MAD SEASON

Above

1995 - Columbia

A CURA DI
ANDREA CERASI
30/12/2018
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Tutto nasce dalla droga, e nella droga si immerge. Una siringa ficcata in vena e una goccia di sangue che cola sulla pelle pallida. È la rocambolesca e spettacolare storia di riscatto che illumina la scena musicale di metà anni 90, una storia che non ha un epilogo felice anzi, non c'è finale più amaro e distruttivo di questo, terminato con la morte. Dopotutto, la meteora Mad Season rappresenta, in ogni sua forma e sfaccettatura, l'ideologia del Seattle Sound: il grunge, dove dolore, disperazione, nichilismo, accettazione della miseria, poesia, droghe, rivincita, successo e infine fallimento, si allineano al servizio della musica. Ma la droga, le pasticche, le allucinazioni perverse, i deliri notturni, i mostri della mente, non sono altro che il pretesto per una condivisione, nata dalla voglia di superare i problemi e riabilitarsi, per riassaporare la luce, rinascere e tornare al mondo, questa volta da uomini liberi. Nel 1994, in una clinica di riabilitazione nel Minnesota, il chitarrista dei Pearl Jam, Mike McCready, cerca di disintossicarsi da droghe e alcool. Sono tempi difficili, le registrazioni del terzo splendido album della band, "Vitalogy", procedono a singhiozzo, interrotte più volte proprio a causa dei problemi di salute del musicista. È qui che McCready incontra, per una coincidenza sorprendente, tra una terapia di disintossicazione e l'altra, Baker Saunders, bassista di un'altra band di Seattle: Walkabouts, fautori di un folk rock condito da mille sfumature, tra cui quelle grunge. Nel segno di questo fortuito incontro e nella promessa di una disintossicazione definitiva, i due musicisti, una volta usciti dalla clinica, si uniscono per un progetto a nome Gacy Bunch, con l'idea di mettere in musica frustrazioni ed esigenze. A unirsi al progetto è Barrett Martin, batterista degli Screaming Trees, che presto coinvolge anche il leader della sua band, il guru Mark Lanegan, che si presta come corista. I ragazzi si conoscono già da tempo e hanno chiare le idee su cosa suonare, ma gli manca un vocalist che possa mettere in versi pensieri e sogni. Il caso vuole che il cantante degli Alice In Chains, Layne Staley, in piena attività con la sua band, sia sprofondato nell'eroina e in piena depressione, preda di deliri quotidiani che infestano la sua fragile mente. L'instabilità fisica e mentale del cantante, colpisce McCready, che lo vuole con sé, in modo tale da tenerlo occupato per redimerlo dal veleno che si inietta in corpo. Invitato nel gruppo, Staley promette di stare lontano dalle droghe, e così si unisce alla causa della riabilitazione. I primi concerti sono un successo, ma ora mancano due cose fondamentali per rendere reale la superband: un nome significativo e un disco. Mad Season viene scelto come riferimento alla stagione in cui i funghi allucinogeni sono nel pieno della fioritura, mentre il titolo che dà vita all'intero progetto è una sorta di preghiera al divino, quasi una supplica per trovare serenità, benessere e armonia, cercando di scacciare via i dolori, le angosce, le tentazioni, i logoranti vizi che attanagliano le giornate dei singoli membri. La Columbia Records, attirata dai popolari nomi in gioco, sente profumo di soldi, e così mette la band sotto contratto, facendo una certa pressione per accorciare i tempi di realizzazione, sfruttando l'impatto mediatico suscitato. "Above" viene registrato in una decina di giorni, sintomo della grande alchimia tra i musicisti, tutti legati dalle stesse sonorità e dalle stesse drammatiche disavventure: morti improvvise, overdosi, istinti suicidi, amori stroncati, amici perduti. L'album nasce in modo semplice, Staley, ispirato dal leggendario libro "Il Profeta" di Gibran, scrive testi influenzati dalle stesse idilliache atmosfere, portando poesia e profezia nella sua voce abrasiva e nelle sue sulfuree parole, mentre ad accompagnare questo fiume nero, che scorre placido, i restanti compagni si dilettano con grande ispirazione e serenità, sentendosi investiti da una sorta di missione spirituale, generando un lavoro intimista e dalla spiccata morale. "Above" è frutto di una forte amicizia, e per questo è profondo, proveniente dalle regioni più remote dell'animo umano, concepito come guarigione dai mali terreni, riabilitazione da una vita di miseria, liberazione dalla schiavitù della droga e della depressione. Il successo non può che essere immediato, l'album vende tantissimo ed entra in classifica con due singoli, la qualità è talmente elevata che da molti viene considerato uno dei vertici assoluti di tutta la scena grunge dell'epoca. Tutto sembra andare nel verso giusto, ma l'happy ending non appartiene alla natura di questa storia grunge, maledetta e funesta, e allora l'aria paradisiaca dura poco, giusto il tempo di qualche apparizione live, tra cui il bellissimo concerto al Moore Theatre di Seattle, ribattezzato "Live At The Moore", per poi interrompersi e collassare su se stessa come un castello di carte.

