MANOWAR

An American Trilogy

2002 - Nuclear Blast

A CURA DI
ANDREA CERASI
11/01/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

La stabilità di line-up raggiunta dopo il grandissimo album "The Triumph Of Steel" (che aveva una formazione purtroppo transitoria) e la pubblicazione di "Louder Than Hell", ottavo capitolo discografico che mostra, pur restando un ottimo lavoro, evidenti limiti compositivi, determina il primo leggero calo nella qualità della proposta manowariana. Per molti, questa opera rappresenta l'inizio della fine dell'ispirazione della band, eppure, critiche a parte, l'album del 1996 conferma quanto di buono e sincero c'è nella musica dei Manowar, una delle pochissime band storiche ad attraversare indenni il periodo più buio per il metal classico (quello degli anni 90), mantenendo fans e successo (e anche critiche) anche negli anni a seguire. Proprio la ricerca di successo e la popolarità sempre più in crescita, permettono a DeMaio e soci di intraprendere un lunghissimo tour che dura ben quattro anni (dal 1996 al 1999) e che fa tappa in ogni angolo del globo. Frutto della sfiancante attività concertistica sono le due live-compilation "Hell On "Wheels", rilasciato nel 1997, e "Hell On Stage" del 1999. L'accoglienza riservata ai primi due live album del combo newyorkese è pazzesca, sintomo che il popolo metallico ha ancora fame di epic metal e di heavy metal in generale, accresciuta poi dall'esplosione del power europeo alla fine della decade che al metal classico fa riferimento e che comporta nuovi stimoli artistici e attrae nuovi adepti al culto del rock duro. I concerti in giro per il mondo evidenziano lo stato di grazia dei Manowar, sempre eccezionali dal vivo, delle vere macchine da guerra e con un'ottima intesa tra i singoli membri. Terminato il tour mondiale è il momento per tornare in studio, ed i Manowar sono pronti a comporre nuovo materiale. Ci vogliono ancora due anni per ascoltare nuovi brani, fino al luglio 2002, quando la band, sotto la supervisione dell'etichetta Nuclear Blast, immette sul mercato il nuovo atteso album: "Warriors Of The World", anticipato dall'omonimo singolo che riscuote subito un successo a dir poco stupefacente, facendo presagire un lavoro potentissimo, ispirato e prodotto in maniera brillante, curato nei minimi dettagli. In realtà, il disco si rivela un prodotto non del tutto riuscito, nonostante le migliaia di copie vendute e le grida di giubilo del pubblico che aspettava il ritorno della band dopo sei anni. Gli evidenti limiti del disco del 2002 non impediscono però ai Manowar di raccogliere l'ennesimo successo commerciale, tanto che l'album resta ancora oggi il secondo più venduto in carriera, e così il nome Manowar, anche nel nuovo millennio, si conferma uno dei più famosi e osannati dal pubblico di tutte le età, restando anche dopo venti anni di storia, i massimi punti di riferimento in ambito metal. La popolare "fratellanza metallica" manowariana, che solitamente unisce tutti i popoli del mondo sotto un unico culto, nel caso che andiamo ad analizzare nasce anche e soprattutto dalla disperazione e dalla sofferenza scaturita dall'attentato alle Twin Towers di New York, al quale i Manowar dedicano il secondo singolo estratto dall'album, "An American Trilogy", uscito nell'agosto 2002. All'interno troviamo tre brani simbolici che parlano di libertà e di riscatto civile, tre ballate intime e nostalgiche che altro non sono che strazianti dediche a New York (e più in generale agli U.S.A.), in quel momento colpita al cuore e ancora sconvolta dalla piaga del terrorismo. Una città dilaniata nell'animo, che poi è la stessa città dei membri dei Manowar, i quali in questo lavoro esprimono tutto il proprio odio nei confronti del nemico, degli assassini che hanno spezzato centinaia di vite innocenti, e lo fanno innalzando in cielo la bandiera a stelle e strisce, come si può notare dall'art-work (che riprende un particolare della cover di "Warriors Of The World") sul quale sfuma la foto della band (la stessa che ritroviamo all'interno del booklet dell'album accanto ai ringraziamenti) avvolta dai colori blu, rosso e bianchi, colori e sfumature simbolo di speranza e di libertà, di pace e fratellanza. Gli inni patriottici, in questo contesto, la fanno da padrone, in quello che risulta essere il singolo più pacato mai immesso sul mercato dai nostri cavalieri di Auburn.

