MALEVOLENT CREATION

Live Death

1994 - Restless Records

A CURA DI
ANDREA FUMAGALLI
07/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

Ci ritroviamo oggi tra le mani uno split composto da varie esecuzioni live di quattro gruppi estremamente importanti in ambito estremo. "Live Death", questo il nome del prodotto (rilasciato dalla "Restless Records") ed in ordine di "scaletta" - come detto pocanzi - troviamo infatti quattro apparizioni di tutto rispetto: parliamo di gruppi come Suffocation, Malevolent Creation, Exhorder ed infine i Cancer; la cornice adibita a contenere questo mega concerto è quella del "Milwaukee Metalfest" del 1994, manifestazione a cui i Nostri alfieri dell'acciaio pesante vennero chiamati contemporaneamente a partecipare. Ognuno di questi gruppi è stato a suo modo importante per il filone più pesante del metal, lo si evince già leggendo i nomi citati. Gruppi come gli Exhorder o Cancer hanno saputo gettare le basi dei loro rispettivi generi, gli uni iniziando a presentare quel Groove pesante e distruttivo che avrebbe fatto poi la fortuna di gruppi come i Pantera, i secondi invece estremizzando il thrash metal sino a renderlo qualcosa di talmente aggressivo da non poter essere più considerato come tale; altri gruppi come i Malevolent Creation ed i Suffocation hanno da una parte ben teorizzato il "nuovo" genere, e dall'altro (come nel caso dei Suffocation) hanno addirittura ed ulteriormente estremizzato il Death metal stesso, creando assieme ad altri gruppi come i Cannibal Corpse il filone del Brutal Death Metal. Cerchiamo quindi di seguire il bill del festival e di fornire una panoramica veloce di ogni band coinvolta. I primi a comparire con due pezzi estratti dal debutto "Effigy of the Forgotten" sono i Suffocation.  La band si forma a New York nel 1988, e due demo precedono il debutto discografico sopracitato, vale a dire "Reincremated" e "Human Waste". La primissima formazione conosciuta della band vedeva Mike Smith dietro le pelli, Josh Barohn al basso, Doug Cerrito e Terrance Hobbs  alle asce ed alla voce Frank Mullen, con la sua putrida ugola. Sicuramente le due demo fecero sin da subito scalpore e si presentarono come due prodotti incredibilmente estremi, ma fu con il debutto "Effigy of the Forgotten" che i Suffocation compirono il passo decisivo. Nel 1991, presentarsi con un album come "Effigy.." fu effettivamente un qualcosa di dirompente: il Death Metal stava prendendo significativamente piede, ed ecco che arriva un disco che estremizzava ancora di più il genere, tramutandolo in un qualcosa di ancor più pesante ed al contempo tecnico.  Due anni dopo il gruppo diede vita ad un altro disco e cioè "Breeding the Spawn", dove al posto di Josh Barohn troviamo Chris Richards. Il disco venne penalizzato da una registrazione eccessivamente lo-fi, ma tenendo anche conto della proposta estremamente complessa del gruppo, il contenuto del album fu in ogni caso di qualità. Si arriva quindi a questo split datato 1994. La formazione proposta vede fra le sue fila Doug Bohn in sostituzione di Mike Smith alla batteria, Chris Richards al basso e la permanenza delle storiche asce di Terrance Hobbs e Doug Cerrito, nonché la presenza di quella bestia di Frank Mullen. Secondo gruppo, altro nome altisonante. I Malevolent Creation, nel 1994, avevano già dato alla luce tre dischi. Il debutto "The Ten Commandments", targato 1991, aveva portato l'attenzione sul quintetto floridiano: elementi caratteristici del disco erano il drumming devastante di Mark Simpson, i riff duri e crudi di Phil Fasciana e Jeff Juszkiewicz nonché l'abrasiva voce di Brett Hoffmann. I devastanti pezzi di quell'album, nonostante fossero ancora pesantemente influenzati dal thrash metal ottantiano, seppero lasciare il segno tra i seguaci di questo nuovo e bestiale genere all'epoca in via di definitiva teorizzazione, ovvero il Death Metal. Dopo l'ottimo debutto, la band non stette certo con le mani in mano: sfornarono infatti, subitamente, il disco più importante della loro carriera, e cioè "Retribution".  