Wake Up

Nel fiume nero avviene il battesimo. La rinascita spirituale si concentra nel risveglio di un uomo, sospeso sul giro di chitarra e il rintocco del basso, che danzano solenni in questo paesaggio campestre. La psichedelia è pungente, poco sostanziosa, ma percettibile, tanto che ci riporta dritti agli anni 60, anche grazie all'utilizzo delle tastiere alla Doors. Wake Up (Svegliati) è una languida e paludosa ballata, nella quale il profeta Staley canta di un sentimento rurale e primitivo, un amore spezzato, un lungo letargo. "Svegliati, ragazzo. È ora di svegliarsi. La tua relazione amorosa deve finire per dieci lunghi anni, dieci anni a raccogliere le foglie, un lento suicidio non è la strada da percorrere. Blu e grigio il cielo nuvoloso, non sei un pazzo, stordito e indebolito dall'oscurità che avanza. Un'infezione che si propaga". Il vocalist racconta della fine di una storia tossica, di una relazione contaminata, velenosa, che in un certo senso lo ha infettato, che gli ha corroso il corpo e la mente, proprio come l'eroina. Ora, l'uomo ha bisogno di una lunga pausa, un intermezzo nel quale raccogliere ogni pensiero, simboleggiato dalle foglie morte raccolte da terra, e una nuova ragione di vita che lo possa distogliere dalla malsana idea del suicidio. McCready segue la narrazione con grande trasporto, intonando un semplice ma caldo riff di chitarra acustica, quasi a consolare l'uomo, distrutto dalla fine dell'amore. La voce di Staley si fa maggiormente profetica, il suo timbro gratta nel cuore dell'ascoltatore, lo scarnifica, mettendolo a nudo, inducendolo a prendere parte a questa prosaica e sciamanica danza ancestrale. "Le spaccature e le linee da dove ti sei arreso rendono un uomo facile da leggere. Per tutte le volte che li hai lasciati farti sanguinare, per la piccola pace dal Dio che implori e supplichi, svegliati, ragazzo, svegliati". L'artista si rivolge a se stesso, la sua anima è messa a nudo e sacrificata sull'altare di un Dio che neanche venera. Le emozioni scoperte rivelano la fragilità del personaggio, divorato dai dubbi e preda del dolore, che sta sanguinando. È tempo di svegliarsi, per reagire alle ingiustizie della vita. La chitarra elettrica svetta nell'aria, celebrando il sacrificio con un assolo sulfureo, tra le grida sofferenti del vocalist e i colpi inferti da Martin alla sua batteria. La danza sciamanica non è ancora terminata, il ritmo torna placido e, nella foschia mattutina, possiamo intravedere il cadavere dell'uomo galleggiare nel fiume nero, perdendosi nell'orizzonte, trasportato chissà dove.

