MANOWAR

All Men Play On 10

1984 - Ten Records

A CURA DI
ANDREA CERASI
20/02/2016
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Il 1984 è un anno ricco di eventi per i Manowar, in primavera l'interruzione del tour europeo per motivi personali del manager, in estate l'uscita del miracoloso "Hail To England" e dunque il rientro in studio, nell'autunno dello stesso anno, per completare la trilogia epica che ha cambiato la storia di un genere. Già, perché la tripletta "Into Glory Ride", "Hail To England" e "Sign Of The Hammer" ha cambiato veramente i connotati dell'heavy metal americano, dando una nuova veste al metallo classico, rivelando un "look" inedito e diffondendo delle coordinate musicali precise che certamente non scendono a compromessi con niente e nessuno, coordinate che si distaccano profondamente da quelle di scuola inglese la quale, tra l'altro, proprio in questo periodo comincia a perdere in termini di interesse per lasciare spazio alla supremazia americana e tedesca. I lavori per il quarto album della band di New York iniziano nell'agosto 1984, subito dopo il grande successo di vendite e di critica raccolto dal precedente disco, e non si fermano fino all'inizio dell'autunno. Due mesi intensi, faticosi, senza pause, che impegnano i nostri nella stesura e nella composizione di otto possenti brani piuttosto lunghi ed epici. Il nuovo contratto con la Ten Records accontenta i giovani musicisti, anche se l'etichetta vive per soli due anni e mette sotto contratto pochissime band, tra cui i Warrior di "Fighting For The Earth", altro gioiello di U.S. power metal pubblicato nel 1985 e divenuto un piccolo cult. I motivi che spingono i nostri a firmare per una casa di produzione così piccola e indipendente restano sconosciuti e a pensarci bene è un rischio clamoroso al quale i Manowar vanno incontro, rischiando di non vedere diffuso nei negozi di musica il nuovo scintillante prodotto. Tuttavia, la Ten Records (che in seguito verrà acquisita dalla Virgin) si comporta bene, garantendo visibilità e pubblicità, stanziando persino un discreto budget per la produzione. Per sondare il terreno, a metà settembre esce il singolo che anticipa l'album: una cover-art tanto semplice quanto efficace vede il logo della band stampato su un baule di cuoio nero chiuso da fibbie in metallo dentro cui troviamo due brani di puro e bellicoso acciaio. Il titolo è "All Men Play On 10", pezzo scritto proprio in omaggio alla casa discografica e contenuto nel lato A, seguito dalla mastodontica semi ballad "Mountain" del lato B.

All Men Play On 10

"All Men Play On 10 (Tutti Gli Uomini Puntano Sul 10)" è un brano piuttosto classico, dove l'epicità, in fase di scrittura, viene per un momento accantonata anche se è recuperata dalle atmosfere che rimandano al barbarico "Into Glory Ride", l'introduzione è da brividi, Scott Columbus è possente dietro le pelli, mentre la chitarra di Ross "The Boss" scalcia attraverso un riffing serrato e deciso a lanciarsi in una corsa fuoriosa, sempre sotto il vigile controllo di un DeMaio dal basso potenziato che si erige al di sopra di tutti gli altri strumenti. L'andamento è cadenzato, ciò dona maggiore epicità al pezzo, poi il tutto si smorza e resta solo la batteria a supportare l'imponente voce di Eric Adams che divora le strofe fino a giungere al lungo e strabiliante pre-chorus dotato di una piacevole intensità melodica e costruito su linee di basso davvero fenomenali. Il refrain è semplice ma dal giusto appeal, dove emergono cori a supportare il vocalist e a donare alla traccia una particolare forza indomita. Eppure risulta una canzone a modo suo strana, basata tutta sulla versatilità di Adams e con una sezione ritmica piuttosto cauta, ed è ancora più particolare il fatto che sia stata scelta come opening track dell'imminente album "Sign Of The Hammer", un'opera scatenata e formata da cavalcate epiche dalla potenza devastante. Il brano però funziona, è fresco e ben prodotto, cantato divinamente da quello che forse è il più grande cantante heavy metal di sempre, sempre pronto a scatenarsi con urla e acuti agghiaccianti, come troviamo al termine di ogni ritornello e che fomentano non poco. Emerge Ross "The Boss" che si lancia in un sensuale assolo che prende quasi tutta la seconda parte della canzone, per poi lasciare spazio, ancora una volta, alla coda formata da cori animaleschi, rasoiate di basso (modificato per l'occasione) e rullate di batteria. In definitiva, una traccia molto semplice e di breve durata, costruita su un testo che è più che altro un omaggio all'etichetta discografica e, allo stesso tempo, un modo per ironizzare sulla rischiosa scommessa che ha portato i nostri a firmare per la stessa. Tutti gli uomini puntano sul dieci, come se si trovassero in un casinò a giocare alla roulette, sperperando migliaia di dollari. Eppure sono fomentati, i cori da stadio li incitano a puntare e a correre il rischio, le orecchie infuocate, gli occhi iniettati di sangue, l'adrenalina in corpo, tutto pur di vincere la scommessa. Le grida del pubblico sono pura musica per un giocatore.