Un disco che cominciava a risentire già meno delle varie influenze Thrash Metal, virando in maniera decisa verso il Death Metal più infernale, e che comportò anche cambi di line up piuttosto importanti. Ed ecco che nel 1993 arrivò poi "Stillborn", un disco che pur essendo apprezzabile non spiccò mai il volo, un disco che forse i Malevolent Creation avrebbero potuto realizzare meglio, per potersi affermare definitivamente nell'olimpo Death Metal a stelle e strisce, dove comunque sono collocati di diritto grazie ai capolavori dei primi anni ed a ottimi dischi successivi. Che poi, come già detto nella recensione ad esso dedicata, la scarsa qualità (a livello di produzione) di "Retribution" non fu certo colpa della band, visti tutti i problemi avuti con l'etichetta. La formazione con la quale il gruppo si presenta in questo split è dunque la seguente: Phil Fasciana Jon Rubin alle chitarre, Bret Hoffmann alla voce, Jason Blachowitz albasso ed Alex Marquez alla batteria. Posizione numero tre: la storia degli Exhorder è parzialmente diversa e forse è una storia meno fortunata rispetto a quelle dei precedenti gruppi. Se parliamo degli Exhorder non parliamo infatti di Death Metal; possiamo parlare di un Thrash Metal che può aver influenzato il Death Metal senza ombra di dubbio, ma anche di uno stile che ebbe il suo notevole peso più su altri gruppi, scollegati dal Death, come i già citati Pantera. Nella loro breve carriera (che durò neanche una decina d'anni), il gruppo diede vita a due dischi: il primo di questi, "Slaughter in the Vatican", andò  a chiarire bene la direzione intrapresa  dai Nostri, presentandoci delle esplosioni di violenza e riff più monolitici e grooveggianti che "ordinari", a livello di Old School Thrash. Espedienti conditi anche da un cantato non per forza gutturale od estremizzato, in sostanza uno stile  che verrà poi ripreso dagli stessi Pantera, i quali sono stati e sono tutt'oggi criticati dai fan degli Exhorder proprio per aver preso eccessivamente spunto dallo stile della band della Louisiana, senza mai aver reso un omaggio particolare a quest'ultima. Polemiche presto spente dagli Exhorder stessi, i quali si sono sempre dichiarati fan dei Pantera ed hanno più volte detto di apprezzarli, nonché di non considerarli delle loro copie. Due anni dopo "Slughter in the Vatican" i nostri si presentarono sul mercato con "The Law", album in cui troviamo la formazione che inciderà lo split di cui parliamo; quella composta da Kyle Thomas alla voce, Jay Ceravolo e Vinnie LaBella alle chitarre, Frankie Sparcello al basso e Chris Nail alla batteria. Posizione numero quattro, ultima ma non certo per importanza: giungiamo quindi a parlare dei Cancer.  Il gruppo, originario del Regno Unito, si formò nel 1987, e senza ombra di dubbio possono essere annoverati (a tutti gli effetti) tra i padrini del Death Metal, assieme a band come i Possessed. Il loro debutto, "To the Gory End" venne pubblicato nel 1990 e rifletté appieno la tendenza del momento: un drumming martellante e fuorioso, riff di chitarra compatti, sempre influenzati dal Thrash (come avveniva per i Malevolent Creation) ed una voce abrasiva, vero e proprio obbligo per tutti coloro che volevano approcciarsi a "futuro" Death Metal.  Un anno dopo giunse il seguito discografico del debutto, vale a dire "Death Shall Rise" con cui il gruppo confermò le ottime impressioni destate con il "To The Gory..".  Nel 1993 arrivò poi il terzo disco, "The Sins of Mankind"  ulteriore conferma del talento dei Nostri. La formazione del disco è anche qui, come per gli Exhorder, quella che appare sullo split, ed è quindi composta da Carl Stokes alla batteria, John Walker alla voce e alla chitarra, Barry Savage alla chitarra solista e Ian Buchanan al basso. Fatte le dovute premesse, tuffiamoci ora in questo nuovo lavoro.. a metà fra una recensione ed un vero e proprio Live Report!