X-Ray Mind

Il ritmo tribale di X-Ray Mind (Mente A Raggi X) inneggia a una guerra psicologica tra la batteria di Martin e la chitarra di McCready, che si alternano per tutto il brano, frammentati dalla funesta voce di Staley, che racconta del sentimento di sfiducia insito nell'essere umano, in particolare della sua condizione, tradito dai suoi cari, allontanato e abbandonato. "Fai cessare le risate quando uno come me corre e si concede del tempo per i propri bisogni. Quando, convincendomi che sei nella mia squadra, non puoi mentirmi senza dire nulla". La squadra è destinata a sfaldarsi proprio per via delle menzogne, Staley parla della sua band e della sua condizione fisica, divorato dalla droga, come sottolinea nella strofa seguente, quando indica e ride dei suoi buchi, ovvero i solchi procuratisi con l'ago della siringa. "Allora mi risiedo e mi faccio una risata isterica ai piccoli buchi, vendo e scambio le anime degli uomini". Il brano è particolare, perché vede l'alternanza di chitarra e batteria, in una stratificazione che ricorda il sound degli Alice In Chains e che si incastrano a vicenda durante gli intermezzi tra un blocco e l'altro. Invece, quando Staley canta, restano solo la sua voce e i sottili colpi di batteria di Martin, che vanno a stemperare la foga accumulata in precedenza. Il risultato è un mid-tempo scarno, sabbioso, dalla natura tribale. Una sorta di rituale alchemico nel quale neanche il ritornello riesce ad emergere e a distinguersi dal resto, tanto è sommesso e privo di melodia. "La mente a raggi X legge perfettamente ma non vale che qualche spicciolo", recita il vocalist, con l'ausilio del basso di Saunders, seguendo una linea melodica altamente morbosa e affranta. Nella seconda parte il mood anni 70 emerge maggiormente, grazie alle belle intuizioni di McCready, il quale tempesta la sezione ritmica con riff abrasivi e dal sapore hard rock. "Tu, loro, voi o cosa, pensavo che sareste stati onesti, non puoi mai liberarti di me di te stesso. Vedo la maggior parte di quello che penso, ho paura di battere le palpebre, non mi muovo neanche, svuotandomi lentamente". Siamo al resoconto decisivo, dove l'uomo, in questo caso Staley stesso, deve fare i conti con se stesso, lottando contro tutti, vedendo le sue paure prendere vita ed esigere il proprio tornaconto. "Assumo una spia e mi metto sotto controllo, proteggo i tuoi amici per soldi, ricco e mezzo ammalato, vendo i morti più rapidamente". La droga è la moneta del male, un biglietto solo-andata per la morte, e mentre Staley pronuncia le ultime terribili parole veniamo soffocati dal basso, che si insinua nella nostra mente come virus letale, sommergendoci di nichilismo e disperazione.

River Of Deceit

L'ignoto si palesa attraverso un semplice ma brillante giro di chitarra, che introduce una corrosiva ballata amara, ispirata da "Il Profeta" dello scrittore libanese Khalil Gibran, uno dei maestri assoluti della letteratura mondiale, uno di quelli che ha ispirato e fatto sognare milioni e milioni di scrittori e di lettori. Laney Staley, durante le registrazioni di River Of Deceit (Il Fiume Dell'Inganno), sta leggendo proprio questo libro, e allora la sua penna è veicolata dalle parole del profeta Gibran, un vero guru della scrittura e della filosofia mediorientale. Ritroviamo il cadavere scortato dalle acque del fiume nero, che sta prendendo il largo verso l'oceano. Un oceano di dolore, ovviamente, dove la poesia e la melodia sono elementi accentuati e miracolosi, vero balsamo per l'anima. "Il mio dolore è autoinflitto. Così diceva il profeta. Potrei bruciare o tagliare via il mio orgoglio per trascorrere un po' di tempo. Una testa piena di bugie è il peso da portare, legato alla cintura", l'autocoscienza del vocalist è fatta di dolore, si compiace del proprio dolore, del proprio mood depressivo. È una vera filosofia di vita, quella della miseria, della resa all'esistenza. La voce al vetriolo di Staley prende quota e si scontra con un giro acustico molto Zeppeliano, le radici sono quelle acustico-esoteriche di "Led Zeppelin III", dove l'oscurità lirica incontra la dolce melodia degli strumenti, ed ecco il delizioso ritornello: "Il fiume dell'inganno tira via, l'unica direzione dove fluiamo è in basso. Giù, sempre più giù". Il corpo dell'uomo sta andando a fondo, negli abissi del mondo, sparendo dalla Terra. Il romanzo di Gibran non è così catastrofico, poiché nella sua morale ricerca sempre la speranza. "Il Profeta" è un'opera positiva, di positività, di luce e di benessere, e questa sensazione paradisiaca è rievocata perfettamente dalla musica della band, persino nel testo amarissimo, ma che in un certo senso denota pace e armonia, nonostante il sentimento di morte. Ma la morte è anche pace e cancellazione delle ferite impresse dalla vita. "Il mio dolore è autoinflitto, almeno credo sia così. Potrei annegare o strapparmi via la pelle, cercando di nuotare verso la riva. Ora posso crescere una bellissima conchiglia da far vedere a tutti". Il corpo ha raggiunto il mare aperto, ha superato i limiti del dolore, ed ora si concede all'oblio eterno, mostrandosi in tutto il suo splendore al mondo intero.

