode un cupo e metallico arpeggio, la cadenza è lenta e cruda, il basso e la chitarra si snodano in un andamento doom dal forte sapore epico, Eric Adams emerge cantando in tonalità grave, la sua voce è profonda e malvagia. Il sentore mefistofelico avvolge l'aria: è un'atmosfera catartica, sonnolenta, che trasuda un antico sapore. L'impennata di tutti gli strumenti giunge dopo qualche tempo ed ecco che la maestosa voce di Lee comincia a narrare, come fosse alla radio, di eventi mitologici, sovrastando un dolce arpeggio di chitarra. Il tema è quello della vendetta. Un vendicatore misterioso ha osato infrangere le leggi degli anziani e questi lo hanno catturato, accecato, hanno preso la sua terra e infine lo hanno lasciato affogare sul litorale, legato a testa in giù e con gli avvoltoi a cibarsi del corpo, come nel mito di Prometeo. Le carni muoiono ma lo spirito resta e gli Dei, sconvolti dalle sue agonie, gli giungono incontro, lo trasportano nel proprio regno e lo preparano per la vendetta. La narrazione è lunga, secondo dopo secondo cresce di pathos, intanto la batteria di Hamzik resta cauta protraendosi con qualche fendente tirato qua e là, ma senza essere invadente per non spezzare l'incanto narrativo. Un acuto di Eric Adams introduce la seconda parte del pezzo. Cambia il ritmo, il tempo accelera inaspettatamente e gli strumenti passano da un andamento lento e oscuro a una cavalcata heavy metal infarcita di assoli e controtempi. Eric Adams soffre, non raggiunge più le vette di un tempo, ma ci mette una pezza; con voce demoniaca concepisce una linea melodica spettacolare, giocando con la voce alzando e abbassando il tiro ed eseguendo una lunga serie di scale. L'ascia di Logan domina la coda finale, cimentandosi in una serie di assoli lisergici, sottolineando l'imponenza di un pezzo simile, dall'animo nobile e dal cuore oscuro. Dall'alto, il vendicatore misterioso osserva la terra, il suo paese guidato dagli anziani, gli stessi che lo hanno ucciso, e che ora intonano canti di gioia e pregano gli Dei di essere protetti. Lo spirito della vittima raggiunge i cancelli dell'Ade, lì il guardiano lo esorta a vendicare non solo lui ma tutti gli innocenti perseguitati e uccisi. Gli dona una spada forgiata nello zolfo e temprata nelle disgrazie, gli sella un cavallo chiamato Morte Nera e lo spedisce dritto sulla terra, scaraventandolo dalle tenebre come un lampo. Il vendicatore raggiunge il paese, uccide tutte le figlie e le mogli dei suoi assassini e beve il loro sangue, poi dirige la sua spada contro gli impostori. Gloria e vendetta, valori da venerare per liberare il mondo dalla tirannia e dall'oppressione dei malvagi.

William's Tale

"William's Tale" (Il Racconto di William) era un esperimento strumentale di Joey DeMaio, eseguito con il suo basso tritasassi grazie al quale riproduceva il "Guglielmo Tell", lavoro del compositore italiano Gioachino Rossini, un'opera che narra di un leggendario eroe svizzero che sarebbe vissuto nel XIV secolo e che avrebbe, secondo la leggenda medievale, liberato il suo popolo e il suo paese dalla tirannia del monarca. DeMaio, negli anni, ha sempre proclamato la forte passione per la musica classica e per la lirica, tanto che in più interviste ha indicato il compositore Richard Wagner come l'inventore dell'heavy metal, grazie alla vena drammatica e epica delle sue opere. L'esecuzione del pezzo era ed è particolare, anche nella nuova versione, tanto che le differenze tra le due strumentali sono minime, errori compresi. Meno di due minuti di accordi velocissimi e metallici senza una base sotto, soltanto il suono del basso dettato dall'abilità del musicista che riproduce la famosa aria in questo assolo abbastanza riuscito ma un po' confuso, che è stato riprodotto spesso dal vivo in improbabili performance soliste allungate all'inverosimile, noiose, tamarre e inutili. Proprio come un disco del genere. In questo caso, tuttavia, l'assolo è breve e si ascolta senza infastidire, inoltre funge da introduzione per l'ultima canzone del disco, la mitologica title-track, anche questa allungata a dismisura, ma che è ancora oggi uno dei brani più belli e imponenti della storia del metal.