Jesus Wept

Si comincia alla grande con i Suffocation ed il primo brano che essi ci presentano, vale a dire "Jesus Wept (Il Pianto di Cristo)". Chitarroni ben massicci e violenti aprono il concerto in maniera secca e diretta, facendoci subito capire cosa ci aspetta. Il riff iniziale è tagliente e pesante, e dopo poco viene immediatamente sostenuto da una batteria scalpitante, la quale inizia subito a disegnare un veloce tupa-tupa, come da "copione" in determinati casi. Inizia la strofa e fa la sua comparsa la cavernosa voce di Frank Mullen, un'entrata inscena che inasprisce il contesto, di fatto  aumentando la velocità del tutto. Una velocità comunque spezzata occasionalmente da stracchi di chitarra, anche se non preponderanti per ciò che concernerebbe un vero rallentamento. Tutto questo fino a quando non si arriva al primo "vero" stacco, dove una buona trovata a livello di timing ci porta ad una sezione più arzigogolata, la quale precede una ripartenza dove ancora una volta è la voce di Mullen a farla da padrona. Dopo un altro rallentamento si arriva ad un'altra fase, batteria anche qui complessa e a seguire due fulminei assoli di chitarra, dissonanti e minimali, che ci portano quindi alla fine del pezzo. Un vero e proprio inizio col botto, capace di farci vedere subito di cosa i Nostri siano capaci. Il testo, come da quasi tradizione (e ci rivolgiamo soprattutto a chi mastichi appieno i generi estremi), viene è incentrato sulla critica alla religione cristiana ed in generale a tutte le religioni. La prigionia del culto tiene le menti degli uomini sotto controllo, quest'ultimi credono perché hanno  paura di morire e non certo per nutrire il loro spirito. Sono pecore obbedienti e sottomesse, così facendo non si rendono conto di essere dapprima prigionieri di loro stessi e successivamente di una masnada di imbroglioni che, con la scusa della "santità", li tengono nelle loro mani. La dura realtà è un'altra: né paradiso né inferno, dopo la morte si troveranno ridotti in polvere senza poter conquistare la tanto desiderata vita eterna, un'illusione bella e buona. Quel che ci aspetta è l'essere ridotti in cenere dal rito di cremazione, mediante il quale il nostro corpo verrà adagiato in un'urna funeraria. Non vedremo luci in fondo al tunnel, la nostra vista verrà coperta da nuvole nere, dal nulla. I famigliari piangeranno i loro cari, rendendosi conto di quanto le preghiere risulteranno inutili. Piangere e supplicare Dio non servirà a riavere indietro chi non c'è più.

Infecting the Crypts

Senza indugi ci apprestiamo dunque ad ascoltare il secondo ed ultimo brano dei Suffocation, ovvero "Infecting the Crypts (Infettando le Cripte)". Ancora una volta tocca alle chitarre aprire il pezzo, il quale prende vita immediatamente, mentre la velocità di esecuzione viene aumentata progressivamente, per fornirci ancor di più una sensazione di incombente violenza. Tutto questo fino al magistrale e pesantissimo stacco di chitarra che precede la prima strofa, la quale nella sua prima parte risulta essere invece lenta e cadenzata. Ecco però che la velocità ricompare, subito dopo un altro stacco di chitarra: la band si getta in un'altra sezione più veloce che ci porta quindi ad un'ulteriore accelerazione, frangente in cui i riff di chitarra si fanno più complessi e fantasiosi. I blast Beat fulminei non fanno altro che rendere ancora più ossessivo il pezzo fino ad arrivare ad un break dove invece emerge tutta la pesantezza della band e del growl di Mullen, fino ad ora abilissimo ad incarnare con la sua voce i vari momenti del brano. Ecco quindi che si dà il via agli assoli, ma dopo poco si riprende uno dei riff iniziali, per arrivare ad un nuovo stacco, anche questo pesantissimo, dove il gruppo "piega" letteralmente in favore di una violenza senza quartiere, anche grazie anche ad una batteria che, seppur "dritta" e magari non dedita a dinamiche imprevedibili, in questa fase, fa il suo dovere malmenando tutto e tutti. Giungiamo quindi ad un intermezzo nel quale non si accenna a voler diminuire il carico di violenza, per poi riprendere il precedente riff già udito ed arrivare al conosciutissimo stacco di basso, al quale segue un'ultima, definitiva sfuriata. Il testo, più criptico del precedente, si riduce ad un macabro racconto dove si narra di una profanazione ai danni di antichi sepolcri. In piena tradizione Brutal Death Metal ecco a voi parole disgustose che non ci portano da nessuna parte ma che vanno comunque ad acutizzare il senso di pesantezza del pezzo. Atti di decomposizione ben descritti, dipinto di un paesaggio infettato dal "morbo" della morte, "concimato" da strane sostanze. Nelle liriche si fa infatti riferimento alla riesumazione di un cadavere, il quale pare totalmente marcio ma comunque non ancora ridotto all'osso. Quel che rimane dei suoi organi interni è una poltiglia virulenta, composta da vomito e succhi gastrici, un fiotto di pura putritudine che non aspetta altro che liberarsi. La riesumazione permette dunque al corpo di "eruttare" la cosiddetta sostanza: fiotti di schifezze si riversano sul terreno, emanando un odore nauseabondo, disgustoso. Il tutto si riversa su di un terreno infestato dai vermi, arido, il quale non può ospitare altro che la morte. Insomma, delle liriche brevi e non certo importanti, ma che se non altro caricano il pezzo di notevole cattiveria e tensione.