I'm Above

La voce notturna, fumosa e rassicurante di Mark Lanegan arriva in aiuto di quella di Staley, per un duetto nervoso e adrenalinico, cantato all'unisono dai due vocalist. I'm Above (Sono Sospeso) è un mefistofelico hard rock dall'animo alcolico, che riflette sul senso della vita e sulla consapevolezza del proprio fallimento. "Per uno spazio chiaro e un buono stato mentale vi ho lasciati giocare con me per un po' di tempo. Uno può solo ricevere e trattenere le bugie che recitate a vostro profitto. Così fate affidamento sulla mia fede, o preferite continuare a fingere che io sia cieco. Dite che ho reso la vostra vita un inferno, però mi avete fatto pagare il fatto che sono caduto". Le chitarre scalciano e si impennano, così il basso e la batteria, intonando un cambio di tempo repentino e teso che ci proietta in questa dimensione oscura, fatta di dolore, di disperazione, di alienazione e di sconforto. "Come mai vi sentite così a disagio? Come mai io mi sento bene? La vita rivela ciò che si distribuisce durante le stagioni. Il ciclo della vita ritorna sempre. Sono stato benedetto con gli occhi per vedere tutto questo, dietro l'incompleta verità che nascondete". La verità è negli occhi del timoroso, di colui che è stato allontanato dalla propria razza perché diverso, e nella diversità egli ha trovato rassicurazione e profondità. Ora che è distante da tutti, il poveraccio può vedere e capire la realtà dei fatti, e si sente bene, si sente quasi un essere superiore, sospeso sulla folla, come ribadisce nel sulfureo ritornello: "Sono sospeso su di voi, sono in alto e reclamo un amore incondizionato". McCready ci rende partecipi di questa intima realtà, e lo fa attraverso un arpeggio acustico di grande valore, ma che dura poco, per poi lasciare spazio all'ultimo verso. "Cerco di tenere il sangue cattivo nel passato, non ho mai pensato ad una possibilità che possa durare. Ho forza abbastanza per perdonare e desidero trovare la pace dove vivo". L'uomo, allontanato, massacrato, screditato da tutti, adesso ha preso coscienza del fatto che conosce la verità. Nulla, adesso, può recargli dolore, poiché è in pace con se stesso e in armonia col mondo intero; egli ha raggiunto l'atarassia, la pace dei sensi, e per questo trova persino la forza del perdono, dimentica il brutto e terribile passato e si getta alla ricerca disperata di amore, per continuare a vivere. La base hard rock non eccede mai, e il brano si stende su toni piuttosto morbidi, dove le chitarre non sono mai invasive me danno solo forma alle due voci, cullando le parole cantate.