Battle Hymn

"Battle Hymn" (Inno Di Battaglia) è la canzone epic per eccellenza, la summa della filosofia della band, un capolavoro dal fascino immutato nel tempo. Un delicato arpeggio di Joey DeMaio, tanto robusto che sembra una vera chitarra, ci introduce nel regno epico degli eroi, la batteria è in attesa di scalciare per prepararsi alla battaglia, Hamzik colpisce i piatti prima con tocco leggero e poi irrobustendo i colpi istante dopo istante. Tutto è pronto per la rullata che dà inizio alla guerra, l'aquila dell'artwork è pronta a librarsi in cielo e a sorvolare libera il campo di battaglia in cerca del nemico da distruggere. I toni trionfali degli strumenti sono evidenti, la chitarra elettrica crea scintille, il basso subentra a infoltire il suono della composizione e infine arriva come un guerriero a cavallo un Eric Adams solenne e impavido che svetta sulle note con la sua voce divina. I cori la fanno da padroni, l'epos raggiunge l'acme e i guerrieri si gettano nella mischia. Una battaglia epica è scoppiata sul campo, alzando un polverone che tutto travolge. Una guerra fatta di spade, scudi e lance. Diecimila soldati uniti che marciano sotto la pallida luna, da una parte all'altra della valle, con le spade sguainate al vento e le armature scintillanti, pronti a uccidere le truppe nemiche. Una breve parentesi bellicosa in cui si incita all'uccisione e alla vittoria attraverso l'utilizzo di cori che sommergono la voce di Adams, un poco in difficoltà. Siamo a metà brano, i toni si placano, gli strumenti si quietano, il ritmo viene spezzato e cambia il tempo. Viene a crearsi una parentesi melodica di grande intensità, un bridge centrale da pelle d'oca incentrato sulla voce di Eric Adams, qui morbida e solenne, e sull'arpeggio nostalgico di Logan. Il break è mistico e passionale, cori angelici cullano l'ascoltatore prima che il singer squarci l'atmosfera con un acuto potentissimo e la batteria riprenda a correre come un cavallo impazzito. L'assolo è entusiasmante, mera replica di quello originale ma con un suono giustamente migliorato. Torna la parentesi corale, questa volta più potente, e Eric Adams si lancia nella prova più difficile, cantando solo su acuti pazzeschi. Il risultato non è come quello del 1982, poiché la foga è nettamente minore e le vette spaccatimpani sono sostituite dall'intromissione di numerose voci di contorno. Il finale è pirotecnico, rullate a non finire, impennate di basso e invocazione all'uccisione e alla morte del nemico, allungando la coda di un paio di minuti rispetto all'originale. I giorni della libertà sono terminati e adesso il tempo è scandito dai colpi di armi da taglio, perciò i soldati si fanno strada con le catene nelle mani e l'orgoglio nel cuore, il suono della gloria è vicino ed emerge sopra i corpi dei vinti per incoronare i vincitori. Sul campo di battaglia gli uomini attraversano il tempo e lo spazio per restare immortali. Immortali come questo brano.