Premature Burial

Arriva quindi il momento dei Malevolent Creation, i quali iniziano immediatamente presentandoci un brano tratto dal loro fortunato debutto, "The Ten Commandments". E' il momento di "Premature Burial (Sepoltura Prematura)": quattro colpi di rullante danno il via alle danze, facendoci capire come il cambio di gruppo non preveda certo rilassamenti o comunque "pieghe" verso un qualcosa di più tranquillo od "orecchiabile". Un riff diretto di chitarra è subito sostenuto da veloci blast beat, ed annichilisce l'ascoltatore anche prima che il gruppo si lanci nell'esecuzione della prima strofa. Questa è nella prima parte veloce, per poi arrivare pian piano a rallentare, mentre la voce di Hoffmann continua ad aggredire gli ascoltatori non perdendo neanche un grammo di crudeltà. Dopo il rallentamento, ecco che si riparte velocemente, con un drumming martellante e un veloce doppio pedale.  Si riparte con il riff portante del pezzo, sempre sostenuto da un tupa-tupa preciso, per poi arrivare (di nuovo) al noto rallentamento e dare vita ad una nuova sezione più cadenzata, che anticipa un assolo di chitarra il quale ci porta di nuovo alla suddetta sezione, prima che la chitarra solista faccia ancora la sua comparsa. SI torna al riff iniziale e ai fulminanti blast beat, prima della definitiva conclusione del pezzo.  Nelle liriche del brano il gruppo va ad immedesimarsi nei pensieri di un individuo sepolto prematuramente. Il gruppo cerca di trasmettere il senso di angoscia che poteva coinvolgere quelle persone che, in tempi anche non molto lontani, venivano sepolte vive a mo' di tortura o anche solo per grossolani e terribili errori di valutazione. Il senso di pesantezza provato da una persona chiusa in una cassa è inimmaginabile, la paura avvolge il malcapitato e gli insetti gli camminano addosso, lo sventuratissimo protagonista non può far altro che attendere la sua morte che giungerà lentamente, impazzendo poco a poco e cedendo alla follia. Non può nemmeno sperare che il trapasso giunga presto, visto che egli è ancora fin troppo lucido e percepisce che la morte è ancora lontana, anche se il suo corpo non risponde più ai comandi. Un testo che ci ricorda, per certi versi, la splendida "Buried Alive" degli inglesi Venom, originariamente contenuta nell'album - pietra miliare "Black Metal".

Slaughter of Innocence

Secondo e penultimo brano della setlist dei Malevolent, arriva il momento di "Slaughter of Innocence (Massacro di Innocenti)", contenuta in "Retribution". Ecco che il pezzo si apre in maniera questa volta cadenzata, al contrario di quanto avvenuto nel brano precedente. E proprio per mantenere intatto l'effetto "annichilimento", la prima strofa parte a tutta velocità, non risparmiando neanche un secondo. Nella prima parte abbiamo un veloce tupa-tupa di batteria, poi un furioso blast beat, proprio perché il tutto deve essere magnificamente crudo e diretto, senza troppi fronzoli. Dopo la prima strofa si arriva ad una nuova sezione questa volta più lenta e pesante, anche grazie all'incursione di un doppio pedale ragionato e ben calibrato. Ancora una volta, successivamente, la strofa, la quale viene leggermente diversificata, anche se possiamo goderci per poco la variazione, in quanto lesto sopraggiunge un assolo di chitarra, fulmineo e devastante, il quale anticipa uno stacco di basso. Dopo questo, la voce di Hoffmann con le parole "Slaughter of Innocence.." dà il via ad una sezione cadenzata e pesante. La voce emerge con decisione sull'ensemble di strumenti prima che la pesantezza del gruppo venga smorzata da una leggera ripartenza seguita da un altro assolo di chitarra. Ancora una volta si ritorna al rallentamento che anticipa un'altra strofa, che parte a folle velocità fino a condurci all'ormai nota "frenata". Ecco che si riprende a malmenare con rullante e doppio pedale, prima di concludere definitivamente il pezzo. Ancora un testo incentrato sulla violenza: difatti, nelle lyrics si descrive la personalità di un serial killer. Un individuo nato nelle oscure viscere dell'odio vaga senza meta in attesa di nuove vittime. Non ha voglia che di uccidere, ha voglia di vedere solo il sangue e di rubare l'anima ad una vittima che perseguiterà durante la notte.  Nel suo animo c'è solo odio, nessuna vita sarà da lui risparmiata. L'omicidio verrà compiuto con una lama fredda che attraverserà la pelle della vittima liberandone l'anima, che egli farà sua. Forse in senso metaforico o forse nel vero senso del termine, in quanto il gruppo sembra descriverci (anche parlando della genesi nelle "viscere dell'odio) la nascita di un vero e proprio demonio, sempre affamato di anime innocenti che assorbe per aumentare il suo potere. I metodi di "operazione" sono, però, molto umani, ed è lecito infatti pensare che si stia parlando del prototipo "ufficiale" del Serial Killer: abbandonato alla nascita, gravi problemi a relazionarsi, sofferenza dovuta all'emarginazione sociale tradotta quindi in rabbia cieca e furia, da riversare contro un mondo che egli percepisce come malvagio e crudele. Arriva dunque la fine dell'esibizione dei Nostri, i quali decidono di chiudere in grande stile, andando a rispolverare un altro capolavoro tratto dal loro debutto.