An American Trilogy

"An American Trilogy (Una Trilogia Americana)" è una famosissima ballad del 1971 scritta da Milton "Mickey" Newbury, cantautore statunitense attivo dalla fine degli anni 60 fino alla morte avvenuta proprio nel 2002, mentre i Manowar stanno preparando il disco "Warriors Of The World". I nostri decidono di omaggiare un grande della musica popolare americana, che tanto ha dato, artisticamente, al suo paese e tanti pezzi ha scritto per artisti importanti , tra i quali Johnny Cash, Roy Orbison, Ray Charles, B.B. King. Il brano di cui stiamo parlando ha scalato le classifiche americane all'epoca della sua uscita, restando in vetta per parecchie settimane, senza però mai uscire dai confini della nazione, almeno fino a quando il grande Elvis Presley non ne fece una cover l'anno seguente, il 1972, rendendolo famosissimo in tutto il mondo. La popolarità raggiunta da questo pezzo, dal quel momento in poi, è talmente ampia che ormai è da tutti considerato un canto popolare della storia degli U.S.A.. L'orgoglio ferito di New York dopo l'attentato alle torri e la morte di uno dei massimi rappresentanti della musica country, spingono i Manowar a omaggiare entrambi con un'unica simboli canzone, e anche piuttosto riuscita. Il brano è assai importante per ogni americano, visto che riprende le mansioni quotidiane della provincia rurale, sotto forma di canto religioso, ed Eric Adams, da grande interprete qual è, riesce nell'impresa di riprodurre una sorta di nenia e di porsi all'ascoltatore come un pastore o un sacerdote. Joey DeMaio esegue degli accordi di basso altamente metallici, e subito Eric Adams dà inizio al rito religioso, cantando di ritrovarsi in mezzo alla terra del cotone, ovvero tutti i campi nei quali si raccoglieva il cotone e dove la maggior parte dei poveri (soprattutto di colore) lavorava con fatica all'epoca del colonialismo. Ma vecchi tempi non sono stati dimenticati e fanno ancora parte della tradizione americana, le ferite aperte in antichità ancora oggi fanno male e riecheggiano nell'aria le grida di quei soprusi e della schiavitù. La regione delle Dixieland ancora oggi viene ricordata con nostalgia ed amore, in quanto era la regione del sud-est degli U.S.A., protagonista della guerra di secessione (1861 - 1865) che vedeva l'unione di alcuni Stati (Alabama, Mississipi, Florida, Okhlaoma, Tennesse, Texas, Virgina, Lousiana e altri) congiunti sotto il nome di Stati Confederati d'America. Luoghi dove la maggior parte dei neri veniva agglomerata creando intere aree dove il popolo di colore potesse vivere, dando poi modo di sviluppare la cultura africana e fonderla con quella americana, contribuendo alla nascita di culture ben distinte che abbracciano diversi settori, da quello lavorativo a quello culinario, da quello spirituale a quello artistico, che all'inizio del XX secolo vide appunto la nascita del jazz e del blues, i generi prediletti da queste regioni. La seconda strofa assomiglia un canto gospel, uno di quelli che un secolo fa accompagnava i lavoratori durante il lavoro nei campi, fatto di cori delicati e molto orecchiabili, Adams è liturgico, molto delicato, sommerso dai cori, quando ripete che vorrebbe ritornare nelle Dixieland, la terra di tutto il popolo americano di oggi, dove vorrebbe vivere e vorrebbe morire. La band, nonostante il suono metallico, non stravolge la delicatezza e il sentimento religioso che si percepiva nell'originale, perciò esegue il pezzo con tatto e maestria, rispettando il suo significato e tutto ciò che evoca. Si nota subito che è un canto sentito, feriti dal terrorismo e dai cari perduti ne crollo delle torri. Columbus diventa più forzuto, Karl Logan accenna qualche riff violento ma subito stoppato e Adams grida "Hallelujah" (traslitterazione di una parola ebraica che significa "Pregare Dio") con grande dignità, che altro non è che il semplice ritornello, sorprendendo i fans dei Manowar che mai si sarebbero aspettati un cover del genere, tuttavia entusiasmante e ben interpretata dalla band, qui nell'atto di glorificare i martiri della guerra ed il sacrificio delle povere vittime degli attentati. Il nuovo verso è basato sulle malinconiche note di piano suonato dal bassista, che rendono il momento ancora più aulico, nel quale si assiste al funerale di un brav'uomo, uno di quei lavoratori che tanto hanno patito nei campi, sotto il sole cocente o sotto la pioggia che ogni tanto affoga quelle terre, ma noi lo possiamo interpretare anche come il funerale dei morti alle Torri Gemelle, schiacciati dalle macerie. E' lutto nazionale, eppure la speranza è dietro l'angolo, basta andarle incontro, ed allora il momento di tristezza sembra svanire, la pace ora è in mezzo al popolo e la benedizione è giunta dall'alto. L'animo metallico del gruppo fuoriesce proprio nella coda finale, dove gli strumenti cominciano a farsi sentire (assieme ai cori epici), e sembra di assistere a una parata militare in onore dei caduti, ricordandoci che tutto ciò è scaturito dalla sofferenza per le vittime dell'11 settembre. Insomma, da canto religioso, questo pezzo si trasforma in canto di libertà e speranza, un canto quasi antireligioso, contro i terroristi islamici.