Conclusioni

Ad impreziosire e chiudere in bellezza l'opera, i Manowar inseriscono le versioni live di "Fast Taker" e di "Death Tone", direttamente prelevate dal piccolo tour estivo del 1982, tenutosi a luglio e agosto in vari sedi nel Texas, dove la band si esibì nei suoi primissimi concerti all'indomani dell'uscita dell'album. In queste due vecchie tracce inedite si possono ascoltare, oltre a una registrazione polverosa e antica, anche grinta, passione, entusiasmo e freschezza giovanile, soprattutto quest'ultima, cosa che non si può dire per i restanti minuti. Al di là del risultato finale, è proprio l'efficacia effettiva di questo disco a far storcere il naso, e quindi l'utilità di avere tra le mani un prodotto del genere. Le canzoni originali, seppur appartenenti a un'altra epoca, mantenevano una loro dignità, ed inoltre il restyling della silver edition era servito proprio a migliorare le piccole pecche che trasparivano di qua e di là e, quindi, ad accontentare tutti i fans più esigenti, ma questo remake distrugge l'eredità del primo "Battle Hymns". Le tracce sono belle, ma come in tutti i rifacimenti si perdono magia e genuinità; va bene la potenza, va bene il suono pulitissimo e in grado di evidenziare ogni piccola sfumatura, ma trenta anni sono tanti, troppi. Eric Adams non ha più ventotto anni, è ancora un vocalist mostruoso ma non regge più determinate note e affatica l'ascolto perché, inevitabilmente, al pubblico sorgerà spontaneo il paragone con le tracce del 1982. Gli acuti, ora sporchi e più grezzi e contornati da cori per potenziarli, non sono più cristallini e disumani, la dinamicità dei brani perde campo, i pezzi più epici e potenti qui vengono depotenziati e ammorbiditi, mentre quelli più legati all'hard rock e dal corpo snello annoiano e risultano anacronistici, nonostante la patina di modernità impressa dalla produzione. No, non ci siamo. L'aquila, questa volta, fa fatica a spiccare il volo, i trenta anni sulle spalle si sentono tutti e sarebbe stato meglio lasciare nel cassetto dei sogni determinate proposte. Joey DeMaio, padre-padrone e fondatore della Magic Circle Music fa come gli pare, ma forse il modo di lavorare non è sempre onesto; rilasciare decine di dvd tutti uguali, singoli e contro-singoli, riedizioni di vecchio materiale, remake, significa obbedire a regole che non rientrano più nell'ambito musicale, e allora la domanda che sorge spontanea è: ma la musica? La musica, signori miei, dove diavolo è finita? Tre album di inediti in venti anni sono pochini, non soddisfano la grande fame di acciaio che noi fans proviamo, quella specie di crampo allo stomaco che ogni tanto si fa sentire e che non termina se non con una buona dose di farmaci, i cui ingredienti sono chitarre dai riff affilati, batteria dai colpi terremotanti e acuti primordiali, che entrano nel cervello come un virus letale. I Manowar sono invecchiati, forse stanchi di registrare in studio, ma meglio così piuttosto che rilasciare una serie sterminata di album sbiaditi, e allora se ne vanno in giro per il mondo a portare in alto il vessillo del metallo, a radunare folle di appassionati che stravedono per la ditta DeMaio e Co., poiché loro sono ancora i Re, dal vivo ineguagliabili, in studio accettabili. Gli errori capitano, specialmente quando si ha una lunga carriera sul groppone, ma alcune scelte dovrebbero essere limitate il più possibile, attuandole proprio se non se ne può fare a meno. Molte altre band hanno reinciso vecchio materiale, alcune con risultati eccellenti, laddove magari il vecchio materiale era davvero intaccato da una cattiva produzione, altre invece, come i Manowar, hanno agito con troppo istinto, senza pensare alle ripercussioni. Non giudico l'operato, ovviamente, anche perché ho appena sottolineato come, in taluni casi, il remake funzioni bene e ridoni vita a opere dimenticate o corrotte dal tempo, e comprare un prodotto del genere è a discrezione del singolo, ma "Battle Hymns" è il simbolo di un'epoca, di un modo di essere, dalle liriche ai suoni, e l'eredità che comporta è enorme. Karl Logan non è Ross "The Boss", e con questo non voglio dire chi sia migliore tra i due, ma sono chitarristi con due tecniche diverse, provenienti da due scuole diverse. DeMaio è il solito sborone, oggi più che mai, basta ascoltare le prove recenti, come nell'ultimo studio-album "The Lord Of Steel", un lavoro (che io ho apprezzato moltissimo, sia chiaro) letteralmente sotterrato dal suo basso, specie nella prima versione rilasciata: la Hammer Version. Eric Adams è a corto di fiato in molte occasioni, i brani sono difficilissimi da interpretare, persino per lui che li canta da una vita; era difficili intonarli a trent'anni, figuriamoci a sessanta. Però c'è una nota positiva: Donnie Hamzik dietro le pelli, il rientro del figliol prodigo dopo un'assenza durata ventisei anni. Il suo modo di suonare è più dinamico di quello del compianto Columbus e "Battle Hymns" gli appartiene, nel cuore e nella mente, essendo lui stesso il drummer originario dell'album, e il primario confuso suono dei suoi piatti viene, ora, di gran lunga migliorato. Poca cosa. "Battle Hymns MMXI" è un disco nato stanco, privo di mordente, destinato a pochi, che si ascolta giusto un paio di volte per poi finire sotto cumuli di polvere, la stessa che si è accumulata sul corpo di quell'aquila luminescente, simbolo di gloria e di libertà, e che ne ha irrigidito le ali, schiacciate da trenta lunghissimi anni di storia. Un remake resta pur sempre un remake e, come nel cinema, nel 90% dei casi il risultato è mediocre, oltre che inutile.

1) Death Tone
2) Metal Daze
3) Fast Taker
4) Shell Shock
5) Manowar
6) Dark Avenger
7) William's Tale
8) Battle Hymn
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