Decadence Within

 E' il turno di "Decadence Within (Decadenza interiore)", brano aperto da un primo riff di chitarra veloce e diretto, sostenuto da basso e batteria, il quale ci porta quindi alla veloce strofa. Questa è basata sempre su veloci riff di chitarra e su di un drumming furioso e martellante, vera e propria anima della band. Si ha un rallentamento nella metà di questa prima strofa, prima che il gruppo riparta a tutta velocità sino ad arrivare ad un altro rallentamento (si fa per dire, visto che anche quando "rallentano", i Malevolent Creation menano botte da orbi) che ci porta ad uno stacco di chitarra, il quale questa volta riesce a frenare decisamente il furore generale, rendendo più cupa l'atmosfera;  prima che si riparta, naturalmente in maniera devastante e scattante. Ancora una volta però fa capolino, in un bel gioco di alternanze, il famoso rallentamento, basato su un riff di chitarra anche qui diretto e pesante. Dopo questo le chitarre fanno ancora una volta la loro comparsa in veste più "furiosa" e si è dunque pronti per devastare il pubblico con un veloce blast beat, mentre Hoffman continua con la sua opera di distruzione a suon di growl devastanti. Ancora una volta, però, possiamo constatare quanto sia affidato più all'impianto strumentale il compito sostanziale di annichilire l'ascoltatore. La voce di Hoffmann fa certo la sua ottima comparsa, ma è nell'ensemble strumentale che troviamo la chiave di volta per comprendere veramente appieno la potenza della band. Notiamo come le continue alternanze di velocità e cadenza vengano di seguito "fermate" da un assolo di chitarra: dopo questo si riprende il primo riff e martellanti blast beat uniti all'urlo di Hoffmann ci portano ad una ripresa della prima strofa, la quale è seguita da nuovi blast beat e dal riff iniziale, un ensemble devastante che di fatto chiude il pezzo.  All'interno del testo, sempre con un linguaggio esplicito, il gruppo attacca i cosiddetti "poteri forti". Lo sdegno viene manifestato attraverso un testo violento, carico di negatività nella quale si descrive come gli individui della terra siano schiavi di veri e propri tiranni che, per la loro brama di potere, non fanno altro che prevaricare il prossimo e condannare l'umanità. All'interno di questo sistema i più forti riusciranno, in qualche modo, a sopravvivere mentre gli altri moriranno e troveranno nella morte sollievo per essersene andati da un sistema corrotto e malato. Quasi una continuazione delle lyrics già lette in un altro brano di "The Ten..", ovvero "Thou Shall Kill!", anche se qui non abbiamo più immagini esplicite dinnanzi agli occhi (come invece avveniva nelle liriche di "Thou..") ed i riflettori vengono accesi su una questione più "morale" ma spaventosa quanto una frenesia omicida.

The Law

Senza indugio alcuno ci apprestiamo quindi a catapultarci nella setlist degli Exhorder, il quale ci porgono un benvenuto coi fiocchi, mediante la titletrack del loro secondo album, ovvero "The Law (La Legge)". Una volta terminate le presentazioni e una volta caricato il pubblico, i riff di chitarra quadrati e potenti  possono fare la loro definitiva comparsa, travolgendo subito l'audience e mettendo a dura prova la resistenza di tutti. Non solo di chitarre pesanti e potenti, possiamo anche godere, al contempo, di un drumming monolitico ed estremamente preciso, quasi chirurgico nel suo incedere. Dopo i primi due versi ecco un cambio di riff, il drumming diventa leggermente più articolato e le chitarre continuano a macinare note coinvolgenti e pensanti, sfoggiando il Groove tipico della band della Louisiana. La voce, poi, è a dir poco stupenda, potente e limpida, riuscendo ad emerge sugli strumenti in maniera potente e definita, senza essere in alcun modo messa in difficoltà dalla potenza dell'intero ensemble. Procediamo dunque in questo modo, fra Groove e violenza, ed  ecco lesto un bell'assolo di chitarra, sostenuto sempre dalla grande sezione ritmica. Un assolo che ci porta a sua volta ad un bridge caratterizzato da un'accelerazione, dove anche qui il singer si fa notare, con metriche molto fantasiose e senza vincoli, sino ad arrivare ad uno stop per poi continuare con un leggero arpeggio di chitarra e una sezione dove l'ascia solista emerge ancora ma per un breve tempo, venendo presto sostituita dalla voce. Ancora una volta si va riprendere l'arpeggio per ritornare ai riff quadrati e monolitici già sfoggiati nelle prime battute, e così si prosegue fino alla conclusione del pezzo.  Il testo presentatoci dal gruppo rivolge un chiaro attacco alla politica ed alla religione, più in generale a tutte quelle convenzioni sociali viste come proibitive ed eccessivamente bigotte. Naturalmente, il massimo dell'ipocrisia è incarnato, secondo gli Exhorder, proprio da quelle due componenti sopracitate. Entrambe le cose, sia politica sia religione, sono viste nient'altro come dei modi per imprigionare la gente, per impedirgli di evolversi o di essere veramente felice. Ecco dunque che, riconducendoci al titolo del brano, possiamo dare a quest'ultimo un senso ben definito. A quale "legge" si rifanno i Nostri? Senza dubbio, a quella del grande occultista Aleister Crowley, noto filosofo e mago vissuto a cavallo fra l'800 ed il '900. Considerato dalla chiesa e dalla società come "l'uomo più malvagio del mondo", egli era semplicemente un fautore della libertà intesa come privazione definitiva di ogni tipo di vincolo. La sua massima più nota, infatti, passò alla storia mediante la dicitura: "Do what Thou Wilt should be the whole of the law - fare ciò che vuoi sarà il cuore della Legge". Un pensiero nel quale gli Exhorder si rivedono pienamente. Chi è senza legge, quest'ultima intesa come regola creata ad hoc dall'uomo, può sinceramente evolversi, progredire verso il meglio, libero dalle imposizioni esterne che diventano ostacoli alla libertà. Gli idolatri, i politicanti ed i "timorati di Dio" non potranno invece vivere al meglio. Una condizione che quindi convince i Nostri del definitivo fallimento del concetto di umanità.