Artificial Red

Il blues ossessivo e stanco di Artificial Red (Rosso Artificiale) conquista all'istante, Staley viene quasi lasciato solo, nel suo delirio artistico, ed ecco la prima strofa, nella quale parla della sua tossicodipendenza: "Rosso artificiale, fumo, consumo di veleno, nella casa dalla cattiva fama. È questo il modo in cui passo i miei giorni, nel ricovero di una malattia mortale?". L'artista sa di essere in una delicata condizione mentale, gli allucinogeni, le droghe, il fumo, contaminano la sua mente e la rendono fragile. Più i giorni passano e più lui si trova vicino alla morte, eppure, nonostante il delirio della malattia mentale, il clima del brano resta sempre quieto e piuttosto sereno, quasi spensierato, soprattutto quando il vocalist si diverte a intonare una lunga serie di versetti, come se non gli importasse più niente del mondo, come se avesse già accettato il proprio destino. La base ritmica non eccede mai, il gustoso giro di chitarra ci culla in questo blues anfetaminico, dai connotati fumosi, come la nube descritta nel testo: "Una nube rosa sta diventando grigia, e ancora sono solo. Solo, chiedo di esser lasciato, in questo posto dove cerco l'amore. Un regalo dall'alto?". La nube rosa potrebbe significare l'amore, un amore che sta morendo, diventando grigio. Sono i giorni trascorsi in clinica per disintossicarsi, un periodo breve ma molto intenso, nel quale il vocalist si è sentito come un martire pronto per il sacrificio. L'uomo è solo, ma ancora nutre un po' di speranza, cerca l'amore che lo farà guarire, lo cerca in cielo, come regalo divino, e l'amore più grande, in questo caso, è l'uscita dal tunnel della droga. McCready, a un certo punto, scuote l'ascia e produce dei suoni alienanti, praticamente grattando le corde, spremendo il suo strumento per ottenere un particolare effetto nebbioso, che forse ricorda il malessere provato dal compagno durante la disintossicazione, ma il momento dura poco, poiché la band si rimette in riga, proseguendo questo blues notturno e maledetto, paralizzato sempre sugli stessi accordi stanchi e claustrofobici.

Lifeless Dead

Echi dei Black Sabbath riecheggiano nelle note di Lifeless Dead (Morto Senza Vita), turbolento e tossico brano, dove la voce di Staley, ricca di acido, sputa veleno contro la vita. Saunders e Martin seguono le direttive di McCready, generando un suono paludoso e privo di luce. "Morto senza vita, quel letto sporco, finché la sua fame viene nutrita. -Prometto sul nostro amore- ha detto lei, ma le promesse non sono mai state mantenute, e lui ha dormito da solo sullo sporco pavimento". La conflittualità di Staley è costante, amore e morte uniti in un sacro vincolo divino; l'amore, rappresentato da una ragazza, la morte, rappresentata dalle siringhe cariche di veleno. Tutto è una conseguenza dell'altro, come un circolo vizioso dal quale è difficile uscire. L'uomo è un corpo privo di vita, uno zombie che esiste stancamente, che si mantiene in piedi quotidianamente, ma che sta lentamente perdendo le energie. La fame di cui ha bisogno ha un nome: eroina, il cui effetto è immediato, perché placa i sensi, anche se prima o poi esige il suo tributo. Le sonorità tipiche degli Alice In Chains qui si fanno più morbide, perché "Above" è un disco già oltre il grunge, contaminato dal blues e dal jazz, meno metal e meno punk, anche se le disperate grida del vocalist emergono ogni tanto, specie nel fugace e delirante refrain, come a ricordarci che qui si parla di dolore e di depressione. Qui si parla di rock duro, lo stesso arrotolato su un solido riff di chitarra e un vorticoso giro di basso. "E anche se lui non ha accettato, lei se ne è andata via, così lui ha pianto. Poi un demone è venuto da lui e gli ha detto -Devi sapere che vincerò io-. Lei lo ha portato alla morte, lui sanguinava, lei non lo nutriva". Il demone ha avvelenato il ragazzo, condannandolo al buio e alla solitudine, lo ha reso schiavo e alieno alla vita. La morte scorre nelle vene dell'uomo come il fiume che egli ha davanti agli occhi. Con la fuga dell'amata niente ha più senso. Niente, tranne l'oblio.