Mountains

Si passa al lato B con il capolavoro "Mountains (Montagne)", introdotto da accordi di basso, un basso metallico che somiglia molto a una chitarra elettrica e che potrebbe confondere l'ascoltatore. In effetti, Joey DeMaio sperimenta tantissimo nel nuovo disco, costruendosi addirittura un basso dalle corde ravvicinate per simulare il suono di una chitarra e avere maggiore agilità e che metterà in risalto nelle strumentali "Black Arrows", già ascoltata in "Hail To England" e "Thunderpick", contenuta in "Sign Of The Hammer". Sovrastando appunto le linee di basso, arriva Eric Adams carico di pathos che intona la prima magica quartina, dal sentimento profondo e carica di romanticismo, pronta ad esplodere dopo un minuto e mezzo di estasi, quando la sezione ritmica si potenzia con Columbus in prima linea e Ross "The Boss" che impenna la sua chitarra con rasoiate affilate ma controllate, poiché la velocità è sempre cadenzata, incentrata più sull'atmosfera epica che sulla foga. Si giunge subito al ritornello, ed è un ritornello complesso, abbastanza lungo e articolato, dotato di una melodia sublime ed evocativa sostenuta da cori battaglieri che sembrano usciti dal film "Conan". Si ritorna su ritmi queti, Eric Adams declama la seconda strofa sulle note di basso di DeMaio che effettua particolari suoni e arpeggi effettati mai uditi prima, prima di giungere al secondo refrain, dove il singer alza ancora di più il tiro per poi sfumare nel break centrale dove assistiamo all'incantevole dialogo tra chitarra e basso strutturato da ritmi sopiti dove il bassista si cimenta in brevi e strani assoli che cullano l'ascoltatore per poi lasciare spazio al solo di chitarra, che altro non è che preludio alla tempesta che si scatena poco dopo con gli immancabili acuti spacca-timpani di un Adams e incredibilmente eroico, il quale prosegue replicando il ritornello, tra urla, acuti, scale e contornato da cori epici che sfumano con un soffio di vento. Mountain è uno dei migliori brani mai composti dai Manowar e non solo, un tripudio di acciaio che si tinge di poesie e di delicatezza, intriso di mitologia e di magia. Un inno alla volta celeste, alle nuvole, alle cime delle montagne, dove l'altezza è sinonimo di fierezza e di libertà. Un al di là che accoglie i guerrieri morti in battaglia, gli eroi caduti sul campo e accolti tra le braccia degli Dei del cielo. Il cielo viene sorvolato soltanto dagli uomini liberi, coloro che sono in grado di scalare le montagne e di volare come aquile per raggiungere la grandezza e l'immortalità. Per diventare eroi bisogna essere come montagne, cioè erigersi a giganti di pietra, irremovibili, insuperabili, che toccano vette che soltanto pochi raggiungono, è una sfida con se stessi ma il premio è alto e vale la pena tentare. Dunque, una power ballad toccante, un inno alla libertà e al trionfo. Un capolavoro assoluto.

Conclusioni

La Ten Records mantiene le promesse, smerciando in tutto il globo questo singolo, succulento preludio al magnificente "Sign Of The Hammer". Le vendite non tardano ad arrivare e migliaia di fans si ritrovano tra le mani un piccolo e brevissimo gioiello, anticipazione del disco in preparazione. La produzione, non brillante ma ottima, soddisfa un po' tutti e mette in chiaro che il basso di DeMaio avrà, nel futuro full length, un ruolo decisamente predominate. Due brani colossali, uno più classico l'altro più melodico ma dotati entrambi di una fortissima epicità, due mid-tempo che ricalcano le coordinate dei precedenti lavori targati Manowar ma che ne sono un ulteriore sviluppo. A questo punto, i fans sentono già odore di capolavoro, il terzo di fila (o il quarto con "Battle Hymns", a seconda dei punti di vista), pronto a chiudere una delle trilogie metal più belle degli anni 80, fino al cambio di stile di "Fighting The World" che inaugura un nuovo percorso per la band, alla faccia della cosiddetta immobilità stilistica di cui sono stati sempre tacciati i nostri guerrieri amercani. Tirando le somme, un singolo favoloso, intenso, a tratti poetico, a tratti roccioso, e la cosa che sbalordisce di più è che entrambe le tracce sono tra le meno considerate della discografia manowariana, letteralmente sepolte dalle perle che incontreremo nell'imminente album e che entreranno a far parte della storia dell'heavy metal. Gioielli come "Thor (The Powerhead)", "Guyana (Cult Of The Damned)" o "Sign Of The Hammer" diventeranno leggendarie, oscurando quelle appena recensite, simbolo della grande ispirazione di cui gode la band in questo periodo. Dunque, slacciate le fibbie di acciaio e alzate il coperchio del baule, sbirciate dentro, prendete in mano questo bellissimo singolo e dategli una bella rispolverata.

1) All Men Play On 10
2) Mountains
correlati