(Cadence of) the Dirge

Si prosegue con "(Cadence of) the Dirge - (Il ritmo del) Canto Funebre", e per un momento si abbandona la velocità in favore di un bel ritorno alla lentezza e alla monoliticità dei riff, questi ultimi sempre conditi da un drumming martellante, prima di arrivare ad un break dove uno stacco di chitarra ci porta alla strofa. Quest'ultima è lenta e crudele nel suo dipanarsi, e possiamo notare come a farla ancora da padrone sia  Kyle Thomas, il quale non perde un momento per sfoderare la sua ugola, più espressiva e potente di quanto si possa credere. Ecco che, dopo uno stop improvviso, il suo acuto lancinante interviene sul bel riffone di chitarra che stiamo ascoltando; la quale, dopo un veloce arpeggio, torna a martellare il pubblico con lentezza, quasi come se non ci fosse fretta per massacrare in tal modo i poveri accorsi. Ecco una sezione leggermente più articolata ed un ulteriore stacco con il quale si va verso un riff basso e incidente, inarrestabile nella sua pesantezza. Ci si avvia quindi alla conclusione del pezzo, sempre con lentezza e potenza, vere e proprie caratteristiche (queste ultime) di un brano che non sprizzerà velocità da ogni dove, ma che sa travolgere non poco. Il testo, al contrario del precedente, non ci dice nulla di particolarmente significativo, ricorrendo ad una sorta di giustapposizione di varie immagini. La descrizione è quella di una veglia funebre, le persone sembrano accompagnare il defunto pregando affinché il loro caro possa giungere in un posto migliore. Tuttavia, il racconto prende una piega assai particolare, in quanto si comincia a parlare in maniera sconnessa di sentimenti assai negativi come odio, rancore, tristezza. Tutto un vortice di situazioni che dovrebbero in qualche modo essere connesse alla morte, e che di fatto dipingono uno scenario confuso e particolarmente tetro, pesante da "digerirsi". Naturalmente viene sottolineato quanto le preghiere siano vane, dato che non vi è niente dopo la morte se non l'eterno silenzio. Difatti, il testo sembra totalmente infrangere l'aura di "sacralità" che ruota attorno al momento del trapasso. Riti e casse "decorate" non potranno mai sottrarci a quella che è veramente la Morte: niente paradisi, ma solo decomposizione, cenere ed annullamento di corpo ed anima.