The Fight For Freedom

"The Fight For Freedom (La Lotta Per La Libertà)"  è una ballata intimista e nostalgica che punta dritta al cuore. Il pezzo è dedicato alle vittime dell'11 settembre 2001, si palesa quindi come un canto di libertà ma anche di vendetta, che tocca corde profonde. L'aria struggente e disperata è sottolineata dalle cupe tastiere suonate da DeMaio, mentre la voce delicata di Eric Adams, che sa alternare sapientemente enfasi demoniaca a morbidezza angelica, si inserisce all'interno di questa atmosfera rilassata come fosse una suadente preghiera, nel rispetto delle migliaia di morti causate dal terrorismo di matrice islamica. Non trapela odio in questo contesto, ma soltanto pena e crudeltà, come se i nostri non capissero bene il perché di tanta cattiveria. Nell'aria si sente un suono che svetta da lontano e che proviene dal mare, ma non è palese a tutti, perché bisogna aprire il cuore per sentirlo e farlo proprio: è il suono della libertà, onorato dalla memoria di tante vite spezzate; è un suono per pochi, per i puri, per coloro che rispettano il mondo e le sue leggi. L'atmosfera si surriscalda, il tocco delle campane, i piatti della batteria che rimbombano come tamburi, tutto serve a evocare una parata militare in onore delle vittime. Il bellissimo ritornello scalda i cuori di tutti, tanto è bello e raffinato e si memorizza sin dal primo ascolto. Karl Logan esegue un riff graffiante, Columbus accelera il passo, rafforzando la base, irrobustendo il tutto. La libertà è rappresentata dalle aquile che volano in cielo, si spostano dalle montagne per poi scendere in picchiata sul filo dell'acqua degli oceani; dunque anche l'uomo dovrebbe prendere esempio e liberarsi dalle catene che lo opprimono, cercando e lottando per ottenere la vera libertà, ma uniti si può tutto, basta solo volerlo. Si prosegue potenziando la strofa con tutta la sezione ritmica e con l'aggiunta dei cori che da questo momento in poi non abbandoneranno più la canzone. Ogni uomo può essere re, poiché questa sarebbe la vera democrazia, la vera uguaglianza, così bisognerebbe vivere per i secoli a venire, sotto il vessillo della libertà. Dopo il secondo ritornello troviamo un bridge fantastico, costruito su un riff potentissimo e dannatamente epico, infrangendo, anche se solo per poco, la morbidezza del brano. Qui Adams si rivolge al proprio popolo, non solo quello americano, non solo quello dei metallari, ma a tutti quanti, a tutte le persone pure di cuore, e grida loro di restare uniti, di alzare la mani al cielo, di marciare per la vittoria intonando questa canzone. Un pezzo bellissimo, profondo e dall'aria spensierata, morbido e costruito su liriche che lanciano un messaggio importantissimo, seppur la estenuante ripetizione del refrain nella fase finale ne stempera i toni, ma almeno, facendo in questo modo, le parole di libertà e speranza entrano nella mente e lì restano scolpite per sempre.