I Don't Know Anything

Barrett Martin pesta duro dietro le pelli, introducendo forse il pezzo più vicino alla musica degli Alice In Chains. I Don't Know Anything (Non So Nulla) si viene a costituire secondo dopo secondo, erigendosi, mattone dopo mattone, come un monolitico muro sonoro. "Non so nulla, non so chi sono. Non so nulla e non so chi essere. Perché dobbiamo vivere in così tanto odio, oggi. Perché le lotte e gli scontri continuano, mentre io non so nemmeno se sono sano di mente", sibila Staley, ipnotico e insano, sovrastando il graffiante riff chitarristico prodotto da McCready. Il senso di instabilità e di confusione regna sovrano nella mente del protagonista, che ammette di non sapere chi sia. Nonostante tutto, si stupisce di cotanta miseria, odio e violenza nel mondo, incapace di comprenderne le dinamiche, ma egli è stufo delle battaglie della vita, preferisce lasciarsi scivolare addosso tutto quanto, ogni singolo problema. La sua unica preoccupazione è la ricerca stessa della felicità, della serenità, magari data da una dose, iniettata nelle vene, e poi l'atarassia. "Non so nulla e non so chi sono. Perché dobbiamo vivere nell'odio, quando l'insegnante mi colpisce le mani col righello, ma io rido, poi nascondo lo sconforto tra le scie di sangue che rigano la mano. Io amo". Il dolore della vita è difficile da dimenticare, da ripuliti, e allora ecco che riemerge il ricordo di gioventù, quando a scuola la professoressa picchiava le mani col righello, procurando ferite e lividi. Ecco, la similitudine è la stessa, la vita come un'insegnante cattiva, costretta a punire i propri allievi. Lo sconforto è tanto, anche se l'uomo cerca di nascondere il dolore. Meglio l'irrazionalità, la confusione, la dimenticanza della propria identità. Nel nulla si vive meglio. un unico blocco strumentale si distende per una manciata di minuti, concentrato sul drumming nervoso e sul riff portante che si libra nell'aria in tutta la sua potenza, colpendo l'ascoltatore così come la vita colpisce il protagonista delle liriche, il povero Staley, messo al tappeto dai ganci di una realtà che rinnega ogni giorno.

Long Gone Day

Poesia e un ricordo lontano nel tempo combaciano in una specie di bossa nova dalle linee sinuose e morbidissime che prendono forma in Long Gone Day (Il Lungo Giorno Trascorso), uno dei momenti più alti e raffinati di "Above". Mark Lanegan torna al microfono e intona la prima strofa: "Così tanto sangue, sto iniziando ad annegare. Scorre da freddo a più freddo. Ogni tanto il cielo è sceso per aiutarmi a perdere la strada. Lacrime e bugie come risposta, tu e le vene aperte, Dio sa che me ne sono andato. Ragazza mia, voglio solo che tu scenda". Il ricordo di un'estate pacifica e bellissima riaffiora in mente, venuta a galla chissà per quale motivo, e allora l'ascoltatore si ritrova immerso in quelle calde e avvolgenti atmosfere paradisiache, crogiolato dai rintocchi di tastiera, i tamburi e le sottili note di basso. Lanegan viene affiancato da Staley, le due voci si amalgamano, scandendo bene un racconto estivo, pregno di amore e di beatitudine, che esplode fugacemente nel ritornello. "Il Signore è una tempesta ed io sono diretto verso la caduta. Questi peccati sono miei ed io ho fatto le cose sbagliate. Dai, piccola mia, vieni giù. È lungo il giorno trascorso, chi mai ha detto che siamo trascinati via con la pioggia". Il sax irrompe con aria sinistra, come a indicare un nuvolone nero e minaccioso a rovinare l'aria calma di quell'estate lontana. "Ci incontriamo tutti, ogni tanto, non è così strano. Quanto siamo lontani, adesso. Sono l'unico che ricorda quell'estate, oh sì che la ricordo, ogni giorno in ogni momento, quel luogo era sicuro. La musica che abbiamo fatto e il vento che ha trasportato via tutto quanto". Sax e tastiere generano un clamoroso intermezzo jazz, raffinato e depresso, per poi lasciare ancora spazio alla voce baritonale di Lanegan: "Così tante lacrime, sto iniziando ad annegare. La pioggia è tutta scesa in paradiso. Cucchiai d'argento sono attaccati sulla corona, quelli sfortunati sono infranti, timori e bugie per risposta, tue e le fiamme aperte, Dio so che me ne sono andato via". L'estate viene bruscamente interrotta da uno scroscio d'acqua, la nuvola nera era carica di pioggia; è la pioggia del paradiso, scesa per punire i martiri, per affogare i loro cuori impuri, per ricoprire bugie e tradimenti, spazzando via ogni male. L'uomo ora si sente affranto, la pioggia ha rovinato il suo giorno ideale, portandogli via il calore dell'estate: "Ho ancora paura, come allora, ho perduto la strada, e grido a Dio di portare il mio giorno di sole". La strada è smarrita, e così la serenità.