Desecrator

Finale affidato ad un brano tratto dal debutto "Slaughter in the Vatican", l'ultimo pezzo è infatti "Desecrator (Dissacratore)". Due grossi bicordi di chitarra fanno da intro alla canzone, ancora una volta un acuto lancinante; il basso, questa volta in assoluta evidenza, si unisce dunque al contesto descritto e ci conduce lungo il pezzo, iniziandoci e preparandoci all'ascolto.  Dopo l'intro è la volta di riff maggiormente compatti (come se non ne avessimo ancora sentiti), nonché di un drumming dritto e quadrato.  La voce di Thomas emerge ancora una volta, ed arrivati a questo punto possiamo sottolineare il fatto che avere un gran cantante come lui è sicuramente un grande vantaggio per il gruppo. Kyle riesce infatti a dare alle canzoni un tocco unico, mostrando una forte affinità vocale con Phil Anselmo.  Tornando al resto della band, vediamo come la batteria sostiene con la doppia cassa la sezione che precede un'accelerazione rabbiosa e sgraziata, che ci riporta ancora ad un rallentamento seguito sempre da un'altra accelerazione, la quale sfocia però in un riff più marcatamente thrash, con una batteria incalzante e precisa. Ecco uno stacco e ancora velocità fino ad arrivare ad una sezione più ordinata, dove il singer prosegue con la strofa e le chitarre possono diventare ancora una volta le assolute protagoniste, con riff basati sull'uso di pinch harmonichs tanto precisi quanto efficaci. La doppia cassa emerge prepotentemente e sostiene le chitarre dando poi un'accelerata al tutto, fino ad un nuovo stacco. Si procede dunque con velocità, sino alla chiusura definitiva del tutto. Il testo, di grande impatto e violenza, è questa volta molto più semplice e diretto del precedente. Gli Exhorder infatti decidono di rivolgere un rabbioso attacco alla religione, intesa specialmente come culto monoteistico. Il "dissacratore" di cui si parla del titolo, infatti, non è altro che il protagonista del pezzo; una figura la quale, con ardita violenza, distruggerà ogni concezione religiosa esistente al mondo. Il gruppo è bravo a provocare e ad aggredire in maniera verbale l'ascoltatore, senza fermarsi davanti a niente a davanti a nessuno. È così che personalità di grande spicco nella religione vengono brutalmente dissacrate senza alcuno scrupolo in un testo forse veramente devastante, se consideriamo anche il tempo in cui fu scritto. Del resto, la traduzione in italiano del titolo dell'album dal quale è tratta la canzone qui analizzata, suona più o meno come "Massacro nel Vaticano", e vede in copertina il Papa portato al patibolo da due boia. Una scena che non lascia certo spazio all'immaginazione e che ci fa quindi comprendere gli intenti antireligiosi degli Exhorder, i quali in questo testo si divertono a "brutalizzare" la Madonna nonché a vomitare odio su chiunque sia afflitto dal "morbo religioso". Chiuso il capitolo Groove, ci attende ora il Death Thrash dei tempi d'oro.

Hung, Drawn and Quartered

I Cancer possono fare la loro comparsa, presentandoci due pezzi che di fatto chiuderanno il festival. Senza indugio alcuno, viene immediatamente sparata ai massimi volumi una loro evergreen, ovvero "Hung, Drawn and Quartered (Teso, appeso e mutilato)", open track del capolavoro "Death Shall Rise". Dopo una veloce presentazione abbiamo subito a che fare con l'intro del pezzo, caratterizzata da una veloce doppia cassa e da un riff di chitarra abbastanza travolgente. Con foga ci si avvia quindi verso una prima sezione, veloce e sostenuta, dove un riff  violento e diretto, suonato in tremolo picking, diventa immediatamente il nostro punto di riferimento. Ecco che però si accelera e si dà avvio ad un riff più thrasheggiante, fino alla prima strofa caratterizzata da continui rallentamenti e ripartenze. Il refrain vede l'abrasiva voce del singer farla da padrona, e dopo aver ripreso il riff che aveva anticipato la prima strofa, il gruppo continua dunque con la seconda; e sempre sulle ali del precedente riff "anticipante", si avvia un assolo di chitarra, veloce e dissonante. Ecco ancora una volta il refrain, caratterizzato dal suo riff marcio e malato, frangente che ci conduce alla fine di un pezzo veloce e diretto. Non troppo amanti dei giri di parole e dei testi iper-lunghi, i Cancer si affidano a pochi versi pregni di brutalità e violenza. In questo testo parlano per l'appunto della macabra esecuzione di un soggetto, il quale viene impiccato con un lenzuolo da altrettanti individui che lo guardano soffocare, ridendo. Ovviamente, il protagonista non si limiterà a venir solamente impiccato, verrà anche pugnalato al petto e così troverà la sua atroce morte. Le parole riflettono dunque il suo stato d'animo: l'uomo è sopraffatto dai suoi aguzzini ed è confuso. Sente la morte avvicinarsi, ma non può rattristarsi perché il dolore fisico lo acceca e lo rende impossibilitato a ragionare. Coltellate, trachea sfondata, sangue a fiumi: il suo cadavere viene dunque abbandonato in maniera miserabile, gettato in pasto alla decomposizione.