Nessun Dorma - Orchestral Version

"Nessun Dorma - Orchestral Version", è la famosissima romanza tratta dalla Turandot di Giacomo Puccini, opera lirica in tre atti scritta negli anni 20 del 1900 e presentata per la prima volta nel 1926 a Milano. I Manowar, che da sempre sono legati ai propri fans e da sempre li omaggiano con brani a loro dedicati (come abbiamo avuto modo di analizzare nelle nostre recensioni), questa volta si cimentano in qualcosa di inedito e di sorprendente, dedicato proprio a noi italiani. Questa è la versione orchestrale dell'aria, perciò Eric Adams si fa da parte, non è più lui il protagonista ma sono gli strumenti, specialmente gli archi, merito dell'arrangiamento orchestrale rielaborato in studio da Joe Rozler. L'opera di Puccini, scritta assieme a Renato Simoni e Giuseppe Adami tra il 1920 e il 1925, è ambientata a Pechino in un tempo immaginario e narra della figlia dell'imperatore Turandot, promessa in sposa dal padre a uno dei pretendenti di sangue reale che sia riuscito a risolvere tre enigmi difficilissimi. Colui che non riuscirà a rispondere correttamente agli indovinelli dovrà essere decapitato, mentre soltanto il vincitore potrà aspirare ad avere la sua mano. Il nome del principe trionfatore è Calaf, ed egli all'inizio dell'ultimo atto della tragedia, intona la famosissima aria, immerso nella notte, in totale solitudine e prima dell'alba, mentre aspetta di potersi dichiarare alla propria amata dal cuore di ghiaccio. Il testo è una dichiarazione d'amore nei confronti della principessa, chiusa della sua stanza a guardare le stelle in cielo aspettando di conoscere il nome del vincitore della gara, ma il mistero è ancora avvolto nella notte e sarà rivelato al dissolversi del buio. La cosa interessante da notare è che la romanza può essere considerata come la prima forma di canzone moderna, tanto che è composta da una voce solista e si basa su una struttura che alterna strofa e ritornello. Molto commovente e emotivamente potente anche solo in versione strumentale. Momento sicuramente intimista della band, che ripercorre una delle sue canzoni più celebri e che li ha fatti salire di diritto nel trono degli immortali; non è per niente facile infatti affrontare qualcosa come il blocco lirico, una musica così complessa e fuori da ogni contesto che il Metal possa ricordare. I Manowar però decidono e decisero ai tempi di sfidare la sorte proponendo questa meravigliosa cover, ed uscendone come sempre vincitori. Se la versione condita dalla voce di Adams risulta essere muscolosa ed aulica, qui percorriamo il setoso filo della strumentale, ci godiamo ogni singolo tassello della musica senza preoccuparci di niente, affondando le mani nel genio di Puccini, e ringraziando la band per avercelo portato qui di fronte ai nostri occhi. Una saggia scelta che viene premiata con una atmosfera fuori dal comune, un momento di purezza sonora che rimarrà negli annali; certo, molti sindacheranno su quanto non possa essere propriamente corretto che una band che parla di battaglie, cavalieri ed onore si cimenti con qualcosa di così "candido", come la musica lirica. Ed invece nostra opinione è che i Manowar si siano voluti semplicemente mettere alla prova, confezionando qualcosa che, innanzitutto è godibile in entrambe le versioni, e che successivamente risulta essere veramente coinvolgente e mai sopra le righe, ma sempre con il rispetto di fondo che questa musica merita.