November Hotel

La lunga November Hotel è una strumentale di grande spessore, intuizione di Mike McCready, che sottolinea il clima disteso e sereno dell'album. L'armonia è il tema portante di un'opera che è più di un semplice disco, ma un vero e proprio ricovero per tossicodipendenti. I musicisti hanno bisogno di tranquillità e di benessere, devono farsi forza a vicenda, anche se ogni tanto i demoni del vizio tornano a farsi sentire. La chitarra di McCready dialoga col basso di Saunders, costruendo un corpo musicale che parte lento e che poi si ravviva col trascorrere dei minuti. Se il basso e la batteria sembrano quasi immobili, statici nella loro armonia, la chitarra è lo strumento selvaggio, pronto a divincolarsi e a fare di testa propria. È così che il musicista si scatena con un lungo e vigoroso assolo che cresce piano piano, potenziandosi ad ogni passaggio, e che poi va a infrangersi, nelle ultime battute, nella pura astrazione.

All Alone

Astrazione che prosegue nella conclusiva All Alone (Tutti Soli), eterea e sfuggevole traccia che fa da outro al disco. I tamburi rintoccano leggiadri, i cori intervengono soffici per cullarci in questo paradiso musicale. Staley sospira, ripetendo semplicemente poche sfuggevoli parole: "Siamo tutti soli", intonandole su una cantilena acustica di grande effetto e di grande profondità spirituale. In sottofondo arrivano le tastiere ad arricchire la sezione ritmica. Una conclusione astratta, dalla natura angelica che va a riprendere l'aria solenne e mistica della traccia d'apertura, la bella "Wake Up", dando al disco una struttura a climax circolare. È strano concludere un album con due strumentali, l'una più selvaggia e dominata dalla chitarra, e l'altra quieta, generata dalle pungenti note tastieristiche, i timidi colpi di tamburo e i cori spiritati di un vocalist rigenerato. Pochi delicati minuti per chiudere un album, e con esso un'epoca.