Blood Bath

Ci avviamo verso la definitiva conclusione con l'ultimo brano del set dei Cancer, nonché open track del mitico "To The Gory End": "Blood Bath (Bagno di Sangue)". La partenza del pezzo è affidata ancora una volta ad un riff veloce e coinvolgente, dall'impatto fortemente Thrash, sostenuto da una batteria martellante e devastante. Ecco che la prima strofa vede invece riff più lenti e marci, conditi per bene dalla voce del singer, il quale ci conduce, senza batter ciglio, al refrain, subito assimilabile e capace di stamparsi nella testa a suon di note violente e di impatto.  Ecco un'accelerazione alla quale segue un rallentamento, ensemble sul quale si innesta un brave assolo. La seconda strofa viene avviata, questa si caratterizza anche per un leggero aumento di velocità nella sua seconda parte, un'accelerazione che di fatto ci porta verso un rallentamento, dove il basso emerge prepotentemente mentre le chitarre marce suonano bicordi essenziali ma efficaci. Ecco un'accelerazione ed il ritornello che ci colpisce ancora una volta, prima che con una veloce doppia cassa il pezzo si concluda. Anche in quest'ultimo testo abbiamo violenza a non finire, il solito potpourri di immagini brutali. Si narra dei pensieri di questo psicopatico, il quale ha come unico scopo e desiderio quello di uccidere e fare del male al prossimo, a prescindere da chi esso sia. Attraverso immagini disturbanti, il gruppo descrive le gesta di questo soggetto, che non ha per la vita alcun rispetto o comunque non prova alcun rimorso per le sue vittime. Senza vergogna, egli priverà della speranza di salvarsi tutti quelli che incontrerà, e riderà della morte quando tutti piangeranno. Egli ama braccare le sue vittime, appostarsi per sorprenderle, squarciare le loro gole, leccare il loro sangue. Violenza e solo violenza, questo è quel che egli vuole: non desidera altro, e sarà capacissimo (purtroppo) di prendersi con la forza tutto ciò che rientri nei suoi macabri desideri.

Conclusioni

Terminato quindi l'ascolto, possiamo agevolmente formulare un giudizio sullo split in questione, perla rara e gran momento di estremo versione live. Si tratta sicuramente di un pezzo di grande valore, una sorta di testimonianza del clima che si respirava nella metà dei '90, quando insomma i gruppi che oggi sono diventati imprescindibili nell'ambito del genere erano in piena forma; giovani gruppi talentuosi ed arrabbiati si stavano ricavando il loro spazio, prendendoselo a suon di legnate da dispensare agli ascoltatori, i quali, in pieno impeto "masochistico", non facevano altro che chiederne ancora, non saziandosi mai di cotanta brutalità. Come nel caso dei Cancer, poi, notiamo quanto la vecchia scuola non fosse certo passata di moda, e come quest'ultima potesse formare, con il "nuovo", un tutt'uno imprescindibile ed assolutamente perfetto, inarrestabile. Suffocation e Malevolent Creation che dimostrano il loro stato di forma, gli Exhorder per nulla fuori contesto ed a dir poco sorprendenti, i Cancer tosti, veloci e malvagi: un insieme decisamente incredibile, che non può certo non farci propendere per un voto medio alto. È forse più opportuno, però, andare a parlare del live in generale piuttosto che della performance dei vari gruppi, dato si che ogni situazione è stata chiamata a partecipare ad un qualcosa divenita in seguito un unicum, solido e ben coeso. Parlando quindi in termini "generali", possiamo magari notare un lieve difetto generale, riscontrabile magari in qualche pecca sia in fase di registrazione (anche se una volta non c'erano tutti i mezzi di adesso, e per di più non stiamo parlando di gruppi che potessero permettersi chissà che trattamento) che in fase di esecuzione (in questo caso, però, tanto meglio: pur con qualche piccola imprecisione, ogni gruppo ha mostrato d'essere VERO E SCHIETTO, per nulla "rimaneggiato"). In sostanza, tralasciando questioni di lana caprina, la cosa che ci salta subito all'occhio è la grande passione che le note suonate da tutti i gruppi trasudano. Quella voglia di credere in qualcosa e di combattere per ottenerlo. Non stiamo parlando di ragazzi coccolati da etichette e dall'audience media, ma anzi stiamo di gruppi che hanno sputato sangue per andare avanti. Che una volta terminato il concerto dovevano pensare al lavoro e a come tirare avanti la propria e proverbiale "baracca", non disponendo di alcun tesoretto o fortuna. È proprio per ciò che, quasi come a ringraziarli del loro contributo (perché magari, senza gruppi come questi, il nostro genere non ci avrebbe regalato emozioni così brutali), ci sentiamo di conferire a quest'opera un voto che deve essere inteso come simbolico ed onorario: un'opera del genere non può essere infatti semplicemente e sbrigativamente "valutata e basta"; possiamo solo godercela, mostrandole il rispetto che merita, perché in essa (ed in altre simili) si respira l'essenza stessa del Death Metal, del Thrash e dell'metal estremo in generale. Rabbia, volontà, determinazione. 

1) Jesus Wept
2) Infecting the Crypts
3) Premature Burial
4) Slaughter of Innocence
5) Decadence Within
6) The Law
7) (Cadence of) the Dirge
8) Desecrator
9) Hung, Drawn and Quartered
10) Blood Bath
correlati