Conclusioni

Così come l'album "Warriors Of The World", anche il singolo "An American Trilogy" mette in evidenza tutto il patriottismo e l'ira che affiorano nell'anima dei quattro musicisti alla luce dell'attentato alle Torri gemelle dell'anno precedente, ma qui il sound generale è totalmente differente dal primo singolo, quel "Warriors Of The World United" che faceva presagire un disco potentissimo, guerrafondaio e molto epico, cosa poi rivelatasi non veritiera e abbastanza deludente. Tuttavia, specie in questo esiguo lavoro che abbiamo appena analizzato, si denota il tronfio orgoglio di stampo americano, una nazione ferita dalla piaga del terrorismo e spaventata, confluito proprio nella musica della metal band più goliardica per antonomasia. Probabilmente, proprio perché spinto dalla paura dello straniero, dal clamore suscitato dall'attacco terroristico e dal momento di terrore in cui vive il mondo intero, il suddetto singolo vende tantissimo in America, quasi quanto quello che lo aveva preceduto, e così i Manowar possono garantirsi una pubblicità enorme, che va tutta a loro vantaggio. Certo è che la band non ha ragionato con la testa (almeno si spera) ma più che altro col cuore (ed io ne sono sicuro), confezionando ben due cover (cosa che nessuno si sarebbe mai aspettato da loro) che trattano di ricerca della verità e dell'affermazione dei propri ideali, in fin dei conti gli stessi temi affrontati nei brani firmati Manowar ma visti da un'altra prospettiva. La rivisitazione di "An American Trilogy", un pezzo di Mickey Newbury del 1971, è sicuramente buona e molto sentita dai singoli musicisti ma, nonostante la popolarità e la bellezza del brano originale, di certo non risulta essere un lavoro per cui strapparsi i capelli. Comunque per essere il singolo più pacato della storia manowariana, bisogna ammettere che il risultato è molto buono, proprio perché pensato per evocare emozioni intense, la nostalgia e la tristezza che hanno colpito tutti noi in quel dannato 11 settembre 2001. Se su questo singolo la forza dell'introspezione funziona, nell'album dal quale sono tratte queste tre tracce tutto va a naufragare a causa di una immobilità snervante che aleggia in "Warrioris Of The World", un disco farcito di troppe ballads e suddiviso in due brutti blocchi, uno lento e un altro (e meno corposo) vigoroso. Una struttura più snella avrebbe giovato di certo all'ascolto dell'opera, magari alternando tracce lente (che comunque sono troppe) a quelle dinamiche (che sono troppo poche e identiche tra loro). Comunque, non solo l'album, ma anche questo breve lavoro vengono accolti benissimo dal pubblico, soddisfacendo la maggior parte dei fans della band. Nel disco ci sono dei difetti sui quali non si può passare sopra, ci sono dei limiti che non possono essere ignorati, ma in "An American Trilogy" (disponibile anche in vinile porpora e limitato a 1000 copie) si sente tutto il trasporto della band più rumorosa al mondo nei confronti delle vittime di questa crudele società, e perciò va bene così. Bisogna lasciarsi cullare dalle affascinanti melodie e dai toni pacati che avvolgono le note, pensare alle terribili vicende narrate, ai morti di tutti gli attentati terroristici, agli innocenti che hanno perduto i propri cari, al significato di "religione" e di come si può combattere la cattiveria e la follia umane. Le riflessioni le lascio a voi.

1) An American Trilogy
2) The Fight For Freedom
3) Nessun Dorma - Orchestral Version
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