Conclusioni

"Above" è una meteora spirituale, quasi il testamento di un'era, la cui scia lascia un solco profondo nel cielo della musica. McCready cerca più volte di riaccendere la fiamma e di riproporre il progetto, ma la maledizione grunge perseguita a più riprese gli eroi di questa scena. Staley viene schiacciato dall'eroina e gli Alice In Chains si dividono, così come gli Screaming Trees, dove Lanegan si concentra sulla carriera solista, McCready torna nei Pearl Jam per registrare "No Code", lavoro più quieto e influenzato dall'esperienza nei Mad Season, e Baker Saunders, una volta tornato nei Walkabouts, ricade anche lui nel vortice della droga. La storia funesta dei personaggi del grunge prosegue gelidamente, l'unico a tentare l'impossibile è il chitarrista Mike McCready, e due anni dopo richiama a corte i compagni per dare vita al sequel di "Above". Saunders, Barrett Martin e Lanegan ci sono e insieme scrivono le prime tracce, cantate proprio dall'ex Screaming Trees e contenute nella recente versione deluxe dell'album. Staley, invece, rifiuta categoricamente, divorato dall'eroina che gli impedisce di tornare in scena, ma non è il solo a ricadere nel tunnel della tossicodipendenza, e infatti poco dopo, nel 1999, il bassista è il primo ad andarsene, stroncato da un'overdose, seguito soltanto tre anni più tardi dal cantante. Con la loro morte, i Mad Season non hanno più modo di esistere, McCready la prende come un fallimento personale, a modo suo, più che un progetto musicale un vero gruppo di recupero, ma la tossicodipendenza è troppo elevata, e nemmeno l'amicizia e la passione per l'arte riescono a sconfiggerla. Disegnata dallo stesso Staley, stilizzando una sua foto che lo ritrae abbracciato alla fidanzata Demri Parrott, la copertina del disco è minimale e affascinante, una specie di fumettoso biglietto da visita che ben rappresenta il contenuto, dotato di temi che alternano luci e ombre, amore e morte, tutti costruiti su arrangiamenti minimali ma di gran classe. "Above" è un recipiente di tragica musica, di tematiche alienanti, che mettono a nudo l'esistenza di una generazione di perdenti, la cosiddetta "Generazione X", e ci profila come sfogo psicologico per una vita sofferta e, al contempo, come grido di liberazione da uno stato d'animo ossessionato e stanco, in bilico tra mille paure e mille pentimenti. Il malessere interiore genera una serie di diamanti neri che brillano in tutto il loro tetro splendore, tra brevi accelerazioni punk, viscerali riff hard rock, sfumature blues e ballate esoteriche. Dal risveglio leggiadro di "Wake Up" alla conclusiva e sciamanica "All Alone", questo album è un viaggio introspettivo che scorre quieto come un fiume melmoso e che a un certo punto si dirama in due direzioni: da una parte la pace interiore, la serenità, simboleggiata dal Paradiso, dall'altra le turbolenze del fisico e le allucinazioni della mente, simboleggiate dall'Inferno. In mezzo vi è il cadavere, o la sua anima perduta, che galleggia in queste acque e che viene sospinto dalla corrente. "Above" non solo è un lavoro di estrema qualità artistica, ma è anche uno dei simboli più profondi della musica degli anni 90, poiché rappresenta il punto di arrivo del grunge, uno degli ultimi tasselli di questa corrente, valicati i quali si inizia a parlare di post-grunge. Nel 1995 Kurt Cobain è morto, i critici cominciano a disinteressarsi al fenomeno, i Pearl Jam tornano con il bellissimo "No Code", un album diverso dal solito, meno viscerale, meno furioso, e cambiano stile per restare a galla, gli Alice In Chains danno alla luce l'omonimo strepitoso lavoro, ma viste le problematiche del proprio cantante, subito dopo si dividono, Lanegan lascia gli Screaming Trees e prosegue da solista, dedicandosi a un fumoso folk blues, quindi lasciandosi alle spalle rabbia e potenza, i Soundgarden danno alla luce l'ultimo album "Down On The Upside", per poi scindersi, gli Smashing Pumpkins, dopo l'incetta di premi del doppio concept "Mellon Collie And The Infinite Sadness" virano verso l'elettronica con "Adore", mentre tutte le altre band dello stesso filone che fino a questo momento godono di discreto successo, cadono l'una dopo l'altra, venendo ignorate da critica e pubblico, perdendosi quasi tutte nell'oblio. È un periodo di fortissimi cambiamenti, un'intera scena è in via d'estinzione e sta per lasciare spazio ad altri sottogeneri e ad altri frammenti sonori, che a loro volta daranno vita a nuove mode. "Above" è un tassello fondamentale di questa evoluzione musicale, l'epitaffio del Seattle Sound, e sottolinea questo delicato passaggio. I Mad Season, proprio come una stella cometa, illuminano il mondo per un breve periodo, ma la loro natura effimera segna una generazione di ascoltatori e una decade irripetibile per coraggio e sperimentazione.

1) Wake Up
2) X-Ray Mind
3) River Of Deceit
4) I'm Above
5) Artificial Red
6) Lifeless Dead
7) I Don't Know Anything
8) Long Gone Day
9) November Hotel
10) All Alone